9 AGOSTO SANTA TERESA BENEDETTA DELLA CROCE EDITH STEIN VERGINE E MARTIRE ebrea-convertita-filosofa-carmelitana-martire Compatrona d’Europa (1891-1942) Festa

  LETTURE: Os 2,16.17.21-22; Sal 44; Mt 25,1-13
La formazione intellettuale e la conversione

Edith Stein nasce a Breslavia, nella Slesia tedesca, il 12 ottobre 1891, undicesima figlia di una coppia di ebrei molto religiosa. Fin dall’infanzia Edith manifesta un’intelligenza vivace e brillante, che nell’adolescenza l’inclina a una visione razionalistica da cui deriverà il distacco dalla religione. Subito dopo gli esami di maturità, nel 1911, s’iscrive alla facoltà di Germanistica, Storia e Psicologia dell’università di Breslavia.
In questo periodo scopre la corrente fenomenologica di Edmund Husserl (1859-1938) e nel 1913 si trasferisce all’università di Gottinga per seguirne le lezioni. Fra i due possibili esiti della fenomenologia, quello idealista e quello realista, Husserl sceglierà la strada dell’idealismo, mentre Edith Stein — come afferma Papa Giovanni Paolo II nel motu proprio del 1° ottobre 1999, in cui la proclama compatrona d’Europa insieme a santa Brigida di Svezia (1303 ca.-1373) e a santa Caterina da Siena (1347-1380) —, […] avviatasi sulla strada della corrente fenomenologica, […] seppe cogliervi l’istanza di una realtà oggettiva che, lungi dal risolversi nel soggetto, ne precede e misura la conoscenza, e va dunque esaminata con un rigoroso sforzo di obbiettività”.
A Gottinga incontra il filosofo Max Scheler (1875-1928), convertito al cattolicesimo, e il filosofo del diritto Adolf Reinach (1883-1917), protestante, ed entra quindi in contatto con un mondo che ne scuote i pregiudizi razionalistici. Non si chiude a questi stimoli culturali ma, vera amante della sapienza, accetta la fatica della ricerca e del “pellegrinaggio” esistenziale, per cui è ricordata dallo stesso Papa Giovanni Paolo II nell’enciclica Fides et ratio, circa i rapporti tra fede e ragione, del 1998. Nel 1915 presta servizio come crocerossina volontaria all’ospedale di malattie infettive di Mahrisch-Weisskirchen, e nel 1916 discute la dissertazione di laurea su Il problema dell’empatia all’università di Friburgo in Brisgovia, dove ha seguito Husserl come assistente. Gli anni dal 1916 all’estate del 1921, momento della sua conversione al cattolicesimo, sono segnati dall’approfondirsi della crisi interiore. Il padre gesuita Erich Przywara (1889-1972) racconta che Edith gli confidò di aver trovato, quando ancora era atea, una copia degli esercizi di sant’Ignazio di Loyola (1491-1556) e di averne seguito le indicazioni da sola, uscendone, dopo i trenta giorni, decisa a convertirsi. Sarà però la lettura della Vita di santa Teresa d’Avila (1515-1582) a por fine alla sua ricerca, facendole compiere l’esperienza della verità a seguito della quale chiede il battesimo e la cresima, che riceverà nel 1922.

L’ingresso nell’ordine carmelitano
Nel motu proprio citato, Papa Giovanni Paolo II ricorda che “l’incontro col cristianesimo non la portò a ripudiare le sue radici ebraiche, ma piuttosto gliele fece riscoprire in pienezza. Questo tuttavia non le risparmiò l’incomprensione da parte dei suoi famigliari. Soprattutto le procurò un dolore indicibile il dissenso della madre. In realtà tutto il suo cammino di perfezione cristiana si svolse all’insegna non solo della solidarietà umana con il suo popolo d’origine, ma anche di una vera condivisione spirituale con la vocazione dei figli di Abramo, segnati dal mistero della chiamata e dei doni irrevocabili di Dio (cfr. Rm. 11, 29)”. Edith, dunque, si separa dalla cultura della sua famiglia solo per farla propria a un livello più profondo.
Dopo la conversione, segue l’invito di padre Przywara a occuparsi in modo sistematico della dottrina e dell’opera di san Tommaso d’Aquino (1225 ca.-1274), di cui tradurrà in tedesco le Questioni sulla verità. L’incontro con i mistici l’orienta verso la vita contemplativa nell’ordine carmelitano; potrà tuttavia realizzare la propria vocazione solo nel 1933 quando, allontanata dall’insegnamento dall’introduzione delle leggi razziali di Norimberga, non sarà più trattenuta dal suo padre spirituale, dom Raphael Walzer O.S.B. (1886-1966), arciabate di Beuron, che aveva voluto mettesse a frutto, come docente, le sue grandi capacità intellettuali. L’incontro con san Tommaso l’induce al tentativo di applicare il metodo fenomenologico al tomismo: nel 1932 abbozza il grande studio Atto e potenza e lascia la scuola domenicana di Spira per dedicarsi agli studi filosofici e per insegnare all’Istituto Superiore di Pedagogia Scientifica di Münster. In quegli anni scrive, studia e svolge un’intensa attività di conferenziera su temi filosofici e pedagogici e, in modo particolare, sulla questione femminile, impegnandosi per la promozione umana, sociale e religiosa della donna. L’attività d’insegnante termina nel 1933, quando, il 14 ottobre, entra nel Carmelo di Koln-Lindenthal, dove, il Venerdì di Passione dello stesso anno, aveva intuito il suo destino: “Mi rivolsi al Redentore — si legge nella biografia scritta da Teresia Renata de Spiritu Sancto — e gli dissi che sapevo bene che era la sua croce che veniva posta in quel momento sulle spalle del popolo ebraico; la maggior parte di esso non lo comprendeva, ma quelli che avevano la grazia d’intenderlo, avrebbero dovuto accettarla con pienezza di volontà a nome di tutti. Mi sentivo pronta e domandavo soltanto al Signore che mi facesse vedere come dovevo farlo. Terminata l’Ora Santa ebbi l’intima certezza di essere stata esaudita, sebbene non sapessi ancora in cosa consistesse quella croce che mi veniva imposta”.

La persecuzione
Il 15 aprile 1934 Edith Stein veste l’abito carmelitano e ottiene di aggiungere al nome di battesimo di Teresa quello di Benedetta della Croce. In convento prosegue l’attività di studio, ampliando lo scritto d’abilitazione alla docenza, Atto e potenza, nel tentativo di unire il tomismo con la fenomenologia, e concludendolo nel 1936 con il titolo Essere finito ed essere eterno.
Il 14 marzo 1937 Papa Pio XI (1922-1939) pubblica l’enciclica Mit brennender Sorge, sulla situazione della Chiesa cattolica nel Reich germanico, in cui il nazionalsocialismo viene definito come dottrina neo-pagana che eleva la razza e lo Stato a norma suprema, sostituisce alla Provvidenza un fato impersonale e falsifica l’ordine voluto da Dio. Proibito in Germania, il documento, dopo la lettura datane nelle chiese il 21 marzo 1937, circola solo clandestinamente. Dopo le manifestazioni antisemitiche della notte fra l’8 e il 9 novembre 1938 — la Notte dei Cristalli —, Edith viene trasferita al Carmelo di Echt, in Olanda, paese neutrale, ed è raggiunta dalla sorella Rosa, pure convertitasi al cattolicesimo. La priora le affida la stesura di un’opera sulla vita e sull’insegnamento di san Giovanni della Croce (1542-1591), Scientia crucis. Studio su san Giovanni della Croce, incompiuta a causa dell’arresto e della deportazione.
Ancor prima dello scoppio della seconda guerra mondiale (1939-1945), suor Teresa Benedetta della Croce giudica senza esitazioni gli avvenimenti, e interviene in essi, seguendo la logica di Dio, quella della croce. In una lettera a madre Giovanna van Weersth, del Carmelo di Beek, in Olanda, scrive: […] prima è venuto dall’oriente il Bolscevismo, con la lotta contro Dio, poi il Nazionalsocialismo, con la lotta contro la Chiesa. Ma né l’uno né l’altro vincerà. Vincerà alla fine Cristo”. Alla sua priora, nel marzo del 1939, chiede di poter offrire la propria vita per la pace: “Cara madre, […] mi permetta di offrirmi […] in sacrificio di espiazione per la vera pace: perché il regno dell’anticristo sprofondi, se possibile senza un nuovo conflitto mondiale, e che un nuovo ordine s’impianti”.

Il martirio
Il 10 maggio 1940 l’esercito tedesco invade il Lussemburgo, il Belgio e l’Olanda. Le Chiese cristiane olandesi, quando iniziano in Olanda le carcerazioni e le deportazioni di cittadini ebrei, chiedono con insistenza alle autorità tedesche di recedere da tali azioni. L’11 luglio 1942 l’episcopato olandese inoltra un telegramma di protesta contro la persecuzione degli ebrei; il commissario generale per gli affari con le Chiese risponde comunicando che gli ebrei battezzati prima del 1° gennaio 1941 dovevano essere esclusi dalle deportazioni. In Olanda vivevano più di 100.000 ebrei e di questi solo una minoranza, circa 700, era costituita da ebrei cattolici; peraltro, nessuna delle comunità cristiane aveva richiesto tale eccezione, come scrive la carmelitana Maria Amata Neyer, commentando il manoscritto della santa Come giunsi al Carmelo di Colonia[…] per le Chiese si trattava […] di una questione che riguardava tutti, non solo gli ebrei battezzati. Per questo decisero di far leggere, nella domenica del 26 luglio 1942, una lettera pastorale nella quale doveva essere resa pubblica la posizione delle Chiese”. Ma le autorità tedesche intercettano la lettera pastorale, a cui è allegato il testo del telegramma dell’11 luglio, e fanno pressione perché non sia letta dal pulpito; le comunità evangeliche, nonostante alcune perplessità, accettano, invece i vescovi cattolici non ritengono di poter fare altrettanto. In seguito alla lettura della lettera pastorale e del telegramma viene revocato lo stato di libertà degli ebrei cattolici ed emanato l’ordine di cattura nei loro confronti. Alle cinque pomeridiane del 2 agosto 1942, Edith Stein viene prelevata insieme alla sorella Rosa dal convento, e una testimone la sente dire alla sorella: “Vieni, andiamo per il nostro popolo”.
Quel giorno vengono arrestati e deportati 244 ebrei cattolici, come atto di rappresaglia contro l’episcopato olandese. Le sorelle Stein sono condotte all’ufficio distrettuale di Maastricht e di lì al campo di transito di Amersfoort; il 4 agosto vengono prelevate, con altri 95 prigionieri, e trasferite a Westerbork; il 7 agosto sono assegnate a un trasporto in partenza quel giorno stesso per Auschwitz-Birkenau, che giunge a destinazione due giorni dopo. Non è stato possibile stabilire con certezza il momento della morte di Edith dopo l’arrivo ad Auschwitz, ma è probabile che sia stata subito destinata alla camera a gas. In ogni caso l’aspetto esemplare della vicenda di Edith Stein sta nell’eroica adesione a una vocazione maturata negli anni che seguono la conversione: far propria la sofferenza del suo popolo d’origine, introducendola nel sacrificio di Cristo attraverso l’offerta della sua stessa vita. Tale adesione non viene meno nel momento in cui diventa vittima della violenza, com’è testimoniato dal messaggio che riesce a inviare dal campo di raccolta di Westerbork alla priora di Echt: “Sono contenta di tutto. Una Scientia crucis si può acquistare solo se la Croce si sente pesare in tutta la sua gravezza. Di questo sono stata convinta fin dal primo momento, e ho detto di cuore: “Ave crux, spes unica””. A ragione dunque Papa Giovanni Paolo II, proclamando la santità di Edith Stein, l’11 ottobre 1998, ne ha fatto memoria come di una “eminente figlia d’Israele e fedele figlia della Chiesa”. In occasione della sua elevazione a compatrona d’Europa il Papa ricorda: “La sua immagine di santità resta per sempre legata al dramma della sua morte violenta”: “Dichiarare oggi Edith Stein compatrona d’Europa significa porre sull’orizzonte del vecchio Continente un vessillo di rispetto, di tolleranza, di accoglienza”[…] ma è necessario far leva […] sui valori autentici, che hanno il loro fondamento nella legge morale universale, inscritta nel cuore di ogni uomo. Un’Europa che scambiasse il valore della tolleranza e del rispetto universale con l’indifferentismo etico e lo scetticismo sui valori irrinunciabili, si aprirebbe alle più rischiose avventure e vedrebbe prima o poi riapparire sotto nuove forme gli spettri più paurosi della sua storia”.  
Commento di Laura Boccenti Invernizzi  www.alleanzacattolica.org

 

 

“Ave Crux, Spes unica”

Dagli scritti spirituali di Santa Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein, Vita, Dottrina, Testi inediti. Roma, pp. 127-130.)
«Ti salutiamo, Croce santa, nostra unica speranza!» Così la Chiesa ci fa dire nel tempo di passione dedicato alla contemplazione delle amare sofferenze di Nostro Signore Gesù Cristo.
Il mondo è in fiamme: la lotta tra Cristo e anticristo si è accanita apertamente, perciò se ti decidi per Cristo può esserti chiesto anche il sacrificio della vita.
Contempla il Signore che pende davanti a te sul legno, perché è stato obbediente fino alla morte di Croce. Egli venne nel mondo non per fare la sua volontà, ma quella del Padre. Se vuoi essere la sposa del Crocifisso devi rinunciare totalmente alla tua volontà e non avere altra aspirazione che quella di adempiere la volontà di Dio.
Di fronte a te il Redentore pende dalla Croce spogliato e nudo, perché ha scelto la povertà. Chi vuole seguirlo deve rinunciare ad ogni possesso terreno. Stai davanti al Signore che pende dalla Croce con il cuore squarciato: Egli ha versato il sangue del suo Cuore per guadagnare il tuo cuore. Per poterlo seguire in santa castità, il tuo cuore dev’essere libero da ogni aspirazione terrena; Gesù Crocifisso dev’essere l’oggetto di ogni tua brama, di ogni tuo desiderio, di ogni tuo pensiero.
Il mondo è in fiamme: l’incendio potrebbe appiccarsi anche alla nostra casa, ma al di sopra di tutte le fiamme si erge la Croce che non può essere bruciata. La Croce è la via che dalla terra conduce al cielo. Chi l’abbraccia con fede, amore. speranza viene portato in alto, fino al seno della Trinità.
Il mondo è in fiamme: desideri spegnerle? Contempla la Croce: dal Cuore aperto sgorga il sangue del Redentore, sangue capace di spegnere anche le fiamme dell’inferno. Attraverso la fedele osservanza dei voti rendi il tuo cuore libero e aperto; allora si potranno riversare in esso i flutti dell’amore divino, sì da farlo traboccare e renderlo fecondo fino ai confini della terra.
Attraverso la potenza della Croce puoi essere presente su tutti i luoghi del dolore, dovunque ti porta la tua compassionevole carità, quella carità che attingi dal Cuore divino e che ti rende capace di spargere ovunque il suo preziosissimo sangue per lenire, salvare, redimere.
Gli occhi del Crocifisso ti fissano interrogandoti, interpellandoti. Vuoi stringere di nuovo con ogni serietà l’alleanza con Lui? Quale sarà la tua risposta? “Signore, dove andare? Tu solo hai parole di vita”.
Ave Crux, spes unica!

LITURGIA DELLA PAROLA

Prima Lettura    Os 2,16.17.21-22
Ti farò mia sposa per sempre.

Dal libro del profeta Osèa
Così dice il Signore:
«Ecco, la condurrò nel deserto
e parlerò al suo cuore.
Là mi risponderà
come nei giorni della sua giovinezza,
come quando uscì dal paese d’Egitto.
Ti farò mia sposa per sempre,
ti farò mia sposa
nella giustizia e nel diritto,
nell’amore e nella benevolenza,
ti farò mia sposa nella fedeltà
e tu conoscerai il Signore».

Salmo Responsoriale    Dal Salmo 44
Ecco lo sposo: andate incontro a Cristo Signore.

Ascolta, figlia, guarda, porgi l’orecchio:
dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre;
il re è invaghito della tua bellezza.
È lui il tuo signore: rendigli omaggio.

Entra la figlia del re: è tutta splendore,
tessuto d’oro è il suo vestito.
È condotta al re in broccati preziosi;
dietro a lei le vergini, sue compagne,
a te sono presentate.

Condotte in gioia ed esultanza,
sono presentate nel palazzo del re.
Ai tuoi padri succederanno i tuoi figli;
li farai prìncipi di tutta la terra.

Canto al Vangelo    
Alleluia, alleluia.
Vieni, sposa di Cristo, ricevi la corona,
che il Signore ti ha preparato per la vita eterna.
Alleluia.


Vangelo   Mt 25,1-13
Ecco lo sposo! Andategli incontro!

Dal vangelo secondo Matteo.
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono.
A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”.
Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”.
Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».

Letture dall’Ufficio delle Letture

Versetto
V. Mi afferra l’angoscia e l’oppressione,
R. ma la tua parola mi sostiene

Prima Lettura
Dalla seconda lettera ai Corinzi di san Paolo, apostolo 4, 7- 5, 8

Nei martiri si manifesta la potenza di Dio
Fratelli, noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi. Siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. Sempre infatti, noi che siamo vivi, veniamo esposti alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù sia manifesta nella nostra carne mortale. Di modo che in noi opera la morte, ma in voi la vita.
Animati tuttavia da quello stesso spirito di fede di cui sta scritto: Ho creduto, perciò ho parlato, anche noi crediamo e perciò parliamo, convinti che colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù e ci porrà accanto a lui insieme con voi. Tutto infatti è per voi, perché la grazia, ancora più abbondante ad opera di un maggior numero, moltiplichi l’inno di lode alla gloria di Dio. Per questo non ci scoraggiamo, ma se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno. Infatti il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione, ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria, perché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono d’un momento, quelle invisibili sono eterne.
Sappiamo infatti che quando verrà disfatto questo corpo, nostra abitazione sulla terra, riceveremo un’abitazione da Dio, una dimora eterna, non costruita da mani di uomo, nei cieli. Perciò sospiriamo in questo nostro stato, desiderosi di rivestirci del nostro corpo celeste: a condizione però di esser trovati gia vestiti, non nudi. In realtà quanti siamo in questo corpo, sospiriamo come sotto un peso, non volendo venire spogliati ma sopravvestiti, perché ciò che è mortale venga assorbito dalla vita. E’ Dio che ci ha fatti per questo e ci ha dato la caparra dello Spirito.
Così, dunque, siamo sempre pieni di fiducia e sapendo che finché abitiamo nel corpo siamo in esilio lontano dal Signore, camminiamo nella fede e non ancora in visione. Siamo pieni di fiducia e preferiamo andare in esilio dal corpo ed abitare presso il Signore.

Responsorio   Mt 5, 11. 12a. 10
R. Beati voi, quando vi insulteranno e vi perseguiteranno per causa mia. * Rallegratevi ed esultate: grande è la vostra ricompensa nei cieli.
V. Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
R. Rallegratevi ed esultate: grande è la vostra ricompensa nei cieli

Seconda Lettura
Dall’opera «Scientia Crucis» di santa Teresa Benedetta della Croce, Edith Stein, vergine e martire (Edizioni OCD, Roma 1998, pp. 38-39)

La porta della vita si apre ai credenti in Cristo
Cristo s’era addossato lui stesso il giogo della legge, osservandola e adempiendola perfettamente, tanto da morire per la Legge e vittima della Legge. Nello stesso tempo, tuttavia, Egli ha esonerati dalla Legge tutti quelli che avrebbero accettata la vita da Lui. I quali però avrebbero potuto riceverla solo disfacendosi della propria. Infatti «quanti sono stati battezzati in Cristo sono stati battezzati nella morte di Lui». Essi si immergono nella sua vita per divenire membri del suo corpo, e sotto questa qualifica soffrire e morire con Lui; ma anche per risuscitare con Lui alla eterna vita divina.
Questa vita sorgerà per noi nella sua pienezza soltanto nel giorno della glorificazione. Tuttavia, sin da adesso «nella carne noi vi partecipiamo, in quanto crediamo»: crediamo che Cristo è morto per noi, per dare la vita a noi. Ed è proprio questa fede che ci fa diventare un tutto unico con Lui, membra collegate al capo, rendendoci permeabili alle effusioni della sua vita. Così la fede nel Crocifisso — la fede viva, accompagnata dalla dedizione amorosa — è per noi la porta di accesso alla vita e l’inizio della futura gloria. Per di più, la croce è il nostro unico vanto: «Quanto a me sia lungi il gloriarmi d’altro che della croce del Signore nostro Gesù Cristo, per la quale il mondo è stato per me crocifisso, ed io per il mondo». Chi si è messo dalla parte del Cristo risulta morto per il mondo, come il mondo risulta morto per lui. Egli porta nel suo corpo le stimmate del Signore; è debole e disprezzato nell’ambiente degli uomini, ma appunto per questo è forte in realtà, perché nelle debolezze risalta potentemente la forza di Dio.
Profondamente convinto di questa verità il discepolo di Gesù non solo abbraccia la croce che gli viene offerta, ma si crocifigge da sé: «I seguaci di Cristo hanno crocifisso la carne con le sue passioni e le sue concupiscenze». Essi hanno ingaggiato una lotta spietata contro la loro natura, per liquidare in se stessi la vita del peccato e far posto alla vita dello spirito. È quest’ultima sola quella che importa. La croce non è fine a se stessa. Essa si staglia in alto e fa richiamo verso l’alto. Quindi non è soltanto un’insegna, è anche l’arma potente di Cristo, la verga da pastore con cui il divino Davide esce incontro all’infernale Golia, il simbolo trionfale con cui Egli batte alla porta del cielo e la spalanca. Allora ne erompono i fiotti della luce divina, sommergendo tutti quelli che marciano al seguito del Crocifisso.

Responsorio    Gal 2,19-20
R. Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. * Mi ha amato e ha dato se stesso per me.
V. Quello che io vivo nella carne io lo vivo nella fede del Figlio di Dio.
R. Mi ha amato e ha dato se stesso per me. 

DOTTRINA – Fra’Crispino Lanzi

LA GRAZIA SANTIFICANTE

(DONO DELLO SPIRITO)

(2 Pt. I, 1-11 Mt. 22, 1-14)

“La Chiesa vive per l’infusione dello Spirito Santo – afferma Paolo VI – infusione che chiamiamo GRAZIA, cioè dono per eccellenza, carità, amore del Padre, a noi comunicato in virtù della redenzione operata da Cristo, nello Spirito Santo. Che cosa c’è di più bello e di più grande che vivere in Grazia?”.

Pochi cristiani sanno rispondere a questa domanda: Che cos’è la Grazia?

Eppure la Grazia costituisce la sostanza del cristianesimo. Un grande scienziato e grande credente, Enrico Medi, scrive: “Qual’è la sostanza del cristianesimo? E’ la persona divina di Gesù che attraverso la sua natura divina e la sua natura umana prende la nostra persona umana e la inserisce nella vita divina” (1).

La Grazia santificante è detta “abituale” perché abita nell’anima e la riveste come un abito: si distingue dalle “grazie attuali” che sono illuminazioni alla mente e aiuti alla volontà per agire bene.

E’ un dono gratuito di Dio: L’amore e i doni degli uomini molto spesso sono egoistici: si ama e si dona per averne un vantaggio; invece Dio ama e dona soltanto per la nostra felicità. I nostri doni sono, quasi sempre, come il fare un deposito in banca: si fa per ritirare, a suo tempo, tutto il dono e anche gli interessi. Invece Dio ci dona la grazia unicamente per amore e nonostante che siamo figli di genitori (Adamo ed Eva) ribelli, e noi stessi tante volte ingrati a Dio medesimo.

La Grazia è tutto un mondo di meraviglie, tanto che se Dio non ce l’avesse rivelate, noi non avremmo mai potuto immaginare delle realtà così stupende.

1. LA GRAZIA CI RENDE “PARTECIPI DELLA NATURA DI DIO”, afferma S. Pietro (2). Con queste parole S. Pietro ci ha dato la più bella definizione della Grazia. Dalla partecipazione alla natura divina provengono tutti gli altri aspetti estasianti della Grazia.

S. Paolo usa l’immagine dell’olivo selvatico che viene innestato: “sei stato reciso dall’oleastro che eri secondo la tua natura e contro la tua natura sei stato innestato su un olivo buono” (3): con la Grazia, la natura di Dio, la vita stessa di Dio viene come innestata nella mia natura umana, che, così, diventa divinizzata, e posso esclamare con S. Paolo : “Non son più io che vivo, ma è Cristo Dio che vive in me” (4). Anche tutte le mie opere sono divinizzate e quindi meritevoli del premio divino (il Paradiso) perché è Dio che le compie in me.

In altre parole, come il ferro gettato nel fuoco diventa infuocato e acquista le proprietà del fuoco, così l’anima che si immerge nell’amore di Dio diventa divinizzata e acquista proprietà divine.

Chiarifichiamo il concetto di natura e di supernatura: Se il sasso potesse vegetare e crescere, avrebbe una super-natura: quella dell’animale. Se l’animale potesse ragionare e fare compiti e imparare la lezione, avrebbe una super-natura: quella dell’uomo. Ma queste cose non sono mai avvenute. Se l’uomo potesse avere delle qualità che sono soltanto di Dio, avrebbe una super–natura: la natura di Dio. Ebbene, questo avviene sempre quando l’uomo dice “si” all’amore di Dio ossia quando accoglie la Grazia santificante; in quel momento acquista una supernatura cioè la natura di Dio (come partecipazione), ed entra nell’ordine soprannaturale, e acquista il diritto a un premio soprannaturale. Quindi la Grazia ci rende dei veri super–uomini. Soltanto il cristianesimo esalta veramente l’uomo.

Il nazismo distingueva le persone in super–uomini che erano i tedeschi, i quali perciò dovevano essere esaltati e dovevano dominare il mondo (da questa teoria è scoppiata la seconda guerra mondiale), e in uomini–vermi che erano tutti i non tedeschi (persone da sopprimere o schiavizzare).

Il marxismo (che – come afferma il Card. Biffi, – “è la più grande menzogna dei tempi moderni”) ha mutilato orribilmente l’uomo togliendogli l’anima spirituale e immortale e rendendolo – come ripeteva, nelle chiese e nelle piazze, il P. Francesco Samoggia – rendendolo soltanto un “tubo digerente” perché lo considera solo materia e quindi con soli bisogni economici.

Il laicismo lottando per distaccare la società, la scuola, l’uomo da Dio, sta lavorando per la formazione di uomini-mostri, disponibili ad essere utilizzati dagli opposti estremismi.

L’umanesimo senza Cristo Dio, è disumano. Il vero umanesimo è soltanto quello cristiano che è un superumanesimo.

2. LA GRAZIA CI RENDE FIGLI DI DIO: l’uomo per la sola natura umana è creatura di Dio; soltanto la partecipazione alla natura di Dio lo rende figlio di Dio. Conseguentemente, chi non è in Grazia, è semplice creatura di Dio (come un fiore, un uccello, un albero). Solo chi è in Grazia di Dio, teologicamente parlando, è figlio di Dio.

Il Vangelo afferma: Gesù “a quanti l’hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati” (5).

L’apostolo S. Giovanni, estasiato davanti a questa sublime e consolante verità, esclama: “Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio e lo siamo realmente! Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio” (6).

Dunque la Grazia ci dona una nuova nascita: fa dell’uomo redento (dice S. Pietro) un “neonato” (7). Nessun medico può render giovane un uomo vecchio, invece la grazia ci fa, spiritualmente, creatura nuova, giovane, come afferma S. Paolo: “Se uno è in Cristo egli è una creatura nuova: l’uomo vecchio è sparito, ecco il nuovo è sorto” (8).

Chi è in peccato, è vecchio decrepito nell’anima, ancorché conti 15 o 20 anni: il peccato è il vecchiume spirituale.

Chi è in grazia di Dio è giovanissimo nell’anima, ancorché abbia 80 o 90 anni.

3. LA GRAZIA DI DIO CI FA EREDI DI DIO. Gesù nel colloquio con Nicodemo dice: “Se uno non rinasce da acqua e da Spirito Santo (ossia se non nasce, mediante il Battesimo, come figlio di Dio) non può entrare nel Regno di Dio” (9).

S. Paolo ripete con insistenza: “Che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre! Quindi non sei più schiavo, ma figlio; e se figlio sei anche erede per volontà di Dio”. E ancora: “Lo Spirito Santo attesta al nostro spirito che noi siamo figli di Dio. E se siamo figli siamo anche eredi: eredi di Dio e coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare alla sua gloria” (10).

4. LA GRAZIA DI DIO CI RENDE ABITAZIONE DI DIO.

Dio ama tanto la persona che lo ama, che non vuole aspettare il suo ingresso in Paradiso per diventare suo ospite, ma subito va ad abitare in lei.

E’ Gesù stesso che ce l’assicura: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (11).

S. Giovanni dice: “Dio è amore e chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui” (12).

S. Paolo esclama: “Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Santo è il tempio di Dio che siete voi” (13). Dove c’è Dio ci sono gli Angeli e i Santi: c’è il Paradiso. Nell’anima in Grazia c’è Dio; dunque essa è un Paradiso incominciato sulla terra! (Anima caelum est!).

La B. Elisabetta della Trinità spesso ripeteva: “Ho trovato il mio Cielo sulla terra, perché il Cielo è Dio e Dio è nell’anima mia”. Meditando e vivendo intensamente questa dolce verità, in breve tempo è diventata una grande santa.

Attenzione: Un solo peccato grave ci strappa il tesoro infinito della Grazia.

Senza grazia – dice S. Agostino – non siamo più uomini, poiché “l’uomo vero è composto di corpo, di anima e di Dio nell’anima ossia di Grazia santificante”.

Senza “carità” teologale ossia senza Grazia – afferma S. Paolo – siamo “niente, nulla, cèmbali dal suono fesso” (14).

Con la Grazia siamo tutto e non potremmo essere più grandi: “Dopo la dignità di Gesù Cristo non c’è al mondo dignità più alta dell’anima in grazia di Dio: né Dio stesso poteva elevarci a dignità più alta di questa” (15).

Con la Grazia siamo santi e immacolati e straordinariamente belli: dicono molti santi con S. Teresa d’Avila: “Se tu vedessi la bellezza di un’anima in stato di grazia, il tuo corpo si spezzerebbe come un’argilla, non potendo contenere la gioia da cui tutto il tuo essere sarebbe inondato”

Ascolta l’esortazione del grande Papa S. Leone Magno: “Riconosci, o cristiano, la tua dignità. Diventato partecipe della natura divina, non ritornare con una condotta sregolata alla tua antica bassezza… Ricordati che, strappato alla potenza delle tenebre, sei stato trasferito nel regno della luce”.

ESEMPIO. S. Ignazio, eletto da S. Pietro Vescovo di Antiochia, è condannato a morte per la sua fede in Cristo Dio, e dovrà subire il martirio a Roma, gettato in pasto alle belve. Allora subito scrive una lettera stupenda “alla Chiesa che ha la presidenza nella regione dei Romani”. La scrive per esortare accoratamente i cristiani di Roma a non impedire il suo martirio. Ecco alcune sue espressioni: “Annunzio che morrò volentieri per Iddio se voi non me lo impedite. Lasciate che io sia pasto delle belve per mezzo delle quali mi è dato di raggiungere Dio. Sono frumento di Dio, e sarò macinato dai denti delle fiere per divenire pane puro di Cristo. Sollecitate piuttosto le fiere perché diventino mio sepolcro. Oh! quando avrò la gioia di trovarmi di fronte alle belve preparate per me? Mi auguro che siano pronte a gettarsi sul mio corpo. Nessuna delle cose visibili e invisibili mi trattenga dal raggiungere Gesù Cristo. Fuoco e croce, branchi di bestie feroci, lacerazioni, squartamenti, slogature delle ossa, taglio delle membra, stritolamento di tutto il corpo, i più crudeli tormenti del diavolo ben vengano tutti su di me, purché io possa raggiungere Gesù Cristo”. E va gioiosamente verso il martirio!

Ecco quali sono i veri cristiani: quelli che come S. Ignazio d’Antiochia e come milioni di altri martiri dei tempi antichi, e di quelli, ancor più numerosi, del nostro secolo, sono pronti a farsi sbranare dalle belve, a lasciarsi uccidere piuttosto che perdere la Grazia santificante.

PROPOSITO. Supplichiamo la Madonna, “Madre della divina Grazia” affinché le moltissime persone lontane da Dio e dalla sua legge possano riscoprire e riconquistare la Grazia. Invochiamola perché noi tutti mettiamo in pratica le belle parole dello Spirito Santo: “Crescete nella Grazia e nella conoscenza del Signore nostro e Salvatore Gesù Cristo” (16).

(1) E. Medi, “I giovani come li conosco” (9) Cfr. Gv. 3, 3-8

(2) 2 Pt. 1, 3 s. (10) Gal. 4, 6 e Rom. 8, 16 s.

(3) Rom. 11, 24 (11) Gv. 14, 23

(4) Gal. 2,20 (12) 1 Gv. 4, 16

(5) Gv. 1, 12 s. (13) 1 Cor. 3, 16 s.

(6) 1 Gv. 3, 1 s. (14) 1 Cor. 13, 1-3

(7) Cfr. 1 Pt. 2, 2 (15) Mons. G. Bosio, “Radioquar. ’62”

(8) 2 Cor. 5, 17 s. (16) 2 Pt. 3, 18

 

Friday (August 9): “Whoever loses his life for my sake will find it “

Daily Reading & Meditation

Friday (August 9): “Whoever loses his life for my sake will find it “
Scripture: Matthew 16:24-28

24 Then Jesus told his disciples, “If any man would come after me, let him deny himself and take up his cross and follow me. 25 For whoever would save his life will lose it, and whoever loses his life for my sake will find it. 26 For what will it profit a man, if he gains the whole world and forfeits his life? Or what shall a man give in return for his life? 27 For the Son of man is to come with his angels in the glory of his Father, and then he will repay every man for what he has done. 28 Truly, I say to you, there are some standing here who will not taste death before they see the Son of man coming in his kingdom.”

Meditation: What is the most important investment you can make with your life? Jesus poses some probing questions to challenge our assumptions about what is most profitable and worthwhile. In every decision of life we are making ourselves a certain kind of person. The kind of person we are, our character, determines to a large extent the kind of future we will face and live. It is possible that some can gain all the things they set their heart on, only to wake up suddenly and discover that they missed the most important things of all. Of what value are material things if they don’t help you gain what truly lasts in eternity. Neither money nor possessions can buy heaven, mend a broken heart, or cheer a lonely person.

The great exchange – my life for His Life
Jesus asks the question: What will a person give in exchange for his or her life? Everything we have is an out-right gift from God. We owe him everything, including our very lives. It’s possible to give God our money, but not ourselves, or to give him lip-service, but not our hearts. A true disciple gladly gives up all that he or she has in exchange for an unending life of joy and happiness with God. God gives without measure. The joy he offers no sadness or loss can diminish.

True freedom and gain
The cross of Christ leads to victory and freedom from sin, despair, and death. What is the cross which Jesus Christ commands me to take up each day? When my will crosses with his will, then his will must be done. Are you ready to lose all for Jesus Christ in order to gain all with Jesus Christ?

“Take, Lord, and receive all my liberty, my memory, my understanding, and all my will, all that I have and possess. You have given them to me; to you, O Lord, I restore them; all things are yours, dispose of them according to your will. Give me your love and your grace, for this is enough for me.” (Prayer of Ignatius of Loyola, 1491-1556)

Psalm 77:11-15,20

11 I will call to mind the deeds of the LORD; yes, I will remember your wonders of old.
12 I will meditate on all your works, and muse on your mighty deeds.
13 Your way, O God, is holy. What god is great like our God?
14 You are the God who works wonders, who has manifested your might among the peoples.
15 You did with your arm redeem your people, the sons of Jacob and Joseph. [Selah]
20 You led thy people like a flock by the hand of Moses and Aaron.

Daily Quote from the early church fathersWalk as Christ has walked, by Caesarius of Arles (470-543 AD)

“When the Lord tells us in the Gospel that anyone who wants to be his follower must renounce himself, the injunction seems harsh; we think he is imposing a burden on us. But an order is no burden when it is given by one who helps in carrying it out. To what place are we to follow Christ if not where he has already gone? We know that he has risen and ascended into heaven; there, then, we must follow him. There is no cause for despair – by ourselves we can do nothing, but we have Christ’s promise… One who claims to abide in Christ ought to walk as he walked. Would you follow Christ? Then be humble as he was humble. Do not scorn his lowliness if you want to reach his exaltation. Human sin made the road rough. Christ’s resurrection leveled it. By passing over it himself, he transformed the narrowest of tracks into a royal highway. Two feet are needed to run along this highway; they are humility and charity. Everyone wants to get to the top – well, the first step to take is humility. Why take strides that are too big for you – do you want to fall instead of going up? Begin with the first step, humility, and you will already be climbing.” (excerpt from  SERMONS 159, 1.4–6)

Meditations may be freely reprinted for non-commercial use – please cite: copyright (c) 2019 Servants of the Word, source:  www.dailyscripture.net, author Don Schwager

 

“Lay up for yourselves treasure in heaven”

The Gospel of Matthew: a commentary & meditation 


“Lay up for yourselves treasure in heaven”

Scripture: Matthew 6:19-23

19 “Do not lay up for yourselves treasures on earth, where moth and rust consume and where thieves break in and steal, 20 but lay up for yourselves treasures in heaven, where neither moth nor rust consumes and where thieves do not break in and steal. 21 For where your treasure is, there will your heart be also. 22 “The eye is the lamp of the body. So, if your eye is sound, your whole body will be full of light; 23 but if your eye is not sound, your whole body will be full of darkness. If then the light in you is darkness, how great is the darkness!

Meditation: Jesus used the images of treasure and eyesight to covey the hidden truth of God’s kingdom. What Jesus said about treasure made perfect sense to his audience: keep what lasts!  Aren’t we all trying to find the treasure which brings security and happiness?  Jesus contrasts two very different kinds of wealth — material and spiritual goods.  Jesus urges his disciples to get rich by investing in that which truly lasts, not just for a life-time, but for all eternity. How attainable is this heavenly treasure and can we enjoy it now, or must we wait for it in the after-life?  The treasure of God’s kingdom is both a present and future reality for those who seek it. What is this treasure which Jesus offers so freely? It is the joy of knowing the living God, being united with him, and receiving the inheritance of an imperishable kingdom — a kingdom of peace, joy, and righteousness.  Since one’s whole life is directed by that which he most values, to set one’s heart on heavenly treasure will be to enter into a deeper and richer life with God.  Which treasure do you seek, earthly or heavenly treasure?

Jesus also used the image of eyesight to convey an important spiritual principle. Bad eyesight is often used as a metaphor for stupidity and spiritual blindness. (For examples, see Matt. 15:14, 23:16 ff.; John 9:39-41; Ro. 2 2:19; II Peter 1:9; and Revelations 3:17.) The eye is the window of the heart, mind, and “inner being” of a person.  If the window is clouded, dirty, or marred in any manner, the light will be deflected and diminished.  Just so with the “inner being” of a person!  How we “see” affects the “inner life”, “heart”, and “soul” of an individual.  What can blind or distort our “vision” of what is true, good, lovely, pure and everlasting (Phil. 4:8)?  Certainly prejudice, jealousy, and self-conceit cause distortion or blindness.  Prejudice destroys good judgment and blinds us to the facts and to their significance for us.  Jealousy makes us distrustful and suspicious of others and distorts our ability to accurately examine the facts. We need to fearlessly examine ourselves to see if we are living according to right principles or if we might be misguided by prejudice or some other conceit.  Love is not jealous …but rejoices with the truth (1 Cor. 13:4-6). Do you rejoice in what is right and good and do you live your life in the light
of God’s truth?

“Lord, your word is life for us.  Fill me with your light and truth, and give me understanding of your ways.  Free me from all that is false, illusory, ugly, and unloving. Let my heart know only one treasure–the joy and bliss of union with you–Father, Son, and Holy Spirit.”

GIOVANNI PAOLO II UDIENZA GENERALE Mercoledì, 28 marzo 1979

1. “Paenitemini et date eleemosynam” (cf. Mc 1,15 e Lc 12,33).

La parola “elemosina” oggi non l’ascoltiamo volentieri. Sentiamo in essa qualcosa di umiliante. Questa parola sembra supporre un sistema sociale in cui regna l’ingiustizia, l’ineguale distribuzione dei beni, un sistema che dovrebbe essere cambiato con riforme adeguate. E se tali riforme non venissero compiute, si delineerebbe all’orizzonte della vita sociale la necessità di cambiamenti radicali, soprattutto nell’ambito dei rapporti tra gli uomini. La stessa convinzione troviamo nei testi dei Profeti dell’Antico Testamento, ai quali attinge spesso la Liturgia nel tempo di Quaresima. I Profeti considerano questo problema a livello religioso: non vi è vera conversione a Dio, non può esserci autentica “religione” senza riparare ingiurie e ingiustizie nei rapporti tra gli uomini, nella vita sociale. Eppure in tale contesto i Profeti esortano l’elemosina.

Non usano nemmeno la parola “elemosina” che del resto in ebraico è “sedaqah”, cioè proprio “giustizia”. Chiedono aiuto per quelli che subiscono ingiustizia e per i bisognosi: non tanto in virtù della misericordia, quanto piuttosto in virtù del dovere della carità operante. “Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: / sciogliere le catene inique, / togliere i legami del giogo, / rimandare liberi gli oppressi / e spezzare ogni giogo? / Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, / nell’indurre in casa i miseri, senza tetto, / nel vestire uno che vedi nudo, / senza distogliere gli occhi da quelli della tua carne?” (Is 58,6-7).

La parola greca “eleemosyne” si trova nei tardivi libri della Bibbia e la pratica dell’elemosina è una verifica di una autentica religiosità. Gesù fa dell’elemosina una condizione dell’accesso al suo regno (cf. Lc 12,32-33) e della vera perfezione (Mc 10,21 e par.). D’altra parte, quando Giuda – di fronte alla donna che ungeva i piedi di Gesù – pronunciò la frase: “Perché quest’olio profumato non si è venduto per trecento danari, per poi darli ai poveri?” (Gv 12,5), Cristo difese la donna rispondendo: “I poveri… li avete sempre con voi, ma non sempre avete me” (Gv 12,8). L’una e l’altra frase offrono motivo di grande riflessione.

2. Che cosa significa la parola “elemosina”.

La parola greca “eleemosyne” proviene da “eleos” che vuol dire compassione e misericordia; inizialmente indicava l’atteggiamento dell’uomo misericordioso e, in seguito, tutte le opere di carità verso i bisognosi. Questa parola trasformata è rimasta quasi in tutte le lingue europee.

In francese: “aumône”; spagnolo: “limosna”; portoghese: “esmola”; tedesca: “Almosen”; inglese: “alms”. Perfino l’espressione polacca “jalmuzna” è la trasformazione della parola greca.

Dobbiamo qui differenziare il significato oggettivo di questo termine dal significato che gli diamo nella nostra coscienza sociale. Come risulta da ciò che abbiamo già detto in precedenza, al termine “elemosina” attribuiamo spesso, nella nostra coscienza sociale, un significato negativo. Diverse sono le circostanze che vi hanno contribuito e vi contribuiscono anche oggi. Invece, l’“elemosina” in se stessa, come aiuto a chi ne ha bisogno, come “il fare partecipare gli altri ai propri beni”, non suscita assolutamente simili associazioni negative. Possiamo non esser d’accordo con chi fa l’elemosina, per il modo in cui la fa. Possiamo anche non consentire con chi tende la mano chiedendo l’elemosina, in quanto non si sforza di guadagnarsi la vita da sé. Possiamo non approvare la società, il sistema sociale, in cui ci sia necessità di elemosina. Tuttavia il fatto stesso di prestare aiuto a chi ne ha bisogno, il fatto di condividere con gli altri i propri beni deve suscitare rispetto.

Vediamo quanto nell’intendere le espressioni verbali bisogna liberarsi dall’influsso delle varie circostanze accidentali: circostanze spesso improprie, che gravano sul loro significato ordinario. Queste circostanze sono del resto alle volte in se stesse positive (ad esempio, nel nostro caso: l’aspirazione ad una società giusta, in cui non vi sia necessità di elemosina, perché vi regni la giusta distribuzione dei beni).

Quando il Signore Gesù parla di elemosina, quando chiede di praticarla, lo fa sempre nel senso di portare aiuto a chi ne ha bisogno, di condividere i propri beni con i bisognosi, cioè nel senso semplice ed essenziale, che non ci permette di dubitare del valore dell’atto denominato con il termine “elemosina”, anzi ci sollecita ad approvarlo: come atto buono, come espressione di amore verso il prossimo e come atto salvifico.

Inoltre, in un momento di particolare importanza, Cristo pronuncia queste parole significative: “I poveri… li avete sempre con voi” (Gv 12,8). Con tali parole non intende dire che i cambiamenti delle strutture sociali ed economiche non valgano e che non si debba tentare diverse vie per eliminare l’ingiustizia, l’umiliazione, la miseria, la fame. Vuole soltanto dire che nell’uomo ci saranno sempre delle necessità, le quali non potranno essere altrimenti soddisfatte se non con l’aiuto al bisognoso e col far partecipare gli altri ai propri beni… Di quale aiuto si tratta? Di quale partecipazione? Forse soltanto di “elemosina”, intesa sotto forma di denaro, di soccorso materiale?

3. Certamente Cristo non toglie l’elemosina dal nostro campo visivo. Egli pensa anche all’elemosina pecuniaria, materiale, ma a modo suo. Più di ogni altro eloquente, a questo proposito, è l’esempio della vedova povera, che deponeva nel tesoro del tempio alcuni spiccioli: dal punto di vista materiale, un’offerta difficilmente paragonabile alle offerte che davano gli altri. Tuttavia Cristo disse: “Questa vedova… ha dato tutto quanto aveva per vivere” (Lc 21,3-4). Quindi conta soprattutto il valore interiore del dono: la disponibilità a condividere tutto, la prontezza a dare se stessi.

Ricordiamo qui San Paolo: “Se anche distribuissi tutte le mie sostanze… ma non avessi la carità, niente mi giova” (1Cor 13,3). Anche Sant’Agostino (S. Agostino, Enarrat. in Ps. 125, 5) scrive bene a questo proposito: “Se stendi la mano per donare, ma nel cuore non hai misericordia, non hai fatto nulla; se invece nel cuore hai misericordia, anche quando non avessi nulla da donare con la tua mano, Dio accetta la tua elemosina”.

Qui tocchiamo il nucleo centrale del problema. Nella Sacra Scrittura e secondo le categorie evangeliche, “elemosina” significa anzitutto dono interiore. Significa l’atteggiamento di apertura “verso l’altro”. Proprio tale atteggiamento è un fattore indispensabile della “metànoia”, cioè della conversione, così come sono anche indispensabili la preghiera e il digiuno. Infatti ben si esprime Sant’Agostino (S. Agostino, Enarrat. in Ps. 42, b): “Quanto celermente sono accolte le preghiere di chi opera il bene! E questa è la giustizia dell’uomo nella vita presente: il digiuno, l’elemosina, l’orazione”: la preghiera, quale apertura verso Dio; il digiuno, quale espressione del dominio di sé anche nel privarsi di qualcosa, nel dire “no” a se stessi; e infine l’elemosina, quale apertura “verso gli altri”. Tale quadro delinea chiaramente il Vangelo quando ci parla della penitenza, della “metànoia” Solo con un atteggiamento totale – nel rapporto con Dio, con se stesso e con il prossimo – l’uomo raggiunge la conversione e permane nello stato di conversione.

L’“elemosina” così intesa ha un significato in un certo senso decisivo per una tale conversione. Per convincersene, basta ricordare l’immagine del giudizio finale che Cristo ci ha dato: “Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,35-40). E i Padri della Chiesa diranno poi con San Pietro Crisologo (S. Pietro Crisologo, Sermo VIII, 4): “La mano del povero è il gazofilacio di Cristo, poiché tutto ciò che il povero riceve è Cristo che lo riceve”, e con San Gregorio di Nazianzo (S. Gregorio di Nazianzo, De pauperum amore, XI): “Il Signore di tutte le cose vuole la misericordia, non il sacrificio; e noi la diamo attraverso i poveri”.

Pertanto, questa apertura agli altri, che si esprime con l’“aiuto”, con il “dividere” il cibo, il bicchiere d’acqua, la buona parola, il conforto, la visita, il tempo prezioso, ecc., questo dono interiore offerto all’altro uomo giunge direttamente a Cristo, direttamente a Dio. Decide dell’incontro con lui. È la conversione.

Nel Vangelo, e anche in tutta la Sacra Scrittura, possiamo trovare molti testi che lo confermano. L’“elemosina” intesa secondo il Vangelo, secondo l’insegnamento di Cristo, ha nella nostra conversione a Dio un significato definitivo, decisivo. Se manca l’elemosina, la nostra vita non converge ancora pienamente verso Dio.

4. Nel ciclo delle nostre riflessioni quaresimali, occorrerà riprendere questo tema. Oggi, prima di concludere, fermiamoci ancora un momento sul vero significato dell’“elemosina”. È molto facile, infatti, falsificarne l’idea, come abbiamo già avvertito all’inizio. Gesù dava ammonimenti anche rispetto all’atteggiamento superficiale, “esteriore” dell’elemosina (cf. Mt 6,2-4; Lc 11,41). Questo problema è sempre vivo. Se ci rendiamo conto del significato essenziale che l’“elemosina” ha per la nostra conversione a Dio e per tutta la vita cristiana, dobbiamo evitare, ad ogni costo, tutto ciò che falsifica il senso dell’elemosina, della misericordia, delle opere di carità: tutto ciò che può deformarne l’immagine in noi stessi. In questo campo, è molto importante coltivare la sensibilità interiore verso i bisogni reali del prossimo, per sapere in che cosa dobbiamo aiutarlo, come agire per non ferirlo, e come comportarci, affinché ciò che diamo, che portiamo nella sua vita, sia un dono autentico, un dono non aggravato dal senso ordinario negativo della parola “elemosina”.

Vediamo dunque quale campo di lavoro – ampio e insieme profondo – si apre davanti a noi, se vogliamo mettere in pratica il richiamo: “Paenitemini et date eleemosynam” (cf. Mc 1,15; Lc 12,33). È un campo di lavoro non soltanto per la Quaresima, ma per ogni giorno. Per tutta la vita.

Catechesi sui Comandamenti. 3: L’amore di Dio precede la legge e le dà senso

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi, questa udienza si svolgerà come mercoledì scorso. In Aula Paolo VI ci sono tanti ammalati e per custodirli al caldo, perché fossero più comodi, sono lì. Ma seguiranno l’udienza con il maxischermo e, anche noi con loro, cioè non ci sono due udienze. Ce n’è una sola. Salutiamo gli ammalati dell’Aula Paolo VI. E continuiamo a parlare dei comandamenti che, come abbiamo detto, più che comandamenti sono le parole di Dio al suo popolo perché cammini bene; parole amorevoli di un Padre. Le dieci Parole iniziano così: «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile» (Es 20,2). Questo inizio sembrerebbe estraneo alle leggi vere e proprie che seguono. Ma non è così.

Perché questa proclamazione che Dio fa di sé e della liberazione? Perché si arriva al Monte Sinai dopo aver attraversato il Mar Rosso: il Dio di Israele prima salva, poi chiede fiducia.[1] Ossia: il Decalogo comincia dalla generosità di Dio. Dio mai chiede senza dare prima. Mai. Prima salva, prima dà, poi chiede. Così è il nostro Padre, Dio buono.

E capiamo l’importanza della prima dichiarazione: «Io sono il Signore, tuo Dio». C’è un possessivo, c’è una relazione, ci si appartiene. Dio non è un estraneo: è il tuo Dio.[2] Questo illumina tutto il Decalogo e svela anche il segreto dell’agire cristiano, perché è lo stesso atteggiamento di Gesù che dice: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi» (Gv 15,9). Cristo è l’amato dal Padre e ci ama di quell’amore. Lui non parte da sé ma dal Padre. Spesso le nostre opere falliscono perché partiamo da noi stessi e non dalla gratitudine. E chi parte da sé stesso, dove arriva? Arriva a sé stesso! È incapace di fare strada, torna su di sé. È proprio quell’atteggiamento egoistico che, scherzando, la gente dice: “Quella persona è un io, me con me, e per me”. Esce da se stesso e torna a sé.

La vita cristiana è anzitutto la risposta grata a un Padre generoso. I cristiani che seguono solo dei “doveri” denunciano di non avere una esperienza personale di quel Dio che è “nostro”. Io devo fare questo, questo, questo … Solo doveri. Ma ti manca qualcosa! Qual è il fondamento di questo dovere? Il fondamento di questo dovere è l’amore di Dio Padre, che prima dà, poi comanda. Porre la legge prima della relazione non aiuta il cammino di fede. Come può un giovane desiderare di essere cristiano, se partiamo da obblighi, impegni, coerenze e non dalla liberazione? Ma essere cristiano è un cammino di liberazione! I comandamenti ti liberano dal tuo egoismo e ti liberano perché c’è l’amore di Dio che ti porta avanti. La formazione cristiana non è basata sulla forza di volontà, ma sull’accoglienza della salvezza, sul lasciarsi amare: prima il Mar Rosso, poi il Monte Sinai. Prima la salvezza: Dio salva il suo popolo nel Mar Rosso; poi nel Sinai gli dice cosa deve fare. Ma quel popolo sa che queste cose le fa perché è stato salvato da un Padre che lo ama.

La gratitudine è un tratto caratteristico del cuore visitato dallo Spirito Santo; per obbedire a Dio bisogna anzitutto ricordare i suoi benefici. Dice San Basilio: «Chi non lascia cadere nell’oblio tali benefici, si orienta verso la buona virtù e verso ogni opera di giustizia» (Regole brevi, 56). Dove ci porta tutto ciò? A fare esercizio di memoria:[3] quante cose belle ha fatto Dio per ognuno di noi! Quanto è generoso il nostro Padre celeste! Adesso io vorrei proporvi un piccolo esercizio, in silenzio, ognuno risponda nel suo cuore. Quante cose belle ha fatto Dio per me? Questa è la domanda. In silenzio ognuno di noi risponda. Quante cose belle ha fatto Dio per me? E questa è la liberazione di Dio. Dio fa tante cose belle e ci libera.

Eppure qualcuno può sentire di non aver ancora fatto una vera esperienza della liberazione di Dio. Questo può succedere. Potrebbe essere che ci si guardi dentro e si trovi solo senso del dovere, una spiritualità da servi e non da figli. Cosa fare in questo caso? Come fece il popolo eletto. Dice il libro dell’Esodo: «Gli Israeliti gemettero per la loro schiavitù, alzarono grida di lamento e il loro grido dalla schiavitù salì a Dio. Dio ascoltò il loro lamento, Dio si ricordò della sua alleanza con Abramo, Isacco e Giacobbe. Dio guardò la condizione degli Israeliti, Dio se ne diede pensiero» (Es 2,23-25). Dio pensa a me.

L’azione liberatrice di Dio posta all’inizio del Decalogo – cioè dei comandamenti – è la risposta a questo lamento. Noi non ci salviamo da soli, ma da noi può partire un grido di aiuto: “Signore salvami, Signore insegnami la strada, Signore accarezzami, Signore dammi un po’ di gioia”. Questo è un grido che chiede aiuto. Questo spetta a noi: chiedere di essere liberati dall’egoismo, dal peccato, dalle catene della schiavitù. Questo grido è importante, è preghiera, è coscienza di quello che c’è ancora di oppresso e non liberato in noi. Ci sono tante cose non liberate nella nostra anima. “Salvami, aiutami, liberami”. Questa è una bella preghiera al Signore. Dio attende quel grido, perché può e vuole spezzare le nostre catene; Dio non ci ha chiamati alla vita per rimanere oppressi, ma per essere liberi e vivere nella gratitudine, obbedendo con gioia a Colui che ci ha dato tanto, infinitamente più di quanto mai potremo dare a Lui. È bello questo. Che Dio sia sempre benedetto per tutto quello che ha fatto, fa e farà in noi!

Daily Reflection

In today’s first reading, Moses is exhorting the people to wake up and consider what God has done and is doing for them.

In the language of today, he might say, “Open your eyes! Take a look around you!”

Wondrous deeds were done for them by God, yet even with that, many stubbornly chose to focus on their problems and not be open to the gifts and power of God.

How like that we often are. Sometimes we would rather “belly-button gaze” than truly experience our Maker and Savior. Has God spoken to us from fire? Maybe not, but God does speak to us every day, many times a day.

St. Ignatius of Loyola, whose feast day was very recent, on July 31, was inspired by God to create the daily Examen and widely share it – and this is one simple way to realize God’s hand in our daily insights and encounters.

If we do that – as well as many other practices and prayerful efforts – we will not only see the hand of God in our lives, but we will find it easier to deny ourselves, take up our crosses, and follow Jesus, has he teaches in today’s Gospel. And that is how we truly find ourselves and the lives we are intended to live.

Daily Light on the Daily Path

Songs 4:7  “You are altogether beautiful, my darling, And there is no blemish in you.

Isaiah 1:5,6  Where will you be stricken again, As you continue in your rebellion? The whole head is sick And the whole heart is faint. • From the sole of the foot even to the head There is nothing sound in it, Only bruises, welts and raw wounds, Not pressed out or bandaged, Nor softened with oil.

Isaiah 64:6  For all of us have become like one who is unclean, And all our righteous deeds are like a filthy garment; And all of us wither like a leaf, And our iniquities, like the wind, take us away.

Romans 7:18  For I know that nothing good dwells in me, that is, in my flesh; for the willing is present in me, but the doing of the good is not.

1 Corinthians 6:11  Such were some of you; but you were washed, but you were sanctified, but you were justified in the name of the Lord Jesus Christ and in the Spirit of our God.

Psalm 45:13  The King’s daughter is all glorious within; Her clothing is interwoven with gold.

Ezekiel 16:14  “Then your fame went forth among the nations on account of your beauty, for it was perfect because of My splendor which I bestowed on you,” declares the Lord GOD.

Psalm 90:17  Let the favor of the Lord our God be upon us; And confirm for us the work of our hands; Yes, confirm the work of our hands.

Revelation 7:14  I said to him, “My lord, you know.” And he said to me, “These are the ones who come out of the great tribulation, and they have washed their robes and made them white in the blood of the Lamb.

Ephesians 5:27  that He might present to Himself the church in all her glory, having no spot or wrinkle or any such thing; but that she would be holy and blameless.

Colossians 2:10  and in Him you have been made complete, and He is the head over all rule and authority;