LITURGIA DELLA PAROLA

Prima Lettura  2 Cor 9, 6-10
Dio ama chi dona con gioia.

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi
Fratelli, tenete presente questo: chi semina scarsamente, scarsamente raccoglierà e chi semina con larghezza, con larghezza raccoglierà. Ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia.
Del resto, Dio ha potere di far abbondare in voi ogni grazia perché, avendo sempre il necessario in tutto, possiate compiere generosamente tutte le opere di bene. Sta scritto infatti:
«Ha largheggiato, ha dato ai poveri,
la sua giustizia dura in eterno».
Colui che dà il seme al seminatore e il pane per il nutrimento, darà e moltiplicherà anche la vostra semente e farà crescere i frutti della vostra giustizia.  

Salmo Responsoriale  Dal Salmo 111
Beato l’uomo che teme il Signore.

Beato l’uomo che teme il Signore
e nei suoi precetti trova grande gioia.
Potente sulla terra sarà la sua stirpe,
la discendenza degli uomini retti sarà benedetta.

Felice l’uomo pietoso che dà in prestito,
amministra i suoi beni con giustizia.
Egli non vacillerà in eterno:
eterno sarà il ricordo del giusto.

Egli dona largamente ai poveri,
la sua giustizia rimane per sempre,
la sua fronte s’innalza nella gloria. 

Canto al Vangelo   Gv 18,12
Alleluia, alleluia.

Chi segue me, non camminerà nelle tenebre,
ma avrà la luce della vita, dice il Signore.
Alleluia.

  
Vangelo  
Gv 12, 24-26
Se il chicco di grano muore, produce molto frutto.

Dal vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto.
Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna.
Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà».

10 AGOSTO SAN LORENZO Diacono e Martire (+ 258) Festa

LETTURE: 2 Cor 9, 6-10; Sal 111; Gv 12, 24-26

  

Un antico documento del 354, la Depositio martyrum, ricorda fra gli altri santi anche il popolare diacono della Chiesa di Roma, sepolto il 10 agosto presso l’Ager Veranus (l’attuale cimitero grande di Roma) sulla via Tiburtina: lì vi è ora la basilica in suo onore. La sua figura già nel IV secolo appare aureolata di leggenda. Arrestato assieme al papa Sisto II, Lorenzo non sarebbe stato subito ucciso (perché i persecutori speravano di strappargli i beni della comunità cristiana) ma bruciato vivo alcuni giorni più tardi, dopo che egli aveva dichiarato di non possedere altre ricchezze che i poveri a lui affidati dalla Chiesa. La sua festa era di precetto fino al secolo scorso e gli elementi della liturgia della vigilia e del giorno sono presenti nei più antichi Sacramentari. L’esempio di Lorenzo, caduto in terra come grano pronto per la semina, ha portato frutti abbondanti, suscitando una schiera di generosi giovani a servizio della Chiesa e dei poveri.
Il diaconato (= servizio) è sempre stato un ufficio di primo piano nelle assemblee liturgiche. Il Concilio lo ha rimesso in luce, facendone anche un ministero permanente e «a sé stante», con caratteristiche liturgiche e caritative tutte proprie.

 

Fu ministro del sangue di Cristo

Dai «Discorsi» di sant’Agostino, vescovo  (Disc. 304, 14; PL 38, 1395-1397)
Oggi la chiesa di Roma celebra il giorno del trionfo di Lorenzo, giorno in cui egli rigettò il mondo del male. Lo calpestò quando incrudeliva rabbiosamente contro di lui e lo disprezzò quando lo allettava con le sue lusinghe. In un caso e nell’altro sconfisse satana che gli suscitava contro la persecuzione.
San Lorenzo era diacono della chiesa di Roma. Ivi era ministro del sangue di Cristo e là, per il nome di Cristo, verso il suo sangue.
Il beato apostolo Giovanni espose chiaramente il mistero della Cena del Signore, dicendo: «Come Cristo ha dato la sua vita per noi, così anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (1 Gv 3, 16). Lorenzo, fratelli, ha compreso tutto questo. L’ha compreso e messo in pratica. E davvero contraccambio quanto aveva ricevuto in tale mensa. Amò Cristo nella sua vita, lo imitò nella sua morte.
Anche noi, fratelli, se davvero amiamo, imitiamo. Non potremmo, infatti, dare in cambio un frutto più squisito del nostro amore di quello consistente nell’imitazione del Cristo, che «patì per noi, lasciandoci un esempio, perché ne seguiamo le orme» (1 Pt 2, 21). Con questa frase sembra quasi che l’apostolo Pietro abbia voluto dire che Cristo patì solamente per coloro che seguono le sue orme, e che la passione di Cristo giova solo a coloro che lo seguono. I santi martiri lo hanno seguito fino all’effusione del sangue, fino a rassomigliarli nella passione. Lo hanno seguito i martiri, ma non essi soli. Infatti, dopo che essi passarono, non fu interrotto il ponte; né si è inaridita la sorgente, dopo che essi hanno bevuto.
Il bel giardino del Signore, o fratelli, possiede non solo le rose dei martiri, ma anche i gigli dei vergini, l’edera di quelli che vivono nel matrimonio, le viole delle vedove. Nessuna categoria di persone deve dubitare della propria chiamata: Cristo ha sofferto per tutti. Con tutta verità fu scritto di lui: «Egli vuole che tutti gli uomini siano salvati, e arrivino alla conoscenza della verità» (1 Tm 2, 4).
Dunque cerchiamo di capire in che modo, oltre all’effusione del sangue, oltre alla prova della passione, il cristiano debba seguire il Maestro. L’Apostolo, parlando di Cristo Signore, dice: «Egli, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio». Quale sublimità!
«Ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso» (Fil 2, 7-8). Quale abbassamento!
Cristo si è umiliato: eccoti, o cristiano l’esempio da imitare. Cristo si è fatto ubbidiente: perché tu ti insuperbisci? Dopo aver percorso tutti i gradi di questo abbassamento, dopo aver vinto la morte, Cristo ascese al cielo: seguiamolo. Ascoltiamo l’Apostolo che dice: «Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio» (Col 3, 1).

Letture dall’Ufficio delle Letture

Versetto
V. Mi afferra l’angoscia e l’oppressione,
R. ma la tua parola mi sostiene

Prima Lettura
Dagli Atti degli Apostoli 6, 1-6; 8, 1. 4-8

I sette ministri eletti dagli apostoli
In quei giorni, mentre aumentava il numero dei discepoli, sorse un malcontento fra gli ellenisti verso gli Ebrei, perché venivano trascurate le loro vedove nella distribuzione quotidiana. Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: «Non è giusto che noi trascuriamo la parola di Dio per il servizio delle mense. Cercate dunque, fratelli, tra di voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di saggezza, ai quali affideremo quest’incarico. Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al ministero della parola». Piacque questa proposta a tutto il gruppo ed elessero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timòne, Parmenas e Nicola, un proselito di Antiochia. Li presentarono quindi agli apostoli i quali, dopo aver pregato, imposero loro le mani.

(Dopo l’uccisione di Stefano) scoppiò una violenta persecuzione contro la chiesa di Gerusalemme e tutti, ad eccezione degli apostoli, furono dispersi nelle regioni della Giudea e della Samaria.
Quelli però che erano stati dispersi andavano per il paese e diffondevano la parola di Dio.
Filippo, sceso in una città della Samaria, cominciò a predicare loro il Cristo. E le folle prestavano ascolto unanimi alle parole di Filippo sentendolo parlare e vedendo i miracoli che egli compiva. Da molti indemoniati uscivano spiriti immondi, emettendo alte grida e molti paralitici e storpi furono risanati. E vi fu grande gioia in quella città.

Responsorio   Cfr. Mt 10, 32; Gv 12, 26
R. Chi mi confesserà davanti agli uomini, dice il Signore, * anch’io lo confesserò davanti al Padre mio che è nei cieli.
V. Se uno mi vuol servire, mi segua; e dove sono io, là sarà anche il mio servo;
R. anch’io lo confesserò davanti al Padre mio che è nei cieli.

Seconda Lettura
Dai «Discorsi» di sant’Agostino, vescovo  (Disc. 304, 14; PL 38, 1395-1397)

Fu ministro del sangue di Cristo
Oggi la chiesa di Roma celebra il giorno del trionfo di Lorenzo, giorno in cui egli rigettò il mondo del male. Lo calpestò quando incrudeliva rabbiosamente contro di lui e lo disprezzò quando lo allettava con le sue lusinghe. In un caso e nell’altro sconfisse satana che gli suscitava contro la persecuzione.
San Lorenzo era diacono della chiesa di Roma. Ivi era ministro del sangue di Cristo e là, per il nome di Cristo, versò il suo sangue.
Il beato apostolo Giovanni espose chiaramente il mistero della Cena del Signore, dicendo: «Come Cristo ha dato la sua vita per noi, così anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (1Gv 3,16). Lorenzo, fratelli, ha compreso tutto questo. L’ha compreso e messo in pratica. E davvero contraccambiò quanto aveva ricevuto in tale mensa. Amò Cristo nella sua vita, lo imitò nella sua morte.
Anche noi, fratelli, se davvero amiamo, imitiamo. Non potremmo, infatti, dare in cambio un frutto più squisito del nostro amore di quello consistente nell’imitazione del Cristo, che , patì per noi, lasciandoci un esempio, perché ne seguiamo le orme» (1Pt 2,21). Con questa frase sembra quasi che l’apostolo Pietro abbia voluto dire che Cristo patì solamente per coloro che seguono le sue orme, e che la passione di Cristo giova solo a coloro che lo seguono. I santi martiri lo hanno seguito fino all’effusione del sangue, fino a rassomigliargli nella passione. Lo hanno seguito i martiri, ma non essi soli. infatti, dopo che essi passarono, non fu interrotto il ponte; né si è inaridita la sorgente, dopo che essi hanno bevuto.
Il bel giardino del Signore, o fratelli, possiede non solo le rose dei martiri, ma anche i gigli dei vergini, l’edera di quelli che vivono nel matrimonio, le viole delle vedove. Nessuna categoria di persone deve dubitare della propria chiamata: Cristo ha sofferto per tutti. Con tutta verità fu scritto di lui: «Egli vuole che tutti gli uomini siano salvati, e arrivino alla conoscenza della verità» (1Tm 2,4).
Dunque cerchiamo di capire in che modo, oltre all’effusione del sangue, oltre alla prova della passione, il cristiano debba seguire il Maestro. L’Apostolo, parlando di Cristo Signore, dice: «Egli, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio». Quale sublimità!
«Ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso» (Fil 2,7-8). Quale abbassamento!
Cristo si è umiliato: eccoti, o cristiano, l’esempio da imitare. Cristo si è fatto ubbidiente: perché tu ti insuperbisci? Dopo aver percorso tutti i gradi di questo abbassamento, dopo aver vinto la morte, Cristo ascese al cielo: seguiamolo. Ascoltiamo l’Apostolo che dice: «Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio»(Col 3,1).

Responsorio    Cfr. Sal 17, 3
R. Il martire Lorenzo proclamava ad alta voce: Adoro il vero Dio, e servo a lui solo; * perciò non mi spaventa la tortura.
V. Dio è il mio aiuto, in lui ho fiducia:
R. perciò non mi spaventa la tortura.

DOTTRINA – Fra’Crispino Lanzi

LA GRAZIA SANTIFICANTE

(DONO DELLO SPIRITO)

(2 Pt. I, 1-11 Mt. 22, 1-14)

“La Chiesa vive per l’infusione dello Spirito Santo – afferma Paolo VI – infusione che chiamiamo GRAZIA, cioè dono per eccellenza, carità, amore del Padre, a noi comunicato in virtù della redenzione operata da Cristo, nello Spirito Santo. Che cosa c’è di più bello e di più grande che vivere in Grazia?”.

Pochi cristiani sanno rispondere a questa domanda: Che cos’è la Grazia?

Eppure la Grazia costituisce la sostanza del cristianesimo. Un grande scienziato e grande credente, Enrico Medi, scrive: “Qual’è la sostanza del cristianesimo? E’ la persona divina di Gesù che attraverso la sua natura divina e la sua natura umana prende la nostra persona umana e la inserisce nella vita divina” (1).

La Grazia santificante è detta “abituale” perché abita nell’anima e la riveste come un abito: si distingue dalle “grazie attuali” che sono illuminazioni alla mente e aiuti alla volontà per agire bene.

E’ un dono gratuito di Dio: L’amore e i doni degli uomini molto spesso sono egoistici: si ama e si dona per averne un vantaggio; invece Dio ama e dona soltanto per la nostra felicità. I nostri doni sono, quasi sempre, come il fare un deposito in banca: si fa per ritirare, a suo tempo, tutto il dono e anche gli interessi. Invece Dio ci dona la grazia unicamente per amore e nonostante che siamo figli di genitori (Adamo ed Eva) ribelli, e noi stessi tante volte ingrati a Dio medesimo.

La Grazia è tutto un mondo di meraviglie, tanto che se Dio non ce l’avesse rivelate, noi non avremmo mai potuto immaginare delle realtà così stupende.

1. LA GRAZIA CI RENDE “PARTECIPI DELLA NATURA DI DIO”, afferma S. Pietro (2). Con queste parole S. Pietro ci ha dato la più bella definizione della Grazia. Dalla partecipazione alla natura divina provengono tutti gli altri aspetti estasianti della Grazia.

S. Paolo usa l’immagine dell’olivo selvatico che viene innestato: “sei stato reciso dall’oleastro che eri secondo la tua natura e contro la tua natura sei stato innestato su un olivo buono” (3): con la Grazia, la natura di Dio, la vita stessa di Dio viene come innestata nella mia natura umana, che, così, diventa divinizzata, e posso esclamare con S. Paolo : “Non son più io che vivo, ma è Cristo Dio che vive in me” (4). Anche tutte le mie opere sono divinizzate e quindi meritevoli del premio divino (il Paradiso) perché è Dio che le compie in me.

In altre parole, come il ferro gettato nel fuoco diventa infuocato e acquista le proprietà del fuoco, così l’anima che si immerge nell’amore di Dio diventa divinizzata e acquista proprietà divine.

Chiarifichiamo il concetto di natura e di supernatura: Se il sasso potesse vegetare e crescere, avrebbe una super-natura: quella dell’animale. Se l’animale potesse ragionare e fare compiti e imparare la lezione, avrebbe una super-natura: quella dell’uomo. Ma queste cose non sono mai avvenute. Se l’uomo potesse avere delle qualità che sono soltanto di Dio, avrebbe una super–natura: la natura di Dio. Ebbene, questo avviene sempre quando l’uomo dice “si” all’amore di Dio ossia quando accoglie la Grazia santificante; in quel momento acquista una supernatura cioè la natura di Dio (come partecipazione), ed entra nell’ordine soprannaturale, e acquista il diritto a un premio soprannaturale. Quindi la Grazia ci rende dei veri super–uomini. Soltanto il cristianesimo esalta veramente l’uomo.

Il nazismo distingueva le persone in super–uomini che erano i tedeschi, i quali perciò dovevano essere esaltati e dovevano dominare il mondo (da questa teoria è scoppiata la seconda guerra mondiale), e in uomini–vermi che erano tutti i non tedeschi (persone da sopprimere o schiavizzare).

Il marxismo (che – come afferma il Card. Biffi, – “è la più grande menzogna dei tempi moderni”) ha mutilato orribilmente l’uomo togliendogli l’anima spirituale e immortale e rendendolo – come ripeteva, nelle chiese e nelle piazze, il P. Francesco Samoggia – rendendolo soltanto un “tubo digerente” perché lo considera solo materia e quindi con soli bisogni economici.

Il laicismo lottando per distaccare la società, la scuola, l’uomo da Dio, sta lavorando per la formazione di uomini-mostri, disponibili ad essere utilizzati dagli opposti estremismi.

L’umanesimo senza Cristo Dio, è disumano. Il vero umanesimo è soltanto quello cristiano che è un superumanesimo.

2. LA GRAZIA CI RENDE FIGLI DI DIO: l’uomo per la sola natura umana è creatura di Dio; soltanto la partecipazione alla natura di Dio lo rende figlio di Dio. Conseguentemente, chi non è in Grazia, è semplice creatura di Dio (come un fiore, un uccello, un albero). Solo chi è in Grazia di Dio, teologicamente parlando, è figlio di Dio.

Il Vangelo afferma: Gesù “a quanti l’hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati” (5).

L’apostolo S. Giovanni, estasiato davanti a questa sublime e consolante verità, esclama: “Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio e lo siamo realmente! Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio” (6).

Dunque la Grazia ci dona una nuova nascita: fa dell’uomo redento (dice S. Pietro) un “neonato” (7). Nessun medico può render giovane un uomo vecchio, invece la grazia ci fa, spiritualmente, creatura nuova, giovane, come afferma S. Paolo: “Se uno è in Cristo egli è una creatura nuova: l’uomo vecchio è sparito, ecco il nuovo è sorto” (8).

Chi è in peccato, è vecchio decrepito nell’anima, ancorché conti 15 o 20 anni: il peccato è il vecchiume spirituale.

Chi è in grazia di Dio è giovanissimo nell’anima, ancorché abbia 80 o 90 anni.

3. LA GRAZIA DI DIO CI FA EREDI DI DIO. Gesù nel colloquio con Nicodemo dice: “Se uno non rinasce da acqua e da Spirito Santo (ossia se non nasce, mediante il Battesimo, come figlio di Dio) non può entrare nel Regno di Dio” (9).

S. Paolo ripete con insistenza: “Che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre! Quindi non sei più schiavo, ma figlio; e se figlio sei anche erede per volontà di Dio”. E ancora: “Lo Spirito Santo attesta al nostro spirito che noi siamo figli di Dio. E se siamo figli siamo anche eredi: eredi di Dio e coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare alla sua gloria” (10).

4. LA GRAZIA DI DIO CI RENDE ABITAZIONE DI DIO.

Dio ama tanto la persona che lo ama, che non vuole aspettare il suo ingresso in Paradiso per diventare suo ospite, ma subito va ad abitare in lei.

E’ Gesù stesso che ce l’assicura: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (11).

S. Giovanni dice: “Dio è amore e chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui” (12).

S. Paolo esclama: “Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Santo è il tempio di Dio che siete voi” (13). Dove c’è Dio ci sono gli Angeli e i Santi: c’è il Paradiso. Nell’anima in Grazia c’è Dio; dunque essa è un Paradiso incominciato sulla terra! (Anima caelum est!).

La B. Elisabetta della Trinità spesso ripeteva: “Ho trovato il mio Cielo sulla terra, perché il Cielo è Dio e Dio è nell’anima mia”. Meditando e vivendo intensamente questa dolce verità, in breve tempo è diventata una grande santa.

Attenzione: Un solo peccato grave ci strappa il tesoro infinito della Grazia.

Senza grazia – dice S. Agostino – non siamo più uomini, poiché “l’uomo vero è composto di corpo, di anima e di Dio nell’anima ossia di Grazia santificante”.

Senza “carità” teologale ossia senza Grazia – afferma S. Paolo – siamo “niente, nulla, cèmbali dal suono fesso” (14).

Con la Grazia siamo tutto e non potremmo essere più grandi: “Dopo la dignità di Gesù Cristo non c’è al mondo dignità più alta dell’anima in grazia di Dio: né Dio stesso poteva elevarci a dignità più alta di questa” (15).

Con la Grazia siamo santi e immacolati e straordinariamente belli: dicono molti santi con S. Teresa d’Avila: “Se tu vedessi la bellezza di un’anima in stato di grazia, il tuo corpo si spezzerebbe come un’argilla, non potendo contenere la gioia da cui tutto il tuo essere sarebbe inondato”

Ascolta l’esortazione del grande Papa S. Leone Magno: “Riconosci, o cristiano, la tua dignità. Diventato partecipe della natura divina, non ritornare con una condotta sregolata alla tua antica bassezza… Ricordati che, strappato alla potenza delle tenebre, sei stato trasferito nel regno della luce”.

ESEMPIO. S. Ignazio, eletto da S. Pietro Vescovo di Antiochia, è condannato a morte per la sua fede in Cristo Dio, e dovrà subire il martirio a Roma, gettato in pasto alle belve. Allora subito scrive una lettera stupenda “alla Chiesa che ha la presidenza nella regione dei Romani”. La scrive per esortare accoratamente i cristiani di Roma a non impedire il suo martirio. Ecco alcune sue espressioni: “Annunzio che morrò volentieri per Iddio se voi non me lo impedite. Lasciate che io sia pasto delle belve per mezzo delle quali mi è dato di raggiungere Dio. Sono frumento di Dio, e sarò macinato dai denti delle fiere per divenire pane puro di Cristo. Sollecitate piuttosto le fiere perché diventino mio sepolcro. Oh! quando avrò la gioia di trovarmi di fronte alle belve preparate per me? Mi auguro che siano pronte a gettarsi sul mio corpo. Nessuna delle cose visibili e invisibili mi trattenga dal raggiungere Gesù Cristo. Fuoco e croce, branchi di bestie feroci, lacerazioni, squartamenti, slogature delle ossa, taglio delle membra, stritolamento di tutto il corpo, i più crudeli tormenti del diavolo ben vengano tutti su di me, purché io possa raggiungere Gesù Cristo”. E va gioiosamente verso il martirio!

Ecco quali sono i veri cristiani: quelli che come S. Ignazio d’Antiochia e come milioni di altri martiri dei tempi antichi, e di quelli, ancor più numerosi, del nostro secolo, sono pronti a farsi sbranare dalle belve, a lasciarsi uccidere piuttosto che perdere la Grazia santificante.

PROPOSITO. Supplichiamo la Madonna, “Madre della divina Grazia” affinché le moltissime persone lontane da Dio e dalla sua legge possano riscoprire e riconquistare la Grazia. Invochiamola perché noi tutti mettiamo in pratica le belle parole dello Spirito Santo: “Crescete nella Grazia e nella conoscenza del Signore nostro e Salvatore Gesù Cristo” (16).

(1) E. Medi, “I giovani come li conosco” (9) Cfr. Gv. 3, 3-8

(2) 2 Pt. 1, 3 s. (10) Gal. 4, 6 e Rom. 8, 16 s.

(3) Rom. 11, 24 (11) Gv. 14, 23

(4) Gal. 2,20 (12) 1 Gv. 4, 16

(5) Gv. 1, 12 s. (13) 1 Cor. 3, 16 s.

(6) 1 Gv. 3, 1 s. (14) 1 Cor. 13, 1-3

(7) Cfr. 1 Pt. 2, 2 (15) Mons. G. Bosio, “Radioquar. ’62”

(8) 2 Cor. 5, 17 s. (16) 2 Pt. 3, 18

 

Saturday (August 10): “If it dies, it bears much fruit”

Daily Reading & Meditation

Saturday (August 10): “If it dies, it bears much fruit”
Scripture: John 12:24-26   (alternate reading: Matthew 17:14-20)

24 Truly, truly, I say to you, unless a grain of wheat falls into the earth and dies, it remains alone; but if it dies, it bears much fruit.  25  He who loves his life loses it, and he who hates his life in this world will keep it for eternal life.  26 If any one serves me, he must follow me; and where I am, there shall my servant be also; if any one serves me, the Father will honor him.

Meditation: What can a grain of wheat tell us about life and the kingdom of God?  Jesus drew his parables from the common everyday circumstances of life. His audience, mostly rural folk in Palestine, could easily understand the principle of new life produced by dead seeds sown into the earth. What is the spiritual analogy which Jesus alludes to? Is this, perhaps, a veiled reference to his own impending death on the cross and his resurrection on the third day? Or does he have another kind of “death and rebirth” in mind for his disciples? Jesus, no doubt, had both meanings in mind for his disciples.

The image of the grain of wheat dying in the earth in order to grow and bear a harvest can be seen as a metaphor of Jesus’ own death and burial in the tomb and his resurrection. Jesus knew that the only way to victory over the power of sin and death was through the cross. Jesus reversed the curse of our first parents’ [Adam and Eve] disobedience through his obedience to the Father’s will – his willingness to go to the cross to pay the just penalty for our sins and to defeat death once and for all. His obedience and death on the cross obtain for us freedom and new life in the Holy Spirit. His cross frees us from the tyranny of sin and death and shows us the way of perfect love. There is a great paradox here. Death leads to life. When we “die” to our selves, we “rise” to new life in Jesus Christ.

What does it mean to “die” to oneself? It certainly means that what is contrary to God’s will must be “crucified” or “put to death”. God gives us grace to say “yes” to his will and to reject whatever is contrary to his loving plan for our lives. Jesus also promises that we will bear much “fruit” for him, if we choose to deny ourselves for his sake. Jesus used forceful language to describe the kind of self-denial he had in mind for his disciples.

What did he mean when he said that one must hate himself?  The expression to hate something often meant to prefer less. Jesus says that nothing should get in the way of our preferring him and the will of our Father in heaven.  Our hope is in Paul’s reminder that “What is sown in the earth is subject to decay, what rises is incorruptible” (1 Corinthians 15:42). Do you hope in the Lord and follow joyfully the path he has chosen for you?

“Lord Jesus, let me be wheat sown in the earth, to be harvested for you. I want to follow wherever you lead me. Give me fresh hope and joy in serving you all the days of my life.”

Psalm 112:1-2,5-9

1 Praise the LORD. Blessed is the man who fears the LORD, who greatly delights in his commandments!
2 His descendants will be mighty in the land; the generation of the upright will be blessed.
5 It is well with the man who deals generously and lends, who conducts his affairs with justice.
6 For the righteous will never be moved; he will be remembered for ever.
7 He is not afraid of evil tidings; his heart is firm, trusting in the LORD.
8 His heart is steady, he will not be afraid, until he sees his desire on his adversaries.
9 He has distributed freely, he has given to the poor; his righteousness endures for ever;  his horn is exalted in honor.

Daily Quote from the early church fathersThe seed must die before being resurrected, by Irenaeus, 135-202 A.D.

“A cutting from the vine planted in the ground bears fruit in its season, or a kernel of wheat falling into the earth and becoming decomposed rises and is multiplied by the Spirit of God, who contains all things. And then, through the wisdom of God, it serves for our use when, after receiving the Word of God, it becomes the Eucharist, which is the body and blood of Christ. In the same way our bodies, being nourished by it, and deposited in the earth and suffering decomposition there, shall rise at their appointed time. The Word of God grants them resurrection to the glory of God, even the Father who freely gives to this mortal immortality, and to this corruptible incorruption (1 Corinthians 15:53). This is so because the strength of God is made perfect in weakness (1 Corinthians 15:43; 2 Corinthians 13:4) in order that we may never become puffed up, as if we had life from ourselves, or become exalted against God with ungrateful minds.” (excerpt from AGAINST HERESIES 5.2.3)

Meditations may be freely reprinted for non-commercial use – please cite: copyright (c) 2018 Servants of the Word, source:  www.dailyscripture.net, author Don Schwager

 

“Why are you anxious?”

The Gospel of Matthew: a commentary & meditation 


“Why are you anxious?”

Scripture: Matthew 6:24-34

24 “No one can serve two masters; for either he will hate the one and love the other, or he will be devoted to the one and despise the other.  You cannot serve God and mammon. 25 “Therefore I tell you, do not be anxious about your life, what you shall eat or what you shall drink, nor about your body, what you shall put on. Is not life more than food, and the body more than clothing? 26 Look at the birds of the air: they neither sow nor reap nor gather into barns, and yet your heavenly Father feeds them. Are you not of more  value than they? 27 And which of you by being anxious can add one cubit to his span of life? 28 And why are you anxious about clothing? Consider the lilies of the field, how they grow; they neither toil nor spin; 29 yet I tell you, even Solomon in all his glory was not arrayed like one of these. 30 But if God so clothes the grass of the field, which today is alive and tomorrow is thrown into the oven, will he not much more clothe you, O  men of little  faith? 31 Therefore do not be anxious, saying, `What shall we eat?’ or `What shall we drink?’ or `What shall we wear?’ 32 For the Gentiles seek all these things; and your heavenly Father knows that you need them all. 33 But seek first his kingdom and his righteousness, and all these things shall be yours as well. 34 “Therefore do not be anxious about tomorrow, for tomorrow will be anxious for itself. Let the day’s own trouble be sufficient for the day.

Meditation: What does “serving two masters” and “anxiety” have in common?  They both have the same root problem — being divided within oneself.  The root word for “anxiety” literally means “being of two minds”.  An anxious person is often “tossed to and fro” and paralyzed by indecision. Fear of some bad outcome usually cripples those afflicted with anxiety.  It’s also the case with someone who wants to submit to God but also live according to the world’s standards of success and fulfillment.  Who is the master in charge of your life?  Our “master” is that which governs our thought-life, shapes our ideals, controls the desires of the heart and the values we choose to live by.  We can be ruled by many different things — the love of money or possessions, the power of position, the glamor of wealth and prestige, the driving force of unruly passions and addictions. Ultimately the choice boils down to two: God and “mammon”.  What is mammon?  “Mammon” stands for “material wealth or possessions” or whatever tends to “control our appetites and desires”.  There is one Master alone who has the power to set us free from the slavery of sin and fear.  That Master is the Lord Jesus Christ.  Jesus uses an illustration from nature — the birds and the flowers — to show how God provides for them in the natural order of his creation. How much more can we, as his children, rely upon God’s providential care? God is utterly reliable.  In the Lord’s Prayer we are reminded that God is our provider when we pray: Give us this day our daily bread.  What is bread, but the very staple of life and symbol of all that we need to live and grow.  Anxiety is neither helpful nor necessary. It robs us of faith and confidence in God’s help and it saps our energy for doing good. Jesus admonishes his followers to put away anxiety and preoccupation with material things and instead to seek first the things of God — his kingdom and righteousness.  Anxiety robs the heart of trust in the mercy and goodness of God and in his loving care for us.  God knows our needs even before we ask and he gives generously to those who trust in him.  Who is your master — God or mammon?

“Lord, free me from needless worries and help me to put my trust in you.  Make my first concern your kingdom and your righteousness.  Help me to live each day with trust and gratitude for your providential care for me”.

GIOVANNI PAOLO II UDIENZA GENERALE Mercoledì, 4 aprile 1979

Sorelle e Fratelli carissimi!

1. Desidero tornare oggi ancora una volta ai temi delle nostre tre meditazioni quaresimali: preghiera, digiuno, elemosina, e soprattutto a quest’ultima. Se la preghiera, il digiuno e l’elemosina formano la nostra conversione a Dio, conversione che viene espressa in modo più esatto dal termine greco “metànoia”, se esse costituiscono il principale tema della liturgia quaresimale, uno studio penetrante di questa liturgia ci persuade che l’“elemosina” vi occupa un posto particolare. Abbiamo cercato di spiegarlo brevemente mercoledì scorso, ricollegandoci all’insegnamento di Cristo e dei Profeti dell’Antico Testamento, che risuona spesso nella liturgia quaresimale.

Esiste però il bisogno di attualizzare questo tema, di tradurlo, per così dire, non soltanto in un linguaggio di termini moderni, ma anche in un linguaggio dell’attuale realtà umana: interiore e sociale insieme. Come si riferiscono alla realtà attuale le parole pronunciate migliaia di anni fa, in un contesto storico-sociale completamente diverso, parole rivolte ad uomini di una mentalità così diversa da quella di oggi? Come è possibile dunque applicarle a noi stessi? Quali punti nevralgici della nostra attuale ingiustizia, delle iniquità umane, delle varie disuguaglianze, che non sono per nulla sparite dalla vita dell’umanità – benché tante volte la parola d’ordine “uguaglianza” sia stata scritta su varie bandiere – debbono colpire queste parole?

Risuonano con forza insolita le discrete parole di Cristo rivolte un giorno all’apostolo traditore: “I poveri… li avete sempre con voi, ma non sempre avete me” (Gv 12,8).

“Voi avrete sempre dei poveri fra di voi”. Dopo l’abisso di questa parola, nessun uomo ha mai potuto dire che cosa sia la povertà… Quando si interroga Dio, egli risponde che è proprio lui il Povero: “Ego sum pauper” (Léon Bloy, La donna povera, II, 1).

2. La chiamata alla penitenza, alla conversione significa chiamata all’apertura interiore “verso gli altri”. Nulla può sostituire, nella storia della Chiesa e nella storia dell’uomo, questa chiamata. Questa chiamata ha infinite destinazioni. È rivolta ad ogni uomo ed è rivolta a ciascuno per i motivi propri di ciascuno. Ognuno deve quindi vedersi nei due aspetti della destinazione di questa chiamata. Cristo esige da me un’apertura verso l’altro. Ma verso quale altro? Verso colui che è qui, in questo momento! Non si può “rimandare” questa chiamata di Cristo ad un momento indefinito, in cui apparirà quel mendicante “qualificato” e stenderà la mano.

Debbo essere aperto a ciascun uomo pronto a “prestarmi”. A prestarmi con che cosa? È noto che alle volte con una sola Parola possiamo “fare un dono” all’altro; ma con una sola parola possiamo anche colpirlo dolorosamente, ingiuriarlo, ferirlo; possiamo perfino “ucciderlo” moralmente. Bisogna quindi accogliere questa chiamata di Cristo in quelle ordinarie quotidiane situazioni di convivenza e di contatto, dove ciascuno di noi è sempre colui che può “dare” agli altri e, nello stesso tempo, colui che sa accettare ciò che gli altri possono offrirgli.

Realizzare la chiamata di Cristo ad aprirsi interiormente verso gli altri, significa vivere sempre con la prontezza di trovarsi dall’altra parte della destinazione di questa chiamata. Io sono colui che dà agli altri anche quando so accettare, quando sono riconoscente per ogni bene che mi viene dagli altri. Non posso essere chiuso e ingrato. Non posso isolarmi. Accettare la chiamata di Cristo all’apertura verso gli altri esige, come si vede, una rielaborazione di tutto lo stile della nostra vita quotidiana. Bisogna accettare questa chiamata nelle dimensioni reali della vita. Non rimandare a condizioni e a circostanze diverse, a quando se ne presenterà la necessità. Bisogna continuamente perseverare in tale atteggiamento interiore. Altrimenti, quando si presenterà quell’occasione “straordinaria” potrà capitarci che non avremo una disposizione adeguata.

3. Intendendo così, in modo pratico il significato della chiamata di Cristo a “prestarsi” agli altri nella vita di ogni giorno, non vogliamo restringere il senso di questa donazione soltanto ai fatti quotidiani, per così dire, di piccole dimensioni. Il nostro “prestarsi” deve riguardare anche i fatti lontani, le necessità del prossimo, con cui non siamo a contatto ogni giorno, ma della cui esistenza siamo consapevoli. Sì, oggi conosciamo molto meglio le necessità, le sofferenze, le ingiustizie degli uomini che vivono in altri paesi, in altri continenti. Siamo lontani da loro geograficamente, siamo divisi da barriere linguistiche, da frontiere poste dai singoli Stati… Non possiamo addentrarci direttamente nella loro fame, nella loro indigenza, nei maltrattamenti, nelle umiliazioni, nelle torture, nella prigionia, nelle discriminazioni sociali, nella loro condanna ad un “esilio interiore” o alla “proscrizione”; tuttavia sappiamo che soffrono, e sappiamo che sono uomini come noi, nostri fratelli. La “fratellanza” non è stata iscritta solo sulle bandiere e sugli stendardi delle moderne rivoluzioni. Già molto tempo fa l’ha proclamata Cristo: “…voi siete tutti fratelli” (Mt 23,8). E ancor più: a questa fratellanza egli ha dato un punto indispensabile di riferimento: ci ha insegnato a dire: “Padre nostro”. La fratellanza umana presuppone la paternità divina.

La chiamata di Cristo ad aprirsi “all’altro”, al “fratello”, proprio al fratello, ha un raggio d’estensione sempre concreto e sempre universale. Riguarda ciascuno perché si riferisce a tutti. La misura di questo aprirsi non è soltanto – e non tanto – la vicinanza dell’altro, quanto proprio le sue necessità: avevo fame, avevo sete, ero nudo, in carcere, ammalato… Rispondiamo a questa chiamata cercando l’uomo che soffre, seguendolo perfino oltre le frontiere degli stati e dei continenti. In questo modo si crea – attraverso il cuore di ciascuno di noi – quella dimensione universale della solidarietà umana. La missione della Chiesa è di custodire questa dimensione, non limitarsi ad alcune frontiere, ad alcuni indirizzi politici, ad alcuni sistemi. Custodire l’universale solidarietà umana soprattutto con coloro che soffrono; conservarla con riguardo a Cristo che proprio tale dimensione di solidarietà con l’uomo ha formato una volta per sempre. “Poiché l’amore del Cristo ci spinge al pensiero che uno è morto per tutti e quindi tutti sono morti. Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro” (2Cor5,14ss.). E ce l’ha data come compito una volta per sempre. L’ha data come compito alla Chiesa. L’ha data a tutti. L’ha data a ciascuno. “Chi è debole, che anche io non lo sia? Chi riceve scandalo, che io non ne frema?” (2Cor 11,29). Sono parole di San Paolo.

Quindi, nella nostra coscienza – nella coscienza individuale del cristiano – nella coscienza sociale dei vari ambienti, nelle nazioni, debbono formarsi, direi, delle zone particolari di solidarietà proprio con coloro che soffrono di più. Dobbiamo lavorare sistematicamente, affinché le zone dei particolari bisogni umani, delle grandi sofferenze, dei torti e delle ingiustizie, divengano zone di solidarietà cristiana di tutta la Chiesa e, attraverso la Chiesa, delle singole società e dell’intera umanità.

4. Se viviamo in condizioni di prosperità o di benessere, tanto più dobbiamo essere coscienti di tutta la geografia della fame sul globo terrestre; tanto più dobbiamo rivolgere la nostra attenzione alla miseria umana, come fenomeno di massa: dobbiamo risvegliare la nostra responsabilità e stimolare la prontezza ad un aiuto attivo ed efficace. Se viviamo nelle condizioni di libertà, di rispetto dei diritti umani, tanto più dobbiamo soffrire per le oppressioni delle società che sono private della libertà, degli uomini che sono privati dei fondamentali diritti dell’uomo. E questo riguarda anche la libertà religiosa. In modo particolare là, dove c’è il rispetto della libertà religiosa, dobbiamo partecipare alle sofferenze degli uomini, alle volte di intere comunità religiose e di intere Chiese, a cui viene negato il diritto alla vita religiosa secondo la propria confessione o il proprio rito. Debbo chiamare col loro nome tali situazioni? Certamente. Questo è mio dovere. Ma non ci si può fermare soltanto a questo. Bisogna che noi tutti e in ogni luogo ci sforziamo di assumere un atteggiamento di solidarietà cristiana con i nostri fratelli nella fede, che subiscono discriminazioni e persecuzioni. Bisogna inoltre cercare forme, in cui questa solidarietà possa esprimersi. Questa è sempre stata, sin dai tempi più antichi, la tradizione della Chiesa. Difatti, è ben noto, che la Chiesa di Gesù Cristo non è entrata “in posizione di forza” nella storia dell’umanità, ma attraverso secoli di persecuzioni subite. E sono proprio questi secoli che hanno creato la più profonda tradizione della solidarietà cristiana.

Anche oggi tale solidarietà è la forza di un autentico rinnovamento. Essa è la via indispensabile per l’autorealizzazione della Chiesa nel mondo contemporaneo. È la verifica della nostra fedeltà a Cristo che ha detto: “I poveri… li avete sempre con voi” (Gv 12,8), e ancora: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40). La nostra conversione a Dio si realizza soltanto sulla via di questa solidarietà.

Vi benedico con molto affetto.

Catechesi sui Comandamenti. 4. «Non avrai altri dei di fronte a me»

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Abbiamo ascoltato il primo comandamento del Decalogo: «Non avrai altri dei di fronte a me» (Es 20,3). E’ bene soffermarsi sul tema dell’idolatria, che è di grande portata e attualità.

Il comando vieta di fare idoli[1] o immagini[2] di ogni tipo di realtà:[3] tutto, infatti, può essere usato come idolo. Stiamo parlando di una tendenza umana, che non risparmia né credenti né atei. Per esempio, noi cristiani possiamo chiederci: quale è veramente il mio Dio? E’ l’Amore Uno e Trino oppure è la mia immagine, il mio successo personale, magari all’interno della Chiesa? «L’idolatria non concerne soltanto i falsi culti del paganesimo. Rimane una costante tentazione della fede. Consiste nel divinizzare ciò che non è Dio» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2113).

Che cos’è un “dio” sul piano esistenziale? È ciò che sta al centro della propria vita e da cui dipende quello che si fa e si pensa.[4] Si può crescere in una famiglia nominalmente cristiana ma centrata, in realtà, su punti di riferimento estranei al Vangelo.[5] L’essere umano non vive senza centrarsi su qualcosa. Allora ecco che il mondo offre il “supermarket” degli idoli, che possono essere oggetti, immagini, idee, ruoli. Per esempio, anche la preghiera. Noi dobbiamo pregare Dio, il nostro Padre. Ricordo una volta che ero andato in una parrocchia nella diocesi di Buenos Aires per celebrare una Messa e poi dovevo fare le cresime in un’altra parrocchia a distanza di un kilometro. Sono andato, camminando, e ho attraversato un parco, bello. Ma in quel parco c’erano più di 50 tavolini ciascuno con due sedie e la gente seduta una davanti all’altra. Che cosa si faceva? I tarocchi. Andavano lì “a pregare” l’idolo. Invece di pregare Dio che è provvidenza del futuro, andavano lì perché leggevano le carte per vedere il futuro. Questa è una idolatria dei nostri tempi. Io vi domando: quanti di voi siete andati a farvi Leggere le carte per vedere il futuro? Quanti di voi, per esempio, siete andati a farvi leggere le mani per vedere il futuro, invece di pregare Il Signore? Questa è la differenza: il Signore è vivo; gli altri sono idoli, idolatrie che non servono.

Come si sviluppa un’idolatria? Il comandamento descrive delle fasi: «Non ti farai idolo né immagine […]. / Non ti prostrerai davanti a loro / e non li servirai» (Es 20,4-5).

La parola “idolo” in greco deriva dal verbo “vedere”.[6] Un idolo è una “visione” che tende a diventare una fissazione, un’ossessione. L’idolo è in realtà una proiezione di sé stessi negli oggetti o nei progetti. Di questa dinamica si serve, ad esempio, la pubblicità: non vedo l’oggetto in sé ma percepisco quell’automobile, quello smartphone, quel ruolo – o altre cose – come un mezzo per realizzarmi e rispondere ai miei bisogni essenziali. E lo cerco, parlo di quello, penso a quello; l’idea di possedere quell’oggetto o realizzare quel progetto, raggiungere quella posizione, sembra una via meravigliosa per la felicità, una torre per raggiungere il cielo (cfr Gen 11,1-9), e tutto diventa funzionale a quella meta.

Allora si entra nella seconda fase: «Non ti prostrerai davanti a loro». Gli idoli esigono un culto, dei rituali; ad essi ci si prostra e si sacrifica tutto. In antichità si facevano sacrifici umani agli idoli, ma anche oggi: per la carriera si sacrificano i figli, trascurandoli o semplicemente non generandoli; la bellezza chiede sacrifici umani. Quante ore davanti allo specchio! Certe persone, certe donne quanto spendono per truccarsi?! Anche questa è un’idolatria. Non è cattivo truccarsi; ma in modo normale, non per diventare una dea. La bellezza chiede sacrifici umani. La fama chiede l’immolazione di sé stessi, della propria innocenza e autenticità. Gli idoli chiedono sangue. Il denaro ruba la vita e il piacere porta alla solitudine. Le strutture economiche sacrificano vite umane per utili maggiori. Pensiamo a tanta gente senza lavoro. Perché? Perché a volte capita che gli imprenditori di quell’impresa, di quella ditta, hanno deciso di congedare gente, per guadagnare più soldi. L’idolo dei soldi. Si vive nell’ipocrisia, facendo e dicendo quel che gli altri si aspettano, perché il dio della propria affermazione lo impone. E si rovinano vite, si distruggono famiglie e si abbandonano giovani in mano a modelli distruttivi, pur di aumentare il profitto. Anche la droga è un idolo. Quanti giovani rovinano la salute, persino la vita, adorando quest’idolo della droga.

Qui arriva il terzo e più tragico stadio: «…e non li servirai», dice. Gli idoli schiavizzano. Promettono felicità ma non la danno; e ci si ritrova a vivere per quella cosa o per quella visione, presi in un vortice auto-distruttivo, in attesa di un risultato che non arriva mai.

Cari fratelli e sorelle, gli idoli promettono vita, ma in realtà la tolgono. Il Dio vero non chiede la vita ma la dona, la regala. Il Dio vero non offre una proiezione del nostro successo, ma insegna ad amare. Il Dio vero non chiede figli, ma dona suo Figlio per noi. Gli idoli proiettano ipotesi future e fanno disprezzare il presente; il Dio vero insegna a vivere nella realtà di ogni giorno, nel concreto, non con illusioni sul futuro: oggi e domani e dopodomani camminando verso il futuro. La concretezza del Dio vero contro la liquidità degli idoli. Io vi invito a pensare oggi: quanti idoli ho o qual è il mio idolo preferito? Perché riconoscere le proprie idolatrie è un inizio di grazia, e mette sulla strada dell’amore. Infatti, l’amore è incompatibile con l’idolatria: se un qualcosa diventa assoluto e intoccabile, allora è più importante di un coniuge, di un figlio, o di un’amicizia. L’attaccamento a un oggetto o a un’idea rende ciechi all’amore. E così per andare dietro agli idoli, a un idolo, possiamo persino rinnegare il padre, la madre, i figli, la moglie, lo sposo, la famiglia … le cose più care. L’attaccamento a un oggetto o a un’idea rende ciechi all’amore. Portate questo nel cuore: gli idoli ci rubano l’amore, gli idoli ci rendono ciechi all’amore e per amare davvero bisogna esseri liberi da ogni idolo.

Qual è il mio idolo? Toglilo e buttalo dalla finestra!

Daily Reflection

Lying in bed one night recently reviewing our day together, my wife read me a quote she had come across.  It went something like this:  “The central problem is not that you think too highly of yourself.  Nor is it that you think too lowly of yourself.  Instead, it is that you think constantly of yourself.”  (Wu-Hsin)  In one simple expression, the words articulated a challenge I find myself facing every day (not to mention every hour!) — management of the ego.  I am not a psychologist, so I won’t attempt to describe the textures and contours of the ego and how it functions; but as a student of the human experience, I have had more than enough time to study and observe this very real part of my human condition.  Not only this, but I have found that the tug-of-war match between listening to my ego and listening to God or my heart is constantly going on…and it is exhausting!

Thankfully, spiritual teachers and mystics provide clear, and sometimes quippy, directives on how to let go of the taut rope so the ego goes stumbling out of the picture in order to direct my gaze fully toward God.  In today’s Gospel, Jesus wraps this message in a metaphor that surely would have made even more sense to his contemporaries living in an agrarian culture than it does to us urbanites today:

Unless a grain of wheat falls to the ground and dies, it remains just a grain of wheat; 
but if it dies, it produces much fruit.  (JN 12:24)

When the ego is in charge, death or surrender or even abounding generosity feel threatening.  The ego much prefers fear, anxiety and control.  Our consumerist, capitalist culture has certainly made heaps of profit on this!  The message goes something like, “Wear/buy/eat/drive this (fill in the blank) and you will be happier!”  Jesus is completely flipping this on its head when he tells us that abundance comes not from control or consumption, but from letting go and allowing ourselves to be consumed (by God’s love).

The sufi mystic Rabi’a al-Basri said something similar to Jesus in the 8th century…

Ironic, but one of the most intimate acts
of our body is
death.

So beautiful appeared my death — knowing who then I would kiss,
I died a thousand times before I died.

“Die before you die,” said the Prophet Muhammad.

Have wings that feared ever 
touched the sun?

I was born when all I once feared — I could love.

She is saying in an equally poetic and powerful way what Jesus is saying.  “Whoever loves his life loses it, and whoever hates his life in this world will preserve it for eternal life.”  (JN 12:25)

Alas, the tug-of-war match goes on.  That said, I continue relying on practices of Centering Prayer, a devotion to the Sacred Heart, deeply listening to the human in front of me, and being for and with others as tangible ways to resist the temptation to frustratingly flail at the other end of the ego’s rope so that, instead, I might free fall into the deep end of God’s radiance.

Daily Light on the Daily Path

John 17:15  “I do not ask You to take them out of the world, but to keep them from the evil one.

Philippians 2:15  so that you will prove yourselves to be blameless and innocent, children of God above reproach in the midst of a crooked and perverse generation, among whom you appear as lights in the world,

Matthew 5:13,14  “You are the salt of the earth; but if the salt has become tasteless, how can it be made salty again? It is no longer good for anything, except to be thrown out and trampled under foot by men. • “You are the light of the world. A city set on a hill cannot be hidden;

Matthew 5:16  “Let your light shine before men in such a way that they may see your good works, and glorify your Father who is in heaven.

Genesis 20:6  Then God said to him in the dream, “Yes, I know that in the integrity of your heart you have done this, and I also kept you from sinning against Me; therefore I did not let you touch her.

2 Thessalonians 3:3  But the Lord is faithful, and He will strengthen and protect you from the evil one.

Nehemiah 5:15  But the former governors who were before me laid burdens on the people and took from them bread and wine besides forty shekels of silver; even their servants domineered the people. But I did not do so because of the fear of God.

Galatians 1:4  who gave Himself for our sins so that He might rescue us from this present evil age, according to the will of our God and Father,

Jude 1:24,25  Now to Him who is able to keep you from stumbling, and to make you stand in the presence of His glory blameless with great joy, • to the only God our Savior, through Jesus Christ our Lord, be glory, majesty, dominion and authority, before all time and now and forever. Amen.