Letture dall’Ufficio delle Letture

Versetto
V. Venite, ammirate le opere del Signore:
R. ha fatto cose stupende sulla terra.

Prima Lettura
Dal libro del profeta Geremia 7, 1-20

Oracolo contro la vana fiducia nel tempio
Questa è la parola che fu rivolta dal Signore a Geremia: «Fermati alla porta del tempio del Signore e là pronunzia questo discorso dicendo: Ascoltate la parola del Signore, voi tutti di Giuda che attraversate queste porte per prostrarvi al Signore. Così dice il Signore degli eserciti, Dio di Israele: Migliorate la vostra condotta e le vostre azioni e io vi farò abitare in questo luogo. Pertanto non confidate nelle parole menzognere di coloro che dicono: Tempio del Signore, tempio del Signore, tempio del Signore è questo!
Poiché, se veramente emenderete la vostra condotta e le vostre azioni, se realmente pronunzierete giuste sentenze fra un uomo e il suo avversario; se non opprimerete lo straniero, l’orfano e la vedova, se non spargerete il sangue innocente in questo luogo e se non seguirete per vostra disgrazia altri dèi, io vi farò abitare in questo luogo, nel paese che diedi ai vostri padri da lungo tempo e per sempre. Ma voi confidate in parole false e ciò non vi gioverà: rubare, uccidere, commettere adulterio, giurare il falso, bruciare incenso a Baal, seguire altri dèi che non conoscevate. Poi venite e vi presentate alla mia presenza in questo tempio, che prende il nome da me, e dite: Siamo salvi! per poi compiere tutti questi abomini. Forse è una spelonca di ladri ai vostri occhi questo tempio che prende il nome da me? Anch’io, ecco, vedo tutto questo. Parola del Signore. Andate, dunque, nella mia dimora che era in Silo, dove avevo da principio posto il mio nome; considerate che cosa io ne ho fatto a causa della malvagità di Israele, mio popolo. Ora, poiché avete compiuto tutte queste azioni parola del Signore e, quando vi ho parlato con premura e sempre, non mi avete ascoltato e, quando vi ho chiamato, non mi avete risposto, io tratterò questo tempio che porta il mio nome e nel quale confidate e questo luogo che ho concesso a voi e ai vostri padri, come ho trattato Silo. Vi scaccerò davanti a me come ho scacciato tutti i vostri fratelli, tutta la discendenza di Èfraim.
Tu poi, non pregare per questo popolo, non innalzare per esso suppliche e preghiere né insistere presso di me, perché non ti ascolterò.
Non vedi che cosa fanno nelle città di Giuda e nelle strade di Gerusalemme? I figli raccolgono la legna, i padri accendono il fuoco e le donne impastano la farina per preparare focacce alla Regina del cielo; poi si compiono libazioni ad altri dèi per offendermi. Ma forse costoro offendono me —oracolo del Signore — o non piuttosto se stessi a loro vergogna?». Pertanto, dice il Signore Dio: «Ecco il mio furore, la mia ira si riversa su questo luogo, sugli uomini e sul bestiame, sugli alberi dei campi e sui frutti della terra e brucerà senza estinguersi».

Responsorio 
  Ger 7, 11; Is 56, 7; Gv 2, 16
R. E’ forse una spelonca di ladri per voi questo tempio che prende il nome da me? * Il mio tempio si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli.
V. Non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato.
R. Il mio tempio si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli.

Seconda Lettura
Dalle «Omelie sul vangelo di Matteo» di san Giovanni Crisostomo, vescovo   (Om. 50, 3-4; PG 58, 508-509)

Adorna il tempio, ma non trascurare i poveri
Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non permettere che sia oggetto di disprezzo nelle sue membra cioè nei poveri, privi di panni per coprirsi. Non onorarlo qui in chiesa con stoffe di seta, mentre fuori lo trascuri quando soffre per il freddo e la nudità. Colui che ha detto: «Questo è il mio corpo», confermando il fatto con la parola, ha detto anche: Mi avete visto affamato e non mi avete dato da mangiare (cfr. Mt 25, 42), e: Ogni volta che non avete fatto queste cose a uno dei più piccoli tra questi, non l’avete fatto neppure a me (cfr. Mt 25, 45). Il corpo di Cristo che sta sull’altare non ha bisogno di mantelli, ma di anime pure; mentre quello che sta fuori ha bisogno di molta cura.
Impariamo dunque a pensare e a onorare Cristo come egli vuole. Infatti l’onore più gradito che possiamo rendere a colui che vogliamo venerare è quello che lui stesso vuole, non quello escogitato da noi. Anche Pietro credeva di onorarlo impedendo a lui di lavargli i piedi. Questo non era onore, ma vera scortesia. Così anche tu rendigli quell’onore che egli ha comandato, fa’ che i poveri beneficino delle tue ricchezze. Dio non ha bisogno di vasi d’oro, ma di anime d’oro.
Con questo non intendo certo proibirvi di fare doni alla chiesa. No. Ma vi scongiuro di elargire, con questi e prima di questi, l’elemosina. Dio infatti accetta i doni alla sua casa terrena, ma gradisce molto di più il soccorso dato ai poveri.
Nel primo caso ne ricava vantaggio solo chi offre, nel secondo invece anche chi riceve. Là il dono potrebbe essere occasione di ostentazione; qui invece è elemosina e amore. Che vantaggio può avere Cristo se la mensa del sacrificio è piena di vasi d’oro, mentre poi muore di fame nella persona del povero? Prima sazia l’affamato, e solo in seguito orna l’altare con quello che rimane. Gli offrirai un calice d’oro e non gli darai un bicchiere d’acqua? Che bisogno c’è di adornare con veli d’oro il suo altare, se poi non gli offri il vestito necessario? Che guadagno ne ricava egli? Dimmi: se vedessi uno privo del cibo necessario e, senza curartene, adornassi d’oro solo la sua mensa, credi che ti ringrazierebbe o piuttosto non si infurierebbe contro di te? E se vedessi uno coperto di stracci e intirizzito dal freddo, trascurando di vestirlo, gli innalzassi colonne dorate, dicendo che lo fai in suo onore, non si riterrebbe forse di essere beffeggiato e insultato in modo atroce?
Pensa la stessa cosa di Cristo, quando va errante e pellegrino, bisognoso di un tetto. Tu rifiuti di accoglierlo nel pellegrino e adorni invece il pavimento, le pareti, le colonne e i muri dell’edificio sacro. Attacchi catene d’argento alle lampade, ma non vai a visitarlo quando lui è incatenato in carcere. Dico questo non per vietarvi di procurare tali addobbi e arredi sacri, ma per esortarvi a offrire, insieme a questi, anche il necessario aiuto ai poveri, o, meglio, perché questo sia fatto prima di quello. Nessuno è mai stato condannato per non aver cooperato ad abbellire il tempio, ma chi trascura il povero è destinato alla geenna, al fuoco inestinguibile e al supplizio con i demoni. Perciò mentre adorni l’ambiente del culto, non chiudere il tuo cuore al fratello che soffre. Questi è un tempio vivo più prezioso di quello.

Responsorio    Cfr. Mt 25, 35. 40; Pro 19, 17
R. Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero forestiero e mi avete ospitato. * Quello che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli, l’avete fatto a me.
V. Chi dona al povero, presta al Signore.
R. Quello che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli, l’avete fatto a me.

Catechesi sui Comandamenti, 11/B: In Cristo trova pienezza la nostra vocazione sponsale

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 31 ottobre 2018


 

Catechesi sui Comandamenti, 11/B: In Cristo trova pienezza la nostra vocazione sponsale

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi vorrei completare la catechesi sulla Sesta Parola del Decalogo – “Non commettere adulterio” –, evidenziando che l’amore fedele di Cristo è la luce per vivere la bellezza dell’affettività umana. Infatti, la nostra dimensione affettiva è una chiamata all’amore, che si manifesta nella fedeltà, nell’accoglienza e nella misericordia. Questo è molto importante. L’amore come si manifesta? Nella fedeltà, nell’accoglienza e nella misericordia.

Non va, però, dimenticato che questo comandamento si riferisce esplicitamente alla fedeltà matrimoniale, e dunque è bene riflettere più a fondo sul suo significato sponsale. Questo brano della Scrittura, questo brano della Lettera di San Paolo, è rivoluzionario! Pensare, con l’antropologia di quel tempo, e dire che il marito deve amare la moglie come Cristo ama la Chiesa: ma è una rivoluzione! Forse, in quel tempo, è la cosa più rivoluzionaria che è stata detta sul matrimonio. Sempre sulla strada dell’amore. Ci possiamo domandare: questo comando di fedeltà, a chi è destinato? Solo agli sposi? In realtà, questo comando è per tutti, è una Parola paterna di Dio rivolta ad ogni uomo e donna.

Ricordiamoci che il cammino della maturazione umana è il percorso stesso dell’amore che va dal ricevere cura alla capacità di offrire cura, dal ricevere la vita alla capacità di dare la vita. Diventare uomini e donne adulti vuol dire arrivare a vivere l’attitudine sponsalegenitoriale, che si manifesta nelle varie situazioni della vita come la capacità di prendere su di sé il peso di qualcun altro e amarlo senza ambiguità. È quindi un’attitudine globale della persona che sa assumere la realtà e sa entrare in una relazione profonda con gli altri.

Chi è dunque l’adultero, il lussurioso, l’infedele? È una persona immatura, che tiene per sé la propria vita e interpreta le situazioni in base al proprio benessere e al proprio appagamento. Quindi, per sposarsi, non basta celebrare il matrimonio! Occorre fare un cammino dall’io al noi, da pensare da solo a pensare in due, da vivere da solo a vivere in dure: è un bel cammino, è un cammino bello. Quando arriviamo a decentrarci, allora ogni atto è sponsale: lavoriamo, parliamo, decidiamo, incontriamo gli altri con atteggiamento accogliente e oblativo.

Ogni vocazione cristiana, in questo senso, – ora possiamo allargare un po’ la prospettiva, e dire che ogni vocazione cristiana, in questo senso, è sponsale. Il sacerdozio lo è perché è la chiamata, in Cristo e nella Chiesa, a servire la comunità con tutto l’affetto, la cura concreta e la sapienza che il Signore dona. Alla Chiesa non servono aspiranti al ruolo di preti – no, non servono, meglio che rimangano a casa –, ma servono uomini ai quali lo Spirito Santo tocca il cuore con un amore senza riserve per la Sposa di Cristo. Nel sacerdozio si ama il popolo di Dio con tutta la paternità, la tenerezza e la forza di uno sposo e di un padre. Così anche la verginità consacrata in Cristo la si vive con fedeltà e con gioia come relazione sponsale e feconda di maternità e paternità.

Ripeto: ogni vocazione cristiana è sponsale, perché è frutto del legame d’amore in cui tutti siamo rigenerati, il legame d’amore con Cristo, come ci ha ricordato il brano di Paolo letto all’inizio. A partire dalla sua fedeltà, dalla sua tenerezza, dalla sua generosità guardiamo con fede al matrimonio e ad ogni vocazione, e comprendiamo il senso pieno della sessualità.

La creatura umana, nella sua inscindibile unità di spirito e corpo, e nella sua polarità maschile e femminile, è realtà molto buona, destinata ad amare ed essere amata. Il corpo umano non è uno strumento di piacere, ma il luogo della nostra chiamata all’amore, e nell’amore autentico non c’è spazio per la lussuria e per la sua superficialità. Gli uomini e le donne meritano di più di questo!

Dunque, la Parola «Non commettere adulterio», pur se in forma negativa, ci orienta alla nostra chiamata originaria, cioè all’amore sponsale pieno e fedele, che Gesù Cristo ci ha rivelato e donato (cfr Rm 12,1).

GIOVANNI PAOLO II UDIENZA GENERALE Mercoledì, 13 giugno 1979

1. “Pange, lingua, gloriosi / Corporis mysterium / Sanguinisque pretiosi…” (S. Tommaso, Hymn. ad I Vesp. in Sollemn. SS.mi Corporis et Sanguinis Christi).

Ecco, si avvicina il giorno, e già praticamente si è iniziato, in cui la Chiesa parlerà, mediante la sua solenne liturgia, in venerazione di questo mistero, di cui essa vive ogni giorno: l’Eucaristia. “Gloriosi Corporis mysterium Sanguinisque pretiosi”. Il fondamento e, insieme, il culmine (cf. Sacrosanctum Concilium, 10) della vita della Chiesa. La sua incessante festa e, nello stesso tempo, la sua “santa quotidianità”.

Ogni anno il Giovedì Santo, l’inizio del Triduo Santo, ci riunisce nel cenacolo, dove celebriamo il Memoriale dell’Ultima Cena. E sarebbe proprio questo il giorno più adatto per meditare con venerazione tutto ciò che per la Chiesa costituisce l’Eucaristia, il Sacramento del Corpo e del Sangue del Signore. Si è manifestato però nel corso della storia che questo giorno più adatto, unico, non basta. Esso è, inoltre, organicamente inserito nell’insieme del ricordo pasquale; tutta la Passione, la Morte e la Risurrezione occupano allora i nostri pensieri e i nostri cuori. Non possiamo quindi dire dell’Eucaristia tutto ciò, di cui i nostri cuori sono colmi. Perciò dal Medio Evo, e precisamente dal 1264, il bisogno dell’adorazione insieme liturgica e pubblica del Santissimo Sacramento ha trovato la sua espressione in una solennità a parte, che la Chiesa festeggia nel primo giovedì dopo la domenica della Santissima Trinità, cioè proprio domani, iniziando dai primi vespri del giorno precedente, cioè oggi.

Desidero che questa meditazione ci introduca nella piena atmosfera della festa eucaristica.

2. “Non est alia natio tam grandis, quae habeat deos appropinquantes sibi, sicut Deus noster adest nobis”: “Non vi è altra nazione così grande che abbia la Divinità tanto vicina, quanto a noi è presente il nostro Dio” (San Tommaso, Officium SS Corporis Christi, II Nocturni; cf. Opusc. 57).

Si può parlare in diversi modi dell’Eucaristia. In diversi modi si è parlato già di essa nel corso della storia. Difficile dire qualcosa che non sia stato già detto. E allo stesso tempo, qualsiasi cosa si dica, da qualsiasi parte ci si avvicini a questo grande Mistero della fede e della vita della Chiesa, sempre scopriamo qualcosa di nuovo. Non perché le nostre parole rivelino questa novità. Essa si trova nel Mistero stesso. Ogni tentativo di vivere con essa nello spirito della fede, porta con sé nuova luce, nuovo stupore e nuova gioia.

“E meravigliandosi di ciò, il figlio del tuono, e considerando la sublimità dell’amore divino… esclamava: “Dio ha tanto amato il mondo”… (Gv 3,16). Dicci, dunque, o beato Giovanni, in che senso “tanto”? Di’ la misura, di’ la grandezza, insegnaci la sublimità. Dio ha tanto amato il mondo…” (S. Giovanni Crisostomo, In cap. Genes. VIII, Homilia XXVII, 1: Opera omnia (Migne), 4,241).

L’Eucaristia ci avvicina Dio in modo stupendo. Ed è il Sacramento della sua vicinanza nei confronti dell’uomo. Dio nell’Eucaristia è proprio questo Dio che è voluto entrare nella storia dell’uomo. Ha voluto accettare l’umanità stessa. Ha voluto diventare uomo. Il Sacramento del Corpo e del Sangue ci ricorda continuamente la sua divina umanità.

Cantiamo “Ave, verum corpus, natum ex Maria Virgine”. E vivendo con l’Eucaristia ritroviamo tutta la semplicità e la profondità del mistero dell’Incarnazione.

È il Sacramento della discesa di Dio verso l’uomo, dell’avvicinamento a tutto ciò che è umano. È il Sacramento della divina “condiscendenza” (cf. S. Giovanni Crisostomo, In Genes. 3,8, Homilia XXVIII, 1: PG 53,134). La divina entrata nella realtà umana ha raggiunto il suo culmine mediante la passione e la morte. Mediante la passione e la morte sulla Croce il Figlio di Dio incarnato è diventato, in maniera particolarmente radicale, il Figlio dell’Uomo, ha condiviso fino alla fine ciò che è la condizione di ogni uomo. L’Eucaristia, Sacramento del Corpo e del Sangue, ci ricorda soprattutto questa morte, che Cristo subì sulla croce; la ricorda e rinnova, in un certo modo, cioè incruento, la sua realtà storica. Lo testimoniano le parole pronunziate nel cenacolo sul pane e sul vino separatamente, le parole che, nell’istituzione di Cristo, realizzano il Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue; il Sacramento della morte, che è stato sacrificio espiatorio. Il Sacramento della morte, in cui si è espressa tutta la potenza dell’amore. Il Sacramento della morte, che è consistito nel dare la vita per riconquistare la pienezza della vita.

“Manduca vitam, bibe vitam: habebis vitam, et integra est vita” (“Mangia la vita, bevi la vita: avrai la vita, ed è la vita totale”) (S. Agostino, Sermones ad populum, Series I, Sermo CXXXI, I, 1).

Mediante questo Sacramento viene continuamente annunziata, nella storia dell’uomo, la morte che dà la vita (cf. 1Cor 11,26).

Continuamente si realizza in quel senso semplicissimo, che è il segno del Pane e del Vino. Dio è in esso presente e vicino all’uomo con quella penetrante vicinanza della sua morte sulla croce, dalla quale è scaturita la potenza della Risurrezione. L’uomo, mediante l’Eucaristia, diventa partecipe di questa potenza.

3. L’Eucaristia è Sacramento della Comunione. Cristo dà se stesso a ognuno di noi, che lo riceviamo sotto le specie eucaristiche. Dà se stesso ad ognuno di noi, che mangiamo il Cibo eucaristico e beviamo l’eucaristica Bevanda. Questo mangiare è segno della Comunione. È segno dell’unione spirituale, nella quale l’uomo riceve Cristo, gli viene offerta la partecipazione nel suo Spirito, ritrova in lui particolarmente intima la relazione col Padre; sente particolarmente vicino l’accesso a lui.

Dice un grande poeta (Mickiewicz, Colloqui serali): “Con te io parlo, / che regni nel cielo e nello stesso tempo sei ospite / nella casa del mio spirito… / Con te io parlo! / Le parole mi mancano per te; / il tuo pensiero ascolta ogni mio pensiero; / regni lontano e servi nella vicinanza, / Re nei cieli e nel mio cuore sulla croce…”.

Ci accostiamo infatti alla Comunione eucaristica recitando prima il “Padre nostro”.

La Comunione è un legame bilaterale. Ci conviene quindi dire che non soltanto noi riceviamo Cristo, non soltanto ciascuno di noi lo riceve in questo eucaristico segno, ma che anche Cristo riceve ciascuno di noi. Egli accetta sempre, per così dire, in questo Sacramento l’uomo, lo fa suo amico, così come ha detto nel cenacolo: “Voi siete miei amici” (Gv 15,14). Quest’accoglienza e l’accettazione dell’uomo da parte di Cristo è un beneficio inaudito. L’uomo sente molto profondamente il desiderio di essere accettato. Tutta la vita dell’uomo si volge in questa direzione, perché sia accolto e accettato da Dio; e ciò esprime sacramentalmente l’Eucaristia.Eppure l’uomo deve, come dice San Paolo: “esaminare se stesso” (cf. 1Cor 11,28), se è degno di essere accettato da Cristo. L’Eucaristia è, in un certo senso, una costante sfida perché l’uomo cerchi di essere accettato, perché adatti la sua coscienza alle esigenze della santissima Amicizia divina.

4. Desideriamo esprimere, nel quadro di questa solennità odierna, come pure nella prossima domenica e nei singoli giorni, questa particolare, pubblica venerazione ed amore, con cui circondiamo sempre il Santissimo Sacramento. Permettete che, in questo momento, i miei pensieri tornino, ancora una volta, alla Polonia, dalla quale sono ritornato alcuni giorni fa. Sono stati giorni, quelli, di un particolare pellegrinaggio nella terra, nella quale sono nato e sono stato educato, fra gli uomini, ai quali non cesso di esser legato con i legami più profondi della fede, della speranza e della carità. Desidero, ancora una volta, ringraziare cordialissimamente tutti i miei Connazionali. Ringrazio le Autorità statali; ringrazio i miei Fratelli nell’Episcopato; ringrazio tutti.

Ebbene proprio lì, nella mia terra natia, ho imparato la fervente venerazione e l’amore per l’Eucaristia. Ivi ho imparato il culto per il Corpo del Signore. Nella festa del “Corpus Domini” sono tenute da secoli le processioni eucaristiche, nelle quali i miei Connazionali cercavano di esprimere comunitariamente e pubblicamente che cosa rappresenta per loro l’Eucaristia. E anche oggi lo fanno. Mi unisco dunque spiritualmente a loro, mentre per la prima volta ho la gioia di celebrare la solennità del Corpo e del Sangue di Cristo qui, nella Città Eterna, nella quale Pietro, di generazione in generazione, risponde in un certo modo a Cristo: “Signore… tu sai che ti amo… Signore tu sai che ti amo” (Gv 21,15-17). L’Eucaristia è, in un certo modo, il punto culminante di questa risposta. Desidero ripeterla insieme con tutta la Chiesa a Colui, che ha manifestato il suo amore mediante il Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue, rimanendo con noi “fino alla fine del mondo” (Mt 28,20).

Saturday (August 31): “The master will settle his account with them”

Daily Reading & Meditation

Saturday (August 31): “The master will settle his account with them”
Scripture:  Matthew 25:14-30  

14 “For it will be as when a man going on a journey called his servants and entrusted to them his property; 15 to one he gave five talents, to another two, to another one, to each according to his ability. Then he went away. 16 He who had received the five talents went at once and traded with them; and he made five talents more. 17 So also, he who had the two talents made two talents more. 18 But he who had received the one talent went and dug in the ground and hid his master’s money. 19 Now after a long time the master of those servants came and settled accounts with them. 20 And he who had received the five talents came forward, bringing five talents more, saying, `Master, you delivered to me five talents; here I  have made five talents more.’ 21 His master said to him, `Well done, good and faithful servant; you have been faithful over a little, I will set you over much; enter into the  joy of your master.’ 22 And he also who had the two talents came forward, saying, `Master, you delivered to me two talents; here I have made two talents more.’ 23 His master said to him, `Well done, good and faithful servant; you have been faithful over a little, I will set you over much; enter into the  joy of your master.’

24 He also who had received the one talent came forward, saying, `Master, I knew you to be a hard man, reaping where you did not sow, and  gathering where you did not winnow; 25 so I was afraid, and I went and hid your talent in the ground. Here you have what is yours.’ 26 But his master answered him, `You wicked and slothful servant! You knew that I reap where I have not sowed, and gather where I have not  winnowed? 27 Then you ought to have invested my money with the bankers, and at my coming I should have received what was my own with interest. 28 So take the talent from him, and give it to him who has the ten talents. 29 For to every one who has will more be given, and he will have abundance; but from him who has not, even what he has will be taken  away. 30 And cast the worthless servant into the outer darkness; there men will weep and gnash their teeth.’

Meditation: What can economics and productivity teach us about the kingdom of heaven? Jesus’ story about a businessman who leaves town and entrusts his money with his workers made perfect sense to his audience. Wealthy merchants and businessmen often had to travel abroad and leave the business to others to handle while they were gone.

Why did Jesus tell this story and what can it teach us? Most importantly it tells us something about how God deals with us, his disciples and servants. The parable speaks first of the Master’s trust in his servants. While he goes away he leaves them with his money to use as they think best. While there were no strings attached, this was obviously a test to see if the Master’s workers would be industrious and reliable in their use of the money entrusted to them. The master rewards those who are industrious and faithful and he punishes those who sit by idly and who do nothing with his money.

The essence of the parable seems to lie in the servants’ conception of responsibility. Each servant entrusted with the master’s money was faithful up to a certain point. The servant who buried the master’s money was irresponsible. One can bury seeds in the ground and expect them to become productive because they obey natural laws. Coins, however, do not obey natural laws. They obey economic laws and become productive in circulation. The master expected his servants to be productive in the use of his money.

God rewards those who use their gifts for serving him and the good of others
What do coins and the law of economics have to do with the kingdom of God? The Lord entrusts the subjects of his kingdom with gifts and graces and he gives his subjects the freedom to use them as they think best. With each gift and talent, God gives sufficient means (grace and wisdom) for using them in a fitting way. As the parable of the talents shows, God abhors indifference and an attitude that says it’s not worth trying. God honors those who use their talents and gifts for doing good. Those who are faithful with even a little are entrusted with more! But those who neglect or squander what God has entrusted to them will lose what they have.

There is an important lesson here for us. No one can stand still for long in the Christian life. We either get more or we lose what we have. We either advance towards God or we slip back. Do you seek to serve God with the gifts, talents, and graces he has given to you?

“Lord Jesus, be the ruler of my heart and thoughts, be the king of my home and relationships, and be the master of my work and service. Help me to make good use of the gifts, talents, time, and resources you give me for your glory and your kingdom.”

Psalm 98:1-3, 8-9

1 O sing to the LORD a new song, for he has done marvelous things!  His right hand and his holy arm have gotten him victory.
2 The LORD has made known his victory, he has revealed his vindication in the sight of the nations.
3 He has remembered his steadfast love and faithfulness to the house of Israel. All the ends of the earth have seen  the victory of our God!
8 Let the floods clap their hands; let the hills sing for joy together
9 before the LORD, for he comes to judge the earth.  He will judge the world with righteousness, and the peoples with equity.

Daily Quote from the early church fathersEternal Joys, by Gregory the Great (540-604 AD)

“All the good deeds of our present life, however many they may appear to be, are few in comparison with our eternal recompense. The faithful servant is put in charge of many things after overcoming all the troubles brought him by perishable things. He glories in the eternal joys of his heavenly dwelling. He is brought completely into the joy of his master when he is taken into his eternal home and joined to the company of angels. His inner joy at his gift is such that there is no longer any external perishable thing that can cause him sorrow.”  (excerpt from FORTY GOSPEL HOMILIES 9.2)

Meditations may be freely reprinted for non-commercial use – please cite: copyright (c) 2019 Servants of the Word, source:  www.dailyscripture.net, author Don Schwager

 

Daily Light on the Daily Path

Romans 5:16  The gift is not like that which came through the one who sinned; for on the one hand the judgment arose from one transgression resulting in condemnation, but on the other hand the free gift arose from many transgressions resulting in justification.

Isaiah 1:18  “Come now, and let us reason together,” Says the LORD, “Though your sins are as scarlet, They will be as white as snow; Though they are red like crimson, They will be like wool.

Isaiah 43:25,26  “I, even I, am the one who wipes out your transgressions for My own sake, And I will not remember your sins. • “Put Me in remembrance, let us argue our case together; State your cause, that you may be proved right.

Isaiah 44:22  “I have wiped out your transgressions like a thick cloud And your sins like a heavy mist. Return to Me, for I have redeemed you.”

John 3:16  “For God so loved the world, that He gave His only begotten Son, that whoever believes in Him shall not perish, but have eternal life.

Romans 5:15  But the free gift is not like the transgression. For if by the transgression of the one the many died, much more did the grace of God and the gift by the grace of the one Man, Jesus Christ, abound to the many.

1 Corinthians 6:11  Such were some of you; but you were washed, but you were sanctified, but you were justified in the name of the Lord Jesus Christ and in the Spirit of our God.

 

Letture dall’Ufficio delle Letture

Versetto
V. Togli il velo ai miei occhi, Signore:
R. scruterò i prodigi della tua legge.

Prima Lettura
Dal libro del profeta Geremia 3, 1-5. 19 – 4, 4

Invito alla conversione
Mi fu rivolta questa parola dal Signore:
«Se un uomo ripudia la moglie
ed essa, allontanatasi da lui,
si sposa con un altro uomo,
tornerà il primo ancora da lei?
Forse una simile donna non è tutta contaminata?
Tu ti sei disonorata con molti amanti
e osi tornare da me? Oracolo del Signore.
Alza gli occhi sui colli e osserva:
dove non ti sei disonorata?
Tu sedevi sulle vie aspettandoli,
come fa l’Arabo nel deserto.
Così anche la terra hai contaminato
con impudicizia e perversità.
Per questo sono state fermate le piogge
e gli scrosci di primavera non sono venuti.
Sfrontatezza di prostituta è la tua,
ma tu non vuoi arrossire.
E ora forse non gridi verso di me: Padre mio,
amico della mia giovinezza tu sei!
Serberà egli rancore per sempre?
Conserverà in eterno la sua ira?
Così parli, ma intanto ti ostini
a commettere il male che puoi.
Io pensavo:
Come vorrei considerarti tra i miei figli
e darti una terra invidiabile,
un’eredità che sia l’ornamento più prezioso dei popoli!
Io pensavo: Voi mi direte: Padre mio,
e non tralascerete di seguirmi.
Ma come una donna è infedele al suo amante,
così voi, casa di Israele, siete stati infedeli a me».
Oracolo del Signore.
Sui colli si ode una voce,
pianto e gemiti degli Israeliti,
perché hanno reso tortuose le loro vie,
si sono dimenticati del Signore loro Dio.
«Ritornate, figli traviati,
io risanerò le vostre ribellioni».
«Ecco, noi veniamo a te
perché tu sei il Signore nostro Dio.
In realtà, menzogna sono le colline,
come anche il clamore sui monti;
davvero nel Signore nostro Dio
è la salvezza di Israele.
L’infamia ha divorato
fino dalla nostra giovinezza
il frutto delle fatiche dei nostri padri,
i loro greggi e i loro armenti,
i loro figli e le loro figlie.
Avvolgiamoci nella nostra vergogna,
la nostra confusione ci ricopra,
perché abbiamo peccato contro il Signore nostro Dio,
noi e i nostri padri,
dalla nostra giovinezza fino ad oggi;
non abbiamo ascoltato la voce del Signore
nostro Dio».
«Se vuoi ritornare, o Israele — dice il Signore —
a me dovrai ritornare.
Se rigetterai i tuoi abomini,
non dovrai più vagare lontano da me.
Il tuo giuramento sarà: Per la vita del Signore,
con verità, rettitudine e giustizia.
Allora i popoli si diranno benedetti da te
e di te si vanteranno».
Dice il Signore
agli uomini di Giuda e a Gerusalemme:
«Dissodatevi un terreno incolto
e non seminate fra le spine.
Circoncidetevi per il Signore,
circoncidete il vostro cuore,
uomini di Giuda e abitanti di Gerusalemme,
perché la mia ira non divampi come fuoco
e non bruci senza che alcuno la possa spegnere,
a causa delle vostre azioni perverse».

Responsorio   Ger 14, 7; Sal 129, 3
R. Se le nostre iniquità testimoniano contro di noi, Signore, agisci per il tuo nome! * Se consideri le colpe, Signore, chi potrà sussistere?
V. Certo, sono molte le nostre infedeltà, abbiamo peccato contro di te.
R. Se consideri le colpe, Signore, chi potrà sussistere?

Seconda Lettura
Dalle «Omelie» di san Beda, il Venerabile, sacerdote
(Om. 23; CCL 122, 354. 356. 357)

Precursore della nascita e della morte di Cristo

Il beato precursore della nascita del Signore, della sua predicazione e della sua morte, dimostrò una forza degna degli sguardi celesti nel suo combattimento. Anche se agli occhi degli uomini ebbe a subire tormenti, la sua speranza è piena di immortalità, come dice la Scrittura (cfr. Sap 3, 4). E’ ben giusto che noi ricordiamo con solenne celebrazione il suo giorno natalizio. Egli lo rese memorabile con la sua passione e lo imporporò del suo sangue. E’ cosa santa venerarne la memoria e celebrarla in gioia di spirito. Egli confermò con il martirio la testimonianza che aveva dato per il Signore.
San Giovanni subì il carcere e le catene a testimonianza per il nostro Redentore, perché doveva prepararne la strada. Per lui diede la sua vita, anche se non gli fu ingiunto di rinnegare Gesù Cristo, ma solo di tacere la verità. Tuttavia morì per Cristo.
Cristo ha detto: «Io sono la verità» (Gv 14, 6), perciò proprio per Cristo versò il sangue, perché lo versò per la verità. E siccome col nascere, col predicare, col battezzare doveva dare testimonianza a colui che sarebbe nato, avrebbe predicato e battezzato, così soffrendo segnalò anche che il Cristo avrebbe sofferto.
Un uomo di tale e tanta grandezza pose termine alla vita presente con lo spargimento del sangue dopo la lunga sofferenza delle catene. Egli annunziava la libertà della pace superna e fu gettato in prigione dagli empi. Fu rinchiuso nell’oscurità del carcere colui che venne a rendere testimonianza alla luce e che dalla stessa luce, che è Cristo, meritò di essere chiamato lampada che arde e illumina. Fu battezzato nel proprio sangue colui al quale era stato concesso di battezzare il Redentore del mondo, di udire la voce del Padre su di lui e di vedere la grazia dello Spirito Santo scendere sopra di lui.
Ma a persone come lui non doveva riuscire gravoso, anzi facile e bello sopportare per la verità tormenti transitori ripagabili con le gioie eterne. Per uno come lui la morte non riusciva un evento ineluttabile o una dura necessità. Era piuttosto un premio, una palma di vita eterna per la confessione del nome di Cristo.
Perciò ben dice l’Apostolo: «A voi è stata concessa la grazia non solo di credere in Cristo, ma anche di soffrire per lui» (Fil 1, 29). Chiama grazia di Cristo che gli eletti soffrano per lui: «Le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà esser rivelata in noi» (Rm 8, 18).

Responsorio    Cfr. Mc 6, 17. 27
R. Erode aveva messo in prigione Giovanni, a causa di Erodìade, moglie di suo fratello. * Giovanni era un profeta e più che un profeta.
V. Il re mandò una guardia e lo decapitò in prigione.
R. Giovanni era un profeta e più che un profeta.

Catechesi sui Comandamenti, 11/A: Non commettere adulterio

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 24 ottobre 2018


 

Catechesi sui Comandamenti, 11/A: Non commettere adulterio

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nel nostro itinerario di catechesi sui Comandamenti arriviamo oggi alla Sesta Parola, che riguarda la dimensione affettiva e sessuale, e recita: «Non commettere adulterio».

Il richiamo immediato è alla fedeltà, e in effetti nessun rapporto umano è autentico senza fedeltà e lealtà.

Non si può amare solo finché “conviene”; l’amore si manifesta proprio oltre la soglia del proprio tornaconto, quando si dona tutto senza riserve. Come afferma il Catechismo: «L’amore vuole essere definitivo. Non può essere “fino a nuovo ordine”» (n. 1646). La fedeltà è la caratteristica della relazione umana libera, matura, responsabile. Anche un amico si dimostra autentico perché resta tale in qualunque evenienza, altrimenti non è un amico. Cristo rivela l’amore autentico, Lui che vive dell’amore sconfinato del Padre, e in forza di questo è l’Amico fedele che ci accoglie anche quando sbagliamo e vuole sempre il nostro bene, anche quando non lo meritiamo.

L’essere umano ha bisogno di essere amato senza condizioni, e chi non riceve questa accoglienza porta in sé una certa incompletezza, spesso senza saperlo. Il cuore umano cerca di riempire questo vuoto con dei surrogati, accettando compromessi e mediocrità che dell’amore hanno solo un vago sapore. Il rischio è quello di chiamare “amore” delle relazioni acerbe e immature, con l’illusione di trovare luce di vita in qualcosa che, nel migliore dei casi, ne è solo un riflesso.

Così avviene di sopravvalutare per esempio l’attrazione fisica, che in sé è un dono di Dio ma è finalizzata a preparare la strada a un rapporto autentico e fedele con la persona. Come diceva San Giovanni Paolo II, l’essere umano «è chiamato alla piena e matura spontaneità dei rapporti», che «è il graduale frutto del discernimento degli impulsi del proprio cuore». È qualcosa che si conquista, dal momento che ogni essere umano «deve con perseveranza e coerenza imparare che cosa è il significato del corpo» (cfrCatechesi, 12 novembre 1980).

La chiamata alla vita coniugale richiede, pertanto, un accurato discernimento sulla qualità del rapporto e un tempo di fidanzamento per verificarla. Per accedere al Sacramento del matrimonio, i fidanzati devono maturare la certezza che nel loro legame c’è la mano di Dio, che li precede e li accompagna, e permetterà loro di dire: «Con la grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre». Non possono promettersi fedeltà «nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia», e di amarsi e onorarsi tutti i giorni della loro vita, solo sulla base della buona volontà o della speranza che “la cosa funzioni”. Hanno bisogno di basarsi sul terreno solido dell’Amore fedele di Dio. E per questo, prima di ricevere il Sacramento del Matrimonio, ci vuole un’accurata preparazione, direi un catecumenato, perché si gioca tutta la vita nell’amore, e con l’amore non si scherza. Non si può definire “preparazione al matrimonio” tre o quattro conferenze date in parrocchia; no, questa non è preparazione: questa è finta preparazione. E la responsabilità di chi fa questo cade su di lui: sul parroco, sul vescovo che permette queste cose. La preparazione deve essere matura e ci vuole tempo. Non è un atto formale: è un Sacramento. Ma si deve preparare con un vero catecumenato.

La fedeltà infatti è un modo di essere, uno stile di vita. Si lavora con lealtà, si parla con sincerità, si resta fedeli alla verità nei propri pensieri, nelle proprie azioni. Una vita intessuta di fedeltà si esprime in tutte le dimensioni e porta ad essere uomini e donne fedeli e affidabili in ogni circostanza.

Ma per arrivare ad una vita così bella non basta la nostra natura umana, occorre che la fedeltà di Dio entri nella nostra esistenza, ci contagi. Questa Sesta Parola ci chiama a rivolgere lo sguardo a Cristo, che con la sua fedeltà può togliere da noi un cuore adultero e donarci un cuore fedele. In Lui, e solo in Lui, c’è l’amore senza riserve e ripensamenti, la donazione completa senza parentesi e la tenacia dell’accoglienza fino in fondo.

Dalla sua morte e risurrezione deriva la nostra fedeltà, dal suo amore incondizionato deriva la costanza nei rapporti. Dalla comunione con Lui, con il Padre e con lo Spirito Santo deriva la comunione fra di noi e il saper vivere nella fedeltà i nostri legami.

GIOVANNI PAOLO II UDIENZA GENERALE Mercoledì, 30 maggio 1979

1. Già nelle prime frasi degli Atti degli Apostoli leggiamo che Gesù, dopo la sua passione e risurrezione, “si mostrò ad essi vivo… con molte prove, apparendo loro per quaranta giorni e parlando del regno di Dio” (At 1,3). Allora preannunziò che fra non molto sarebbero stati “battezzati in Spirito Santo” (At 1,5). E prima del definitivo distacco, come nota l’autore degli Atti degli Apostoli, San Luca, in questo caso nel suo Vangelo, ordinò loro: “…restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto” (Lc 24,49). Perciò gli Apostoli, dopo che egli li ebbe lasciati salendo in cielo, “tornarono a Gerusalemme” (Lc 24,52), ove come di nuovo informano gli Atti “erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù” (At 1,14). Certamente il luogo di questa comune preghiera, raccomandata esplicitamente dal Maestro, era il tempio di Gerusalemme come leggiamo alla conclusione del Vangelo di San Luca (Lc 24,53). Ma lo era anche il cenacolo, come si desume dagli Atti degli Apostoli. Il Signore Gesù aveva detto loro: “Ma avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra” (At 1,8).

Anno dopo anno, la Chiesa nella sua liturgia festeggia l’Ascensione del Signore il quarantesimo giorno dopo la Pasqua. Anno dopo anno, anche quel periodo di dieci giorni che passa dall’Ascensione alla Pentecoste, trascorre in preghiera allo Spirito Santo. In un certo senso la Chiesa, anno dopo anno, si prepara all’anniversario del suo genetliaco. Essa – come insegnano i Padri – è nata sulla Croce il Venerdì Santo; ha rivelato questa sua nascita davanti al mondo nel giorno della Pentecoste, quando gli Apostoli furono “rivestiti di potenza dall’alto” (Lc 24,49); quando furono “battezzati in Spirito Santo” (At 1,5). “Ubi enim Ecclesia, ibi et Spiritus Dei; et ubi Spiritus Dei, illic Ecclesia et omnis gratia: Spiritus autem veritas” (Dove è la Chiesa, ivi è anche lo Spirito di Dio; e dove è lo Spirito di Dio, ivi è la Chiesa ed ogni grazia: lo Spirito è verità) (S. Ireneo, Adversus haereses, III, 24,1: PG 7,966).

2. Cerchiamo di perseverare in questo ritmo della Chiesa. Nel corso di questi giorni essa ci invita a partecipare alla novena allo Spirito Santo. Si può dire che, tra le diverse novene, questa è la più antica; che prende origine, in un certo senso, dall’istituzione di Cristo Signore. È chiaro che Gesù non ha designato le preghiere che dobbiamo recitare durante questi giorni. Ma, indubbiamente, ha raccomandato agli Apostoli di trascorrere questi giorni in preghiera nell’attesa della discesa dello Spirito Santo. Questa raccomandazione era valida non solo allora. È valida sempre. È il periodo di dieci giorni dopo l’Ascensione del Signore porta in sé, ogni anno, la stessa chiamata del Maestro, nasconde anche in sé lo stesso mistero della Grazia, collegata col ritmo del tempo liturgico. Bisogna trar profitto da questo tempo. Anche in questo cerchiamo di raccoglierci, in modo particolare, e, in un certo modo di entrare nel cenacolo insieme con Maria e con gli Apostoli, preparando l’anima ad accettare lo Spirito Santo e la sua azione in noi. Tutto ciò ha una grande importanza per l’interna maturità della nostra fede, della nostra vocazione cristiana. Ed ha anche una grande importanza per la Chiesa come comunità: ogni comunità nella Chiesa e la Chiesa intera, come comunità di tutte le comunità, maturino anno dopo anno mediante il Dono della Pentecoste. “Il soffio ossigenante dello Spirito è venuto a svegliare nella Chiesa energie sopite, a suscitare carismi dormienti, a infondere quel senso di vitalità e di letizia, che ad ogni epoca della storia definisce giovane e attuale la Chiesa stessa, pronta e felice di riannunciare ai tempi nuovi il suo eterno messaggio” (Paolo VI, Allocutio ad Patres Cardinales, 21 dicembre 1973: AAS 66 [1974] 18).

Anche quest’anno bisogna prepararsi all’accettazione di questo Dono. Cerchiamo di partecipare alla preghiera della Chiesa “…Il est impossible d’entendre l’Esprit sans écouter ce qu’il dit à l’Eglise” (… è impossibile intendere lo Spirito senza ascoltare ciò che egli dice alla Chiesa: H. de Lubac, Meditazioni sulla Chiesa, Parigi 1973).

Preghiamo anche da soli. C’è una preghiera particolare che risuonerà con la dovuta forza nella liturgia della Pentecoste; possiamo però ripeterla spesso, soprattutto nell’attuale periodo di attesa: “Vieni, Santo Spirito, / manda a noi dal cielo / un raggio della tua luce. // Vieni, padre dei poveri, / vieni, datore dei doni, / vieni, luce dei cuori, // …ospite dolce dell’anima, / dolcissimo sollievo. // Nella fatica, riposo, / nella calura riparo, / nel pianto, conforto // Lava ciò che è sordido, / bagna ciò che è arido, / sana ciò che sanguina. // Piega ciò che è rigido, / scalda ciò che è gelido, / drizza ciò che è sviato.

Forse un giorno ritorneremo ancora su questa magnifica Sequenza e cercheremo di commentarla. Oggi basti soltanto un breve richiamo della memoria su alcune parole e su alcune frasi.

Rivolgiamo quindi le nostre preghiere in questo periodo allo Spirito Santo. Preghiamo per i suoi doni. Preghiamo per la trasformazione delle nostre anime. Preghiamo per la fortezza nella confessione, per la coerenza della vita con la fede. Preghiamo per la Chiesa, affinché adempia la sua missione nello Spirito Santo; affinché la accompagni il consiglio e lo Spirito dello Sposo e del suo Dio (cf. S. Bernardo, In vigilia Nativitatis Domini Sermo 3, 1: PL 183,941). Preghiamo per l’unione di tutti i cristiani. Per l’unione nell’eseguire la stessa missione.

3. La descrizione di questo momento in cui gli Apostoli, radunati nel cenacolo gerosolimitano, hanno ricevuto lo Spirito Santo, è in modo particolare legata con la rivelazione delle lingue. Leggiamo: “Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano. Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere d’esprimersi” (At 2,2-4).

L’evento, che ebbe luogo nel cenacolo, non passò senza attenzione al di fuori, presso la gente, che allora si trovava a Gerusalemme, ed erano – come leggiamo – Giudei di diverse nazioni. “…La folla si radunò e rimase sbigottita perché ciascuno li sentiva parlare la propria lingua” (At 2,6). E quelli che si meravigliavano così, sentendo parlare la propria lingua, sono in seguito enumerati nella descrizione degli Atti degli Apostoli: “Parti, Medi, Elamiti e abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, stranieri di Roma. Ebrei e proseliti Cretesi e Arabi” (At 2,9-11). Tutti costoro sentivano nel giorno della Pentecoste gli Apostoli, che erano Galilei, parlare nelle loro proprie lingue ed annunziare le grandi opere di Dio (cf. At 2,11).

Così dunque il giorno della Pentecoste porta in sé il visibile e percettibile annunzio della realizzazione del mandato di Cristo: “Andate… e ammaestrate tutte le nazioni…” (Mt 28,19). Mediante la rivelazione delle lingue vediamo già, in un certo modo, e sentiamo la Chiesa che, adempiendo a questo mandato, nasce e vive tra le varie nazioni della terra.

Fra qualche giorno, nella ricorrenza del giubileo di San Stanislao avrò la fortuna di recarmi in Polonia, nella mia patria. Proprio là celebrerò la Pentecoste, la festa della discesa dello Spirito Santo. Per questa occasione ho già più di una volta espresso il mio ringraziamento all’Episcopato e alle autorità statali polacche per tale invito. Oggi lo rinnovo ancora una volta.

In questa prospettiva, desidero esprimere la mia particolare gioia perché a quella rivelazione delle lingue nel giorno della Pentecoste si sono aggiunte, durante la storia, anche le singole lingue slave, dalla Macedonia attraverso la Bulgaria, la Croazia, la Slovenia, la Boemia, la Slovacchia, la Lusazia, in occidente. E dall’oriente: Rus (oggi chiamata l’Ucraina), Russia e Bielorussia. Desidero esprimere la gioia particolarissima perché alla rivelazione delle lingue nel cenacolo di Gerusalemme nel giorno della Pentecoste si è aggiunta anche la mia nazione e la sua lingua: la lingua polacca. Giacché mi si offre l’opportunità di visitare, nella solennità della Pentecoste, la mia Patria, desidero esprimere il mio ringraziamento perché il Vangelo è annunziato da tanti secoli in tutte queste lingue e particolarmente nella mia lingua nazionale. E nello stesso tempo desidero servire questa importante causa dei nostri tempi: perché “le grandi opere di Dio” continuino ad essere annunziate con la fede e con il coraggio come semente della speranza e dell’amore che, mediante il Dono della Pentecoste, ha innestato in noi Cristo.

La mia visita in Polonia, dal 2 al 10 giugno prossimi, avrà luogo mentre in Italia e in alcuni altri Paesi d’Europa si svolgeranno avvenimenti di grande portata: in Italia, il 3 e il 4 giugno, le elezioni per il Parlamento nazionale; il 10 giugno, nei Nove Paesi della Comunità Europea, l’elezione del primo Parlamento, designato a base popolare, della Comunità stessa.

Lontano fisicamente, mi sentirò vicino col cuore alle decine e decine di milioni di uomini e di donne che si appresteranno ad adempiere un dovere che è, allo stesso tempo, un atto di servizio al bene comune. Pregherò il Signore, e sono sicuro che voi lo pregherete con me, affinché tutti sappiano compiere tale loro dovere con senso di responsabilità e di maturità, ispirato al dettame profondo della propria coscienza.

Daily Reflection

We know this story of the terrible end to the life of the great prophetic voice of John the Baptist. John, who was sent to prepare the way for the ministry of Jesus, preceded our Savior in a death at the hands of powerful forces offended by his preaching. We can be shocked and angry at Herod’s wife, Herodias, or at her daughter who blindly obeyed her mothers unspeakably cruel request of Herod. Of course, Herod put John in jail in the first place, over John’s challenge to Herod’s marriage of his brother’s wife. And, it was Herod, who in a drunken and boastful promise to show off before his friends, was caught be his own pride in carrying out his execution of John.

We live in a nasty world today as well. The pressure to “fit in” with the predominant culture around us is very strong. It is not easy or simple to live, let alone witness to, gospel values today. We are bitterly divided on cultural issues, to such a degree that it is difficult to sort out which are my deepest values, based upon our faith. It can be difficult to hold onto a consistent ethic of life, which holds sacred the dignity of every human life, in the face of deep bigotry, racism, and even nationalism. Some life is too often seen as less valuable. It is difficult to imagine that our God is happy with how this world has turned out – the tremendous injustices everywhere, and the degradation of our planet in ways that are threatening human life all over the world.

It may sound overly simple, but the way of Jesus has always been our way. Developing an intimate relationship with Jesus draws us closer to him, especially to his way. The closer I grow in affection with Jesus, the better I I get at knowing the answer to the question, “What would Jesus do?” The close I grow in affection with him, the easier it is to instinctively know that the way I’ve been relating with the people closest to me isn’t working out to be the way of Jesus. Stripping away the impatience, harshness, punishing and constant bickering, is the first step in living a life more in harmony with Jesus’ way. I can only change of my heart begins to change. If I grow in gratitude for being a forgiven sinner myself, I can become softer, more compassionate and more loving at home. It is this “dying to self” that allows me to love those closest to me. It is the first step in allowing me to be better at loving the “neighbor” around me, with mercy and compassion, and self-sacrificing love. Then, the inner fire of anger at so many people, fear of so much, and conflict with those who have different ideas than mine, begins to change. Then, “What would Jesus do?” become a challenging question to ask in very concrete situations.

All this is preparatory to public martyrdom – public witness to our faith in a culture that is not in harmony with our faith. To stand in solidarity with those who are the most rejected and marginalized in our culture, to work hard to act against the many ways we are hurting our planet and all those who are the first and worst to suffer, to act publicly and try to witness to a life of mercy and compassion, with put me at odds with very powerful forces. The forces which profit mightily to sustain systemic injustice will not surrender their power easily or kindly. I may not end up being beheaded, like John, but the backlash to living the way of Jesus will be strong and powerful. John’s courage and integrity can be a great grace for us, individually, and as a faith community, as we chew the message of his martyrdom today.

May we ask for the grace to grow in intimacy with Jesus. May we be blessed with growing freedom and courage to live his way, and support each other in that way. And, may we be witnesses, each in our own way, to the transformational power of taking up our cross daily to be his disciples in this world – beginning at home, reaching out to our communities, our countries and to the whole world.

Thursday (August 29): “Herod feared John – a righteous and holy man”

Daily Reading & Meditation

Thursday (August 29): “Herod feared John – a righteous and holy man”
Scripture:  Mark 6:17-29  (alternate reading: Matthew 24:42-51)

17 For Herod had sent and seized John, and bound him in prison for the sake of Herodias, his brother Philip’s wife; because he had married  her. 18 For John said to Herod, “It is not lawful for you to have your brother’s wife.” 19 And Herodias had a grudge against him, and wanted to kill him. But she could not, 20 for Herod feared John, knowing that he was a righteous and holy man, and kept him safe. When he heard him, he was much perplexed; and yet he  heard him gladly. 21 But an opportunity came when Herod on his birthday gave a banquet for his courtiers and officers and the leading men of Galilee.  22 For when Herodias’ daughter came in and danced, she pleased Herod and his guests; and the king said to the girl, “Ask me for whatever you  wish, and I will grant it.” 23 And he vowed to her, “Whatever you ask me, I will give you, even half of my kingdom.” 24 And she went out, and said to her mother, “What shall I ask?” And she said, “The head of John the baptizer.” 25 And she came in immediately with haste to the king, and asked, saying, “I want you to give me at once the head of John the Baptist on a platter.” 26 And the king was exceedingly sorry; but because of his oaths and his guests he did not want to break his word to her. 27 And immediately the king sent a soldier of the guard and gave orders to bring his head. He went and beheaded him in the prison, 28 and brought his head on a platter, and gave it to the girl; and the girl gave it to her mother. 29 When his disciples heard of it, they came and took his body, and laid it in a tomb.

Meditation:  Are you prepared to be a witness, and if necessary, a martyr for Jesus Christ? John the Baptist bridged the Old and New Testaments. He is the last of the Old Testament prophets who pointed the way to the Messiah. He is the first of the New Testament witnesses and martyrs. Jesus equated the coming of his kingdom with violence. From the days of John the Baptist until now the kingdom of heaven has suffered violence, and men of violence take it by force (Matthew 11:12)John suffered violence for announcing that the kingdom of God was near. He was thrown into prison and then beheaded.

Whose pleasure do you seek?
King Herod, the most powerful and wealthy man in Judea, had everything he wanted, except a clear conscience and peace with God. Herod had respected and feared John the Baptist as a great prophet and servant of God. John, however did not fear to rebuke Herod for his adulterous relationship with his brother’s wife. John ended up in prison because of Herodias’ jealousy. Herod, out of impulse and a desire to please his family and friends, had John beheaded.

Why did Herod put John to death when he knew him to be a righteous and holy man? Herod’s power and influence were badly flawed. He was more bent on pleasing others and making friends than on doing what was right and just in the sight of God. He could take a strong stand on the wrong things when he knew the right. Such a stand, however, was a sign of weakness and cowardice.

God is our help and our strength
Where do you get the strength of will and heart to choose what is right and to reject what is wrong and sinful? The Lord Jesus gives strength and courage to those who humbly acknowledge their dependence on him. The Lord knows our weaknesses better than we do. He pardons and heals those who ask for his mercy and forgiveness. In whatever situation we find ourselves the Lord is there to guide and direct us. Do you seek the Lord’s strength and wisdom? Ask with expectant faith and trust in the Lord’s help and grace.

The love of Christ is stronger than death
Since the martyrdom of John the Baptist to the present time, the kingdom of God has suffered violence and persecution at the hands of violent people. The blood of Christian martyrs throughout the ages bear witness to this fact. Their testimony to the truth of the Gospel and their willingness to suffer and die for their faith prove victory rather than defeat for the kingdom of God. What fuels their faith and courage in the face of suffering, persecution, and death? They know and believe with the “eyes of faith” that nothing in this present world can separate us from the love of God in Christ Jesus (Romans 8:35-39).

Power to witness the love and mercy of Jesus Christ
What gives us the power, boldness, and courage to witness to Jesus Christ and to the truth of the Gospel? The Holy Spirit fills us with courage, love, and boldness to make Jesus Christ known and loved. We do not need to fear those who oppose the Gospel, because the love of Jesus Christ is stronger than fear and death itself. His love conquers all, even our fears and timidity in the face of opposition and persecution. We can trust in his grace and help at all times. Are you ready to make the Lord Jesus known and loved, and if necessary to suffer for his sake and the sake of the Gospel? Ask the Lord Jesus to fill you with the power and grace of the Holy Spirit.

“Lord Jesus Christ, give me faith, boldness, and courage to stand firm in the truth of the Gospel and to not waver in my testimony of your love and mercy. Give me hope and joy in the promise of everlasting life with you in your kingdom.”

Psalm 128:1-2,4-5

Blessed is every one who fears the Lord, who walks in his ways! 
You shall eat the fruit of the labor of your hands; you shall be happy, and it shall be well with you. 
Behold, thus shall the man be blessed who fears the Lord. 
The Lord bless you from Zion! May you see the prosperity of Jerusalem all the days of your life!

Daily Quote from the early church fathersThe Weakness of the Tyrant and the Power of the Beheaded, by John Chrysostom (347-407 AD)

“Note well the weakness of the tyrant compared to the power of the one in prison. Herod was not strong enough to silence his own tongue. Having opened it, he opened up countless other mouths in its place and with its help. As for John, he immediately inspired fear in Herod after his murder – for fear was disturbing Herod’s conscience to such an extent that he believed John had been raised from the dead and was performing miracles (Mark 6:14-16)! In our own day and through all future time, throughout all the world, John continues to refute Herod, both through himself and through others. For each person repeatedly reading this Gospel says: ‘It is not lawful for you to have the wife of Philip your brother’ (Mark 6:18). And even apart from reading the Gospel, in assemblies and meetings at home or in the market, in every place… even to the very ends of the earth, you will hear this voice and see that righteous man even now still crying out, resounding loudly, reproving the evil of the tyrant. He will never be silenced nor the reproof at all weakened by the passing of time.” (excerpt from ON THE PROVIDENCE OF GOD 22.8-9)

Meditations may be freely reprinted for non-commercial use – please cite: copyright (c) 2019 Servants of the Word, source:  www.dailyscripture.net, author Don Schwager