LITURGIA DELLA PAROLA

Prima Lettura  Dt 31, 1-8
Sii forte e fatti animo, Giosuè, perché tu condurrai questo popolo nella terra.

Dal libro del Deuteronòmio
Mosè andò e rivolse queste parole a tutto Israele. Disse loro:
«Io oggi ho centovent’anni. Non posso più andare e venire. Il Signore inoltre mi ha detto: “Tu non attraverserai questo Giordano”. Il Signore, tuo Dio, lo attraverserà davanti a te, distruggerà davanti a te quelle nazioni, in modo che tu possa prenderne possesso. Quanto a Giosuè, egli lo attraverserà davanti a te, come il Signore ha detto.
Il Signore tratterà quelle nazioni come ha trattato Sicon e Og, re degli Amorrei, e come ha trattato la loro terra, che egli ha distrutto. Il Signore le metterà in vostro potere e voi le tratterete secondo tutti gli ordini che vi ho dato.
Siate forti, fatevi animo, non temete e non vi spaventate di loro, perché il Signore, tuo Dio, cammina con te; non ti lascerà e non ti abbandonerà».
Poi Mosè chiamò Giosuè e gli disse alla presenza di tutto Israele: «Sii forte e fatti animo, perché tu condurrai questo popolo nella terra che il Signore giurò ai loro padri di darvi: tu gliene darai il possesso. Il Signore stesso cammina davanti a te. Egli sarà con te, non ti lascerà e non ti abbandonerà. Non temere e non perderti d’animo!».


Salmo Responsoriale
   Dt 32,3-4b.7-9.12
Porzione del Signore è il suo popolo

Voglio proclamare il nome del Signore:
magnificate il nostro Dio!
Egli è la Roccia: perfette le sue opere,
giustizia tutte le sue vie.

Ricorda i giorni del tempo antico,
medita gli anni lontani.
Interroga tuo padre e te lo racconterà,
i tuoi vecchi e te lo diranno.

Quando l’Altissimo divideva le nazioni,
quando separava i figli dell’uomo,
egli stabilì i confini dei popoli
secondo il numero dei figli d’Israele.

Perché porzione del Signore è il suo popolo,
Giacobbe sua parte di eredità.
Il Signore, lui solo lo ha guidato,
non c’era con lui alcun dio straniero.

Canto al Vangelo  Mt 11,29  
Alleluia, alleluia.

Prendete il mio giogo sopra di voi, dice il Signore,
e imparate da me, che sono mite e umile di cuore
.
Alleluia.

Vangelo   Mt 18,1-5.10.12-14
Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli.

Dal vangelo secondo Matteo
In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: «Chi dunque è più grande nel regno dei cieli?».
Allora chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse:
«In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me.
Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli.
Che cosa vi pare? Se un uomo ha cento pecore e una di loro si smarrisce, non lascerà le novantanove sui monti e andrà a cercare quella che si è smarrita? In verità io vi dico: se riesce a trovarla, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite. Così è volontà del Padre vostro che è nei cieli, che neanche uno di questi piccoli si perda».

Letture dall’Ufficio delle Letture

Versetto
V. Ascolterò la parola del Signore:
R. egli parla di pace al suo popolo. 

Prima Lettura
Dal libro del profeta Michea 3, 1-12

Per le colpe dei suoi capi Gerusalemme sarà distrutta

Ascoltate, capi di Giacobbe,
voi governanti della casa d’Israele:
Non spetta forse a voi conoscere la giustizia?
Nemici del bene e amanti del male,
voi strappate loro la pelle di dosso
e la carne dalle ossa.
Divorano la carne del mio popolo
e gli strappano la pelle di dosso,
ne rompono le ossa e lo fanno a pezzi
come carne in una pentola,
come lesso in una caldaia.
Allora grideranno al Signore,
ma egli non risponderà;
nasconderà loro la faccia, in quel tempo,
perché hanno compiuto cattive azioni.
Così dice il Signore
contro i profeti che fanno traviare il mio popolo,
che annunziano la pace
se hanno qualcosa tra i denti da mordere,
ma a chi non mette loro niente in bocca
dichiarano la guerra.
Quindi per voi sarà notte
invece di visioni,
tenebre per voi
invece di responsi.
Il sole tramonterà su questi profeti
e oscuro si farà il giorno su di essi.
I veggenti saranno ricoperti di vergogna
e gli indovini arrossiranno;
si copriranno tutti il labbro,
perché non hanno risposta da Dio.
Mentre io son pieno di forza
con lo spirito del Signore,
di giustizia e di coraggio,
per annunziare a Giacobbe le sue colpe,
a Israele il suo peccato.
Udite questo, dunque,
capi della casa di Giacobbe,
governanti della casa d’Israele,
che aborrite la giustizia
e storcete quanto è retto,
che costruite Sion sul sangue
e Gerusalemme con il sopruso;
i suoi capi giudicano in vista dei regali,
i suoi sacerdoti insegnano per lucro,
i suoi profeti danno oracoli per denaro.
Osano appoggiarsi al Signore dicendo:
Non è forse il Signore in mezzo a noi?
Non ci coglierà alcun male».
Perciò, per causa vostra,
Sion sarà arata come un campo
e Gerusalemme diverrà un mucchio di rovine,
il monte del tempio un’altura selvosa.

Responsorio
   Sal 78, 1; Dn 3, 42. 29
R. O Dio, hanno profanato il tuo santo tempio, hanno ridotto in macerie Gerusalemme. * Trattaci secondo la tua misericordia.
V. Abbiamo peccato, abbiamo agito da iniqui, allontanandoci da te.
R. Trattataci secondo la tua misericordia.

Seconda Lettura
Dal «Trattato sull’Incarnazione del Signore» di Teodoreto, vescovo di Ciro
(N. 28; PG 75, 1467-1470)

Dalle pieghe del Signore la nostra guarigione

Le sofferenze del nostro Salvatore sono le nostre medicine. Il profeta volle insegnarci questo quando disse: «Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà la salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti. Noi tutti eravamo sperduti come un gregge… era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori» (Is 53, 4-7).
Il pastore che vede le pecore disperse ne prende una in braccio, la conduce a un pascolo tranquillo e, con l’esempio di questa, attrae a sé la rimanenti. Così il Verbo di Dio, avendo visto errante la stirpe degli uomini, assunse la natura di servo, la unì strettamente a sé e, per mezzo di essa, attirò l’intero genere umano, e condusse ai pascoli divini coloro che erano mal nutriti ed esposti ai lupi.
Per questo dunque il Salvatore nostro assunse la nostra natura, per questo Cristo Signore sostenne la passione, e la fece causa di salvezza, per questo fu dato in balia alla morte, consegnato al sepolcro, e così abbatté l’antica tirannide e promise l’incorruttibilità a quelli che erano incatenati dalla corruzione.
Riedificando il tempio distrutto e risorgendo da morte, egli manifestò anche ai morti e a quanti attendevano la sua risurrezione le vere e indefettibili promesse.
In verità, disse, la natura che io ho preso da voi ebbe la risurrezione per la divinità che abitava in lei e le era unita. Per la divinità si liberò dalla corruttibilità e dalla passibilità e conseguì l’incorruttibilità e l’immortalità. Così anche voi sarete liberi dalla dura schiavitù della morte, ed eliminata la corruzione assieme alle passioni, sarete rivestiti dell’immortalità.

Egli per mezzo degli apostoli diede il dono del battesimo a tutti gli uomini: «Andate dunque, disse, e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt 28, 19). Il battesimo è una immagine e una figura della morte del Signore. «Se infatti», come dice l’apostolo Paolo, «siamo completamente uniti a lui con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la sua risurrezione» (Rm 6, 5).

Responsorio   Cfr. Gv 10, 15. 18; Ez 34, 16
R. Offro la mia vita per le pecore, dice il Signore; nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso: * questo comando ho ricevuto dal Padre mio.
V. Cercherò la pecora perduta, fascerò quella ferita, le pascerò tutte con giustizia:
R. questo comando ho ricevuto dal Padre mio.

DOTTRINA – Fra’Crispino Lanzi

MARIA, MADRE DELLA CHIESA

(At. 1, 14; Gv. 19, 25 ss.)

1. MADRE DEL POPOLO DI DIO E DI OGNI CRISTIANO.

Al termine della terza sessione del Concilio Ecumenico Vaticano II, Paolo VI ha proclamato Maria Vergine “Madre della Chiesa” con queste significative parole: “A gloria della Vergine e a nostro conforto, noi proclamiamo Maria SS. ‘Madre della Chiesa’ cioè di tutto il popolo di Dio, tanto dei fedeli come dei Pastori, che la chiamano Madre amorosissima… È Madre di Colui (Gesù) che fin dal primo istante della sua incarnazione nel suo seno verginale, ha unito a Sè, come Capo, il suo Corpo Mistico che è la Chiesa. È vera Madre nostra, poiché attraverso di lei abbiamo ricevuto la vita divina. Ella ci ha dato con Gesù la sorgente stessa della grazia”.

2. È NOSTRA MADRE SPIRITUALE, SOPRANNATURALE, “IN ORDINE ALLA GRAZIA”.

In ogni ordine di vita troviamo una madre: vicino alla piccola quercia appena spuntata dal terreno c’è la quercia madre, accanto all’agnellino c’è la pecora madre, di fronte al bimbo c’è la mamma.

Ma noi abbiamo due ordini di vita: la vita naturale e la vita soprannaturale costituita dalla grazia santificante che ci fa rinascere, ci dà una vita nuova.

Ebbene anche in quest’ordine soprannaturale abbiamo bisogno di una mamma. Significativo è l’episodio di quella bimba cui la madre aveva insegnato il segno del cristiano o segno della croce. improvvisamente dopo le parole: “Nel nome del Padre e del Figlio”, si interrompe, e, rivolta alla madre, chiede: Nel segno del cristiano non c’è la mamma?… L’istinto ce ne fa sentire il bisogno. No, nel segno del cristiano non c’è la mamma, ma nella vita cristiana, sì, c’è la mamma: è la Madonna. Infatti – afferma il celebre teologo Mersche – “Dio non ha voluto che la vita soprannaturale fosse meno umana della vita naturale, e che gli uomini da Lui adottati nel proprio Figlio fossero orfani a metà. E ha creato la Madonna (1)”, e l’ha costituita nostra Mamma spirituale o soprannaturale.

E siccome l’ordine soprannaturale è infinitamente superiore all’ordine naturale, perciò la Madonna ci è Mamma in misura infinitamente più grande della mamma terrena, quindi, pieni di gioia, possiamo esclamare con S. Efrem: “Nemo tam Màter”: nessuno ci è tanto Mamma come la Madonna!

I Padri della Chiesa – come S. Giustino, S. Ireneo, ecc. – fanno un parallelismo tra Eva, madre dei peccatori (ossia dei morti alla grazia), e Maria, madre dei vivificati dalla grazia. S. Agostinoafferma che Maria è Madre di tutti gli uomini perché è Madre di Cristo di cui gli uomini sono membri mistici.

Sono stupende le parole del Vaticano II: “La Beata Vergine, col concepire Cristo, adorarlo, nutrirlo, presentarlo al Padre nel tempio, soffrire col Figlio morente in croce, cooperò in modo tutto speciale all’opera del Salvatore, con l’obbedienza, la fede, la speranza e l’ardente carità, per restaurare la vita soprannaturale delle anime. Per questo fu per noi Madre nell’ordine della grazia. E questa maternità perdura senza soste dal momento del consenso fedelmente prestato nell’Annunciazione e mantenuto senza esitazione sotto la croce, fino al perpetuo coronamento di tutti gli eletti” (2).

3. GESU’ STESSO L’HA PROCLAMATA NOSTRA MADRE dall’alto della croce. Sul monte Calvario Maria consumò l’opera sua di Madre della Chiesa, di Madre nostra, ripetendo il suo “Fiat” e offrendo nuovamente al Padre il suo Figlio come vittima per i nostri peccati. E Gesù morente tra gli spasimi della crocifissione, l’ha dichiarata Madre spirituale d’ognuno di noi rappresentati da S. Giovanni. Infatti leggiamo nel Vangelo: “Gesù allora vedendo la Madre e lì accanto a lei il discepolo che Egli amava, disse alla Madre: Donna, ecco tuo Figlio, poi disse al discepolo: Ecco tua Madre” (3). Mentre ce la consegna come Mamma ci affida completamente a lei: quindi l’”affidamento” o “consacrazione” alla Madonna non è altro che la ripetizione dell’affidamento pronunciato da Gesù morente sulla croce.

Il P. Roschini, grande mariologo, afferma che la Madonna spiritualmente ha concepito e partorito la Chiesa (Corpo di Cristo) quando ha concepito e partorito Gesù, Capo del Corpo Mistico; mentre concepisce e dà alla luce i singoli uomini nel Battesimo poiché la somma grazia del Battesimo, come tutte le altre grazie, è ottenuta dalla Vergine, e soprattutto perché nel Battesimo veniamo incorporati a Cristo. Poi durante la vita terrena ci porta nel suo grembo, ci tiene tra le sue braccia, ci aiuta a crescere spiritualmente e un giorno ci porterà alla perfetta vita soprannaturale ossia ci genererà alla vita della gloria sbocciata dalla vita della grazia: in altre parole ci presenterà e ci introdurrà nel Cielo. (4)

4. MADRE IMPAREGGIABILE:

a) Mamma sofferentissima: La Chiesa ce la presenta come “L’Addolorata”, come “La Regina dei martiri”; e ci ripete: “Non dimenticare mai i gemiti di tua Madre”. Ci ha spiritualmente generati mediante un indicibile dolore, mediante un vero uragàno di sofferenze. In lei si è realizzata la profezia di Simeone: “La tua stessa anima sarà trapassata da una spada” (5), dalla spada del dolore che ha raggiunto il vertice sul calvario: “Presso la croce di Gesù stava sua Madre” (6).

b) Mamma potentissima: Gesù le concede tutto ciò che chiederà. Rosmini afferma che Gesù non può negare nulla a Maria perché è sua Madre, e Maria non può negare nulla a noi perché siamo suoi figli.

c) Mamma tenerissima: “La Chiesa cattolica – afferma il Vaticano II – edotta dallo Spirito Santo, con affetto di pietà filiale la venera come Madre amantissima” (7).

Il S. Curato d’Ars afferma che l’amore premuroso, e, pieno di tenerezze, di tutte le mamme terrene verso i loro figli, pur essendo tanto grande, è come un pezzo di ghiaccio di fronte all’amore infuocato della mamma del Cielo verso ciascuno di noi.

Dunque: Facciamola contenta! Ascoltiamola! Consacriamoci a lei!

Facciamola contenta, osservando tutta la legge di Gesù; non rattristandola mai col peccato; recitando ogni giorno il S. Rosario!

Ascoltiamola nei suoi richiami. Ci ripete, come ai servi alle nozze di Cana, “fate quello che Gesù vi dirà”. Ci ripete come raccomandò a Fatima: “Convertitevi e pregate!”.

A una persona che con insistenza le diceva: “Dimostrati madre!”, lei rispose, come risponde a ciascuno di noi: “Dimostrati figlio!”

A quanti di noi potrebbe rivolgere questi rimproveri: Mi chiami Madre: ma dov’è il tuo amore? Dici di amarmi; ma perché crocifiggi mio Figlio col peccato grave e lo schiaffeggi con tanti peccati veniali? Mi accendi delle candele, ma dimentichi che queste hanno valore soltanto se sono simbolo della tua fede, del tuo amore a Gesù, della tua vita che deve essere tutta consumata per il Salvatore. Mi porti dei fiori, e te ne sono grata; ma molto più gradito mi sarebbe il profumo delle tue virtù, che ti renderebbero più simile a me e al Redentore e porterebbero ovunque, mediante una vita esemplare, “il buon odore di Cristo” (8).

Consacriamoci a Lei. Il più vivo desiderio della Madonna è il nostro Affidamento o Consacrazione a lei, che significa: metterci tra le sue braccia di Mamma, abbandonarci completamente alla sua volontà d’amore materno, affinché ci aiuti ad essere pienamente e per sempre di Gesù. Tuttavia questa Consacrazione deve essere vissuta: urge cambiare vita, romperla con il peccato; l’anima non ritorni ad essere come fiore appassito o come limone spremuto e gettato nell’immondezzaio delle passioni sregolate; e occorre correggersi pure dei difetti. Così realizzeremo lo stupendo programma di S. Bonaventura che Giovanni Paolo II ha fatto suo fin da giovane operaio nella sua Consacrazione alla Madonna e che ha impresso nel suo stemma papale: “Totus tuus”: o Mamma celeste, che io sia tutto tuo per essere totalmente e per sempre di Gesù.

ESEMPIO. S. Crispino da Viterbo, Cappuccino, è il primo Santo canonizzato da Giovanni Paolo II (20-6-1982), il quale ha dichiarato: “Il suo insegnamento è estremamente attuale”.

Pietro Fioretti, il futuro frate Crispino, ha 5 anni ed è già orfano del padre. La sua buona mamma Marzia si preoccupa di affidarlo alla Madonna nel Santuario mariano della Quercia, dopo avergli dolcemente ripetuto: “Io presto andrò in paradiso (infatti muore dopo qualche mese), perciò ti affido alla Mamma celeste. L’amerai tanto! Ti custodirà tra le sue braccia materne. Ti proteggerà in ogni istante della tua vita”. Il fanciullo vive pienamente questo affidamento alla Madonna. La invoca tante volte al giorno negli anni dello studio presso i Gesuiti, negli anni del lavoro da calzolaio, negli anni di vita francescana. Quasi sempre ha la corona in mano e il nome della Vergine sulle labbra, nella mente e nel cuore. Diventa uno dei Santi più devoti alla Madonna. Ai fanciulli, ai giovani, agli adulti parla spesso e con fervore della Vergine, insegna a loro i canti mariani ed esorta tutti ad amarla, così che viene chiamato ‘la rondinella della Vergine Maria’. La madonna lo protegge, lo difende da ogni male, anche da insidie tese da donne perverse e lo fa crescere nella fede, nella perfetta castità, nella santità e nella letizia francescana, per cui viene chiamato il ‘Giullare di Dio’. Soprattutto la Vergine inonda il suo cuore di un appassionato amore a Gesù e ai fratelli e lo spinge a fare della questua giornaliera per i poverelli e per i frati, una preziosa occasione di evangelizzazione quanto mai fruttuosa. Così – come ha detto il Papa – S. Crispino diventa ‘una catechesi itinerante’ per le persone, per le famiglie, e sarà un consigliere ricercato da Sacerdoti, da Vescovi e perfino dai Papi. Insegna le verità della fede di casa in casa nella città di Orvieto, in molti villaggi, in tanti paesi, nei casolari di campagna, ai numerosi fanciulli e contadini abbandonati. È un Missionario a tempo pieno. Il lavoro dei predicatori moderni di Missioni popolari si limita a poche settimane all’anno, mentre lui lo svolge ogni giorno dell’anno.

E quotidianamente compie pure tutte le altre opere di misericordia corporali e spirituali, “diventando – soggiunge il Papa – espressione vivente di carità. Ha veramente dell’incredibile l’opera da lui svolta. Nessuno sfugge alla sua attenzione, alle sue premure, al suo buon cuore: malati, peccatori, ragazze madri, bimbi abbandonati o in pericolo di essere uccisi dall’aborto, famiglie in miseria, anime disperate, commercianti disonesti da ammonire, visite ai carcerati quasi giornaliere, ecc.” (20-6-1982).

Questo grande Santo ci insegna che quando si è molto devoti della Madonna, si diventa innamorati di Gesù, caritatevoli, misericordiosi, evangelizzatori infaticabili, apostoli ferventi e ricolmi di gioia. S. Crispino, pur in mezzo a molte difficoltà, a forti inclinazioni al nervosismo e tra tanti contrasti, vive pacificamente e nella perfetta letizia, ed è solito ripetere: “Chi ama Dio con purezza di cuore, vive felice e poi, contento, muore”.

PROPOSITO. Mettiamo in pratica l’ultimo ricordo di P. Pio da Pietrelcina a un gruppo di suoi figli spirituali: “Amate tanto la Madonna! Fatela amare dagli altri! Recitate ogni giorno il S. Rosario!” (Dopo poche ore moriva con la corona in mano e con queste parole sulle labbra: “Gesù! Maria! Gesù! Maria!”).

La Vergine ci aiuterà a ben vivere e a ben morire.

(1) Mersche S. J., “Le theologie du Corps Mystique” (5) Lc. 2, 33 ss.

(2) L.G. 61–62 (6) Gv. 19, 25

(3) Gv. 19, 26 s. (7) L.G. 53

(4) P. Roschini, Diz. di Mariologia (8) 2 Cor. 2, 15

 

Tuesday (August 13): “Who is the greatest in the kingdom of heaven”

Daily Reading & Meditation

Tuesday (August 13): “Who is the greatest in the kingdom of heaven”
Scripture: Matthew 18:1-5, 10, 12-14  

1 At that time the disciples came to Jesus, saying, “Who is the greatest in the kingdom of heaven?” 2 And calling to him a child, he put him in the midst of them, 3 and said, “Truly, I say to you, unless you turn and become like children, you will never enter the kingdom of heaven. 4 Whoever humbles himself like this child, he is the greatest in the kingdom of heaven. 5 “Whoever receives one such child in my name receives me; 10 “See that you do not despise one of these little ones; for I tell you that in heaven their angels always behold the face of my Father who is in heaven.12 What do you think? If a man has a hundred sheep, and one of them has gone astray, does he not leave the ninety-nine on the mountains and go in search of the one that went astray?  13 And if he finds it, truly, I say to you, he rejoices over it more than over the ninety-nine that never went astray. 14 So it is not the will of my Father who is in heaven that one of these little ones should perish.

Meditation: Are you surprised to see the disciples discussing with Jesus who is the greatest? Don’t we do the same thing? The appetite for glory and greatness seems to be inbred in us. Who doesn’t cherish the ambition to be “somebody” whom others admire rather than a “nobody”? Even the Psalms speak about the glory God has destined for us. You have made them a little lower than God, and crowned them with glory and honor (Psalm 8:5).

Whose glory do you seek?
Jesus made a dramatic gesture by placing a child next to himself to show his disciples who really is the greatest in the kingdom of God. What can a little child possibly teach us about greatness? Children in the ancient world had no rights, position, or privileges of their own. They were socially at the “bottom of the rung” and at the service of their parents, much like the household staff and domestic servants. What is the significance of Jesus’ gesture? Jesus elevated a little child in the presence of his disciples by placing the child in a privileged position of honor at his right side. It is customary, even today, to seat the guest of honor at the right side of the host.

The lowly of heart empty themselves of pride
Who is the greatest in God’s kingdom? The one who is humble and lowly of heart – who instead of asserting their rights willingly empty themselves of pride and self-seeking glory by taking the lowly position of a servant and child before God. The simple of heart know that they belong to God – he is their father, teacher, and provider – the one who shows them the way of peace, joy, and life everlasting. They are content to recognize their total dependence on God who is the source of all goodness and every good gift.

Jesus restores us to the people he has made holy
What does Jesus’ story about a lost sheep tell us about God and his kingdom? Shepherds normally counted their sheep at the end of the day to make sure all were accounted for. Since sheep by their very nature are very social, an isolated sheep can quickly become bewildered and even neurotic. The shepherd’s grief and anxiety is turned to joy when he finds the lost sheep and restores it to the fold. What was new in Jesus’ teaching was the insistence that sinners must be sought out and not merely mourned for. God does not rejoice in the loss of anyone, but desires that all be saved and restored to fellowship with him. That is why the whole community of heaven rejoices when one sinner is found and restored to fellowship with God (Luke 15:7). Seekers of the lost are much needed today. Do you pray and seek after those you know who have lost their way to God?

“Lord Jesus, teach me your way of humility and simplicity of heart that I may find perfect joy in you. May your light shine through me that others may see your truth and love and find hope and peace in you.”

Psalm 119:14,24,72,103,111,131

14. In the way of your testimonies I delight as much as in all riches.
24. Your testimonies are my delight; they are my counselors.
72. The law of your mouth is better to me than thousands of gold and silver pieces.
103. How sweet are your words to my taste, sweeter than honey to my mouth!.
111. Your testimonies are my heritage forever; yes, they are the joy of my heart.
131. With open mouth I pant, because I long for your commandments.

Daily Quote from the early church fathersWhat it means to become a child a God, by Epiphanius the Latin (late 5th century)

“Here the Lord not only repressed the apostles’ thoughts but also checked the ambition of believers throughout the whole world, so that he might be great who wanted to be least. For with this purpose Jesus used the example of the child, that what he had been through his nature, we through our holy living might become – innocent, like children innocent of every sin. For a child does not know how to hold resentment or to grow angry. He does not know how to repay evil for evil. He does not think base thoughts. He does not commit adultery or arson or murder. He is utterly ignorant of theft or brawling or all the things that will draw him to sin. He does not know how to disparage, how to blaspheme, how to hurt, how to lie. He believes what he hears. What he is ordered he does not analyze. He loves his parents with full affection. Therefore what children are in their simplicity, let us become through a holy way of life, as children innocent of sin. And quite rightly, one who has become a child innocent of sin in this way is greater in the kingdom of heaven. And whoever receives such a person will receive Christ.” (excerpt from  INTERPRETATION OF THE GOSPELS 27)

Meditations may be freely reprinted for non-commercial use – please cite: copyright (c) 2019 Servants of the Word, source:  www.dailyscripture.net, author Don Schwager

 

“You will know them by their fruits”

The Gospel of Matthew: a commentary & meditation 


“You will know them by their fruits”

Scripture: Matthew 7:15-20

15 “Beware of false prophets, who come to you in sheep’s clothing but inwardly are ravenous wolves.  16 You will know them by their fruits. Are grapes gathered from thorns, or figs from thistles?  17 So, every sound tree bears good fruit, but the bad tree bears evil fruit.  18 A sound tree cannot bear evil fruit, nor can a bad tree bear good fruit.  19 Every tree that does not bear good fruit is cut down and thrown into the fire.  20 Thus you will know them by their fruits.

Meditation: What do grapes, thorns, figs, and thistles have to teach us about the kingdom of God?  The imagery used by Jesus would have been very familiar to his audience.  A certain thornbush had berries which resembled grapes.  And a certain thistle had a flower, which at least from a distance, resembled the fig. Looks can fool us. How do you know when someone or something is genuine?  Jesus’ warning about false prophets and teachers applies today as well.  What’s the test of a true or false teacher?  Jesus connects soundness with good fruit.  Something is sound when it is free from defect, decay, or disease and is healthy. Good fruit is the result of sound living — living according to moral truth and upright character. The prophet Isaiah warned against the dangers of falsehood: Woe to those who call evil good and good evil, who put darkness for light and light for darkness (Isaiah 5:20).  The fruits of falsehood produce an easy religion which takes the iron out of religion, the cross out of Christianity, and any teaching which eliminates the hard sayings of Jesus, and which push the judgments of God into the background and makes us think lightly of sin. How do we avoid falsehood?  By being true — true to God, his word, and his grace.  And that takes character!  Those who are true to God know that their strength lies not in themselves but in God who supplies what we need.   The fruit of a disciple is marked by faith, hope and love, justice, prudence, fortitude and temperance.  Do you cultivate good fruit in your life and reject whatever produces bad fruit?

“Lord, may I bear good fruit for your sake.  Help me to reject whatever will produce evil fruit.  And help me grow in faith, hope, love, sound judgment, justice, courage, and self control.”

GIOVANNI PAOLO II UDIENZA GENERALE Mercoledì, 25 aprile 1979

Natale di Roma.

1. Molto ci dice questa parola che, qualche giorno fa, è stata ricordata alla Città e al mondo! Essa dice molto anche ad ogni singolo uomo. Perché l’uomo è un “essere storico”. Ciò non significa soltanto che egli è sottoposto al tempo, come tutti gli altri esseri viventi di questo nostro mondo. L’uomo è un essere storico, perché è capace di fare del tempo, del transitorio, del passato un particolare contenuto della propria esistenza, una particolare dimensione della propria “temporaneità”. Tutto ciò avviene nei vari settori della vita umana. Ognuno di noi, a cominciare dal giorno della nascita, ha una propria storia. Contemporaneamente ognuno di noi, attraverso la storia, fa parte della comunità. L’appartenenza di ognuno di noi, come “essere sociale”, ad un certo gruppo e ad una determinata società si realizza sempre mediante la storia. Si realizza in una certa scala storica.

In questo modo hanno la loro storia le famiglie. E hanno la loro storia anche le nazioni. Uno dei compiti della famiglia è di attingere alla storia e alla cultura della nazione, e nello stesso tempo di prolungare questa storia nel processo educativo.

Quando parliamo del Natale di Roma incontriamo una realtà ancora più vasta. Certamente, un particolare diritto e dovere di riferirsi a questo evento, a questa data, hanno le persone per le quali la Roma di oggi costituisce la loro Città, la loro Capitale. Nondimeno tutti i Romani del nostro tempo sanno perfettamente che il carattere eccezionale di questa Città, di questa Capitale consiste nel fatto che essi non possono limitare Roma solo alla loro propria storia. Bisogna qui risalire ad un passato molto più lontano nel tempo e rievocare non soltanto i secoli dell’antico Impero, ma tempi ancor più remoti, fino ad arrivare a quella data che ci ricorda il “Natale di Roma”.

Un immenso patrimonio di storia, varie epoche di cultura umana e di civiltà, diverse trasformazioni socio-politiche ci dividono da quella data ed insieme ci uniscono ad essa. Direi ancora di più: questa data, il Natale di Roma, non segna unicamente l’inizio di un succedersi di generazioni umane che hanno abitato in questa Città, e insieme in questa penisola; il Natale di Roma costituisce anche un inizio per popoli e per nazioni lontane, che sentono un legame e una unità particolare con la tradizione culturale latina, nei suoi più profondi contenuti.

Anch’io, benché sia venuto qui dalla lontana Polonia, mi sento legato dalla mia genealogia spirituale al Natale di Roma, così come tutta la nazione dalla quale provengo, e molte altre nazioni dell’Europa contemporanea, e non solo di essa.

2. Il Natale di Roma ha una eloquenza tutta particolare per noi che crediamo che la storia dell’uomo sulla terra – la storia di tutta l’umanità – abbia raggiunto una nuova dimensione attraverso il mistero dell’Incarnazione. Dio è entrato nella storia dell’uomo diventando Uomo. Questa è la verità centrale della fede cristiana, il contenuto fondamentale del Vangelo e della missione della Chiesa.

Entrando nella storia dell’uomo, facendosi Uomo, Dio ha fatto di questa storia, in tutta la sua estensione, la storia della salvezza. Ciò che si è compiuto a Nazaret, a Betlemme e a Gerusalemme è storia e, nello stesso tempo, è fermento della storia. E benché la storia degli uomini e dei popoli si sia svolta e continui a svolgersi per strade proprie, benché la storia di Roma – allora al vertice del suo antico splendore – sia passata quasi inavvertitamente accanto alla nascita, alla vita, alla passione, alla morte e alla risurrezione di Gesù di Nazaret, tuttavia questi eventi salvifici sono diventati nuovo lievito nella storia dell’uomo. Sono diventati nuovo lievito particolarmente nella storia di Roma. Si può dire che nel tempo in cui è nato Gesù, nel tempo in cui egli è morto in croce e risorto, l’antica Roma, allora capitale del mondo, ha conosciuto una nuova nascita. Non a caso noi la troviamo già inserita così profondamente nel Nuovo Testamento. San Luca, che imposta il suo Vangelo come il cammino di Gesù verso Gerusalemme dove si compie il mistero pasquale, pone, negli Atti degli Apostoli, come punto d’arrivo dei viaggi apostolici, Roma, dove si manifesterà il mistero della Chiesa.

Il resto ci è ben noto. Gli apostoli del Vangelo, e primo tra essi Pietro di Galilea, poi Paolo di Tarso, sono venuti a Roma ed hanno anche qui impiantato la Chiesa. Così nella capitale del mondo antico ha iniziato la sua esistenza la Sede dei successori di Pietro, dei vescovi di Roma. Ai Romani, ancora prima di venire qui, scrisse San Paolo la sua lettera magistrale, a loro indirizzò il suo testamento spirituale il Vescovo di Antiochia, Ignazio, alla vigilia del martirio. Ciò che era cristiano ha messo le sue radici in ciò che era romano, e nello stesso tempo, dopo avere attecchito nell’humus romano, ha cominciato a germogliare con nuova forza. Col cristianesimo ciò che era “romano” ha iniziato a vivere una nuova vita, non cessando però di rimanere autenticamente “indigeno”.

Giustamente scrive M. C. D’Arcy (M. C. D’Arcy, The Sense of History Secular and Sacred, London 1959, p. 275): “C’è nella storia una presenza, che fa di essa qualcosa di più di un semplice “susseguirsi di avvenimenti”. Come in un palinsesto, il nuovo si sovrappone su quanto già sta scritto in modo incancellabile e ne allarga indefinitivamente il significato”. Roma deve al cristianesimo una nuova universalità della sua storia, della sua cultura, del suo patrimonio. Questa universalità cristiana (“cattolica”) di Roma dura fino ad oggi. Essa non ha soltanto dietro di sé duemila anni di storia, ma continua incessantemente a svilupparsi: arriva a nuovi popoli, a nuove terre. E quindi la gente da tutte le parti del mondo si riversa ben volentieri a Roma, per ritrovarsi, come a casa propria, in questo centro sempre vivo di universalità.

3. Non dimenticherò mai gli anni, i mesi, i giorni in cui sono stato qui per la prima volta. Luogo a me prediletto, nel quale tornavo forse più spesso, era l’antichissimo Foro Romano, ancor oggi così ben conservato. Quanto era per me eloquente, al lato di questo Foro, il tempio di Santa Maria Antiqua, che sorge direttamente su di un antico edificio romano.

Il cristianesimo è entrato nella storia di Roma non con la violenza, non con la forza militare, non per conquista o invasione, ma con la forza della testimonianza, pagata al caro prezzo del sangue dei martiri, lungo oltre tre secoli di storia. È entrato con la forza del lievito evangelico che, rivelando all’uomo la sua ultima vocazione e la sua suprema dignità in Gesù Cristo (cf. Lumen Gentium, 40; Gaudium et Spes, 22), ha iniziato ad agire nel più profondo dell’animo, per poi penetrare nelle istituzioni umane e in tutta la cultura. Perciò questa seconda nascita di Roma è così autentica ed ha in sé tanta carica di verità interiore e tanta forza di irradiazione spirituale!

Accettate, voi, Romani di antica data, questa testimonianza di un uomo che è venuto qui a Roma per diventare, per volontà di Cristo, alla fine del secondo millennio, il vostro Vescovo. Accettate questa testimonianza e inseritela nel vostro magnifico patrimonio, al quale partecipiamo noi tutti. L’uomo viene su dalla storia. È figlio della storia, per diventarne poi l’artefice responsabile. Perciò il patrimonio di questa storia lo impegna profondamente. È un grande bene per la vita dell’uomo, da ricordare non soltanto nelle festività, ma ogni giorno! Possa questo bene trovare sempre un posto adeguato nella nostra coscienza e nel nostro comportamento! E cerchiamo di essere degni della storia, della quale rendono qui testimonianza i templi, le basiliche e più ancora il Colosseo e le catacombe dell’antica Roma.

Per la festa del Natale di Roma, questi auguri vi rivolge, cari Romani, il vostro Vescovo, che, sei mesi fa, avete accolto con tanta apertura d’animo, come successore di San Pietro e testimone di quella missione universale, che la Provvidenza divina ha iscritto nel libro della storia della Città Eterna.

Catechesi sui Comandamenti: 7. Il giorno del riposo.

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Il viaggio attraverso il Decalogo ci porta oggi al comandamento sul giorno del riposo. Sembra un comando facile da compiere, ma è un’impressione errata. Riposarsi davvero non è semplice, perché c’è riposo falso e riposo vero. Come possiamo riconoscerli?

La società odierna è assetata di divertimenti e vacanze. L’industria della distrazione è assai fiorente e la pubblicità disegna il mondo ideale come un grande parco giochi dove tutti si divertono. Il concetto di vita oggi dominante non ha il baricentro nell’attività e nell’impegno ma nell’evasione. Guadagnare per divertirsi, appagarsi. L’immagine-modello è quella di una persona di successo che può permettersi ampi e diversi spazi di piacere. Ma questa mentalità fa scivolare verso l’insoddisfazione di un’esistenza anestetizzata dal divertimento che non è riposo, ma alienazione e fuga dalla realtà. L’uomo non si è mai riposato tanto come oggi, eppure l’uomo non ha mai sperimentato tanto vuoto come oggi! Le possibilità di divertirsi, di andare fuori, le crociere, i viaggi, tante cose non ti danno la pienezza del cuore. Anzi: non ti danno il riposo.

Le parole del Decalogo cercano e trovano il cuore del problema, gettando una luce diversa su cosa sia il riposo. Il comando ha un elemento peculiare: fornisce una motivazione. Il riposo nel nome del Signore ha un preciso motivo: «Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il settimo giorno. Perciò il Signore ha benedetto il giorno del sabato e lo ha consacrato» (Es 20,11).

Questo rimanda alla fine della creazione, quando Dio dice: «Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco era cosa molto buona» (Gen 1,31). E allora inizia il giorno del riposo, che è la gioia di Dio per quanto ha creato. È il giorno della contemplazione e della benedizione.

Che cos’è dunque il riposo secondo questo comandamento? È il momento della contemplazione, è il momento della lode, non dell’evasione. È il tempo per guardare la realtà e dire: com’è bella la vita! Al riposo come fuga dalla realtà, il Decalogo oppone il riposo come benedizione della realtà. Per noi cristiani, il centro del giorno del Signore, la domenica, è l’Eucaristia, che significa “rendimento di grazie”. E’ il giorno per dire a Dio: grazie Signore della vita, della tua misericordia, di tutti i tuoi doni. La domenica non è il giorno per cancellare gli altri giorni ma per ricordarli, benedirli e fare pace con la vita. Quanta gente che ha tanta possibilità di divertirsi, e non vive in pace con la vita! La domenica è la giornata per fare pace con la vita, dicendo: la vita è preziosa; non è facile, a volte è dolorosa, ma è preziosa.

Essere introdotti nel riposo autentico è un’opera di Dio in noi, ma richiede di allontanarsi dalla maledizione e dal suo fascino (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 83). Piegare il cuore all’infelicità, infatti, sottolineando motivi di scontento è facilissimo. La benedizione e la gioia implicano un’apertura al bene che è un movimento adulto del cuore. Il bene è amorevole e non si impone mai. Va scelto.

La pace si sceglie, non si può imporre e non si trova per caso. Allontanandosi dalle pieghe amare del suo cuore, l’uomo ha bisogno di fare pace con ciò da cui fugge. È necessario riconciliarsi con la propria storia, con i fatti che non si accettano, con le parti difficili della propria esistenza. Io vi domando: ognuno di voi si è riconciliato con la propria storia? Una domanda per pensare: io, mi sono riconciliato con la mia storia? La vera pace, infatti, non è cambiare la propria storia ma accoglierla, valorizzarla, così com’è andata.

Quante volte abbiamo incontrato cristiani malati che ci hanno consolato con una serenità che non si trova nei gaudenti e negli edonisti! E abbiamo visto persone umili e povere gioire di piccole grazie con una felicità che sapeva di eternità.

Dice il Signore nel Deuteronomio: «Io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione. Scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza» (30,19). Questa scelta è il “fiat” della Vergine Maria, è un’apertura allo Spirito Santo che ci mette sulle orme di Cristo, Colui che si consegna al Padre nel momento più drammatico e imbocca così la via che porta alla risurrezione.

Quando diventa bella la vita? Quando si inizia a pensare bene di essa, qualunque sia la nostra storia. Quando si fa strada il dono di un dubbio: quello che tutto sia grazia,[1] e quel santo pensiero sgretola il muro interiore dell’insoddisfazione inaugurando il riposo autentico. La vita diventa bella quando si apre il cuore alla Provvidenza e si scopre vero quello che dice il Salmo: «Solo in Dio riposa l’anima mia» (62,2). E’ bella, questa frase del Salmo: «Solo in Dio riposa l’anima mia».

Daily Reflection

As adults, we are become the sum of all of our experiences. We have likely had periods of great joy, contentment, sadness, uncertainty, pain, anger maybe even depression. Hopefully in experiencing both extremes of our human condition we have felt and seen the hand of God in our varied experiences. Over the span of our lives, we sometimes develop, in the language of Ignatian spirituality, “disordered attachments.” These attachments might be rooted in our insecurities, our striving for money or status, or any number of things that can become a barrier to our openness to the full love and grace of our Lord and Savior Jesus. Saint Ignatius encourages us to become “indifferent” to those ideas or items that bind us and prevent us from being free to accept and receive the full measure of God’s plan for us.

In today’s Gospel, Jesus relates two distinct but related messages. In the first, he exhorts his followers to become humble like children and to receive and not despise the little ones. So how can we become like our child-like selves? Children certainly experience in the context of their lives joy and sadness, happiness and pain. In general, however, in their innocence and life experience they have not had the chance to develop attachments of the kind that prevent them from fully receiving the love and grace of our Lord. This, I suggest, Jesus is asking us to become indifferent and free from the kinds of attachments in our adult lives to allow us to fully accept the love of our God.

The second message from Jesus is embedded in the parable of the shepherd rejoicing in the recovery of the lost sheep. We sometimes can let the guilt of carrying the burden of our sins, our disordered attachments as it were, carry over into a kind of depression that prevents us from giving ourselves back to the Lord. Clearly Jesus shows that any sincere effort on our part to be open to the love of the Lord will be met with great joy and open arms by our heavenly Father.

Thus in the midst of whatever difficulty or challenge we might be experiencing in life, we cantake comfort and joy in the knowledge that no matter what, through Jesus we are saved; “knock and the door shall be opened.”

Daily Light on the Daily Path

Hebrews 11:16  But as it is, they desire a better country, that is, a heavenly one. Therefore God is not ashamed to be called their God; for He has prepared a city for them.

John 14:3  “If I go and prepare a place for you, I will come again and receive you to Myself, that where I am, there you may be also.

1 Peter 1:4  to obtain an inheritance which is imperishable and undefiled and will not fade away, reserved in heaven for you,

Hebrews 13:14  For here we do not have a lasting city, but we are seeking the city which is to come.

Acts 1:11  They also said, “Men of Galilee, why do you stand looking into the sky? This Jesus, who has been taken up from you into heaven, will come in just the same way as you have watched Him go into heaven.”

James 5:7,8  Therefore be patient, brethren, until the coming of the Lord. The farmer waits for the precious produce of the soil, being patient about it, until it gets the early and late rains. • You too be patient; strengthen your hearts, for the coming of the Lord is near.

Hebrews 10:37  FOR YET IN A VERY LITTLE WHILE, HE WHO IS COMING WILL COME, AND WILL NOT DELAY.

1 Thessalonians 4:17,18  Then we who are alive and remain will be caught up together with them in the clouds to meet the Lord in the air, and so we shall always be with the Lord. • Therefore comfort one another with these words.

 

PREPARAZIONE ALLA CONFESSIONE

PREPARAZIONE ALLA CONFESSIONE

Medjugorje, 07/10/13 Padre Luigi, cappuccino


Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

Amen.

Leggiamo il Vangelo. Da Luca.

“Si avvicinavano a Lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarLo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: ‘Costui accoglie i peccatori e mangia con loro’. Ed Egli disse loro questa parabola: ‘Chi di voi se ha 100 pecore e ne perde una non lascia le 99 nel deserto e và in cerca di quella perduta finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia, se la carica sulle spalle; và a casa; chiama gli amici e i vicini e dice loro: ‘Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la mia pecora, quella che si era perduta’.

Io vi dico: così vi sarà gioia nel Cielo per un solo peccatore che si converte più che per 99 giusti, i quali non hanno bisogno di conversione.

Oppure quale donna se ha 10 monete e ne perde una non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata chiama le amiche e le vicine e dice: ‘Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la moneta che avevo perduto’

Così Io vi dico: Vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte.

Disse ancora: Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: ‘Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta’. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. . Pochi giorni dopo il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci, ma nessuno gli dava nulla.

Allora ritornò in sè e disse: ‘Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza ed io qui muoio di fame. Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: ‘Padre, ho peccato verso il cielo e davanti a te. Non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare. Mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso. Ammazzatelo. Mangiamo e facciamo festa. Perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato’. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze. Chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò e non voleva entrare. Il padre allora uscì a supplicarlo. Ma Egli rispose a suo padre: ‘Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito ad un tuo comando e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo, ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”.

Parola del Signore.

Lode a te o Cristo.

Siamo partiti dalla Parola di Dio innanzi tutto, quella che illumina il cammino e ci aiuta a capire anche dove collocare questo sacramento importantissimo che è la Riconciliazione, che è un dono straordinario che Dio fa alla Sua Chiesa. Và bene…

I sacramenti sono i doni che Gesù ha fatto alla Sua Chiesa, cioè a noi, ad ognuno di noi, per il nostro bene, per la nostra vita. Tra questi sacramenti c’è quello della Riconciliazione, del quale abbiamo una paura grandissima. Ed invece di avere paura dovremmo avere un altro atteggiamento nei confronti di questo sacramento. Perché vedete: quando il Signore si è trovato a cena con questi uomini e queste donne che erano dei peccatori pubblici, dinnanzi all’indignazione dei farisei che credevano di essere giusti e di meritarsi in qualche modo la stima, l’Amore di Dio, il credito che Dio doveva loro, perché facevano qualcosa, Gesù tira fuori queste tre parabole che ci aiutano un attimino a capire come Dio vede il perdono, come lo pensa, cosa succede quando questo avviene.

La prima cosa che salta agli occhi è una: chi è che prende l’iniziativa per riconciliarsi con noi è Dio. Non siamo noi. Noi rispondiamo. Chi dice: “Chi di voi ha 100 pecore e ne perde una lascia le 99 e và a pigliare quella che si è perduta?” Nessuno. Noi diremmo: “Mi è andata bene. Ne ho perso solo una”. Invece no. Dio ti fa capire l’importanza della tua vita per il fatto che Lui stesso è il primo che freme quando noi ci distacchiamo da Lui, quando noi ci perdiamo con il peccato. Il primo che freme, che si mette alla ricerca, è Dio stesso. E’ Gesù.

Quindi quando noi sentiamo questo desiderio di andarci a confessare è arrivata prima la Grazia di Dio. E’ Gesù che ci ha raccattati.

Allora… Da una parte la premura di Dio nei nostri confronti, dall’altra, quando Dio ci ha trovati – dice Gesù – che fa quel pastore? Se la prende; se la mette sulle spalle; la porta a casa; chiama gli amici e fa festa.

Quando ci andiamo a confessare è un atto di Amore incredibile di Dio nei nostri confronti, il Quale davvero si carica la nostra vita sulle spalle. E Dio vive la gioia.

Quando ci andiamo a confessare, invece di avere paura di andarci a confessare, paura del giudizio del prete, paura di farsi vedere per quello che si è, paura di se stessi, paura del giudizio di Dio, pensiamo e ripensiamo a questa parabola. E’ Gesù stesso che ci ha già trovati quando abbiamo il desiderio di andarci a confessare.

Quando entriamo in quel sacramento pensiamo che davvero Dio gioisce di noi.

Io dico sempre – lo dico anche a me stesso : “Che si fa oggi? Beh, oggi andiamo a dare una gioia a Dio. Mi vado a confessare”. Diamo una gioia a Dio. C’è più gioia in cielo per quel peccatore che è tornato alla vita attraverso la confessione, attraverso il perdono, più che per i 99 che sono rimasti lì, che non hanno bisogno di conversione. Ecco la gioia di Dio. Quando noi accogliamo il Suo perdono. Perché nella Riconciliazione avviene questo. Noi accogliamo l’Amore di Dio. Signore, Sì, amami davvero.

Allora… La gioia è un atto di amore. Dio stesso ci cerca.

Sapete cosa c’è in questo grande sacramento? E’ un sacramento di guarigione. Il figlio che si è perduto, stramazzato, pieno di pezze, torna e viene ristabilito nella dignità di figlio. Un sacramento di guarigione, perché il peccato ci ferisce. Gesù ci guarisce e ci ridà quella dignità di figli che noi perdiamo con il peccato. Perché l’altro risvolto sapete qual’è? Quando noi pecchiamo sapete cosa avviene dentro di noi? Quello che è successo al figliol prodigo. Anzi a questo figlio… E’ il padre che è misericordioso… Cosa succede a questo figlio? Pensate al tragitto che fa: và dal padre e gli dice: “Mi dai l’eredità che mi spetta?” Quand’è che ci spetta l’eredità? Se ci rimane qualcosa del babbo e della mamma è quando muoiono. Quindi questo figlio cosa ha detto al padre? Questo figlio sta dicendo al padre: “Tu per me sei morto. Non esisti”. Ok? Quando noi commettiamo il peccato facciamo la stessa e identica cosa. Il problema è che se il padre è morto tu sei orfano. L’esperienza del peccato ci fa fare questa cosa: ci smarriamo, ci perdiamo. Il peccato dentro di noi fa proprio questo.

Cosa fa il peccato? L’altra conseguenza è questa: ci mette fuori dalla casa del Padre. Sono orfano e alla fine arrivo ad essere anche povero, indigente.

Perché quest’uomo ritorna dal padre? Perché ha fame; perché è a digiuno. Non è tornato perché ama il padre. Il primo movimento di questo figlio non è l’amore per il padre, è il bisogno che ha. Si scopre che ha un bisogno. “Voglio mangiare. Almeno lì mi danno da mangiare”. Và bene? Tante volte noi ci andiamo a confessare per la stessa e identica motivazione. Perché mi sento male; perché mi sento sporco; perché mi sento così… Vero? Mica ci andiamo a confessare per amore di Dio. O no? Mi sbaglio? Il nostro primo moto, a volte, quando ci andiamo a confessare è proprio questo: perché scopriamo una condizione brutta e ho bisogno di… Và bene… Basta che si ritorni.

Allora… Nel ritorno di questo figlio noi cosa vediamo? Che il padre lo attendeva. Non vedeva l’ora che tornasse. Non si è dimenticato di lui. Questo succede nella confessione. Dio non si è dimenticato di noi. Anche se noi lo abbiamo ucciso come nostro padre, Lo abbiamo rifiutato; abbiamo voluto fare di testa nostra, fregandocene del Suo amore, Lui però non si stanca mai di noi. Non si dimentica mai di noi.

Il figlio ritorna e cosa succede? In quell’abbraccio il padre gli fa sperimentare tutto l’amore che ha e gli ridà la dignità di figlio: “Rivestitelo, anello al dito, calzari ai piedi”. Essere figlio, padrone e libero. Perché prima era schiavo.

Il peccato ci rende schiavi.

Vi ricordate, nel Vangelo di Giovanni, ad un certo punto Gesù, dopo la moltiplicazione dei pani, lo vogliono far re. Lui se ne và. Molti credettero in Lui per il segno. Che dice Gesù? Dice questo: “Se credete nel Figlio il Figlio vi farà conoscere la Verità e la Verità vi farà liberi”. E cosa dicono: “Ma noi siamo liberi! Siamo figli di Abramo. Non siamo schiavi di nessuno”. E Gesù dice: “Chiunque commette il peccato diventa schiavo del peccato”.

Tante volte noi facciamo tante cose… Non vorremmo farle, ma non sappiamo come fare a meno di fare quel peccato, perché siamo davvero schiavi. Nella confessione veniamo liberati da questa schiavitù. Và bene? Gesù ci ridà la libertà. Ci rimette in mano il dono più prezioso: la nostra volontà, la nostra libertà, che ci rende immagine e somiglianza di Dio. Capaci di avere una relazione nell’amore, perché l’amore si fa nella libertà, non nella costrizione. Riceviamo di nuovo la libertà, la dignità di figli. Entriamo nella gioia anche noi. Facciamo festa. Quel figlio ha fatto festa col padre. Per arrivare a questo, però, il figlio cosa ha dovuto fare? Capire che aveva bisogno di tornare; c’è tornato; ha chiesto perdono, ha riconosciuto il proprio peccato. Ha riconosciuto la propria miseria. Il padre non si è buttato addosso e subito gli ha detto: “Non vi preoccupate. Spogliatelo, mettetegli l’anello al dito…” No! Vi ricordate? Il figlio ha detto: “Tornerò da mio padre e gli dirò: Ho peccato contro il cielo e contro di te. Non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Fammi essere tuo servo. Mettimi tra i garzoni”. Quando è tra le braccia del padre il padre gli fa dire: “Ho peccato contro il cielo e contro di te. Non sono più degno di essere tuo figlio”. Gli fa prendere la coscienza di ciò che ha vissuto con il peccato. Così Dio ci rende responsabili, perché ci aiuta a capire il dono che abbiamo perso. Così quando ce lo ridà lo teniamo da conto. Non gli fa dire, però: “Tratta me come un servo”. Perché Dio non ci umilia mai. Non ha bisogno di umiliarci, nel senso di dire: “Ecco, vedi che te l’avevo detto…” Ha bisogno che noi comprendiamo quello che avevamo perso, per il nostro bene.

Voi che siete genitori. Quando diamo le cose troppo facili ai figli i figli non le apprezzano, vero? O no? Noi siamo uguali, perché siamo figli d’innanzi a Dio. Allora il Signore ha bisogno che noi ci rendiamo conto di quello che avevamo perso. Ecco quando vado dal sacerdote e dico i miei peccati. Dico i miei peccati… Non gli ha fatto sconti il padre. Và bene? Allora, quando vi andate a confessare non fatevi sconti! Non fatevi sconti.

Noi preti abbiamo a volte l’abitudine nefasta… Due sono gli atteggiamenti: O uccidiamo le persone – “come ti sei permesso” – oppure “ma non hai fatto nulla. Ma non ti preoccupare” Non è vero! Perché il tuo peccato è costato la vita di Cristo. Capiamolo questo. Per essere riconciliati con Dio Padre Gesù è dovuto andare sulla croce. Per essere riconciliati con il Padre Gesù ha dovuto attraversare la morte. Sapete cosa significa per Colui che è la vita dover attraversare la morte? E’ come se Gesù avesse rinnegato tutto ciò che Lui è. Lui che è la vita ha dovuto attraversare la morte. E’ una cosa che noi non possiamo neanche immaginare. Il peccato mio e vostro ha fatto questo. Allora… Né da una parte si deve uccidere la persona, ma neanche dall’altra, perché uccidiamo anche così, si deve omettere di far prendere coscienza di cos’è il peccato.

Và bene. Allora… Abbiamo bisogno di sperimentare cos’è il peccato. Non fatevi mai sconti. Mettetevi nella verità d’innanzi a Dio.

Quando vi andate a confessare preparatevi prima. Chiedete il dono dello Spirito Santo, Lui che è lo Spirito della Verità. Cosa dice Gesù’ “Se non vado al Padre non posso mandarvi il Consolatore, lo Spirito di Verità, Colui che vi porta la Verità tutta intera”. Ma la verità dell’Amore di Dio, di quanto Dio ti ama è la verità di te stesso, di chi sei realmente, di ciò che vivi dentro.

Lo Spirito è l’unico che può convincere, dice Gesù, in quanto al peccato, al giudizio, alla giustizia. Chi è che ci aiuta a comprendere la profondità di cos’è il peccato è lo Spirito Santo. Quindi non andatevi a confessare così: “Beh, vado…” “Padre, non so cosa dire”. “Cosa sei venuto a fare? potevi stare a casa”. Và bene? Ma non perché ho un blocco; perché non mi sono neanche messo lì a dire: “Signore, fammi capire qual’è il mio peccato.” Allora prepariamoci, perché è talmente grande il mistero che viviamo… Noi siamo abituati a buttare tutto: alla Messa andiamo 5 minuti dopo che è iniziata. Guai ad andarci prima. Magari ci viene il mal di pancia. A confessarci andiamo senza un minimo di preparazione… Ma Dio ci sta dando la vita lì. Abbiamo bisogno di comprendere quello che facciamo e preparare la nostra persona ad accogliere il dono di Dio.

Prima di confessarsi c’è la preghiera. Nella preghiera si sviluppa il pentimento. Il processo che fa il figlio è quello del pentimento, quello di tornare indietro, della conversione, che è la parte più importante del sacramento della Riconciliazione. Non è il segno di croce del prete: “Ti assolvo da tutti i tuoi peccati”. La parte più importante è il pentimento della persona. E il pentimento, quello vero, quello che Dio vuole che noi viviamo, non è quello di questo figlio. Probabilmente è cominciato con la fame e mentre tornava indietro si è anche reso conto di cosa è significato anche per il padre il suo allontanamento. Ma il pentimento che Dio vuole da noi è questo: comprendere alla Sua luce, alla luce dello Spirito Santo, che quello che noi abbiamo fatto – nelle parole, nei gesti, nei pensieri, nelle opere – è stato rifiutare l’Amore di Dio, dire “no” a Dio, vivere come se Dio non esistesse. Capire questo è avere nel cuore il dispiacere del dolore procurato a Dio. I genitori, quando i figli prendono strade brutte, come si sentono? Male, vero? Anche impauriti. Questo però procura sofferenza, giusto? Dio, che è davvero Padre, vive la stessa identica cosa.

Il pentimento mio deve essere questo. Non tanto perché mi vedo brutto, perché faccio schifo, perché non ne posso più della vita che faccio… Ho fame torno indietro.. Và bene, Dio si accontenta anche di questo. Ma il vero pentimento è essere dispiaciuti di aver dato dispiacere a Dio che è mio Padre. E’ il timore di Dio.

Una volta venne una mia amica – io ero già diventato frate – a parlare con me, perché era rimasta incinta e non era sposata. La sua preoccupazione era come dirlo al padre, ma non perché il padre fosse violento e chissà cosa avrebbe potuto farle, ma per il dispiacere che avrebbe potuto dare a questo padre. Questo dispiacere dobbiamo averlo verso Dio, che è davvero nostro Padre. Il timore di Dio. Il pentimento si inserisce qui. Capire alla luce di Dio ciò che ho vissuto; comprendere che ciò che ho vissuto è stato rinnegarLo; avere il cuore addolorato per questo. Non perché mi vedo brutto, non perché non vorrei essere così, non perché mi da fastidio quello che ho vissuto, non perché vorrei essere diverso… No. Perché ho fatto soffrire il cuore di mio Padre, che mi ama davvero dando il Suo Figlio per me.

E l’ultimo passaggio del pentimento è decidere di vivere diversamente. Perché se io non voglio vivere diversamente non c’è pentimento. E allora hai voglia a dire “ti assolvo”… Non succede nulla! Il perdono di Dio non scende, perché Dio non ti può dare ciò che tu non vuoi.

Abbiamo detto che l’amore si vive nella libertà. Dio non può darti il Suo Amore, la Sua Misericordia se tu non la vuoi. Quando non ti penti del peccato tu non vuoi l’Amore misericordioso di Dio. Pentirsi significa uscire dalle situazioni di peccato.

Sono sposato… Ho l’amante… Mi vado a confessare che sono dispiaciuto, ma non esco da quella situazione. Non c’è pentimento. Non scende la Misericordia di Dio.

Ho risentimento. Odio una persona. Capisco che è brutto, mi vado a confessare, ma non sono disposto a perdonare. Non c’è pentimento. Non succede nulla!

Difatti il nostro compito, come pastori, come amministratori della Misericordia di Dio, è quello di capire se c’è un pentimento. Alcune volte mi è capitato di non poter dare l’assoluzione. Non che non la vuoi dare… Non la puoi dare, perché non c’è il presupposto. Perché se non vuoi perdonare una persona…Hai voglia che io ti dica… Non succede nulla e se lo faccio ti inganno.

D: Quando Lei non da l’assoluzione la persona come reagisce?

R: male. E’ dispiaciuta, ma sono dispiaciuto più io di lei.

Devo farti capire che non succede nulla se non vuoi cambiare. Se non sei disposta a voler l’Amore di Dio, Dio ti lascia libero. Guardate che Dio rispetta la nostra libertà. Si fa impotente dinnanzi alla nostra libertà. Ecco perché la parte più importante di questo sacramento è il vostro pentimento, che si fa nella preghiera.

D: Che differenza c’è tra pentimento e rimorso?

R: Mettiamola così… Il rimorso è diverso anche dal senso di colpa. Il senso di colpa non serve a nessuno. Il senso di colpa è quello di Giuda che alla fine lo porta a suicidarsi. Il senso di colpa nasce dall’accusa che facciamo a noi stessi e dal non credere nell’amore di Dio, nella Misericordia di Dio. Nella possibilità che Dio mi perdoni. Dio non se ne fa nulla di questo. Dio ci fa vedere la nostra condizione miserevole e a volte neanche fino in fondo, perché a volte non siamo neanche in grado di portare questo peso. Ci fa vedere il tanto che basta perché noi diciamo: “Signore, io ho bisogno di essere perdonato, perché io davvero Ti ho offeso. Voglio il Tuo perdono”.

Il rimorso è la coscienza che in qualche modo mi dice che in quella cosa non ho fatto il bene. Poi sta a te accogliere questo. Se io accolgo questa cosa e chiedo perdono a Dio nasce il pentimento e mi vado a confessare. Se non lo faccio mi rimane lì. Il rimorso è quel richiamo che la coscienza fa a noi, dove Dio parla e dice: “Guarda che qui ti stai facendo male. Stai camminando nella via del male e non nel bene. Ravvediti. ChiediMi perdono”. Lì nasce il pentimento se io accetto questa cosa, altrimenti no. Ma il pentimento è quell’atto che io faccio; quella presa di coscienza dinnanzi alla luce di Dio. Perché il primo che fa il passo è sempre Dio. E’ Lui che viene a cercarmi.

Quando c’è il pentimento vero c’è la vera liberazione: dalle colpe e dalle pene. La colpa ci fa meritare l’Inferno, la pena è ciò che noi dovremmo scontare. Quando c’è il pentimento pieno il Sangue di Gesù cancella tutte e due. Quando non c’è il pentimento vero, ma c’è l’attrizione, si chiama in gergo questo chiedere a Dio perdono per altre motivazioni, ci viene cancellata la colpa, ma ci rimane la pena, che scontiamo o qui o in Purgatorio. Quando non c’è il pieno pentimento vuol dire che noi rimaniamo ancora attaccati a quel peccato. Non permettiamo al Sangue di Gesù di arrivare in fondo alla nostra volontà, tanto da sradicare questo attaccamento che noi abbiamo scelto attraverso il peccato. Ci rimane quel filo.

Il vero pentimento mi deve portare ad odiare il peccato. Non devo odiare né me stesso né gli altri, solo il peccato. Perché Dio odia il peccato; non odia l’essere umano, la Sua creatura. Ma il peccato lo odia. Il pentimento mi porta ad odiare il peccato. L’attrizione, invece, non mi porta ad odiare il peccato. Mi fa odiare le conseguenze del peccato, ma non il peccato. Quindi la mia volontà rimane ancora legata. Non perché Gesù non voglia liberarmi, non glieLo permetto io. Mi libera dalla colpa, ma mi rimane la pena. Permetto al Signore di purificarmi quando accolgo tutto ciò che vivo che può essere la sofferenza, l’umiliazione, … Quando l’accolgo e ne faccio un atto d’amore al Signore Lui purifica la mia volontà dagli attaccamenti al peccato. Se non lo faccio mi tocca farlo in Purgatorio. Vi assicuro che è meglio farlo di qua. Fidatevi. Cercate veramente di aprire il cuore di qua.

Andiamo davanti a Lui con la coscienza purificata dal Sangue di Suo Figlio.

Quindi… La parte più importante è il pentimento.

Poi c’è l’accusa dei peccati. Ogni peccato di cui sono consapevole e non lo accuso non mi viene perdonato. Non nascondeteveli i peccati, non vi serve! Invece di vergognarvi davanti al prete dovevate vergognarvi prima di fare il peccato. Non ha senso che ti vergogni dopo. Il prete non sta lì a pensare: “Guarda questo come fa schifo”. Può anche pensarlo… Ma cosa interessa! Non mi interessa questo. L’altro può pensare quello che vuole. Io sono lì per essere purificato dal Sangue di Gesù e poter riaccogliere l’Amore di Dio. Per tornare ad essere Suo Figlio. Allora il prete può pensare di me quello che vuole. Non mi interessa.

“Ma il prete si è arrabbiato!” Non vi interessa. L’importante è che voi siete pentiti, mettete il peccato lì e ricevete il perdono di Dio. Questo è l’essenziale. Se trovate quello che si arrabbia, se trovate quello che dice che và bene tutto, voi non vi preoccupate. Dite il vostro peccato.

La Madonna qui a Medjugorje, lo abbiamo sentito oggi, dice: “La confessione almeno una volta al mese”. Per fare un vero cammino cristiano dobbiamo confessarci almeno una volta al mese. Il minimo è una volta al mese. Ma se ci andiamo di più è ancora meglio. I santi si confessavano più spesso.

D: Se veniamo a dirLe, come Le ho detto prima “non so cosa dirLe”, Lei ci sgrida.

R: No. Infatti ti ho lasciato lo schema per l’esame di coscienza, in modo che quando vieni ti prepari.

Quindi, vi dicevo… Se trovate il sacerdote che vi dice “ma sei venuto 15 giorni fa, non serve; ma che peccati avrai mai fatto?”, dite al sacerdote: “A te non deve preoccupare questa cosa. Sei lì per me. Ti hanno fatto sacerdote per amministrare i beni di Dio a me che sono Suo figlio. Altrimenti potevi fare a meno di fare il prete”. Fidatevi che i sacerdoti, quando glielo dite, la prossima volta non ve lo diranno più. E neanche vi diranno nulla, perché sanno che è così.

Padre Pio si confessava una volta in settimana. L’ultimo periodo della vita una volta al giorno. Perchè quando veramente entri nella comunione profonda con Dio e con il Suo Amore comprendi anche il più piccolo “no”. Il più piccolo “no” ti pesa. Vuoi che Lui ti purifichi per poter gioire veramente della pienezza di questo Amore.

Iniziamo una volta al mese, ma se sentite l’esigenza fatelo anche più spesso, perché quando ci confessiamo Dio ci ridona la dignità di figli, la libertà dal peccato. Ci fa sperimentare l’Amore Suo, ma ci da anche le grazie per poter crescere nell’Amore di Dio. Ogni volta che ci confessiamo la luce di Dio risplende ancora di più dentro di noi, il che significa che siamo più capaci di dire di “sì” al bene e di dire “no” al male. Meno ci confessiamo e più ci sembra che non facciamo nulla e più teniamo i macigni sulla nostra coscienza.

La confessione frequente purifica anche la mia coscienza. La fa diventare più cristallina, capace di ricevere la luce di Dio in maniera più grande e quindi di corrispondere in maniera più grande all’amore di Dio. C’è una crescita. Quindi: non preoccupatevi di ciò che pensa il sacerdote, né se vi dice peste e corna né se vi dice che non avete fatto nulla. Voi confessate il vostro peccato e basta. Se vi dice che andate troppo spesso ditegli: “Tu sei lì per questo. Per donarmi il perdono di Dio. Siccome io ne ho necessità tu rimani lì”. Quando verrai la prossima volta non te lo dirà più.

E’ importante poi questo: non giustificatevi dei vostri peccati. “Padre, io chiedo perdono perché ho mandato a quel paese mio marito, però è stato lui.., perché lui mi ha detto questo, perché lui sa come io sono, perché mi ha detto quella cosa?” Ci stiamo giustificando. Quando ci giustifichiamo sapete cosa significa? Che diciamo a Gesù: “Tu potevi non morire per me, perché io mi salvo da solo”. Invece siate spietati con voi stessi. Il mio peccato è questo! E non trovo giustificazioni. Ma soltanto, Signore, mi fido della Tua Misericordia. Perdonami. Siate sicuri che Gesù vi dirà: “Non ti preoccupare. Io ho dato il Sangue per te”. Ci giustifica Lui, perché l’unico che può giustificare è Gesù. Non siamo noi. Quindi, non giustificatevi quando vi andate a confessare. Siate spietati. Chiamate per nome i vostri peccati e rimetteteli nella Misericordia di Dio.

Questo è l’iter della Confessione. Quando abbiamo una Confessione così davvero proviamo i benefici che sono la pace, l’amore, la gioia, il sentirsi più leggeri.

Ci sono alcuni peccati che facciamo fatica a riconoscere.

Altro peccato è la magia: farsi leggere le mani, le carte, portare amuleti, ricorrere a tutte queste cose orientali. Vanno tutte contro il primo comandamento: “Non avrai altro Dio all’infuori di Me”. Il reiki, la pranoterapia, lo yoga…“facciamo la ginnastica”… No, non è vero, perché è un modo di meditare della religione induista. Quando facciamo il mantra.. Il mantra è l’invocazione di una divinità. Lo yoga mi porta a fare che cosa? Ad unirmi con la divinità. Quindi quando pronuncio quel nome è il nome di una divinità. Ma ci può essere un altro Dio all’infuori della Trinità? No. Quindi cosa sto nominando? Che Dio sto nominando? Dietro c’è proprio tutto questo.

I ciakra. Non fatevi mettere le mani addosso. Non fatevi aprire nessun ciakra, perché dietro l’apertura dei ciakra c’è il risveglio della Kundalini. Sapete cos’è la Kundalini? E’ lo spirito del serpente che dalla punta della spina dorsale risale lungo tutta la spina e ti arriva in testa, perché così ti apre alla divinità attraverso i punti energetici.

Capite cosa c’è dietro? La Bibbia chiama l’antico serpente con un altro nome. Ti mette in contatto con la divinità… Quale? Perché per entrare in contatto con il Padre c’è solo una strada: Gesù Cristo, Unigenito Figlio di Dio, fattosi Carne nel grembo verginale di Maria. E’ attraverso di Lui che noi diventiamo una cosa sola con Dio Padre nello Spirito Santo. Non ci sono tecniche e non ci sono altri dei. Tutto questo và contro il primo comandamento che è il più grave.

Quando a Fatima la Madonna ha portato i tre pastorelli a vedere l’Inferno… perché l’Inferno esiste, è un dogma di fede, Catechismo della Chiesa Cattolica. Anche se il sacerdote vi dice che non è così, non credeteci. Perché se ve lo dice rispondete: “Tu sei ministro di Cristo e della Sua Chiesa, non delle tue idee”. Io non vi devo dire le mie idee. Vi devo dire il pensiero di Cristo attraverso la Sua sposa che è la Chiesa. Quindi l’esistenza dell’Inferno c’è nel Vangelo ed è un dogma di fede. Dogma significa che la Chiesa ha una verità chiara per cui diventa un dogma. Noi, con la nostra fede, dobbiamo dare l’assenso dell’intelletto e della nostra volontà. Quindi l’Inferno esiste.

La Madonna, quando ha portato i tre pastorelli di Fatima, tre bambini di 7, 9 e 11 anni, non si è preoccupata di dire: “Ah, poverini. Li spaventerò, Avranno paura”. perchè la verità è quella. Scusatemi… Ai vostri figli, quando erano piccoli, avevate paura di togliere la mano dalla presa della corrente? “No… Che se lo strattono magari viene il trauma al bimbo…” Ma se mette le due dita ti muore il bimbo, giusto? E tu gli dici: “No! Lì non si mettono. Lì si muore!”

La Madonna, che è mamma, ha fatto la stessa cosa. Se io dico che l’Inferno non esiste fate quello che volete. Non vi preoccupate…Vi faccio male. Quando la Madonna li ha portati a vedere l’Inferno, quando sono tornati Lucia scrive nella sua relazione – prendiamo Fatima, perché è stata approvata dalla Chiesa, così nessuno può dire nulla: “Era talmente l’odio di quelle anime dannate che se non ci fosse stata la Madonna a proteggerci saremmo morti per quell’odio”.

Lucia dice alla Madonna: “Mamma, ma qual’è il peccato più grave?’ E la Madonna risponde: “Il peccato più grave è l’idolatria”. Dare culto a qualcosa o a qualcuno che non è Dio. Consacrare la propria esistenza a qualcosa o qualcuno che non è Dio. La magia vi porta in questa direzione. L’induismo, la pranoterapia vi portano in questa direzione. Non c’è bisogno di Dio! Il reiki… “Ti guarisce l’energia universale! Ti guarisce il mio potere!” Questo è mettere un altro al posto di Dio, di Gesù Cristo, che è l’unico che ti guarisce dalle malattie del corpo e dello spirito. Questo và contro il primo comandamento che è il più grave. Quindi attenzione: confessateli questi peccati.

L’odio. Attenzione all’odio. Abbiamo ascoltato il secondo figlio oggi nella parabola, il quale non voleva perdonare suo fratello. Ma non perdonando suo fratello non è entrato alla festa. “Ma come? Tu hai perdonato lui che ha fatto questo, quello e quell’altro? Io non lo voglio perdonare”. Non è entrato alla festa. Bisogna perdonare, perché se non perdoni non entri alla festa dell’Amore di Dio! Quel figlio è rimasto lì. Quando non perdoniamo il male lo facciamo a noi stessi, perché ci mettiamo fuori dall’Amore di Dio. Ci mettiamo fuori dalla gioia di Dio. Ci mettiamo fuori dalla vita eterna.

Pensate che nel Padre Nostro, la preghiera dei figli, noi riconosciamo Dio come Padre, Gli chiediamo di santificare il Suo Nome, di realizzare il Suo Regno, di realizzare la Sua Volontà in noi come si vive in cielo, di donarci il pane quotidiano, di perdonarci i peccati, di aiutarci nella tentazione, di non farci soccombere dal maligno. Quindi chiediamo a Dio di fare Lui. Una cosa soltanto ci impegniamo a fare. Qual’è? Perdonare. Gesù l’ha messa così la preghiera. Una sola cosa. Difatti Gesù, se prendete i Vangeli, alla fine del Padre Nostro conclude: “Perché se non perdonerete di vero cuore ai vostri fratelli, il Padre vostro che è nei cieli non vi perdonerà”. Significa che quando noi non perdoniamo diciamo a Dio: “Non mi perdonare”. Allora hai voglia ad andare dal prete a dire: “Io voglio chiedere perdono di questo e quest’altro…” Se non sei disposto a perdonare, non c’è perdono che possa scendere su di te.

D: Il perdono è un processo o un atto di volontà?

R: Il perdono è un atto volontario come è l’amore… L’amore non è un sentimento. Perché se l’amore fosse un sentimento… Chi è sposato qui? Chi sta ancora col marito o con la moglie? Se l’amore fosse un sentimento vi sareste lasciati il giorno dopo il viaggio di nozze. Giusto? L’amore è un atto libero, di volontà. Noi scegliamo di volere il bene dell’altro. Questo possiamo farlo sempre. Anche quando dentro non lo sentiamo. Anche quando i nostri sentimenti dentro vanno all’opposto. Dentro sento questo, ma scelgo diversamente.

D: Possiamo perdonare e non voler vedere più queste persone?

R: No. Mi spiego in che senso…

D: Ma se io voglio perdonarlo e lui non vuole più vedermi?

R: Questa è un’altra questione. Un conto è che l’altro non voglia avere più niente a che fare con te, un conto è che io lo perdono, ma non voglio avere più niente a che fare con lui. Il primo và bene, perché non puoi costringere l’altro a volermi bene. Tu devi sanare la tua situazione.

Il processo del perdono parte da un atto di volontà, perché se tu non scegli di perdonare, non scegli di volere il bene dell’altro fino a dargli la vita, non può succedere, non può iniziare il processo. Il perdono è un atto anche divino. Ma Dio, come ho detto prima, non può donarti nulla, non può scendere in te, non può sanare il tuo cuore, se tu non lo vuoi.

D: Ma è lacrime e sangue…

R: Prova a chiedere a Gesù sulla croce cosa significava. Oh cara mia, hai voglia…

Nel processo del perdono Gesù ci fa fare un cammino. Se prendiamo il Vangelo ad un certo punto Gesù dice: “Vi fu detto ‘amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”, ma Io vi dico “amate i vostri nemici”.

Primo passo: scegli di volere il bene del nemico. Scegli di camminare in questo modo. Secondo: scopri di avere un nemico. Perché se io ti chiedo: Hai qualcuno a cui devi perdonare? “Ma no. Sono in pace con tutti…” Un’altra domanda: Ma c’è qualcuno che quando lo vedi provi in fondo al cuore un pò di amarezza per quello che hai vissuto? “Eh, si padre”. Benissimo… Diamo un nome al nostro nemico, perché se non so che ho un nemico non capisco che devo perdonare. Facciamo verità nei nostri cuori. Diamo un nome al nemico, perché devo poi scegliere di amare, di perdonare. “Amate i vostri nemici”. Una volta che ho scoperto che ho un nemico e sono disposto a camminare verso il perdono, Gesù dice il secondo passo: “Pregate per coloro che vi perseguitano”. Il primo punto: la preghiera. Perché? Perché quell’amore fino a dare la vita è l’Amore di Dio. E se non ti apri a Lui nella preghiera, perché Lui lo metta in te, tu non lo puoi dare, perché non ce l’hai.

Secondo passo: il cammino della preghiera.

Quando dico alla gente di perdonare dico: “Vai davanti all’Eucarestia ogni giorno e fai questa preghiera: “Gesù, guarda, io voglio perdonare come Tu mi chiedi. Aiutami in questo momento”. Indichi la persona e gli dici: “Alfonso (un nome ipotetico), ti perdono per quando mi hai fatto questo e questo”.

Secondo passo: benedire. Benedire significa volere la vita per l’altro. “Gesù, con Te voglio benedirlo”. “Alfonso, ti benedico per quando mi hai fatto questo e detto quest’altro”.

L’ultimo passo della preghiera del perdono è dire “grazie”. “Signore, Ti ringrazio per il dono di Alfonso. Grazie per quando mi hai fatto questo e quest’altro”. Perché quando dico “grazie” riconosco almeno due cose. Riconosco che nel mio dolore Gesù non mi ha abbandonato. Mi ha sostenuto. Perché se non ho fatto un gesto malsano, né verso di me né verso l’altro, vuol dire che Tu con la Tua grazia mi hai sostenuto. Secondo: dire “grazie” significa riconoscere che quel momento doloroso è stato anche un momento di grazia. Perché? Mi spiego. Se Gesù dice che non c’è amore più grande che dare la vita per i propri amici. Vuol dire che per amare fino a dare la vita ci deve essere qualcuno che questa vita me la deve chiedere. Gesù, quando parla della Sua croce che cosa dice? “E’ la Mia gloria”. “Padre, glorifica Tuo Figlio”. “Padre glorifica Tuo Figlio, perché il mondo sappia quanto Ti amo”. Gesù sta dicendo al Padre: “Papà, dammi la forza di andare sulla croce, perché Io possa andare sulla croce per far vedere al mondo quanto Ti amo davvero, fino a morire per Te”. Gesù parla della Sua croce come la gloria.

San Francesco diceva ai frati: “Guardate che i nostri veri benefattori sono quelli che ci perseguitano, perché soltanto loro ci aiutano ad amare come il Figlio di Dio, come Gesù”. Fino a dare la vita.

Questo significa convertirsi, cioè vedere la vita con gli occhi di Dio, per essere Suoi figli.

Ecco perché posso dire “grazie”. Guardate, fatela questa preghiera.Quand’è che scoprite se veramente avete perdonato, se il vostro cuore è libero? Quando, dopo aver fatto questa preghiera – a volte ci vuole un giorno, due giorni, un mese, un anno, dipende da come è la nostra ferita e da come apriamo il cuore a Cristo – arriva un momento che Gesù davvero purifica quella ferita in noi e lo scopro quando pensando a quella persona mi sento in pace. Addirittura sperimento la gioia per quella persona. Quando avviene questo – e avviene, ve lo garantisco per esperienza personale e per esperienza di coloro che hanno vissuto questa preghiera – allora avete perdonato.

Qual’è, allora, l’ultimo passaggio, perchè davvero il perdono diventi amore?

Nel terzo passaggio Gesù dice: “Fate del bene a coloro che vi fanno del male” Quando siamo disponibili a far loro del bene. Quando quella persona si troverà in difficoltà e arriverà, magari, a bussare alla porta o vado io a darle una mano o quando mi chiede una mano e io sono disposto a farlo, lì c’è la guarigione piena.

Questo è il processo del perdono.

D: Quindi ci sono tutti e due: la volontà e il processo.

R: Certo, perché se tu non vuoi non succede nulla.

D: Però non è istantaneo.

R: Non ho detto che è istantaneo. A volte può anche esserlo. Più lasciate il risentimento, la rabbia diventare odio, più difficile sarà sradicarlo. Quando fate l’orto a casa, se lo trascuri un pochino, l’erbetta da corta si è già radicata. Dopo ti tocca sradicare tutto l’orto per fare pulizia. Se, invece, l’avessi tolta quando era appena spuntata tiravi via facilmente anche le radici. Non ti costava nulla. Farlo dopo ti costa l’orto.

Lo stesso succede nel nostro cuore. Se lasciamo che la pianta del risentimento diventi rabbia, rancore e odio il processo contrario è doloroso. Quindi, se vi volete bene, perdonate subito, quando succedono queste cose. Davvero, fermatevi un attimo e fate questa preghiera fino a quando vedete che la pace scende nel cuore. Ti bastano 5 o 10 minuti. Se lo lasci lì sradicarlo dopo diventa difficile.

Và bene.

Io avrei finito.

Fonte: Trascrizione curata da Andrea Bianco – Fonte ML Informazioni da Medjugorje