LITURGIA DELLA PAROLA

Prima Lettura   1 Tm 4, 12-16
Vigila su te stesso e sul tuo insegnamento: così facendo, salverai te stesso e quelli che ti ascoltano.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo a Timòteo
Figlio mio, nessuno disprezzi la tua giovane età, ma sii di esempio ai fedeli nel parlare, nel comportamento, nella carità, nella fede, nella purezza.
In attesa del mio arrivo, dèdicati alla lettura, all’esortazione e all’insegnamento. Non trascurare il dono che è in te e che ti è stato conferito, mediante una parola profetica, con l’imposizione delle mani da parte dei presbìteri.
Abbi cura di queste cose, dèdicati ad esse interamente, perché tutti vedano il tuo progresso. Vigila su te stesso e sul tuo insegnamento e sii perseverante: così facendo, salverai te stesso e quelli che ti ascoltano.

Salmo Responsoriale   Dal Salmo 110
Grandi sono le opere del Signore.

Le opere delle sue mani sono verità e diritto,
stabili sono tutti i suoi comandi,
immutabili nei secoli, per sempre,
da eseguire con verità e rettitudine.

Mandò a liberare il suo popolo,
stabilì la sua alleanza per sempre.
Santo e terribile è il suo nome.

Principio della sapienza è il timore del Signore:
rende saggio chi ne esegue i precetti.
La lode del Signore rimane per sempre.

 
Canto al Vangelo
    Mt 11,28
Alleluia, alleluia.

Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi,
e io vi darò ristoro, dice il Signore.

Alleluia.

Vangelo   Lc 7, 36-50
Sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato.

Dal vangelo secondo Luca
In quel tempo, uno dei farisei invitò Gesù a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. Ed ecco, una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, portò un vaso di profumo; stando dietro, presso i piedi di lui, piangendo, cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo.
Vedendo questo, il fariseo che l’aveva invitato disse tra sé: «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi è, e di quale genere è la donna che lo tocca: è una peccatrice!».
Gesù allora gli disse: «Simone, ho da dirti qualcosa». Ed egli rispose: «Di’ pure, maestro». «Un creditore aveva due debitori: uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. Non avendo essi di che restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi di loro dunque lo amerà di più?». Simone rispose: «Suppongo sia colui al quale ha condonato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene».
E, volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato in casa tua e tu non mi hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio; lei invece, da quando sono entrato, non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non hai unto con olio il mio capo; lei invece mi ha cosparso i piedi di profumo. Per questo io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco».
Poi disse a lei: «I tuoi peccati sono perdonati». Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: «Chi è costui che perdona anche i peccati?». Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!».

Letture dall’Ufficio delle Letture

Versetto
V. Irradia su di me la luce del tuo volto:
R. insegnami sapienza, o Signore.

Prima Lettura
Dal libro del profeta Ezechiele 12, 1-16

La deportazione del popolo adombrata in un’azione simbolica

Un giorno mi fu rivolta questa parola del Signore: «Figlio dell’uomo, tu abiti in mezzo a una genìa di ribelli, che hanno occhi per vedere e non vedono, hanno orecchi per udire e non odono, perché sono una genìa di ribelli.
Tu, figlio dell’uomo, fa’ il tuo bagaglio da deportato e, di giorno davanti ai loro occhi, preparati a emigrare; emigrerai dal luogo dove stai verso un altro luogo, davanti ai loro occhi: forse comprenderanno che sono una genìa di ribelli. Prepara di giorno il tuo bagaglio, come il bagaglio d’un esiliato, davanti ai loro occhi; uscirai però al tramonto, davanti a loro, come partirebbe un esiliato. Fa’ alla loro presenza un’apertura nel muro ed esci di lì. Mettiti alla loro presenza il bagaglio sulle spalle ed esci nell’oscurità: ti coprirai la faccia in modo da non vedere il paese, perché io ho fatto di te un simbolo per gli Israeliti».
Io feci come mi era stato comandato: preparai di giorno il mio bagaglio come il bagaglio d’un esiliato e sul tramonto feci un foro nel muro con le mani, uscii nell’oscurità e mi misi il bagaglio sulle spalle sotto i loro occhi.
Al mattino mi fu rivolta questa parola del Signore: «Figlio dell’uomo, non t’ha chiesto il popolo d’Israele, quella genìa di ribelli, che cosa stai facendo? Rispondi loro: Così dice il Signore Dio: Quest’oracolo è per il principe di Gerusalemme e per tutti gli Israeliti che vi abitano.
Tu dirai: Io sono un simbolo per voi; infatti quello che ho fatto a te, sarà fatto a loro; saranno deportati e andranno in schiavitù. Il principe, che è in mezzo a loro si caricherà il bagaglio sulle spalle, nell’oscurità, e uscirà per la breccia che verrà fatta nel muro per farlo partire; si coprirà il viso, per non vedere con gli occhi il paese. Ma io tenderò la mia rete contro di lui ed egli rimarrà preso nei miei lacci: lo condurrò in Babilonia, nel paese dei Caldei, ma egli non la vedrà e là morirà. Disperderò ad ogni vento quanti sono intorno a lui, le sue guardie e tutte le sue truppe, e snuderò dietro a loro la spada. Allora sapranno che io sono il Signore, quando li avrò dispersi fra le genti e li avrò disseminati in paesi stranieri. Tuttavia ne risparmierò alcuni, superstiti alla spada, alla fame e alla peste, perché raccontino tutte le loro scelleratezze alle genti fra le quali andranno e anch’esse sappiano che io sono il Signore».

Responsorio    Cfr. Ez 12, 15; Sal 88, 31. 33
R. Quando li avrò dispersi fra le genti e li avrò disseminati in paesi stranieri, * allora sapranno che io sono il Signore.
V. Se abbandoneranno la mia legge e non seguiranno i miei decreti, punirò il loro peccato:
R. allora sapranno che io sono il Signore.

Seconda Lettura
Dal «Discorso sui pastori» di sant’Agostino, vescovo
(Disc. 46, 9; CCL 41, 535-536)

Sii di esempio ai fedeli

Avendo il Signore detto che cosa abbiano a cuore certi pastori, aggiunge anche quali doveri essi trascurino. I difetti delle pecore, infatti, sono largamente diffusi. Pochissime sono le pecore sane e prosperose. Sono rare cioè quelle ben salde nel cibo della verità, che usufruiscono con vantaggio dei pascoli donati da Dio. Ma quei pastori malvagi non risparmiano neppure queste. Non basta che essi trascurino le pecore malate o deboli, sbandate e smarrite. Per quanto sta in loro, uccidono anche quelle che sono forti e in buona salute. Tu forse dirai: Però queste vivono. Sì, vivono, ma per la misericordia di Dio. Tuttavia, per quanto sta in loro, i pastori cattivi le uccidono. Come le uccidono? dirai. Vivendo male, dando loro cattivo esempio.
Fu detto forse senza ragione a quel servo di Dio che eccelleva tra le membra del sommo Pastore: Offri te stesso come esempio in tutto di buona condotta? (cfr. Tt 2, 7). E ancora: Sii modello ai fedeli (cfr. 1 Tm 4, 12). Una pecora infatti, anche se sana, osservando che il suo pastore abitualmente vive male, se distoglie gli occhi dalla legge del Signore e guarda l’uomo, comincia a dire in cuor suo: Se il mio superiore vive così, chi mi vieta di fare altrettanto? In tal modo il pastore uccide la pecora sana. Dunque se uccide la pecora sana, che farà mai della altre pecore? Che farà questo pastore che, vivendo male, fa perire la pecora, che egli non aveva resa sana, ma che anzi aveva trovata forte e vigorosa? Dico e ripeto alla vostra carità: Vi sono pecore che vivono, sono salde nella parola del Signore e si attengono a quella norma che hanno udito da lui: «Quanto vi dicono fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere» (Mt 23, 3). Tuttavia il pastore, che dinanzi al popolo si comporta male, per quanto sta in lui, uccide colui dal quale viene osservato. Non si illuda quindi perché quel tale non è morto. Quel tale vive, ma il pastore si rende ugualmente un omicida.
In modo analogo, quando un uomo corrotto guarda una donna con desiderio, essa rimane casta, ma lui ha già commesso adulterio. Rimane infatti vera e trasparente la parola del Signore al riguardo: «Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore» (Mt 5, 28). Non è entrato nella stanza di lei, ma nel suo intimo già sfoga la sua passione.
Così, chiunque si comporta male dinanzi a coloro ai quali è preposto, per quanto dipende da lui uccide anche i sani. Chi lo imita, muore; chi non lo imita continua a vivere. Ma per quanto sta in lui, uccide entrambi. E’ questo il rimprovero che fa il Signore: «Ammazzate le pecore più grasse, ma non pascolate il mio gregge» (Ez 34, 3).

Responsorio   Cfr. Lc 12, 48; Sap 6, 5
R. A chiunque fu dato molto, sarà domandato; * a chi molto fu affidato, molto più sarà richiesto.
V. Un giudizio severo si farà per coloro che stanno in alto:
R. a chi molto fu affidato, molto più sarà richiesto.

Begging for Mercy

Thursday, September 19, 2019

Thursday of the Twenty-Fourth Week in Ordinary Time

Readings for Today

Saint Januarius, Bishop and Martyr – Optional Memorial

A certain Pharisee invited Jesus to dine with him, and he entered the Pharisee’s house and reclined at table. Now there was a sinful woman in the city who learned that he was at table in the house of the Pharisee. Bringing an alabaster flask of ointment, she stood behind him at his feet weeping and began to bathe his feet with her tears. Then she wiped them with her hair, kissed them, and anointed them with the ointment.  Luke 7:36-38

In part, this Gospel is about the Pharisee.  If we read on in this passage we see the Pharisee becoming quite judgmental and condemning of this woman and Jesus.  Jesus rebuked Him just as He has done so many times before with the Pharisees.  But this passage is much more than a rebuke of the Pharisees.  At its heart, it’s a story of love.

The love is that love in the heart of this sinful woman.  It’s a love manifested in sorrow for sin and deep humility.  Her sin was great and, as a result, so was her humility and love.  Let’s look at that humility first.  It is seen in her actions as she came to Jesus.

First, “she stood behind Him…”
Second, she fell down “at His feet…”
Third, she was “weeping…”
Fourth, she washed His feet “with her tears…”
Fifth, she dried His feet “with her hair…”
Sixth, she “kissed” His feet.
Seventh, she “anointed” His feet with her costly perfume.

Stop for a moment and try to imagine this scene.  Try to see this sinful woman humbling herself in love before Jesus.  If this full action is not an act of deep sorrow, repentance and humility then it’s hard to know what else it is.  It’s an action that is not planned out, not calculated, not manipulative.  Rather, it’s deeply humble, sincere and total.  In this act, she cries out for mercy and compassion from Jesus and she doesn’t even have to say a word.

Reflect, today, upon your own sin.  Unless you know your sin, you cannot manifest this type of humble sorrow.  Do you know your sin?  From there, consider getting down on the ground, on your knees, bowing your head to the ground before Jesus and sincerely begging for His compassion and mercy.  Try literally doing that.  Make it real and total.  The result is that Jesus will treat you in the same merciful way He did this sinful woman.

Lord, I beg for Your mercy.  I am a sinner and I deserve damnation.  I acknowledge my sin.  I beg, in Your mercy, to forgive my sin and pour forth Your infinite compassion upon me.  Jesus, I trust in You.

Lesson Two — Thérèse, the “Field Flower”

Lesson:  There are many types of flowers: lilies, roses, daisies.  Each one contains its own beauty and fragrance.  Some bloom yearlong, others only in the spring, while others bud forth in the heart of the summer’s heat.  In pondering the lessons of nature, Sister Thérèse stated the following:

I understood that every flower created by [God] is beautiful, that the brilliance of the rose and the whiteness of the lily do not lessen the perfume of the violet or the sweet simplicity of the daisy. I understood that if all the lowly flowers wished to be roses, nature would lose its springtide beauty, and the fields would no longer be enamelled with lovely hues.

Thérèse also understood “that God’s Love is made manifest as well in a simple soul which does not resist His grace as in one more highly endowed.”  Not everyone could be a rose; otherwise, the diversity of souls would be lost and the unique beauty of each would not stand out, manifesting the beauty of God in its own unique way.

Some souls are like “field flowers.”  These lowly and simple flowers reveal a particular charism in that God shows His infinite greatness by stooping down from Heaven to bestow His grace upon them.  It is through these simple and humble souls that God’s profound love is made most evident.

Most people are created by God to be simple and hidden among the masses.  But God sees the beauty of every soul He creates, even if the world fails to perceive it.  Each “flower” is radiant to Him, and He chooses to descend to each soul He has created so as to manifest His glory through them.

Reflection:  At times we all feel as if we are unimportant.  We lose focus on the uniqueness of our own lives and fail to see our own inner beauty that was placed there by God Himself.

Know that God has descended to you and desires to bring forth the beauty of your soul.  Know that you delight Him and He sees you, loves you, and accepts you as His little child.  Your soul becomes truly beautiful the more fully you embrace His perfect will, in small and great ways.

Accept who you are and become who you were made to be by allowing yourself to become conformed to His perfect will.  In doing this, you will shine forth as the beautiful “flower” you were made to be.

Dear Little Flower, Saint Thérèse, I thank you for your simplicity and humility.  Thank you for the example you set forth when you allowed the great Almighty God to descend into your soul and shine forth in radiant beauty for all to see.  Pray for me, that I may also open my soul to the glory of God and allow Him to live within me, shining forth for all to see.  Saint Thérèse, pray for us.

La Speranza cristiana – 12. Nella speranza ci riconosciamo tutti salvati (cfr Rm 8,19-27)

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 22 febbraio 2017


 

La Speranza cristiana – 12. Nella speranza ci riconosciamo tutti salvati (cfr Rm 8,19-27)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Spesso siamo tentati di pensare che il creato sia una nostra proprietà, un possedimento che possiamo sfruttare a nostro piacimento e di cui non dobbiamo rendere conto a nessuno. Nel passo della Lettera ai Romani (8,19-27) di cui abbiamo appena ascoltato una parte, l’Apostolo Paolo ci ricorda invece che la creazione è un dono meraviglioso che Dio ha posto nelle nostre mani, perché possiamo entrare in relazione con Lui e possiamo riconoscervi l’impronta del suo disegno d’amore, alla cui realizzazione siamo chiamati tutti a collaborare, giorno dopo giorno.

Quando però si lascia prendere dall’egoismo, l’essere umano finisce per rovinare anche le cose più belle che gli sono state affidate. E così è successo anche per il creato. Pensiamo all’acqua. L’acqua è una cosa bellissima e tanto importante; l’acqua ci dà la vita, ci aiuta in tutto ma per sfruttare i minerali si contamina l’acqua, si sporca la creazione e si distrugge la creazione. Questo è un esempio soltanto. Ce ne sono tanti. Con l’esperienza tragica del peccato, rotta la comunione con Dio, abbiamo infranto l’originaria comunione con tutto quello che ci circonda e abbiamo finito per corrompere la creazione, rendendola così schiava, sottomessa alla nostra caducità. E purtroppo la conseguenza di tutto questo è drammaticamente sotto i nostri occhi, ogni giorno. Quando rompe la comunione con Dio, l’uomo perde la propria bellezza originaria e finisce per sfigurare attorno a sé ogni cosa; e dove tutto prima rimandava al Padre Creatore e al suo amore infinito, adesso porta il segno triste e desolato dell’orgoglio e della voracità umani. L’orgoglio umano, sfruttando il creato, distrugge.

Il Signore però non ci lascia soli e anche in questo quadro desolante ci offre una prospettiva nuova di liberazione, di salvezza universale. È quello che Paolo mette in evidenza con gioia, invitandoci a prestare ascolto ai gemiti dell’intero creato. Se facciamo attenzione, infatti, intorno a noi tutto geme: geme la creazione stessa, gemiamo noi esseri umani e geme lo Spirito dentro di noi, nel nostro cuore. Ora, questi gemiti non sono un lamento sterile, sconsolato, ma – come precisa l’Apostolo – sono i gemiti di una partoriente; sono i gemiti di chi soffre, ma sa che sta per venire alla luce una vita nuova. E nel nostro caso è davvero così. Noi siamo ancora alle prese con le conseguenze del nostro peccato e tutto, attorno a noi, porta ancora il segno delle nostre fatiche, delle nostre mancanze, delle nostre chiusure. Nello stesso tempo, però, sappiamo di essere stati salvati dal Signore e già ci è dato di contemplare e di pregustare in noi e in ciò che ci circonda i segni della Risurrezione, della Pasqua, che opera una nuova creazione.

Questo è il contenuto della nostra speranza. Il cristiano non vive fuori dal mondo, sa riconoscere nella propria vita e in ciò che lo circonda i segni del male, dell’egoismo e del peccato. È solidale con chi soffre, con chi piange, con chi è emarginato, con chi si sente disperato… Però, nello stesso tempo, il cristiano ha imparato a leggere tutto questo con gli occhi della Pasqua, con gli occhi del Cristo Risorto. E allora sa che stiamo vivendo il tempo dell’attesa, il tempo di un anelito che va oltre il presente, il tempo del compimento. Nella speranza sappiamo che il Signore vuole risanare definitivamente con la sua misericordia i cuori feriti e umiliati e tutto ciò che l’uomo ha deturpato nella sua empietà, e che in questo modo Egli rigenera un mondo nuovo e una umanità nuova, finalmente riconciliati nel suo amore.

Quante volte noi cristiani siamo tentati dalla delusione, dal pessimismo… A volte ci lasciamo andare al lamento inutile, oppure rimaniamo senza parole e non sappiamo nemmeno che cosa chiedere, che cosa sperare… Ancora una volta però ci viene in aiuto lo Spirito Santo, respiro della nostra speranza, il quale mantiene vivi il gemito e l’attesa del nostro cuore. Lo Spirito vede per noi oltre le apparenze negative del presente e ci rivela già ora i cieli nuovi e la terra nuova che il Signore sta preparando per l’umanità.

GIOVANNI PAOLO II UDIENZA GENERALE Mercoledì, 12 settembre 1979

Nel primo racconto della creazione l’oggettiva definizione dell’uomo

1 Mercoledì scorso abbiamo iniziato il ciclo di riflessioni sulla risposta che Cristo Signore diede ai suoi interlocutori circa la domanda sull’unità e indissolubilità del matrimonio. Gli interlocutori farisei, come ricordiamo, si sono appellati alla legge di Mosè; Cristo invece si è richiamato al “principio”, citando le parole del Libro della Genesi.

Il “principio”, in questo caso, riguarda ciò di cui tratta una delle prime pagine del Libro della Genesi. Se vogliamo fare un’analisi di questa realtà, dobbiamo senz’altro rivolgerci anzitutto al testo. Infatti le parole pronunziate da Cristo nel colloquio con i farisei, che il capo 19 di Matteo e il capo 10 di Marco ci hanno riportato, costituiscono un passo che a sua volta si inquadra in un contesto ben definito, senza il quale non possono essere né intese né giustamente interpretate.

Questo contesto è dato dalle parole; “Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina…?” (Mt 19,4), e fa riferimento al cosiddetto primo racconto della creazione dell’uomo, inserito nel ciclo dei sette giorni della creazione del mondo (Gen 1,1-2.4). Invece, il contesto più prossimo alle altre parole di Cristo, tratte da Genesi 2,24, è il cosiddetto secondo racconto della creazione dell’uomo (Gen 2,5-25), ma indirettamente è tutto il terzo capitolo della Genesi. Il secondo racconto della creazione dell’uomo forma una unità concettuale e stilistica con la descrizione dell’innocenza originaria, della felicità dell’uomo ed anche della sua prima caduta. Data la specificità del contenuto espresso nelle parole di Cristo, prese da Genesi 2,24, si potrebbe anche includere nel contesto almeno la prima frase del capitolo quarto della Genesi, che tratta del concepimento e della nascita dell’uomo dai genitori terrestri. Così noi intendiamo fare nella presente analisi.

2. Dal punto di vista della critica biblica, bisogna subito ricordare che il primo racconto della creazione dell’uomo è cronologicamente posteriore al secondo. L’origine di quest’ultimo è molto più remota. Tale testo più antico si definisce come “jahvista”, perché per denominare Dio si serve del termine “Jahvè”. È difficile non restare impressionati dal fatto che l’immagine di Dio ivi presentata ha dei tratti antropomorfici abbastanza rilevanti (tra l’altro vi leggiamo infatti che “…il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue (Gen 2,7). In confronto a questa descrizione, il primo racconto, cioè proprio quello ritenuto cronologicamente più recente, è molto più maturo sia per quanto riguarda l’immagine di Dio, sia nella formulazione delle verità essenziali sull’uomo. Questo racconto proviene dalla tradizione sacerdotale e insieme “elohista”, da “Elohim”, termine da esso usato per denominare Dio.

3. Dato che in questa narrazione la creazione dell’uomo come maschio e femmina, alla quale si riferisce Gesù nella sua risposta secondo Matteo 19, è inserita nel ritmo dei sette giorni della creazione del mondo, le si potrebbe attribuire soprattutto un carattere cosmologico; l’uomo viene creato sulla terra e insieme al mondo visibile. Ma nello stesso tempo il Creatore gli ordina di soggiogare e dominare la terra (cf. Gen 1,28): egli è quindi posto al di sopra del mondo. Sebbene l’uomo sia così strettamente legato al mondo visibile, tuttavia la narrazione biblica non parla della sua somiglianza col resto delle creature, ma solamente con Dio (“Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò…” (Gen 1,27). Nel ciclo dei sette giorni della creazione è evidente una precisa gradualità (Parlando della materia non vivificata, l’autore biblico adopera differenti predicati, come “separò”, “chiamò”, “fece”, “pose”. Parlando invece degli esseri dotati di vita usa i termini “creò” e “benedisse”. Dio ordina loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi”. Questo ordine si riferisce sia agli animali, sia all’uomo, indicando che la corporalità è comune a loro [cf. Gen 1,27-28]. Tuttavia la creazione dell’uomo si distingue essenzialmente, nella descrizione biblica, dalle precedenti opere di Dio. Non soltanto è preceduta da una solenne introduzione, come se si trattasse di una deliberazione di Dio prima di questo atto importante, ma soprattutto l’eccezionale dignità dell’uomo viene messa in rilievo dalla “somiglianza” con Dio di cui è l’immagine. Creando la materia non vivificata Dio “separava”, agli animali ordina di essere fecondi e di moltiplicarsi, ma la differenza del sesso è sottolineata soltanto nei confronti dell’uomo [“maschio e femmina li creò”] benedicendo nello stesso tempo la loro fecondità, cioè il vincolo delle persone [Gen 1,27-28]; l’uomo invece non viene creato secondo una naturale successione, ma il Creatore sembra arrestarsi prima di chiamarlo all’esistenza, come se rientrasse in se stesso per prendere una decisione: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza…” (Gen 1,26).

4. Il livello di quel primo racconto della creazione dell’uomo, anche se cronologicamente posteriore, è soprattutto di carattere teologico. Ne è indice soprattutto la definizione dell’uomo sulla base del suo rapporto con Dio (“a immagine di Dio lo creò”), il che racchiude contemporaneamente l’affermazione dell’assoluta impossibilità di ridurre l’uomo al “mondo”. Già alla luce delle prime frasi della Bibbia, l’uomo non può essere né compreso né spiegato fino in fondo con le categorie desunte dal “mondo”, cioè dal complesso visibile dei corpi. Nonostante ciò anche l’uomo è corpo. Genesi 1,27 constata che questa verità essenziale circa l’uomo si riferisce tanto al maschio che alla femmina: “Dio creò l’uomo a sua immagine… maschio e femmina li creò” (Il testo originale dice: “Dio creò l’uomo [ha-adam – sostantivo collettivo: l’“umanità”?], a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschi [zakar – maschile] e femmina [uneqebah – femminile] li creò” [Gen 1,27]. Bisogna riconoscere che il primo racconto è conciso, libero da qualsiasi traccia di soggettivismo: contiene soltanto il fatto oggettivo e definisce la realtà oggettiva, sia quando parla della creazione dell’uomo, maschio e femmina, ad immagine di Dio, sia quando vi aggiunge poco dopo le parole della prima benedizione: “Dio li benedisse e disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate”” (Gen 1,28).

5. Il primo racconto della creazione dell’uomo, che, come abbiamo constatato, è di indole teologica, nasconde in sé una potente carica metafisica. Non si dimentichi che proprio questo testo del Libro della Genesi è diventato la sorgente delle più profonde ispirazioni per i pensatori che hanno cercato di comprendere l’“essere” e l’“esistere” (forse soltanto il capitolo terzo del libro dell’Esodo può reggere il confronto con questo testo) (“Haec sublimis veritas”: “Io sono colui che sono” [Es 3,14] costituisce oggetto di riflessione di molti filosofi, incominciando da Sant’Agostino, il quale riteneva che Platone dovesse conoscere questo testo perché gli sembrava tanto vicino alle sue concezioni. La dottrina agostiniana della divina “essentialitas” ha esercitato, mediante Sant’Anselmo, un profondo influsso sulla teologia di Riccardo da S. Vittore, di Alessandro di Hales e di S. Bonaventura. “Pour passer de cette interprétation philosophique du texte de l’Exode à celle qu’allait proposer saint Thomas il fallait nécessairement franchir la distance qui sépare “l’être de l’essence” de “l’être de l’existence”. Les preuves thomistes de l’existence de Dieu l’ont franchie”.

Diversa è la posizione di Maestro Eckhart, che sulla base di questo testo attribuisce a Dio la “puritas essendi”: “est aliquid altius ente… ” [cf. E. Gilson, Le Thomisme, Paris 1944 [Vrin], pp. 122-127; E. Gilson, History of Christian Philosophy in the Middle Ages, London 1955 [Sheed and Ward], 810]). Nonostante alcune espressioni particolareggiate e plastiche del brano, l’uomo vi è definito prima di tutto nelle dimensioni dell’essere e dell’esistere (“esse”). È definito in modo più metafisico che fisico. Al mistero della sua creazione (“a immagine di Dio lo creò”) corrisponde la prospettiva della procreazione (“siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra”), di quel divenire nel mondo e nel tempo, di quel “fieri” che è necessariamente legato alla situazione metafisica della creazione: dell’essere contingente (“contingens”). Proprio in tale contesto metafisico della descrizione di Genesi 1, bisogna intendere l’entità del bene, cioè l’aspetto del valore. Infatti, questo aspetto torna nel ritmo di quasi tutti i giorni della creazione e raggiunge il culmine dopo la creazione dell’uomo: “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” (Gen 1,31). Per cui si può dire con certezza che il primo capitolo della Genesi ha formato un punto inoppugnabile di riferimento e la solida base per una metafisica ed anche per un’antropologia e un’etica, secondo la quale “ens et bonum convertuntur”. Senz’altro, tutto ciò ha un suo significato anche per la teologia e soprattutto per la teologia del corpo.

6. A questo punto interrompiamo le nostre considerazioni. Tra una settimana ci occuperemo del secondo racconto della creazione, cioè di quello che, secondo i biblisti, è cronologicamente più antico. L’espressione “teologia del corpo”, or ora usata, merita una spiegazione più esatta, ma la rimandiamo ad un altro incontro. Dobbiamo prima cercare di approfondire quel passo del Libro della Genesi, al quale Cristo si è richiamato.

Thursday (September 19): “Which will love him more?”

Daily Reading & Meditation

 Thursday (September 19): “Which will love him more?”
Scripture:  Luke 7:36-50 

36 One of the Pharisees asked him to eat with him, and he went into the Pharisee’s house, and took his place at table. 37 And behold, a woman of the city, who was a sinner, when she learned that he was at table in the Pharisee’s house, brought an alabaster flask of ointment, 38 and standing behind him at his feet, weeping, she began to wet his feet with her tears, and wiped them with the hair of her head, and kissed his feet, and anointed them with the ointment 39 Now when the Pharisee who had invited him saw it, he said to himself, “If this man were a prophet, he would have known who and what sort of  woman this is who is touching him, for she is a sinner.” 40 And Jesus answering said to him, “Simon, I have something to say to you.” And he answered, “What is it, Teacher?” 41 “A certain creditor had two debtors; one owed five hundred denarii, and the other fifty. 42 When they could not pay, he forgave them both. Now which of them will love him more?” 43 Simon answered, “The one, I suppose, to whom he forgave more.” And he said to him, “You have judged rightly.”

44 Then turning toward the woman he said to Simon, “Do you see this woman? I entered your house, you gave me no water for my feet, but she has wet  my feet with her tears and wiped them with her hair. 45 You gave me no kiss, but from the time I came in she has not ceased to kiss my feet. 46 You did not anoint my head with oil, but she has anointed my feet with ointment. 47 Therefore I tell you, her sins, which are many, are forgiven, for she loved much; but he who is forgiven little, loves little.” 48 And he said to her, “Your sins are forgiven.” 49 Then those who were at table with him began to say among themselves, “Who is this, who even forgives sins?” 50 And he said to the woman, “Your faith has saved you; go in peace.”

Meditation: What fuels the love that surpasses all other loves? Unbounding gratitude for sure! No one who met Jesus could do so with indifference. They were either attracted to him or repelled by him. Why did a Pharisee invite Jesus to his house for dinner and then treat him discourteously by neglecting to give him the customary signs of respect and honor? [This account has some similarities to the account of Simon the leper in Matthew 26:6-13 and Mark 14:3, as well as the account in John 12:1-8.] Simon was very likely a collector of celebrities. He patronized Jesus because of his popularity with the crowds. Why did he criticize Jesus’ compassionate treatment of a woman of ill repute – most likely a prostitute? The Pharisees shunned the company of public sinners and in so doing they neglected to give them the help they needed to find healing and wholeness.

The power of extravagant love and gratitude
Why did a woman with a bad reputation approach Jesus and anoint him with her tears and costly perfume at the risk of ridicule and abuse by others? The woman’s action was motivated by one thing, and one thing only, namely, her love for Jesus – she loved greatly out of gratitude for the kindness and forgiveness she had received from Jesus. She did something a Jewish woman would never do in public. She loosened her hair and anointed Jesus with her tears. It was customary for a woman on her wedding day to bind her hair. For a married woman to loosen her hair in public was a sign of grave immodesty. This woman was oblivious to all around her, except for Jesus.

Love gives all – the best we have
She also did something which only love can do. She took the most precious thing she had and spent it all on Jesus. Her love was not calculated but extravagant. In a spirit of humility and heart-felt repentance, she lavishly served the one who showed her the mercy and kindness of God. Jesus, in his customary fashion, never lost the opportunity to draw a lesson from such a deed.

The debt of gratitude for mercy and forgiveness
Why did Jesus put the parable of the two debtors before his learned host, a religious Jew who was well versed in the Jewish Scriptures and who would have rigorously followed the letter of the Law of Moses? This parable is similar to the parable of the unforgiving official (see Matthew 18:23-35) in which the man who was forgiven much showed himself merciless and unforgiving. Jesus makes clear that great love springs from a heart forgiven and cleansed. Peter the Apostle tells us that “love covers a multitude of sins” (1 Peter 4:8). It was love that motivated the Father in heaven to send his only begotten Son, the Lord Jesus, to offer up his life on the cross as the atoning sacrifice for our sins. The woman’s lavish expression of love was an offering of gratitude for the great forgiveness, kindness, and mercy Jesus had shown to her.

The stark contrast of attitudes between Simon and the woman of ill-repute demonstrates how we can either accept or reject God’s mercy and forgiveness. Simon, who regarded himself as an upright Pharisee, did not feel any particular need for pardon and mercy. His self-sufficiency kept him from acknowledging his need for God’s grace – his gracious gift of favor, help, and mercy.  Are you grateful for God’s mercy and pardon?

“Lord Jesus, your grace is sufficient for me. Fill my heart with love and gratitude for the mercy you have shown to me and give me joy and freedom to love and serve others with kindness and respect.”

Psalm 32:1-2,5,7,11

1 Blessed is he whose transgression is forgiven, whose sin is covered.
2 Blessed is the man to whom the LORD imputes no iniquity, and in whose spirit there is no deceit.
5 I acknowledged my sin to you, and I did not hide my iniquity; I said, “I will confess my transgressions to the LORD“; then you forgave the guilt of my sin.
7 You are a hiding place for me, you preserve me from trouble; you surround me with deliverance.
11 Be glad in the LORD, and rejoice, O righteous, and shout for joy, all you upright in heart!

Daily Quote from the early church fathersJesus the Physician brings miraculous healing to the woman’s sins, by Ephrem the Syrian (306-373 AD)

“Healing the sick is a physician’s glory. Our Lord did this to increase the disgrace of the Pharisee, who discredited the glory of our Physician. He worked signs in the streets, worked even greater signs once he entered the Pharisee’s house than those that he had worked outside. In the streets, he healed sick bodies, but inside, he healed sick souls. Outside, he had given life to the death of Lazarus. Inside, he gave life to the death of the sinful woman. He restored the living soul to a dead body that it had left, and he drove off the deadly sin from a sinful woman in whom it dwelt. That blind Pharisee, for whom wonders were not enough, discredited the common things he saw because of the wondrous things he failed to see.” (excerpt from HOMILY ON OUR LORD 42.2)

Meditations may be freely reprinted for non-commercial use – please cite: copyright (c) 2019 Servants of the Word, source:  www.dailyscripture.net, author Don Schwager

 

Daily Reflection

Intimately beautiful event. Her shining black hair wiping away her tears and the oil used to soothe his traveled feet; he was so blessed. Her actions reminded the Pharisees present of obligations and laws. But for Jesus and the woman it was so special moment of grace. The others saw it as a fault and the two principals of the story saw it as a blessing. Who were the sinners anyway? The pharisees small ways were magnificently outshone by the woman’s outpouring of love. She, experienced forgiveness for her failures and expressed it lavishly. Pharisees, pinched and boxed in, saw only the opportunity to get after Jesus. Sinners indeed?

When confronted by his host-critic, the Pharisee Simon, Jesus asks him about someone who forgave two persons’ debts, one a relatively smaller amount and the other a huge stash of money. Who would have been more grateful for the forgiving? “The one I suppose whose larger debt was forgiven” the Pharisee responds correctly.

Jesus answers by pointing out what happened when he arrived for the dinner. The host did not receive Jesus with water to wash his weary feet nor the required kiss of welcome. But “She has bathed them with her tears and wiped them with her hair and has not ceased kissing my feet.” You did not offer oil for a blessing, but she “anointed my feet with ointment.”

Her many sins have been forgiven. Simon’s social gaffs also are forgiven. Simon has little to be forgiven and his little sins seem to imply that he loves little (“the one to whom little is forgiven, loves little”). We, like the lavishly loving woman in the tale, all have many sins to be forgiven.

There’s a modern story we may have heard that parallels this gospel account. It concerns the events in the life of John Newton (born 1725). He was a ship captain whose tasks involved transporting slaves from Africa to America. At one point in this wretched work his ship, the Greyhound, began to flounder and Newton spent the night trying to keep it afloat. He feared for his life. He remembered the goodness of his mother who had taught him the graces of a life spent in service of Christ.

In those hours he thought critically about the course of his life spent violating all the love that his mother and others had showered him with. He finally saw his life the way that it really was, a failure at its core. He had done very well economically and other more aggressive ways, but his heart was devoid of love, confronting him with the humbling realization he recognized in those perilous hours — the deep failure of his life. The shipwreck of the Greyhound became an image for his own life; he was brought to his senses in the dire straits of the moment.

Ultimately this moment of conversion brought John Newton to turn himself over to God, who has mercy and forgives even the most heinous of sin. Newton began to know himself in the depths of his soul. His conversion was not immediate, but it was grace-filled. After leaving the slave trade he sought out good friends that guided him to glory in the God-given beauty around him. He became a minister and leader of his church: especially as a forthright member of the anti-slave movement. At some point during his long conversion he wrote the hymn, “Amazing Grace.”

Now we know that the wretch referred to in the hymn, was none other than him. Can God turn a wretch into a loving person of faith, love and hope? The answer lies in the history of the man, and eighteenth-century slaver-to-saint, John Newton.

The woman who loved so deeply after having been forgiven much and the wretch we’ve visited with today share a similar history. They recognized God’s mercy in their lives and responded with deep and abiding love. Can we wretches respond like them? Nobody wants to be called a wretch and, ironically, that’s the point. My sin and wretchedness are no match for God’s lavish love. Lord, help me to surrender to your grace be made real in the ups and downs of my life!

September 19

MORNING

The God of all grace. I Pet. 5:10

I will proclaim the name of the LORD before thee; and will be gracious to whom I will be gracious. Exo. 33:19

He is gracious unto him, and saith, Deliver him from going down to the pit: I have found a ransom. Job 33:24

Being justified freely by his grace, through the redemption that is in Christ Jesus: whom God hath set forth to be a propitiation through faith in his blood, to declare his righteousness for the remission of sins that are past, through the forbearance of God. Rom. 3:2425

Grace and truth came by Jesus Christ. John 1:17

By grace are ye saved through faith; and that not of yourselves: it is the gift of God. Eph. 2:8

Grace, mercy, and peace, from God our Father and Jesus Christ our Lord. I Tim. 1:2

Unto every one of us is given grace according to the measure of the gift of Christ. Eph. 4:7

As every man hath received the gift, even so minister the same one to another, as good stewards of the manifold grace of God. I Pet. 4:10

He giveth more grace. James 4:6

Grow in grace, and in the knowledge of our Lord and Saviour Jesus Christ. To him be glory both now and for ever. II Pet. 3:18

EVENING

I will lift up mine eyes unto the hills, from whence cometh my help. My help cometh from the Lord. Psa. 121:12

As the mountains are round about Jerusalem, so the LORD is round about his people from henceforth even for ever. Psa. 125:2

Unto thee lift I up mine eyes, O thou that dwellest in the heavens. Behold, as the eyes of servants look unto the hand of their masters, and as the eyes of a maiden unto the hand of her mistress; so our eyes wait upon the LORD our God, until that he have mercy upon us. Psa. 123:12

Because thou hast been my help, therefore in the shadow of thy wings will I rejoice. Psa. 63:7

O our God, wilt thou not judge them? for we have no might against this great company that cometh against us; neither know we what to do: but our eyes are upon thee. II Chron. 20:12

Mine eyes are ever toward the LORD; for he shall pluck my feet out of the net. Psa. 25:15

Our help is in the name of the LORD, who made heaven and earth. Psa. 124:8

Jesus Hidden in Others

Reflection 261: Jesus Hidden in Others

Imagine if Jesus came to you in poverty, hunger and cold and He asked you to care for Him.  This experience might startle you and cause you to question if this person really was Jesus.  But it is Jesus.  Jesus comes to us every day in the person who is in need.  It may be that we encounter someone who is homeless, hungry and in need of clothing.  If this is the case then this is Jesus.  But there are many whom we encounter every day who have a different form of hunger and thirst.  Many are starving for love, understanding, compassion and attention.  They may present an exterior that is unwelcoming, but inside they are our Lord, seeking to receive mercy from your heart.  Do not hesitate to see our Lord present in every person you encounter.  Lavish the mercy of your heart on them, especially the most pitiable soul, and you will have lavished your love on Jesus Himself (See Diary #1312).

How do you treat the poor and the beggar?  Start by thinking about those with physical needs but move deeper to consider all those who carry other needs.  Think about the hard of heart, the sinner, the proud, the arrogant, the person filled with anger, etc.  Every person you call to mind is our Lord coming to you for a taste of the mercy of your heart.  Whatever you do to the least of these, you do to Christ.  Do you believe this?  If you do then this belief must have the practical consequences of you showing mercy to everyone, especially those whom you find most difficult to love.  Ponder this practical question today and make a commitment to seek out our Lord in the next “beggar” that you meet, no matter how undesirable they appear.

Lord, I love You and I realize that I must seek You out in each person I encounter.  Give me the eyes to see You and a heart to love You.  As I love You in others, dear Lord, allow the mercy in my heart to give you a sweet delight.  Jesus, I trust in You.