Doing Your Best

Doing Your Best

Saint Mother Teresa is often quoted as saying that God asks us to be faithful, not successful.  In other words, we are called to offer our best to the Lord, striving to be faithful to His holy Will, and then leave the rest to Him.  At times it may appear that our “best” does not produce the desired good fruit that we desire.  Perhaps an attempt you make at reconciling with another failed.  Or perhaps you put your heart and soul into some apostolic work and it never appeared to take off in the way you had hoped.  There is great freedom in the realization that all we are called to do is be faithful, not successful.  “Success” is measured by God, not by human standards.  We are truly “successful” only when we are faithful to the Will of God and diligent in committing ourselves to His divine work.  If we are faithful in this way, nothing else matters.  Do your best and leave the rest to God (See Diary #1295).

Reflect upon your level of commitment to the Will of God.  Committing yourself to God’s holy Will is not the same as committing yourself to perfect success in all you do.  Even if everything you do appears to end in failure, you please God when you are faithful to Him without worrying about the results.  God sees your heart and wants your good works to be offered to Him and done in accordance with His Will.  Nothing else in life matters.  Seek fidelity above success and you will delight the merciful Heart of our Lord.

Lord, I give myself to You for Your service and glory.  I commit myself to all that You call me to do and pray that I may serve Your Will in fidelity and diligence.  Use me, dear Lord, as You will and help me to leave the rest to You.  Jesus, I trust in You.

Noticing the Sins of Others

Friday, September 13, 2019

Friday of the Twenty-Third Week in Ordinary Time

Readings for Today

Saint John Chrysostom, Bishop and Doctor – Memorial

“Why do you notice the splinter in your brother’s eye, but do not perceive the wooden beam in your own?”  Luke 6:41

How true this is!  How easy it is to see the minor faults of others and, at the same time, fail to see our own more obvious and serious faults.  Why is this the case?

First of all, it’s hard to see our own faults because our sin of pride blinds us.  Pride keeps us from any honest self-reflection.  Pride becomes a mask we wear which presents a false persona.  Pride is an ugly sin because it keeps us from the truth.  It keeps us from seeing ourselves in the light of truth and, as a result, it keeps us from seeing the log in our own eye.

When we are full of pride, another thing happens.  We start to focus in on every small fault of those around us.  Interestingly, this Gospel speaks of the tendency to see the “splinter” in your brother’s eye.  What does that tell us?  It tells us that those who are full of pride are not so much interested in putting down the serious sinner.  Rather, they tend to seek out those who have only small sins, “splinters” as sins, and they tend to try and make them seem more serious than they are.  Sadly, those steeped in pride feel far more threatened by the saint than by the serious sinner.

Reflect, today, upon whether or not you struggle with being judgmental toward those around you.  Especially reflect upon whether or not you tend to be more critical of those striving for holiness.  If you do tend to do this, it may reveal that you struggle with pride more than you realize.

Lord, humble me and help me to be free of all pride.  May I also let go of judgmentalness and see others only in the way You want me to see them.  Jesus, I trust in You.

La Speranza cristiana – 6. Salmo 115. Le false speranze negli idoli

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 11 gennaio 2017


 

La Speranza cristiana – 6. Salmo 115. Le false speranze negli idoli

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nello scorso mese di dicembre e nella prima parte di gennaio abbiamo celebrato il tempo di Avvento e poi quello di Natale: un periodo dell’anno liturgico che risveglia nel popolo di Dio la speranza. Sperare è un bisogno primario dell’uomo: sperare nel futuro, credere nella vita, il cosiddetto “pensare positivo”.

Ma è importante che tale speranza sia riposta in ciò che veramente può aiutare a vivere e a dare senso alla nostra esistenza. È per questo che la Sacra Scrittura ci mette in guardia contro le false speranze che il mondo ci presenta, smascherando la loro inutilità e mostrandone l’insensatezza. E lo fa in vari modi, ma soprattutto denunciando la falsità degli idoli in cui l’uomo è continuamente tentato di riporre la sua fiducia, facendone l’oggetto della sua speranza.

In particolare i profeti e sapienti insistono su questo, toccando un punto nevralgico del cammino di fede del credente. Perché fede è fidarsi di Dio – chi ha fede, si fida di Dio –, ma viene il momento in cui, scontrandosi con le difficoltà della vita, l’uomo sperimenta la fragilità di quella fiducia e sente il bisogno di certezze diverse, di sicurezze tangibili, concrete. Io mi affido a Dio, ma la situazione è un po’ brutta e io ho bisogno di una certezza un po’ più concreta. E lì è il pericolo! E allora siamo tentati di cercare consolazioni anche effimere, che sembrano riempire il vuoto della solitudine e lenire la fatica del credere. E pensiamo di poterle trovare nella sicurezza che può dare il denaro, nelle alleanze con i potenti, nella mondanità, nelle false ideologie. A volte le cerchiamo in un dio che possa piegarsi alle nostre richieste e magicamente intervenire per cambiare la realtà e renderla come noi la vogliamo; un idolo, appunto, che in quanto tale non può fare nulla, impotente e menzognero. Ma a noi piacciono gli idoli, ci piacciono tanto! Una volta, a Buenos Aires, dovevo andare da una chiesa ad un’altra, mille metri, più o meno. E l’ho fatto, camminando. E c’è un parco in mezzo, e nel parco c’erano piccoli tavolini, ma tanti, tanti, dove erano seduti i veggenti. Era pieno di gente, che faceva anche la coda. Tu, gli davi la mano e lui incominciava, ma, il discorso era sempre lo stesso: c’è una donna nella tua vita, c’è un’ombra che viene, ma tutto andrà bene … E poi, pagavi. E questo ti dà sicurezza? E’ la sicurezza di una – permettetemi la parola – di una stupidaggine. Andare dal veggente o dalla veggente che leggono le carte: questo è un idolo! Questo è l’idolo, e quando noi vi siamo tanto attaccati: compriamo false speranze. Mentre di quella che è la speranza della gratuità, che ci ha portato Gesù Cristo, gratuitamente dando la vita per noi, di quella a volte non ci fidiamo tanto.

Un Salmo pieno di sapienza ci dipinge in modo molto suggestivo la falsità di questi idoli che il mondo offre alla nostra speranza e a cui gli uomini di ogni tempo sono tentati di affidarsi. È il salmo 115, che così recita:

«I loro idoli sono argento e oro,
opera delle mani dell’uomo.
Hanno bocca e non parlano,
hanno occhi e non vedono,
hanno orecchi e non odono,
hanno narici e non odorano.
Le loro mani non palpano,
i loro piedi non camminano;
dalla loro gola non escono suoni!
Diventi come loro chi li fabbrica
e chiunque in essi confida!» (vv. 4-8).

Il salmista ci presenta, in modo anche un po’ ironico, la realtà assolutamente effimera di questi idoli. E dobbiamo capire che non si tratta solo di raffigurazioni fatte di metallo o di altro materiale, ma anche di quelle costruite con la nostra mente, quando ci fidiamo di realtà limitate che trasformiamo in assolute, o quando riduciamo Dio ai nostri schemi e alle nostre idee di divinità; un dio che ci assomiglia, comprensibile, prevedibile, proprio come gli idoli di cui parla il Salmo. L’uomo, immagine di Dio, si fabbrica un dio a sua propria immagine, ed è anche un’immagine mal riuscita: non sente, non agisce, e soprattutto non può parlare. Ma, noi siamo più contenti di andare dagli idoli che andare dal Signore. Siamo tante volte più contenti dell’effimera speranza che ti dà questo falso idolo, che la grande speranza sicura che ci dà il Signore.

Alla speranza in un Signore della vita che con la sua Parola ha creato il mondo e conduce le nostre esistenze, si contrappone la fiducia in simulacri muti. Le ideologie con la loro pretesa di assoluto, le ricchezze – e questo è un grande idolo – , il potere e il successo, la vanità, con la loro illusione di eternità e di onnipotenza, valori come la bellezza fisica e la salute, quando diventano idoli a cui sacrificare ogni cosa, sono tutte realtà che confondono la mente e il cuore, e invece di favorire la vita conducono alla morte. E’ brutto sentire e fa dolore all’anima quello che una volta, anni fa, ho sentito, nella diocesi di Buenos Aires : una donna brava, molto bella, si vantava della bellezza, commentava, come se fosse naturale: “Eh sì, ho dovuto abortire perché la mia figura è molto importante”. Questi sono gli idoli, e ti portano sulla strada sbagliata e non ti danno felicità.

Il messaggio del Salmo è molto chiaro: se si ripone la speranza negli idoli, si diventa come loro: immagini vuote con mani che non toccano, piedi che non camminano, bocche che non possono parlare. Non si ha più nulla da dire, si diventa incapaci di aiutare, cambiare le cose, incapaci di sorridere, di donarsi, incapaci di amare. E anche noi, uomini di Chiesa, corriamo questo rischio quando ci “mondanizziamo”. Bisogna rimanere nel mondo ma difendersi dalle illusioni del mondo, che sono questi idoli che ho menzionato.

Come prosegue il Salmo, bisogna confidare e sperare in Dio, e Dio donerà benedizione.
Così dice il Salmo:

«Israele, confida nel Signore […]
Casa di Aronne, confida nel Signore […]
Voi che temete il Signore, confidate nel Signore […]
Il Signore si ricorda di noi, ci benedice» (vv. 9.10.11.12). Sempre il Signore si ricorda. Anche nei momenti brutti lui si ricorda di noi. E questa è la nostra speranza. E la speranza non delude. Mai. Mai. Gli idoli deludono sempre: sono fantasie, non sono realtà.

Ecco la stupenda realtà della speranza: confidando nel Signore si diventa come Lui, la sua benedizione ci trasforma in suoi figli, che condividono la sua vita. La speranza in Dio ci fa entrare, per così dire, nel raggio d’azione del suo ricordo, della sua memoria che ci benedice e ci salva. E allora può sgorgare l’alleluia, la lode al Dio vivo e vero, che per noi è nato da Maria, è morto sulla croce ed è risorto nella gloria. E in questo Dio noi abbiamo speranza, e questo Dio – che non è un idolo – non delude mai.

GIOVANNI PAOLO II UDIENZA GENERALE Mercoledì, 25 luglio 1979

1. Desidero rivolgere oggi il mio pensiero alla gioventù. È tempo di vacanza. I giovani e i bambini sono liberi dagli impegni della scuola e dell’università e dedicano questo periodo al riposo. Desidero salutare cordialmente tutti i giovani e i bambini che si stanno riposando, e auguro che le vacanze rechino loro nuove risorse di quelle energie, che sono loro necessarie per il nuovo anno di studi. Il riposo appartiene non soltanto all’ordine umano, ma anche al programma divino della vita umana. Riposa bene colui che lavora bene e, a sua volta, colui che lavora bene deve riposarsi bene.

Il mio pensiero si rivolge, in modo particolare, a quei numerosi gruppi di giovani, che fanno coincidere il loro riposo estivo con l’approfondimento del loro rapporto con Dio, con l’approfondimento della loro vita spirituale. Molti di questi gruppi di giovani li conosco personalmente dal tempo del mio precedente servizio di sacerdote e di vescovo in Polonia. Di molti altri gruppi sono già stato qui informato. Certamente in vari paesi d’Europa e del mondo incontriamo nei giovani una ricerca molto accentuata dei valori spirituali e religiosi. Il fatto che non sia possibile riempire la vita solamente con contenuti e valori materialistici, sembra che i giovani lo sentano molto vivamente. Per cui ne derivano aspirazioni e ricerche che per noi possono essere solo sorgente di conforto e di speranza. Esse testimoniano dell’uomo, che vuol vivere pienamente la vita, respirare quasi a larghi polmoni la propria personalità umana. La vita ridotta all’unica dimensione: temporalità, materia, consumismo, suscita contestazioni.

2. Significativa per gli ambienti giovanili ai quali penso in questo momento, è la ricerca, specie in questo periodo dell’anno, di un più intimo contatto con la natura. I versanti dei monti, i boschi, i laghi, i litorali del mare attirano durante l’estate immense folle. Tuttavia, per molti gruppi giovanili quel riposo, che l’uomo trova in seno alla natura, diventa una particolare occasione di un più intimo contatto con Dio. E lo ritrovano nella esuberante bellezza della natura che per molti animi e molti cuori è diventata, lungo la storia, sorgente di ispirazione religiosa. In questo duplice incontro ritrovano se stessi, ritrovano il proprio “io” più profondo, il proprio intimo. La natura li aiuta a questo. L’intimo umano diventa, nel contatto con la natura, quasi più trasparente all’uomo e più aperto alla riflessione approfondita e all’azione della Grazia, che attende il raccoglimento interiore del cuore giovanile per agire con maggiore efficacia.

3. Essendo stato per molti anni a contatto con gruppi giovanili di questo genere, ho notato che la loro spiritualità poggia su due sorgenti, che alimentano quasi parallelamente le anime giovanili. Una di esse è la Sacra Scrittura, l’altra la Liturgia. La lettura della Sacra Scrittura, unita alla riflessione sistematica sui suoi contenuti e tendente alla revisione della propria vita, diventa una ricca sorgente per ritrovare se stessi e rinnovare lo spirito in seno alla comunità. E, nello stesso tempo, questo processo della “liturgia della parola”, sviluppata in diverse direzioni, conduce per la via più semplice all’Eucaristia, vissuta con la profondità dei cuori giovanili e sempre, nello stesso tempo, in modo comunitario. Attorno all’Eucaristia, questa comunità e tutti i legami, che ne scaturiscono, riprendono nuova forza e profondità: legami di cameratismo, di amicizia, di amore, ai quali i cuori giovanili sono particolarmente aperti in questo periodo della vita. La permanente presenza di Cristo, la sua eucaristica vicinanza offrono a questi legami una dimensione di particolare bellezza e nobiltà.

4. Gli ambienti e gruppi giovanili, ai quali mi riferisco in questo momento, sono di solito pieni di autentica e giovanile gioia. Ho ammirato a volte come questa gioia e spontaneità andasse di pari passo con l’amore per l’ordine e per la disciplina. Già questo fatto era di per sé una prova che l’uomo si può educare soltanto dal di dentro, con la forza di un ideale spirituale, facendogli vedere i semplici contorni della verità e l’aspetto dell’autentico amore in cui è collocata la vita umana da Cristo. Io stesso tornavo da questi incontri più pieno di gioia e più “riposato” spiritualmente. “La bellezza della gioia” è tanto importante per l’uomo quanto “la bellezza dell’amore”.

L’espressione particolare di tale gioia è sempre il canto. Ancora oggi mi risuonano nelle orecchie i gruppi giovanili in canto, che hanno dato origine allo stile nuovo dei canti o piuttosto delle canzoni religiose di oggi. Questo fenomeno meriterebbe un’apposita analisi.

5. Vi sono inoltre gruppi che volentieri vanno peregrinando. L’uomo contemporaneo, più di quello delle precedenti generazioni, è un uomo “in cammino”. Ciò si riferisce specialmente ai giovani.

Questi gruppi giovanili peregrinanti (nel senso stretto della parola) sono molti. Il pellegrinaggio diventa spesso completamento di una gita turistica anche se il suo carattere è diverso. Ho soprattutto nella mente un pellegrinaggio che ogni anno, ai primi di agosto, parte da Varsavia per Jasna Gora. La gioventù costituisce la stragrande maggioranza dei pellegrini, che per dieci giorni percorrono a piedi (talvolta in condizioni difficili) un cammino di circa trecento chilometri. Tra questa gioventù in pellegrinaggio, un gruppo, ogni anno più numeroso, è formato da giovani italiani.

6. Poche settimane fa ha avuto luogo a Roma il quarto Simposio organizzato dal Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee sul tema: “I giovani e la fede”. Gli oltre settanta Presuli, rappresentanti i Vescovi dell’Europa, hanno analizzato a fondo la situazione dei giovani contemporanei nei confronti della fede e le caratteristiche principali della loro religiosità.

Pur non tacendo una certa preoccupazione per taluni atteggiamenti di rifiuto, da parte dei giovani, di alcuni valori tradizionali, i Vescovi hanno sottolineato che i giovani di oggi riscoprono sempre più la Chiesa come comunità di fede; si accostano con particolare impegno al Vangelo e alla persona di Gesù Cristo; sentono profondamente il valore della meditazione e della preghiera.

Tutto ciò che ho detto sia un supplemento di quel tema centrale di cui si sono occupati, in giugno, i rappresentanti delle Conferenze Episcopali di quasi tutta l’Europa. A tutti i giovani, specialmente a coloro che durante le vacanze cercano Dio, siano queste mie parole una prova che il Papa si ricorda di loro e chiede a Cristo per loro: “la bellezza della gioia” e “la bellezza dell’amore”.

Friday (September 13): “Do you not see the log in your own eye?”

Daily Reading & Meditation

 Friday (September 13): “Do you not see the log in your own eye?”
Scripture: Luke 6:39-42  

39 He also told them a parable: “Can a blind man lead a blind man? Will they not both fall into a pit? 40 A disciple is not above his teacher, but every one when he is fully taught will be like his teacher. 41 Why do you see the speck that is in your brother’s eye, but do not notice the log that is in your own eye? 42 Or how can you say to your brother, `Brother, let me take out the speck that is in your eye,’ when you yourself do not see the log that is in your own eye? You hypocrite, first take the log out of your own eye, and then you will see clearly to take out the speck that is in your  brother’s eye.

Meditation: Are you clear-sighted, especially in your perception of sin and the need for each of one of us to see ourselves correctly as God sees us – with our faults,weaknesses, and strengths? Jesus’ two parables about poor vision allude to the proverb: Without vision the people perish! (Proverbs 29:18) What can we learn from the illustration of a blind guide and a bad eye (the log in the eye)? A bad eye left untreated and a blind guide can cause a lot of trouble that will only end in misery and disaster for us! We can only help and  teach others what we have learned and received from wise teachers and guides. And how can we help others overcome their faults if we are blinded by our own faults and misperceptions? We are all in need of a physician who can help us overcome the blind spots and failing of own sins, weaknesses, and ignorance.

Overcoming blind spots in our own lives
The Gospel of Luke was written by a disciple who was trained as a physician. Luke, with keen insight, portrays Jesus as the good physician and shepherd of souls who seeks out those who desire healing, pardon, and restoration of  body, mind, and spirit. Jesus came to free us from the worst oppression possible – slavery to sin, fear, and condemnation. Like a gentle and skillful doctor, the Lord Jesus exposes the cancer of sin, evil, and oppression in our lives so we can be set free and restored to wholeness. A key step to healing and restoration requires that we first submit to the physician who can heal us. The Lord Jesus is our great Physician because he heals the whole person – soul and body, mind and heart – and restores us to abundant life both now and for the age to come in his everlasting kingdom.

Thinking the best of others
The Lord Jesus wants to heal and restore us to wholeness, not only for our own sake alone. He also wants us to be his instruments of healing, pardon, and restoration for others as well. What can hinder us from helping others draw near to Jesus the divine Physician? The Rabbis taught: “He who judges his neighbor favorably will be judged favorably by God.” How easy it is to misjudge others and how difficult it is to be impartial in giving good judgment. Our judgment of others is usually “off the mark” because we can’t see inside the other person, or we don’t have access to all the facts, or we are swayed by instinct and unreasoning reactions to people. It is easier to find fault in others than in oneself. A critical and judgmental spirit crushes rather than heals, oppresses rather than restores, repels rather than attracts. “Thinking the best of other people” is necessary if we wish to grow in love. And kindliness in judgment is nothing less that a sacred duty.

What you give to others will return to you
Jesus states a heavenly principle we can stake our lives on: what you give to others (and how you treat others) will return to you (Mark 4:24). The Lord knows our faults and he sees all, even the imperfections and sins of the heart which we cannot recognize in ourselves. Like a gentle father and a skillful doctor he patiently draws us to his seat of mercy and removes the cancer of sin which inhabits our hearts. Do you trust in God’s mercy and grace? Ask the Lord to flood your heart with his loving-kindness and mercy that you may only have room for charity, forbearance, and kindness towards your neighbor.

“O Father, give us the humility which realizes its ignorance, admits its mistakes, recognizes its need, welcomes advice, accepts rebuke. Help us always to praise rather than to criticize, to sympathize rather than to discourage, to build rather than to destroy, and to think of people at their best rather than at their worst. This we ask for thy name’s sake.” (Prayer of William Barclay, 20th century)

Psalm 84:1-12

1 How lovely is your dwelling place, O LORD of hosts!
2 My soul longs, yes, faints for the courts of the LORD;  my heart and flesh sing for joy  to the living God.
3 Even the sparrow finds a home, and the swallow a nest for herself, where she may lay her young, at your altars, O LORD of hosts, my King and my God.
4 Blessed are those who dwell in your house, ever singing your praise! [Selah]
5 Blessed are the men whose strength is in you, in whose heart are the highways to Zion.
6 As they go through the valley of Baca they make it a place of springs;  the early rain also covers it with pools.
7 They go from strength to strength; the God of gods will be seen in Zion.
8 O LORD God of hosts, hear my prayer; give ear, O God of Jacob! [Selah]
9 Behold our shield, O God; look upon the face of your anointed!
10 For a day in your courts is better than a thousand elsewhere.  I would rather be a doorkeeper in the house of my God  than dwell in the tents of wickedness.
11 For the LORD God is a sun and shield; he bestows favor and honor.  No good thing does the LORD withhold from those who walk uprightly.
12 O LORD of hosts, blessed is the man who trusts in you!

A Daily Quote for LentSeeing the speck in anothers eye, by Augustine of Hippo, 354-430 A.D.

“The word hypocrite is aptly employed here (Luke 6:42, Matthew 7:5), since the denouncing of evils is best viewed as a matter only for upright persons of goodwill. When the wicked engage in it, they are like impersonators, masqueraders, hiding their real selves behind a mask, while they portray anothers character through the mask. The word hypocrites in fact signifies pretenders. Hence we ought especially to avoid that meddlesome class of pretenders who under the pretense of seeking advice undertake the censure of all kinds of vices. They are often moved by hatred and malice. Rather, whenever necessity compels one to reprove or rebuke another, we ought to proceed with godly discernment and caution. First of all, let us consider whether the other fault is such as we ourselves have never had or whether it is one that we have overcome. Then, if we have never had such a fault, let us remember that we are human and could have had it. But if we have had it and are rid of it now, let us remember our common frailty, in order that mercy, not hatred, may lead us to the giving of correction and admonition. In this way, whether the admonition occasions the amendment or the worsening of the one for whose sake we are offering it (for the result cannot be foreseen), we ourselves shall be made safe through singleness of eye. But if on reflection we find that we ourselves have the same fault as the one we are about to reprove, let us neither correct nor rebuke that one. Rather, let us bemoan the fault ourselves and induce that person to a similar concern, without asking him to submit to our correction.” (excerpt from Sermon on the Mount 2.19.64)

Meditations may be freely reprinted for non-commercial use, please cite credits: copyright (c) 2019 Servants of the Word, source:  www.dailyscripture.net, author Don Schwager

 

Daily Reflection

Dear Reader, You and I know that Jesus can use what we call hyperbole, extreme expressions (seemingly playful) to get our attention regarding a serious issue. For example, when Jesus admonishes the scribes and Pharisees, by saying, “Blind guides, who strain out the gnat and swallow the camel,” we get the point. Straining out the gnat is a great image for making a ridiculous fuss about a trivial thing (like being scrupulous about rabbinical expansions of food laws) while being grossly negligent about important matters (like caring for an elderly parent). Once aware of that context, we recognize that “blind” in the phrase “blind guides” is not literal but a metaphor for a failure to “see” in the sense of understanding what is truly important in one’s sense of what is truly important in guiding others in living out the implications of one’s religious faith.

So, when we hear in today’s gospel reading, a segment of Luke’s Sermon on the Plain, “Can a blind person guide a blind person? Will not both fall into a pit?”—we recognize that Jesus is once again using hyperbole. In fact, the subject is the same, blind guides. But what kind of blindness, or failure to understand, is implied in this context? Luke said in his author’s prologue that he will present his gospel with an eye to an “orderly sequence” [1:3]. Well, just before this proverb about blind guides, which is true in any context, he has just quoted sayings by Jesus about judging others in the sense of (God-like?) condemnation, coupled with a mandate to forgive, so as to be forgiven (apparently by almighty God, since the ‘divine passive’ seems to be implied). The implication, then, is that good leadership within a faith community is ‘Godly’ only if such leadership includes readiness to forgive and generosity in the exercise of judgment.

The imagery of having the ‘eye problem’ of failing to see (understand) clearly, returns in verses 41-42, especially verse 42: “How can you say to your brother, ‘Brother, let me remove that splinter in your eye,’  when you do not even notice the wooden beam in your own eye? You Hypocrite! Remove the wooden beam from your eye first; then you will see clearly to remove the splinter in your brother’s eye.” We get the hyperbole in the contrast between the splinter and the wooden beam, but what exactly does it mean in practice to “remove the wooden beam” from one’s own eye? Faced with that question I suddenly realized that verse 40 provides the necessary clarifying context: “No disciple is superior to the teacher; but when fully trained, every disciple will be like his teacher.”

Gracious God, Jesus in this ‘Sermon on the plain’ boldly asks us to imitate you when he says, “Be merciful, just as [also] you Father is merciful.” When we are called to exercise spiritual leadership—as parents, or elder sisters and brothers, or friends, or co-workers, or as bosses, or office holders—help us imitate you, or your great model Jesus. Only that will enable us to focus in a way that will help us to truly see how to exercise our leadership in loving service. Come, Holy Spirit.