SAN GREGORIO DI NAZIANZO – I – VITA E SCRITTI

DE  – EN  – ES  – FR  – HR  – IT  – PT ]

 

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 8 agosto 2007

 

San Gregorio di Nazianzo

I: Vita e scritti

Cari fratelli e sorelle,

mercoledì scorso ho parlato di un grande maestro della fede, il  Padre della Chiesa san Basilio. Oggi vorrei parlare del suo amico Gregorio di Nazianzo, anche lui, come Basilio, originario della Cappadocia. Illustre teologo, oratore e difensore della fede cristiana nel IV secolo, fu celebre per la sua eloquenza, ed ebbe anche, come poeta, un’anima raffinata e sensibile.

Gregorio nacque da una nobile famiglia. La madre lo consacrò a Dio fin dalla nascita, avvenuta intorno al 330. Dopo la prima educazione familiare, frequentò le più celebri scuole della sua epoca: fu dapprima a Cesarea di Cappadocia, dove strinse amicizia con Basilio, futuro Vescovo di quella città, e sostò poi in altre metropoli del mondo antico, come Alessandria d’Egitto e soprattutto Atene, dove incontrò di nuovo Basilio (cfr Discorso 43,14-24). Rievocandone l’amicizia, Gregorio scriverà più tardi: «Allora non solo io mi sentivo preso da venerazione verso il mio grande Basilio per la serietà dei suoi costumi e per la maturità e saggezza dei suoi discorsi, ma inducevo a fare altrettanto anche altri, che ancora non lo conoscevano … Ci guidava la stessa ansia di sapere … Questa era la nostra gara: non chi fosse il primo, ma chi permettesse all’altro di esserlo. Sembrava che avessimo un’unica anima in due corpi» (Discorso 43,16.20). Sono parole che rappresentano un po’ l’autoritratto di quest’anima nobile. Ma si può anche immaginare che quest’uomo, che era fortemente proiettato oltre i valori terreni, abbia sofferto molto per le cose di questo mondo.

Tornato a casa, Gregorio ricevette il Battesimo e si orientò verso la vita monastica: la solitudine, la meditazione filosofica e spirituale lo affascinavano. Egli stesso scriverà: «Nulla mi sembra più grande di questo: far tacere i propri sensi, uscire dalla carne del mondo, raccogliersi in se stesso, non occuparsi più delle cose umane, se non di quelle strettamente necessarie; parlare con se stesso e con Dio, condurre una vita che trascende le cose visibili; portare nell’anima immagini divine sempre pure, senza mescolanza di forme terrene ed erronee; essere veramente uno specchio immacolato di Dio e delle cose divine, e divenirlo sempre più, prendendo luce da luce …; godere, nella speranza presente, il bene futuro, e conversare con gli angeli; avere già lasciato la terra, pur stando in terra, trasportati in alto con lo spirito» (Discorso 2,7).

Come confida nella sua autobiografia (cfr Poesie[storiche] 2,1,11 sulla sua vita 340-349), ricevette l’ordinazione presbiterale con una certa riluttanza, perché sapeva che poi avrebbe dovuto fare il Pastore, occuparsi degli altri, delle loro cose, quindi non più così raccolto nella pura meditazione: Tuttavia egli poi accettò questa vocazione e assunse il ministero pastorale in piena obbedienza, accettando, come spesso gli accadde nella vita, di essere portato dalla Provvidenza là dove non voleva andare (cfr Gv 21,18). Nel 371 il suo amico Basilio, Vescovo di Cesarea, contro il desiderio dello stesso Gregorio, lo volle consacrare Vescovo di Sasima, un paese strategicamente importante della Cappadocia. Egli però, per varie difficoltà, non ne prese mai possesso, e rimase invece nella città di Nazianzo.

Verso il 379, Gregorio fu chiamato a Costantinopoli, la capitale, per guidare la piccola comunità cattolica fedele al Concilio di Nicea e alla fede trinitaria. La maggioranza aderiva invece all’arianesimo, che era «politicamente corretto» e considerato politicamente utile dagli imperatori. Così egli si trovò in condizioni di minoranza, circondato da ostilità. Nella chiesetta dell’Anastasis pronunciò cinque Discorsi teologici (27-31) proprio per difendere e rendere anche intelligibile la fede trinitaria. Sono discorsi rimasti celebri per la sicurezza della dottrina, l’abilità del ragionamento, che fa realmente capire che questa è la logica divina. E anche lo splendore della forma li rende oggi affascinanti. Gregorio ricevette, a motivo di questi discorsi, l’appellativo di «teologo». Così viene chiamato nella Chiesa ortodossa: il «teologo». E questo perché la teologia per lui non è una riflessione puramente umana, o ancor meno frutto soltanto di complicate speculazioni, ma deriva da una vita di preghiera e di santità, da un dialogo assiduo con Dio. E proprio così fa apparire alla nostra ragione la realtà di Dio, il mistero trinitario. Nel silenzio contemplativo, intriso di stupore davanti alle meraviglie del mistero rivelato, l’anima accoglie la bellezza e la gloria divina.

Mentre partecipava al secondo Concilio Ecumenico del 381, Gregorio fu eletto Vescovo di Costantinopoli, e assunse la presidenza del Concilio. Ma subito si scatenò contro di lui una forte opposizione, finché la situazione divenne insostenibile. Per un’anima così sensibile queste inimicizie erano insopportabili. Si ripeteva quello che Gregorio aveva già lamentato precedentemente con parole accorate: «Abbiamo diviso Cristo, noi che tanto amavamo Dio e Cristo! Abbiamo mentito gli uni agli altri a motivo della Verità, abbiamo nutrito sentimenti di odio a causa dell’Amore, ci siamo divisi l’uno dall’altro!» (Discorso 6,3). Si giunse così, in un clima di tensione, alle sue dimissioni. Nella cattedrale affollatissima Gregorio pronunciò un discorso di addio di grande effetto e dignità (cfr Discorso 42). Concludeva il suo accorato intervento con queste parole: «Addio, grande città, amata da Cristo … Figli miei, vi supplico, custodite il deposito [della fede] che vi è stato affidato (cfr 1 Tm 6,20), ricordatevi delle mie sofferenze (cfr Col 4,18). Che la grazia del nostro Signore Gesù Cristo sia con tutti voi» (cfr Discorso 42,27).

Ritornò a Nazianzo, e per circa due anni si dedicò alla cura pastorale di quella comunità cristiana. Poi si ritirò definitivamente in solitudine nella vicina Arianzo, la sua terra natale, dedicandosi allo studio e alla vita ascetica. In questo periodo compose la maggior parte della sua opera poetica, soprattutto autobiografica: le Poesie sulla sua vita, una rilettura in versi del proprio cammino umano e spirituale, cammino esemplare di un cristiano sofferente, di un uomo di grande interiorità in un mondo pieno di conflitti. È un uomo che ci fa sentire il primato di Dio, e perciò parla anche a noi, a questo nostro mondo: senza Dio l’uomo perde la sua grandezza, senza Dio non c’è vero umanesimo. Ascoltiamo perciò questa voce e cerchiamo di conoscere anche noi il volto di Dio. In una delle sue poesie aveva scritto, rivolgendosi a Dio: «Sii benigno, Tu, l’Aldilà di tutto» (Poesie [dogmatiche] 1,1,29). E nel 390 Dio accoglieva tra le sue braccia questo servo fedele, che con acuta intelligenza l’aveva difeso negli scritti, e che con tanto amore l’aveva cantato nelle sue poesie.

LA STRAGE DEGLI INNOCENTI

  • 256. Intanto Erode aspettava il ritorno dei Magi. Ma, come i gior­ni passavano e nessuno compariva, dovette sospettare che il suo piano non era stato abbastanza astuto, e che invece di temere le beffe dei Gerosolimitani e di fare assegnamento sull’inconscia cooperazio­ne dei Magi, avrebbe fatto meglio a spedire con loro quattro dei suoi scherani che lo liberassero subito da ogni apprensione. Quando l’in­certezza divenne certezza, l’uomo ritrovò se stesso e, in uno di quegli scoppi d’ira che precedevano abitualmente i suoi ordini di stragi, pre­se una decisione tipicamente erodiana: inviò l’ordine di uccidere tut­ti i bambini minori di due anni che si trovavano a Eethlehem e nel territorio da essa dipendente. Nel fissare questo termine di due anni egli si era basato su ciò che gli avevano detto i Magi riguardo al tempo dell’apparizione della stella, e partendo di là aveva fatto i suoi calcoli con molta abbondanza per esser sicuro che questa volta il bambino non gli sfuggisse (§173). E invece il bambino gli sfuggì; perché il neonato di Beth-lehem, an­che se non aveva a suo servizio la polizia segreta di Erode, aveva attorno a sé quei cortigiani celestiali che già avevano prestato servizio per la prima volta la notte della sua nascita. Prima che arrivas­sero gli scherani di Erode, un angelo apparve in sogno a Giuseppe e gli disseAlzati! Prendi con te il bambino e la madre di lui e fuggi in Egitto, e sta’ là fino a che te lo dica (io); giacché Erode sta per cercare il bambino per farlo perire (Matteo,2, 13). L’ordine non ammetteva indugi. In quella notte stessa Giuseppe si mise in viaggio, per la strada opposta a quella di Gerusalemme, alla volta dell’Egit­to: questa regione in cui la famiglia di Abramo era diventata na­zione, e che lungo i secoli era stata sempre un luogo di scampo per i discendenti di Abramo insediati in Palestina, ricoverava adesso quel “primo e ultimo” fra i discendenti di Abramo. Nel tempo che i tre fuggiaschi, accompagnati forse dal solito asinello, si fermavano a Hebron o a Beersheva per fare qualche provvista onde affrontare il deserto, si stava eseguendo a Beth-lehem l’ordine di Erode. I bam­bini da due anni in giù vi furono tutti scannati.

§ 257. Quante saranno state le vittime? Partendo da un dato abba­stanza verosimile, che cioè Beth-lehem col suo territorio potesse con­tare poco più di 1000 abitanti, se ne conclude che circa 30 erano i bambini nati ivi ogni anno; quindi, in due anni, erano circa 60. Ma poiché i due sessi a un dipresso si equilibrano per numerosità ed Erode non aveva alcun motivo di far morire le femmine, gli esposti alla sua crudeltà furono soltanto una metà di neonati, cioè i 30 maschi. Tuttavia anche questa cifra probabilmente è troppo elevata, perché la mortalità infantile in Oriente è molto alta e buon numero di neonati non giunge ai due anni. Quindi le vittime saranno state circa da 20 a 25. La bestialissima strage, come già vedemmo (§ 10), è di un valore sto­rico incontestabile accordandosi perfettamente col carattere morale di Erode. Ma anche a Roma, se realmente Augusto ne fu informato come vorrebbe Macrobio nel passo già citato (§ 9), la notizia non dovette fare molta impressione, perché anche a Roma circolavano voci di un fatto simile riguardante Augusto stesso. Narra Svetonio (August., 94) che, pochi mesi prima della nascita di Augusto, avven­ne a Roma un portento il quale fu interpretato come preannunzio che stesse per nascere un re al popolo romano; il Senato, composto di tenaci repubblicani, ne fu spaventato, e per scongiurare la sventura d’una monarchia ordinò che nessun bambino nato in quell’anno fosse allevato e cresciuto: tuttavia quelli fra i senatori che avevano la moglie gravida, allentarono in quell’occasione la propria tenacia repubblicana, per il motivo quod ad se quisque spem traheret, e si adoperarono affinché l’ordine del Senato non passasse agli atti. Ora, sul carattere storico di questo episodio si potrà legittimamente dubitare: ma il fatto che a Roma circolasse tale voce raccolta da Svetonio, fa comprendere che se nell’Urbe arrivò la notizia della strage di Beth-lehem sarà stata accolta con sghignazzamenti, quasicché il vecchio monarca avesse ammazzato niente più che una venti­na di pulci. La realtà storica è questa: e non si poteva certo pre­tendere che i Quiriti, per una ventina di piccoli barbari scannati, si commovessero più che per centinaia dei loro propri figli che avevano corso un somigliante pericolo. Pochi mesi dopo la strage di Beth-lehem, l’aguzzino incoronato che l’aveva ordinata, già ridotto da qualche tempo a un ammasso di car­ni putrefatte, morì roso alle pudende dai vermi (cfr. Guerra giud., i, 656 segg.). Tuttavia la vera finezza della nemesi storica, più che nella sua morte, si ritrova nella sua sepoltura: essa ebbe luogo all’Herodìum dalla cui cima si vedeva il posto della grotta ov’era nato il suo temuto rivale e quello dov’erano stati sepolti i lattanti scannati. L’esser sepolto lì fu la sua vera inferia, non già quella cele­bratasi con tanta suntuosità e poi descritta con tanta ammirazione da Flavio Giuseppe (Guerra giud., I, 670-678). Oggi, esplorando con lo sguardo dall’alto dell’Herodium, non si scorgono che ruderi e desolazione di morte. Soltanto in direzione di Beth-lehem si vedono segni di vita.

I FEDELI, GERARCHIA, LAICI, VITA CONSACRATA

Paragrafo 4: I FEDELI – GERARCHIA, LAICI, VITA CONSACRATA

871

“I fedeli sono coloro che, essendo stati incorporati a Cristo mediante il Battesimo, sono costituiti Popolo di Dio e perciò, resi partecipi nel modo loro proprio dell’ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo, sono chiamati ad attuare, secondo la condizione propria di ciascuno, la missione che Dio ha affidato alla Chiesa da compiere nel mondo” [Codice di Diritto Canonico, 204, 1; cf Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 31].

872

“Fra tutti i fedeli, in forza della loro rigenerazione in Cristo, sussiste una vera uguaglianza nella dignità e nell’agire, e per tale uguaglianza tutti cooperano all’edificazione del Corpo di Cristo, secondo la condizione e i compiti propri di ciascuno” [Codice di Diritto Canonico, 208; cf Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 32].

873

Le differenze stesse che il Signore ha voluto stabilire fra le membra del suo Corpo sono in funzione della sua unità e della sua missione. Infatti “c’è nella Chiesa diversità di ministeri, ma unità di missione. Gli Apostoli e i loro successori hanno avuto da Cristo l’ufficio di insegnare, santificare, reggere in suo nome e con la sua autorità. Ma i laici, resi partecipi dell’ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo, nella missione di tutto il Popolo di Dio assolvono compiti propri nella Chiesa e nel mondo” [Conc. Ecum. Vat. II, Apostolicam actuositatem, 2]. Infine dai ministri sacri e dai laici “provengono fedeli i quali, con la professione dei consigli evangelici. . . sono consacrati in modo speciale a Dio e danno incremento alla missione salvifica della Chiesa” [Codice di Diritto Canonico, 207, 2].

I. La costituzione gerarchica della Chiesa

Perché il ministero ecclesiale?

874

E’ Cristo stesso l’origine del ministero nella Chiesa. Egli l’ha istituita, le ha dato autorità e missione, orientamento e fine:

Cristo Signore, per pascere e sempre più accrescere il Popolo di Dio, ha istituito nella sua Chiesa vari ministeri, che tendono al bene di tutto il corpo. I ministri infatti, che sono dotati di sacra potestà, sono a servizio dei loro fratelli, perché tutti coloro che appartengono al Popolo di Dio. . . arrivino alla salvezza [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 18].

875

“E come potranno credere, senza averne sentito parlare? E come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzi? E come lo annunzieranno, senza essere prima inviati?” ( Rm 10,14-15 ). Nessuno, né individuo né comunità, può annunziare a se stesso il Vangelo. “La fede dipende. . . dalla predicazione” ( Rm 10,17 ). Nessuno può darsi da sé il mandato e la missione di annunziare il Vangelo. L’inviato del Signore parla e agisce non per autorità propria, ma in forza dell’autorità di Cristo; non come membro della comunità, ma parlando ad essa in nome di Cristo. Nessuno può conferire a se stesso la grazia, essa deve essere data e offerta. Ciò suppone che vi siano ministri della grazia, autorizzati e abilitati da Cristo. Da lui i vescovi e i presbiteri ricevono la missione e la facoltà [la “sacra potestà”] di agire “in persona di Cristo Capo”, i diaconi la forza di servire il ppolo di Dio nella “diaconia” della liturgia, della parola e della carità, in comunione con il vescovo e il suo presbiterio. La tradizione della Chiesa chiama “sacramento” questo ministero, attraverso il quale gli inviati di Cristo compiono e danno per dono di Dio quello che da se stessi non possono né compiere né dare. Il ministero della Chiesa viene conferito mediante uno specifico sacramento.

876

Alla natura sacramentale del ministero ecclesiale è intrinsecamente legato il carattere di servizio. I ministri, infatti, in quanto dipendono interamente da Cristo, il quale conferisce missione e autorità, sono veramente “servi di Cristo”, [Cf Rm 1,1 ] ad immagine di lui che ha assunto liberamente per noi “la condizione di servo” ( Fil 2,7 ). Poiché la parola e la grazia di cui sono i ministri non sono le loro, ma quelle di Cristo che le ha loro affidate per gli altri, essi si faranno liberamente servi di tutti [Cf 1Cor 9,19 ].

877

Allo stesso modo, è proprio della natura sacramentale del ministero ecclesiale avere un carattere collegiale. Infatti il Signore Gesù, fin dall’inizio del suo ministero, istituì i Dodici, che “furono ad un tempo il seme del Nuovo Israele e l’origine della sacra gerarchia” [Conc. Ecum. Vat. II, Ad gentes, 5]. Scelti insieme, sono anche mandati insieme, e la loro unione fraterna sarà al servizio della comunione fraterna di tutti i fedeli; essa sarà come un riflesso e una testimonianza della comunione delle persone divine [Cf Gv 17,21-23 ]. Per questo ogni vescovo esercita il suo ministero in seno al collegio episcopale, in comunione col vescovo di Roma, successore di san Pietro e capo del collegio; i sacerdoti esercitano il loro ministero in seno al presbiterio della diocesi, sotto la direzione del loro vescovo.

878

Infine è proprio della natura sacramentale del ministero ecclesiale avere un carattere personale. Se i ministri di Cristo agiscono in comunione, agiscono però sempre anche in maniera personale. Ognuno è chiamato personalmente: “Tu seguimi” ( Gv 21,22 ) [Cf Mt 4,19; Mt 4,21; Gv 1,43 ] per essere, nella missione comune, testimone personale, personalmente responsabile davanti a colui che conferisce la missione, agendo “in Sua persona” e per delle persone: “Io ti battezzo nel nome del Padre. . . “; “Io ti assolvo. . . “.

879

Pertanto il ministero sacramentale nella Chiesa è un servizio esercitato in nome di Cristo. Esso ha un carattere personale e una forma collegiale. Ciò si verifica sia nei legami tra il collegio episcopale e il suo capo, il successore di san Pietro, sia nel rapporto tra la responsabilità pastorale del vescovo per la sua Chiesa particolare e la sollecitudine di tutto il collegio episcopale per la Chiesa universale.

Il collegio episcopale e il suo capo, il Papa

880

Cristo, istituì i Dodici “sotto la forma di un collegio o di un gruppo stabile, del quale mise a capo Pietro, scelto di mezzo a loro” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 19]. “Come san Pietro e gli altri Apostoli costituirono, per istituzione del Signore, un unico collegio apostolico, similmente il romano Pontefice, successore di Pietro, e i vescovi, successori degli Apostoli, sono tra loro uniti” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 19].

881

Del solo Simone, al quale diede il nome di Pietro, il Signore ha fatto la pietra della sua Chiesa. A lui ne ha affidato le chiavi; [Cf Mt 16,18-19 ] l’ha costituito pastore di tutto il gregge [Cf Gv 21,15-17 ]. “Ma l’incarico di legare e di sciogliere, che è stato dato a Pietro, risulta essere stato pure concesso al collegio degli Apostoli, unito col suo capo” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 22]. Questo ufficio pastorale di Pietro e degli altri Apostoli costituisce uno dei fondamenti della Chiesa; è continuato dai vescovi sotto il primato del Papa.

882

Il Papa, vescovo di Roma e successore di san Pietro, ” è il perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità sia dei vescovi sia della moltitudine dei fedeli” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 22]. “Infatti il romano Pontefice, in virtù del suo ufficio di vicario di Cristo e di pastore di tutta la Chiesa, ha sulla Chiesa la potestà piena, suprema e universale, che può sempre esercitare liberamente” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 22].

883

“Il collegio o corpo episcopale non ha. . . autorità, se non lo si concepisce insieme con il romano Pontefice. . ., quale suo capo”. Come tale, questo collegio “è pure soggetto di suprema e piena potestà su tutta la Chiesa: potestà che non può essere esercitata se non con il consenso del romano Pontefice” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 22; cf Codice di Diritto Canonico, 336].

884

“Il collegio dei vescovi esercita in modo solenne la potestà sulla Chiesa universale nel Concilio Ecumenico” [Codice di Diritto Canonico, 337, 1]. “Mai si ha Concilio Ecumenico, che come tale non sia confermato o almeno accettato dal successore di Pietro” [ Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 22].

885

” [Il collegio episcopale] in quanto composto da molti, esprime la varietà e l’universalità del popolo di Dio; in quanto raccolto sotto un solo capo, esprime l’unità del gregge di Cristo” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 22].

886

“I vescovi. . ., singolarmente presi, sono il principio visibile e il fondamento dell’unità nelle loro Chiese particolari” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 22]. In quanto tali “esercitano il loro pastorale governo sopra la porzione del Popolo di Dio che è stata loro affidata”, [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 22] coadiuvati dai presbiteri e dai diaconi. Ma, in quanto membri del collegio episcopale, ognuno di loro è partecipe della sollecitudine per tutte le Chiese, [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Christus Dominus, 3] e la esercita innanzi tutto “reggendo bene la propria Chiesa come porzione della Chiesa universale”, contribuendo così “al bene di tutto il Corpo mistico che è pure il corpo delle Chiese” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 23]. Tale sollecitudine si estenderà particolarmente ai poveri, [Cf Gal 2,10 ] ai perseguitati per la fede, come anche ai missionari che operano in tutta la terra.

887

Le Chiese particolari vicine e di cultura omogenea formano province ecclesiastiche o realtà più vaste chiamate patriarcati o regioni [Cf Canone degli Apostoli, 34]. I vescovi di questi raggruppamenti possono riunirsi in sinodi o in concilii provinciali. Così pure, le conferenze episcopali possono, oggi, contribuire in modo molteplice e fecondo a che “lo spirito collegiale si attui concretamente” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 23].

L’ufficio di insegnare

888

I vescovi, con i presbiteri, loro cooperatori, “hanno anzitutto il dovere di annunziare a tutti il Vangelo di Dio”, [Conc. Ecum. Vat. II, Presbyterorum ordinis, 4] secondo il comando del Signore [Cf Mc 16,15 ]. Essi sono “gli araldi della fede, che portano a Cristo nuovi discepoli, sono i dottori autentici” della fede apostolica, “rivestiti dell’autorità di Cristo” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 25].

889

Per mantenere la Chiesa nella purezza della fede trasmessa dagli Apostoli, Cristo, che è la Verità, ha voluto rendere la sua Chiesa partecipe della propria infallibilità. Mediante il “senso soprannaturale della fede”, il Popolo di Dio “aderisce indefettibilmente alla fede”, sotto la guida del Magistero vivente della Chiesa [Cf ibid., 12; Id. , Dei Verbum, 10].

890

La missione del Magistero è legata al carattere definitivo dell’Alleanza che Dio in Cristo ha stretto con il suo Popolo; deve salvaguardarlo dalle deviazioni e dai cedimenti, e garantirgli la possibilità oggettiva di professare senza errore l’autentica fede. Il compito pastorale del Magistero è quindi ordinato a vigilare affinché il Popolo di Dio rimanga nella verità che libera. Per compiere questo servizio, Cristo ha dotato i pastori del carisma d’infallibilità in materia di fede e di costumi. L’esercizio di questo carisma può avere parecchie modalità.

891

“Di questa infallibilità il romano Pontefice, capo del collegio dei vescovi, fruisce in virtù del suo ufficio, quando, quale supremo pastore e dottore di tutti i fedeli, che conferma nella fede i suoi fratelli, proclama con un atto definitivo una dottrina riguardante la fede o la morale. . . L’infallibilità promessa alla Chiesa risiede pure nel corpo episcopale, quando questi esercita il supremo Magistero col successore di Pietro” soprattutto in un Concilio Ecumenico [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 25; cf Concilio Vaticano I: Denz. -Schönm. , 3074]. Quando la Chiesa, mediante il suo Magistero supremo, propone qualche cosa “da credere come rivelato da Dio” [Conc. Ecum. Vat. II, Dei Verbum, 10] e come insegnamento di Cristo, “a tali definizioni si deve aderire con l’ossequio della fede” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 25]. Tale infallibilità abbraccia l’intero deposito della Rivelazione divina [Cf ibid].

892

L’assistenza divina è inoltre data ai successori degli Apostoli, che insegnano in comunione con il successore di Pietro, e, in modo speciale, al vescovo di Roma, pastore di tutta la Chiesa, quando, pur senza arrivare ad una definizione infallibile e senza pronunciarsi in “maniera definitiva”, propongono, nell’esercizio del Magistero ordinario, un insegnamento che porta ad una migliore intelligenza della Rivelazione in materia di fede e di costumi. A questo insegnamento ordinario i fedeli devono “aderire col religioso ossequio dello spirito” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 25] che, pur distinguendosi dall’ossequio della fede, tuttavia ne è il prolungamento.

L’ufficio di santificare

893

Il vescovo “è il dispensatore della grazia del supremo sacerdozio”, [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 25] specialmente nell’Eucaristia che egli stesso offre o di cui assicura l’offerta mediante i presbiteri, suoi cooperatori. L’Eucaristia, infatti, è il centro della vita della Chiesa particolare. Il vescovo e i presbiteri santificano la Chiesa con la loro preghiera e il loro lavoro, con il ministero della Parola e dei sacramenti. La santificano con il loro esempio, “non spadroneggiando sulle persone” loro “affidate”, ma facendosi “modelli del gregge” ( 1Pt 5,3 ), in modo che “possano, insieme col gregge loro affidato, giungere alla vita eterna” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 25].

L’ufficio di governare

894

“I vescovi reggono le Chiese particolari, come vicari e delegati di Cristo, col consiglio, la persuasione, l’esempio, ma anche con l’autorità e la sacra potestà”, [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 25] che però dev’essere da loro esercitata allo scopo di edificare, nello spirito di servizio che è proprio del loro Maestro [Cf Lc 22,26-27 ].

895

“Questa potestà che personalmente esercitano in nome di Cristo, è propria, ordinaria e immediata, quantunque il suo esercizio sia in definitiva regolato dalla suprema autorità della Chiesa” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 27]. Ma i vescovi non devono essere considerati come dei vicari del Papa, la cui autorità ordinaria e immediata su tutta la Chiesa non annulla quella dei vescovi, ma anzi la conferma e la difende. Tale autorità deve esercitarsi in comunione con tutta la Chiesa sotto la guida del Papa.

896

Il Buon Pastore sarà il modello e la “forma” dell’ufficio pastorale del vescovo. Cosciente delle proprie debolezze, “il vescovo può compatire quelli che sono nell’ignoranza o nell’errore. Non rifugga dall’ascoltare” coloro che dipendono da lui e “che cura come veri figli suoi. . . I fedeli poi devono aderire al vescovo come la Chiesa a Gesù Cristo e come Gesù Cristo al Padre”: [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 27]

Seguite tutti il vescovo, come Gesù Cristo [segue] il Padre, e il presbiterio come gli Apostoli; quanto ai diaconi, rispettateli come la legge di Dio. Nessuno compia qualche azione riguardante la Chiesa, senza il vescovo [Sant’Ignazio di Antiochia, Epistula ad Smyrnaeos, 8, 1].

II. I fedeli laici

897

“Col nome di laici si intendono qui tutti i fedeli a esclusione dei membri dell’ordine sacro e dello stato religioso riconosciuto dalla Chiesa, i fedeli cioè, che, dopo essere stati incorporati a Cristo col Battesimo e costituiti Popolo di Dio, e nella loro misura resi partecipi della funzione sacerdotale, profetica e regale di Cristo, per la loro parte compiono, nella Chiesa e nel mondo, la missione propria di tutto il popolo cristiano” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 31].

La vocazione dei laici

898

“Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il Regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio. . . A loro quindi particolarmente spetta di illuminare e ordinare tutte le realtà temporali, alle quali essi sono strettamente legati, in modo che sempre siano fatte secondo Cristo, e crescano e siano di lode al Creatore e al Redentore” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 31].

899

L’iniziativa dei cristiani laici è particolarmente necessaria quando si tratta di scoprire, di ideare mezzi per permeare delle esigenze della dottrina e della vita cristiana le realtà sociali, politiche ed economiche. Questa iniziativa è un elemento normale della vita della Chiesa:

I fedeli laici si trovano sulla linea più avanzata della vita della Chiesa; grazie a loro, la Chiesa è il principio vitale della società. Per questo essi soprattutto devono avere una coscienza sempre più chiara non soltanto di appartenere alla Chiesa, ma di essere la Chiesa, cioè la comunità dei fedeli sulla terra sotto la guida dell’unico capo, il Papa, e dei vescovi in comunione con lui. Essi sono la Chiesa [Pio XII, discorso del 20 febbraio 1946: citato da Giovanni Paolo II, Esort. ap. Christifideles laici, 9].

900

I laici, come tutti i fedeli, in virtù del Battesimo e della Confermazione, ricevono da Dio l’incarico dell’apostolato; pertanto hanno l’obbligo e godono del diritto, individualmente o riuniti in associazioni, di impegnarsi affinché il messaggio divino della salvezza sia conosciuto e accolto da tutti gli uomini e su tutta la terra; tale obbligo è ancora più pressante nei casi in cui solo per mezzo loro gli uomini possono ascoltare il Vangelo e conoscere Cristo. Nelle comunità ecclesiali, la loro azione è così necessaria che, senza di essa, l’apostolato dei pastori, la maggior parte delle volte, non può raggiungere il suo pieno effetto [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 33].

La partecipazione dei laici all’ufficio sacerdotale di Cristo

901

“I laici, essendo dedicati a Cristo e consacrati dallo Spirito Santo, sono in modo mirabile chiamati e istruiti perché lo Spirito produca in essi frutti sempre più copiosi. Tutte infatti le opere, le preghiere e le iniziative apostoliche, la vita coniugale e familiare, il lavoro giornaliero, il sollievo spirituale e corporale, se sono compiute nello Spirito, e persino le molestie della vita se sono sopportate con pazienza, diventano “sacrifici spirituali graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo” ( 1Pt 2,5 ); e queste cose nella celebrazione dell’Eucaristia sono piissimamente offerte al Padre insieme all’oblazione del Corpo del Signore. Così anche i laici, operando santamente dappertutto come adoratori, consacrano a Dio il mondo stesso” [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 33].

902

In modo particolare i genitori partecipano all’ufficio di santificazione “conducendo la vita coniugale secondo lo spirito cristiano e attendendo all’educazione cristiana dei figli” [Codice di Diritto Canonico, 835, 4].

903

I laici, se hanno le doti richieste, possono essere assunti stabilmente ai ministeri di lettori e di accoliti [Cf ibid., 230, 1]. “Ove le necessità della Chiesa lo suggeriscano, in mancanza di ministri, anche i laici, pur senza essere lettori o accoliti, possono supplire alcuni dei loro uffici, cioè esercitare il ministero della Parola, presiedere alle preghiere liturgiche, amministrare il Battesimo e distribuire la sacra Comunione, secondo le disposizioni del diritto” [Cf ibid., 230, 1].

La loro partecipazione all’ufficio profetico di Cristo

904

“Cristo. . . adempie la sua funzione profetica. . . non solo per mezzo della gerarchia. . . ma anche per mezzo dei laici, che perciò costituisce suoi testimoni” dotandoli “del senso della fede e della grazia della parola”: [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 35]

Istruire qualcuno per condurlo alla fede è il compito di ogni predicatore e anche di ogni credente [ San Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, III, 71, 4, ad 3].

905

I laici compiono la loro missione profetica anche mediante l’evangelizzazione, cioè con l’annunzio di Cristo “fatto con la testimonianza della vita e con la parola”. Questa azione evangelizzatrice ad opera dei laici “acquista una certa nota specifica e una particolare efficacia, dal fatto che viene compiuta nelle comuni condizioni del secolo”: [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 35]

Tale apostolato non consiste nella sola testimonianza della vita: il vero apostolo cerca le occasioni per annunziare Cristo con la parola, sia ai credenti… sia agli infedeli [Conc. Ecum. Vat. II, Apostolicam actuositatem, 6; cf Id., Ad gentes, 15].

906

Tra i fedeli laici coloro che ne sono capaci e che vi si preparano possono anche prestare la loro collaborazione alla formazione catechistica, [Cf Codice di Diritto Canonico, 774; 776; 780] all’insegna gnamento delle scienze sacre, [Cf ibid. , 229] ai mezzi di comunicazione sociale [Cf ibid., 823, 1].

907

“In modo proporzionato alla scienza, alla competenza e al prestigio di cui godono, essi hanno il diritto, e anzi talvolta anche il dovere, di manifestare ai sacri pastori il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa; e di renderlo noto agli altri fedeli, salva restando l’integrità della fede e dei costumi e il rispetto verso i pastori, tenendo inoltre presente l’utilità comune e la dignità della persona” [Cf ibid., 823, 1].

La loro partecipazione all’ufficio regale di Cristo

908

Mediante la sua obbedienza fino alla morte, [Cf Fil 2,8-9 ] Cristo ha comunicato ai suoi discepoli il dono della libertà regale, “perché con l’abnegazione di sé e la vita santa vincano in se stessi il regno del peccato” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 36].

Colui che sottomette il proprio corpo e governa la sua anima senza lasciarsi sommergere dalle passioni è padrone di sé: può essere chiamato re perché è capace di governare la propria persona; è libero e indipendente e non si lascia imprigionare da una colpevole schiavitù [Sant’Ambrogio, Expositio Psalmi CXVIII, 14, 30: PL 15, 1403A].

909

“Inoltre i laici, anche mettendo in comune la loro forza, risanino le istituzioni e le condizioni di vita del mondo, se ve ne sono che spingano i costumi al peccato, così che tutte siano rese conformi alle norme della giustizia e, anziché ostacolare, favoriscano l’esercizio delle virtù. Così agendo impregneranno di valore morale la cultura e i lavori dell’uomo” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 36].

910

“I laici possono anche sentirsi chiamati o essere chiamati a collaborare con i loro pastori nel servizio della comunità ecclesiale, per la crescita e la vitalità della medesima, esercitando ministeri diversissimi, secondo la grazia e i carismi che il Signore vorrà loro dispensare” [Paolo VI, Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 73].

911

Nella Chiesa, “i fedeli possono cooperare a norma del diritto all’esercizio della potestà di governo” [Codice di Diritto Canonico, 129, 2] e questo mediante la loro presenza nei Concili particolari, [Cf ibid., 443, 4] nei Sinodi diocesani, [Cf ibid. , 463, 1. 2] nei Consigli pastorali; [Cf ibid., 511; 536] nell’esercizio della cura pastorale di una parrocchia; [Cf ibid., 517, 2] nella collaborazione ai Consigli degli affari economici; [Cf ibid., 492, 1; 536] nella partecipazione ai tribunali ecclesiastici [Cf ibid., 1421, 2].

912

I fedeli devono “distinguere accuratamente tra i diritti e i doveri, che loro incombono in quanto sono aggregati alla Chiesa, e quelli che loro competono in quanto membri della società umana. Cerchino di metterli in armonia, ricordandosi che in ogni cosa temporale devono essere guidati dalla coscienza cristiana, poiché nessuna attività umana, neanche in materia temporale, può essere sottratta al dominio di Dio” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 36].

913

“Così ogni laico, in ragione degli stessi doni ricevuti, è un testimone e insieme uno strumento vivo della missione della Chiesa stessa “secondo la misura del dono di Cristo” ( Ef 4,7 )” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 36].

III. La vita consacrata

914

“Lo stato [di vita] che è costituito dalla professione dei consigli evangelici, pur non appartenendo alla struttura gerarchica della Chiesa, interessa tuttavia indiscutibilmente alla sua vita e alla sua santità” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 36].

Consigli evangelici, vita consacrata

915

I consigli evangelici, nella loro molteplicità, sono proposti ad ogni discepolo di Cristo. La perfezione della carità, alla quale tutti i fedeli sono chiamati, comporta per coloro che liberamente accolgono la vocazione alla vita consacrata, l’obbligo di praticare la castità nel celibato per il Regno, la povertà e l’obbedienza. E’ la professione di tali consigli, in uno stato di vita stabile riconosciuto dalla Chiesa, che caratterizza la “vita consacrata” a Dio [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 42-43; Id. , Perfectae caritatis, 1].

916

Lo stato di vita consacrata appare quindi come uno dei modi di conoscere una consacrazione “più intima”, che si radica nel Battesimo e dedica totalmente a Dio [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Perfectae caritatis, 5]. Nella vita consacrata, i fedeli di Cristo si propongono, sotto la mozione dello Spirito Santo, di seguire Cristo più da vicino, di donarsi a Dio amato sopra ogni cosa e, tendendo alla perfezione della carità a servizio del Regno, di significare e annunziare nella Chiesa la gloria del mondo futuro [Cf Codice di Diritto Canonico, 573].

Un grande albero dai molti rami

917

“Come in un albero piantato da Dio e in un modo mirabile e molteplice ramificatosi nel campo del Signore, sono cresciute varie forme di vita solitaria o comune e varie famiglie, che si sviluppano sia per il profitto dei loro membri, sia per il bene di tutto il Corpo di Cristo” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 43].

918

“Fin dai primi tempi della Chiesa vi furono uomini e donne che per mezzo della pratica dei consigli evangelici intesero seguire Cristo con maggiore libertà e imitarlo più da vicino e condussero, ciascuno a loro modo, una vita consacrata a Dio. Molti di essi, dietro l’impulso dello Spirito Santo, o vissero una vita solitaria o fondarono famiglie religiose, che la Chiesa con la sua autorità volentieri accolse e approvò” [Conc. Ecum. Vat. II, Perfectae caritatis, 1].

919

I vescovi si premureranno sempre di discernere i nuovi doni della vita consacrata affidati dallo Spirito Santo alla sua Chiesa; l’approvazione di nuove forme di vita consacrata è riservata alla Sede Apostolica [Cf Codice di Diritto Canonico, 605].

La vita eremitica

920

Senza professare sempre pubblicamente i tre consigli evangelici, gli eremiti, “in una più rigorosa separazione dal mondo, nel silenzio della solitudine e nella continua preghiera e nella penitenza, dedicano la propria vita alla lode di Dio e alla salvezza del mondo” [Codice di Diritto Canonico, 603, 1].

921

Essi indicano a ciascuno quell’aspetto interiore del mistero della Chiesa che è l’intimità personale con Cristo. Nascosta agli occhi degli uomini, la vita dell’eremita è predicazione silenziosa di colui al quale ha consegnato la sua vita, poiché egli è tutto per lui. E’ una chiamata particolare a trovare nel deserto, proprio nel combattimento spirituale, la gloria del Crocifisso.

Le vergini e le vedove consacrate

922

Fin dai tempi apostolici, ci furono vergini e vedove cristiane che, chiamate dal Signore a dedicarsi esclusivamente a lui [Cf 1Cor 7,34-36 ] in una maggiore libertà di cuore, di corpo e di spirito, hanno preso la decisione, approvata dalla Chiesa, di vivere rispettivamente nello stato di verginità o di castità perpetua “per il Regno dei cieli” ( Mt 19,12 ).

923

“Emettendo il santo proposito di seguire Cristo più da vicino, [le vergini] dal vescovo diocesano sono consacrate a Dio secondo il rito liturgico approvato e, unite in mistiche nozze a Cristo Figlio di Dio, si dedicano al servizio della Chiesa” [Codice di Diritto Canonico, 604, 1]. Mediante questo rito solenne, [Consecratio virginum] “la vergine è costituita persona consacrata” quale “segno trascendente dell’amore della Chiesa verso Cristo, immagine escatologica della Sposa celeste e della vita futura” [Pontificale romano, Consacrazione delle vergini, Premesse, 1].

924

“Assimilato alle altre forme di vita consacrata”, [Codice di Diritto canonico, 604, 1] l’ordine delle vergini stabilisce la donna che vive nel mondo (o la monaca) nella preghiera, nella penitenza, nel servizio dei fratelli e nel lavoro apostolico, secondo lo stato e i rispettivi carismi offerti ad ognuna [Pontificale romano, Consacrazione delle vergini, Premesse, 2]. Le vergini consacrate possono associarsi al fine di mantenere più fedelmente il loro proposito [Cf Codice di Diritto Canonico, 604, 2].

La vita religiosa

925

Nata in Oriente nei primi secoli del cristianesimo [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Unitatis redintegratio, 15] e continuata negli istituti canonicamente eretti dalla Chiesa, [Cf Codice di Diritto Canonico, 573] la vita religiosa si distingue dalle altre forme di vita consacrata per l’aspetto cultuale, la professione pubblica dei consigli evangelici, la vita fraterna condotta in comune, la testimonianza resa all’unione di Cristo e della Chiesa [Cf Codice di Diritto Canonico, 607].

926

La vita religiosa sgorga dal mistero della Chiesa. E’ un dono che la Chiesa riceve dal suo Signore e che essa offre come uno stato di vita stabile al fedele chiamato da Dio nella professione dei consigli. Così la Chiesa può manifestare Cristo e insieme riconoscersi Sposa del Salvatore. Alla vita religiosa, nelle sue molteplici forme, è chiesto di esprimere la carità stessa di Dio, nel linguaggio del nostro tempo.

927

Tutti i religiosi, esenti o no, [Cf ibid. , 591] sono annoverati fra i cooperatori del vescovo diocesano nel suo ufficio pastorale [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Christus Dominus, 33-35]. La fondazione e l’espansione missionaria della Chiesa richiedono la presenza della vita religiosa in tutte le sue forme fin dagli inizi dell’evangelizzazione [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Ad gentes, 18; 40]. “La storia attesta i grandi meriti delle famiglie religiose nella propagazione della fede e nella formazione di nuove Chiese, dalle antiche istituzioni monastiche e dagli Ordini medievali fino alle moderne Congregazioni” [Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptoris missio, 69].

Gli istituti secolari

928

“L’Istituto secolare è un istituto di vita consacrata in cui i fedeli, vivendo nel mondo, tendono alla perfezione della carità e si impegnano per la santificazione del mondo, soprattutto operando all’interno di esso” [Codice di Diritto Canonico, 710].

929

Mediante una “vita perfettamente e interamente consacrata a [tale] santificazione”, [Pio XII, Cost. ap. Provida Mater] i membri di questi istituti “partecipano della funzione evangelizzatrice della Chiesa”, “nel mondo e dal mondo”, in cui la loro presenza agisce “come un fermento” [Conc. Ecum. Vat. II, Perfectae caritatis, 11]. La loro testimonianza di vita cristiana mira a ordinare secondo Dio le realtà temporali e vivificare il mondo con la forza del Vangelo. Essi assumono con vincoli sacri i consigli evangelici e custodiscono tra loro la comunione e la fraternità che sono proprie al loro modo di vita secolare [Cf Codice di Diritto Canonico, 713, 2].

Le società di vita apostolica

930

Alle diverse forme di vita consacrata “sono assimilate le società di vita apostolica i cui membri, senza i voti religiosi, perseguono il fine apostolico proprio della società e, conducendo vita fraterna in comunità secondo un proprio stile, tendono alla perfezione della carità mediante l’osservanza delle costituzioni. Fra queste vi sono società i cui membri assumono i consigli evangelici”, secondo le loro costituzioni [Codice di Diritto Canonico, 731, 1. 2].

Consacrazione e missione: annunziare il Re che viene

931

Consegnato a Dio sommamente amato, colui che già era stato votato a lui dal Battesimo, si trova in tal modo più intimamente consacrato al servizio divino e dedito al bene della Chiesa. Con lo stato di consacrazione a Dio, la Chiesa manifesta Cristo e mostra come lo Spirito Santo agisca in essa in modo mirabile. Coloro che professano i consigli evangelici hanno, dunque, come prima missione, quella di vivere la loro consacrazione. Ma “dal momento che si dedicano al servizio della Chiesa in forza della stessa consacrazione, sono tenuti all’obbligo di prestare l’opera loro in modo speciale nell’azione missionaria, con lo stile proprio dell’Istituto” [Codice di Diritto Canonico, 731, 1. 2].

932

Nella Chiesa che è come il sacramento, cioè il segno e lo strumento della vita di Dio, la vita consacrata appare come un segno particolare del mistero della Redenzione. Seguire e imitare Cristo “più da vicino”, manifestare “più chiaramente” il suo annientamento, significa trovarsi “più profondamente” presenti, nel cuore di Cristo, ai propri contemporanei. Coloro, infatti, che camminano in questa via “più stretta” stimolano con il proprio esempio i loro fratelli e “testimoniano in modo splendido che il mondo non può essere trasfigurato e offerto a Dio senza lo spirito delle beatitudini” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 31].

933

Che tale testimonianza, sia pubblica, come nello stato religioso, oppure più discreta, o addirittura segreta, la venuta di Cristo rimane per tutti i consacrati l’origine e l’orientamento della loro vita:

Poiché il Popolo di Dio non ha qui città permanente,. . . lo stato religioso. . . rende visibile per tutti i credenti la presenza, già in questo mondo, dei beni celesti; meglio testimonia la vita nuova ed eterna acquistata dalla Redenzione di Cristo, e meglio preannunzia la futura risurrezione e la gloria del Regno celeste” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 31].

In sintesi

934

“Per istituzione divina vi sono nella Chiesa i ministri sacri, che nel diritto sono chiamati anche chierici; gli altri fedeli poi sono chiamati anche laici. Dagli uni e dagli altri provengono fedeli i quali, con la professione dei consigli evangelici. . . sono consacrati in modo speciale a Dio e danno incremento alla missione salvifica della Chiesa” [Codice di Diritto Canonico, 207, 1. 2].

935

Per annunziare la fede e instaurare il suo Regno, Cristo invia i suoi Apostoli e i loro successori. Li rende partecipi della sua missione. Da lui ricevono il potere di agire in sua persona.

936

Il Signore ha fatto di san Pietro il fondamento visibile della sua Chiesa. A lui ne ha affidato le chiavi. Il vescovo della Chiesa di Roma, suc cessore di san Pietro, è “capo del collegio dei vescovi, vicario di Cristo e pastore qui in terra della Chiesa universale” [Codice di Diritto Canonico, 207, 1. 2].

937

Il Papa “è per divina istituzione rivestito di un potere supremo, pieno, immediato e universale per il bene delle anime” [Conc. Ecum. Vat. II, Christus Dominus, 2].

938

I vescovi, costituiti per mezzo dello Spirito Santo, succedono agli Apostoli. “Singolarmente presi, sono il principio visibile e il fondamento dell’unità nelle loro Chiese particolari” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 23].

939

Aiutati dai presbiteri, loro cooperatori, e dai diaconi, i vescovi hanno l’ufficio di insegnare autenticamente la fede, di celebrare il culto divino, soprattutto l’Eucarestia, e di guidare la loro Chiesa da veri pastori. E’ inerente al loro ufficio anche la sollecitudine per tutte le Chiese, con il Papa e sotto di lui.

940

I laici, essendo proprio del loro stato che “vivano nel mondo e in mezzo agli affari secolari, sono chiamati da Dio affinché, ripieni di spirito cristiano, a modo di fermento esercitino nel mondo il loro apostolato” [Conc. Ecum. Vat. II, Apostolicam actuositatem, 2].

941

I laici partecipano al sacerdozio di Cristo: sempre più uniti a lui, dispiegano la grazia del Battesimo e della Confermazione in tutte le dimensioni della vita personale, familiare, sociale ed ecclesiale, e realizzano così la chiamata alla santità rivolta a tutti i battezzati.

942

Grazie alla loro missione profetica, “i laici sono chiamati anche ad essere testimoni di Cristo in mezzo a tutti, e cioè pure in mezzo alla società umana” [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 43].

943

Grazie alla loro missione regale, i laici hanno il potere di vincere in se stessi e nel mondo il regno del peccato con l’abnegazione di sé e la santità della loro vita [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 36].

944

La vita consacrata a Dio si caratterizza mediante la professione pubblica dei consigli evangelici di povertà, castità e obbedienza in uno stato di vita stabile riconosciuto dalla Chiesa.

945

Consegnato a Dio sommamente amato, colui che era già stato destinato a lui dal Battesimo, si trova, nello stato di vita consacrata, più intimamente votato al servizio divino e dedito al bene di tutta la Chiesa.

DEUS CARITAS EST

AUDIOLINK AI CONTENUTI AUDIO DI QUESTO TEMA

 

UNA PAROLA PER TE: il capitolo 18 del Vangelo secondo Giovanni:

Vangelo secondo Giovanni – 18

1Dopo aver detto queste cose, Gesù uscì con i suoi discepoli al di là del torrente Cedron, dove c’era un giardino, nel quale entrò con i suoi discepoli. 2Anche Giuda, il traditore, conosceva quel luogo, perché Gesù spesso si era trovato là con i suoi discepoli. 3Giuda dunque vi andò, dopo aver preso un gruppo di soldati e alcune guardie fornite dai capi dei sacerdoti e dai farisei, con lanterne, fiaccole e armi. 4Gesù allora, sapendo tutto quello che doveva accadergli, si fece innanzi e disse loro: «Chi cercate?». 5Gli risposero: «Gesù, il Nazareno». Disse loro Gesù: «Sono io!». Vi era con loro anche Giuda, il traditore. 6Appena disse loro «Sono io», indietreggiarono e caddero a terra. 7Domandò loro di nuovo: «Chi cercate?». Risposero: «Gesù, il Nazareno». 8Gesù replicò: «Vi ho detto: sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano», 9perché si compisse la parola che egli aveva detto: «Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato». 10Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori, colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l’orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. 11Gesù allora disse a Pietro: «Rimetti la spada nel fodero: il calice che il Padre mi ha dato, non dovrò berlo?».
12Allora i soldati, con il comandante e le guardie dei Giudei, catturarono Gesù, lo legarono 13e lo condussero prima da Anna: egli infatti era suocero di Caifa, che era sommo sacerdote quell’anno. 14Caifa era quello che aveva consigliato ai Giudei: «È conveniente che un solo uomo muoia per il popolo».
15Intanto Simon Pietro seguiva Gesù insieme a un altro discepolo. Questo discepolo era conosciuto dal sommo sacerdote ed entrò con Gesù nel cortile del sommo sacerdote. 16Pietro invece si fermò fuori, vicino alla porta. Allora quell’altro discepolo, noto al sommo sacerdote, tornò fuori, parlò alla portinaia e fece entrare Pietro. 17E la giovane portinaia disse a Pietro: «Non sei anche tu uno dei discepoli di quest’uomo?». Egli rispose: «Non lo sono». 18Intanto i servi e le guardie avevano acceso un fuoco, perché faceva freddo, e si scaldavano; anche Pietro stava con loro e si scaldava.
19Il sommo sacerdote, dunque, interrogò Gesù riguardo ai suoi discepoli e al suo insegnamento. 20Gesù gli rispose: «Io ho parlato al mondo apertamente; ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove tutti i Giudei si riuniscono, e non ho mai detto nulla di nascosto. 21Perché interroghi me? Interroga quelli che hanno udito ciò che ho detto loro; ecco, essi sanno che cosa ho detto». 22Appena detto questo, una delle guardie presenti diede uno schiaffo a Gesù, dicendo: «Così rispondi al sommo sacerdote?». 23Gli rispose Gesù: «Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male. Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?». 24Allora Anna lo mandò, con le mani legate, a Caifa, il sommo sacerdote.
25Intanto Simon Pietro stava lì a scaldarsi. Gli dissero: «Non sei anche tu uno dei suoi discepoli?». Egli lo negò e disse: «Non lo sono». 26Ma uno dei servi del sommo sacerdote, parente di quello a cui Pietro aveva tagliato l’orecchio, disse: «Non ti ho forse visto con lui nel giardino?». 27Pietro negò di nuovo, e subito un gallo cantò.
28Condussero poi Gesù dalla casa di Caifa nel pretorio. Era l’alba ed essi non vollero entrare nel pretorio, per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua. 29Pilato dunque uscì verso di loro e domandò: «Che accusa portate contro quest’uomo?». 30Gli risposero: «Se costui non fosse un malfattore, non te l’avremmo consegnato». 31Allora Pilato disse loro: «Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra Legge!». Gli risposero i Giudei: «A noi non è consentito mettere a morte nessuno». 32Così si compivano le parole che Gesù aveva detto, indicando di quale morte doveva morire.
33Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: «Sei tu il re dei Giudei?». 34Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». 35Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?». 36Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». 37Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». 38Gli dice Pilato: «Che cos’è la verità?».
E, detto questo, uscì di nuovo verso i Giudei e disse loro: «Io non trovo in lui colpa alcuna. 39Vi è tra voi l’usanza che, in occasione della Pasqua, io rimetta uno in libertà per voi: volete dunque che io rimetta in libertà per voi il re dei Giudei?». 40Allora essi gridarono di nuovo: «Non costui, ma Barabba!». Barabba era un brigante.

BEATA VERGINE MADONNA DELLA PIAZZA

Veglia di preghiera in Cattedrale

Beata Vergine Madonna della Piazza

13 novembre 1993

Omelia

«Non hanno più vino»; in un’altra occasione sarebbe stato un inconveniente secondario, ma in uno sposalizio è qualche cosa di grave perché la festa di nozze è fatta per gioire, per rallegrarsi e il vino ne diventa il simbolo delle nozze, il simbolo della gioia.

Secondo il salmo il Signore ha donato il vino agli uomini perché rallegri il nostro cuore e quindi ci sta bene, è al suo posto il vino nella festa di nozze. E invece viene a mancare il vino.

L’atteggiamento di Maria è delicatissimo. Anzitutto si rende conto di quello che sta succedendo e questo è fondamentalmente il segno di una sensibilità femminile che sa vedere le cose, l’ambiente, che sa rendersi conto del turbamento delle cose che stanno accadendo intorno.

Poi presenta la situazione a suo Figlio: «Non hanno più vino». Dice semplicemente così, con discrezione. Poi quella parola al servi, che voglio meditare: «Fate quello che vi dirà».

Vuol dire: ci sono rimaste solo sei giare di pietra; e c’è rimasta per essere messa nelle giare solo dell’acqua. Acqua vuol dire qualcosa di straordinariamente importante per la vita, ma che lì non ha senso. L’acqua è insipida, senza sapore, non può certamente trasmettere la gioia, non può essere al suo posto in una festa di nozze.

Eppure: «Fate quello che vi dirà». E il racconto del Vangelo vuol dire che l’atteggiamento di questi servi che obbediscono alle parole di Maria, e quindi obbediscono poi al comando del Signore, bene, questo è capace di trasmettere, di produrre la gioia.

Il brano termina con l’osservazione del capotavola che riconosce: «Hai conservato fino ad ora il vino buono». Il vino che viene portato in tavola è non solo buono, ma migliore di quello che c’era in precedenza.

Qual è il significato di questo brano? Beh, parliamo della vita.

La vita come vocazione alla gioia. Quando il Signore ha creato l’uomo l’ha creato proprio per questo e dentro al nostro cuore abbiamo una nostalgia invincibile di gioia.

Può capitare che nel corso della vita venga a mancare il vino. Può succedere che venga a mancare l’entusiasmo e che venga a mancare la speranza e che venga a mancare la fiducia. Può capitare nella vita che a un certo puntò il cammino della vita si faccia stanco e faticoso. Perdiamo la fiducia negli altri, perdiamo molte volte la fiducia in noi stessi perché siamo delusi dei nostri limiti, perdiamo il gusto di vivere.

E potrebbe essere quasi il ritratto della nostra condizione oggi. Abbiamo sperimentato delle delusioni e corriamo il rischio di perdere il gusto di andare avanti, corriamo il rischio della rassegnazione. Come diceva il Salmo:

«Quando le fondamenta sono scosse il giusto che cosa può fare?». Gli rimane solo una cosa da fare: scappare via. È la tentazione, è il rischio. E allora chiediamo al Vangelo che cosa ci è possibile fare ancora. Quando ci rimangono solo delle giare e dell’acqua.

La risposta è quella di Maria: «Fate quello che vi dirà!». Fate quello che vi dirà, vuol dire: Prendete la legge di Dio sul serio. È una legge che esige l’onestà, la giustizia? Bene, prendetela; fate quello che Lui vi dice. Vuol dire: prendete il Vangelo. Il Vangelo vi chiede la gratuità, vi chiede la generosità del gesto di amore, vi chiede di aprire il cuore agli altri, di superare, quindi, quelle istintive diffidenze che molte volte ci portiamo dentro al cuore…

Fate quello che vi dirà. Anche questo cammino dell’amore fraterno, con la promessa che l’acqua diventa vino e diventa vino migliore di quello che c’era prima, che la vita che sembra diventata insipida può riacquistare valore e può diventare ancora più ricca, ancora più buona, ancora più capace di dare gioia di quella che avevo in precedenza.

Questo dicono le parole di Maria: Fate quello che vi dirà. E le dobbiamo prendere come parole a noi rivolte insieme e a ciascuno di noi nella condizione in cui si trova. Può darsi che il Signore ti dica di prendere la croce. Prendere la croce sembra esattamente agli antipodi rispetto alla gioia.

Io voglio la gioia e tu mi chiedi di prendere il sacrificio, la croce. Fate quello che vi dirà.

Anche la croce diventerà sorgente di consolazione e di gioia come il chicco di grano che gettato in terra marcisce, ma poi diventa sorgente di fecondità, di vita. Può darsi che il Signore ti chieda di perdonare. Come fare a perdonare? Alla fine ci rimetto io. Mi è stata fatta un’offesa: perché debbo essere il primo ad andare incontro e perdonare? Non interessa: Fate quello che vi dirà.

E può darsi che proprio con il tuo perdono tu riesca a vincere il male, che il bene che esce dal tuo cuore sia capace di sradicare la cattiveria, o l’invidia, o la mancanza di carità. O può darsi che il Signore ti chieda di amare i nemici. Ma è paradossale amare quelli che vogliono il mio male. Non interessa. È paradossale. Fate quello che vi dirà.

Era paradossale anche prendere dell’acqua e portarla in tavola. Era assolutamente senza senso. Fate quello che vi dirà. Può darsi che anche l’amore per i nemici diventi capace di redimere. Il Signore ha fatto questo: ci ha amato quando noi eravamo suoi avversari in questo modo ha redento la nostra vita. Fate quello che vi dirà; qualunque cosa vi venga chiesta dal Signore, anche il sacrificio, anche il perdono, anche l’amore per i nemici.

Di fatto quello che Maria dice lo ha compiuto Lei stessa per prima. Quando nei primi anni della sua vita ha avuto l’annunciazione, l’annuncio dell’angelo, Maria era una ragazza insignificante, povera, che viveva alla periferia rispetto al centro della, storia e della vita d’Israele, una ragazza socialmente senza valore, irrilevante.

A lei viene rivolta una parola del Signore: «Rallegrati, piena di grazia, il Signore è con te».

E questa parola le affida anche una missione. La missione di diventare la madre del Messia. Beh! Noi facciamo presto a dire che era evidente che Maria doveva e poteva dare una risposta positiva. Ma non è mica così chiaro!

Fossimo stati noi al posto di Maria? È così facile per noi dire di si quando il Signore ci mette davanti una vocazione e magari una vocazione alta e grande?

Ma quanto più è grande, tanto più ci fa paura. Tanto più abbiamo il timore che Dio ci porti verso una strada troppo pesante, troppo difficile. Avrà pur pensato così anche Maria. Si sarà pur resa conto che una vocazione così grande significava un impegno altrettanto grande.

E dovrà pure avere avuto un pochino di paura anche lei.

C’è da fidarsi della parola di Dio? Dove mi porterà?

Perché poi di fatto la parola del Signore che ha guidato Mafia non le ha mica fatto fare un cammino tutto rose e viole, tutto tranquillo. L’ha portata, Maria, fino ai piedi della croce. E credo che possa anche dire, Maria, ai piedi della croce, rivolgendosi a Dio: È qui che mi volevi portare? Fino allo strazio del perdere l’unica ricchezza che ho? È questo il cammino che Dio aveva proposto a Maria?

Proprio questo!

Un cammino di sofferenza, cammino di povertà anche dal punto di vista materiale, ma di povertà nel senso di non essere più padrona della propria vita e non poterne più fare quello che lei avrebbe pensato o desiderato.

Questo il Signore ha chiesto a Maria?

Eppure è proprio questo quello che rende la vita di Maria bella, che l’ha resa feconda di vita e di gioia, per lei e per noi. Avesse detto di no poteva stare tranquilla e quieta nel suo villaggio di Nazaret, sarebbe vissuta senza grandi traumi e senza grandi sofferenze, ma non avrebbe significato niente per noi e a noi sarebbe venuta meno quella speranza che viene proprio dal si di Maria, proprio dalla fecondità di Maria, dal Figlio che ha regalato al mondo.

Quello dunque che Maria chiede ai servi: “Fate quello che vi dirà”, l’ha compiuto lei per prima. E siccome Maria, lo abbiamo ormai imparato, è la figura della Chiesa, il simbolo della Chiesa, beh! In Lei dobbiamo rispecchiare noi stessi: noi come comunità cristiana.

Perché capita anche alla comunità cristiana di rimanere senza vino, capita anche ai cristiani di camminare e testimoniare la fede di fronte al mondo, e certamente capita alla comunità cristiana di fare i conti con i propri limiti.

Ci sono dei momenti in cui abbiamo chiarissima la percezione della nostra povertà interiore, che non siamo migliori degli altri, che siamo della povera gente, e questo a volte ci avvilisce, perché siamo rimasti solo con dell’acqua.

Eravamo partiti con del vino buono, anche con una buona gradazione, capace di dare un po’ alla testa, capace di dare un pochino di gioia, e ci troviamo solo con l’acqua.

Dobbiamo rassegnarci e abbandonare la partita, il gioco, la lotta?

NO! “Fate quello che vi dirà”.

Vuol dire: c’è ancora una parola del Signore per voi. E dove c’è una parola del Signore c’è un fondamento di speranza. C’è ancora qualcosa da fare. “Fate quello che vi dirà” nella convinzione che questa parola può essere esigente e faticosa, però è la parola che cambia la povertà di quello che abbiamo, della nostra vita insipida come l’acqua, incolore, insapore, la cambia in vino buono, in vino migliore di quello di prima.

Il vino che significa la gioia per noi, la gioia di tutti quelli in mezzo ai quali viviamo.

La vita di Maria è stata così: feconda per questa obbedienza al Signore. E tutti i momenti di desolazione, di prova che noi sperimentiamo, sono solo i momenti che dobbiamo ascoltare ancora una volta la parola di Maria e darle retta: “Fate quello che vi dirà”.

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.

MEDITAZIONI SUL VANGELO DI LUCA – 15

Diocesi di Reggio Emilia
Esercizi spirituali alle Religiose
Clarisse cappuccine di Correggio
(dal 27 Agosto al 1° Settembre 1993)

Meditazioni sul Vangelo di Luca

“Vi annunzio una grande gioia” (Lc 2, 10)

Fonte Sussidi Biblici n. 44 – 45. Edizione San Lorenzo, Reggio Emilia Agosto 1994

Meditazioni predicati da mons. Luciano Monari.

Documento ripreso dal Servizio Documentazione Diocesi Piacenza-Bobbio.

Quarto Giorno

30 Agosto 1993

Commento a Atti degli Apostoli 13, 23-25

«[23]Dalla discendenza di lui, secondo la promessa, Dio trasse per Israele un salvatore, Gesù. [24]Giovanni aveva preparato la sua venuta predicando un battesimo di penitenza a tutto il popolo d’Israele. [25]Diceva Giovanni sul finire della sua missione: Io non sono ciò che voi pensate che io sia! Ecco, viene dopo di me uno, al quale io non sono degno di sciogliere i sandali» (At 13, 23-25).

Il brano parla di Giovanni Battista, però è molto significativo che all’inizio e alla fine si parli di Gesù Cristo. Vuole dire che non è possibile capire Giovanni Battista se non rapportandolo a Cristo, il quale sta prima di Giovanni e dopo Giovanni.

Sta prima di Giovanni perché è detto: “Dalla discendenza di Davide, secondo la promessa, Dio trasse per Israele un salvatore, Gesù”; le radici della vita di Gesù sono antiche, risalgono a Davide e alle promesse che Dio aveva fatto a Davide attraverso il profeta Natan: aveva promesso una discendenza che sarebbe durata per sempre e questa discendenza si compie in Gesù Cristo: Gesù Cristo era dunque già presente nell’esperienza di Davide.

Quando il Battista viene, non fa che inserirsi dentro un progetto che è più antico di lui, annunciare il compimento di quello che era già stato predetto e prefigurato nei secoli precedenti.

Come ha fatto Giovanni il Battista a svolgere questa missione di compimento? In due modi:

1) Amministrando il battesimo di penitenza per tutti gli uomini; nonostante il popolo di Israele sia popolo di Dio, popolo di circoncisione (di persone che appartengono all’eredità di Abramo), ha ugualmente bisogno di conversione, di un cambiamento del cuore per potere accogliere la novità grande che è Gesù Cristo.

2) Giovanni dice: “Io non sono ciò che voi pensate che io sia”, quindi dà il battesimo e poi sposta l’attenzione da sé. Avrebbe potuto presentare se stesso come il Messia e gli avrebbero certamente creduto, ma Giovanni vuole invece allontanare l’attenzione della gente dalla sua persona per orientarla invece verso un’altra, Gesù.

Il vangelo di s. Giovanni esprime questa realtà con parole stupende:

«Cristo deve crescere io invece diminuire» (Gv 3, 30).

Bisogna che la mia figura scompaia, una volta che ho preparato la strada all’altro.

E, finalmente:

«Ecco, viene dopo di me uno al quale io non sono degno di sciogliere il legaccio del sandalo» (Gv 1, 27).

Viene dopo, e quindi potrebbe apparire come inferiore a Giovanni, invece nonostante venga dopo, in realtà è più grande come dignità.

Il motivo sta nel fatto che le sue radici sono antiche, risalgono a Davide, anzi, risalgono all’eternità stessa.

MEDITAZIONI SUL VANGELO DI LUCA – 14

Diocesi Reggio Emilia
Esercizi spirituali alle Religiose
Clarisse cappuccine di Correggio
(dal 27 Agosto al 1° Settembre 1993)

Meditazioni sul Vangelo di Luca. 3

“Vi annunzio una grande gioia” (Lc 2, 10)

Fonte Sussidi Biblici n. 44 – 45. Edizione San Lorenzo, Reggio Emilia Agosto 1994

Meditazioni predicati da mons. Luciano Monari.

Documento ripreso dal Servizio Documentazione Diocesi Piacenza-Bobbio

Terzo Giorno

29 Agosto 1993

Commento a 2 Ts 2, 13-14

«[13]Noi però dobbiamo rendere sempre grazie a Dio per voi, fratelli amati dal Signore, perché Dio vi ha scelti come primizia per la salvezza, attraverso l’opera santificatrice dello Spirito e la fede nella verità, [14]chiamandovi a questo con il nostro vangelo, per il possesso della gloria del Signore nostro Gesù Cristo» (2 Ts 2, 13-14).

È un brano molto sintetico e bisognerebbe analizzarlo quasi parola per parola.

Si rivolge a “voi” e chiama voi “fratelli amati dal Signore”; ci sono cioè due dimensioni fondamentali che definiscono la vostra vita: una è la dimensione verticale, quella dell’essere amati dal Signore, l’altra è quella orizzontale, di essere fratelli, uniti gli uni con gli altri da un vincolo di fraternità che nasce dall’amore che il Signore ha per voi.

Poi aggiunge: “Voi siete scelti da Dio” e “chiamati da Dio”: Dio vi ha scelti e vi ha chiamati. “Scelti” vuol dire che Dio vi ha voluto bene con un amore unico, ha guardato ciascuno di voi con un amore di predilezione, come se ciascuno di voi fosse unico davanti a lui, quindi con la globalità e la pienezza del suo amore.

“Chiamati”: nella vostra vita c’è un progetto, un itinerario che dovete realizzare quotidianamente. In che modo? “Siete stati scelti attraverso l’opera santificatrice dello Spirito e la fede nella verità”. Anche qui sono due dimensioni complementari della vita cristiana: da una parte lo Spirito Santo che vi santifica, cioè la forza della vita e dell’amore di Dio che vi rende nuovi, nuove creature, dall’altra voi che rispondete a quest’azione santificatrice dello Spirito con la fede, accogliete l’amore di Dio con gioia, lasciate che questo amore entri nei vostri cuori, vi illumini, vi dia energia e forza per amare concretamente i fratelli.

Tutto questo, dice s. Paolo, “per il possesso della gloria del Signore nostro Gesù Cristo”. Cioè siamo stati santificati, abbiamo ricevuto una vocazione, siamo amati da Dio: ma tutto questo è solo l’inizio del progetto di Dio che deve giungere fino al possesso della gloria del Signore nostro Gesù Cristo; in altri termini, dobbiamo giungere a diventare belli della bellezza propria di Cristo; a diventare santi, della santità propria di Cristo; dobbiamo giungere a diventare nuovi della vita propria di Cristo.

Allora, se questa è la nostra vita, dice s. Paolo, si capisce come dobbiamo rendere sempre grazie a Dio; il nostro atteggiamento quotidiano, costante, deve essere il rendimento di grazie, nel riconoscimento gioioso, con stupore e meraviglia, di quello che il Signore ha fatto per noi.

Sappiamo di essere creature deboli e fragili, e rimaniamo come stupiti quando contempliamo quello che Dio, attraverso di noi e in noi, vuole operare, anzi, ha già cominciato ad operare, attraverso il vangelo e lo Spirito Santo.