Cadet Sisters 11 Every Body Talkin bout Heaven

 

Chorus:
Everybody talkin’ ’bout heav’n that ain’t goin’ there
Everybody talkin’ ’bout heav’n that ain’t goin’
Everybody talkin’ ’bout heav’n that ain’t goin’ there
Oh my Lord

Repeat Chorus (x2)

Well I read about the streets of gold
And I read about the throne
Not everybody callin’ “Lord, Lord”
Is gonna see that heavenly home

Repeat Chorus

Additive Parts:
1 – But those who do the will of my God will enter heaven
2 – If you wanna go to heaven, you gotta do more than talk about it
3 – Oh heaven, to heaven, to heaven
4 – If you wanna go to heaven, to heaven, to heaven
5 – Heaven, I wanna go to heaven

Repeat ad lib

There will come a day
When we will all stand before the throne
On that day, some will say
“Did we not prophesy in your name?”
And they’ll say:
“We drove out demons in your name”
I know some will say:
“We performed many miracles in your name”
Some will say
“So many works we’ve done in your name”

Then the Lord will say:
“Depart from me, ye workers of iniquity
I never knew you”
That’s why I know

Repeat Chorus (x2)

Oh my Lord
Oh my Lord
Oh my Lor

Mahalia Jackson – Didn’t It Rain

Didn’t it rain, children
Talk ’bout rain, oh, my Lord
Didn’t it, didn’t it, didn’t it oh my Lord
Didn’t it rain?
Didn’t it rain, children
Talk ’bout rain, oh, my Lord
Didn’t it, didn’t it, didn’t it, oh my Lord
Didn’t it rain?
It rained 40 days, 40 nights without stopping
Noah was glad when the rain stopped dropping
Knock at the window, a knock at the door
Crying brother Noah can’t you take on more
Noah cried no, you’re full of sin
God got the key and you can’t get in
Just listen how it’s rainin’
Will you listen how it’s rainin’
Just listen, how it’s rainin’
All day, all night
All night, all day
Just listen how it’s rainin’
Just listen how it’s rainin’
Just listen how it’s rainin’
Some moaning, some groaning
Some groaning, some praying
Well, a whole
Didn’t it

UT UNUM SINT – da 71 a 103 – DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II

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LETTERA ENCICLICA
UT UNUM SINT
DEL SOMMO PONTEFICE
GIOVANNI PAOLO II
SULL’IMPEGNO ECUMENICO

Relazioni ecclesiali

71. Bisogna rendere grazie alla Divina Provvidenza anche per tutti gli eventi che testimoniano il progresso sulla via della ricerca dell’unità. Accanto al dialogo teologico vanno opportunamente menzionate le altre forme d’incontro, la preghiera comune e la collaborazione pratica. Papa Paolo VI ha dato un forte impulso a questo processo con la sua visita alla sede del Consiglio Ecumenico delle Chiese a Ginevra, avvenuta il 10 giugno 1969, ed incontrando molte volte i rappresentanti di varie Chiese e Comunità ecclesiali. Questi contatti contribuiscono efficacemente a far migliorare la reciproca conoscenza e a far crescere la fraternità cristiana.

Papa Giovanni Paolo I, durante il suo tanto breve pontificato, espresse la volontà di continuare il cammino124. Il Signore ha concesso a me di operare in questa direzione. Oltre agli importanti incontri ecumenici a Roma, una parte significativa delle mie visite pastorali è regolarmente dedicata alla testimonianza a favore dell’unità dei cristiani. Alcuni dei miei viaggi mostrano perfino una “priorità” ecumenica, specie nei Paesi in cui le comunità cattoliche costituiscono una minoranza rispetto alle Comunioni del dopo Riforma; o dove queste ultime rappresentano una considerevole porzione dei credenti in Cristo di una data società.

72. Ciò vale soprattutto per i Paesi europei, dove hanno avuto inizio queste divisioni, e per l’America del Nord. In questo contesto, e senza voler sminuire le altre visite, meritano speciale attenzione quelle che, nel continente europeo, mi hanno condotto a due riprese in Germania, nel novembre del 1980 e nell’aprile-maggio del 1987; la visita nel Regno Unito (Inghilterra, Scozia e Galles), nel maggio-giugno del 1982; in Svizzera nel giugno del 1984; e nei Paesi scandinavi e nordici (Finlandia, Svezia, Norvegia, Danimarca e Islanda), dove mi sono recato nel giugno del 1989. Nella gioia, nel reciproco rispetto, nella solidarietà cristiana e nella preghiera, ho incontrato tanti e tanti fratelli, tutti impegnati nella ricerca della fedeltà al Vangelo. Constatare tutto questo è stato per me fonte di grande incoraggiamento. Abbiamo sperimentato la presenza del Signore tra di noi.

Vorrei a questo riguardo richiamare un atteggiamento dettato da fraterna carità ed improntato a profonda lucidità di fede che ho vissuto con intensa partecipazione. Esso si riferisce alle celebrazioni eucaristiche che ho presieduto in Finlandia ed in Svezia durante il mio viaggio nei Paesi scandinavi e nordici. Al momento della comunione, i Vescovi luterani si sono presentati al celebrante. Essi hanno voluto dimostrare con un gesto concordato il desiderio di giungere al momento in cui noi, cattolici e luterani, potremo condividere la stessa Eucaristia, e hanno voluto ricevere la benedizione del celebrante. Con amore, io li ho benedetti. Lo stesso gesto, tanto ricco di significato, è stato ripetuto a Roma, durante la messa che ho presieduto in Piazza Farnese in occasione del VI centenario della canonizzazione di santa Brigida, il 6 ottobre 1991.

Ho incontrato analoghi sentimenti anche oltre oceano, in Canada, nel settembre del 1984; e specie nel settembre del 1987 negli Stati Uniti dove si avverte una grande apertura ecumenica. È il caso, per fare un esempio, dell’incontro ecumenico a Columbia, in South Carolina l’11 settembre 1987. È per sé importante il fatto stesso che avvengono con regolarità questi incontri tra i fratelli del “dopo Riforma” ed il Papa. Sono profondamente grato perché essi mi hanno accettato di buon grado, sia i responsabili delle varie Comunità, che le Comunità nel loro insieme. Da questo punto di vista, ritengo significativa la celebrazione ecumenica della Parola, svoltasi a Columbia, ed avente come tema la famiglia.

73. È motivo, poi, di grande gioia il constatare come nel periodo postconciliare e nelle singole Chiese locali abbondino le iniziative e le azioni a favore dell’unità dei cristiani, le quali estendono le loro coinvolgenti incidenze a livello delle Conferenze episcopali, delle singole diocesi e comunità parrocchiali, come pure dei diversi ambienti e movimenti ecclesiali.

Collaborazioni realizzate

74. “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel Regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” (Mt 7,21). La coerenza e l’onestà delle intenzioni e delle affermazioni di principio si verificano applicandole alla vita concreta. Il Decreto conciliare sull’ecumenismo nota che negli altri cristiani “la fede con cui si crede a Cristo produce i frutti della lode e del ringraziamento per i benefici ricevuti da Dio; si aggiunge il vivo sentimento della giustizia e la sincera carità verso il prossimo”125.

Quello appena delineato è un terreno fertile non soltanto per il dialogo, ma anche per un’attiva collaborazione: la “fede operosa ha pure creato non poche istituzioni per sollevare la miseria spirituale e corporale, per coltivare l’educazione della gioventù, per render più umane le condizioni sociali della vita, per ristabilire la pace universale”126.

La vita sociale e culturale offre ampi spazi di collaborazione ecumenica. Sempre più spesso i cristiani si ritrovano insieme per difendere la dignità umana, per promuovere il bene della pace, l’applicazione sociale del Vangelo, per rendere presente lo spirito cristiano nelle scienze e nelle arti. Essi si ritrovano sempre più insieme quando si tratta di venire incontro ai bisogni e alle miserie del nostro tempo: la fame, le calamità, l’ingiustizia sociale.

75. Questa cooperazione, che trae ispirazione dallo stesso Vangelo, per i cristiani non è mai una mera azione umanitaria. Essa ha la sua ragione d’essere nella parola del Signore: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare” (Mt 25,35). Come ho già sottolineato, la cooperazione di tutti i cristiani manifesta chiaramente quel grado di comunione che già esiste tra di loro127.

Di fronte al mondo, l’azione congiunta dei cristiani nella società riveste allora il trasparente valore di una testimonianza resa insieme al nome del Signore. Essa assume anche le dimensioni di un annuncio perché rivela il volto di Cristo.

Le divergenze dottrinali che permangono esercitano un influsso negativo e pongono dei limiti anche alla collaborazione. La comunione di fede già esistente tra i cristiani offre però una solida base non soltanto alla loro azione congiunta in campo sociale, ma anche nell’ambito religioso.

Questa cooperazione faciliterà la ricerca dell’unità. Il Decreto sull’ecumenismo notava che da essa “i credenti in Cristo possono facilmente imparare come gli uni possano meglio conoscere e maggiormente stimare gli altri e come si appiani la via verso l’unità dei cristiani”128.

76. Come non ricordare, in questo contesto, l’interesse ecumenico per la pace che si esprime nella preghiera e nell’azione con una crescente partecipazione dei cristiani ed una motivazione teologica a mano a mano più profonda? Non potrebbe essere altrimenti. Non crediamo forse noi in Gesù Cristo, Principe della pace? I cristiani sono sempre più compatti nel rifiutare la violenza, ogni tipo di violenza, dalle guerre all’ingiustizia sociale.

Siamo chiamati ad un impegno sempre più attivo, perché appaia ancora più chiaramente che le motivazioni religiose non sono la vera causa dei conflitti in corso, anche se, purtroppo, non è scongiurato il rischio di strumentalizzazioni a fini politici e polemici.

Nel 1986, ad Assisi, durante la Giornata Mondiale di preghiera per la pace, i cristiani delle varie Chiese e Comunità ecclesiali hanno invocato con una sola voce il Signore della storia per la pace nel mondo. In quel giorno, in modo distinto ma parallelo, hanno pregato per la pace anche gli Ebrei e i Rappresentanti delle religioni non cristiane, in una sintonia di sentimenti che hanno fatto vibrare le corde più profonde dello spirito umano.

Né vorrei dimenticare la Giornata di preghiera per la pace in Europa specialmente nei Balcani, che mi ha ricondotto pellegrino nella città di san Francesco il 9 e 10 gennaio 1993 e la Messa per la pace nei Balcani e in particolare nella Bosnia-Erzegovina, che ho presieduto il 23 gennaio 1994 nella Basilica di San Pietro e nel contesto della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani.

Quando il nostro sguardo percorre il mondo, la gioia invade il nostro animo. Constatiamo infatti che i cristiani si sentono sempre più interpellati dalla questione della pace. Essi la considerano strettamente connessa con l’annuncio del Vangelo e con l’avvento del Regno di Dio.

III – Quanta est nobis via?

Continuare ed intensificare il dialogo

77. Ora possiamo chiederci quanta strada ci separa ancora da quel giorno benedetto in cui sarà raggiunta la piena unità nella fede e potremo concelebrare nella concordia la santa Eucaristica del Signore. La migliore conoscenza reciproca già realizzata tra di noi, le convergenze dottrinali raggiunte, che hanno avuto come conseguenza una crescita affettiva ed effettiva di comunione, non possono bastare alla coscienza dei cristiani che professano la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica. Il fine ultimo del movimento ecumenico è il ristabilimento della piena unità visibile di tutti i battezzati.

In vista di questa mèta, tutti i risultati raggiunti sinora non sono che una tappa, anche se promettente e positiva.

78. Nel movimento ecumenico, non è soltanto la Chiesa cattolica, insieme con le Chiese ortodosse, a possedere questa esigente concezione dell’unità voluta da Dio. La tendenza verso una tale unità è espressa anche da altri129.

L’ecumenismo implica che le Comunità cristiane si aiutino a vicenda affinché in esse sia veramente presente tutto il contenuto e tutte le esigenze dell'”eredità tramandata dagli Apostoli”130. Senza di ciò, la piena comunione non sarà mai possibile. Questo vicendevole aiuto nella ricerca della verità è una forma suprema della carità evangelica.

La ricerca dell’unità si è espressa nei vari documenti delle numerose Commissioni miste internazionali di dialogo. In tali testi si tratta del Battesimo, dell’Eucaristia, del Ministero e dell’autorità partendo da una certa unità fondamentale di dottrina.

Da tale unità fondamentale, ma parziale, si deve ora passare all’unità visibile necessaria e sufficiente, che si iscriva nella realtà concreta, affinché le Chiese realizzino veramente il segno di quella piena comunione nella Chiesa una, santa, cattolica e apostolica che si esprimerà nella concelebrazione eucaristica.

Questo cammino verso l’unità visibile necessaria e sufficiente, nella comunione dell’unica Chiesa voluta da Cristo, esige ancora un lavoro paziente e coraggioso. Nel far ciò bisogna non imporre altri obblighi all’infuori degli indispensabili (cfr. At 15,28).

79. Sin da ora è possibile individuare gli argomenti da approfondire per raggiungere un vero consenso di fede: 1) le relazioni tra sacra Scrittura, suprema autorità in materia di fede e la sacra Tradizione, indispensabile interpretazione della parola di Dio; 2) l’Eucaristia, sacramento del Corpo e del Sangue di Cristo, offerta di lode al Padre, memoriale sacrificale e presenza reale di Cristo, effusione santificatrice dello Spirito Santo; 3) l’Ordinazione, come sacramento, al triplice ministero dell’episcopato, del presbiterato e del diaconato; 4) il Magistero della Chiesa, affidato al Papa e ai Vescovi in comunione con lui, inteso come responsabilità e autorità a nome di Cristo per l’insegnamento e la salvaguardia della fede; 5) la Vergine Maria, Madre di Dio e icona della Chiesa, Madre spirituale che intercede per i discepoli di Cristo e tutta l’umanità.

In questo coraggioso cammino verso l’unità, la lucidità e la prudenza della fede ci impongono di evitare il falso irenismo e la noncuranza per le norme della Chiesa131. Inversamente, la stessa lucidità e la stessa prudenza ci raccomandano di sfuggire la tiepidezza nell’impegno per l’unità ed ancor più l’opposizione preconcetta, o il disfattismo che tende a vedere tutto al negativo.

Mantenere una visione dell’unità che tenga conto di tutte le esigenze della verità rivelata non significa mettere un freno al movimento ecumenico132. Al contrario significa evitargli di accomodarsi in soluzioni apparenti, che non perverrebbero a nulla di stabile e di solido133. L’esigenza della verità deve andare fino in fondo. E non è forse questa la legge del Vangelo?

Ricezione dei risultati raggiunti

80. Mentre prosegue il dialogo su nuove tematiche o si sviluppa a livelli più profondi, abbiamo un compito nuovo da assolvere: come recepire i risultati sino ad ora raggiunti. Essi non possono rimanere affermazioni delle Commissioni bilaterali, ma debbono diventare patrimonio comune. Perché ciò avvenga e si rafforzino così i legami di comunione, occorre un serio esame che, in modi, forme e competenze diverse, deve coinvolgere il popolo di Dio nel suo insieme. Si tratta infatti di questioni che spesso riguardano la fede ed esse esigono l’universale consenso, che si estende dai Vescovi ai fedeli laici, i quali hanno tutti ricevuto l’unzione dello Spirito Santo134. È lo stesso Spirito che assiste il Magistero e suscita il sensus fidei.

Per recepire i risultati del dialogo occorre pertanto un ampio ed accurato processo critico che li analizzi e ne verifichi con rigore la coerenza con la Tradizione di fede ricevuta dagli Apostoli e vissuta nella comunità dei credenti radunata attorno al Vescovo, suo legittimo Pastore.

81. Questo processo, che si dovrà fare con prudenza e in atteggiamento di fede, sarà assistito dallo Spirito Santo. Perché esso dia esito favorevole, è necessario che i suoi risultati siano opportunamente divulgati da persone competenti. Di grande rilievo, a tal fine, è il contributo che i teologi e le facoltà di teologia sono chiamati ad offrire in adempimento al loro carisma nella Chiesa. È chiaro, inoltre, che le commissioni ecumeniche hanno, a questo riguardo, responsabilità e compiti del tutto singolari.

L’intero processo è seguito ed aiutato dai Vescovi e dalla Santa Sede. L’autorità docente ha la responsabilità di esprimere il giudizio definitivo.

In tutto questo, sarà di grande aiuto attenersi metodologicamente alla distinzione fra il deposito della fede e la formulazione in cui esso è espresso, come raccomandava Papa Giovanni XXIII nel discorso pronunciato in apertura del Concilio Vaticano II135.

Continuare l’ecumenismo spirituale e testimoniare la santità

82. Si comprende come la gravità dell’impegno ecumenico interpelli in profondità i fedeli cattolici. Lo Spirito li invita ad un serio esame di coscienza. La Chiesa cattolica deve entrare in quello che si potrebbe chiamare “dialogo della conversione”, nel quale è posto il fondamento interiore del dialogo ecumenico. In tale dialogo, che si compie davanti a Dio, ciascuno deve ricercare i propri torti, confessare le sue colpe, e rimettere se stesso nelle mani di Colui che è l’Intercessore presso il Padre, Gesù Cristo.

Certamente, in questa relazione di conversione alla volontà del Padre e, al tempo stesso, di penitenza e di fiducia assoluta nella potenza riconciliatrice della verità che è Cristo, si trova la forza per condurre a buon fine il lungo ed arduo pellegrinaggio ecumenico. Il “dialogo della conversione” di ogni comunità con il Padre, senza indulgenze per se stessa, è il fondamento di relazioni fraterne che siano una cosa diversa da una cordiale intesa o da una convivialità tutta esteriore. I legami della koinonia fraterna vanno intrecciati davanti a Dio e in Cristo Gesù.

Soltanto il porsi davanti a Dio può offrire una base solida a quella conversione dei singoli cristiani e a quella continua riforma della Chiesa in quanto istituzione anche umana e terrena136, che sono le condizioni preliminari di ogni impegno ecumenico. Uno dei procedimenti fondamentali del dialogo ecumenico è lo sforzo di coinvolgere le Comunità cristiane in questo spazio spirituale, tutto interiore, in cui il Cristo, nella potenza dello Spirito, le induce tutte, senza eccezioni, ad esaminarsi davanti al Padre e a chiedersi se sono state fedeli al suo disegno sulla Chiesa.

83. Ho parlato della volontà del Padre dello spazio spirituale in cui ogni comunità ascolta l’appello ad un superamento degli ostacoli all’unità. Ebbene, tutte le Comunità cristiane sanno che una tale esigenza, un tale superamento, per mezzo della forza che dà lo Spirito, non sono fuori della loro portata. Tutte, infatti, hanno dei martiri della fede cristiana137. Malgrado il dramma della divisione, questi fratelli hanno conservato in se stessi un attaccamento a Cristo e al Padre suo tanto radicale e assoluto da poter arrivare fino all’effusione del sangue. Ma non è forse questo stesso attaccamento ad essere chiamato in causa in ciò che ho qualificato come “dialogo della conversione”? Non è proprio questo dialogo a sottolineare la necessità di andare fino in fondo all’esperienza di verità per la piena comunione?

84. In una visione teocentrica, noi cristiani già abbiamo un Martirologio comune. Esso comprende anche i martiri del nostro secolo, più numerosi di quanto non si pensi, e mostra come, ad un livello profondo, Dio mantenga fra i battezzati la comunione nell’esigenza suprema della fede, manifestata col sacrificio della vita138. Se si può morire per la fede, ciò dimostra che si può raggiungere la mèta quando si tratta di altre forme della stessa esigenza. Ho già constatato, e con gioia, come la comunione, imperfetta ma reale, è mantenuta e cresce a molti livelli della vita ecclesiale. Ritengo ora che essa sia già perfetta in ciò che tutti noi consideriamo l’apice della vita di grazia, la martyria fino alla morte, la comunione più vera che ci sia con Cristo che effonde il suo sangue e, in questo sacrificio, fa diventare vicini coloro che un tempo erano lontani (cfr. Ef 2,13).

Se per tutte le Comunità cristiane i martiri sono la prova della potenza della grazia, essi non sono tuttavia i soli a testimoniare di tale potenza. Sebbene in modo invisibile, la comunione non ancora piena delle nostre comunità è in verità cementata saldamente nella piena comunione dei santi, cioè di coloro che, alla conclusione di una esistenza fedele alla grazia, sono nella comunione di Cristo glorioso. Questi santi vengono da tutte le Chiese e Comunità ecclesiali, che hanno aperto loro l’ingresso nella comunione della salvezza. Quando si parla di un patrimonio comune si devono iscrivere in esso non soltanto le istituzioni, i riti, i mezzi di salvezza, le tradizioni che tutte le comunità hanno conservato e dalle quali esse sono state plasmate, ma in primo luogo e innanzi tutto questa realtà della santità139.

Nell’irradiazione che emana dal “patrimonio dei santi” appartenenti a tutte le Comunità, il “dialogo della conversione” verso l’unità piena e visibile appare allora sotto una luce di speranza. Questa presenza universale dei santi dà, infatti, la prova della trascendenza della potenza dello Spirito. Essa è segno e prova della vittoria di Dio sulle forze del male che dividono l’umanità. Come cantano le liturgie, “incoronando i santi, Dio incorona i suoi propri doni”140.

Laddove esiste la sincera volontà di seguire Cristo, spesso lo Spirito sa effondere la sua grazia in sentieri diversi da quelli ordinari. L’esperienza ecumenica ci ha permesso di comprenderlo meglio. Se, nello spazio spirituale interiore che ho descritto, le Comunità sapranno veramente “convertirsi” alla ricerca della comunione piena e visibile, Dio farà per esse ciò che ha fatto per i loro santi. Egli saprà superare gli ostacoli ereditati dal passato e le condurrà sulle sue vie dove egli vuole: alla koinonia visibile che è al tempo stesso lode della sua gloria e servizio al suo disegno di salvezza.

85. Poiché nella sua infinita misericordia, Dio può sempre trarre il bene anche dalle situazioni che recano offesa al suo disegno, possiamo allora scoprire che lo Spirito ha fatto sì che le opposizioni servissero in alcune circostanze ad esplicitare aspetti della vocazione cristiana, come avviene nella vita dei santi. Malgrado la frammentazione, che è un male da cui dobbiamo guarire, si è dunque realizzata come una comunicazione della ricchezza della grazia che è destinata ad abbellire la koinonia. La grazia di Dio sarà con tutti coloro che, seguendo l’esempio dei santi, si impegnano ad assecondarne le esigenze. E noi, come possiamo esitare a convertirci alle attese del Padre? Egli è con noi.

Contributo della Chiesa cattolica nella ricerca dell’unità dei cristiani

86. La Costituzione Lumen gentium in una sua affermazione fondamentale che il Decreto Unitatis redintegratio riecheggia141, scrive che l’unica Chiesa di Cristo sussiste nella Chiesa cattolica142. Il Decreto sull’ecumenismo sottolinea la presenza in essa della pienezza (plenitudo) degli strumenti di salvezza143. La piena unità si realizzerà quando tutti parteciperanno alla pienezza dei mezzi di salvezza che Cristo ha affidato alla sua Chiesa.

87. Lungo il cammino che conduce verso la piena unità, il dialogo ecumenico si adopera a suscitare un fraterno aiuto reciproco per mezzo del quale le Comunità si applicano a darsi scambievolmente ciò di cui ciascuna ha bisogno per crescere secondo il disegno di Dio verso la pienezza definitiva (cfr. Ef 4,11-13). Ho detto come siamo consapevoli, in quanto Chiesa cattolica, di aver ricevuto molto dalla testimonianza, dalla ricerca e finanche dalla maniera in cui sono stati sottolineati e vissuti dalle altre Chiese e Comunità ecclesiali certi beni cristiani comuni. Tra i progressi compiuti durante gli ultimi trent’anni, bisogna attribuire un posto di rilievo a tale fraterno influsso reciproco. Nella tappa alla quale siamo pervenuti144, tale dinamismo di mutuo arricchimento deve essere preso seriamente in considerazione. Basato sulla comunione che già esiste grazie agli elementi ecclesiali presenti nelle Comunità cristiane, esso non mancherà di spingere verso la comunione piena e visibile, mèta sospirata del cammino che stiamo compiendo. È la forma ecumenica della legge evangelica della condivisione. Questo mi incita a ripetere: “Occorre dimostrare in ogni cosa la premura di venire incontro a ciò che i nostri fratelli cristiani, legittimamente, desiderano e si attendono da noi, conoscendo il loro modo di pensare e la loro sensibilità […]. Bisogna che i doni di ciascuno si sviluppino per l’utilità e a vantaggio di tutti”145.

Il ministero d’unità del Vescovo di Roma

88. Tra tutte le Chiese e Comunità ecclesiali, la Chiesa cattolica è consapevole di aver conservato il ministero del Successore dell’apostolo Pietro, il Vescovo di Roma, che Dio ha costituito quale “perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità”146, e che lo Spirito sostiene perché di questo essenziale bene renda partecipi tutti gli altri. Secondo la bella espressione di Papa Gregorio Magno, il mio ministero è quello di servus servorum Dei. Tale definizione salvaguarda nel modo migliore dal rischio di separare la potestà (ed in particolare il primato) dal ministero, ciò che sarebbe in contraddizione con il significato di potestà secondo il Vangelo: “Io sto in mezzo a voi come colui che serve” (Lc 22,27), dice il Signore nostro Gesù Cristo, Capo della Chiesa. D’altra parte, come ho avuto modo di affermare nell’importante occasione dell’incontro al Consiglio Ecumenico delle Chiese a Ginevra, il 12 giugno 1984, la convinzione della Chiesa cattolica di aver conservato, in fedeltà alla tradizione apostolica e alla fede dei Padri, nel ministero del Vescovo di Roma, il segno visibile e il garante dell’unità, costituisce una difficoltà per la maggior parte degli altri cristiani, la cui memoria è segnata da certi ricordi dolorosi. Per quello che ne siamo responsabili, con il mio Predecessore Paolo VI imploro perdono147.

89. È tuttavia significativo ed incoraggiante che la questione del primato del Vescovo di Roma sia attualmente diventata oggetto di studio, immediato o in prospettiva, e significativo ed incoraggiante è pure che tale questione sia presente quale tema essenziale non soltanto nei dialoghi teologici che la Chiesa cattolica intrattiene con le altre Chiese e Comunità ecclesiali, ma anche più generalmente nell’insieme del movimento ecumenico. Recentemente, i partecipanti alla quinta assemblea mondiale della Commissione “Fede e Costituzione” del Consiglio ecumenico delle Chiese, tenutasi a Santiago de Compostela, hanno raccomandato che essa “dia l’avvio ad un nuovo studio sulla questione di un ministero universale dell’unità cristiana”148. Dopo secoli di aspre polemiche, le altre Chiese e Comunità ecclesiali sempre di più scrutano con uno sguardo nuovo tale ministero di unità149.

90. Il Vescovo di Roma è il Vescovo della Chiesa che conserva l’impronta del martirio di Pietro e di quello di Paolo: “Per un misterioso disegno della Provvidenza, è a Roma che egli [Pietro] conclude il suo cammino al seguito di Gesù ed è a Roma che dà questa massima prova d’amore e di fedeltà. A Roma, Paolo, l’apostolo delle genti, dà anche lui la testimonianza suprema. La Chiesa di Roma diventava così la Chiesa di Pietro e di Paolo”150.

Nel Nuovo Testamento, la persona di Pietro ha un posto eminente. Nella prima parte degli Atti degli Apostoli, egli appare come il capo ed il portavoce del collegio apostolico designato come “Pietro […] con gli altri Undici” (2,14; cfr. anche 2,37; 5,29). Il posto assegnato a Pietro è fondato sulle parole stesse di Cristo, così come esse sono ricordate nelle tradizioni evangeliche.

91. Il Vangelo di Matteo delinea e precisa la missione pastorale di Pietro nella Chiesa: “Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli” (16,17-19). Luca evidenzia che Cristo raccomanda a Pietro di confermare i fratelli, ma che allo stesso tempo gli fa conoscere la sua debolezza umana ed il suo bisogno di conversione (cfr. Lc 22,31-32). È proprio come se, sullo sfondo dell’umana debolezza di Pietro, si manifestasse pienamente che il suo particolare ministero nella Chiesa proviene totalmente dalla grazia; è come se il Maestro si dedicasse in modo speciale alla sua conversione per prepararlo al compito che si appresta ad affidargli nella sua Chiesa e fosse molto esigente con lui. La stessa funzione di Pietro, sempre legata ad una realistica affermazione della sua debolezza, si ritrova nel quarto Vangelo: “Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro? […] Pasci le mie pecorelle” (cfr. Gv 21,15-19). È inoltre significativo che secondo la Prima Lettera di Paolo ai Corinzi, il Cristo risorto appaia a Cefa e quindi ai Dodici (cfr. 15,5).

È importante rilevare come la debolezza di Pietro e di Paolo manifesti che la Chiesa si fonda sulla infinita potenza della grazia (cfr. Mt 16,17; 2Cor 12,7-10). Pietro, subito dopo la sua investitura, è redarguito con rara severità da Cristo che gli dice: “Tu mi sei di scandalo” (Mt 16,23). Come non vedere nella misericordia di cui Pietro ha bisogno una relazione con il ministero di quella misericordia che egli sperimenta per primo? Ugualmente, tre volte egli rinnegherà Gesù. Anche il Vangelo di Giovanni sottolinea che Pietro riceve l’incarico di pascere il gregge in una triplice professione d’amore (cfr. 21,15-17) che corrisponde al suo triplice tradimento (cfr. 13, 38). Luca, da parte sua, nella parola di Cristo già citata, alla quale aderirà la prima tradizione nell’intento di delineare la missione di Pietro, insiste sul fatto che questi dovrà “confermare i suoi fratelli una volta che si sarà ravveduto” (cfr. Lc 22,32).

92. Quanto a Paolo, egli può concludere la descrizione del suo ministero con la sconvolgente affermazione che gli è dato raccogliere dalle labbra del Signore: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pie-

namente nella debolezza”, e può esclamare quindi: “Quando sono debole, è allora che sono forte” (2Cor 12,9-10). È questa una caratteristica fondamentale dell’esperienza cristiana.

Erede della missione di Pietro, nella Chiesa fecondata dal sangue dei corifei degli Apostoli, il Vescovo di Roma esercita un ministero che ha la sua origine nella multiforme misericordia di Dio, la quale converte i cuori e infonde la forza della grazia laddove il discepolo conosce il gusto amaro della sua debolezza e della sua miseria. L’autorità propria di questo ministero è tutta per il servizio del disegno misericordioso di Dio e va sempre vista in questa prospettiva. Il suo potere si spiega con essa.

93. Ricollegandosi alla triplice professione d’amore di Pietro che corrisponde al triplice tradimento, il suo successore sa di dover essere segno di misericordia. Il suo è un ministero di misericordia nato da un atto di misericordia di Cristo. Tutta questa lezione del Vangelo deve essere costantemente riletta, affinché l’esercizio del ministero petrino nulla perda della sua autenticità e trasparenza.

La Chiesa di Dio è chiamata da Cristo a manifestare ad un mondo ripiegato nel groviglio delle sue colpevolezze e dei suoi biechi propositi che, malgrado tutto, Dio può, nella sua misericordia, convertire i cuori all’unità, facendoli accedere alla sua propria comunione.

94. Tale servizio dell’unità, radicato nell’opera della misericordia divina, è affidato, all’interno stesso del collegio dei Vescovi, ad uno di coloro che hanno ricevuto dallo Spirito l’incarico, non di esercitare il potere sul popolo – come fanno i capi delle nazioni e i grandi (cfr. Mt 20,25; Mc 10,42) -, ma di guidarlo perché possa dirigersi verso pascoli tranquilli. Questo incarico può esigere di offrire la propria vita (cfr. Gv 10,11-18). Dopo aver mostrato come Cristo sia “il solo Pastore, nell’unità del quale tutti sono uno”, sant’Agostino esorta: “Che tutti i pastori siano dunque nel solo Pastore, che essi facciano udire la voce unica del Pastore; che le pecore odano questa voce, seguano il loro Pastore, cioè non questo o quello, ma il solo; che tutti in lui facciano intendere una sola voce e non delle voci discordanti […], la voce sgombra da ogni divisione, purificata da ogni eresia, che le pecore ascoltano”151. La missione del Vescovo di Roma nel gruppo di tutti i Pastori consiste appunto nel “vegliare” (episkopein) come una sentinella, in modo che, grazie ai Pastori, si oda in tutte le Chiese particolari la vera voce di Cristo-Pastore. Così, in ciascuna delle Chiese particolari loro affidate si realizza l’una, sancta, catholica et apostolica Ecclesia. Tutte le Chiese sono in comunione piena e visibile, perché tutti i Pastori sono in comunione con Pietro, e così nell’unità di Cristo.

Con il potere e l’autorità senza i quali tale funzione sarebbe illusoria, il Vescovo di Roma deve assicurare la comunione di tutte le Chiese. A questo titolo, egli è il primo tra i servitori dell’unità. Tale primato si esercita a svariati livelli, che riguardano la vigilanza sulla trasmissione della Parola, sulla celebrazione sacramentale e liturgica, sulla missione, sulla disciplina e sulla vita cristiana. Spetta al Successore di Pietro di ricordare le esigenze del bene comune della Chiesa, se qualcuno fosse tentato di dimenticarlo in funzione dei propri interessi. Egli ha il dovere di avvertire, mettere in guardia, dichiarare a volte inconciliabile con l’unità di fede questa o quella opinione che si diffonde. Quando le circostanze lo esigono, egli parla a nome di tutti i Pastori in comunione con lui. Egli può anche – in condizioni ben precise, chiarite dal Concilio Vaticano I – dichiarare ex cathedra che una dottrina appartiene al deposito della fede152. Testimoniando così della verità, egli serve l’unità.

95. Tutto questo si deve però compiere sempre nella comunione. Quando la Chiesa cattolica afferma che la funzione del Vescovo di Roma risponde alla volontà di Cristo, essa non separa questa funzione dalla missione affidata all’insieme dei Vescovi, anch’essi “vicari e delegati di Cristo”153. Il Vescovo di Roma appartiene al loro “collegio” ed essi sono i suoi fratelli nel ministero.

Ciò che riguarda l’unità di tutte le comunità cristiane rientra ovviamente nell’ambito delle preoccupazioni del primato. Quale Vescovo di Roma so bene, e lo ho riaffermato nella presente Lettera enciclica, che la comunione piena e visibile di tutte le comunità, nelle quali in virtù della fedeltà di Dio abita il suo Spirito, è il desiderio ardente di Cristo. Sono convinto di avere a questo riguardo una responsabilità particolare, soprattutto nel constatare l’aspirazione ecumenica della maggior parte delle Comunità cristiane e ascoltando la domanda che mi è rivolta di trovare una forma di esercizio del primato che, pur non rinunciando in nessun modo all’essenziale della sua missione, si apra ad una situazione nuova. Per un millennio i cristiani erano uniti “dalla fraterna comunione della fede e della vita sacramentale, intervenendo per comune consenso la sede romana, qualora fossero sorti fra loro dissensi circa la fede o la disciplina”154.

In tal modo il primato esercitava la sua funzione di unità. Rivolgendomi al Patriarca ecumenico, Sua Santità Dimitrios I, ho detto di essere consapevole che “per delle ragioni molto diverse, e contro la volontà degli uni e degli altri, ciò che doveva essere un servizio ha potuto manifestarsi sotto una luce abbastanza diversa. Ma […] è per il desiderio di obbedire veramente alla volontà di Cristo che io mi riconosco chiamato, come Vescovo di Roma, a esercitare tale ministero […]. Lo Spirito Santo ci doni la sua luce, ed illumini tutti i pastori e i teologi delle nostre Chiese, affinché possiamo cercare, evidentemente insieme, le forme nelle quali questo ministero possa realizzare un servizio di amore riconosciuto dagli uni e dagli altri”155.

96. Compito immane, che non possiamo rifiutare e che non posso portare a termine da solo. La comunione reale, sebbene imperfetta, che esiste tra tutti noi, non potrebbe indurre i responsabili ecclesiali e i loro teologi ad instaurare con me e su questo argomento un dialogo fraterno, paziente, nel quale potremmo ascoltarci al di là di sterili polemiche, avendo a mente soltanto la volontà di Cristo per la sua Chiesa, lasciandoci trafiggere dal suo grido “siano anch’essi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17,21)?

La comunione di tutte le Chiese particolari con la Chiesa di Roma: condizione necessaria per l’unità

97. La Chiesa cattolica, sia nella sua praxis che nei testi ufficiali, sostiene che la comunione delle Chiese particolari con la Chiesa di Roma, e dei loro Vescovi con il Vescovo di Roma, è un requisito essenziale – nel disegno di Dio – della comunione piena e visibile. Bisogna, infatti, che la piena comunione, di cui l’Eucaristia è la suprema manifestazione sacramentale, abbia la sua espressione visibile in un ministero nel quale tutti i Vescovi si riconoscano uniti in Cristo e tutti i fedeli trovino la conferma della propria fede. La prima parte degli Atti degli Apostoli presenta Pietro come colui che parla a nome del gruppo apostolico e serve l’unità della comunità – e ciò nel rispetto dell’autorità di Giacomo, capo della Chiesa di Gerusalemme. Questa funzione di Pietro deve restare nella Chiesa affinché, sotto il suo solo Capo, che è Cristo Gesù, essa sia visibilmente nel mondo la comunione di tutti i suoi discepoli.

Non è forse un ministero di questo tipo di cui molti di coloro che sono impegnati nell’ecumenismo esprimono oggi il bisogno? Presiedere nella verità e nell’amore affinché la barca – il bel simbolo che il Consiglio ecumenico delle Chiese ha scelto come emblema – non sia squassata dalle tempeste e possa un giorno approdare alla sua riva.

Piena unità ed evangelizzazione

98. Il movimento ecumenico del nostro secolo, più delle imprese ecumeniche dei secoli scorsi, di cui tuttavia non va sottovalutata l’importanza, è stato contraddistinto da una prospettiva missionaria. Nel versetto giovanneo che serve da ispirazione e da motivo conduttore – “siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17,21) – è stato sottolineato perché il mondo creda con tanto vigore da correre il rischio di dimenticare a volte che, nel pensiero dell’evangelista, l’unità è, soprattutto, per la gloria del Padre. È evidente, comunque, che la divisione dei cristiani è in contraddizione con la Verità che essi hanno la missione di diffondere, e dunque essa ferisce gravemente la loro testimonianza. L’aveva ben compreso ed affermato il mio Predecessore, Papa Paolo VI, nella sua Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi: “In quanto evangelizzatori, noi dobbiamo offrire ai fedeli di Cristo l’immagine non di uomini divisi da litigi che non edificano affatto, ma di persone mature nella fede, capaci di ritrovarsi insieme al di sopra delle tensioni concrete, grazie alla ricerca comune, sincera e disinteressata della verità. Sì, la sorte dell’evangelizzazione è certamente legata alla testimonianza di unità della Chiesa […]. A questo punto vogliamo sottolineare il segno dell’unità tra tutti i cristiani come via e strumento di evangelizzazione. La divisione dei cristiani è un grave stato di fatto che perviene ad intaccare la stessa opera di Cristo”156.

Come, infatti, annunciare il Vangelo della riconciliazione, senza al contempo impegnarsi ad operare per la riconciliazione dei cristiani? Se è vero che la Chiesa, per impulso dello Spirito Santo e con la promessa dell’indefettibilità, ha predicato e predica il Vangelo a tutte le nazioni, è anche vero che essa deve affrontare le difficoltà derivanti dalle divisioni. Messi di fronte a missionari in disaccordo fra loro, sebbene essi si richiamino tutti a Cristo, sapranno gli increduli accogliere il vero messaggio? Non penseranno che il Vangelo sia fattore di divisione, anche se esso è presentato come la legge fondamentale della carità?

99. Quando affermo che per me, Vescovo di Roma, l’impegno ecumenico è “una delle priorità pastorali” del mio pontificato157, il mio pensiero va al grave ostacolo che la divisione costituisce per l’annuncio del Vangelo. Una Comunità cristiana che crede a Cristo e desidera, con l’ardore del Vangelo, la salvezza dell’umanità, in nessun modo può chiudersi all’appello dello Spirito che orienta tutti i cristiani verso l’unità piena e visibile. Si tratta di uno degli imperativi della carità che va accolto senza compromessi. L’ecumenismo non è soltanto una questione interna delle Comunità cristiane. Esso riguarda l’amore che Dio destina in Gesù Cristo all’insieme dell’umanità, e ostacolare questo amore è una offesa a Lui e al suo disegno di radunare tutti in Cristo. Papa Paolo VI scriveva al Patriarca ecumenico Athenagoras I: “Possa lo Spirito Santo guidarci sulla via della riconciliazione, affinché l’unità delle nostre Chiese diventi un segno sempre più luminoso di speranza e di conforto per l’umanità tutta”158.

Esortazione

100. Rivolgendomi recentemente ai Vescovi, al clero e ai fedeli della Chiesa cattolica per indicare la via da seguire verso la celebrazione del Grande Giubileo dell’Anno Duemila, ho tra l’altro affermato che “la migliore preparazione alla scadenza bimillenaria non potrà che esprimersi nel rinnovato impegno di applicazione, per quanto possibile fedele, dell’insegnamento del Vaticano II alla vita di ciascuno e di tutta la Chiesa”159. Il Concilio è il grande inizio – come l’Avvento -, di quell’itinerario che ci conduce alle soglie del Terzo Millennio. Considerando l’importanza che l’Assise conciliare ha attribuito all’opera di ricomposizione dell’unità dei cristiani, in questa nostra epoca di grazia ecumenica, mi è sembrato necessario ribadire le fondamentali convinzioni che il concilio ha scolpito nella coscienza della Chiesa cattolica, ricordandole alla luce dei progressi nel frattempo compiuti verso la piena comunione di tutti i battezzati.

Non vi è dubbio che lo Spirito Santo agisca in quest’opera e che stia conducendo la Chiesa verso la piena realizzazione del disegno del Padre, in conformità alla volontà di Cristo, espressa con tanto accorato vigore nella preghiera che, secondo il quarto Vangelo, le sue labbra pronunciano nel momento in cui Egli s’avvia verso il dramma salvifico della sua Pasqua. Così come allora, anche oggi Cristo chiede che uno slancio nuovo ravvivi l’impegno di ciascuno per la comunione piena e visibile.

101. Esorto, dunque, i miei Fratelli nell’episcopato a porre ogni attenzione a tale impegno. I due Codici di Diritto Canonico annoverano tra le responsabilità del Vescovo quella di promuovere l’unità di tutti i cristiani, sostenendo ogni azione o iniziativa intesa a promuoverla nella consapevolezza che la Chiesa è tenuta a ciò per volontà stessa di Cristo160. Ciò fa parte della missione episcopale ed è un obbligo che deriva direttamente dalla fedeltà a Cristo, Pastore della Chiesa. Tutti i fedeli, però, sono invitati dallo Spirito di Dio a fare il possibile, perché si rinsaldino i legami di comunione tra tutti i cristiani e cresca la collaborazione dei discepoli di Cristo: “La cura di ristabilire l’unione riguarda tutta la Chiesa, sia i fedeli che i pastori, e tocca ognuno secondo la propria capacità”161.

102. La potenza dello Spirito di Dio fa crescere ed edifica la Chiesa attraverso i secoli. Volgendo lo sguardo al nuovo millennio, la Chiesa domanda allo Spirito la grazia di rafforzare la sua propria unità e di farla crescere verso la piena comunione con gli altri cristiani.

Come ottenerlo? In primo luogo con la preghiera. La preghiera dovrebbe sempre farsi carico di quell’inquietudine che è anelito verso l’unità, e perciò una delle forme necessarie dell’amore che nutriamo per Cristo e per il Padre ricco di misericordia. La preghiera deve avere la priorità in questo cammino che intraprendiamo con gli altri cristiani verso il nuovo millennio. Come ottenerlo? Con l’azione di grazie, perché non ci presentiamo a mani vuote a questo appuntamento: “Anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza […] e intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili” (Rm 8,26), per disporci a chiedere a Dio quello di cui abbiamo bisogno. Come ottenerlo? Con la speranza nello Spirito, che sa allontanare da noi gli spettri del passato e le memorie dolorose della separazione; Egli sa concederci lucidità, forza e coraggio per intraprendere i passi necessari, in modo che il nostro impegno sia sempre più autentico.

E se volessimo chiederci se tutto ciò è possibile, la risposta sarebbe sempre: sì. La stessa risposta udita da Maria di Nazaret, perché nulla è impossibile a Dio.

Mi tornano alla mente le parole con le quali san Cipriano commenta il Padre Nostro, la preghiera di tutti i cristiani: “Dio non accoglie il sacrificio di chi è in discordia, anzi comanda di ritornare indietro dall’altare e di riconciliarsi prima col fratello. Solo così le nostre preghiere saranno ispirate alla pace e Dio le gradirà. Il sacrificio più grande da offrire a Dio è la nostra pace e la fraterna concordia, è il popolo radunato dall’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”162.

All’alba del nuovo millennio, come non sollecitare dal Signore, con rinnovato slancio e più matura consapevolezza, la grazia di predisporci, tutti, a questo sacrificio dell’unità?

103. Io, Giovanni Paolo, umile servus servorum Dei, mi permetto di fare mie le parole dell’apostolo Paolo, il cui martirio, unito a quello dell’apostolo Pietro, ha conferito a questa sede di Roma lo splendore della sua testimonianza, e dico a voi, fedeli della Chiesa cattolica, e a voi, fratelli e sorelle delle altre Chiese e Comunità ecclesiali, “tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi […]. La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi” (2Cor 13,11.13).

Dato a Roma, presso San Pietro, il 25 maggio, solennità dell’Ascensione del Signore, dell’anno 1995, decimosettimo di Pontificato.

 

GIOVANNI PAOLO II

VERBUM DOMINI – da 72 a 89 – DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

DE  – EN  – ES  – FR  – IT  – PL  – PT  – RU ]

ESORTAZIONE  APOSTOLICA
POSTSINODALE
VERBUM DOMINI
DEL SANTO PADRE
BENEDETTO XVI
ALL’EPISCOPATO, AL CLERO,
ALLE PERSONE CONSACRATE
E AI FEDELI LAICI
SULLA PAROLA DI DIO
NELLA VITA E NELLA MISSIONE
DELLA CHIESA

La Parola di Dio nella vita ecclesiale

Incontrare la Parola di Dio nella sacra Scrittura

72. Se è vero che la liturgia è il luogo privilegiato per la proclamazione, l’ascolto e la celebrazione della Parola di Dio, è altrettanto vero che quest’incontro deve essere preparato nei cuori dei fedeli e soprattutto da questi approfondito ed assimilato. Infatti, la vita cristiana è caratterizzata essenzialmente dall’incontro con Gesù Cristo che ci chiama a seguirLo. Per questo il Sinodo dei Vescovi ha più volte ribadito l’importanza della pastorale nelle comunità cristiane come ambito proprio in cui percorrere un itinerario personale e comunitario nei confronti della Parola di Dio, così che questa sia veramente a fondamento della vita spirituale. Insieme ai Padri sinodali esprimo il vivo desiderio affinché fiorisca «una nuova stagione di più grande amore per la sacra Scrittura da parte di tutti i membri del Popolo di Dio, cosicché dalla loro lettura orante e fedele nel tempo si approfondisca il rapporto con la persona stessa di Gesù».[248]

Non mancano nella storia della Chiesa raccomandazioni da parte dei Santi sulla necessità di conoscere la Scrittura per crescere nell’amore di Cristo. Questo è un dato particolarmente evidente nei Padri della Chiesa. San Girolamo, grande «innamorato» della Parola di Dio, si domandava: «Come si potrebbe vivere senza la scienza delle Scritture, attraverso le quali si impara a conoscere Cristo stesso, che è la vita dei credenti?».[249] Era ben cosciente che la Bibbia è lo strumento «con cui ogni giorno Dio parla ai credenti».[250] Così egli consiglia la matrona romana Leta per l’educazione della figlia: «Assicurati che essa studi ogni giorno qualche passo della Scrittura … Alla preghiera faccia seguire la lettura, e alla lettura la preghiera … Che invece dei gioielli e dei vestiti di seta, essa ami i Libri divini».[251] Vale per noi quello che ancora san Girolamo scriveva al sacerdote Nepoziano: «Leggi con molta frequenza le divine Scritture; anzi, che il Libro Santo non sia mai deposto dalle tue mani. Impara qui quello che tu devi insegnare».[252] Sull’esempio del grande Santo, che dedicò la vita allo studio della Bibbia e che donò alla Chiesa la sua traduzione latina, la cosiddetta Vulgata, e di tutti i Santi, che hanno posto al centro della loro vita spirituale l’incontro con Cristo, rinnoviamo il nostro impegno ad approfondire la Parola che Dio ha donato alla Chiesa; potremo tendere così a quella «misura alta della vita cristiana ordinaria»,[253] auspicata dal Papa Giovanni Paolo II all’inizio del terzo millennio cristiano, che si alimenta costantemente nell’ascolto della Parola di Dio.

L’animazione biblica della pastorale

73. In tale linea, il Sinodo ha invitato ad un particolare impegno pastorale per far emergere il posto centrale della Parola di Dio nella vita ecclesiale, raccomandando di «incrementare la “pastorale biblica” non in giustapposizione con altre forme della pastorale, ma come animazione biblica dell’intera pastorale».[254] Non si tratta, quindi, di aggiungere qualche incontro in parrocchia o nella diocesi, ma di verificare che nelle abituali attività delle comunità cristiane, nelle parrocchie, nelle associazioni e nei movimenti, si abbia realmente a cuore l’incontro personale con Cristo che si comunica a noi nella sua Parola. In tal senso, poiché l’«ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo»,[255] l’animazione biblica di tutta la pastorale ordinaria e straordinaria porterà ad una maggiore conoscenza della persona di Cristo, Rivelatore del Padre e pienezza della Rivelazione divina.

Esorto pertanto i Pastori e i fedeli a tenere conto dell’importanza di questa animazione: sarà anche il modo migliore per far fronte ad alcuni problemi pastorali emersi durante l’Assemblea sinodale legati, ad esempio, alla proliferazione di sette, che diffondono una lettura distorta e strumentale della sacra Scrittura. Là dove non si formano i fedeli ad una conoscenza della Bibbia secondo la fede della Chiesa nell’alveo della sua Tradizione viva, di fatto si lascia un vuoto pastorale in cui realtà come le sette possono trovare terreno per mettere radici. Per questo è necessario anche provvedere ad una preparazione adeguata dei sacerdoti e dei laici che possano istruire il Popolo di Dio nel genuino approccio alle Scritture.

Inoltre, come è stato sottolineato durante i lavori sinodali, è bene che nell’attività pastorale si favorisca anche la diffusione di piccole comunità, «formate da famiglie o radicate nelle parrocchie o legate ai diversi movimenti ecclesiali e nuove comunità»,[256] in cui promuovere la formazione, la preghiera e la conoscenza della Bibbia secondo la fede della Chiesa.

Dimensione biblica della catechesi

74. Un momento importante dell’animazione pastorale della Chiesa in cui poter sapientemente riscoprire la centralità della Parola di Dio è la catechesi, che nelle sue diverse forme e fasi deve sempre accompagnare il Popolo di Dio. L’incontro dei discepoli di Emmaus con Gesù, descritto dall’evangelista Luca (cfr Lc 24,13-35), rappresenta, in un certo senso, il modello di una catechesi al cui centro sta la «spiegazione delle Scritture», che solo Cristo è in grado di dare (cfr Lc 24,27-28), mostrando in se stesso il loro compimento.[257] In tal modo rinasce la speranza più forte di ogni sconfitta, che fa di quei discepoli testimoni convinti e credibili del Risorto.

Nel Direttorio generale per la catechesi troviamo valide indicazioni per animare biblicamente la catechesi e ad esse volentieri rimando.[258] In questa circostanza desidero soprattutto sottolineare che la catechesi «deve imbeversi e permearsi del pensiero, dello spirito e degli atteggiamenti biblici ed evangelici mediante un contatto assiduo con i testi medesimi; ma vuol dire, altresì, ricordare che la catechesi sarà tanto più ricca ed efficace, quanto più leggerà i testi con l’intelligenza ed il cuore della Chiesa»,[259] e quanto più s’ispirerà alla riflessione ed alla vita bimillenaria della Chiesa stessa. Si deve incoraggiare quindi la conoscenza delle figure, delle vicende e delle espressioni fondamentali del testo sacro; per questo può giovare anche un’intelligente memorizzazione di alcuni brani biblici particolarmente eloquenti dei misteri cristiani. L’attività catechetica implica sempre l’accostare le Scritture nella fede e nella Tradizione della Chiesa, così che quelle parole siano percepite come vive, come vivo è Cristo oggi dove due o tre si riuniscono nel suo nome (cfr Mt 18,20). Essa deve comunicare in modo vitale la storia della salvezza ed i contenuti della fede della Chiesa, affinché ogni fedele riconosca che a quella storia appartiene anche la propria vicenda personale.

In questa prospettiva è importante sottolineare la relazione tra la sacra Scrittura e il Catechismo della Chiesa Cattolica, come ha affermato il Direttorio generale per la catechesi: «La sacra Scrittura, infatti, come “parola di Dio messa per iscritto sotto l’ispirazione dello Spirito Santo”, e il Catechismo della Chiesa Cattolica, in quanto rilevante espressione attuale della Tradizione viva della Chiesa, e norma sicura per l’insegnamento della fede, sono chiamati, ciascuno a modo proprio e secondo la sua specifica autorità, a fecondare la catechesi nella Chiesa contemporanea».[260]

Formazione biblica dei cristiani

75. Per raggiungere lo scopo auspicato dal Sinodo di un maggiore carattere biblico di tutta la pastorale della Chiesa è necessario che vi sia un’adeguata formazione dei cristiani e, in particolare, dei catechisti. Al riguardo, occorre riservare attenzione all’apostolato biblico, metodo assai valido per raggiungere tale finalità, come dimostra l’esperienza ecclesiale. I Padri sinodali, inoltre, hanno raccomandato che, possibilmente attraverso la valorizzazione di strutture accademiche già esistenti, si stabiliscano centri di formazione per laici e per missionari, in cui si impari a comprendere, vivere ed annunciare la Parola di Dio, e, dove se ne veda la necessità, si costituiscano istituti specializzati in studi biblici affinché gli esegeti abbiano una solida comprensione teologica e un’adeguata sensibilità per i contesti della loro missione.[261]

La sacra Scrittura nei grandi raduni ecclesiali

76. Tra le molteplici iniziative che possono essere prese, il Sinodo suggerisce che nei raduni, sia a livello diocesano che nazionale o internazionale, venga maggiormente sottolineata l’importanza della Parola di Dio, del suo ascolto e della lettura credente ed orante della Bibbia. Pertanto, all’interno dei congressi eucaristici, nazionali ed internazionali, delle giornate mondiali della gioventù e di altri incontri, si potrà lodevolmente trovare maggiore spazio per celebrazioni della Parola e per momenti di formazione di carattere biblico.[262]

Parola di Dio e vocazioni

77. Il Sinodo, nel sottolineare l’esigenza intrinseca della fede di approfondire il rapporto con Cristo, Parola di Dio tra noi, ha voluto anche evidenziare il fatto che questa Parola chiama ciascuno in termini personali, rivelando così che la vita stessa è vocazione in rapporto a Dio. Questo vuol dire che quanto più approfondiamo il nostro personale rapporto con il Signore Gesù, tanto più ci accorgiamo che Egli ci chiama alla santità, mediante scelte definitive, con le quali la nostra vita risponde al suo amore, assumendo compiti e ministeri per edificare la Chiesa. In questo orizzonte si comprendono gli inviti fatti dal Sinodo a tutti i cristiani di approfondire il rapporto con la Parola di Dio in quanto battezzati, ma anche in quanto chiamati a vivere secondo i diversi stati di vita. Qui tocchiamo uno dei punti-cardine della dottrina del Concilio Vaticano II che ha sottolineato la vocazione alla santità di ogni fedele, ciascuno nel proprio stato di vita.[263] È nella sacra Scrittura che troviamo rivelata la nostra vocazione alla santità: «Voi sarete santi, perché io sono Santo» (Lv 11,44; 19,2; 20,7). San Paolo, poi, ne evidenzia la radice cristologica: il Padre in Cristo «ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità» (Ef 1,4). Così possiamo sentire rivolto a ciascuno di noi il suo saluto ai fratelli e alle sorelle della comunità di Roma: «Amati da Dio e santi per chiamata, grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo!» (Rm 1,7).

a) Parola di Dio e Ministri ordinati

78. Innanzitutto, rivolgendomi ora ai Ministri ordinati della Chiesa ricordo loro quanto affermato dal Sinodo: «La Parola di Dio è indispensabile per formare il cuore di un buon pastore, ministro della Parola».[264] Vescovi, presbiteri, diaconi non possono in alcun modo pensare di vivere la loro vocazione e missione senza un impegno deciso e rinnovato di santificazione che ha nel contatto con la Bibbia uno dei suoi pilastri.

79. Per coloro che sono chiamati all’episcopato, e sono i primi e più autorevoli annunciatori della Parola, desidero ribadire quanto è stato affermato dal Papa Giovanni Paolo II nell’Esortazione apostolica postsinodale Pastores gregisPer nutrire e fare progredire la vita spirituale, il Vescovo deve sempre porre «al primo posto, la lettura e la meditazione della Parola di Dio. Ogni Vescovo dovrà sempre affidarsi e sentirsi affidato “al Signore e alla parola della sua grazia che ha il potere di edificare e di concedere l’eredità con tutti i santificati” (At 20,32). Prima, perciò, d’essere trasmettitore della Parola, il Vescovo, insieme con i suoi sacerdoti e come ogni fedele, anzi come la stessa Chiesa, deve essere ascoltatore della Parola. Egli dev’essere come “dentro” la Parola, per lasciarsene custodire e nutrire come da un grembo materno».[265] Ad imitazione di Maria, Virgo audiens e Regina degli Apostoli, a tutti i fratelli nell’episcopato raccomando la frequente lettura personale e lo studio assiduo della sacra Scrittura.

80. Anche riguardo ai sacerdoti vorrei richiamare le parole del Papa Giovanni Paolo II, il quale nell’Esortazione apostolica postinodale Pastores dabo vobis ha ricordato che «il sacerdote è, anzitutto, ministro della Parola di Dio, è consacrato e mandato ad annunciare a tutti il Vangelo del Regno, chiamando ogni uomo all’obbedienza della fede e conducendo i credenti ad una conoscenza e comunione sempre più profonde del mistero di Dio, rivelato e comunicato a noi in Cristo. Per questo, il sacerdote stesso per primo deve sviluppare una grande familiarità personale con la Parola di Dio: non gli basta conoscerne l’aspetto linguistico o esegetico, che pure è necessario; gli occorre accostare la Parola con cuore docile e orante, perché essa penetri a fondo nei suoi pensieri e sentimenti e generi in lui una mentalità nuova – “il pensiero di Cristo” (1Cor 2,16)».[266] Conseguentemente, le sue parole, le sue scelte e i suoi atteggiamenti devono essere sempre più una trasparenza, un annuncio ed una testimonianza del Vangelo; «solo “rimanendo” nella Parola, il sacerdote diventerà perfetto discepolo del Signore, conoscerà la verità e sarà veramente libero».[267]

In definitiva, la chiamata al sacerdozio chiede di essere consacrati «nella verità». Gesù stesso formula questa esigenza nei confronti dei suoi discepoli: «Consacrali nella verità. La tua Parola è verità. Come tu hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo» (Gv 17,17-18). I discepoli vengono in un certo senso «tirati nell’intimo di Dio mediante l’essere immersi nella Parola di Dio. La Parola di Dio è, per così dire, il lavacro che li purifica, il potere creatore che li trasforma nell’essere di Dio».[268] E poiché Cristo stesso è la Parola di Dio fatta carne (Gv 1,14), è «la Verità» (Gv 14,6), allora la preghiera di Gesù al Padre «Consacrali nella verità» vuol dire nel più profondo: «rendili una cosa sola con me, Cristo. Lègali a me. Tirali dentro di me. E di fatto esiste un unico sacerdote della Nuova Alleanza, lo stesso Gesù Cristo».[269] È necessario dunque che i sacerdoti rinnovino sempre più profondamente la consapevolezza di questa realtà.

81. Vorrei riferirmi al posto della Parola di Dio anche nella vita di coloro che sono chiamati al diaconato, non solo come grado previo dell’ordine del presbiterato, ma come servizio permanente. Il Direttorio per il diaconato permanente afferma che «dall’identità teologica del diacono, scaturiscono con chiarezza i lineamenti della sua specifica spiritualità, che si presenta essenzialmente come spiritualità del servizio. Il modello per eccellenza è il Cristo servo, vissuto totalmente al servizio di Dio, per il bene degli uomini».[270] In questa prospettiva, si comprende come, nelle varie dimensioni del ministero diaconale, un «elemento caratterizzante la spiritualità diaconale è la Parola di Dio, di cui il diacono è chiamato ad essere autorevole annunciatore, credendo ciò che proclama, insegnando ciò che crede, vivendo ciò che insegna».[271] Raccomando pertanto che i diaconi alimentino nella propria vita una lettura credente della sacra Scrittura con lo studio e la preghiera. Siano introdotti alla sacra Scrittura e alla sua retta interpretazione; all’interrelazione tra Scrittura e Tradizione; in particolare all’uso della Scrittura nella predicazione, nella catechesi e nell’attività pastorale in genere.[272]

b) Parola di Dio e candidati all’Ordine sacro

82. Il Sinodo ha dato particolare importanza al ruolo decisivo della Parola di Dio nella vita spirituale dei candidati al sacerdozio ministeriale: «I candidati al sacerdozio devono imparare ad amare la Parola di Dio. Sia quindi la Scrittura l’anima della loro formazione teologica, sottolineando l’indispensabile circolarità tra esegesi, teologia, spiritualità e missione».[273] Gli aspiranti al sacerdozio ministeriale sono chiamati ad un profondo rapporto personale con la Parola di Dio, in particolare nella lectio divina, perché da tale rapporto si alimenta la vocazione stessa: è nella luce e nella forza della Parola di Dio che può essere scoperta, compresa, amata e seguita la propria vocazione e compiuta la propria missione, alimentando nel cuore i pensieri di Dio, così che la fede, come risposta alla Parola, divenga il nuovo criterio di giudizio e di valutazione degli uomini e delle cose, degli avvenimenti e dei problemi.[274]

Questa attenzione alla lettura orante della Scrittura non deve in alcun modo alimentare una dicotomia rispetto allo studio esegetico richiesto nel tempo della formazione. Il Sinodo ha raccomandato che i seminaristi siano aiutati concretamente a vedere la relazione tra lo studio biblico e il pregare con la Scrittura. Studiare le Scritture deve rendere più consapevoli del mistero della rivelazione divina ed alimentare un atteggiamento di risposta orante al Signore che parla. Dall’altra parte, anche un’autentica vita di preghiera non potrà che far crescere nell’anima del candidato il desiderio di conoscere sempre di più il Dio che si è rivelato nella sua Parola come amore infinito. Pertanto si dovrà porre la massima cura affinché nella vita dei seminaristi si coltivi questa reciprocità tra studio e preghiera. A questo scopo serve che i candidati siano introdotti ad uno studio della sacra Scrittura mediante metodi che favoriscano tale approccio integrale.

c) Parola di Dio e vita consacrata

83. In relazione alla vita consacrata il Sinodo ha ricordato innanzitutto che essa «nasce dall’ascolto della Parola di Dio ed accoglie il Vangelo come sua norma di vita».[275] Vivere nella sequela di Cristo casto, povero ed obbediente è in tal modo una «“esegesi” vivente della Parola di Dio».[276] Lo Spirito Santo, in forza del quale è stata scritta la Bibbia, è il medesimo che illumina «di luce nuova la Parola di Dio ai fondatori e alle fondatrici. Da essa è sgorgato ogni carisma e di essa ogni regola vuole essere espressione»,[277] dando origine ad itinerari di vita cristiana segnati dalla radicalità evangelica.

Vorrei ricordare che la grande tradizione monastica ha sempre avuto come fattore costitutivo della propria spiritualità la meditazione della sacra Scrittura, in particolare nella forma della lectio divina. Anche oggi, le realtà antiche e nuove di speciale consacrazione sono chiamate ad essere vere scuole di vita spirituale in cui leggere le Scritture secondo lo Spirito Santo nella Chiesa, così che tutto il Popolo di Dio ne possa beneficiare. Il Sinodo, pertanto, raccomanda che non manchi mai nelle comunità di vita consacrata una formazione solida alla lettura credente della Bibbia.[278]

Desidero farmi ancora eco dell’attenzione e della gratitudine che il Sinodo ha espresso per le forme di vita contemplativa che per carisma specifico dedicano molto tempo delle loro giornate ad imitare la Madre di Dio che meditava assiduamente le parole e i fatti del Figlio suo (cfr Lc 2,19.51), e Maria di Betania che, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola (cfr Lc 10,38). Il mio pensiero si rivolge in particolare ai monaci e alle monache di clausura, che, nella forma della separazione dal mondo, si trovano più intimamente uniti a Cristo, cuore del mondo. La Chiesa ha più che mai bisogno della testimonianza di chi si impegna a «non anteporre nulla all’amore di Cristo».[279] Il mondo di oggi è spesso troppo assorbito dalle attività esteriori nelle quali rischia di perdersi. I contemplativi e le contemplative, con la loro vita di preghiera, di ascolto e di meditazione della Parola di Dio, ci ricordano che non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio (cfr Mt 4,4). Pertanto, tutti i fedeli abbiano ben presente che una tale forma di vita «indica al mondo di oggi, quello che è più importante, in definitiva, l’unica cosa decisiva: esiste una ragione ultima per cui vale la pena di vivere, cioè, Dio e il suo amore imperscrutabile».[280]

d) Parola di Dio e fedeli laici

84. Ai fedeli laici il Sinodo ha rivolto molte volte l’attenzione, ringraziandoli per il loro generoso impegno nella diffusione del Vangelo nei vari ambiti della vita quotidiana, nel lavoro, nella scuola, nella famiglia e nell’educazione.[281] Tale compito, che deriva dal battesimo, deve potersi sviluppare attraverso una vita cristiana sempre più consapevole e in grado di dare «ragione della speranza» che è in noi (cfr 1Pt 3,15). Gesù nel Vangelo di Matteo indica che «il campo è il mondo. Il seme buono sono i figli del Regno» (13,38). Queste parole valgono particolarmente per i laici cristiani, i quali vivono la propria vocazione alla santità con un’esistenza secondo lo Spirito che si esprime «in modo peculiare nel loro inserimento nelle realtà temporali e nella loro partecipazione alle attività terrene».[282] Essi hanno bisogno di essere formati a discernere la volontà di Dio mediante una familiarità con la Parola di Dio, letta e studiata nella Chiesa, sotto la guida dei legittimi Pastori. Possano attingere questa formazione alle scuole delle grandi spiritualità ecclesiali alla cui radice sta sempre la sacra Scrittura. Secondo le possibilità, le diocesi stesse offrano opportunità formative in tal senso per laici con particolari responsabilità ecclesiali.[283]

e) Parola di Dio, matrimonio e famiglia

85. Il Sinodo ha avvertito la necessità di sottolineare anche il rapporto tra Parola di Dio, matrimonio e famiglia cristiana. Infatti, «con l’annuncio della Parola di Dio, la Chiesa rivela alla famiglia cristiana la sua vera identità, ciò che essa è e deve essere secondo il disegno del Signore».[284] Pertanto, non si perda mai di vista che la Parola di Dio sta all’origine del matrimonio (cfr Gen 2,24) e che Gesù stesso ha voluto includere il matrimonio tra le istituzioni del suo Regno (cfr Mt 19,4-8), elevando a sacramento quanto iscritto originariamente nella natura umana. «Nella celebrazione sacramentale l’uomo e la donna pronunciano una parola profetica di reciproca donazione, l’essere “una carne”, segno del mistero dell’unione di Cristo e della Chiesa (cfr Ef 5,31-32)».[285] La fedeltà alla Parola di Dio porta anche a rilevare che questa istituzione oggi è posta per molti aspetti sotto attacco dalla mentalità corrente. Di fronte al diffuso disordine degli affetti e al sorgere di modi di pensare che banalizzano il corpo umano e la differenza sessuale, la Parola di Dio riafferma la bontà originaria dell’uomo, creato come maschio e femmina e chiamato all’amore fedele, reciproco e fecondo.

Dal grande mistero nuziale, deriva una imprescindibile responsabilità dei genitori nei confronti dei loro figli. Appartiene infatti all’autentica paternità e maternità la comunicazione e la testimonianza del senso della vita in Cristo: attraverso la fedeltà e l’unità della vita di famiglia gli sposi sono davanti ai propri figli i primi annunciatori della Parola di Dio. La comunità ecclesiale deve sostenerli ed aiutarli a sviluppare la preghiera in famiglia, l’ascolto della Parola, la conoscenza della Bibbia. Per questo il Sinodo auspica che ogni casa abbia la sua Bibbia e la custodisca in modo dignitoso, così da poterla leggere e utilizzare per la preghiera. L’aiuto necessario può essere fornito da sacerdoti, diaconi o da laici ben preparati. Il Sinodo ha raccomandato anche la formazione di piccole comunità tra famiglie in cui coltivare la preghiera e la meditazione in comune di brani adatti delle Scritture.[286] Gli sposi, poi, ricordino che «la Parola di Dio è un prezioso sostegno anche nelle difficoltà della vita coniugale e familiare».[287]

In questo contesto desidero anche evidenziare quanto il Sinodo ha raccomandato riguardo al compito delle donne in relazione alla Parola di Dio. Il contributo del «genio femminile», come lo chiamava Papa Giovanni Paolo II,[288] alla conoscenza della Scrittura e all’intera vita della Chiesa, è oggi più ampio che in passato e riguarda ormai anche il campo degli stessi studi biblici. Il Sinodo si è soffermato in modo speciale sul ruolo indispensabile delle donne nella famiglia, nell’educazione, nella catechesi e nella trasmissione dei valori. Esse, infatti, «sanno suscitare l’ascolto della Parola, la relazione personale con Dio e comunicare il senso del perdono e della condivisione evangelica»,[289] come pure essere portatrici di amore, maestre di misericordia e costruttrici di pace, comunicatrici di calore ed umanità in un mondo che troppo spesso valuta le persone con freddi criteri di sfruttamento e profitto.

Lettura orante della sacra Scrittura e «lectio divina»

86. Il Sinodo è tornato più volte ad insistere sull’esigenza di un approccio orante al testo sacro come elemento fondamentale della vita spirituale di ogni credente, nei diversi ministeri e stati di vita, con particolare riferimento alla lectio divina.[290] La Parola di Dio, infatti, sta alla base di ogni autentica spiritualità cristiana. Con ciò i Padri sinodali si sono messi in sintonia con quanto afferma la Costituzione dogmatica Dei Verbum: «Tutti i fedeli … si accostino volentieri al sacro testo, sia per mezzo della sacra liturgia, che è impregnata di parole divine, sia mediante la pia lettura, sia per mezzo delle iniziative adatte a tale scopo e di altri sussidi, che con l’approvazione e a cura dei Pastori della Chiesa, lodevolmente oggi si diffondono ovunque. Si ricordino però che la lettura della sacra Scrittura dev’essere accompagnata dalla preghiera».[291] La riflessione conciliare intendeva riprendere la grande tradizione patristica che ha sempre raccomandato di accostare la Scrittura nel dialogo con Dio. Come dice sant’Agostino: «La tua preghiera è la tua parola rivolta a Dio. Quando leggi è Dio che ti parla; quando preghi sei tu che parli a Dio».[292] Origene, uno dei maestri in questa lettura della Bibbia, sostiene che l’intelligenza delle Scritture richieda, più ancora che lo studio, l’intimità con Cristo e la preghiera. Egli è convinto, infatti, che la via privilegiata per conoscere Dio sia l’amore, e che non si dia un’autentica scientia Christi senza innamorarsi di Lui. Nella Lettera a Gregorio il grande teologo alessandrino raccomanda: «Dedicati alla lectio delle divine Scritture; applicati a questo con perseveranza. Impegnati nella lectio con l’intenzione di credere e di piacere a Dio. Se durante la lectio ti trovi davanti a una porta chiusa, bussa e te l’aprirà quel custode, del quale Gesù ha detto: “Il guardiano gliela aprirà”. Applicandoti così alla lectio divina, cerca con lealtà e fiducia incrollabile in Dio il senso delle Scritture divine, che in esse si cela con grande ampiezza. Non ti devi però accontentare di bussare e di cercare: per comprendere le cose di Dio ti è assolutamente necessaria l’oratio. Proprio per esortarci ad essa il Salvatore ci ha detto non soltanto: “Cercate e troverete”, e “Bussate e vi sarà aperto”, ma ha aggiunto: “Chiedete e riceverete”».[293]

Tuttavia, a tale proposito, si deve evitare il rischio di un approccio individualistico, tenendo presente che la Parola di Dio ci è data proprio per costruire comunione, per unirci nella Verità nel nostro cammino verso Dio. È una Parola che si rivolge a ciascuno personalmente, ma è anche una Parola che costruisce comunità, che costruisce la Chiesa. Perciò il testo sacro deve essere sempre accostato nella comunione ecclesiale. In effetti, «è molto importante la lettura comunitaria, perché il soggetto vivente della Sacra Scrittura è il Popolo di Dio, è la Chiesa… la Scrittura non appartiene al passato, perché il suo soggetto, il Popolo di Dio ispirato da Dio stesso, è sempre lo stesso, e quindi la Parola è sempre viva nel soggetto vivente. Perciò è importante leggere la sacra Scrittura e sentire la sacra Scrittura nella comunione della Chiesa, cioè con tutti i grandi testimoni di questa Parola, cominciando dai primi Padri fino ai Santi di oggi, fino al Magistero di oggi».[294]

Per questo nella lettura orante della sacra Scrittura il luogo privilegiato è la liturgia, in particolare l’Eucaristia, nella quale, celebrando il Corpo e il Sangue di Cristo nel Sacramento, si attualizza tra noi la Parola stessa. In un certo senso la lettura orante, personale e comunitaria, deve essere sempre vissuta in relazione alla celebrazione eucaristica. Come l’adorazione eucaristica prepara, accompagna e prosegue la liturgia eucaristica,[295] così la lettura orante personale e comunitaria prepara, accompagna ed approfondisce quanto la Chiesa celebra con la proclamazione della Parola nell’ambito liturgico. Mettendo in così stretta relazione lectio e liturgia si possono cogliere meglio i criteri che devono guidare questa lettura nel contesto della pastorale e della vita spirituale del Popolo di Dio.

87. Nei documenti che hanno preparato ed accompagnato il Sinodo si è parlato di diversi metodi per accostare con frutto e nella fede le sacre Scritture. Tuttavia l’attenzione maggiore è stata data alla lectio divina, che è davvero «capace di schiudere al fedele il tesoro della Parola di Dio, ma anche di creare l’incontro col Cristo, parola divina vivente».[296] Vorrei qui richiamare brevemente i suoi passi fondamentali: essa si apre con la lettura (lectio) del testo, che provoca la domanda circa una conoscenza autentica del suo contenuto: che cosa dice il testo biblico in sé? Senza questo momento si rischia che il testo diventi solo un pretesto per non uscire mai dai nostri pensieri. Segue, poi, la meditazione (meditatio) nella quale l’interrogativo è: che cosa dice il testo biblico a noi? Qui ciascuno personalmente, ma anche come realtà comunitaria, deve lasciarsi toccare e mettere in discussione, poiché non si tratta di considerare parole pronunciate nel passato, ma nel presente. Si giunge successivamente al momento della preghiera (oratio) che suppone la domanda: che cosa diciamo noi al Signore in risposta alla sua Parola? La preghiera come richiesta, intercessione, ringraziamento e lode, è il primo modo con cui la Parola ci cambia. Infine, la lectio divina si conclude con la contemplazione (contemplatio) durante la quale noi assumiamo come dono di Dio lo stesso suo sguardo nel giudicare la realtà e ci domandiamo: quale conversione della mente, del cuore e della vita chiede a noi il Signore? San Paolo nella Lettera ai Romani, afferma: «Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (12,2). La contemplazione, infatti, tende a creare in noi una visione sapienziale della realtà, secondo Dio, e a formare in noi «il pensiero di Cristo» (1Cor 2,16). La Parola di Dio si presenta qui come criterio di discernimento: essa è «viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore» (Eb 4,12). È bene poi ricordare che la lectio divina non si conclude nella sua dinamica fino a quando non arriva all’azione (actio), che muove l’esistenza credente a farsi dono per gli altri nella carità.

Questi passaggi li troviamo sintetizzati e riassunti in modo sommo nella figura della Madre di Dio. Modello per ogni fedele di accoglienza docile della divina Parola, Ella «custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19; cfr 2,51), sapeva trovare il nodo profondo che unisce eventi, atti e cose, apparentemente disgiunti, nel grande disegno divino.[297]

Vorrei richiamare, inoltre, quanto è stato raccomandato durante il Sinodo circa l’importanza della lettura personale della Scrittura anche come pratica che prevede la possibilità, secondo le abituali disposizioni della Chiesa, di acquistare l’indulgenza per sé o per i defunti.[298] La pratica dell’indulgenza[299] implica la dottrina degli infiniti meriti di Cristo, che la Chiesa, come ministra della redenzione, dispensa e applica, ma implica anche quella della comunione dei santi e ci dice «quanto intimamente siamo uniti in Cristo gli uni con gli altri e quanto la vita soprannaturale di ciascuno possa giovare agli altri».[300] In questa prospettiva, la lettura della Parola di Dio ci sostiene nel cammino di penitenza e di conversione, ci permette di approfondire il senso dell’appartenenza ecclesiale e ci sostiene in una familiarità più grande con Dio. Come affermava sant’Ambrogio: quando prendiamo in mano con fede le sacre Scritture e le leggiamo con la Chiesa, l’uomo torna a passeggiare con Dio nel paradiso.[301]

Parola di Dio e preghiera mariana

88. Memore della relazione inscindibile tra la Parola di Dio e Maria di Nazareth, insieme ai Padri sinodali invito a promuovere tra i fedeli, soprattutto nella vita familiare, le preghiere mariane quale aiuto a meditare i santi misteri narrati dalla Scrittura. Uno strumento di grande utilità è, ad esempio, la recita personale o comunitaria del Santo Rosario,[302] che ripercorre insieme a Maria i misteri della vita di Cristo[303] e che il Papa Giovanni Paolo II ha voluto arricchire con i misteri della luce.[304] È opportuno che l’annuncio dei singoli misteri sia accompagnato con brevi brani della Bibbia attinenti al mistero enunciato, così da favorire la memorizzazione di alcune espressioni significative della Scrittura in relazione ai misteri della vita di Cristo.

Il Sinodo ha inoltre raccomandato di promuovere tra i fedeli la recita della preghiera dell’Angelus Domini. Si tratta di una preghiera semplice e profonda che ci permette di fare «memoria quotidiana del Verbo Incarnato».[305] È opportuno che il Popolo di Dio, le famiglie e le comunità di persone consacrate siano fedeli a questa preghiera mariana, che la tradizione ci invita a recitare all’aurora, a mezzogiorno e al tramonto. Nella preghiera dell’Angelus Domini chiediamo a Dio che per intercessione di Maria sia dato anche a noi di compiere, come Lei, la volontà di Dio e di accogliere in noi la sua Parola. Questa pratica può aiutarci a rafforzare un autentico amore al mistero dell’Incarnazione.

Meritano di essere conosciute, apprezzate e diffuse anche alcune antiche preghiere dell’Oriente cristiano, che attraverso un riferimento alla Theotokos, alla Madre di Dio, ripercorrono l’intera storia della salvezza. Ci riferiamo in particolare all’Akathistos e alla Paraklesis. Si tratta di inni di lode cantati in forma litanica, intrisi di fede ecclesiale e di riferimenti biblici, che aiutano i fedeli a meditare insieme a Maria i misteri di Cristo. In particolare, il venerabile inno alla Madre di Dio, detto Akathistos – ossia cantato rimanendo in piedi -, rappresenta una tra le più alte espressioni di pietà mariana della tradizione bizantina.[306] Pregare con queste parole dilata l’anima e la dispone alla pace che viene dall’alto, da Dio, a quella pace che è Cristo stesso, nato da Maria per la nostra salvezza.

Parola di Dio e Terra Santa

89. Facendo memoria del Verbo di Dio che si fa carne nel seno di Maria di Nazareth, il nostro cuore si volge ora a quella Terra in cui si è compiuto il mistero della nostra redenzione e da cui la Parola di Dio si è diffusa fino ai confini del mondo. Infatti, per opera dello Spirito Santo, il Verbo si è incarnato in un preciso momento e in un determinato luogo, in un lembo di terra ai confini dell’impero romano. Pertanto, quanto più vediamo l’universalità e l’unicità della persona di Cristo, tanto più guardiamo con gratitudine a quella Terra in cui Gesù è nato, ha vissuto ed ha donato se stesso per tutti noi. Le pietre sulle quali ha camminato il nostro Redentore rimangono per noi cariche di memoria e continuano a «gridare» la Buona Novella. Per questo i Padri sinodali hanno ricordato la felice espressione che chiama la Terra Santa «il quinto Vangelo».[307] Quanto è importante che in quei luoghi ci siano comunità cristiane, nonostante le tante difficoltà! Il Sinodo dei Vescovi esprime vicinanza profonda a tutti i cristiani che vivono nella Terra di Gesù testimoniando la fede nel Risorto. Qui i cristiani sono chiamati a servire non solo come «un faro di fede per la Chiesa universale, ma anche come lievito di armonia, saggezza ed equilibrio nella vita di una società che tradizionalmente è stata e continua ad essere pluralistica, multietnica e multireligiosa».[308]

La Terra Santa rimane ancor oggi meta di pellegrinaggio del popolo cristiano, quale gesto di preghiera e di penitenza, come testimoniano già nell’antichità autori come san Girolamo.[309] Più volgiamo lo sguardo e il cuore alla Gerusalemme terrena, più si infiammano in noi il desiderio della Gerusalemme celeste, vera meta di ogni pellegrinaggio, e la passione perché il nome di Gesù, nel quale solo c’è salvezza, sia riconosciuto da tutti (cfr At 4,12).

LAUDATO SI’ – da 1 a 16 – DEL SANTO PADRE FRANCESCO

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LETTERA ENCICLICA
LAUDATO SI’
DEL SANTO PADRE
FRANCESCO
SULLA CURA DELLA CASA COMUNE

1. «Laudato si’, mi’ Signore», cantava san Francesco d’Assisi. In questo bel cantico ci ricordava che la nostra casa comune è anche come una sorella, con la quale condividiamo l’esistenza, e come una madre bella che ci accoglie tra le sue braccia: «Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba».[1]

2. Questa sorella protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei. Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi proprietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla. La violenza che c’è nel cuore umano ferito dal peccato si manifesta anche nei sintomi di malattia che avvertiamo nel suolo, nell’acqua, nell’aria e negli esseri viventi. Per questo, fra i poveri più abbandonati e maltrattati, c’è la nostra oppressa e devastata terra, che «geme e soffre le doglie del parto» (Rm 8,22). Dimentichiamo che noi stessi siamo terra (cfr Gen 2,7). Il nostro stesso corpo è costituito dagli elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà il respiro e la sua acqua ci vivifica e ristora.

Niente di questo mondo ci risulta indifferente

3. Più di cinquant’anni fa, mentre il mondo vacillava sull’orlo di una crisi nucleare, il santo Papa Giovanni XXIII scrisse un’Enciclica con la quale non si limitò solamente a respingere la guerra, bensì volle trasmettere una proposta di pace. Diresse il suo messaggio Pacem in terris a tutto il “mondo cattolico”, ma aggiungeva “e a tutti gli uomini di buona volontà”. Adesso, di fronte al deterioramento globale dell’ambiente, voglio rivolgermi a ogni persona che abita questo pianeta. Nella mia Esortazione Evangelii gaudium, ho scritto ai membri della Chiesa per mobilitare un processo di riforma missionaria ancora da compiere. In questa Enciclica, mi propongo specialmente di entrare in dialogo con tutti riguardo alla nostra casa comune.

4. Otto anni dopo la Pacem in terris, nel 1971, il beato Papa Paolo VI si riferì alla problematica ecologica, presentandola come una crisi che è «una conseguenza drammatica» dell’attività incontrollata dell’essere umano: «Attraverso uno sfruttamento sconsiderato della natura, egli rischia di distruggerla e di essere a sua volta vittima di siffatta degradazione».[2] Parlò anche alla FAO della possibilità, «sotto l’effetto di contraccolpi della civiltà industriale, di […] una vera catastrofe ecologica», sottolineando «l’urgenza e la necessità di un mutamento radicale nella condotta dell’umanità», perché «i progressi scientifici più straordinari, le prodezze tecniche più strabilianti, la crescita economica più prodigiosa, se non sono congiunte ad un autentico progresso sociale e morale, si rivolgono, in definitiva, contro l’uomo».[3]

5. San Giovanni Paolo II si è occupato di questo tema con un interesse crescente. Nella sua prima Enciclica, osservò che l’essere umano sembra «non percepire altri significati del suo ambiente naturale, ma solamente quelli che servono ai fini di un immediato uso e consumo».[4] Successivamente invitò ad una conversione ecologica globale.[5] Ma nello stesso tempo fece notare che si mette poco impegno per «salvaguardare le condizioni morali di un’autentica ecologia umana».[6] La distruzione dell’ambiente umano è qualcosa di molto serio, non solo perché Dio ha affidato il mondo all’essere umano, bensì perché la vita umana stessa è un dono che deve essere protetto da diverse forme di degrado. Ogni aspirazione a curare e migliorare il mondo richiede di cambiare profondamente gli «stili di vita, i modelli di produzione e di consumo, le strutture consolidate di potere che oggi reggono le società».[7] L’autentico sviluppo umano possiede un carattere morale e presuppone il pieno rispetto della persona umana, ma deve prestare attenzione anche al mondo naturale e «tener conto della natura di ciascun essere e della sua mutua connessione in un sistema ordinato».[8] Pertanto, la capacità dell’essere umano di trasformare la realtà deve svilupparsi sulla base della prima originaria donazione delle cose da parte di Dio.[9]

6. Il mio predecessore Benedetto XVI ha rinnovato l’invito a «eliminare le cause strutturali delle disfunzioni dell’economia mondiale e correggere i modelli di crescita che sembrano incapaci di garantire il rispetto dell’ambiente».[10] Ha ricordato che il mondo non può essere analizzato solo isolando uno dei suoi aspetti, perché «il libro della natura è uno e indivisibile» e include l’ambiente, la vita, la sessualità, la famiglia, le relazioni sociali, e altri aspetti. Di conseguenza, «il degrado della natura è strettamente connesso alla cultura che modella la convivenza umana».[11] Papa Benedetto ci ha proposto di riconoscere che l’ambiente naturale è pieno di ferite prodotte dal nostro comportamento irresponsabile. Anche l’ambiente sociale ha le sue ferite. Ma tutte sono causate in fondo dal medesimo male, cioè dall’idea che non esistano verità indiscutibili che guidino la nostra vita, per cui la libertà umana non ha limiti. Si dimentica che «l’uomo non è soltanto una libertà che si crea da sé. L’uomo non crea se stesso. Egli è spirito e volontà, ma è anche natura».[12] Con paterna preoccupazione ci ha invitato a riconoscere che la creazione risulta compromessa «dove noi stessi siamo le ultime istanze, dove l’insieme è semplicemente proprietà nostra e lo consumiamo solo per noi stessi. E lo spreco della creazione inizia dove non riconosciamo più alcuna istanza sopra di noi, ma vediamo soltanto noi stessi».[13]

Uniti da una stessa preoccupazione

7. Questi contributi dei Papi raccolgono la riflessione di innumerevoli scienziati, filosofi, teologi e organizzazioni sociali che hanno arricchito il pensiero della Chiesa su tali questioni. Non possiamo però ignorare che anche al di fuori della Chiesa Cattolica, altre Chiese e Comunità cristiane – come pure altre religioni – hanno sviluppato una profonda preoccupazione e una preziosa riflessione su questi temi che stanno a cuore a tutti noi. Per citare solo un esempio particolarmente significativo, voglio riprendere brevemente parte del contributo del caro Patriarca Ecumenico Bartolomeo, con il quale condividiamo la speranza della piena comunione ecclesiale.

8. Il Patriarca Bartolomeo si è riferito particolarmente alla necessità che ognuno si penta del proprio modo di maltrattare il pianeta, perché «nella misura in cui tutti noi causiamo piccoli danni ecologici», siamo chiamati a riconoscere «il nostro apporto, piccolo o grande, allo stravolgimento e alla distruzione dell’ambiente».[14] Su questo punto, egli si è espresso ripetutamente in maniera ferma e stimolante, invitandoci a riconoscere i peccati contro la creazione: «Che gli esseri umani distruggano la diversità biologica nella creazione di Dio; che gli esseri umani compromettano l’integrità della terra e contribuiscano al cambiamento climatico, spogliando la terra delle sue foreste naturali o distruggendo le sue zone umide; che gli esseri umani inquinino le acque, il suolo, l’aria: tutti questi sono peccati».[15] Perché «un crimine contro la natura è un crimine contro noi stessi e un peccato contro Dio».[16]

9. Allo stesso tempo Bartolomeo ha richiamato l’attenzione sulle radici etiche e spirituali dei problemi ambientali, che ci invitano a cercare soluzioni non solo nella tecnica, ma anche in un cambiamento dell’essere umano, perché altrimenti affronteremmo soltanto i sintomi. Ci ha proposto di passare dal consumo al sacrificio, dall’avidità alla generosità, dallo spreco alla capacità di condividere, in un’ascesi che «significa imparare a dare, e non semplicemente a rinunciare. E’ un modo di amare, di passare gradualmente da ciò che io voglio a ciò di cui ha bisogno il mondo di Dio. E’ liberazione dalla paura, dall’avidità e dalla dipendenza».[17] Noi cristiani, inoltre, siamo chiamati ad «accettare il mondo come sacramento di comunione, come modo di condividere con Dio e con il prossimo in una scala globale. E’ nostra umile convinzione che il divino e l’umano si incontrino nel più piccolo dettaglio della veste senza cuciture della creazione di Dio, persino nell’ultimo granello di polvere del nostro pianeta».[18]

San Francesco d’Assisi

10. Non voglio procedere in questa Enciclica senza ricorrere a un esempio bello e motivante. Ho preso il suo nome come guida e come ispirazione nel momento della mia elezione a Vescovo di Roma. Credo che Francesco sia l’esempio per eccellenza della cura per ciò che è debole e di una ecologia integrale, vissuta con gioia e autenticità. E’ il santo patrono di tutti quelli che studiano e lavorano nel campo dell’ecologia, amato anche da molti che non sono cristiani. Egli manifestò un’attenzione particolare verso la creazione di Dio e verso i più poveri e abbandonati. Amava ed era amato per la sua gioia, la sua dedizione generosa, il suo cuore universale. Era un mistico e un pellegrino che viveva con semplicità e in una meravigliosa armonia con Dio, con gli altri, con la natura e con se stesso. In lui si riscontra fino a che punto sono inseparabili la preoccupazione per la natura, la giustizia verso i poveri, l’impegno nella società e la pace interiore.

11. La sua testimonianza ci mostra anche che l’ecologia integrale richiede apertura verso categorie che trascendono il linguaggio delle scienze esatte o della biologia e ci collegano con l’essenza dell’umano. Così come succede quando ci innamoriamo di una persona, ogni volta che Francesco guardava il sole, la luna, gli animali più piccoli, la sua reazione era cantare, coinvolgendo nella sua lode tutte le altre creature. Egli entrava in comunicazione con tutto il creato, e predicava persino ai fiori e «li invitava a lodare e amare Iddio, come esseri dotati di ragione».[19] La sua reazione era molto più che un apprezzamento intellettuale o un calcolo economico, perché per lui qualsiasi creatura era una sorella, unita a lui con vincoli di affetto. Per questo si sentiva chiamato a prendersi cura di tutto ciò che esiste. Il suo discepolo san Bonaventura narrava che lui, «considerando che tutte le cose hanno un’origine comune, si sentiva ricolmo di pietà ancora maggiore e chiamava le creature, per quanto piccole, con il nome di fratello o sorella».[20] Questa convinzione non può essere disprezzata come un romanticismo irrazionale, perché influisce sulle scelte che determinano il nostro comportamento. Se noi ci accostiamo alla natura e all’ambiente senza questa apertura allo stupore e alla meraviglia, se non parliamo più il linguaggio della fraternità e della bellezza nella nostra relazione con il mondo, i nostri atteggiamenti saranno quelli del dominatore, del consumatore o del mero sfruttatore delle risorse naturali, incapace di porre un limite ai suoi interessi immediati. Viceversa, se noi ci sentiamo intimamente uniti a tutto ciò che esiste, la sobrietà e la cura scaturiranno in maniera spontanea. La povertà e l’austerità di san Francesco non erano un ascetismo solamente esteriore, ma qualcosa di più radicale: una rinuncia a fare della realtà un mero oggetto di uso e di dominio.

12. D’altra parte, san Francesco, fedele alla Scrittura, ci propone di riconoscere la natura come uno splendido libro nel quale Dio ci parla e ci trasmette qualcosa della sua bellezza e della sua bontà: «Difatti dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia si contempla il loro autore» (Sap 13,5) e «la sua eterna potenza e divinità vengono contemplate e comprese dalla creazione del mondo attraverso le opere da lui compiute» (Rm 1,20). Per questo chiedeva che nel convento si lasciasse sempre una parte dell’orto non coltivata, perché vi crescessero le erbe selvatiche, in modo che quanti le avrebbero ammirate potessero elevare il pensiero a Dio, autore di tanta bellezza.[21] Il mondo è qualcosa di più che un problema da risolvere, è un mistero gaudioso che contempliamo nella letizia e nella lode.

Il mio appello

13. La sfida urgente di proteggere la nostra casa comune comprende la preoccupazione di unire tutta la famiglia umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale, poiché sappiamo che le cose possono cambiare. Il Creatore non ci abbandona, non fa mai marcia indietro nel suo progetto di amore, non si pente di averci creato. L’umanità ha ancora la capacità di collaborare per costruire la nostra casa comune. Desidero esprimere riconoscenza, incoraggiare e ringraziare tutti coloro che, nei più svariati settori dell’attività umana, stanno lavorando per garantire la protezione della casa che condividiamo. Meritano una gratitudine speciale quanti lottano con vigore per risolvere le drammatiche conseguenze del degrado ambientale nella vita dei più poveri del mondo. I giovani esigono da noi un cambiamento. Essi si domandano com’è possibile che si pretenda di costruire un futuro migliore senza pensare alla crisi ambientale e alle sofferenze degli esclusi.

14. Rivolgo un invito urgente a rinnovare il dialogo sul modo in cui stiamo costruendo il futuro del pianeta. Abbiamo bisogno di un confronto che ci unisca tutti, perché la sfida ambientale che viviamo, e le sue radici umane, ci riguardano e ci toccano tutti. Il movimento ecologico mondiale ha già percorso un lungo e ricco cammino, e ha dato vita a numerose aggregazioni di cittadini che hanno favorito una presa di coscienza. Purtroppo, molti sforzi per cercare soluzioni concrete alla crisi ambientale sono spesso frustrati non solo dal rifiuto dei potenti, ma anche dal disinteresse degli altri. Gli atteggiamenti che ostacolano le vie di soluzione, anche fra i credenti, vanno dalla negazione del problema all’indifferenza, alla rassegnazione comoda, o alla fiducia cieca nelle soluzioni tecniche. Abbiamo bisogno di nuova solidarietà universale. Come hanno detto i Vescovi del Sudafrica, «i talenti e il coinvolgimento di tutti sono necessari per riparare il danno causato dagli umani sulla creazione di Dio».[22] Tutti possiamo collaborare come strumenti di Dio per la cura della creazione, ognuno con la propria cultura ed esperienza, le proprie iniziative e capacità.

15. Spero che questa Lettera enciclica, che si aggiunge al Magistero sociale della Chiesa, ci aiuti a riconoscere la grandezza, l’urgenza e la bellezza della sfida che ci si presenta. In primo luogo, farò un breve percorso attraverso vari aspetti dell’attuale crisi ecologica allo scopo di assumere i migliori frutti della ricerca scientifica oggi disponibile, lasciarcene toccare in profondità e dare una base di concretezza al percorso etico e spirituale che segue. A partire da questa panoramica, riprenderò alcune argomentazioni che scaturiscono dalla tradizione giudeo-cristiana, al fine di dare maggiore coerenza al nostro impegno per l’ambiente. Poi proverò ad arrivare alle radici della situazione attuale, in modo da coglierne non solo i sintomi ma anche le cause più profonde. Così potremo proporre un’ecologia che, nelle sue diverse dimensioni, integri il posto specifico che l’essere umano occupa in questo mondo e le sue relazioni con la realtà che lo circonda. Alla luce di tale riflessione vorrei fare un passo avanti in alcune ampie linee di dialogo e di azione che coinvolgano sia ognuno di noi, sia la politica internazionale. Infine, poiché sono convinto che ogni cambiamento ha bisogno di motivazioni e di un cammino educativo, proporrò alcune linee di maturazione umana ispirate al tesoro dell’esperienza spirituale cristiana.

16. Ogni capitolo, sebbene abbia una sua tematica propria e una metodologia specifica, riprende a sua volta, da una nuova prospettiva, questioni importanti affrontate nei capitoli precedenti. Questo riguarda specialmente alcuni assi portanti che attraversano tutta l’Enciclica. Per esempio: l’intima relazione tra i poveri e la fragilità del pianeta; la convinzione che tutto nel mondo è intimamente connesso; la critica al nuovo paradigma e alle forme di potere che derivano dalla tecnologia; l’invito a cercare altri modi di intendere l’economia e il progresso; il valore proprio di ogni creatura; il senso umano dell’ecologia; la necessità di dibattiti sinceri e onesti; la grave responsabilità della politica internazionale e locale; la cultura dello scarto e la proposta di un nuovo stile di vita. Questi temi non vengono mai chiusi o abbandonati, ma anzi costantemente ripresi e arricchiti.

Il Sacramento dell’Unzione degli infermi

AR  – DE  – EN  – ES  – FR  – HR  – IT  – PL  – PT ]

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 26 febbraio 2014

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Cari fratelli e sorelle, buongiorno.

Oggi vorrei parlarvi del Sacramento dell’Unzione degli infermi, che ci permette di toccare con mano la compassione di Dio per l’uomo. In passato veniva chiamato “Estrema unzione”, perché era inteso come conforto spirituale nell’imminenza della morte. Parlare invece di “Unzione degli infermi” ci aiuta ad allargare lo sguardo all’esperienza della malattia e della sofferenza, nell’orizzonte della misericordia di Dio.

1. C’è un’icona biblica che esprime in tutta la sua profondità il mistero che traspare nell’Unzione degli infermi: è la parabola del «buon samaritano», nel Vangelo di Luca (10,30-35). Ogni volta che celebriamo tale Sacramento, il Signore Gesù, nella persona del sacerdote, si fa vicino a chi soffre ed è gravemente malato, o anziano. Dice la parabola che il buon samaritano si prende cura dell’uomo sofferente versando sulle sue ferite olio e vino. L’olio ci fa pensare a quello che viene benedetto dal Vescovo ogni anno, nella Messa crismale del Giovedì Santo, proprio in vista dell’Unzione degli infermi. Il vino, invece, è segno dell’amore e della grazia di Cristo che scaturiscono dal dono della sua vita per noi e si esprimono in tutta la loro ricchezza nella vita sacramentale della Chiesa. Infine, la persona sofferente viene affidata a un albergatore, affinché possa continuare a prendersi cura di lei, senza badare a spese. Ora, chi è questo albergatore? È la Chiesa, la comunità cristiana, siamo noi, ai quali ogni giorno il Signore Gesù affida coloro che sono afflitti, nel corpo e nello spirito, perché possiamo continuare a riversare su di loro, senza misura, tutta la sua misericordia e la salvezza.

2. Questo mandato è ribadito in modo esplicito e preciso nella Lettera di Giacomo, dove raccomanda: «Chi è malato, chiami presso di sé i presbiteri della Chiesa ed essi preghino su di lui, ungendolo con olio nel nome del Signore. E la preghiera fatta con fede salverà il malato: il Signore lo solleverà e, se ha commesso peccati, gli saranno perdonati» (5,14-15). Si tratta quindi di una prassi che era in atto già al tempo degli Apostoli. Gesù infatti ha insegnato ai suoi discepoli ad avere la sua stessa predilezione per i malati e per i sofferenti e ha trasmesso loro la capacità e il compito di continuare ad elargire nel suo nome e secondo il suo cuore sollievo e pace, attraverso la grazia speciale di tale Sacramento. Questo però non ci deve fare scadere nella ricerca ossessiva del miracolo o nella presunzione di poter ottenere sempre e comunque la guarigione. Ma è la sicurezza della vicinanza di Gesù al malato e anche all’anziano, perché ogni anziano, ogni persona di più di 65 anni, può ricevere questo Sacramento, mediante il quale è Gesù stesso che ci avvicina.

Ma quando c’è un malato a volte si pensa: “chiamiamo il sacerdote perché venga”; “No, poi porta malafortuna, non chiamiamolo”, oppure “poi si spaventa l’ammalato”. Perché si pensa questo? Perché c’è un po’ l’idea che dopo il sacerdote arrivano le pompe funebri. E questo non è vero. Il sacerdote viene per aiutare il malato o l’anziano; per questo è tanto importante la visita dei sacerdoti ai malati. Bisogna chiamare il sacerdote presso il malato e dire: “venga, gli dia l’unzione, lo benedica”. È Gesù stesso che arriva per sollevare il malato, per dargli forza, per dargli speranza, per aiutarlo; anche per perdonargli i peccati. E questo è bellissimo! E non bisogna pensare che questo sia un tabù, perché è sempre bello sapere che nel momento del dolore e della malattia noi non siamo soli: il sacerdote e coloro che sono presenti durante l’Unzione degli infermi rappresentano infatti tutta la comunità cristiana che, come un unico corpo si stringe attorno a chi soffre e ai familiari, alimentando in essi la fede e la speranza, e sostenendoli con la preghiera e il calore fraterno. Ma il conforto più grande deriva dal fatto che a rendersi presente nel Sacramento è lo stesso Signore Gesù, che ci prende per mano, ci accarezza come faceva con gli ammalati e ci ricorda che ormai gli apparteniamo e che nulla – neppure il male e la morte – potrà mai separarci da Lui. Abbiamo questa abitudine di chiamare il sacerdote perché ai nostri malati – non dico ammalati di influenza, di tre-quattro giorni, ma quando è una malattia seria – e anche ai nostri anziani, venga e dia loro questo Sacramento, questo conforto, questa forza di Gesù per andare avanti? Facciamolo!

“Il servizio alla comunione”

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BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 5 aprile 2006

“Il servizio alla comunione”

Cari fratelli e sorelle,

nella nuova serie di catechesi, iniziata poche settimane fa, vogliamo considerare le origini della Chiesa, per capire il disegno originario di Gesù, e così comprendere l’essenziale della Chiesa, che permane nel variare dei tempi. Vogliamo così capire anche il perché del nostro essere nella Chiesa e come dobbiamo impegnarci a viverlo all’inizio di un nuovo millennio cristiano.

Considerando la Chiesa nascente, possiamo scoprirne due aspetti: un primo aspetto viene fortemente messo in luce da sant’Ireneo di Lione, martire e grande teologo della fine del II° secolo, il primo ad averci dato una teologia in qualche modo sistematica. Sant’Ireneo scrive: “Dove c’è la Chiesa, lì c’è anche lo Spirito di Dio; e dove c’è lo Spirito di Dio, lì c’è la Chiesa ed ogni grazia; poiché lo Spirito è verità” (Adversus haereses, III, 24, 1: PG 7,966). Quindi esiste un intimo legame tra lo Spirito Santo e la Chiesa. Lo Spirito Santo costruisce la Chiesa e dona ad essa la verità, effonde – come dice san Paolo – nei cuori dei credenti l’amore (cfr Rm 5,5). Ma c’è poi un secondo aspetto. Questo intimo legame con lo Spirito non annulla la nostra umanità con tutta la sua debolezza, e così la comunità dei discepoli conosce fin dagli inizi non solo la gioia dello Spirito Santo, la grazia della verità e dell’amore, ma anche la prova, costituita soprattutto dai contrasti circa le verità di fede, con le conseguenti lacerazioni della comunione. Come la comunione dell’amore esiste sin dall’inizio e vi sarà fino alla fine (cfr 1 Gv 1,1ss), così purtroppo fin dall’inizio subentra anche la divisione. Non dobbiamo meravigliarci che essa esista anche oggi: “Sono usciti di mezzo a noi – dice la Prima Lettera di Giovanni -, ma non erano dei nostri; se fossero stati dei nostri, sarebbero rimasti con noi; ma doveva rendersi manifesto che non tutti sono dei nostri” (2,19). Quindi c’è sempre il pericolo, nelle vicende del mondo e anche nelle debolezze della Chiesa, di perdere la fede, e così anche di perdere l’amore e la fraternità. E’ quindi un preciso dovere di chi crede alla Chiesa dell’amore e vuol vivere in essa, riconoscere anche questo pericolo e accettare che non è possibile poi la comunione con chi si è allontanato dalla dottrina della salvezza (cfr 2 Gv 9-11).

Che la Chiesa nascente fosse ben consapevole di queste tensioni possibili nell’esperienza della comunione lo mostra bene la Prima Lettera di Giovanni: non c’è voce nel Nuovo Testamento che si levi con più forza per evidenziare la realtà e il dovere dell’amore fraterno fra i cristiani; ma la stessa voce si indirizza con drastica severità agli avversari, che sono stati membri della comunità e ora non lo sono più. La Chiesa dell’amore è anche la Chiesa della verità, intesa anzitutto come fedeltà al Vangelo affidato dal Signore Gesù ai suoi. La fraternità cristiana nasce dall’essere costituiti figli dello stesso Padre dallo Spirito di verità: “Tutti quelli infatti che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio” (Rm 8,14). Ma la famiglia dei figli di Dio, per vivere nell’unità e nella pace, ha bisogno di chi la custodisca nella verità e la guidi con discernimento sapiente e autorevole: è ciò che è chiamato a fare il ministero degli Apostoli. E qui arriviamo ad un punto importante. La Chiesa è tutta dello Spirito, ma ha una struttura, la successione apostolica, cui spetta la responsabilità di garantire il permanere della Chiesa nella verità donata da Cristo, dalla quale viene anche la capacità dell’amore.

Il primo sommario degli Atti esprime con grande efficacia la convergenza di questi valori nella vita della Chiesa nascente: “Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna (koinonìa), nella frazione del pane e nelle preghiere” (At 2,42). La comunione nasce dalla fede suscitata dalla predicazione apostolica, si nutre dello spezzare il pane e della preghiera, e si esprime nella carità fraterna e nel servizio. Siamo di fronte alla descrizione della comunione della Chiesa nascente nella ricchezza dei suoi dinamismi interni e delle sue espressioni visibili: il dono della comunione è custodito e promosso in particolare dal ministero apostolico, che a sua volta è dono per tutta la comunità.

Gli Apostoli e i loro successori sono pertanto i custodi e i testimoni autorevoli del deposito della verità consegnato alla Chiesa, come sono anche i ministri della carità: due aspetti che vanno insieme. Essi devono sempre pensare alla inseparabilità di questo duplice servizio, che in realtà è uno solo: verità e carità, rivelate e donate dal Signore Gesù. Il loro è, in tal senso, anzitutto un servizio di amore: la carità che essi devono vivere e promuovere è inseparabile dalla verità che custodiscono e trasmettono. La verità e l’amore sono due volti dello stesso dono, che viene da Dio e che grazie al ministero apostolico è custodito nella Chiesa e ci raggiunge fino al nostro presente! Anche attraverso il servizio degli Apostoli e dei loro successori l’amore di Dio Trinità ci raggiunge per comunicarci la verità che ci fa liberi (cfr Gv 8,32)! Tutto questo che vediamo nella Chiesa nascente ci spinge a pregare per i Successori degli Apostoli, per tutti i Vescovi e per i Successori di Pietro, affinché siano realmente insieme custodi della verità e della carità; affinché siano, in questo senso, realmente apostoli di Cristo, perché la sua luce, la luce della verità e della carità, non si spenga mai nella Chiesa e nel mondo.

I limiti etici nelle opere d’arte e nella produzione audiovisiva

ES  – IT  – PT ]

GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 29 aprile 1981

Cari fratelli e sorelle,

L’udienza di oggi ricorre nella festa di Santa Caterina da Siena, patrona d’Italia insieme a San Francesco d’Assisi. Il ricordo dell’umile e sapiente vergine domenicana riempie l’animo di tutti noi di spirituale esultanza e ci fa trasalire di gioia nello Spirito Santo, perché il Signore del cielo e della terra ha rivelato i suoi segreti ai semplici (cf. Lc 10,21 ). Il messaggio di Caterina, animato da fede purissima, da amore fervente e da dedizione insonne alla Chiesa, investe ciascuno di noi e ci trascina soavemente ad una imitazione generosa. Sono pertanto lieto di rivolgere una particolare saluto agli italiani presenti a questo incontro e a tutto il caro popolo italiano.Ascoltate, cari fedeli, queste parole di Santa Caterina: “Nel lume della fede acquisto la sapienza; nella luce della fede spero; non mi lascio venir meno nel cammino. Questo lume mi insegna la via” (S. Caterina da Siena, Dialogo, c. CLXVII).Per sua intercessione imploriamo una fede sempre più profonda ed ardente, affinché Cristo sia la luce del nostro cammino, di quello delle nostre famiglie e della nostra società intera, assicurando così alla diletta Italia la vera pace, fondata sulla giustizia e soprattutto sul rispetto della legge divina, che costituì l’anelito vivissimo della grande Santa senese.1.

Abbiamo già dedicato una serie di riflessioni al significato delle parole pronunziate da Cristo nel Discorso della Montagna, in cui Egli esorta alla purezza di cuore, richiamando l’attenzione perfino sullo “sguardo concupiscente”. Non possiamo dimenticare queste parole di Cristo anche quando si tratta della vasta sfera della cultura artistica, soprattutto quella di carattere visivo e spettacolare, come pure quando si tratta della sfera della cultura “di massa” – così significativa per i nostri tempi – collegata con l’uso delle tecniche divulgative della comunicazione audiovisiva. Abbiamo detto ultimamente che la sunnominata sfera dell’attività dell’uomo viene talvolta messa sotto accusa di “pornovisione”, così come nei confronti della letteratura viene avanzata l’accusa di “pornografia”. L’uno e l’altro fatto ha luogo quando si oltrepassa il limite della vergogna, ossia della sensibilità personale rispetto a ciò che si collega con il corpo umano, con la sua nudità, quando nell’opera artistica mediante le tecniche di produzione audiovisiva viene violato il diritto all’intimità del corpo nella sua mascolinità o femminilità, e – in ultima analisi – quando viene violata quella intima e costante destinazione al dono e del reciproco donarsi, che è iscritta in quella femminilità e mascolinità attraverso l’intera struttura dell’essere-uomo. Quella profonda iscrizione, anzi, incisione, decide del significato sponsale del corpo, cioè della fondamentale chiamata che esso riceve a formare una “comunione di persone” e a parteciparvi.2.

È ovvio che nelle opere d’arte, oppure nei prodotti della riproduzione artistica audiovisiva, la suddetta costante destinazione al dopo, cioè quella profonda iscrizione del significato del corpo umano, possa essere violata soltanto nell’ordine intenzionale della riproduzione e della rappresentazione; si tratta infatti – come già in precedenza è stato detto – del corpo umano quale modello o tema. Tuttavia, se il senso della vergogna e la sensibilità personale vengono in tali casi offesi, ciò avviene a causa del loro trasferimento nella dimensione della “comunicazione sociale”, quindi a causa del fatto che si rende, per così dire, pubblica proprietà ciò che, nel giusto sentire dell’uomo, appartiene e deve appartenere strettamente al rapporto interpersonale, ciò che è legato – come già prima è stato rilevato – alla “comunione stessa delle persone“, e nel suo ambito corrisponde alla verità interiore dell’uomo, dunque anche alla verità integrale sull’uomo.In questo punto non è possibile consentire con i rappresentanti del cosiddetto naturalismo, i quali richiamano il diritto a “tutto ciò che è umano”, nelle opere d’arte e nei prodotti della riproduzione artistica, affermando di agire in tal modo nel nome della verità realistica circa l’uomo. E appunto questa verità sull’uomo – la verità intera sull’uomo – che esige di prendere in considerazione sia il senso dell’intimità del corpo sia la coerenza del dono connesso alla mascolinità e femminilità del corpo stesso, nel quale si rispecchia il mistero dell’uomo, proprio della struttura interiore della persona. Tale verità sull’uomo deve essere presa in considerazione anche nell’ordine artistico, se vogliamo parlare di un pieno realismo.3.

In questo caso si costata quindi che la regolarità propria della “comunione delle persone” concorda profondamente con l’area vasta e differenziata della “comunicazione”. Il corpo umano nella sua nudità – come abbiamo affermato nelle precedenti analisi (in cui ci siamo riferiti a Genesi 2, 25) – inteso come una manifestazione della persona e come suo dono, ossia segno di affidamento e di donazione all’altra persona, consapevole del dono, scelta e decisa a rispondervi in modo altrettanto personale, diventa sorgente di una particolare “comunicazione” interpersonale. Come è stato già detto, questa è una particolare comunicazione nella umanità stessa. Quella comunicazione interpersonale penetra profondamente nel sistema della comunione (“communio personarum”), nello stesso tempo cresce da esso e si sviluppa correttamente nel suo ambito. Appunto a motivo del grande valore del corpo in tale sistema di “comunione” interpersonale, il fare del corpo nella sua nudità – che esprime appunto “l’elemento” del dono – l’oggetto-tema dell’opera d’arte o della riproduzione audiovisiva, è un problema non soltanto di natura estetica, ma, nello stesso tempo, anche di natura etica. Infatti, quell’”elemento del dono” viene, per così dire, sospeso nella dimensione di una recezione incognita e di una risposta imprevista, e con ciò viene in qualche modo intenzionalmente “minacciato”, nel senso che può diventare oggetto anonimo di “appropriazione”, oggetto di abuso. Proprio per ciò la verità integrale sull’uomo costituisce, in questo caso, la base della norma secondo la quale si modella il bene o il male delle determinate azioni, dei comportamenti, dei costumi e delle situazioni. La verità sull’uomo, su ciò che in lui – appunto a motivo del suo corpo e del suo sesso (femminilità – mascolinità) – è particolarmente personale ed interiore, crea qui precisi limiti che non è lecito oltrepassare.4.

Questi limiti debbono essere riconosciuti e osservati dall’artista che fa del corpo umano oggetto, modello o tema dell’opera d’arte o della riproduzione audiovisiva. Né lui né altri responsabili in questo campo hanno il diritto di esigere, proporre o fare sì che altri uomini, invitati, esortati o ammessi a vedere, a contempla. e l’immagine, violino quei limiti insieme con loro, oppure a causa loro. Si tratta dell’immagine, nella quale ciò che in se stesso costituisce il contenuto e il valore profondamente personale, ciò che appartiene all’ordine del dono e del vicendevole donarsi della persona alla persona, viene, come tema, sradicato dal proprio autentico substrato, per divenire, per mezzo della “comunicazione sociale” oggetto e per di più, in certo senso, oggetto anonimo.5.

Tutto il problema della “pornovisione” e della “pornografia” come risulta da ciò che è detto sopra, non è effetto di mentalità puritana né di un angusto moralismo, come pure non è prodotto di un pensiero carico di manicheismo. Si tratta in esso di una importantissima, fondamentale sfera di valori di fronte ai quali l’uomo non può rimanere indifferente a motivo della dignità dell’umanità, del carattere personale e dell’eloquenza del corpo umano. Tutti quei contenuti e valori, attraverso le opere d’arte e l’attività di mezzi audiovisivi, possono essere modellati ed approfonditi, ma altresì essere deformati e distrutti “nel cuore” dell’uomo. Come si vede, ci troviamo di continuo nell’orbita delle parole pronunziate da Cristo nel Discorso della Montagna. Anche i problemi, che stiamo qui trattando, debbono essere esaminati alla luce di quelle parole, che considerano il “guardare” nato dalla concupiscenza come un “adulterio commesso nel cuore”.E perciò sembra che la riflessione su questi problemi, importanti per “creare un clima favorevole all’educazione della castità”, costituisca un annesso indispensabile a tutte le precedenti analisi, quali, nel corso dei numerosi incontri del mercoledì, abbiamo dedicato a questo tema.

Faith in the Most Holy Eucharist

Faith in the Most Holy Eucharist

December 2, 2019
Monday of the First Week of Advent
Readings for Today

“Lord, I am not worthy to have you enter under my roof; only say the word and my servant will be healed.”  Mt. 8:8

This familiar line is taken from the faith of a Roman centurion.  He asked Jesus to heal his servant, Jesus agrees to come cure him, and the centurion exclaims this profound faith in Jesus stating two things: 1) He’s not worthy of Jesus’ presence in his home and, 2) His confidence that Jesus can heal his servant simply by saying the word.

Jesus, of course, is quite impressed with this man’s faith and obliges him with the physical healing of his servant from a distance.  But Jesus does much more than a healing.  He also holds this man up as a model of faith for all.

This beautiful statement of faith from the centurion is used within the Mass to speak of two matters of faith in regard to the Eucharist: 1) We are not worthy to receive Holy Communion and, 2) We invite Jesus anyway to come and heal our souls.

Advent is a time when we especially ponder the great mystery of the Incarnation.  It’s a time when we especially ponder the mystery of God coming and dwelling with us in physical form.  Though this happened over two thousand years ago, it continues to take place at each and every Mass.  And at each and every Mass we are called to express the same faith as this Roman centurion.

Reflect, today, upon your faith in the coming of Christ in the Most Holy Eucharist.  Each Mass is a manifestation of the God-Man who came to live among us and live within us.  If we but have the faith of this centurion, we, too, will be blessed by our God beyond measure.

Lord, I do believe.  Help my unbelief.  Help me to see my unworthiness each time I prepare for Holy Communion.  And in that humble admission, may I also invite Your healing presence in my life.  Jesus, I trust in You.

Monday (December 2): “Many will sit at table in the kingdom of heaven”

Daily Reading & Meditation

Monday (December 2): “Many will sit at table in the kingdom of heaven”
Gospel Reading: Matthew 8:5-11  

5 As he entered Capernaum, a centurion came forward to him, begging him 6 and saying, “Lord, my servant is lying paralyzed at home, in terrible distress.” 7 And he said to him, “I will come and heal him.” 8 But the centurion answered him, “Lord, I am not worthy to have you come under my roof; but only say the word, and my servant will be healed. 9 For I am a man under authority, with soldiers under me; and I say to one, `Go,’ and he goes, and to another, `Come,’ and he comes, and to my slave, `Do this,’ and he does it.” 10 When Jesus heard him, he marveled, and said to those who followed him, “Truly, I say to you, not even in Israel have I found such faith. 11 I tell you, many will come from east and west and sit at table with Abraham, Isaac, and Jacob in the kingdom of heaven

Old Testament Reading: Isaiah 2:1-5  (alternate reading for Year A: Isaiah 4:2-6)

1 The word which Isaiah the son of Amoz saw concerning Judah and Jerusalem. 2 It shall come to pass in the latter days that the mountain of the house of the LORD shall be established as the highest of the mountains, and shall be raised above the hills;  and all the nations shall flow to it, 3 and many peoples shall come, and say: “Come, let us go up to the mountain of the LORD, to the house of the God of Jacob;  that he may teach us his ways  and that we may walk in his paths.”  For out of Zion shall go forth the law, and the word of the LORD from Jerusalem. 4 He shall judge between the nations, and shall decide for many peoples;  and they shall beat their swords into plowshares, and their spears into pruning hooks;  nation shall not lift up sword against nation, neither shall they learn war any more. 5 O house of Jacob, come, let us walk in the light of the LORD.

Meditation: Are you ready to feast at the Lord’s banquet table? God’s gracious invitation extends to all – Jew and Gentile alike – who will turn to him with faith and obedience. Jesus used many images or pictures to convey what the kingdom of God is like. One such image is a great banquet feast given at the King’s table (Matthew 8:11 and Luke 13:29). Jesus promised that everyone who believed in him would come and feast at the heavenly banquet table of his Father. Jesus told this parable in response to the dramatic request made by a Roman centurion, a person despised by many because he was an outsider, not one of the “chosen ones” of Israel. In Jesus’ time the Jews hated the Romans because they represented everything they stood against – including foreign domination and  pagan beliefs and practices.

The power to command with trust and respect
Why did Jesus not only warmly receive a Roman centurion but praise him as a model of faith and confidence in God? In the Roman world the position of centurion was very important. He was an officer in charge of a hundred soldiers. In a certain sense, he was the backbone of the Roman army, the cement which held the army together. Polybius, an ancient writer, describes what a centurion should be: “They must not be so much venturesome seekers after danger as men who can command, steady in action, and reliable; they ought not to be over-anxious to rush into the fight, but when hard pressed, they must be ready to hold their ground, and die at their posts.”

Faith in Jesus’ authority and power to heal
The centurion who approached Jesus was not only courageous, but faith-filled as well. He risked the ridicule of his cronies as well as mockery from the Jews by seeking help from a traveling preacher from Galilee. Nonetheless, the centurion approached Jesus with great confidence and humility. He was an extraordinary man because he loved his slave. In the Roman world slaves were treated like animals – something to be used for work and pleasure and for bartering and trade. This centurion was a man of great compassion and extraordinary faith. He wanted Jesus to heal his beloved slave. Jesus commends him for his faith and immediately grants him his request. Are you willing to suffer ridicule in the practice of your faith? And when you need help, do you approach the Lord Jesus with expectant faith?

Christ comes to establish God’s kingdom of peace where all peoples can feast at his table
The prophet Isaiah foretold a time of restoration for the holy city Jerusalem and for its remnants (see Isaiah 4:2-6) and also a time of universal peace when all nations would come to Jerusalem to “the mountain of the Lord and to the house of the God of Jacob” and “beat their swords into plowshares” (Isaiah 2:2-4). Jesus fulfills this prophecy first by restoring both Jew and Gentile to friendship with God through the victory he won for us on the cross. When he comes again he will fully establish his universal rule of peace and righteousness (moral goodness) and unite all things in himself (Ephesians 1:10). His promise extends to all generations who believe in him that we, too, might feast at the heavenly banquet table with the patriarchs of the Old Covenant (Abraham, Isaac, and Jacob) who believed but did not yet see the promised Messiah.

Do you believe in God’s promises and do you seek his kingdom first in your life? The season of Advent reminds us that the Lord Jesus wants us to actively seek him and the coming of his kingdom in our lives. The Lord will surely reward those who seek his will for their lives. We can approach the Lord Jesus with expectant faith, like the centurion in today’s Gospel reading (Matthew 8:5-11), knowing that he will show us his mercy and give us his help.

“Lord Jesus, you feed us daily with your life-giving word and you sustain us on our journey to our true homeland with you and the Father in heaven.  May I never lose hope in your promises nor lag in zeal for your kingdom of righteousness and peace.”

Psalm 122:1-9

1 I was glad when they said to me, “Let us go to the house of the LORD!”
2 Our feet have been standing within your gates, O Jerusalem!
3 Jerusalem, built as a city which is bound firmly together,
4 to which the tribes go up, the tribes of the LORD, as was decreed for Israel, to give thanks to the name of the LORD.
5 There thrones for judgment were set, the thrones of the house of David.
6 Pray for the peace of Jerusalem! “May they prosper who love you!
7 Peace be within your walls, and security within your towers!”
8 For my brethren and companions’ sake I will say, “Peace be within you!”
9 For the sake of the house of the LORD our God, I will seek your good.

Daily Quote from the early church fathersWelcoming the Lord Jesus with expectant faith and humility, by Augustine of Hippo, 354-430 A.D.

“When the Lord promised to go to the centurion’s house to heal his servant, the centurion answered, ‘Lord, I am not worthy to have you come under my roof; but only say the word, and my servant will be healed.’ By viewing himself as unworthy, he showed himself worthy for Christ to come not merely into his house but also into his heart. He would not have said this with such great faith and humility if he had not already welcomed in his heart the One who came into his house. It would have been no great joy for the Lord Jesus to enter into his house and not to enter his heart. For the Master of humility both by word and example sat down also in the house of a certain proud Pharisee, Simon, and though he sat down in his house, there was no place in his heart. For in his heart the Son of Man could not lay his head” (Matthew 8:20). (excerpt from SERMON 62.1)

Meditations may be freely reprinted for non-commercial use – please cite: copyright (c) 2019 Servants of the Word, source:  www.dailyscripture.net, author Don Schwager

Daily Reflection

Today’s Gospel reading by Matthew is a beautiful story about faith and how the Kingdom of God is open to all. We begin with Jesus entering Capernaum, a city with a heavy military presence, and being approached by a centurion. Interesting, in itself, since we certainly see a pattern of Jesus gravitating toward those considered outcasts or who are lost. The centurion approaches Jesus and describes his paralyzed and suffering servant. Without hesitation, Jesus offers to go to his home and to heal him. Although I think any one of us would jump at this opportunity and immediately take Jesus up on the offer, the centurion replies humbly that he is not worthy for Jesus to enter under his roof. Instead, this is a Roman soldier, a non-Jew, who understands authority and, as such, recognizes the authority given to Jesus to heal through not just through his actions, but his words. Thus, humbly and with great faith he asks Jesus to do just that – to “say the word and my servant will be healed.” As a result of this interaction, Jesus is amazed by this man’s humility and faith and comments on how different this man is from those in Israel who are often self-righteous or weak in faith. In fact, Jesus invites those who are humble and strong in faith to recline with Abraham, Isaac, and Jacob at the banquet in the Kingdom of heaven.

Matthew’s reading provides many lessons. First, it reminds us to refocus first, from me to those in need – much like the centurion cared for his servant, and second, from me to Him. In a society plagued with narcissism it reminds us of the importance of humility; knowing that from humility and a dependence on the Lord comes great faith and the Kingdom of God. Seems odd, but when was the last time you yearned to model after a centurion?

December 2

MORNING

Ye have an unction from the Holy One, and ye know all things. I John 2:20

God anointed Jesus of Nazareth with the Holy Ghost and with power. Acts 10:38

It pleased the Father that in him should all fulness dwell. Col. 1:19

Of his fullness have all we received, and grace for grace. John 1:16

Thou anointest my head with oil. Psa. 23:5

The anointing which ye have received of him abideth in you, and ye need not that any man teach you: but as the same anointing teacheth you of all things, and is truth, and is no lie, and even as it hath taught you, ye shall abide in him. I John 2:27

The Comforter, which is the Holy Ghost, whom the Father will send in my name, he shall teach you ail things, and bring all things to your remembrance, whatsoever I have said unto you. John 14:26

The Spirit also helpeth our infirmities: for we know not what we should pray for as we ought: but the Spirit itself maketh intercession for us with groanings which cannot be uttered. Rom. 8:26

EVENING

Having our hearts sprinkled from an evil conscience. Heb. 10:22

If the blood of bulls and of goats, and the ashes of an heifer sprinkling the unclean, sanctifieth to the purifying of the flesh: How much more shall the blood of Christ, who through the eternal Spirit offered himself without spot to God, purge your conscience from dead works to serve the living God. Heb. 9:1314

The blood of sprinkling, that speaketh better things than that of Abel. Heb. 12:24

We have redemption through his blood, the forgiveness of sins, according to the riches of his grace. Eph. 1:7

When Moses had spoken every precept to all the people according to the law, he took the blood of calves and of goats, with water, and scarlet wool, and hyssop, and sprinkled both the book, and all the people. Moreover he sprinkled … with blood both the tabernacle, and all the vessels of the ministry. And almost all things are by the law purged with blood; and without shedding of blood is no remission. Heb. 9:192122

Reflection 336: The Riches of the World…or God?

Reflection 336: The Riches of the World…or God?

It’s interesting how often we desire earthly possessions.  Even if you had every treasure in the world all to yourself, this could not fill the longing in your heart.  There is one thing and one thing alone that fills the void within you and that is the Lord and His holy Will.  Nothing else suffices, yet we often work so hard at gaining more and more of the things that pass away (See Diary #1632).

Spend time today imagining that you obtained a superabundance of wealth.  What would this do to your life?  Would it make you happy?  Perhaps it would be fun, interesting, exciting, and entertaining…at least for a while.  But the truth is that nothing can fill the void in your heart except God.  Yes, there is a void that needs to be filled.  You feel it and are always seeking to fill it.  Do so with God and His Mercy.  You will find that what you have desired all along is free for the receiving.

Lord, You are my riches and wealth.  You must become all that I desire in life.  Give me the grace to believe this truth and to choose You as the fulfillment of all my longings.  I love You, dear Lord.  Help me to love You more.  Jesus, I trust in You.

Christ, Candle of Hope

Christ, Candle of Hope

God, our loving Father, you sent your Son,

Jesus Christ, into this world to counter

all the forces of evil: sin, suffering and death,

and to overcome evil with the force of good;

hatred with the power of love,

your great love for us in Jesus.

 

Help us never to curse the darkness,

but to join with you in bringing

Your light into this world,

the light that is your Son,

born of the Virgin Mary, in Bethlehem.

Help us to be instruments of your light

and love by doing one special act of kindness

or by being your special instrument

of reconciliation this New Year.

 

May the Christ Candle we light symbolize

our desire to bring light into a world of darkness

and hope into a world of despair.

We ask this through Christ our Lord.

Amen.

Lettura del giorno

Questa pagina dà quattro brani – uno dai libri storici, uno dagli scritti, uno dai profeti e uno dal Nuovo Testamento. Fanno parte di uno schema per leggere tutta la Bibbia in un anno. Puoi anche ricevere un messaggio di posta elettronica ogni giorno con la lettura del giorno, oppure inserire la lettura del giorno nel tuo sito.

Seleziona la versione da usare: 

Lettura del 2/12

2Cronache 33

1 Quando Manàsse divenne re, aveva dodici anni; regnò cinquantacinque anni in Gerusalemme. 2 Egli fece ciò che è male agli occhi del Signore, secondo gli abomini dei popoli che il Signore aveva scacciato di fronte agli Israeliti. 3 Ricostruì le alture demolite da suo padre Ezechia, eresse altari ai Baal, piantò pali sacri, si prostrò davanti a tutta la milizia del cielo e la servì. 4 Costruì altari nel tempio, del quale il Signore aveva detto: «In Gerusalemme sarà il mio nome per sempre». 5 Eresse altari a tutta la milizia del cielo nei due cortili del tempio. 6 Fece passare i suoi figli per il fuoco nella Valle di Ben-Hinnòn. Praticò la magia, gli incantesimi e la stregoneria; istituì negromanti e indovini. Compì in molte maniere ciò che è male agli occhi del Signore provocando il suo sdegno. 7 E collocò la statua dell’idolo che aveva fatto, nel tempio, di cui Dio aveva detto a Davide e al figlio Salomone: «In questo tempio e in Gerusalemme, che mi sono scelta fra tutte le tribù di Israele, porrò il mio nome per sempre. 8 Non lascerò più che il piede degli Israeliti si allontani dal paese che io ho concesso ai loro padri, purché procurino di eseguire quanto ho comandato loro nell’intera legge, ossia negli statuti e nei decreti dati loro per mezzo di Mosè». 9 Manàsse fece traviare Giuda e gli abitanti di Gerusalemme spingendoli ad agire peggio delle popolazioni che il Signore aveva sterminate di fronte agli Israeliti.
10 Il Signore parlò a Manàsse e al suo popolo, ma non gli badarono.
11 Allora il Signore mandò contro di loro i capi dell’esercito del re assiro; essi presero Manàsse con uncini, lo legarono con catene di bronzo e lo condussero in Babilonia.
12 Ridotto in tale miseria, egli placò il volto del Signore suo Dio e si umiliò molto di fronte al Dio dei suoi padri. 13 Egli lo pregò e Dio si lasciò commuovere, esaudì la sua supplica e lo fece tornare in Gerusalemme nel suo regno; così Manàsse riconobbe che solo il Signore è Dio.
14 In seguito, egli costruì il muro esteriore della città di Davide, a occidente del Ghicon, nella valle fino alla porta dei Pesci, che circondava l’Ofel; Manàsse lo tirò su a notevole altezza. In tutte le fortezze di Giuda egli pose capi militari. 15 Rimosse gli dèi stranieri e l’idolo dal tempio insieme con tutti gli altari che egli aveva costruito sul monte del tempio e in Gerusalemme e gettò tutto fuori della città. 16 Restaurò l’altare del Signore e vi offrì sacrifici di comunione e di lode e comandò a Giuda di servire il Signore, Dio di Israele. 17 Tuttavia il popolo continuava a sacrificare sulle alture, anche se lo faceva per il Signore.
18 Le altre gesta di Manàsse, la sua preghiera a Dio e le parole che i veggenti gli comunicarono a nome del Signore Dio di Israele, ecco sono descritte nelle gesta dei re di Israele. 19 La sua preghiera e come fu esaudito, tutta la sua colpa e la sua infedeltà, le località ove costruì alture, eresse pali sacri e statue prima della sua umiliazione, ecco sono descritte negli atti di Cozai. 20 Manàsse si addormentò con i suoi padri e lo seppellirono nel suo palazzo. Al suo posto divenne re suo figlio Amòn.
21 Quando Amòn divenne re, aveva ventidue anni; regnò due anni in Gerusalemme. 22 Egli fece ciò che è male agli occhi del Signore, come l’aveva fatto Manàsse suo padre. Amòn offrì sacrifici a tutti gli idoli eretti da Manàsse suo padre e li servì. 23 Non si umiliò davanti al Signore, come si era umiliato Manàsse suo padre; anzi Amòn aumentò le sue colpe. 24 I suoi ministri ordirono una congiura contro di lui e l’uccisero nella reggia, 25 ma il popolo del paese uccise quanti avevano congiurato contro Amòn. Lo stesso popolo del paese proclamò re, al posto di lui, suo figlio Giosia.

Ecclesiaste 3:1-15

1 Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo.
2 C’è un tempo per nascere e un tempo per morire,
un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante.
3 Un tempo per uccidere e un tempo per guarire,
un tempo per demolire e un tempo per costruire.
4 Un tempo per piangere e un tempo per ridere,
un tempo per gemere e un tempo per ballare.
5 Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,
un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.
6 Un tempo per cercare e un tempo per perdere,
un tempo per serbare e un tempo per buttar via.
7 Un tempo per stracciare e un tempo per cucire,
un tempo per tacere e un tempo per parlare.
8 Un tempo per amare e un tempo per odiare,
un tempo per la guerra e un tempo per la pace.
9 Che vantaggio ha chi si dà da fare con fatica?
10 Ho considerato l’occupazione che Dio ha dato agli uomini, perché si occupino in essa. 11 Egli ha fatto bella ogni cosa a suo tempo, ma egli ha messo la nozione dell’eternità nel loro cuore, senza però che gli uomini possano capire l’opera compiuta da Dio dal principio alla fine. 12 Ho concluso che non c’è nulla di meglio per essi, che godere e agire bene nella loro vita; 13 ma che un uomo mangi, beva e goda del suo lavoro è un dono di Dio. 14 Riconosco che qualunque cosa Dio fa è immutabile; non c’è nulla da aggiungere, nulla da togliere. Dio agisce così perché si abbia timore di lui. 15 Ciò che è, già è stato; ciò che sarà, già è; Dio ricerca ciò che è già passato.

Naum 2

1 Ecco sui monti i passi d’un messaggero,
un araldo di pace!
Celebra le tue feste, Giuda, sciogli i tuoi voti,
poiché non ti attraverserà più il malvagio:
egli è del tutto annientato.
2 Il Signore restaura la vigna di Giacobbe,
come la vigna d’Israele;
i briganti l’avevano depredata,
ne avevano strappato i tralci.
3 Contro di te avanza un distruttore:
montare la guardia alla fortezza,
sorvegliare le vie, cingerti i fianchi,
raccogliere tutte le forze.
4 Lo scudo dei suoi prodi rosseggia,
i guerrieri sono vestiti di scarlatto,
come fuoco scintillano i carri di ferro
pronti all’attacco; le lance lampeggiano.
5 Per le vie tumultuano i carri,
scorazzano per le piazze,
il loro aspetto è come di fiamma,
guizzano come saette.
6 Si fa l’appello dei più coraggiosi
che accorrendo si urtano:
essi si slanciano verso le mura,
la copertura di scudi è formata.
7 Le porte dei fiumi si aprono,
la reggia è in preda allo spavento.
8 La regina è condotta in esilio,
le sue ancelle gemono come con voce di colombe
percuotendosi il petto.
9 Ninive è come una vasca d’acqua agitata
da cui sfuggono le acque.
«Fermatevi! Fermatevi!» ma nessuno si volta.
10 Saccheggiate l’argento, saccheggiate l’oro,
ci sono tesori infiniti, ammassi d’oggetti preziosi.
11 Devastazione, spogliazione, desolazione;
cuori scoraggiati, ginocchia vacillanti,
in tutti i cuori è lo spasimo,
su tutti i volti il pallore.
12 Dov’è la tana dei leoni,
la caverna dei leoncelli?
Là si rifugiavano il leone e i leoncelli
e nessuno li disturbava.
13 Il leone rapiva per i suoi piccoli,
sbranava per le sue leonesse;
riempiva i suoi covi di preda, le sue tane di rapina.
14 Eccomi a te, dice il Signore degli eserciti,
manderò in fumo i tuoi carri
e la spada divorerà i tuoi leoncelli.
Porrò fine alle tue rapine nel paese,
non si udrà più la voce dei tuoi messaggeri.

Ebrei 8

1 Il punto capitale delle cose che stiamo dicendo è questo: noi abbiamo un sommo sacerdote così grande che si è assiso alla destra del trono della maestà nei cieli, 2 ministro del santuario e della vera tenda che il Signore, e non un uomo, ha costruito.
3 Ogni sommo sacerdote infatti viene costituito per offrire doni e sacrifici: di qui la necessità che anch’egli abbia qualcosa da offrire. 4 Se Gesù fosse sulla terra, egli non sarebbe neppure sacerdote, poiché vi sono quelli che offrono i doni secondo la legge. 5 Questi però attendono a un servizio che è una copia e un’ombra delle realtà celesti, secondo quanto fu detto da Dio a Mosè, quando stava per costruire la Tenda: Guarda, disse, di fare ogni cosa secondo il modello che ti è stato mostrato sul monte.
6 Ora invece egli ha ottenuto un ministero tanto più eccellente quanto migliore è l’alleanza di cui è mediatore, essendo questa fondata su migliori promesse. 7 Se la prima infatti fosse stata perfetta, non sarebbe stato il caso di stabilirne un’altra. 8 Dio infatti, biasimando il suo popolo, dice:
Ecco vengono giorni, dice il Signore,
quando io stipulerò con la casa d’Israele
e con la casa di Giuda
un’alleanza nuova;
9 non come l’alleanza che feci con i loro padri,
nel giorno in cui li presi per mano
per farli uscire dalla terra d’Egitto;
poiché essi non son rimasti fedeli alla mia alleanza,
anch’io non ebbi più cura di loro, dice il Signore.
10 E questa è l’alleanza che io stipulerò con la casa d’Israele
dopo quei giorni, dice il Signore:
porrò le mie leggi nella loro mente
e le imprimerò nei loro cuori;
sarò il loro Dio
ed essi saranno il mio popolo.
11 Né alcuno avrà più da istruire il suo concittadino,
né alcuno il proprio fratello, dicendo:
Conosci il Signore!
Tutti infatti mi conosceranno,
dal più piccolo al più grande di loro.
12 Perché io perdonerò le loro iniquità
e non mi ricorderò più dei loro peccati
.
13 Dicendo però alleanza nuova, Dio ha dichiarato antiquata la prima; ora, ciò che diventa antico e invecchia, è prossimo a sparire.

LITURGIA DELLA PAROLA

Prima Lettura *  Is 2, 1-5 
Il Signore raduna tutti i popoli nella pace eterna del suo regno.

Dal libro del profeta Isaìa
Messaggio che Isaìa, figlio di Amoz, ricevette in visione su Giuda e su Gerusalemme.
Alla fine dei giorni,
il monte del tempio del Signore
sarà saldo sulla cima dei monti
e s’innalzerà sopra i colli
e ad esso affluiranno tutte le genti.
Verranno molti popoli e diranno:
«Venite, saliamo sul monte del Signore,
al tempio del Dio di Giacobbe,
perché ci insegni le sue vie
e possiamo camminare per i suoi sentieri».
Poiché da Sion uscirà la legge
e da Gerusalemme la parola del Signore.
Egli sarà giudice fra le genti
e arbitro fra molti popoli.
Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri,
delle loro lance faranno falci;
una nazione non alzerà più la spada
contro un’altra nazione,
non impareranno più l’arte della guerra.
Casa di Giacobbe, venite,
camminiamo nella luce del Signore.

Se questa lettura è già stata proclamata nella I domenica di Avvento (anno A), può essere sostituita da quella seguente.

Oppure:  Is 4,2-6
Ci sarà gioia per gli scampati di Israele.
 
Dal libro del profeta Isaìa
In quel giorno, il germoglio del Signore crescerà in onore e gloria e il frutto della terra sarà a magnificenza e ornamento per i superstiti d’Israele. Chi sarà rimasto in Sion e chi sarà superstite in Gerusalemme sarà chiamato santo: quanti saranno iscritti per restare in vita in Gerusalemme.
Quando il Signore avrà lavato le brutture delle figlie di Sion e avrà pulito Gerusalemme dal sangue che vi è stato versato, con il soffio del giudizio e con il soffio dello sterminio, allora creerà il Signore su ogni punto del monte Sion e su tutti i luoghi delle sue assemblee una nube di fumo durante il giorno e un bagliore di fuoco fiammeggiante durante la notte, perché la gloria del Signore sarà sopra ogni cosa come protezione, come una tenda sarà ombra contro il caldo di giorno e rifugio e riparo contro la bufera e contro la pioggia.


Salmo Responsoriale
   Dal Salmo 121
Andiamo con gioia incontro al Signore.

Quale gioia, quando mi dissero:
«Andremo alla casa del Signore!».
Già sono fermi i nostri piedi
alle tue porte, Gerusalemme!

Gerusalemme è costruita
come città unita e compatta.
È là che salgono le tribù,
le tribù del Signore.

Chiedete pace per Gerusalemme:
vivano sicuri quelli che ti amano;
sia pace nelle tue mura,
sicurezza nei tuoi palazzi.

Per i miei fratelli e i miei amici
io dirò: «Su di te sia pace!».
Per la casa del Signore nostro Dio,
chiederò per te il bene.

Canto al Vangelo   Sal 79,4 
Alleluia, alleluia.

Signore, nostro Dio, vieni a liberarci:
fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi.

Alleluia.

Vangelo   Mt 8, 5-11
Molti dall’oriente e dall’occidente verranno nel regno dei cieli.

Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo, entrato Gesù in Cafàrnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava e diceva: «Signore, il mio servo è in casa, a letto, paralizzato e soffre terribilmente». Gli disse: «Verrò e lo guarirò».
Ma il centurione rispose: «Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Pur essendo anch’io un subalterno, ho dei soldati sotto di me e dico a uno: “Va’!”, ed egli va; e a un altro: “Vieni!”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo!”, ed egli lo fa».
Ascoltandolo, Gesù si meravigliò e disse a quelli che lo seguivano: «In verità io vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande! Ora io vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli».

LETTURE DALL’UFFICIO DELLE LETTURE

 

Versetto
V. Mostraci, Signore, la tua misericordia
R. e donaci la tua salvezza.

Prima Lettura
Dal libro del profeta Isaia 1, 21-27; 2, 1-5

Giudizio e salvezza per Sion, centro del regno escatologico
Come mai è diventata una prostituta
la città fedele?
Era piena di rettitudine,
la giustizia vi dimorava;
ora invece è piena di assassini!
Il tuo argento è diventato scoria,
il tuo vino migliore è diluito con acqua.
I tuoi capi sono ribelli
e complici di ladri;
tutti sono bramosi di regali,
ricercano mance,
non rendono giustizia all’orfano
e la causa della vedova fino a loro non giunge.
Perciò, oracolo del Signore,
Dio degli eserciti,
il Potente di Israele:
«Ah, esigerò soddisfazioni dai miei avversari,
mi vendicherò dei miei nemici.
Stenderò la mano su di te,
purificherò nel crogiuolo le tue scorie,
eliminerò da te tutto il piombo.
Renderò i tuoi giudici come una volta,
i tuoi consiglieri come al principio.
Dopo, sarai chiamata città della giustizia,
città fedele».
Sion sarà riscattata con la giustizia,
i suoi convertiti con la rettitudine.

Visione di Isaia, figlio di Amoz,
riguardo a Giuda e a Gerusalemme.
Alla fine dei giorni,
il monte del tempio del Signore
sarà elevato sulla cima dei monti
e sarà più alto dei colli;
ad esso affluiranno tutte le genti.
Verranno molti popoli e diranno:
«Venite, saliamo
sul monte del Signore,
al tempio del Dio di Giacobbe,
perché ci indichi le sue vie
e possiamo camminare per i suoi sentieri».
Poiché da Sion uscirà la legge
e da Gerusalemme la parola del Signore.
Egli sarà giudice fra le genti
e sarà arbitro fra molti popoli.
Forgeranno le loro spade in vomeri,
le loro lance in falci;
un popolo non alzerà più la spada
contro un altro popolo,
non si eserciteranno più nell’arte della guerra.
Casa di Giacobbe, vieni,
camminiamo nella luce del Signore.

Responsorio   Mic 4, 2; Gv 4, 25
R. Venite, saliamo al monte del Signore e al tempio del Dio di Giacobbe: egli ci indicherà le sue vie, * e cammineremo sui suoi sentieri.
V. Deve venire il Messia cioè il Cristo: quando verrà, ci annunzierà ogni cosa;
R. e cammineremo per i suoi sentieri.

Seconda Lettura
Come seconda lettura si può scegliere uno dei due brani seguenti.

Dai «Discorsi sull’Avvento del Signore» di san Bernardo, abate.
(Disc. 4, 1. 3-4; PL 183, 47-49).

Il dono dell’Avvento
Fratelli, celebrate come si conviene, con grande fervore di spirito, l’Avvento del Signore, con viva gioia per il dono che vi viene fatto e con profonda riconoscenza per l’amore che vi viene dimostrato.
Non meditate però solo sulla prima venuta del Signore, quando egli entrò nel mondo per cercare e salvare ciò che era perduto, ma anche sulla seconda, quando ritornerà per unirci a sé per sempre.
Fate oggetto di contemplazione la doppia visita del Cristo, riflettendo su quanto ci ha donato nella prima e si quanto ci ha promesso per la seconda. «E’ giunto infatti il momento», fratelli, «in cui ha inizio il giudizio a partire dalla casa di Dio» (1 Pt 4, 17). Ma quale sarà la sorte di coloro che rifiutano
attualmente questo giudizio? Chi infatti si sottrae al giudizio presente in cui il principe di questo mondo viene cacciato fuori, aspetti, o, piuttosto, tema il Giudice futuro dal quale sarà cacciato fuori insieme al suo principe. Se invece noi ci sottomettiamo già ora al doveroso giudizio, siamo sicuri, e «aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso» (Fil 3, 20-21). «Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro» (Mt 13, 43).
«Il Salvatore trasfigurerà» con la sua venuta «il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso» solo se già prima troverà rinnovato e conformato nell’umiltà al suo il nostro cuore. Per questo dice: «Imparate da me che sono mite ed umile di cuore» (Mt 11, 29). Considera in queste parole la doppia specie di umiltà, quella di conoscenza e quella di volontà. Quest’ultima qui viene chiamata umiltà di cuore. Con la prima conosciamo il nostro niente, come deduciamo dall’esperienza di noi stessi e della nostra debolezza. Con la seconda rifiutiamo la gloria fatua del mondo. Noi impariamo l’umiltà del cuore da colui che «spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo» (Fil 2, 7), da colui che, quando fu richiesto per essere fatto re, fuggì; invece quando fu ricercato per essere coperto di oltraggi e condannato all’ignominia e al supplizio della croce, si offrì di propria spontanea volontà.

Oppure:
Dalle «Lettere pastorali» di san Carlo Borromeo, vescovo.
(Lettera sopra l’Avvento. Acta Ecclesiae Mediolanensis, t. 3, p. 481; riproduzione testuale,eccettuate le parole latine)

Il tempo d’Avvento
«Eccovi, amatissimi figliuoli, quel tempo così celebre e solenne. “Tempo”, come dice lo Spirito Santo, “favorevole”. Tempo di salute, di pace e di riconciliazione. Tempo, che come fu con tanti sospiri sommamente desiderato da quegli antichi patriarchi e santi profeti, come all’ultimo, con allegrezza grande, veduto da quel giusto Simeone, come sempre solennemente celebrato dalla santa Chiesa, così ha da essere da noi piamente santificato, con lodare e ringraziare perpetuamente il Padre eterno della sua infinita misericordia nel mistero di questo tempo, cioè nella venuta del suo unigenito Figliuolo, che, per smisurato amore verso di noi peccatori, egli mandò per liberarci dalla tirannide del demonio, per invitarci al cielo, per comunicarci i secreti celesti, per dimostrarci la verità, per insegnarci i costumi, per seminare in noi le virtù, per arricchirci dei tesori della sua grazia e per farci figliuoli suoi, eredi e possessori della vita eterna.
Questo mistero mentre ogni anno la Chiesa celebra, ella ci ammonisce a tener perpetua memoria di così gran carità usataci dal misericordioso Dio; e insieme ci insegna che la venuta del Signore non fu solamente per quelli, che avanti o che allora si trovarono nel mondo quando egli venne, ma la virtù d’essa resta sempre per beneficio di tutti noi ancora, se per mezzo della santa fede e dei divini sacramenti vorremo ricevere la grazia che ci ha portata, e secondo quella ordinare la vita nostra sotto la sua obbedienza. Vuole ancora che intendiamo che si come egli venne una volta in carne al mondo, così, se per noi non resta, è per venire ogn’ora, anzi in ogni momento, ad abitare spiritualmente nell’anime nostre, con abbondanti doni.
Perciò la Chiesa, come madre pia e zelante della nostra salute, in occasione di questo sacro tempo, con inni, cantici e altre voci dello Spirito Santo, e misteriosi riti, ci istruisce perché riconosciamo il beneficio con animo grato e lo riceviamo con frutto e procuriamo di fare alla venuta del Signore nei cuori nostri non minor preparazione di quella che faremmo s`egli avesse a venire di presente al mondo; né minore di quella che perciò fecero già i santi Padri del Vecchio Testamento, e che con parole e esempi loro insegnarono a noi ancora di fare».

Responsorio   Cfr. Gl 2, 15; Is 62, 11; Ger 4, 5
R. Suonate la tromba nella città di Dio, convocate un’adunanza solenne, radunate il popolo, e dite: * Ecco, viene Dio, il nostro Salvatore.
V. Annunziatelo, fatelo sapere, gridate a piena voce:
R. Ecco, viene Dio, il nostro Salvatore.