LITURGIA DELLA PAROLA

Prima Lettura  Zc 8, 20-23
Popoli numerosi verranno a Gerusalemme a cercare il Signore.

Dal libro del profeta Zaccarìa
Così dice il Signore degli eserciti: Anche popoli e abitanti di numerose città si raduneranno e si diranno l’un l’altro: “Su, andiamo a supplicare il Signore, a trovare il Signore degli eserciti. Anch’io voglio venire”. Così popoli numerosi e nazioni potenti verranno a Gerusalemme a cercare il Signore degli eserciti e a supplicare il Signore.
Così dice il Signore degli eserciti: In quei giorni, dieci uomini di tutte le lingue delle nazioni afferreranno un Giudeo per il lembo del mantello e gli diranno: “Vogliamo venire con voi, perché abbiamo udito che Dio è con voi”.


Salmo Responsoriale
   Dal Salmo 86
Il Signore è con noi.

Sui monti santi egli l’ha fondata;
il Signore ama le porte di Sion
più di tutte le dimore di Giacobbe.
Di te si dicono cose gloriose,
città di Dio!

Iscriverò Raab e Babilonia
fra quelli che mi riconoscono;
ecco Filistea, Tiro ed Etiopia:
là costui è nato.
Si dirà di Sion:
«L’uno e l’altro in essa sono nati
e lui, l’Altissimo, la mantiene salda».

Il Signore registrerà nel libro dei popoli:
«Là costui è nato».
E danzando canteranno:
«Sono in te tutte le mie sorgenti».     

Canto al Vangelo  Mc 10,45 
Alleluia, alleluia.

Il Figlio dell’uomo è venuto per servire
e dare la propria vita in riscatto per molti
.
Alleluia.
 
Vangelo 
  Lc 9, 51-56

Prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme.

Dal vangelo secondo Luca
Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé.
Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme.
Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio
.  

Letture dall’Ufficio delle Letture

Versetto
V. Insegnami sapienza e conoscenza:
R. ho fiducia nelle tue parole.

Prima Lettura
Dalla lettera ai Filippesi di san Paolo, apostolo 1, 27 – 2, 11

Esortazione ad imitare il Cristo
Fratelli, comportatevi da cittadini degni del vangelo, perché nel caso che io venga e vi veda o che di lontano senta parlare di voi, sappia che state saldi in un solo spirito e che combattete unanimi per la fede del vangelo, senza lasciarvi intimidire in nulla dagli avversari. Questo è per loro un presagio di perdizione, per voi invece di salvezza, e ciò da parte di Dio; perché a voi è stata concessa la grazia non solo di credere in Cristo; ma anche di soffrire per lui, sostenendo la stessa lotta che mi avete veduto sostenere e che ora sentite dire che io sostengo.
Se c’è pertanto qualche consolazione in Cristo, se c’è conforto derivante dalla carità, se c’è qualche comunanza di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con l’unione dei vostri spiriti, con la stessa carità, con i medesimi sentimenti. Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso, senza cercare il proprio interesse, ma anche quello degli altri.
Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù,
il quale, pur essendo di natura divina,
non considerò un tesoro geloso
la sua uguaglianza con Dio;
ma spogliò se stesso,
assumendo la condizione di servo
e divenendo simile agli uomini;
apparso in forma umana,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e alla morte di croce.
Per questo Dio l’ha esaltato
e gli ha dato il nome
che è al di sopra di ogni altro nome;
perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi (Is 45, 24)
nei cieli, sulla terra e sotto terra;
e ogni lingua proclami
che Gesù Cristo è il Signore (1 Cor 8, 6),
a gloria di Dio Padre.

Responsorio   Cfr. 1 Pt 2, 24; Eb 2, 14; 12, 2
R. Cristo portò i nostri peccati sul legno della croce, * per annientare, con la sua morte, colui che della morte ha il potere.
V. L’autore della nostra fede, in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce,
R. per annientare, con la sua morte, colui che della morte ha il potere.


Seconda Lettura

Dall’«Autobiografia» di santa Teresa di Gesù Bambino, vergine
(Manuscrits autobiographiques, Lisieux 1957, 227-229)

Nel cuore della Chiesa io sarò l’amore

Siccome le mie immense aspirazioni erano per me un martirio, mi rivolsi alle lettere di san Paolo, per trovarmi finalmente una risposta. Gli occhi mi caddero per caso sui capitoli 12 e 13 della prima lettera ai Corinzi, e lessi nel primo che tutti non possono essere al tempo stesso apostoli, profeti e dottori e che la Chiesa si compone di varie membra e che l’occhio non può essere contemporaneamente la mano. Una risposta certo chiara, ma non tale da appagare i miei desideri e di darmi la pace.
Continuai nella lettura e non mi perdetti d’animo. Trovai così una frase che mi diede sollievo: «Aspirate ai carismi più grandi. E io vi mostrerò una via migliore di tutte» (1 Cor 12, 31). L’Apostolo infatti dichiara che anche i carismi migliori sono un nulla senza la carità, e che questa medesima carità é la via più perfetta che conduce con sicurezza a Dio. Avevo trovato finalmente la pace.
Considerando il corpo mistico della Chiesa, non mi ritrovavo in nessuna delle membra che san Paolo aveva descritto, o meglio, volevo vedermi in tutte. La carità mi offrì il cardine della mia vocazione. Compresi che la Chiesa ha un corpo composto di varie membra, ma che in questo corpo non può mancare il membro necessario e più nobile. Compresi che la Chiesa ha un cuore, un cuore bruciato dall’amore. Capii che solo l’amore spinge all’azione le membra della Chiesa e che, spento questo amore, gli apostoli non avrebbero più annunziato il Vangelo, i martiri non avrebbero più versato il loro sangue. Compresi e conobbi che l’amore abbraccia in sé tutte le vocazioni, che l’amore é tutto, che si estende a tutti i tempi e a tutti i luoghi, in una parola, che l’amore è eterno.
Allora con somma gioia ed estasi dell’animo grida: O Gesù, mio amore, ho trovato finalmente la mia vocazione. La mia vocazione é l’amore. Si, ho trovato il mio posto nella Chiesa, e questo posto me lo hai dato tu, o mio Dio.
Nel cuore della Chiesa, mia madre, io sarò l’amore ed in tal modo sarò tutto e il mio desiderio si tradurrà in realtà.

Responsorio   Cfr. Gb 31,18; Ef 3,18; Sal 30,20
R. O Dio, il tuo amore mi è venuto incontro sin dall’infanzia ed è cresciuto con me. * Ora non so misurarne la profondità e l’ampiezza.
V. Quanto è grande la tua bontà, Signore, che hai riservato per coloro che ti temono.
R. Ora non so misurarne la profondità e l’ampiezza.

The Desire for Revenge

The Desire for Revenge

Tuesday, October 1, 2019

Tuesday of the Twenty-Sixth Week in Ordinary Time

Readings for Today

Saint Thérèse of the Child Jesus, Virgin and Doctor – Memorial

“Lord, do you want us to call down fire from heaven to consume them?”  Jesus turned and rebuked them, and they journeyed to another village.  Luke 9:54-56

These words, spoken by James and John, are words that many people feel like saying at various times in their lives.  Perhaps you can relate.  These Apostles spoke this way because Jesus was not welcomed in a Samaritan town they had just entered.  He wanted to dine there and the townspeople rejected Him and His Apostles.  As a result, James and John were hurt and angry and wanted to call down the wrath of God upon that village.

Whenever we experience hurt in life, it’s understandable that we feel this way.  We tend to want justice and revenge and want those who hurt us to pay for their sin.  But Jesus’ attitude was much different.  He rebuked His Apostles for their desire of wrath and moved on not allowing this rejection to affect Him.

Rejection and other forms of hurt caused by others can be difficult to let go of.  It can easily sit within our hearts, acting like a mold that slowly grows and takes over.  When this happens, you may have a very hard time forgiving and letting go of the hurt.

The best way to approach the hurt caused by another is to immediately act as our Lord did.  It must be let go of right away and you must move on.  God is the only one to issue vengeance, not us.  When we fail to do this and harbor the hurt feelings, they ultimately do us more harm than anyone else.

Reflect, today, upon any feelings of anger or hurt that you still harbor in your heart.  Make the conscious choice to forgive and move on.  Forgiving does not mean that you act as if the hurt caused you was okay.  On the contrary, an act of forgiving another is also an acknowledgment that there was wrongdoing.  Forgiveness allows you to keep that hurt from doing you more unnecessary damage.  In the end, it is also an open invitation to the other to repent and reconcile with you.  Leave vengeance and wrath to the Lord and seek to keep your heart at peace.

Lord, I pray for the grace to forgive.  I especially forgive those who have hurt me the most and offer them to You.  Free me from any feelings of vengeance I harbor and help me to love with Your pure and merciful heart.  I love You, dear Lord.  Help me to love others as You love.  Jesus, I trust in You.

Reflection 273: No Earthly Ties, Only Love of God

Reflection 273: No Earthly Ties, Only Love of God

The pinnacle of our relationship with God includes being stripped of every other earthly tie so that nothing holds us back from running toward God with great passion and purpose.  We must be freed of every attachment in this life so that our one attachment is God and His holy Will.  This does not mean we ought to neglect our love for others.  This is especially true with family love.  Love for those in your family must take on a special focus and become total and irrevocable.  However, there is a difference between loving your family with a perfect love and being attached to them in an earthly way.  In fact, holy detachment is necessary if you are to love with the Heart of Christ.  Loving Jesus as your one desire in life will direct you to Him through others.  You will love Christ in your family and in all aspects of your earthly vocation.  But your love for all will be a love for Christ when you love Him with this perfect love.  When this happens, every other attachment will be transformed into your love of God (See Diary #1365).

What do you love in this world?  What is it that you are attached to?  Think about your greatest earthly loves.  Hopefully these loves include family members and others whom God has put in your life.  Now examine those loves and ponder whether they are centered in Christ.  By loving them are you actually loving God?  Or do these earthly loves remain ends in themselves?  Reflect upon the goal of making love of God the one and only focus of your life and try to discover how you love God in and through every other person and every aspect of your life.

My Lord, I love You and desire to love You above all else and in all else.  May You become the one and only goal of my love.  As I love You in all Your creatures may I be drawn closer to You and lavish Your perfect mercy upon their lives.  Jesus, I trust in You.

La Speranza cristiana – 24. Lo Spirito Santo ci fa abbondare nella Speranza

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 31 maggio 2017

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La Speranza cristiana – 24. Lo Spirito Santo ci fa abbondare nella Speranza

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nell’imminenza della solennità di Pentecoste non possiamo non parlare del rapporto che c’è tra la speranza cristiana e lo Spirito Santo. Lo Spirito è il vento che ci spinge in avanti, che ci mantiene in cammino, ci fa sentire pellegrini e forestieri, e non ci permette di adagiarci e di diventare un popolo “sedentario”.

La lettera agli Ebrei paragona la speranza a un’àncora (cfr 6,18-19); e a questa immagine possiamo aggiungere quella della vela. Se l’àncora è ciò che dà alla barca la sicurezza e la tiene “ancorata” tra l’ondeggiare del mare, la vela è invece ciò che la fa camminare e avanzare sulle acque. La speranza è davvero come una vela; essa raccoglie il vento dello Spirito Santo e lo trasforma in forza motrice che spinge la barca, a seconda dei casi, al largo o a riva.

L’apostolo Paolo conclude la sua Lettera ai Romani con questo augurio: sentite bene, ascoltate bene che bell’augurio: «Il Dio della speranza vi riempia, nel credere, di ogni gioia e pace, perché abbondiate nella speranza per la virtù dello Spirito Santo» (15,13). Riflettiamo un po’ sul contenuto di questa bellissima parola.

L’espressione “Dio della speranza” non vuol dire soltanto che Dio è l’oggetto della nostra speranza, cioè Colui che speriamo di raggiungere un giorno nella vita eterna; vuol dire anche che Dio è Colui che già ora ci fa sperare, anzi ci rende «lieti nella speranza» (Rm 12,12): lieti ora di sperare, e non solo sperare di essere lieti. E’ la gioia di sperare e non sperare di avere gioia, già oggi. “Finché c’è vita, c’è speranza”, dice un detto popolare; ed è vero anche il contrario: finché c’è speranza, c’è vita. Gli uomini hanno bisogno di speranza per vivere e hanno bisogno dello Spirito Santo per sperare.

San Paolo – abbiamo sentito – attribuisce allo Spirito Santo la capacità di farci addirittura “abbondare nella speranza”. Abbondare nella speranza significa non scoraggiarsi mai; significa sperare «contro ogni speranza» (Rm 4,18), cioè sperare anche quando viene meno ogni motivo umano di sperare, come fu per Abramo quando Dio gli chiese di sacrificargli l’unico figlio, Isacco, e come fu, ancora di più, per la Vergine Maria sotto la croce di Gesù.

Lo Spirito Santo rende possibile questa speranza invincibile dandoci la testimonianza interiore che siamo figli di Dio e suoi eredi (cfr Rm 8,16). Come potrebbe Colui che ci ha dato il proprio unico Figlio non darci ogni altra cosa insieme con Lui? (cfr Rm 8,32) «La speranza – fratelli e sorelle – non delude: la speranza non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,5). Perciò non delude, perché c’è lo Spirito Santo dentro di noi che ci spinge ad andare avanti, sempre! E per questo la speranza non delude.

C’è di più: lo Spirito Santo non ci rende solo capaci di sperare, ma anche di essere seminatori di speranza, di essere anche noi – come Lui e grazie a Lui – dei “paracliti”, cioè consolatori e difensori dei fratelli, seminatori di speranza. Un cristiano può seminare amarezze, può seminare perplessità, e questo non è cristiano, e chi fa questo non è un buon cristiano. Semina speranza: semina olio di speranza, semina profumo di speranza e non aceto di amarezza e di dis-speranza. Il Beato cardinale Newman, in un suo discorso, diceva ai fedeli: «Istruiti dalla nostra stessa sofferenza, dal nostro stesso dolore, anzi, dai nostri stessi peccati, avremo la mente e il cuore esercitati ad ogni opera d’amore verso coloro che ne hanno bisogno. Saremo, a misura della nostra capacità, consolatori ad immagine del Paraclito – cioè dello Spirito Santo –, e in tutti i sensi che questa parola comporta: avvocati, assistenti, apportatori di conforto. Le nostre parole e i nostri consigli, il nostro modo di fare, la nostra voce, il nostro sguardo, saranno gentili e tranquillizzanti» (Parochial and plain Sermons, vol. V, Londra 1870, pp. 300s.). E sono soprattutto i poveri, gli esclusi, i non amati ad avere bisogno di qualcuno che si faccia per loro “paraclito”, cioè consolatore e difensore, come lo Spirito Santo fa con ognuno di noi, che stiamo qui in Piazza, consolatore e difensore. Noi dobbiamo fare lo stesso con i più bisognosi, con i più scartati, con quelli che hanno più bisogno, quelli che soffrono di più. Difensori e consolatori!

Lo Spirito Santo alimenta la speranza non solo nel cuore degli uomini, ma anche nell’intero creato. Dice l’Apostolo Paolo – questo sembra un po’ strano, ma è vero: che anche la creazione “è protesa con ardente attesa” verso la liberazione e “geme e soffre” come le doglie di un parto (cfr Rm 8,20-22). «L’energia capace di muovere il mondo non è una forza anonima e cieca, ma è l’azione dello Spirito di Dio che “aleggiava sulle acque” (Gen1,2) all’inizio della creazione» (Benedetto XVIOmelia, 31 maggio 2009). Anche questo ci spinge a rispettare il creato: non si può imbrattare un quadro senza offendere l’artista che lo ha creato.

Fratelli e sorelle, la prossima festa di Pentecoste – che è il compleanno della Chiesa – ci trovi concordi in preghiera, con Maria, la Madre di Gesù e nostra. E il dono dello Spirito Santo ci faccia abbondare nella speranza. Vi dirò di più: ci faccia sprecare speranza con tutti quelli che sono più bisognosi, più scartati e per tutti quelli che hanno necessità. Grazie.

Pienezza personalistica dell’innocenza originale

GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 19 Dicembre 1979

Pienezza personalistica dell’innocenza originale

1. Che cos’è la vergogna e come spiegare la sua assenza nello stato di innocenza originaria, nella profondità stessa del mistero della creazione dell’uomo come maschio e femmina? Dalle analisi contemporanee della vergogna e in particolare del pudore sessuale si deduce la complessità di questa fondamentale esperienza, nella quale l’uomo si esprime come persona secondo la struttura che gli è propria. Nell’esperienza del pudore, l’essere umano sperimenta il timore nei confronti del “secondo io” (così, ad esempio, la donna di fronte all’uomo), e questo è sostanzialmente timore per il proprio “io”. Con il pudore, l’essere umano manifesta quasi “istintivamente” il bisogno dell’affermazione e dell’accettazione di questo “io”, secondo il suo giusto valore. Lo esperimenta nello stesso tempo sia dentro se stesso, sia all’esterno, di fronte all’“altro”. Si può dunque dire che il pudore è un’esperienza complessa anche nel senso che, quasi allontanando un essere umano dall’altro (la donna dall’uomo), esso cerca nel contempo il loro personale avvicinamento, creandogli una base e un livello idonei.

Per la stessa ragione, esso ha un significato fondamentale quanto alla formazione dell’ethos nell’umana convivenza, e in particolare nella relazione uomo-donna. L’analisi del pudore indica chiaramente quanto profondamente esso sia radicato appunto nelle mutue relazioni, quanto esattamente esprima le regole essenziali alla “comunione delle persone”, e parimenti quanto profondamente tocchi la dimensione della “solitudine” originaria dell’uomo. L’apparire della “vergogna” nella successiva narrazione biblica del capitolo 3 della Genesi ha un significato pluridimensionale, e a suo tempo ci converrà riprenderne l’analisi.

Che cosa significa, invece, la sua originaria assenza in Genesi 2,25: “Erano nudi ma non ne provavano vergogna”?

2. Bisogna stabilire, anzitutto, che si tratta, di una vera non-presenza della vergogna, e non di una sua carenza o di un suo sottosviluppo. Non possiamo qui in alcun modo sostenere una “primitivizzazione” del suo significato. Quindi il testo di Genesi 2,25 non soltanto esclude decisamente la possibilità di pensare ad una “mancanza di vergogna”, ovverosia alla impudicizia, ma ancor più esclude che la si spieghi mediante l’analogia con alcune esperienze umane positive, come ad esempio quelle dell’età infantile oppure della vita dei cosiddetti popoli primitivi. Tali analogie sono non soltanto insufficienti, ma possono essere addirittura deludenti. Le parole di Genesi 2,25 “non provavano vergogna” non esprimono carenza, ma, al contrario, servono ad indicare una particolare pienezza di coscienza e di esperienza, soprattutto la pienezza di comprensione del significato del corpo, legata al fatto che “erano nudi”.

Che così si debba comprendere e interpretare il testo citato, lo testimonia il seguito della narrazione jahvista, in cui l’apparire della vergogna e in particolare del pudore sessuale, è collegato con la perdita di quella pienezza originaria. Presupponendo, quindi, l’esperienza del pudore come esperienza “di confine”, dobbiamo domandarci a quale pienezza di coscienza e di esperienza, e in particolare a quale pienezza di comprensione del significato del corpo corrisponda il significato della nudità originaria, di cui parla Genesi 2,25.

3. Per rispondere a questa domanda, è necessario tenere presente il processo analitico finora condotto, che ha la sua base nell’insieme del passo jahvista. In questo contesto, la solitudine originaria dell’uomo si manifesta come “non-identificazione” della propria umanità col mondo degli esseri viventi (“animalia”) che lo circondano.

Tale “non-identificazione”, in seguito alla creazione dell’uomo come maschio e femmina, cede il posto alla felice scoperta della propria umanità “con l’aiuto” dell’altro essere umano; così l’uomo riconosce e ritrova la propria umanità “con l’aiuto” della donna (Gen 2,25). Questo loro atto, nello stesso tempo, realizza una percezione del mondo, che si attua direttamente attraverso il corpo (“carne dalla mia carne”). Esso è la sorgente diretta e visibile dell’esperienza che giunge a stabilire la loro unità nell’umanità. Non è difficile capire, perciò, che la nudità corrisponde a quella pienezza di coscienza del significato del corpo, derivante dalla tipica percezione dei sensi. Si può pensare a questa pienezza in categorie di verità dell’essere o della realtà, e si può dire che l’uomo e la donna erano originariamente dati l’uno all’altro proprio secondo tale verità, in quanto “erano nudi”.

Nell’analisi del significato della nudità originaria, non si può assolutamente prescindere da questa dimensione.

Questo partecipare alla percezione del mondo – nel suo aspetto “esteriore” – è un fatto diretto e quasi spontaneo, anteriore a qualsiasi complicazione “critica” della conoscenza e dell’esperienza umana e appare strettamente connesso all’esperienza del significato del corpo umano. Già così si potrebbe percepire l’innocenza originaria della “conoscenza”.

4. Tuttavia, non si può individuare il significato della nudità originaria considerando soltanto la partecipazione dell’uomo alla percezione esteriore del mondo; non lo si può stabilire senza scendere nell’intimo dell’uomo. Genesi 2,25 ci introduce proprio a questo livello e vuole che noi lì cerchiamo l’innocenza originaria del conoscere. Infatti, è con la dimensione dell’interiorità umana che bisogna spiegare e misurare quella particolare pienezza della comunicazione interpersonale, grazie alla quale uomo e donna “erano nudi ma non ne provavano vergogna”.

Il concetto di “comunicazione”, nel nostro linguaggio convenzionale, è stato pressoché alienato dalla sua più profonda, originaria matrice semantica. Esso viene legato soprattutto alla sfera dei mezzi, e cioè, in massima parte, ai prodotti che servono per l’intesa, lo scambio, l’avvicinamento. Invece è lecito supporre che, nel suo significato originario e più profondo, la “comunicazione” era ed è direttamente connessa a soggetti, che “comunicano” appunto in base alla “comune unione” esistente tra di loro, sia per raggiungere sia per esprimere una realtà che è propria e pertinente soltanto alla sfera dei soggetti-persone. In questo modo, il corpo umano acquista un significato completamente nuovo, che non può essere posto sul piano della rimanente percezione “esterna” del mondo. Esso, infatti, esprime la persona nella sua concretezza ontologica ed essenziale, che è qualcosa di più dell’“individuo”, e quindi esprime l’“io” umano personale, che fonda dal di dentro la sua percezione “esteriore”.

5. Tutta la narrazione biblica e in particolare il testo jahvista, mostra che il corpo attraverso la propria visibilità manifesta l’uomo e, manifestandolo, fa da intermediario, cioè fa sì che uomo e donna, fin dall’inizio, “comunichino” tra loro secondo quella “communio personarum” voluta dal Creatore proprio per loro. Soltanto questa dimensione, a quanto pare, ci permette di comprendere in modo appropriato il significato della nudità originaria. A questo proposito, qualunque criterio “naturalistico” è destinato a fallire, mentre invece il criterio “personalistico” può essere di grande aiuto. Genesi 2,25 parla certamente di qualcosa di straordinario, che sta al di fuori dei limiti del pudore conosciuto per il tramite dell’esperienza umana e che insieme decide della particolare pienezza della comunicazione interpersonale, radicata nel cuore stesso di quella “communio” che viene così rivelata e sviluppata. In tale rapporto, le parole “non provavano vergogna” possono significare (“in sensu obliquo”) soltanto un’originale profondità nell’affermare ciò che è inerente alla persona, ciò che è “visibilmente” femminile e maschile, attraverso cui si costituisce l’“intimità personale” della reciproca comunicazione in tutta la sua radicale semplicità e purezza. A questa pienezza di percezione “esteriore”, espressa mediante la nudità fisica, corrisponde l’“interiore” pienezza della visione dell’uomo in Dio, cioè secondo la misura dell’“immagine di Dio” (cf. Gen 1,17). Secondo questa misura, l’uomo “è” veramente nudo (“erano nudi” [Gen 2,25]), prima ancora di accorgersene (cf. Gen 3,7-10).

Dovremo ancora completare l’analisi di questo testo così importante durante le meditazioni che seguiranno.

Tuesday (October 1): “Jesus’ face was set toward Jerusalem”

Daily Reading & Meditation

 Tuesday (October 1):  “Jesus’ face was set toward Jerusalem”
Scripture:  Luke 9:51-56  

51 When the days drew near for him to be received up, he set his face to go to Jerusalem. 52 And he sent messengers ahead of him, who went and entered a village of the Samaritans, to make ready for him; 53 but the people would not receive him, because his face was set toward Jerusalem. 54 And when his disciples James and John saw it, they said, “Lord, do you want us to bid fire come down from heaven and consume them?” 55 But he turned and rebuked them. 56 And they went on to another village.

Meditation: Are you surprised to see two of Jesus’ disciples praying for the destruction of a Samaritan village? The Jews and Samaritans had been divided for centuries. Jewish pilgrims who passed through Samaritan territory were often treated badly and even assaulted. Jesus did the unthinkable for a Jew. He not only decided to travel through Samaritan territory at personal risk, but he also asked for hospitality in one of their villages!

Jesus faced rejection and abuse in order to reconcile us with God and one another
Jesus’ offer of friendship was rebuffed. Is there any wonder that the disciples were indignant and felt justified in wanting to see retribution done to this village? Wouldn’t you respond the same way? Jesus, however, rebukes his disciples for their lack of toleration. Jesus had “set his face toward Jerusalem” to die on a cross that Jew, Samaritan and Gentile might be reconciled with God and be united as one people in Christ.

Jesus seeks our highest good – friend and enemy alike
Tolerance is a much needed virtue today. But aren’t we often tolerant for the wrong thing or for the wrong motive? Christian love seeks the highest good of both one’s neighbor and one’s enemy. When Abraham Lincoln was criticized for his courtesy and tolerance towards his enemies during the American Civil War, he responded: “Do I not destroy my enemies when I make them my friends?” How do you treat those who cross you and cause you trouble? Do you seek their good rather than their harm?

“Lord Jesus, you are gracious, merciful, and kind. Set me free from my prejudice and intolerance towards those I find disagreeable, and widen my heart to love and to do good even to those who wish me harm or evil.”

Psalm 87:1-7

1 On the holy mount stands the city he founded;
2 the LORD loves the gates of Zion more than all the dwelling places of Jacob.
3 Glorious things are spoken of you, O city of God. [Selah]
4 Among those who know me I mention Rahab and Babylon; behold, Philistia and Tyre, with Ethiopia —  “This one was born there,” they say.
5 And of Zion it shall be said, “This one and that one were born in her”;  for the Most High himself will establish her.
6 The LORD records as he registers the peoples, “This one was born there.” [Selah]
7 Singers and dancers alike say, “All my springs are in you.”

Daily Quote from the early church fathersJesus gave power and authority to his apostles, by Cyril of Alexandria (376-444 AD)

“It would be false to affirm that our Savior did not know what was about to happen, because he knows all things. He knew, of course, that the Samaritans would not receive his messengers. There can be no doubt of this. Why then did he command them to go before him? It was his custom to benefit diligently the holy apostles in every possible way, and because of this, it was his practice sometimes to test them… What was the purpose of this occurrence? He was going up to Jerusalem, as the time of his passion was already drawing near. He was about to endure the scorn of the Jews. He was about to be destroyed by the scribes and Pharisees and to suffer those things that they inflicted upon him when they went to accomplish all of violence and wicked boldness. He did not want them to be offended when they saw him suffering. He also wanted them to be patient and not to complain greatly, although people would treat them rudely. He, so to speak, made the Samaritans’ hatred a preparatory exercise in the matter. They had not received the messengers… For their benefit, he rebuked the disciples and gently restrained the sharpness of their wrath, not permitting them to grumble violently against those who sinned. He rather persuaded them to be patient and to cherish a mind that is unmovable by anything like this.” (excerpt from COMMENTARY ON LUKE, HOMILY 56)

Meditations may be freely reprinted for non-commercial use – please cite: copyright (c) 2019 Servants of the Word, source:  www.dailyscripture.net, author Don Schwager

 

Daily Reflection – “Glorious things are said of you, O city of God!”

“Glorious things are said of you, O city of God!”

Jerusalem, Mount Zion, was a place. Yet, it became the symbol of much more than a place. It came to represent the presence of God in this world.

In the first reading, people from all over the world, people from strong nations, people from every nationality who speak different languages, come to Jerusalem because they are seeking the Lord and imploring his favor. Even before they can arrive in the city, they lay hands on any Jew they can find and say, “Let us go with you, for we have heard that God is with you.” It is assumed that, if you live in the city of God, you will personally know God and be able to guide others to him. This picture beautifully illustrates St. Augustine’s statement that our hearts are restless until they rest in God. The nations are hungering for God so they are going to associate with anyone that they think God is with and go wherever they think God is. The missionary outreach of the Church has assumed that all peoples from all nations have this inherent thirst for the living water that is God and that all we need do is to point them to the heavenly Jerusalem that is revealed in Jesus Christ. But this also requires that we who live in the City of God know God and this knowledge can be seen in the way we live. Could you imagine a time when people grabbed onto you because you were Catholic and said, “Let us go with you, for we have heard that God is with you”?

The responsorial psalm continues this theme. The City of God is a glorious place that the Lord loves. People from every nation abide therein, nations that originally would have nothing to do with the physical city of Jerusalem. Egypt, Babylon, Philistia, Tyre, Ethiopia – these were enemies of Israel. But now they are described as having been born in Jerusalem. The City of God is their home, too. “And all shall sing, in their festive dance: ‘My home is within you.'”

In the Gospel, Jesus is traveling to the earthly city of Jerusalem. He was resolutely determined to journey there because his days “to be taken up were fulfilled.” The earthly city was a symbol for the heavenly city but it had turned into a place that killed the prophets so where else would Jesus go to die? However, Jesus wasn’t simply resisted by the insiders who ruled in Jerusalem. Many outsiders would not receive him either. James and John want them punished for it but Jesus rebukes them and moves on. That wasn’t the purpose of his mission.

In every age there are those who are hungering and thirsting for God and those of us who dwell in God’s City can help them to find the living bread and water and have their deepest longings quenched. But we shouldn’t be so naive as to think that there won’t be religious and political leaders who persecute us for our efforts or that there won’t be those along the way who resist us for any number of reasons. We should take courage, though, and never give up because the City of God is our home. It is the place where God dwells. And who knows who will hear the invitation to come to Mt. Zion and dwell therein? With great joy we can say to them, “Welcome home.”

October 1

MORNING

The fruit of the Spirit is temperance. Gal. 5:2223

Every man that striveth for the mastery is temperate in all things. Now they do it to obtain a corruptible crown; but we an incorruptible. I therefore so run, not as uncertainly; so fight I, not as one that beateth the air: but I keep under my body, and bring it into subjection: lest that by any means, when I have preached to others, I myself should be a castaway. I Cor. 9:25-27

Be not drunk with wine, wherein is excess; but be filled with the Spirit. Eph. 5:18

If any man will come after me, let him deny himself, and take up his cross, and follow me. Matt. 16:24

Let us not sleep, as do others; but let us watch and be sober. For they that sleep sleep in the night; and they that be drunken are drunken in the night. But let us, who are of the day, be sober. I Thess. 5:6-8

Denying ungodliness and worldly lusts, we should live soberly, righteously, and godly, in this present world; looking for that blessed hope, and the glorious appearing of the great God and our Saviour Jesus Christ. Titus 2:1213

EVENING

Grow up into him in all things, which is the head, even Christ. Eph. 4:15

First the blade, then the ear, after that the full corn in the ear. Mark 4:28

Till we all come in the unity of the faith, and of the knowledge of the Son of God, unto a perfect man, unto the measure of the stature of the fulness of Christ. Eph. 4:13

They measuring themselves by themselves, and comparing themselves among themselves, are not wise. But he that glorieth, let him glory in the Lord. For not he that commendeth himself is approved, but whom the Lord commendeth. II Cor. 10:121718

The body is of Christ. Let no man beguile you of your reward in a voluntary humility and worshipping of angels, intruding into those things which he hath not seen, vainly puffed up by his fleshly mind, and not holding the Head, from which all the body by joints and bands having nourishment ministered, and knit together, increaseth with the increase of God. Col. 2:17-19

Grow in grace, and in the knowledge of our Lord and Saviour Jesus Christ. II Pet. 3:18