LITURGIA DELLA PAROLA

Prima Lettura  Os  2, 14-15. 19-20
Ti farò mia sposa per sempre.

Dal libro del profeta Osea
Così dice il Signore:
« Ecco, la attirerò a me,
la condurrò nel deserto
e parlerò al suo cuore.

Là canterà
come nei giorni della sua giovinezza,
come quando uscì dal paese d’Egitto.

Ti farò mia sposa per sempre,
ti farò mia sposa
nella giustizia e nel diritto,
nella benevolenza e nell’amore,
ti fidanzerò con me nella fedeltà
e tu conoscerai il Signore ».

Salmo Responsoriale  Dal Salmo 44
Ecco lo sposo: andate incontro a Cristo Signore!

Ascolta, figlia, guarda, porgi l’orecchio,
dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre;
al re piacerà la tua bellezza.
Egli è il tuo Signore: pròstrati a lui.

La figlia del re è tutta splendore,
gemme e tessuto d’oro è il suo vestito.
E presentata al re in preziosi ricami.

Con lei le vergini compagne a te sono condotte;
guidate in gioia ed esultanza
entrano insieme nel palazzo dei re.

Seconda Lettura  2 Cor 4, 6-10. 16-18
La vita di Gesù si manifesta nei nostri corpi.

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 
Fratelli, Dio rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sui volto di Cristo.
Però noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi. Siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nei nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nei nostro corpo.
Per questo non ci scoraggiamo, ma se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno. Infatti il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione, ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria.

Canto al Vangelo   Gv 6,51
Alleluia, alleluia.

Vieni, Sposa di Cristo, ricevi la corona
che il Signore ti ha preparata per la vita eterna.
Alleluia.

  
Vangelo  
Gv 15, 4-10
Chi osserva i comandamenti del Signore, rimane nel suo amore.

Dal vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: « Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso, se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me, viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano.
Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.
Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti dei Padre mio e rimango nel suo amore ».

11 AGOSTO – SANTA CHIARA DI ASSISI, VERGINE

Fu la prima donna che si entusiasmò dell’ideale di san Francesco d’Assisi, con il quale fu sempre in profondi rapporti spirituali; aveva allora 18 anni. Si può dire che la sua vita religiosa, da quando fuggì da casa, seguita una quindicina di giorni dopo dalla sorella, sant’Agnese di Assisi, fu un continuo sforzo per giungere alla totale e perfetta povertà. Fondò con san Francesco il secondo ordine francescano che porta il suo nome: le Clarisse, in cui entrò pure la madre, Ortolana, e l’altra sorella, Beatrice. Passò la seconda metà della vita quasi sempre a letto perché ammalata, pur partecipando sovente ai divini uffici. Portando l’Eucaristia, salvò il convento da un attacco di Saraceni nel 1240. Morì a san Damiano, fuori le mura di Assisi, l’11 agosto, a sessant’anni.

 

 

Rifletti sulla povertà, umiltà e carità di Cristo

Dalla «Lettera alla beata Agnese di Praga» di santa Chiara, vergine
(Ed. I. Omaechevarria, Escritos de Santa Clara, Madrid 1970, pp. 339-341)

Felice certamente chi può esser partecipe del sacro convito, in modo da aderire con tutti i sentimenti del cuore a Cristo, la cui bellezza ammirano senza sosta tutte le beate schiere dei cieli, la cui tenerezza commuove i cuori, la cui contemplazione reca conforto, la cui bontà sazia, la cui soavità ricrea, il cui ricordo illumina dolcemente, al cui profumo i morti riacquistano la vita e la cui beata visione renderà felici tutti i cittadini della celeste Gerusalemme.
Poiché questa visione è splendore di gloria eterna, «riflesso della luce perenne, uno specchio senza macchia» (Sap 7, 26), guarda ogni giorno in questo specchio, o regina, sposa di Gesù Cristo. Contempla continuamente in esso il tuo volto, per adornarti così tutta interiormente ed esternamente, rivestirti e circondarti di abiti multicolori e ricamati, abbellirti di fiori e delle vesti di tutte le virtù, come si addice alla figlia e sposa castissima del sommo Re. In questo specchio rifulge la beata povertà, la santa umiltà e l’ineffabile carità. Contempla lo specchio in ogni parte e vedrai tutto questo.
Osserva anzitutto l’inizio di questo specchio e vedrai la povertà di chi è posto in una mangiatoia ed avvolto in poveri panni. O meravigliosa umiltà, o stupenda povertà! Il Re degli angeli, il Signore del cielo e della terra è adagiato in un presepio!
Al centro dello specchio noterai l’umiltà, la beata povertà e le innumerevoli fatiche e sofferenze che egli sostenne per la redenzione del genere umano.
Alla fine dello stesso specchio noterai l’umiltà, la beata povertà e le innumerevoli fatiche e sofferenze che egli sostenne per la redenzione del genere umano. Alla fine dello stesso specchio potrai contemplare l’ineffabile carità per cui volle patire sull’albero della croce ed in esso morire con un genere di morte di tutti il più umiliante. Perciò lo stesso specchio, posto sul legno della croce, ammoniva i passanti a considerare queste cose, dicendo: «Voi tutti che passate per la via, considerare e osservate se c’è un dolore simile al mio dolore!» (Lam 1, 12). Rispondiamo dunque a lui, che grida e si lamenta, con un’unica voce ed un solo animo: «Ben se ne ricorda e si accascia dentro di me la mia anima» (Lam 3, 20).
Così facendo ti accenderai di un amore sempre più forte, o regina del Re celeste.
Contempla inoltre le sue ineffabili delizie, le ricchezze e gli eterni onori, sospira con ardente desiderio ed amore del cuore, ed esclama: «Attirami dietro a te, corriamo al profumo dei tuoi aromi» (Ct 1, 3 volg.), o Sposo celeste. Correrò, né verrò meno fino a che non mi abbia introdotto nella tua dimora, fino a che la tua sinistra non stia sotto il mio capo e la tua destra mi cinga teneramente con amore (cfr. Ct 2, 4. 6).
Nella contemplazione di queste cose, ricordati di me, tua madre, sapendo che io ho scritto in modo indelebile il tuo ricordo sulle tavolette del mio cuore, ritenendoti fra tutte la più cara.

Letture dall’Ufficio delle Letture

Versetto
V. Ascolta, figlio, le mie parole,
R. porgi l’orecchio al mio discorso.

Prima Lettura
Dal libro del profeta Osea 11, 1-11

La misericordia di Dio non viene meno

Così dice il Signore:
«Quando Israele era giovinetto,
io l’ho amato
e dall’Egitto ho chiamato mio figlio.
Ma più li chiamavo,
più si allontanavano da me;
immolavano vittime ai Baal,
agli idoli bruciavano incensi.
Ad Efraim io insegnavo a camminare
tenendolo per mano,
ma essi non compresero
che avevo cura di loro.
Io li traevo con legami di bontà,
con vincoli d’amore;
ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia;
mi chinavo su di lui
per dargli da mangiare.
Ritornerà al paese d’Egitto,
Assur sarà il suo re,
perché non hanno voluto convertirsi.
La spada farà strage nelle loro città,
sterminerà i loro figli,
demolirà le loro fortezze.
Il mio popolo è duro a convertirsi:
chiamato a guardare in alto
nessuno sa sollevare lo sguardo.
Come potrei abbandonarti, Efraim,
come consegnarti ad altri, Israele?
Come potrei trattarti al pari di Adma,
ridurti allo stato di Zeboim?
Il mio cuore si commuove dentro di me,
il mio intimo freme di compassione.
Non darò sfogo all’ardore della mia ira,
non tornerò a distruggere Efraim,
perché sono Dio e non uomo;
sono il Santo in mezzo a te
e non verrò nella mia ira.
Seguiranno il Signore
ed egli ruggirà come un leone:
quando ruggirà, accorreranno
i suoi figli dall’occidente,
accorreranno come uccelli dall’Egitto,
come colombe dall’Assiria
e li farò abitare nelle loro case.
Oracolo del Signore».

Responsorio    Cfr. Os 11, 8. 9; Ger 31, 3
R. Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione, dice il Signore. * Non sfogherò l’ardore della mia ira, perché sono Dio e non uomo.
V. Ti ho amato di amore eterno, per questo ti conservo ancora pietà.
R. Non sfogherò l’ardore della mia ira, perché sono Dio e non uomo.

Seconda Lettura

Dal «Dialogo della Divina Provvidenza» di santa Caterina da Siena, vergine
(Cap. 13, libero adattamento; cfr. ed. I. Taurisano, Firenze, 1928, I, pp. 43-45)

Dio, abisso di carità

Signore mio, volgi l’occhio della tua misericordia sopra il popolo tuo e sopra il corpo mistico della santa Chiesa. Tu sarai glorificato assai più perdonando e dando la luce dell’intelletto a molti, che non ricevendo l’omaggio da una sola creatura miserabile, quale sono io, che tanto t’ho offeso e sono stata causa e strumento di tanti mali.
Che avverrebbe di me se vedessi me viva, e morto il tuo popolo? Che avverrebbe se, per i miei peccati e quelli delle altre creature, dovessi vedere nelle tenebre la Chiesa, tua Sposa diletta, che è nata per essere luce?
Ti chiedo, dunque, misericordia per il tuo popolo in nome della carità increata che mosse te medesimo a creare l’uomo a tua immagine e somiglianza.
Quale fu la ragione che tu ponessi l’uomo in tanta dignità? Certo l`amore inestimabile col quale hai guardato in te medesimo la tua creatura e ti sei innamorato di lei. Ma poi per il peccato commesso perdette quella sublimità alla quale l’avevi elevata.
Tu, mosso da quel medesimo fuoco col quale ci hai creati, hai voluto offrire al genere umano il mezzo per riconciliarsi con te. Per questo ci hai dato il Verbo, tuo unico Figlio. Egli fu il mediatore tra te e noi. Egli fu nostra giustizia, che punì sopra di sé le nostre ingiustizie. Ubbidì al comando che tu, Eterno Padre, gli desti quando lo rivestisti della nostra umanità. O abisso di carità! Qual cuore non si sentirà gonfio di commozione al vedere tanta altezza discesa a tanta bassezza, cioè alla condizione della nostra umanità?
Noi siamo immagine tua, e tu immagine nostra per l’unione che hai stabilito fra te e l’uomo, velando la divinità eterna con la povera nube dell’umanità corrotta di Adamo. Quale il motivo? Certo l’amore.
Per questo amore ineffabile ti prego e ti sollecito a usare misericordia alle tue creature.

Responsorio    Sal 100, 1-3
R. Amore e giustizia voglio cantare, voglio cantare inni a te, o Signore. * Camminerò con cuore integro, dentro la mia casa.
V. Agirò con saggezza nella via dell’innocenza: quando verrai a me?
R. Camminerò con cuore integro, dentro la mia casa.

DOTTRINA – Fra’Crispino Lanzi

UNZIONE DEGLI INFERMI

(Gc. 5, 13 ss.)

Gesù verso gli ammalati ha usato sempre tanta attenzione, bontà e dolcezza, e a loro favore ha operato molti miracoli. Continua ancor oggi a donare conforto e a compiere sorprendenti guarigioni, specialmente per mezzo della Madonna. Ebbene, lo stesso Gesù ha provveduto affinché nelle malattie gravi e nel concludersi di una vita ci fosse una sorgente di grazie: il Sacramento dell’Unzione degli infermi, che nel passato veniva impropriamente chiamata Estrema Unzione.

1. È UN VERO SACRAMENTO istituito da Gesù. È adombrato nel Vangelo di S. Marco che scrive: “Gli Apostoli predicavano che la gente si convertisse, scacciavano molti demoni, ungevano di olio molti infermi e li guarivano” (1).

È raccomandato e promulgato dall’Apostolo S. Giacomo con queste parole: “Chi è ammalato, chiami a sè i presbiteri della Chiesa e preghino su di lui dopo averlo unto con olio nel nome del Signore. E la preghiera fatta con fede solleverà il malato: il Signore lo rialzerà, e se ha commesso peccati gli saranno perdonati” (2).

La Tradizione parla di questo Sacramento fino dai tempi antichi, specialmente nella Liturgia, sia in Oriente come in Occidente.

Questo Sacramento, scrive Sertillanges, “è un atto di maternità da parte della Chiesa. Avendo generato questo figlio e avendolo guidato nella vita, essa deve essere lì all’ultima ora. Il morente si abbandona a lei ed essa si piega sopra di lui teneramente” (3).

A chi va amministrato? Risponde il Vaticano II: “L’unzione degli infermi non è soltanto il Sacramento di coloro che si trovano in estremo pericolo di vita. Perciò il tempo opportuno per riceverlo ha certamente inizio quando il fedele per malattia o per vecchiaia comincia a essere in pericolo di morte” (4).

Il Rituale Romano, nell’introduzione (n.8 e 11) specifica:

“L’Unzione si deve dare a quei fedeli il cui stato di salute risulta seriamente compromesso per malattia o vecchiaia. Per valutare la gravità del male è sufficiente un giudizio prudente o probabile, senza inutili ansietà”. “Ai vecchi, per l’indebolimento delle forze, si può dare la sacra Unzione, anche se non risultassero affetti da alcuna grave malattia”.

Come va amministrato? Il Sacerdote, in silenzio, impone le mani sul capo dell’ammalato poi lo unge con l’olio benedetto sulla fronte e nelle mani a forma di croce. L’Unzione sulla fronte raffigura la purificazione della memoria, della fantasia, dell’intelligenza, della volontà. L’Unzione nelle mani raffigura la purificazione di tutta l’attività umana. Venga il Sacerdote con l’Olio santo! Ascoltiamolo: Ungendo la fronte dirà: “Per questa santa Unzione e la sua piissima misericordia ti aiuti il Signore con la grazia dello Spirito Santo. Amen”. E, ungendo le mani proseguirà: “e, liberandoti dai peccati ti salvi e nella sua bontà ti sollevi. Amen”. L’anima ha peccato per mezzo del corpo, Gesù guarisce l’anima ungendo il corpo, e dà l’ultima pennellata di perfezione all’anima affinché diventi un capolavoro del Signore e possa presentarsi candida, luminosa e serena al tribunale di Cristo Dio.

2. L’OLIO SANTO DEVE ESSERE RICEVUTO PER TEMPO E CON FEDE: È stoltezza dire: Chiama il Prete per l’Olio Santo solo quando non capisco più niente! Forse che se devi regolare dei conti di grande importanza o se devi combinare un grosso affare con qualcuno tu dici: Lo farò quando non capirò più nulla? Non sai che qui si tratta di regolare i conti i più importanti e i più urgenti, quelli con Dio prima che l’anima si presenti davanti a Lui per essere giudicata? Lo sai che qui si può decidere della tua salvezza eterna o della tua dannazione eterna?

Quante persone ingannano i loro parenti lontani da Dio o poco religiosi che si trovano in pericolo di morte, nascondendo loro la gravità della malattia e non esortandoli, con grande delicatezza, a regolare i loro conti con Dio mediante i Sacramenti; e li lasciano morire senza Confessione, senza Comunione, senza l’Unzione degli infermi e senza preghiera: mai come in questo caso si avverano pienamente le parole di Dio: I più grandi “nemici dell’uomo saranno quelli di casa sua” (5). Poi vogliono giustificarsi con questa falsa scusa: Non volevamo spaventarli. Ma se un cieco, per ipotesi, corre, senza accorgersi, verso un orribile precipizio, chi, anche a costo di spaventarlo, non gli griderebbe a squarcia gola: Fermati! Ebbene chi non vive religiosamente, chi sta in peccato grave, è in pericolo di precipitare in un baratro ben più orribile da cui non potrà mai uscire. In inferno nulla est redemptio: dall’inferno, non si uscirà mai più. A un leggero timore iniziale, subentrerà nell’anima, mediante questo sacramento, una grande pace e una indefinibile gioia.

Si rifletta bene che Cristo Dio, nella sua infinita misericordia, manda a noi i suoi Sacerdoti con i Sacramenti durante la vita e soprattutto in pericolo di morte, non perché li trattiamo come degli spaventapasseri o come dei becchini, ma perché li accogliamo come gli inviati da Dio e come i più grandi amici e benefattori e come coloro che realmente ci portano la speranza, il perdono, la grazia, la serenità, la pace dell’anima, la gioia perfino nel dolore e nell’agonia, e ci spalancano gli orizzonti del Cielo.

Il rimandare l’Unzione degli infermi all’ultimo momento della vita, costituisce, esclamava Pio XI, “un errore mortale che priva molti malati di aiuti tanto necessari e di beni spirituali assai preziosi, impedisce la guarigione di parecchi e può essere causa di morte e di perdizione eterna”.

Comportiamoci come il sommo scienziato Ampaire, religiosissimo e molto devoto della Madonna, il quale, quando a Parigi infierì il colera, disse: “Nel caso che fossi assalito dal male, chiamatemi prima il Prete e poi penserete a chiamare il medico”. Così vuole Gesù, il quale al paralitico prima perdonò i peccati e solo dopo lo guarì nel corpo.

3. L’UNZIONE DEGL’INFERMI PORTA MERAVIGLIOSI FRUTTI, quando è ricevuta con piena fede, con intenso dolore e con grande amore a Gesù.

Accresce la grazia santificante se l’ammalato è già nell’amicizia con Dio. Cancella i peccati gravi se l’infermo non è più in grado di confessarsi, ma è veramente pentito. Nel caso che abbia perduto la conoscenza, il pentimento è necessario e sufficiente che l’abbia avuto prima di perdere la lucidità mentale.

Dona fiducia nell’amore misericordioso di Gesù nell’ora in cui l’ammalato avverte che gli anni sono passati veloci, e che forse tanto tempo è stato sprecato nel peccato o per lo meno nella tiepidezza, che tante grazie di Dio sono venute invano, che tante opere buone si potevano e si dovevano fare e non si sono fatte. Quando pensando a tutto questo e in seguito a forti tentazioni del demonio, l’infermo è in procinto di venir assalito dalla più cupa disperazione, ecco che questo grande Sacramento gli fa sentire e quasi toccare con mano la dolce presenza di Gesù, infinitamente buono e misericordioso, che incoraggia, consola, guarisce, perdona, rende l’anima gioiosa, ricca, bella.

Fortifica l’anima: come gli antichi atleti si ungevano il corpo con l’olio per fortificare le membra prima di entrare in gara, così quest’Olio benedetto infonde nuove forze per sostenere e vincere le ultime battaglie che Satana sferrerà nel momento più decisivo della vita mediante tentazioni, dubbi sulle verità di fede, ecc.; e così quella diventerà l’ora delle più grandi vittorie.

Santifica ogni sofferenza; conforta nel dolore; spesso porta miglioramento alla salute; a volte porta perfino la guarigione. Cancella gli ultimi residui del peccato; spesso ottiene la remissione plenaria delle colpe e di tutte le pene temporali dovute ai peccati, così verrà evitato il soggiorno in Purgatorio.

Inoltre illumina la mente con la luce della fede, della speranza e con la certezza del Paradiso; e, se la morte è vicina, infonde tanto desiderio di vedere Gesù risorto da far dire a parenti e amici: “Arrivederci per sempre nel Regno del Cristo glorioso!”.

ESEMPIO. La Venerabile Genoveffa De Troia, francescana secolare di Foggia (1887-1949). Tutta la sua vita fu una continua preparazione al Sacramento dell’Unzione degli infermi e una continua santificazione del dolore. È una grande eroina della sofferenza. Già a quattro anni apparve in lei la prima delle tante piaghe inguaribili che martirizzarono il suo corpo, che ben presto divenne tutto ricoperto di piaghe che consumavano la carne, scalfivano le ossa. Il piede destro diventò un moncherino congiunto all’arto da una sottile lamina di cartilagine; il cranio lentamente si era quasi del tutto consumato.

Era in comunicazione spirituale con P. Pio che viveva a S. Giovanni Rotondo. Essendo poverissima, le fu prestata, in carità, una cameretta ove visse fino alla morte. Ogni giorno una pia persona medicava quelle innumerevoli piaghe. Visse quel martirio lento e ininterrotto per oltre 50 anni senza mai una sola parola di lamento. E quando i dolori erano più acuti ripeteva: “Viva Gesù!” “Tutto per Gesù!” Stava in continua preghiera. Aveva sempre la corona del Rosario in mano. Faceva tanto apostolato a favore soprattutto di persone afflitte e non credenti che spesso andavano a farle visita per ricevere conforto e parole di fede. Definiva i suoi dolori: “I doni del Cielo”, “i regali di Gesù”, “le perle dell’anima”. Ripeteva: “Sto bene perché soffro, starei male se non soffrissi”. “Le ore di dolore sono sempre ore di grazia”. “È mio dovere pregare, soffrire, offrire”.

Il P. Pio da Pietrelcina ha detto di lei: “È una cima dello Spirito S., pronta a spiccare il volo per il paradiso”.

L’Unzione degli infermi trovò un’anima preparatissima, alla quale diede l’ultima pennellata di perfezione prima che una santa morte la trasferisse nel Regno eterno. Il suo corpo riposa a Foggia, nella chiesa dell’Immacolata dei Cappuccini. Molte persone implorano e ottengono da lei tante grazie.

Sull’esempio di Genoveffa la nostra vita sia una continua preparazione a una santa morte e a ricevere con tanti frutti spirituali questo grande Sacramento. Tutta la nostra eternità dipende dal genere di morte che faremo come esclamava S. Agostino: “O momentum aeternitatis”: o momento da cui dipende tutta la nostra eternità!

PROPOSITO. Raccomandiamo alla Madonna i moribondi di oggi, e supplichiamola per le ultime ore della nostra vita terrena.

(1) Mc. 6, 12 s.

(2) Gc. 5, 13 ss.

(3) Sertillanges, “Catechismo degli adulti”

(4) “La sacra liturgia” 73

(5) Mt. 10, 36, e Mich. 7, 6

“First take the log out of your own eye”

The Gospel of Matthew: a commentary & meditation 


“First take the log out of your own eye”

Scripture:  Matthew 7:1-5

1 “Judge not, that you be not judged.  2 For with the judgment you pronounce you will be judged, and the measure you give will be the measure you get.  3 Why do you see the speck that is in your brother’s eye, but do not notice the log that is in your own eye?  4 Or how can you say to your brother, `Let me take the speck out of your eye,’ when there is the log in your own eye?  5 You hypocrite, first take the log out of your own eye, and then you will see clearly to take the speck out of your brother’s eye.

Meditation: Everybody is a critic, but nobody wants to be judged or condemned.  Then why is judgementalism so rampant, even among Christians?   “Thinking the best of other people” is necessary if we wish to grow in love.  And kindliness in judgment is nothing less that a sacred duty.  The Rabbis warned people:  “He who judges his neighbor favorably will be judged favorably by God.”  How easy it is to misjudge and how difficult it is to be impartial in judgment. Our judgment of others is usually “off the mark” because we can’t see inside the person, or we don’t have access to all the facts, or we are swayed by instinct and unreasoning reactions to people. It is easier to find fault in others than in oneself.

Jesus states a heavenly principle we can stake our lives on: what you give to others (and how you treat others) will return to you.  The Lord knows our faults and he sees all, even the imperfections and sins of the heart which we cannot recognize in ourselves.   Like a gentle father and a skillful doctor he patiently draws us to his seat of mercyand removes the cancer of sin which inhabits our hearts. Do you trust in God’s mercy and grace?  Ask the Lord to flood your heart with his loving-kindness and mercy that you may only have room for charity and forbearance towards your neighbor.

“O Father, give us the humility which realizes its ignorance, admits its mistakes, recognizes its need, welcomes advice, accepts rebuke.  Help us always to praise rather than to criticize, to sympathize rather than to discourage, to build rather than to destroy, and to think of people at their best rather than at their worst.  This we ask for thy name’s sake.  (Prayer of William Barclay, 20th century)

GIOVANNI PAOLO II UDIENZA GENERALE Mercoledì, 11 aprile 1979

1. Durante la quaresima, la Chiesa, riferendosi alle parole di Cristo, all’insegnamento dei profeti dell’Antico Testamento, alla propria tradizione secolare, ci esorta ad una particolare solidarietà con tutti coloro che soffrono, e che, in qualsiasi modo, sperimentano la povertà, la miseria, l’ingiustizia, la persecuzione. Ne abbiamo parlato mercoledì scorso, continuando le nostre riflessioni quaresimali sull’attuale significato della penitenza, che si esprime attraverso la preghiera, il digiuno e l’elemosina. L’esortazione alla solidarietà, in nome di Cristo, con tutte le tribolazioni e le necessità dei nostri fratelli, e non soltanto con quelli che entrano nel raggio del nostro occhio e della nostra mano, ma con tutti, perfino con le grida delle anime e dei corpi tormentati, è quasi l’essenza stessa del vivere spiritualmente il periodo della Quaresima nell’esistenza della Chiesa. Nell’ultima settimana di Quaresima – dopo tale preparazione (e soltanto dopo di essa!) – la Chiesa ci esorta ad una particolare ed eccezionale solidarietà con lo stesso Cristo sofferente. Sebbene l’essere coscienti della passione di Cristo ci accompagni lungo tutte le settimane di questo periodo, tuttavia soltanto questa settimana, l’unica nel senso pieno della parola, è la settimana della Passione del Signore. È la Settimana Santa. Il richiamo ad una particolare ed eccezionale solidarietà con Cristo sofferente si fa sentire verso la fine del periodo quaresimale. Si fa sentire quando è già maturato in noi l’atteggiamento di conversione spirituale, e specialmente il senso di solidarietà con tutti i nostri fratelli che soffrono. Ciò corrisponde alla logica della rivelazione: l’amore di Dio è il primo e il più grande comandamento, ma non può adempiersi fuori dell’amore dell’uomo. Non si adempie senza di esso.

2. Nello stesso tempo i più profondi e i più potenti impulsi dell’amore debbono scaturire da questa Settimana, nella quale siamo chiamati ad una particolare, ed eccezionale, solidarietà con Cristo, nella sua passione e morte in Croce. “Dio infatti ha tanto amato il mondo” – l’uomo nel mondo – “da dare il suo figlio unigenito” (Gv 3,16). L’ha dato alla passione e alla morte. Contemplando questa rivelazione d’amore che parte da Dio e va verso l’uomo nel mondo, non possiamo fermarci, ma dobbiamo riprendere la via “del ritorno”: via del cuore umano che va verso Dio, la via dell’amore. La Quaresima – e soprattutto la Settimana Santa – deve essere, in ogni anno della nostra vita nella Chiesa, un nuovo inizio di questa “via dell’amore”. La Quaresima si identifica, come vediamo, col punto culminante della rivelazione dell’amore di Dio per l’uomo.

Pertanto la Chiesa ci esorta a soffermarci in modo del tutto particolare ed eccezionale accanto a Cristo, solo presso di lui. Ci esorta a sforzarci – come San Paolo – (almeno in questa settimana) a “non sapere altro… se non Gesù Cristo e questi crocifisso” (1Cor 2,2). Tale esortazione, la Chiesa la rivolge a tutti: non soltanto a tutta la comunità dei credenti, a tutti i seguaci di Cristo, ma anche a tutti gli altri. Fermarsi davanti a Cristo che soffre, ritrovare in se stesso la solidarietà con lui: ecco il dovere e il bisogno di ogni cuore umano, ecco la verifica della sensibilità umana. In ciò si manifesta la nobiltà dell’uomo. La Settimana Santa è quindi il tempo della più ampia apertura della Chiesa verso l’umanità e insieme il tempo-vertice dell’evangelizzazione: attraverso tutto ciò che durante questi giorni la Chiesa pensa e dice di Cristo, attraverso il modo in cui vive la sua passione e morte, attraverso la sua solidarietà con lui, la Chiesa ritorna, anno dopo anno, alle stesse radici della sua missione e del suo salvifico annunzio. E se in questa Settimana Santa la Chiesa, più che parlare, tace, lo fa perché tanto più possa parlare il Cristo stesso. Quel Cristo che Papa Paolo VI chiamò primo e perenne Evangelizzatore (cf. Paolo VI, Evangelii Nuntiandi, 7).

3. L’evangelizzazione si attua con l’aiuto delle parole. Proprio le parole di Cristo pronunciate durante la sua passione hanno una enorme forza di espressione. Si può anche dire che esse sono luogo di particolare incontro con ogni uomo; esse sono l’occasione e la ragione per manifestare una grande solidarietà. Quante volte torniamo a quel che gli Evangelisti hanno registrato come filo conduttore della preghiera di Cristo nell’orto degli Olivi? “Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice” (Mt 26,39). Non dice così ogni uomo? Non sente così ogni uomo nella sofferenza, nella tribolazione, di fronte alla croce? “Passi da me…”. Quanta profonda verità umana è contenuta in questa frase! Cristo, come vero uomo, ha sentito ripugnanza di fronte alla sofferenza: “Cominciò a provare tristezza e angoscia” (Mt 26,37) e disse: “Passi da me…”, non venga, non mi raggiunga! Bisogna accettare tutta l’espressione umana, tutta la verità umana di queste parole, per saperle congiungere con quelle di Cristo: “Se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!” (Mt 26,39). Ogni uomo, trovandosi di fronte alla sofferenza, sta davanti ad una sfida… È questa soltanto una sfida della sorte? Cristo dà la risposta, dicendo: “come vuoi tu”. Non si rivolge ad una sorte, ad una “cieca sorte”. Parla a Dio. Al Padre. Alle volte questa risposta non ci basta, perché essa non è l’ultima parola, ma la prima. Non possiamo comprendere né Getsemani, né Calvario se non nel contesto dell’intero evento pasquale. Di tutto il mistero.

4. Nelle parole della passione di Cristo vi è un incontro particolarmente intenso dell’“umano” col “divino”. Lo dimostrano già le parole del Getsemani. In seguito Cristo piuttosto tacerà. Dirà una frase a Giuda. Poi a coloro che Giuda ha condotto nell’orto del Getsemani per arrestarlo. Poi ancora a Pietro. Davanti al Sinedrio non si difende, ma rende testimonianza. Così anche davanti a Pilato. Invece davanti ad Erode “non rispose nulla” (Lc 23,9). Durante il supplizio si avverano le parole di Isaia: “Era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca” (Is 53,7). Le sue ultime parole cadono dall’alto della Croce. Esse si spiegano nel loro insieme col decorso dell’evento, con l’orribile supplizio e, nello stesso tempo, attraverso di esse, nonostante la loro brevità e concisione, traspare ciò che è “divino” e “salvifico”. Risentiamo il senso “salvifico” delle parole rivolte alla Madre, a Giovanni, al buon ladrone, come pure delle parole che si riferivano ai crocifissori. Sconvolgenti sono le ultime parole rivolte al Padre: ultima eco ed insieme quasi continuazione della preghiera del Getsemani. Cristo dice: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 27,46), ripetendo le parole del Salmista (cf. Sal 22,1). Nel Getsemani aveva detto: “Se è possibile, passi da me questo calice” (Mt 26,39). Ed ora, dall’alto della croce, ha pubblicamente confermato che il “calice” non è stato allontanato, che deve berlo fino in fondo. Tale è la volontà del Padre. Difatti, l’eco della preghiera del Getsemani è quest’ultima parola: “Tutto è compiuto” (Gv 19,30). E infine soltanto queste: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46).

L’agonia di Cristo. Prima quella morale nel Getsemani. Poi quella morale e fisica insieme, sulla Croce. Nessuno, come Cristo, ha così profondamente manifestato il tormento umano del morire, proprio perché era Figlio di Dio; perché l’“umano” e il “divino” costituivano in lui una misteriosa unità. Perciò anche quelle parole della Passione di Cristo, così penetrantemente umane, rimarranno per sempre una rivelazione della “divinità” che in Cristo si è legata all’umanità, nella pienezza dell’unità personale. Si può dire: era necessaria la morte di Dio-Uomo, affinché noi, eredi del peccato originale, vedessimo che cosa è il dramma nella morte dell’uomo.

Dobbiamo, in questa Settimana Santa, pervenire ad una particolare solidarietà con Cristo sofferente, crocifisso e agonizzante, per ritrovare nella nostra vita la vicinanza di ciò che è “divino” e di ciò che è “umano”. Dio ha deciso di parlarci col linguaggio dell’amore che è più forte della morte.

Accogliamo questo messaggio.

Catechesi sui Comandamenti: 5. L’idolatria

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Continuiamo oggi a meditare il Decalogo, approfondendo il tema dell’idolatria, ne abbiamo parlato la settimana scorsa. Ora riprendiamo il tema perché è molto importante conoscerlo. E prendiamo spunto dall’idolo per eccellenza, il vitello d’oro, di cui parla il Libro dell’Esodo (32,1-8) – ne abbiamo appena ascoltato un brano. Questo episodio ha un preciso contesto: il deserto, dove il popolo attende Mosè, che è salito sul monte per ricevere le istruzioni da Dio.

Che cos’è il deserto? È un luogo dove regnano la precarietà e l’insicurezza – nel deserto non c’è nulla – dove mancano acqua, manca il cibo e manca il riparo. Il deserto è un’immagine della vita umana, la cui condizione è incerta e non possiede garanzie inviolabili. Questa insicurezza genera nell’uomo ansie primarie, che Gesù menziona nel Vangelo: «Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?» (Mt 6,31). Sono le ansie primarie. E il deserto provoca queste ansie.

E in quel deserto accade qualcosa che innesca l’idolatria. «Mosè tardava a scendere dal monte» (Es 32,1). È rimasto lì 40 giorni e la gente si è spazientita. Manca il punto di riferimento che era Mosè: il leader, il capo, la guida rassicurante, e ciò diventa insostenibile. Allora il popolo chiede un dio visibile – questo è il tranello nel quale cade il popolo – per potersi identificare e orientare. E dicono ad Aronne: «Fa’ per noi un dio che cammini alla nostra testa!», “Facci un capo, facci un leader”. La natura umana, per sfuggire alla precarietà – la precarietà è il deserto – cerca una religione “fai-da-te”: se Dio non si fa vedere, ci facciamo un dio su misura. «Davanti all’idolo non si rischia la possibilità di una chiamata che faccia uscire dalle proprie sicurezze, perché gli idoli “hanno bocca e non parlano” (Sal 115,5). Capiamo allora che l’idolo è un pretesto per porre se stessi al centro della realtà, nell’adorazione dell’opera delle proprie mani» (Enc. Lumen fidei, 13).

Aronne non sa opporsi alla richiesta della gente e crea un vitello d’oro. Il vitello aveva un senso duplice nel vicino oriente antico: da una parte rappresentava fecondità e abbondanza, e dall’altra energia e forza. Ma anzitutto è d’oro, perciò è simbolo di ricchezza, successo, potere e denaro. Questi sono i grandi idoli: successo, potere e denaro. Sono le tentazioni di sempre! Ecco che cos’è il vitello d’oro: il simbolo di tutti i desideri che danno l’illusione della libertà e invece schiavizzano, perché l’idolo sempre schiavizza. C’è il fascino e tu vai. Quel fascino del serpente, che guarda l’uccellino e l’uccellino rimane senza potersi muovere e il serpente lo prende. Aronne non ha saputo opporsi.

Ma tutto nasce dall’incapacità di confidare soprattutto in Dio, di riporre in Lui le nostre sicurezze, di lasciare che sia Lui a dare vera profondità ai desideri del nostro cuore. Questo permette di sostenere anche la debolezza, l’incertezza e la precarietà. Il riferimento a Dio ci fa forti nella debolezza, nell’incertezza e anche nella precarietà. Senza primato di Dio si cade facilmente nell’idolatria e ci si accontenta di misere rassicurazioni. Ma questa è una tentazione che noi leggiamo sempre nella Bibbia. E pensate bene questo: liberare il popolo dall’Egitto a Dio non è costato tanto lavoro; lo ha fatto con segni di potenza, di amore. Ma il grande lavoro di Dio è stato togliere l’Egitto dal cuore del popolo, cioè togliere l’idolatria dal cuore del popolo. E ancora Dio continua a lavorare per toglierla dai nostri cuori. Questo è il grande lavoro di Dio: togliere “quell’Egitto” che noi portiamo dentro, che è il fascino dell’idolatria.

Quando si accoglie il Dio di Gesù Cristo, che da ricco si è fatto povero per noi (cfr 2 Cor 8,9), si scopre allora che riconoscere la propria debolezza non è la disgrazia della vita umana, ma è la condizione per aprirsi a colui che è veramente forte. Allora, per la porta della debolezza entra la salvezza di Dio (cfr 2 Cor 12,10); è in forza della propria insufficienza che l’uomo si apre alla paternità di Dio. La libertà dell’uomo nasce dal lasciare che il vero Dio sia l’unico Signore. E questo permette di accettare la propria fragilità e rifiutare gli idoli del nostro cuore.

Noi cristiani volgiamo lo sguardo a Cristo crocifisso (cfr Gv 19,37), che è debole, disprezzato e spogliato di ogni possesso. Ma in Lui si rivela il volto del Dio vero, la gloria dell’amore e non quella dell’inganno luccicante. Isaia dice: «Per le sue piaghe noi siamo stati guariti» (53,5). Siamo stati guariti proprio dalla debolezza di un uomo che era Dio, dalle sue piaghe. E dalle nostre debolezze possiamo aprirci alla salvezza di Dio. La nostra guarigione viene da Colui che si è fatto povero, che ha accolto il fallimento, che ha preso fino in fondo la nostra precarietà per riempirla di amore e di forza. Lui viene a rivelarci la paternità di Dio; in Cristo la nostra fragilità non è più una maledizione, ma luogo di incontro con il Padre e sorgente di una nuova forza dall’alto.

Daily Reflection

Your people awaited the salvation of the just. Wisdom 18

May your kindness, O LORD, be upon us
who have put our hope in you.
 Psalm 33

Faith is the realization of what is hoped for
and evidence of things not seen.
 Hebrews 11

“Do not be afraid any longer, little flock,
for your Father is pleased to give you the kingdom. …
Much will be required of the person entrusted with much,
and still more will be demanded of the person entrusted with more.”
 Luke 13

On my retreat this summer, I found that my prayer – relationship with Jesus – came to a simple and fairly “new” place. I just had read a piece which asked – asked me personally – “To whom do you belong?” and “Do I believe what I say I believe?” I found myself chewing these questions and returning to the simple – graced – realization that, if I really belong to the Lord (in whom I am baptized and whose servant I desire to be) and if I really believe what I say I believe (that I have nothing to fear because Jesus has overcome the power of sin and death) then I should be a much more joyful, trusting and courageous person.

Jesus is laying it out for us today. We really have nothing to fear. Of course, that confronts the fact that we live with a lot of fears. We live, too often, in a self-protective mode, as though we can “control” how safe and secure we are. Jesus is inviting us to live more freely because our life is in his hands and because we are going to enjoy eternal life in his kingdom forever and ever.

I’ve found myself, since that retreat, asking for the grace to live with daily trust, to walk with deeply joy in my heart – even in the midst of challenging things – and to ask myself more often if I’m being courageous enough in taking risks to love more completely, to witness my faith by the ways I am self-sacrificing in my care, and to open my heart to better hear the cry of the poor, so I might be a better advocate for those without a voice. Asking for the grace alone give me more courage to find steps in these directions in the here and now of each day.

I’m not always successful, and I am by no means a model of a person in solidarity with the poor. But, desiring makes a difference. I believe it is also a step in the direction of “being ready,” as Jesus describes it. Not out of fear. Not with anxiety. Being in better communion with Jesus each day, remembering that I belong to him, and to him alone, frees me from all the messages of the culture around me. It frees me from so desperately trying to live in both worlds, to give myself to companionship with the Lord, in half measures. And, most of all, the anticipation Jesus talks about tastes more like longing – a desire to be with the one who loves me so unconditionally and completely.

May you find me eager for your coming, Lord, fully engaged in being one with you, here and now, where your people most need this simple disciple to be.

Daily Light on the Daily Path

Hebrews 2:14  Therefore, since the children share in flesh and blood, He Himself likewise also partook of the same, that through death He might render powerless him who had the power of death, that is, the devil,

2 Timothy 1:10  but now has been revealed by the appearing of our Savior Christ Jesus, who abolished death and brought life and immortality to light through the gospel,

Isaiah 25:8  He will swallow up death for all time, And the Lord GOD will wipe tears away from all faces, And He will remove the reproach of His people from all the earth; For the LORD has spoken.

1 Corinthians 15:54-57  But when this perishable will have put on the imperishable, and this mortal will have put on immortality, then will come about the saying that is written, “DEATH IS SWALLOWED UP in victory. • “O DEATH, WHERE IS YOUR VICTORY? O DEATH, WHERE IS YOUR STING?” • The sting of death is sin, and the power of sin is the law; • but thanks be to God, who gives us the victory through our Lord Jesus Christ.

2 Timothy 1:7  For God has not given us a spirit of timidity, but of power and love and discipline.

Psalm 23:4  Even though I walk through the valley of the shadow of death, I fear no evil, for You are with me; Your rod and Your staff, they comfort me.

 

La conversione

La conversione


La conversione è la risposta alla chiamata di Dio, un vero dono che Egli ci offre e che noi acettiamo; per il quale noi, illuminati dalla fede, riconosciamo Gesù Cristo, Dio, il solo, il vero e l’unico Dio, il nostro Dio e il nostro tutto, come lo chiamava S. Francesco d’Assisi, e per Lui abbandoniamo le vie del peccato per seguire quelle della grazia.

1) Vari sono i modi per cui si può intendere la Conversione.
Anzitutto come il passaggio di un peccatore dallo stato di colpa a quello di grazia; e in questo senso è sinonimo di giustificazione; oppure come il passaggio da una religione falsa alla vera religione. Ma nel senso più stretto essa comporta un rinnovamento interiore della vita espresso nei seguenti modi:
a) Rinuncia al peccato.
b) Pentimento di averlo commesso.
e) Volontà ferma di evitarlo in avvenire.
d) Amore di Dio sopra ogni cosa.
e) Proposito di incominciare una vita nuova nell’adempimento dei doveri religiosi e nell’esercizio delle più belle virtù cristiane. La vera conversione richiede una jicavca, cioè un mutamento di opinione: un cambiamento di rotta nel mare della vita. La conversione non è possibile senza un intervento di Dio, che spinge l’uomo a mutare la volontà, attirandola a sé. L’azione di Dio sulla volontà del peccatore si chiama grazia attuale.

2) Le vie della conversione sono diverse e proprie di ogni convertito, ma tutte includono la chiamata di Dio e la sua offerta come eccitamento al bene nelle circostanze più varie della vita. (cfr. Conc. Trid., Sess. VI, capp. 5-7).
Non sono le azioni del peccatore, che meritano questa grazia, la quale è offerta a tutti dalla bontà di Dio. Acconsentendo e cooperando a tale grazia, il peccatore si dispone alla conversione, sempre sotto l’influsso di Dio che illumina la mente e commuove la volontà. L’uomo non è però inerte sotto la grazia, ma vitalmente opera con il suo consenso: e può anche respingere la luce e la buona ispirazione, chiudendosi nel disordine del suo peccato. Avviene dell’accettazione della grazia proveniente da parte del peccatore come avviene della parola di Dio, di cui parla Gesù Cristo nella parabola del seminatore (cfr. Lc. 8,4-18).
Nel caso più comune, seguendo i buoni pensieri e i buoni sentimenti, che si svegliano in lui, fortificati dalla lettura, dalla riflessione, dalla preghiera e dall’uso frequente dei sacramenti, il peccatore è sulla soglia della conversione; entra nella preparazione positiva ad essa con un atto di fede, con cui aderisce alla parola di Dio, ritenendo vero ciò che Dio ha rivelato e ha promesso specialmente circa la giustificazione del peccatore per mezzo della grazia, ottenutaci dal sacrificio di Cristo; e, sentendosi nella miseria del peccato, viene scosso salutarmente dal timore dei castighi di Dio, ma più ancora commosso dalla sua misericordia; si sente confortato dalla speranza del perdono e comincia ad amare Dio come fonte della giustizia; e quindi concepisce odio e detestazione per i suoi peccati, arrivando così alla vera penitenza. A questo punto la conversione è completa e segue la grazia santificante, che rinnova l’animo, facendogli amare Dio più di tutti i beni creati (il cui amore lo aveva traviato) portandolo a sentire gli stessi sentimenti di S. Paolo: «Ma tutte queste cose, che per me erano guadagni, io le ho stimate una perdita per amore di Cristo. Anzi, considero tutto una perdita difronte alla suprema cognizione di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale mi sono privato di tutto e tutto ho stimato immondizia, allo scopo di guadagnare Cristo e ritrovarmi in Lui non con la mia giustizia che deriva dalla legge, ma con quella che si ottiene con la fede in Cristo, giustizia che viene da Dio e riposa sulla fede. Così conoscerò Cristo e la potenza della sua risurrezione, così parteciperò ai suoi patimenti, riproducendo in me la morte sua, nella speranza di giungere, a Dio piacendo, alla risurrezione dai morti» (Fil. 3,7-11).

3) Per arrivare a capire bene quanto sopra detto, è opportuno ricordare le parabole della conversione: la pecorella smarrita (Lc. 15,1-7), la dramma perduta (Lc. 15,8-10), il figliuol prodigo (Lc. 15,11-32).
Infine è necessario mettere in pratica l’insegnamento di Gesù al riguardo. «Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino: convertitevi e credete al vangelo» (Mc. 1,15). E ancora: «In verità vi dico: se non vi convertite e non diventate come i fanciulli, non entrerete nel Regno dei Cieli» (Mt. 18,3).
«In verità vi dico: Chi non accoglierà il Regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso» (Mc.10,15).
Come si vede, per arrivare alla vera conversione, alla santità e alla salvezza dell’anima è indispensabile diventare come i bambini, semplici e umili, perché solo ad essi il Signore svela i misteri del Regno di Dio.
«Ti ringrazio, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché tu hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te» (Le. 10,21).