LITURGIA DELLA PAROLA

Prima Lettura   Ag 1, 1-8
Ricostruite la mia casa, in essa mi compiacerò.

Dal libro del profeta Aggèo
L’anno secondo del re Dario, il primo giorno del sesto mese, questa parola del Signore fu rivolta per mezzo del profeta Aggeo a Zorobabele, figlio di Sealtièl, governatore della Giudea, e a Giosuè, figlio di Iosadàk, sommo sacerdote.
«Così parla il Signore degli eserciti: Questo popolo dice: “Non è ancora venuto il tempo di ricostruire la casa del Signore!”».
Allora fu rivolta per mezzo del profeta Aggeo questa parola del Signore: «Vi sembra questo il tempo di abitare tranquilli nelle vostre case ben coperte, mentre questa casa è ancora in rovina? Ora, così dice il Signore degli eserciti: Riflettete bene sul vostro comportamento! Avete seminato molto, ma avete raccolto poco; avete mangiato, ma non da togliervi la fame; avete bevuto, ma non fino a inebriarvi; vi siete vestiti, ma non vi siete riscaldati; l’operaio ha avuto il salario, ma per metterlo in un sacchetto forato. Così dice il Signore degli eserciti: Riflettete bene sul vostro comportamento! Salite sul monte, portate legname, ricostruite la mia casa. In essa mi compiacerò e manifesterò la mia gloria, dice il Signore».

Salmo Responsoriale   Dal Salmo 149
Il Signore ama il suo popolo.

Cantate al Signore un canto nuovo;
la sua lode nell’assemblea dei fedeli.
Gioisca Israele nel suo creatore,
esultino nel loro re i figli di Sion.

Lodino il suo nome con danze,
con tamburelli e cetre gli cantino inni.
Il Signore ama il suo popolo,
incorona i poveri di vittoria.

Esultino i fedeli nella gloria,
facciano festa sui loro giacigli.
Le lodi di Dio sulla loro bocca:
questo è un onore per tutti i suoi fedeli.  

Canto al Vangelo    Gv 14,6
Alleluia, alleluia.

Io sono la via, la verità e la vita, dice il Signore.
Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me.
Alleluia.

Vangelo   Lc 9, 7-9
Giovanni, l’ho fatto decapitare io; chi è dunque costui, del quale sento dire queste cose?

Dal vangelo secondo Luca
In quel tempo, il tetràrca Erode sentì parlare di tutti questi avvenimenti e non sapeva che cosa pensare, perché alcuni dicevano: «Giovanni è risorto dai morti», altri: «È apparso Elìa», e altri ancora: «È risorto uno degli antichi profeti».
Ma Erode diceva: «Giovanni, l’ho fatto decapitare io; chi è dunque costui, del quale sento dire queste cose?». E cercava di vederlo.

Letture dall’Ufficio delle Letture

Versetto
V. Togli il velo ai miei occhi, Signore:
R. scruterò i prodigi della tua legge.

Prima Lettura
Dal libro del profeta Ezechiele 37, 15-28

Un «segno» che adombra la unificazione di Giuda e Israele

Mi fu rivolta questa parola del Signore: «Figlio dell’uomo, prendi un legno e scrivici sopra: Giuda e gli Israeliti uniti a lui, poi prendi un altro legno e scrivici sopra: Giuseppe, legno di Efraim e tutta la casa d’Israele unita a lui, e accostali l’uno all’altro in modo da fare un legno solo, che formino una cosa sola nella tua mano. Quando i figli del tuo popolo ti diranno: Ci vuoi spiegare che significa questo per te?, tu dirai loro: Dice il Signore Dio: Ecco, io prendo il legno di Giuseppe, che è in mano à Efraim e le tribù d’Israele unite a lui, e lo metto sul legno di Giuda per farne un legno solo; diventeranno una cosa sola in mano mia.
Tieni in mano sotto i loro occhi i legni sui quali hai scritto e dì loro: Così dice il Signore Dio: Ecco, io prenderò gli Israeliti dalle genti fra le quali sono andati e li radunerò da ogni parte e li ricondurrò nel loro paese: farò di loro un solo popolo nella mia terra, sui monti d’Israele; un solo re regnerà su tutti loro e non saranno più due popoli, né più saranno divisi in due regni. Non si contamineranno più con i loro idoli, con i loro abomini e con tutte le loro iniquità; li libererò da tutte le ribellioni con cui hanno peccato; li purificherò e saranno il mio popolo e io sarò il loro Dio. Il mio servo Davide sarà su di loro e non vi sarà che un unico pastore per tutti; seguiranno i miei comandamenti, osserveranno le mie leggi e le metteranno in pratica. Abiteranno nella terra che ho dato al mio servo Giacobbe. In quella terra su cui abitarono i loro padri, abiteranno essi, i loro figli e i figli dei loro figli, attraverso i secoli; Davide mio servo sarà loro re per sempre. Farò con loro un’alleanza di pace, che sarà con loro un’alleanza eterna. Li stabilirò e li moltiplicherò e porrò il mio santuario in mezzo a loro per sempre. In mezzo a loro sarà la mia dimora: io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo. Le genti sapranno che io sono il Signore che santifico Israele quando il mio santuario sarà in mezzo a loro per sempre».

Responsorio   Cfr. Ez 37, 21. 22; Gv 10, 16
R. Ecco, io prenderò i figli di Israele, li radunerò da ogni parte, ne farò un solo popolo: * e diventeranno un solo gregge e un solo pastore.
V. Ho altre pecore che non sono di questo ovile: anche queste io devo condurre,
R. e diventeranno un solo gregge e un solo pastore.

Seconda Lettura
Dal «Discorso sui pastori» di sant’Agostino, vescovo
(Disc. 46, 24-25. 27; CCL 41, 551-553)

In pascoli ubertosi pascolerò le mie pecore

«Le ritirerò dai popoli e le radunerò da tutte le regioni. Le ricondurrò nella loro terra e le farò pascolare sui monti di Israele» (Ez 34, 13).
Per «monti di Israele» devono intendersi le pagine delle Sacre Scritture. Lì pascolate, se volete pascolare con sicurezza. Tutto quello che ascolterete da quella fonte, gustatelo con piacere; tutto quello invece che è al di fuori, rigettarlo. Per non andare errando nella nebbia, ascoltate la voce del pastore. Radunatevi sui monti delle Sacre Scritture. Ivi troverete le delizie del vostro cuore, ivi non c’è nulla di velenoso, nulla di dannoso: solo pascoli ubertosi. Venite solamente voi; pecore sane, venite; voi solo pascolate sui monti di Israele.
«E lungo i ruscelli e in ogni luogo abitato del paese» (Ez 34, 13 volg.). Infatti dai monti, di cui abbiamo parlato, sono scaturiti i fiumi della predicazione evangelica quando per tutta la terra si è diffusa la loro voce (cfr. Sal 18, 5) ed ogni contrada della terra è diventata rigogliosa e fertile per pascervi le pecore.
«Le condurrò in ottime pasture e il loro ovile sarà sui monti alti d’Israele: lì riposeranno in un buon ovile» (Ez 34, 14) cioè dove possano trovare riposo, dove possano dire:  Si sta bene. Dove possano riconoscere: E’ vero, è chiaro, non ci inganniamo. Troveranno riposo nella gloria di Dio, come in casa propria: «E dormiranno», cioè riposeranno, in grandi delizie.
«E avranno rigogliosi pascoli sui monti di Israele» (Ez 34, 14). Ho già parlato di questi monti di Israele, monti floridi, verso i quali leviamo gli sguardi perché di là ci venga l’aiuto. Ma il nostro aiuto ci viene dal Signore, «che ha fatto il cielo e la terra» (Sal 123, 8).
Infatti perché la nostra speranza non si arrestasse ai monti floridi, dopo aver detto: «Pascolerò le mie pecore sui monti di Israele», soggiunse subito: «Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo» (Ez 34, 15). Leva pure il tuo sguardo verso i monti, donde verrà il tuo aiuto, ma non dimenticare chi dice: «Io le condurrò al pascolo». Perché l’aiuto ti viene dal Signore, che ha fatto il cielo e la terra.
E conclude così: E le pascolerò come è giusto, con giudizio (cfr. Ez 34, 16). Considera come egli solo sappia pascolare il gregge, perché solo lui lo pascola come è giusto, con giudizio. Quale uomo infatti è in grado di giudicare un altro uomo? Il mondo è pieno di giudizi avventati. Colui del quale dovremmo disperare, ecco che all’improvviso si converte e diviene ottimo. Colui dal quale ci saremmo aspettati molto, ad un tratto si allontana dal bene e diventa pessimo. Né il nostro timore, né il nostro amore sono stabili e sicuri.
Che cosa sia oggi ciascun uomo, a stento lo sa lo stesso uomo. Tuttavia fino a un certo punto egli sa che cosa è oggi, ma non già quello che sarà domani. Dio solo dunque pascola con giudizio, distribuendo a ciascuno il suo: a chi questo, a chi quello, secondo che gli è dovuto. Egli infatti sa quello che fa. Pascola con giudizio coloro che ha redento, lui che si è sottoposto a un giudizio umano. Dunque è lui solo che pascola con giudizio.

Responsorio   Cfr. Gv 10, 14; Ez 34, 11. 13
R. Io sono il buon pastore. * Conosco le mie pecore ed esse mi conoscono.
V. Io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura; le radunerò dalle nazioni e le farò pascolare.
R. Conosco le mie pecore ed esse mi conoscono.

Holy Curiosity

Holy Curiosity

Thursday, September 26, 2019

Thursday of the Twenty-Fifth Week in Ordinary Time

Readings for Today

Saints Cosmas and Damian, Martyrs – Optional Memorial

But Herod said, “John I beheaded. Who then is this about whom I hear such things?” And he kept trying to see him. Luke 9:9

Herod teaches us both some bad qualities as well as some good ones.  The bad ones are quite obvious.  Herod was living a very sinful life and, ultimately, his disordered life led him to have St. John the Baptist beheaded.  But the Scripture above does reveal one interesting quality which we should try to imitate.

Herod was interested in Jesus.  “He kept trying to see him” the Scripture says.  Though this did not ultimately lead to Herod accepting John the Baptist’s original message and repenting, it was at least a first step.

For lack of better terminology, perhaps we can call this desire of Herod a “holy curiosity.”  He knew there was something unique about Jesus and he wanted to understand it.  He wanted to know who Jesus was and was intrigued by His message.

Though we are all called to go much further than Herod did in the pursuit of the truth, we can still recognize that Herod is a good representation of many within our society.  So many are intrigued by the Gospel and all that our faith presents. They listen with curiosity to what the pope says and how the Church reacts to injustices in the world.  Additionally, society as a whole often condemns and criticizes us and our faith.  But this still reveals a sign of its interest and desire to listen to what God has to say, especially through our Church.

Reflect, today, upon two things.  First, reflect upon your own desire to know more.  And when you discover this desire don’t stop there.  Allow it to draw you close to the message of our Lord.  Secondly, be attentive to the “holy curiosity” of those around you.  Perhaps a neighbor, family member or coworker has shown interest in what your faith and what our Church has to say.  When you see that, pray for them and ask God to use you as He did the Baptist to bring His message to all who seek it.

Lord, help me to seek You in all things and at all times.  When darkness closes in, help me to discover the light You have revealed.  Then help me to bring that light to a world in great need.  Jesus, I trust in You.

Reflection 268: Pondering Death

Reflection 268: Pondering Death

Perhaps thinking about your death is frightening.  It may not be something that you actually consider very often.  But it is a grace to be able to look at one’s death directly and with full confidence.  And this is only possible to do with full confidence if your life is in order and given completely to God.  If you can honestly look into your soul and see that you have made holiness your ultimate goal, then you can also look directly at death with peace and calm.  What is there to fear in that case?  What is there to fear if you have dealt with the sin and regrets you have?  There is nothing to fear in this case.  Death, to the holy soul, is a reward and a journey to look forward to with delight and anticipation (See Diary #1343).

Try to do this simple exercise today of imagining this as being your last day on Earth.  Perhaps you immediately think about family or other tasks that you need to complete first to prepare.  Or perhaps you are filled with fear because you are aware of your sin.  First, try to set aside the practical tasks that would be left unfinished and even try to set aside your concern for your family and friends.  Though these are good and holy concerns, it is helpful to look at death only in regard to the condition of your soul.  If you were to die today, would you be able to look at the merciful Heart of our Lord and tell Him, honestly, that you die with Him as your greatest love?  Could you say to Him that His Will is your primary goal in life?  If not, reflect upon any obstacle you see and use this meditation to take an honest inventory of your life.

Lord, I know that Heaven must be my goal and my focus in life.  Help me to put my eyes upon You and all that awaits.  Help me to also look honestly at the condition of my soul and to identify any obstacle in the way of my holiness.  I love You, dear Lord, help me to make You the central focus of my life.  Jesus, I trust in You.

La Speranza cristiana – 19. Cristo Risorto nostra speranza (cfr 1 Cor 15)

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 19 aprile 2017


 

La Speranza cristiana – 19. Cristo Risorto nostra speranza (cfr 1 Cor 15)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Ci incontriamo quest’oggi nella luce della Pasqua, che abbiamo celebrato e continuiamo a celebrare con la Liturgia. Per questo, nel nostro itinerario di catechesi sulla speranza cristiana, oggi desidero parlarvi di Cristo Risorto, nostra speranza, così come lo presenta san Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi (cfr cap. 15).

L’apostolo vuole dirimere una problematica che sicuramente nella comunità di Corinto era al centro delle discussioni. La risurrezione è l’ultimo argomento affrontato nella Lettera, ma probabilmente, in ordine di importanza, è il primo: tutto infatti poggia su questo presupposto.

Parlando ai suoi cristiani, Paolo parte da un dato inoppugnabile, che non è l’esito di una riflessione di qualche uomo sapiente, ma un fatto, un semplice fatto che è intervenuto nella vita di alcune persone. Il cristianesimo nasce da qui. Non è un’ideologia, non è un sistema filosofico, ma è un cammino di fede che parte da un avvenimento, testimoniato dai primi discepoli di Gesù. Paolo lo riassume in questo modo: Gesù è morto per i nostri peccati, fu sepolto, e il terzo giorno è risorto ed è apparso a Pietro e ai Dodici (cfr 1 Cor 15,3-5). Questo è il fatto: è morto, è sepolto, è risorto ed è apparso. Cioè, Gesù è vivo! Questo è il nocciolo del messaggio cristiano.

Annunciando questo avvenimento, che è il nucleo centrale della fede, Paolo insiste soprattutto sull’ultimo elemento del mistero pasquale, cioè sul fatto che Gesù è risuscitato. Se infatti tutto fosse finito con la morte, in Lui avremmo un esempio di dedizione suprema, ma questo non potrebbe generare la nostra fede. E’ stato un eroe. No! E’ morto, ma è risorto. Perché la fede nasce dalla risurrezione. Accettare che Cristo è morto, ed è morto crocifisso, non è un atto di fede, è un fatto storico. Invece credere che è risorto sì. La nostra fede nasce il mattino di Pasqua. Paolo fa un elenco delle persone a cui Gesù risorto apparve (cfr vv. 5-7). Abbiamo qui una piccola sintesi di tutti i racconti pasquali e di tutte le persone che sono entrate in contatto con il Risorto. In cima all’elenco ci sono Cefa, cioè Pietro, e il gruppo dei Dodici, poi “cinquecento fratelli” molti dei quali potevano rendere ancora la loro testimonianza, poi viene citato Giacomo. Ultimo della lista – come il meno degno di tutti – è lui stesso. Paolo dice di se stesso: “Come un aborto” (cfr v. 8).

Paolo usa questa espressione perché la sua storia personale è drammatica: lui non era un chierichetto, ma era un persecutore della Chiesa, orgoglioso delle proprie convinzioni; si sentiva un uomo arrivato, con un’idea molto limpida di cosa fosse la vita con i suoi doveri. Ma, in questo quadro perfetto – tutto era perfetto in Paolo, sapeva tutto – in questo quadro perfetto di vita, un giorno avviene ciò che era assolutamente imprevedibile: l’incontro con Gesù Risorto, sulla via di Damasco. Lì non ci fu soltanto un uomo che cadde a terra: ci fu una persona afferrata da un avvenimento che gli avrebbe capovolto il senso della vita. E il persecutore diviene apostolo, perché? Perché io ho visto Gesù vivo! Io ho visto Gesù Cristo risorto! Questo è il fondamento della fede di Paolo, come della fede degli altri apostoli, come della fede della Chiesa, come della nostra fede.

Che bello pensare che il cristianesimo, essenzialmente, è questo! Non è tanto la nostra ricerca nei confronti di Dio – una ricerca, in verità, così tentennante –, ma piuttosto la ricerca di Dio nei nostri confronti. Gesù ci ha presi, ci ha afferrati, ci ha conquistati per non lasciarci più. Il cristianesimo è grazia, è sorpresa, e per questo motivo presuppone un cuore capace di stupore. Un cuore chiuso, un cuore razionalistico è incapace dello stupore, e non può capire cosa sia il cristianesimo. Perché il cristianesimo è grazia, e la grazia soltanto si percepisce, e per di più si incontra nello stupore dell’incontro.

E allora, anche se siamo peccatori –tutti noi lo siamo –, se i nostri propositi di bene sono rimasti sulla carta, oppure se, guardando la nostra vita, ci accorgiamo di aver sommato tanti insuccessi… Nel mattino di Pasqua possiamo fare come quelle persone di cui ci parla il Vangelo: andare al sepolcro di Cristo, vedere la grande pietra rovesciata e pensare che Dio sta realizzando per me, per tutti noi, un futuro inaspettato. Andare al nostro sepolcro: tutti ne abbiamo un pochettino dentro. Andare lì, e vedere come Dio è capace di risorgere da lì. Qui c’è felicità, qui c’è gioia, vita, dove tutti pensavano ci fosse solo tristezza, sconfitta e tenebre. Dio fa crescere i suoi fiori più belli in mezzo alle pietre più aride.

Essere cristiani significa non partire dalla morte, ma dall’amore di Dio per noi, che ha sconfitto la nostra acerrima nemica. Dio è più grande del nulla, e basta solo una candela accesa per vincere la più oscura delle notti. Paolo grida, riecheggiando i profeti: «Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?» (v. 55). In questi giorni di Pasqua, portiamo questo grido nel cuore. E se ci diranno il perché del nostro sorriso donato e della nostra paziente condivisione, allora potremo rispondere che Gesù è ancora qui, che continua ad essere vivo fra noi, che Gesù è qui, in piazza, con noi: vivo e risorto.

L’unità originaria dell’uomo e della donna nell’umanità

GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 7 novembre 1979

L’unità originaria dell’uomo e della donna nell’umanità

1. Le parole del libro della Genesi, “Non è bene che l’uomo sia solo” (Gen 2,18), sono quasi un preludio al racconto della creazione della donna. Insieme a questo racconto, il senso della solitudine originaria entra a far parte del significato dell’originaria unità, il cui punto chiave sembrano essere proprio le parole di Genesi 2,24, alle quali si richiama Cristo nel suo colloquio con i farisei: “L’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola” (Mt 19,5). Se Cristo, riferendosi al “principio”, cita queste parole, ci conviene precisare il significato di quella originaria unità, che affonda le radici nel fatto della creazione dell’uomo come maschio e femmina.

Il racconto del capitolo primo della Genesi non conosce il problema della solitudine originaria dell’uomo: l’uomo infatti sin dall’inizio è “maschio e femmina”. Il testo jahvista del capitolo secondo, invece, ci autorizza, in certo modo, a pensare prima solamente all’uomo in quanto, mediante il corpo, appartiene al mondo visibile, però oltrepassandolo; poi, ci fa pensare allo stesso uomo, ma attraverso la duplicità del sesso. La corporeità e la sessualità non s’identificano completamente. Sebbene il corpo umano, nella sua normale costituzione, porti in sé i segni del sesso e sia, per sua natura, maschile o femminile, tuttavia il fatto che l’uomo sia “corpo” appartiene alla struttura del soggetto personale più profondamente del fatto che egli sia nella sua costituzione somatica anche maschio o femmina. Perciò il significato della solitudine originaria, che può essere riferito semplicemente all’“uomo”, è sostanzialmente anteriore al significato dell’unità originaria; quest’ultima infatti si basa sulla mascolinità e sulla femminilità, quasi come su due differenti “incarnazioni”, cioè su due modi di “essere corpo” dello stesso essere umano, creato “a immagine di Dio” (Gen 1,27).

2. Seguendo il testo jahvista, nel quale la creazione della donna è stata descritta separatamente (Gen 2,21-22), dobbiamo avere davanti agli occhi, nello stesso tempo, quell’“immagine di Dio” del primo racconto della creazione. Il secondo racconto conserva, nel linguaggio e nello stile, tutte le caratteristiche del testo jahvista. Il modo di narrare concorda col modo di pensare e di esprimersi dell’epoca alla quale il testo appartiene. Si può dire, seguendo la filosofia contemporanea della religione e quella del linguaggio, che si tratta di un linguaggio mitico. In questo caso, infatti, il termine “mito” non designa un contenuto fabuloso, ma semplicemente un modo arcaico di esprimere un contenuto più profondo. Senza alcuna difficoltà, sotto lo strato dell’antica narrazione, scopriamo quel contenuto, veramente mirabile per quanto riguarda le qualità e la condensazione delle verità che vi sono racchiuse. Aggiungiamo che il secondo racconto della creazione dell’uomo conserva, fino ad un certo punto, una forma di dialogo tra l’uomo e Dio-Creatore, e ciò si manifesta soprattutto in quella tappa nella quale l’uomo (“‘adam”) viene definitivamente creato quale maschio e femmina (“‘is-issah”) (Il termine ebraico “‘adam” esprime il concetto collettivo della specie umana, cioè l’“uomo” che rappresenta l’umanità; [la Bibbia definisce l’individuo usando l’espressione: “figlio dell’uomo”, “ben-’adam”]. La contrapposizione: “‘iš-’iššah” sottolinea la diversità sessuale [come in greco “aner-gyne”] Dopo la creazione della donna, il testo biblico continua a chiamare il primo uomo “‘adam” [con l’articolo definito], esprimendo così la sua “corporate personality”, in quanto è diventato “padre dell’umanità”, suo progenitore e rappresentante, come poi Abramo è stato riconosciuto quale “padre dei credenti” e Giacobbe è stato identificato con Israele-Popolo Eletto.). La creazione si attua quasi contemporaneamente in due dimensioni; l’azione di Dio-Jahvè che crea si svolge in correlazione al processo della coscienza umana.

3. Così dunque Dio-Jahvè dice: “Non è bene che l’uomo sia solo; gli voglio dare un aiuto che gli sia simile” (Gen 2,18). E nello stesso tempo l’uomo conferma la propria solitudine (Gen 2,20). In seguito leggiamo: “Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio plasmò con la costola che aveva tolta all’uomo una donna” (Gen 2,21-22). Prendendo in considerazione la specificità del linguaggio bisogna prima di tutto riconoscere che ci fa molto pensare quel torpore genesiaco, nel quale, per opera di Dio-Jahvè, l’uomo s’immerge in preparazione del nuovo atto creatore. Sullo sfondo della mentalità contemporanea, abituata – per via delle analisi del subcosciente – a legare al mondo del sonno dei contenuti sessuali, quel torpore può suscitare un’associazione particolare (Il torpore di Adamo [in ebraico “tardemah”] è un profondo sonno [latino: “sopor”; inglese: “sleep”], in cui l’uomo cade senza conoscenza o sogni [la Bibbia ha un altro termine per definire il sogno: “halom”]; cf. Gen 15,12; 1 Sam 26,12. Freud esamina, invece, il contenuto dei “sogni” [latino: “somnium”; inglese: “dream”], i quali formandosi con elementi psichici “respinti nel subconscio”, permettono, secondo lui, di farne emergere i contenuti inconsci, che sarebbero, in ultima analisi, sempre sessuali. Questa idea è naturalmente del tutto estranea all’autore biblico. Nella teologia dell’autore jahvista, il torpore nel quale Dio fece cadere il primo uomo sottolinea l’“esclusività dell’azione di Dio” nell’opera della creazione della donna; l’uomo non aveva in essa alcuna partecipazione cosciente. Dio si serve della sua costola soltanto per accentuare la comune natura dell’uomo e della donna.). Tuttavia il racconto biblico sembra andare oltre la dimensione del subconscio umano. Se si ammette poi una significativa diversità di vocabolario, si può concludere che l’uomo (“‘adam”) cade in quel “torpore” per risvegliarsi “maschio” e “femmina”. Infatti per la prima volta in Genesi 2,23 ci imbattiamo nella distinzione “‘is-issah”. Forse quindi l’analogia del sonno indica qui non tanto un passare dalla coscienza alla subcoscienza, quanto uno specifico ritorno al non-essere (il sonno ha in sé una componente di annientamento dell’esistenza cosciente dell’uomo) ossia al momento antecedente alla creazione, affinché da esso, per iniziativa creatrice di Dio, l’“uomo” solitario possa riemergere nella sua duplice unità di maschio e femmina (“Torpore” [“tardemah”] è il termine che appare nella Sacra Scrittura, quando durante il sonno o direttamente dopo di esso debbono accadere degli avvenimenti straordinari [cf. Gen 15,12; 1 Sam 26,12; Is 29,10; Gb 4,13; 33,15]. I Settanta traducono “tardemah” con “éktasis” [un’estasi]. Nel Pentateuco “tardemah” appare ancora una volta in un contesto misterioso: Abram, su comando di Dio, ha preparato un sacrificio di animali, scacciando da essi gli uccelli rapaci: “Mentre il sole stava per tramontare, “un torpore” cadde su Abram, ed ecco “un oscuro terrore” lo assalì… ” [Gen 15,12]. Proprio allora Dio comincia a parlare e conclude con lui un’alleanza, che è “il vertice della rivelazione” fatta ad Abram. Questa scena somiglia in certo modo a quella del giardino di Getsemani: Gesù “cominciò a sentire paura e angoscia… ” [Mc 14,33] e trovò gli Apostoli “che “dormivano per la tristezza”” [Lc 22,45]. L’autore biblico ammette nel primo uomo un certo senso di carenza e di solitudine [“non è bene che l’uomo sia solo”; “non trovò un aiuto che gli fosse simile”], anche se non di paura. Forse questo stato provoca “un sonno causato dalla tristezza”, o forse, come in Abramo “da un oscuro terrore” di non-essere; come alla soglia dell’opera della creazione: “la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso” [Gen 1,2]. In ogni caso, secondo tutti e due i testi, in cui il Pentateuco o piuttosto il Libro della Genesi parla del sonno profondo [tardemah], ha luogo una speciale azione divina, cioè un’“alleanza” carica di conseguenze per tutta la storia della salvezza: Adamo dà inizio al genere umano, Abramo al Popolo Eletto.).

In ogni caso alla luce del contesto di Genesi 2,18-20 non vi è alcun dubbio che l’uomo cada in quel “torpore” col desiderio di trovare un essere simile a sé. Se possiamo, per analogia col sonno, parlare qui anche di sogno, dobbiamo dire che quel biblico archetipo ci consente di ammettere come contenuto di quel sogno un “secondo io”, anch’esso personale e ugualmente rapportato alla situazione di solitudine originaria, cioè a tutto quel processo di stabilizzazione dell’identità umana in relazione all’insieme degli esseri viventi (“animalia”), in quanto è processo di “differenziazione” dell’uomo da tale ambiente. In questo modo, il cerchio della solitudine dell’uomo-persona si rompe, perché il primo “uomo” si risveglia dal suo sonno come “maschio e femmina”.

4. La donna è plasmata “con la costola” che Dio-Jahvè aveva tolto all’uomo. Considerando il modo arcaico, metaforico e immaginoso di esprimere il pensiero, possiamo stabilire che si tratta qui di omogeneità di tutto l’essere di entrambi; tale omogeneità riguarda soprattutto il corpo, la struttura somatica, ed è confermata anche dalle prime parole dell’uomo alla donna creata: “Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa” (Gen 2,23. È interessante notare che per gli antichi Suméri il segno cuneiforme per indicare il sostantivo “costola” coincideva con quello usato per indicare la parola “vita”. Quanto poi al racconto jahvista, secondo una certa interpretazione di Genesi 2,21, Dio piuttosto ricopre la costola di carne [invece di rinchiudere la carne al suo posto] e in questo modo “forma” la donna, che trae origine dalla “carne e dalle ossa” del primo uomo [maschio]. Nel linguaggio biblico questa è una definizione di consanguineità o appartenenza alla stessa discendenza [ad es. cf. Gen 29,14]: la donna appartiene alla stessa specie dell’uomo, distinguendosi dagli altri esseri viventi prima creati. Nell’antropologia biblica le “ossa” esprimono una componente importantissima del corpo; dato che per gli Ebrei non vi era una precisa distinzione tra “corpo” e “anima” [il corpo veniva considerato come manifestazione esteriore della personalità], le “ossa” significavano semplicemente, per sineddoche, l’“essere” umano [cf. ad es. Sal 139,15: “Non ti erano nascoste le mie ossa”]. Si può quindi intendere “osso dalle ossa”, in senso relazionale, come l’“essere dall’essere”; “carne dalla carne” significa che, pur avendo diverse caratteristiche fisiche, la donna possiede la stessa personalità che possiede l’uomo. Nel “canto nuziale” del primo uomo, l’espressione “osso dalle ossa, carne dalla carne” è una forma di superlativo, sottolineato inoltre dalla triplice ripetizione: “questa”, “essa”, “la”.). E nondimeno le parole citate si riferiscono pure all’umanità dell’uomo-maschio. Esse vanno lette nel contesto delle affermazioni fatte prima della creazione della donna, nelle quali, pur non esistendo ancora l’“incarnazione” dell’uomo, essa viene definita come “aiuto simile a lui” (cf. Gen 2,18 e 20. È difficile tradurre esattamente l’espressione ebraica “cezer kenegdô”, che viene tradotta in vario modo nelle lingue europee, ad esempio: latino: “adiutorium ei conveniens sicut oportebat iuxta eum”; tedesco: “eine Hilfe…, die ihm entspricht”; francese: “égal vis-á-vis de lui”; italiano: “un aiuto che gli sia simile”; spagnolo: “como él que le ayude”; inglese: “a helper fit for him”; polacco: “odopowicdnia alla niego pomoc”. Poiché il termine “aiuto” sembra suggerire il concetto di “complementarità” o meglio di “corrispondenza esatta”, il termine “simile” si collega piuttosto con quello di “similarità”, ma in senso diverso dalla somiglianza dell’uomo con Dio.). Così, dunque, la donna viene creata, in certo senso, sulla base della medesima umanità.

L’omogeneità somatica, nonostante la diversità della costituzione legata alla differenza sessuale, è così evidente che l’uomo (maschio), svegliatosi dal sonno genetico, la esprime subito, quando dice: “Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa. La si chiamerà donna perché dall’uomo è stata tolta” (Gen 2,23). In questo modo l’uomo (maschio) manifesta per la prima volta gioia e perfino esaltazione, di cui prima non aveva motivo, a causa della mancanza di un essere simile a lui. La gioia per l’altro essere umano, per il secondo “io”, domina nelle parole dell’uomo (maschio) pronunziate alla vista della donna (femmina). Tutto ciò aiuta a stabilire il pieno significato dell’originaria unità. Poche sono qui le parole, ma ognuna è di grande peso. Dobbiamo quindi tener conto – e lo faremo anche di seguito – del fatto che quella prima donna, “plasmata con la costola tolta… all’uomo” (maschio), viene subito accettata come aiuto adeguato a lui.

A questo stesso tema, cioè al significato dell’unità originaria dell’uomo e della donna nell’umanità, torneremo ancora nella prossima meditazione.

Thursday (September 26): Suppressing truth to ease a guilty conscience

Daily Reading & Meditation

 Thursday (September 26):  Suppressing truth to ease a guilty conscience
Scripture:  Luke 9:7-9

7 Now Herod the tetrarch heard of all that was done, and he was perplexed, because it was said by some that John had been raised from the dead, 8 by some that Elijah had appeared, and by others that one of the old prophets had risen. 9 Herod said, “John I beheaded; but who is this about whom I hear such things?” And he sought to see him.

Meditation: Who do you most admire and want to be like? People with power, influence, fame, or wealth? Scripture warns us of such danger (see Proverbs 23:1-2). King Herod had respected and feared John the Baptist as a great prophet and servant of God. John, however did not fear to rebuke Herod for his adulterous affair with his brother’s wife. Herod, however, was more of a people pleaser than a pleaser of God. Herod not only imprisoned John to silence him, but he also beheaded him simply to please his family and friends.

God’s truth cannot be suppressed
Now when reports of Jesus’ miracles and teaching reach Herod’s court, Herod became very troubled in conscience. He thought that John the Baptist had risen from the dead! Herod sought to meet Jesus more out of curiosity and fear than out of a sincere desire to know God’s will. He wanted to meet Jesus – not to follow him but to prevent him from troubling his conscience any further.

We can try to rid ourselves of guilt and sin by suppressing the truth or by ridding ourselves of anyone or anything that points us to the truth. No power on earth, however, can remove a guilty conscience or free us from slavery to sin – only God can set us free through the atoning sacrifice which his Son, the Lord Jesus Christ made for us on the cross.

Whose voice and message do you follow?
How can we find true peace with ourselves and with God? The Lord Jesus shows us the way. Jesus explained to his followers, “If you continue in my word, you are truly my disciples, and you will know the truth, and the truth will make you free” (John 8:31-32). Only Jesus can set us free. If we listen to his voice and obey his word, we will find true peace, joy, and freedom to live as sons and daughters of God.

Does God’s word take priority in your daily life? Or do you allow other voices and messages to distract you or lead you astray. The Lord Jesus promises to be with us and to guide us continually if we will listen to his voice and obey his word.

“Heavenly Father, form in me the likeness of your Son, our Lord Jesus Christ, and deepen his life within me that I may be like him in word and deed. Increase my eagerness to do your will and help me to grow in the knowledge of your love and truth.”

Psalm 149:1-6a,9b

1 Praise the LORD! Sing to the LORD a new song, his praise in the assembly of the faithful!
2 Let Israel be glad in his Maker, let the sons of Zion rejoice in their King!
3 Let them praise his name with dancing, making melody to him with timbrel and lyre!
4 For the LORD takes pleasure in his people; he adorns the humble with victory.
5 Let the faithful exult in glory; let them sing for joy on their couches.
6a Let the high praises of God be in their throats.
9b This is glory for all his faithful ones.  Praise the LORD!

Daily Quote from the early church fathersIntegrity is a hardship for the morally corrupt, by Peter Chrysologus (400-450 AD)

“John aroused Herod by his moral admonitions, not by any formal accusation. He wanted to correct, not to suppress. Herod, however, preferred to suppress rather than be reconciled. To those who are held captive, the freedom of the one innocent of wrongdoing becomes hateful. Virtue is undesirable to those who are immoral; holiness is abhorrent to those who are impious; chastity is an enemy to those who are impure; integrity is a hardship for those who are corrupt; frugality runs counter to those who are self-indulgent; mercy is intolerable to those who are cruel, as is loving-kindness to those who are pitiless and justice to those who are unjust. The Evangelist indicates this when he says, “John said to him, ‘It is not lawful for you to have the wife of your brother Philip.'” This is where John runs into trouble. He who admonishes those who are evil gives offense. He who repudiates wrongdoers runs into trouble. John was saying what was proper of the law, what was proper of justice, what was proper of salvation and what was proper certainly not of hatred but of love. And look at the reward he received from the ungodly for his loving concern!” (excerpt from SERMONS 127.6-7)

[Peter Chrysologus, 400-450 AD, was a renowned preacher and bishop of Ravena in the 5th century]

Meditations may be freely reprinted for non-commercial use – please cite: copyright (c) 2019 Servants of the Word, source:  www.dailyscripture.net, author Don Schwager

Daily Reflection

Some readings seem to reach out and immediately touch my heart.  However, at first reading, today’s scripture confused me.  The first reading seemed overwhelming, the gospel seemed too short – what else happened or was said.  What did Herod do at that time?  But after reviewing a few more times, something did reach out and touch my heart:

 . .Who then is this about whom I hear such things?”
And he kept trying to see him.

It dawned on me, that we all keep trying to see Him – sometimes with more success than other.  How often do we search and cry out asking where is God?  Yet, I firmly believe that throughout my life, throughout all the struggles, disappointments, and loses, God was always there.  My mother set that example for me.  I watched her: always faithful, no matter what, that God was there.  When my brother died tragically at 20, my mother turned even more to prayer.  She never doubted for an instant that her God was there for her and that my brother was in the arms of Jesus.  Her unfailing faith taught me to believe in a God that would always support me and walk with me.  When her husband (my dad) died four years later, she continued her daily prayers for the dead for both.  When she passed away (32 years after my brother’s death), the little prayer book with the daily prayers for the dead was on the table by the sofa – it was replaced a few times over those years having been worn out from daily handling.  No wonder one of her favorite poems and symbols was Footprints.

So, throughout my life in both good times and no so good, I knew (and know) that God is with me.  It fosters an attitude of gratitude in my many blessings – I see that God created a beautiful world that continues to awe me, literally from sea to shining sea.  I see God in the faces of my children and grandchildren.  I see God in all the loving actions of my husband.  I see God in the various “heroes” that touch my life – the women in recovery that I am privileged to support and wonderful people in the Dominican Republic that share their lives and hearts with me so freely.  In our Ignatian tradition, I find (and see) God in all things.  When I forget this and start seeing the negatives of everything around me, I am gently called back to my loving, all-present God.  A special song will play, a star twinkle more brightly, a person will reach out, a flower bloom at just the right time – I am reminded that God and my BFF Jesus are always there by my side no matter how cloudy things look.   When my heart and mind are in the right place, the world is truly a beautiful place full of good things, good places, and good people.  I am reminded that this loving, all-present God that I long to see is merciful and always sees and accepts me as a beloved sinner.  So . . .  I will keep trying to see Him.

And, of course, a song for you . . .   Lauren Daigle, Trust in You

September 26

MORNING

A God of truth and without iniquity, just and right is He. Deut. 32:4

Him that judgeth righteously. I Pet. 2:23

We must all appear before the judgment seat of Christ; that every one may receive the things done in his body, according to that he hath done, whether it be good or bad. II Cor. 5:10

Every one of us shall give account of himself to God. Rom. 14:12

The soul that sinneth it shall die. Ezek. 18:4

Awake, O sword, against my shepherd, and against the man that is my fellow, saith the LORD of hosts: smite the shepherd. Zech. 13:7

The LORD hath laid on him the iniquity of us all. Isa. 53:6

Mercy and truth are met together: righteousness and peace have kissed each other. Psa. 85:10

Mercy rejoiceth against judgment. James 2:13

The wages of sin is death; but the gift of God is eternal life through Jesus Christ our Lord. Rom. 6:23

A just God and a Saviour; there is none beside me. Isa. 45:21

Just, and the justifier of him which believeth in Jesus. Rom. 3:26

Justified freely by his grace through the redemption that is in Christ Jesus. Rom. 3:24

EVENING

Death is swallowed up in victory. I Cor. 15:54

Thanks be to God, which giveth us the victory through our Lord Jesus Christ. I Cor. 15:57

Forasmuch … as the children are partakers of flesh and blood, he also himself likewise took part of the same; that through death he might destroy him that had the power of death, that is, the devil; and deliver them who through fear of death were all their lifetime subject to bondage. Heb. 2:1415

If we be dead with Christ, we believe that we shall also live with him: knowing that Christ being raised from the dead dieth no more; death hath no more dominion over him. For in that he died, he died unto sin once: but in that he liveth, he liveth unto God. Likewise reckon ye also yourselves to be dead indeed unto sin, but alive unto God through Jesus Christ our Lord. Rom. 6:8-11

In all these things we are more than conquerors through him that loved us. Rom. 8:37