LITURGIA DELLA PAROLA

Prima Lettura   Es 34, 29-35
Vedendo che la pelle del suo viso era raggiante, ebbero timore di avvicinarsi a Mosè.

Dal libro dell’Èsodo
Quando Mosè scese dal monte Sinai – le due tavole della Testimonianza si trovavano nelle mani di Mosè mentre egli scendeva dal monte – non sapeva che la pelle del suo viso era diventata raggiante, poiché aveva conversato con il Signore.
Ma Aronne e tutti gli Israeliti, vedendo che la pelle del suo viso era raggiante, ebbero timore di avvicinarsi a lui. Mosè allora li chiamò, e Aronne, con tutti i capi della comunità, tornò da lui. Mosè parlò a loro. Si avvicinarono dopo di loro tutti gli Israeliti ed egli ingiunse loro ciò che il Signore gli aveva ordinato sul monte Sinai.
Quando Mosè ebbe finito di parlare a loro, si pose un velo sul viso. Quando entrava davanti al Signore per parlare con lui, Mosè si toglieva il velo, fin quando non fosse uscito. Una volta uscito, riferiva agli Israeliti ciò che gli era stato ordinato.
Gli Israeliti, guardando in faccia Mosè, vedevano che la pelle del suo viso era raggiante. Poi egli si rimetteva il velo sul viso, fin quando non fosse di nuovo entrato a parlare con il Signore

Salmo Responsoriale   Dal Salmo 98 
Tu sei santo, Signore, nostro Dio.

Esaltate il Signore, nostro Dio,
prostratevi allo sgabello dei suoi piedi.
Egli è santo!

Mosè e Aronne tra i suoi sacerdoti,
Samuèle tra quanti invocavano il suo nome:
invocavano il Signore ed egli rispondeva.

Parlava loro da una colonna di nubi:
custodivano i suoi insegnamenti
e il precetto che aveva loro dato.

Signore, nostro Dio, tu li esaudivi,
eri per loro un Dio che perdona,
pur castigando i loro peccati.

Esaltate il Signore, nostro Dio,
prostratevi davanti alla sua santa montagna,
perché santo è il Signore, nostro Dio!  

Canto al Vangelo   Gv 15,15
Alleluia, alleluia.

Vi ho chiamato amici, dice il Signore,
perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio
l’ho fatto conoscere a voi

Alleluia.


Vangelo
   Mt 13, 44-46
Vende tutti i suoi averi e compra quel campo.

Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:
«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra».
  

Letture dall’Ufficio delle Letture

Versetto
V. Tutti erano ammirati delle parole di grazia
R. che uscivano dalla bocca di Cristo.

Prima Lettura
Dalla seconda lettera ai Corinzi di san Paolo, apostolo 10, 1 – 11, 6

Apologia dell’Apostolo
Fratelli, ora io stesso, Paolo, vi esorto per la dolcezza e la mansuetudine di Cristo, io davanti a voi così meschino, ma di lontano così animoso con voi; vi supplico di far in modo che non avvenga che io debba mostrare, quando sarò tra voi, quell’energia che ritengo di dover adoperare contro alcuni che pensano che noi camminiamo secondo la carne. In realtà, noi viviamo nella carne ma non militiamo secondo la carne. Infatti le armi della nostra battaglia non sono carnali, ma hanno da Dio la potenza di abbattere le fortezze, distruggendo i ragionamenti e ogni baluardo che si leva contro la conoscenza di Dio, e rendendo ogni intelligenza soggetta all’obbedienza al Cristo. Perciò siamo pronti a punire qualsiasi disobbedienza, non appena la vostra obbedienza sarà perfetta.
Guardate le cose bene in faccia: se qualcuno ha in se stesso la persuasione di appartenere a Cristo, si ricordi che se lui è di Cristo lo siamo anche noi. In realtà, anche se mi vantassi di più a causa della nostra autorità, che il Signore ci ha dato per vostra edificazione e non per vostra rovina, non avrò proprio da vergognarmene. Non sembri che io vi voglia spaventare con le lettere! Perché «le lettere — si dice — sono dure e forti, ma la sua presenza fisica è debole e la parola dimessa». Questo tale rifletta però che quali noi siamo a parole per lettera, assenti, tali saremo anche con i fatti, di presenza.
Certo noi non abbiamo l’audacia di uguagliarci o paragonarci ad alcuni di quelli che si raccomandano da sé; ma mentre si misurano su di sé e si paragonano con se stessi, mancano di intelligenza. Noi invece non ci vanteremo oltre misura, ma secondo la norma della misura che Dio ci ha assegnato, sì da poter arrivare fino a voi; né ci innalziamo in maniera indebita, come se non fossimo arrivati fino a voi, perché fino a voi siamo giunti col vangelo di Cristo. Né ci vantiamo indebitamente di fatiche altrui, ma abbiamo la speranza, col crescere della vostra fede, di crescere ancora nella vostra considerazione, secondo la nostra misura, per evangelizzare le regioni più lontane della vostra, senza vantarci alla maniera degli altri delle cose già fatte da altri.
Pertanto chi si vanta, si vanti nel Signore (Ger 9, 23); perché non colui che si raccomanda da sé viene approvato, ma colui che il Signore raccomanda.
Oh se poteste sopportare un po’ di follia da parte mia! Ma, certo, voi mi sopportate. Io provo infatti per voi una specie di gelosia divina, avendovi promessi a un unico sposo, per presentarvi quale vergine casta a Cristo. Temo però che, come il serpente nella sua malizia sedusse Eva, così i vostri pensieri vengano in qualche modo traviati dalla loro semplicità e purezza nei riguardi di Cristo. Se infatti il primo venuto vi predica un Gesù diverso da quello che vi abbiamo predicato noi o se si tratta di ricevere uno spirito diverso da quello che avete ricevuto o un altro vangelo che non avete ancora sentito, voi siete ben disposti ad accettarlo. Ora io ritengo di non essere in nulla inferiore a questi «superapostoli»! E se anche sono un profano nell’arte del parlare, non lo sono però nella dottrina, come vi abbiamo dimostrato in tutto e per tutto davanti a tutti.

Responsorio  
 Cfr. 2 Cor 10, 34; Ef 6, 16. 17
R. Viviamo nella carne, ma non combattiamo secondo la carne; * le armi della nostra lotta non sono carnali.
V. Tenete sempre in mano lo scudo della fede e la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio:
R. le armi della nostra lotta non sono carnali.

Seconda Lettura
Dagli «Atti» raccolti da Ludovico Consalvo dalla bocca di sant’Ignazio
8Cap. 1, 5-9; Acta SS. Iulii, 7, 1868, 647)

Provate gli spiriti se sono da Dio

Essendo stato appassionato divoratore di romanzi e d’altri libri fantasiosi sulle imprese mirabolanti di celebri personaggi, quando cominciò a sentirsi in via di guarigione, Ignazio domandò che gliene fossero dati alcuni tanto per ingannare il tempo. Ma nella casa, dove era ricoverato, non si trovò alcun libro di quel genere, per cui gliene furono dati due intitolati «Vita di Cristo» e «Florilegio di santi», ambedue nella lingua materna.
Si mise a leggerli e rileggerli, e man mano che assimilava il loro contenuto, sentiva nascere in sé un certo interesse ai temi ivi trattati. Ma spesso la sua mente ritornava a tutto quel mondo immaginoso descritto dalle letture precedenti. In questo complesso gioco di sollecitazioni si inserì l’azione di Dio misericordioso.
Infatti, mentre leggeva la vita di Cristo nostro Signore e dei santi, pensava dentro di sé e così si interrogava: «E se facessi anch’io quello che ha fatto san Francesco; e se imitassi l’esempio di san Domenico?». Queste considerazioni duravano anche abbastanza a lungo avvicendandosi con quelle di carattere mondano. Un tale susseguirsi di stati d’animo lo occupò per molto tempo. Ma tra le prime e le seconde vi era una differenza. Quando pensava alle cose del mondo era preso da grande piacere; poi subito dopo quando, stanco, le abbandonava, si ritrovava triste e inaridito. Invece quando immaginava di dover condividere le austerità che aveva visto mettere in pratica dai santi, allora non solo provava piacere mentre vi pensava, ma la gioia continuava anche dopo.
Tuttavia egli non avvertiva né dava peso a questa differenze fino a che, aperti un giorno gli occhi della mente, incominciò a riflettere attentamente sulle esperienze interiori che gli causavano tristezza e sulle altre che gli portavano gioia.
Fu la prima meditazione intorno alle cose spirituali. In seguito, addentratosi ormai negli esercizi spirituali, costatò che proprio da qui aveva cominciato a comprendere quello che insegnò ai suoi sulla diversità degli spiriti.

Responsorio   1 Pt 4, 11. 8
R. Chi parla, lo faccia come con parole di Dio; chi esercita un ministero lo compia con l’energia di Dio, * tutto per la gloria di Dio, per mezzo di Gesù Cristo.
V. Soprattutto conservate tra voi una grande carità;
R. tutto per la gloria di Dio, per mezzo di Gesù Cristo.

Dottrina – Fra’ Crispino Lanzi

DIO È PROVVIDENZA,

ANCHE NEL DOLORE

(Mt. 6,25-35)

Il problema che maggiormente affligge l’esistenza dell’uomo è quello del dolore, che sembra inconciliabile con la Provvidenza di Dio; si risolve con sufficiente chiarezza soltanto con la fede in Dio Padre e nella certezza di un’altra vita dopo la morte corporale e con lo sguardo fisso alle atroci sofferenze di Cristo Dio e della sua Madre Addolorata.

1. IL DOLORE C’È, È UNA TRISTE REALTA’; ma guai a non comprenderne il significato. “La parola della croce infatti – dice S. Paolo – è stoltezza per quelli che vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano, per noi, è potenza di Dio” (1)

Sul monte Calvario, accanto a Gesù, che muore per noi in un abisso di sofferenze, c’è sua Madre addoloratissima che soffre con tanto amore a Gesù e per le anime; è la prima collaboratrice associata “con animo materno al Sacrificio di Lui” (2): Ella è simbolo dei futuri santi. C’è il buon ladrone che soffre con rassegnazione per riparare alle sue colpe: è simbolo delle anime che si salvano. C’è il cattivo ladrone che soffre imprecando e bestemmiando: è simbolo delle anime che vanno verso la dannazione per non aver compreso il valore della sofferenza.

Il mondo è un immenso calvario in cui tutti sono inchiodati alla croce: non c’è uomo senza croce, non c’è casa senza dolore.

2. MA… C’È PURE LA DIVINA PROVVIDENZA. S. Tommaso d’Aquino dichiara che quella della Divina Provvidenza è, dopo il dogma della Trinità, la verità più importante del cristianesimo: se crolla questa, crollerà pure la fede nell’esistenza di Dio (3).

Non ripetere mai: Dio mi ha abbandonato! Dio ti ama! Ti assicura la Bibbia che Lui veglia su di te come un’aquila sui suoi nati e ti custodisce come pupilla del suo occhio (4).

Dio è Padre, ti ha creato per amore e continua a conservarti nell’esistenza ossia ti dona istante dopo istante quella vita che un giorno ti diede. Questo incessante dono dell’esistenza S. Tommaso lo chiama “creazione continuata”: è come se in ogni attimo continuasse a crearti. Quindi la tua esistenza in ogni minuto è legata a Dio da fili invisibili di amore paterno e materno.

La Bibbia dolcemente ti sussurra: “Può forse una madre dimenticarsi di suo figlio? E anche se si dimenticasse, io invece non ti dimenticherò mai. Ecco ti ho designato sulle palme delle mie mani” (5). La sapienza e provvidenza di Dio “si estende da un confine all’altro con forza e governa con grande bontà ogni cosa” (6).

Gesù ha parole stupende sulla bontà e provvidenza del Padre: “Per la vostra vita non affannatevi di ciò che mangerete o berrete e neanche per il vostro corpo di quello che indosserete. Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? Non affannatevi, dunque, dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste sa che ne avete bisogno. Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” (7).

3. COME SI CONCILIA IL DOLORE CON LA DIVINA PROVVIDENZA?

a) Il dolore non è stato creato da Dio: il progetto di Dio era una umanità senza alcuna sofferenza. Fu il peccato dei nostri progenitori a portare la morte preceduta da tanti dolori. La Bibbia afferma: “Dio non ha fatto la morte, né gode che periscano i vivi. Infatti Egli creò tutte le cose perché esistessero…Ma per l’invidia del diavolo entrò nel mondo la morte”(8).

Molti dolori vengono dalle leggi della natura sconvolta dopo il peccato dell’uomo. E tante sofferenze arrivano per colpa nostra: per imprudenza e intemperanza, per eccessi nel mangiare e nel bere; sovente gli uomini si scavano la fossa con forchetta, bicchieri, bicchierini, droga, vizi e disordini fisici e morali; e poi scavano la fossa agli altri negando il cibo, i vestiti, le medicine alle centinaia di milioni di persone che ogni anno muoiono per fame e per miseria (E se ne incolpa il Signore!).

b) Perché Dio ha permesso e permette il dolore? Perché Egli porta il massimo rispetto al grande dono che ha fatto all’uomo: il dono della libertà. Tuttavia il Signore è tanto buono e talmente potente che ha saputo trarre il bene anche dal male ossia dal dolore.

c) Perché soffrono i buoni – ci si chiede – mentre i cattivi hanno ogni fortuna? Non è esatto! Non soffrono soltanto i buoni, ma anche i cattivi. Se poi i cattivi hanno qualche fortuna temporale, ciò può entrare nei piani della giustizia di Dio, il quale deve ricompensare in questa vita, non potendolo fare nell’aldilà, quel bene che i cattivi ostinati nei loro peccati hanno fatto. E del bene ne fanno tutti, anche chi non si convertirà mai al Signore, come un orologio guasto e fermo indica l’ora esatta almeno due volte in 24 ore. Ma un uomo che abbia tante fortune su questa terra e poi che sia infelice per sempre nell’altra vita, non è da invidiare, ma da compiangere.

d) Perché soffrono i bambini e gli altri innocenti? Qui il mistero del dolore raggiunge la massima profondità, e, senza fede, resta inesplicabile; mentre la fede ci offre elementi che ce lo fanno comprendere a sufficienza: sono i seguenti: Gesù, che è Dio, ha sofferto moltissimo e ha voluto una Madre la più sofferente e la più addolorata tra tutte le creature. E, con la sua sofferenza, cui ha unito la sofferenza della sua Mamma, ha meritato per tutti noi la salvezza eterna. Così i fanciulli e gli altri innocenti che soffrono per amore a Gesù e ai fratelli, diventano, insieme alla Madonna, i più preziosi collaboratori del Redentore nell’opera della salvezza delle anime.

Inoltre c’è la certezza assoluta dell’esistenza della vita eterna, che è la vera vita! La vita terrena di fronte all’eternità è meno di un istante, è più breve di un lampo nella notte. A questa luce il dolore appare come una grande grazia e come una ricchezza infinita per l’eternità. Ecco perché le anime sante ringraziavano Dio per le sofferenze e chiedevano altri dolori. S. Teresina, diceva: “Non morire, ma soffrire”. E S. Veronica Giuliani, Cappuccina, così supplicava il Signore: “Croci, pene, tormenti, flagelli, venite a me. Più pene, più croci…, più, più, più, o mio Dio!” E il Servo di Dio Giuseppe Toniolo, padre di sette figli, nelle grandi sofferenze e nelle disgrazie, recitava, insieme ai familiari, due inni di ringraziamento: il Magnificat e il Te Deum.

Impegnamoci a sopportare le sofferenze con grande amore a Gesù, sull’esempio della Vergine e dei Santi. Le lacrime lasciate cadere senza questo amore, diventano fango, ma offerte con questo amore a Gesù, si tramutano in perle. È terribile soffrire senza Dio e contro Dio (imprecando, bestemmiando), è dolce soffrire con Gesù, secondo il celebre detto: “Ubi amatur non laboratur et si laboratur ipse labor amatur”: dove si ama non si soffre e se si soffre si ama la stessa sofferenza.

Uniamo le nostre sofferenze a quelle di Gesù per la salvezza delle anime: così Gesù per mezzo di noi, membra del suo Corpo Mistico, continuerà a soffrire per salvare. In questo modo si applicheranno anche a noi le belle parole di Giovanni Paolo IIagli ammalati: “Voi diventate potenti come è potente Cristo in croce”.

La sofferenza vissuta e offerta in questa maniera, porterà anche a noi, come dice S. Pietro, allegrezza in terra e gloria in Cielo: “Nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi, perché anche nella rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare” (9).

ESEMPIO. La Serva di Dio Benedetta Bianchi Porro (1936–1964) di Dovàdola (Forlì), voleva diventare Medico allo scopo di curare gratuitamente i poveri, ai tempi in cui ogni cura si doveva pagare; ma ha dovuto lasciare l’Università al penultimo esame perché i suoi mali fisici si moltiplicavano e si aggravavano. Era poliomielitica, cieca, sorda, poi totalmente paralizzata; aveva perduto il tatto, l’odorato, il gusto e tutta la sensibilità fuorché nel palmo di una mano, la voce era ridotta a un filo esile; aveva molti ascessi alle gengive che le portarono via quasi tutti i denti; fisicamente era ridotta a un rudere. Eppure aveva una vita spirituale intensissima e viveva in una continua gioia, come risulta da suo Diario. Era tanto devota della Madonna! La sua mamma scrive: “Vive pregando, cantando, dettando lettere agli amici, vive in una maniera più angelica che umana. Ringrazia ogni sera Dio per le sue molteplici sofferenze. Ama la vita, il sole, i fiori, la pioggia. È forte, dolce, sempre contenta”. Ecco una delle sue espressioni: “Ho trovato che Dio esiste ed è amore, fedeltà, gioia, certezza fino alla consumazione dei secoli”. Ha cantato fino a mezz’ora prima di morire; e ha ripetuto quei versi del Pascoli a lei prediletti: “O stanco dolore riposa. / La nube del giorno più nera / fu quella che vedo più rosa / nell’ultima sera”. (10)

PROPOSITO. Nelle sofferenze mettiamo in pratica l’insegnamento di Benedetta Porro: “Io so che attraverso la sofferenza il Signore mi conduce per una strada meravigliosa. Lui è quì, mi sorride, mi precede, mi incoraggia. Come amo il Signore! Come è bello avere un Padre nel Cielo che ci aiuta, che ci ama più di noi stessi!”

Invochiamo la Consolatrice degli afflitti per tutti i sofferenti!

COROLLARIO. La sofferenza può diventare una perla molto preziosa.

Come si forma una perla? Risponde il servo di Dio P. Mariano da Torino: “Un granellino di sabbia penetra attraverso le valve socchiuse di una conchiglia. I tessuti reagiscono dolorosamente al corpo estraneo e lasciano colare attorno a quel granellino di sabbia, che non possono eliminare, come tante piccole lacrime e cioè i sali preziosi che formano la perla. Dunque dalla sofferenza di una conchiglia nasce la perla”.

Così si dica della sofferenza dell’uomo. Le lacrime, ossia i dolori fisici e morali sopportati per amore di Gesù, formano le perle più preziose che l’uomo possa offrire a gloria di Dio, per la conversione dei peccatori, per la santificazione della propria anima.

(1) I Cor. 1,18

(2) Vat. II, Lumen g. 58

(3) Thomas, “Summa I” q. 2

(4) Cfr. Dt. 32,10s.

(5) Is. 49,15

(6) Sap. 8,1

(7) Mt. 6,25–32

(8) Sap. 1,13 e 2,24

(9) I Pt. 4, 13

(10) Pascoli, “la mia sera”

Wednesday (July 31): “Joy in finding hidden treasure and pearl of great price”

Daily Reading & Meditation

Wednesday (July 31): “Joy in finding hidden treasure and pearl of great price”
Scripture:  Matthew 13:44-46

44 “The kingdom of heaven is like treasure hidden in a field, which a man found and covered up; then in his joy he goes and sells all that he has and buys that field. 45 “Again, the kingdom of heaven is like a merchant in search of fine pearls, 46 who, on finding one pearl of great value, went and sold all that he had and bought it.

Meditation: What do you treasure above all else and how do you keep it secure? In a peasant community the best safe was often the earth. The man in the parable “went in his joy” to sell everything he had (Matthew 13:44). Why? Because he found a hidden treasure worth possessing above everything else he had. He did not, however, have enough to buy the treasure. Fortunately, he only needed enough money to buy the field. In a similar fashion, God offers his kingdom as incomparable treasure at a price we can afford! We can’t pay the full price for the rich and abundant life which God offers us – but when we willingly exchange our life for the life which God offers, we receive a treasure beyond compare.

Searching for the greatest treasure of all
The pearl of great price also tells us a similar lesson (Matthew 13:45). Pearls in the ancient world came to represent the supremely valuable. Why would a merchant sell everything for a single pearl of peerless value? No doubt because he was attracted to what he thought was the greatest treasure he could possess for himself. On another occasion Jesus told his disciples, “do not throw your pearls before swine” (Matthew 7:6). Beautiful unblemished pearls were intended to enhance the beauty and value of those who wore them. Do you recognize and value the hidden treasure of God’s kingdom and the peerless pearl which the Lord Jesus offers to all who believe in him?

Discovering heavenly treasure
Discovering God’s kingdom is like stumbling across a hidden treasure or finding the one pearl of great price. When we discover the kingdom of God we receive the greatest possible treasure – the Lord himself. Selling all that we have to obtain this incomparable treasure could mean many things – our friends, possessions, job, our “style of life”, what we do with our free time. Treasure has a special connection to the heart, the place of desire and longing, the place of will and focus. The thing we most set our heart on is our highest treasure.

In this parable what does the treasure of the kingdom of heaven refer to? It certainly refers to the kingdom of God in all its aspects (a kingdom of righteousness, peace, and joy in the Holy Spirit – Romans 14:17). But in a special way, the Lord himself is the treasure we seek. “If the Almighty is your gold and your precious silver, then you will delight yourself in the Almighty” (Job 22:22-23).  Is the Lord the treasure and delight of your heart?

“Lord Jesus, reveal to me the true riches of your kingdom. Help me to set my heart on you alone as the treasure beyond compare with any other. Free my heart of any inordinate desires or attachment to other things that I may freely give to you all that I have in joy and gratitude for all that you have given to me. May I always find joy and delight in your presence.”

Psalm 99:5-7,9

5 Extol the LORD our God; worship at his footstool!  Holy is he!
6 Moses and Aaron were among his priests, Samuel also was among those who called on his name.  They cried to the LORD, and he answered them.
7 He spoke to them in the pillar of cloud; they kept his testimonies, and the statutes that he gave them.
9 Extol the LORD our God, and worship at his holy mountain;  for the LORD our God is holy!

Daily Quote from the early church fathersFinding the pearl of great price, by Origen of Alexandria (185-254 AD)

“Now among the words of all kinds that profess to announce truth, and among those who report them, he seeks pearls. Think of the prophets as, so to speak, the pearls that receive the dew of heaven and become pregnant with the word of truth from heaven. They are goodly pearls that, according to the phrase here set forth, the merchant seeks. And the chief of the pearls, on the finding of which the rest are found with it, is the very costly pearl, the Christ of God, the Word that is superior to the precious letters and thoughts in the law and the prophets. When one finds this pearl all the rest are easily released. Suppose, then, that one is not a disciple of Christ. He possesses no pearls at all, much less the very costly pearl, as distinguished from those that are cloudy or darkened.” (excerpt from COMMENTARY ON MATTHEW 18.8)

Meditations may be freely reprinted for non-commercial use – please cite: copyright (c) 2019 Servants of the Word, source:  www.dailyscripture.net, author Don Schwager

 

“He who does the commandments and teaches them shall be called great”

The Gospel of Matthew: a commentary & meditation 


“He who does the commandments and teaches them shall be called great”

Scripture: Matthew 5:17-19

17 “Think not that I have come to abolish the law and the prophets; I have come not to abolish them but to fulfil them. 18 For truly, I say to you, till heaven and earth pass away,not an iota, not a dot, will pass from the law until all is accomplished. 19 Whoever then relaxes one of the least of these commandments and teaches men so, shall be called least in the kingdom of heaven; but he who does  them and teaches them shall be called great in the kingdom of heaven.

Meditation: Why do people tend to view the “law of God” negatively rather than positively? Jesus’ attitude towards the law of God can be summed up in the great prayer of Psalm 119: “Oh, how I love your law!  It is my meditation all the day.” For the people of Israel the “law” could refer to the ten commandments or to the five Books of Moses, called the Pentateuch, which explain the commandments and ordinances of God for his people.  The “law” also referred to the whole teaching or way of life which God gave to his people. The Jews in Jesus’ time also used it as a description of the oral or scribal law.  Needless to say, the scribes added many more things to the law than God intended.  That is why Jesus often condemned the scribal law.  It placed burdens on people which God had not intended.  Jesus, however, made it very clear that the essence of God’s law — his commandments and way of life, must be fulfilled.

The law of God is truth and when we live according to that truth it produces the fruits of righteousness, holiness, peace, and joy.  Jesus taught reverence for God’s law — reverence for God himself, for the Lord’s Day, reverence or respect for parents, respect for life, for property, for another person’s good name, respect for oneself and for one’s neighbor lest wrong or hurtful desires master us.  Reverence and respect for God’s commandments teach us the way of love — love of God and love of neighbor.  What is impossible to men is possible to God and those who have faith in God.  God gives us the grace to love as he loves, to forgive as he forgives, to think as he thinks, and to act as he acts.  The Lord loves righteousness and hates wickedness.  As his followers we must love his commandments and hate every form of sin. Do you love the commands of the Lord?

“Lord Jesus, grant this day, to direct and sanctify, to rule and govern our hearts and bodies, so that all our thoughts, words and deeds may be according to your Father’s law and thus may we be saved and protected through your mighty help.”

GIOVANNI PAOLO II UDIENZA GENERALE Mercoledì, 24 gennaio 1979

1. Nella festa dell’Epifania abbiamo letto il brano del Vangelo di San Matteo, che descrive l’arrivo a Betlemme di alcuni Magi dall’Oriente: “Entrati nella casa videro il bambino con Maria sua Madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra” (Mt 2,11-12).

Abbiamo già parlato un giorno, in questa sede, dei pastori che trovarono il bambino, il nato Figlio di Dio, che giaceva nella mangiatoia (cf. Lc 2,16).

Oggi ancora una volta torniamo a quei personaggi che, come vuole la tradizione, erano tre: i Re Magi. Il testo conciso di San Matteo rende bene ciò che fa parte della sostanza stessa dell’incontro dell’uomo con Iddio: “prostratisi lo adorarono”. L’uomo incontra Dio nell’atto di venerazione, di adorazione, di culto. Giova notare che la parola “culto” (“cultus”) è in stretta relazione con il termine “cultura”. Alla sostanza stessa della cultura umana, delle diverse culture, appartiene l’ammirazione, la venerazione di ciò che è divino, di ciò che solleva l’uomo in alto. Un secondo elemento dell’incontro dell’uomo con Dio, messo in risalto dal Vangelo, è contenuto nelle parole: “aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono…”. In queste parole, San Matteo indica un fattore che caratterizza profondamente la sostanza stessa della religione, intesa insieme come conoscenza e incontro. Un concetto solamente astratto di Dio non costituisce, non forma ancora questa sostanza.

L’uomo conosce Dio incontrandosi con lui, e viceversa lo incontra nell’atto della conoscenza. Si incontra con Dio quando si apre davanti a lui con il dono interiore del suo “io” umano, per accettare e ricambiare il suo dono.

I Re Magi, nel momento in cui si presentano davanti al Bambino che si trovava fra le braccia della Madre, accettano nella luce dell’Epifania il dono di Dio Incarnato, la sua ineffabile dedizione all’uomo nel mistero dell’Incarnazione. Nello stesso tempo: “aprirono i loro scrigni con i doni”; si tratta dei doni concreti di cui parla l’evangelista, ma soprattutto aprono se stessi davanti a lui, con il dono interno del proprio cuore. E questo è il vero tesoro da loro offerto, del quale l’oro, l’incenso e la mirra costituiscono solo un’espressione esteriore. In questo dono consiste il frutto dell’Epifania: riconoscono Dio e s’incontrano con lui.

2. Quando medito così, insieme a voi qui riuniti, quelle parole del Vangelo di Matteo, mi vengono in mente i testi della Costituzione Lumen Gentium, che parlano dell’universalità della Chiesa. Il giorno dell’Epifania è la festa dell’universalità della Chiesa, della sua missione universale. Ebbene, nel Concilio leggiamo: “In tutte le nazioni della terra è radicato un solo Popolo di Dio, poiché di mezzo a tutte le stirpi egli prende i cittadini del suo Regno, non terreno ma celeste. E infatti tutti i fedeli sparsi per il mondo comunicano con gli altri nello Spirito Santo, e così “chi sta in Roma sa che gli indi sono sue membra” (Lumen Gentium, 9). Siccome, dunque, il Regno di Cristo non è di questo mondo (cf. Gv 18,36), la Chiesa, cioè il Popolo di Dio, introducendo questo Regno, nulla sottrae al bene temporale di qualsiasi popolo, ma al contrario favorisce e accoglie tutte le capacità e risorse e consuetudini dei popoli, in quanto sono buone, e accogliendole le purifica, le consolida e le eleva. Difatti, essa ricorda bene di dover raccogliere con quel Re, al quale sono state date in eredità le genti (cf. Sal 2,8), e nella cui città portano i loro doni e offerte (cf. Sal 72,10; Is 60,4-7; Ap21,24). Questo carattere di universalità, che adorna e distingue il Popolo di Dio, è dono dello stesso Signore, e con esso la Chiesa cattolica efficacemente e senza soste tende ad accentrare tutta l’umanità, con tutti i suoi beni, in Cristo capo, nell’unità dello Spirito di lui. In virtù di questa cattolicità, le singole parti portano i propri doni alle altre parti e a tutta la Chiesa, e così il tutto e le singole parti sono rafforzate, comunicando ognuna con le altre e concordemente operando per il completamento nell’unità. Ne consegue che il Popolo di Dio… si raccoglie da diversi popoli” (Lumen Gentium, 13).

Qui abbiamo davanti agli occhi la stessa immagine presente nel Vangelo di San Matteo letto all’Epifania; solo è molto più ampliata. Lo stesso Cristo che a Betlemme, come Bambino, ha accettato i doni dei Re Magi, è ancora sempre colui davanti al quale gli uomini e interi popoli “aprono i loro tesori”. I doni dello spirito umano, nell’atto di questa apertura davanti a Dio Incarnato, acquistano un valore particolare, diventano i tesori di varie culture, ricchezza spirituale dei popoli e delle nazioni, comune patrimonio di tutta l’umanità. Questo patrimonio si forma e si allarga sempre attraverso quello “scambio di doni”, di cui parla la costituzione Lumen Gentium. Il centro di quello scambio è lui: lo stesso che ha accettato i doni dei Re Magi. Egli stesso, che è il Dio visibile e incarnato, causa l’apertura delle anime e quello scambio dei doni, di cui vivono non solo i singoli uomini, ma anche i popoli, le nazioni, l’umanità intera.

3. Tutta la meditazione precedente è in certo modo introduzione e prefazione a ciò che adesso voglio dire.

Ecco, domani devo intraprendere, con la grazia di Dio, un viaggio in Messico, il primo del mio pontificato. Voglio qui seguire il grande Papa Paolo e continuare la tradizione da lui iniziata. Mi reco nel Messico, a Puebla, in occasione della Conferenza Episcopale dell’America Latina, che inizia i suoi lavori sabato prossimo con la concelebrazione eucaristica nel santuario della Madonna di Guadalupe. Già oggi esprimo la mia gratitudine, sia ai rappresentanti dell’Episcopato per l’invito rivoltomi, sia ai rappresentanti delle Autorità Messicane, in modo particolare al Presidente di quella Repubblica, per il benevolo atteggiamento verso questo viaggio, che mi permette di compiere un dovere pastorale tanto importante.

Mi riferisco in questo momento alla liturgia della festa dell’Epifania come pure alle parole della Costituzione Lumen Gentium, che permettono a noi tutti di dare uno sguardo su quei doni particolari, che il Popolo e la Chiesa che è in Messico hanno apportato e continuano ad apportare nel tesoro comune dell’umanità e della Chiesa.

Chi non ha almeno sentito parlare degli splendori del Messico antico? Della sua arte, delle sue conoscenze nel campo dell’astronomia, delle sue piramidi e dei suoi templi, in cui si esprimeva il suo, sia pure imperfetto e ancora non-illuminato, anelito del divino?

E che dire delle cattedrali e chiese, dei palazzi e municipi, eretti nel Messico e da artigiani messicani dopo la sua cristianizzazione? Tali edifici sono eloquente espressione della meravigliosa simbiosi che il popolo messicano ha saputo operare tra gli elementi migliori del suo passato e quelli del suo futuro cristiano in cui stava allora entrando.

Ma il Messico ha fatto grandi progressi anche nell’era più recente. A fianco delle famose costruzioni di stile detto coloniale, vi sono oggi i grattacieli, le grandi strade, gli impressionanti edifici pubblici, gli stabilimenti industriali del Messico moderno. Però – e qui sta un altro suo merito – in mezzo al progresso politico, tecnico e civile moderno, l’anima messicana mostra chiaramente di voler essere e rimanere cristiana: perfino nella sua musica popolare tipica, il messicano canta anche la sua eterna nostalgia per Dio e la sua devozione alla Vergine Santa. E in tempi difficili del passato, ora felicemente superati, il messicano ha dimostrato non solo buoni sentimenti religiosi, ma una fortezza e una fermezza di fede non indifferenti, anzi talvolta eroica, come molti ancora ricorderanno.

Sono convinto che dinanzi a Cristo e a sua Madre si possa di nuovo realizzare quell’“apertura e scambio dei doni”, a cui l’Episcopato dell’America Latina, io stesso, e tutta la Chiesa connettiamo così grandi speranze per il futuro.

4. Ritorniamo ancora una volta alla descrizione di San Matteo. Il Vangelo dice che quella “apertura dei doni” dei Re Magi a Betlemme si è realizzata dinanzi al Bambino e a sua Madre.

Aggiungiamo che questa situazione continua a ripetersi proprio così. Non lo dimostra forse la storia del Messico e la storia della Chiesa in quella terra? Recandomi là, mi rallegro particolarmente del fatto che mi troverò sulle orme di tanti pellegrini, i quali da tutta l’America, specie dall’America Latina, si avviano al santuario della Madre di Dio a Guadalupe.

Io stesso provengo da una terra e da una nazione, il cui cuore batte – come anche il cuore dei popoli vicini – nei grandi santuari mariani, soprattutto nel santuario di Jasna Gora. Vorrei ancora una volta, come nel giorno dell’inaugurazione del pontificato, ripetere le parole del più grande poeta polacco: “Vergine Santa, che difendi la chiara Czestochowa, e risplendi nella Porta Acuta…”.

Questo mi permette di capire il Popolo, i Popoli, la Chiesa, il Continente, il cui cuore batte nel santuario della Madre di Dio a Guadalupe.

Spero pure che questo mi apra la strada al cuore di quella Chiesa, di quel Popolo e di quel Continente.

Catechesi sul Battesimo. 5: La rigenerazione

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

La catechesi sul sacramento del Battesimo ci porta a parlare oggi del santo lavacro accompagnato dall’invocazione della Santissima Trinità, ossia il rito centrale che propriamente “battezza” – cioè immerge – nel Mistero pasquale di Cristo (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 1239). Il senso di questo gesto lo richiama san Paolo ai cristiani di Roma, dapprima domandando: «Non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte?», e poi rispondendo: «Per mezzo del battesimo […] siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti […], così anche noi possiamo camminare in una vita nuova» (Rm 6,4). Il Battesimo ci apre la porta a una vita di risurrezione, non a una vita mondana. Una vita secondo Gesù.

Il fonte battesimale è il luogo in cui si fa Pasqua con Cristo! Viene sepolto l’uomo vecchio, con le sue passioni ingannevoli (cfr Ef4,22), perché rinasca una nuova creatura; davvero le cose vecchie sono passate e ne sono nate di nuove (cfr 2Cor 5,17). Nelle “Catechesi” attribuite a San Cirillo di Gerusalemme viene così spiegato ai neobattezzati quanto è loro accaduto nell’acqua del Battesimo. E’ bella questa spiegazione di San Cirillo: «Nello stesso istante siete morti e nati, e la stessa onda salutare divenne per voi e sepolcro e madre» (n. 20, Mistagogica 2, 4-6: PG 33, 1079-1082). La rinascita del nuovo uomo esige che sia ridotto in polvere l’uomo corrotto dal peccato. Le immagini della tomba e del grembo materno riferite al fonte, sono infatti assai incisive per esprimere quanto avviene di grande attraverso i semplici gesti del Battesimo. Mi piace citare l’iscrizione che si trova nell’antico Battistero romano del Laterano, in cui si legge, in latino, questa espressione attribuita al Papa Sisto III: «La Madre Chiesa partorisce verginalmente mediante l’acqua i figli che concepisce per il soffio di Dio. Quanti siete rinati da questo fonte, sperate il regno dei cieli».[1] E’ bello: la Chiesa che ci fa nascere, la Chiesa che è grembo, è madre nostra per mezzo del Battesimo.

Se i nostri genitori ci hanno generato alla vita terrena, la Chiesa ci ha rigenerato alla vita eterna nel Battesimo. Siamo diventati figli nel suo Figlio Gesù (cfr Rm 8,15; Gal 4,5-7). Anche su ciascuno di noi, rinati dall’acqua e dallo Spirito Santo, il Padre celeste fa risuonare con infinito amore la sua voce che dice: «Tu sei il mio figlio amato» (cfr Mt 3,17). Questa voce paterna, impercettibile all’orecchio ma ben udibile dal cuore di chi crede, ci accompagna per tutta la vita, senza mai abbandonarci. Durante tutta la vita il Padre ci dice: “Tu sei il mio figlio amato, tu sei la mia figlia amata”. Dio ci ama tanto, come un Padre, e non ci lascia soli. Questo dal momento del Battesimo. Rinati figli di Dio, lo siamo per sempre! Il Battesimo infatti non si ripete, perché imprime un sigillo spirituale indelebile: «Questo sigillo non viene cancellato da alcun peccato, sebbene il peccato impedisca al Battesimo di portare frutti di salvezza» (CCC, 1272). Il sigillo del Battesimo non si perde mai! “Padre, ma se una persona diventa un brigante, di quelli più famosi, che uccide gente, che fa delle ingiustizie, il sigillo se ne va?”. No. Per la propria vergogna il figlio di Dio che è quell’uomo fa queste cose, ma il sigillo non se ne va. E continua a essere figlio di Dio, che va contro Dio ma Dio mai rinnega i suoi figli. Avete capito quest’ultima cosa? Dio mai rinnega i suoi figli. Lo ripetiamo tutti insieme? “Dio mai rinnega i suoi figli”. Un po’ più forte, che io o sono sordo o non ho capito: [ripetono più forte] “Dio mai rinnega i suoi figli”. Ecco, così va bene.

Incorporati a Cristo per mezzo del Battesimo, i battezzati vengono dunque conformati a Lui, «il primogenito di molti fratelli» (Rm8,29). Mediante l’azione dello Spirito Santo, il Battesimo purifica, santifica, giustifica, per formare in Cristo, di molti, un solo corpo (cfr 1Cor 6,11; 12,13). Lo esprime l’unzione crismale, «che è segno del sacerdozio regale del battezzato e della sua aggregazione alla comunità del popolo di Dio» (Rito del Battesimo dei Bambini, Introduzione, n. 18, 3). Pertanto il sacerdote unge con il sacro crisma il capo di ogni battezzato, dopo aver pronunciato queste parole che ne spiegano il significato: «Dio stesso vi consacra con il crisma di salvezza, perché inseriti in Cristo, sacerdote, re e profeta, siate sempre membra del suo corpo per la vita eterna» (ibid., n. 71).

Fratelli e sorelle, la vocazione cristiana sta tutta qui: vivere uniti a Cristo nella santa Chiesa, partecipi della stessa consacrazione per svolgere la medesima missione, in questo mondo, portando frutti che durano per sempre. Animato dall’unico Spirito, infatti, l’intero Popolo di Dio partecipa delle funzioni di Gesù Cristo, “Sacerdote, Re e Profeta”, e porta le responsabilità di missione e servizio che ne derivano (cfr CCC, 783-786). Cosa significa partecipare del sacerdozio regale e profetico di Cristo? Significa fare di sé un’offerta gradita a Dio (cfr Rm 12,1), rendendogli testimonianza per mezzo di una vita di fede e di carità (cfr Lumen gentium, 12), ponendola al servizio degli altri, sull’esempio del Signore Gesù (cfr Mt 20,25-28; Gv 13,13-17). Grazie.

Daily Reflection

Love can make us do crazy things. Hollywood shows us individuals sacrificing their time, money, careers and even their lives for their beloved. We know from our own experiences what it’s like to sacrifice for someone we love. Many of us benefitted from parents who sacrificed their entire lives to love us into the people we are today.

I like to think of today’s Gospel as two mini-love stories. In one, a person finds a treasure in a field and sells everything to purchase the field. In the other, a merchant finds a valuable pearl and sells everything to purchase it. At the literal level, these individuals seem only “in love” with money. But we can interpret the stories as a metaphor. They are in love with something of great value and, like anyone in love, they make great, even crazy, sacrifices for their beloved. Jesus invites us to love the Kingdom of Heaven so much that we are willing to sacrifice everything to obtain it.

In our first reading, we read how Moses, with a radiant face, comes down Mount Sinai with the two tablets of the commandments. Although his radiant face probably reflects his encounter with the Divine, I like to think it could also reflect Moses’ love for the commandments. The Law gave the Jewish people their identity as a people in covenant with God. They valued and loved the Law because it reflected their special relationship with God. As Christians, we too must value the Law and devote our entire lives to following the commandments. But it may be difficult, and even seem crazy, to love the commandments. No one likes to be told what to do or how to live. And we live in a society full of legal small print, regulations and legalese, which may make the commandments seem like just ten more rules to follow.

While it may be difficult for many of us today to draw closer to God by loving the ten commandments, we can find God elsewhere. Today we celebrate the Feast of St. Ignatius who founded the Society of Jesus, also known as the Jesuits. St. Ignatius encouraged everyone to find God in all things. We can find God in Creation: in the sunrise, in the flowers of the field, in our favorite animals. We can find God in one another: in the smile of a child, in the laugher of a loved one, in the faces of the poor. As we become more aware of God’s presence in our lives, the Kingdom of Heaven becomes more real. We begin to fall in love with God. We may even do something crazy like start a new religious order or renew our commitment to the commandments.

Daily Light on the Daily Path

2 Timothy 2:3  Suffer hardship with me, as a good soldier of Christ Jesus.

Isaiah 55:4  “Behold, I have made him a witness to the peoples, A leader and commander for the peoples.

Hebrews 2:10  For it was fitting for Him, for whom are all things, and through whom are all things, in bringing many sons to glory, to perfect the author of their salvation through sufferings.

Acts 14:22  strengthening the souls of the disciples, encouraging them to continue in the faith, and saying, “Through many tribulations we must enter the kingdom of God.”

Ephesians 6:12,13  For our struggle is not against flesh and blood, but against the rulers, against the powers, against the world forces of this darkness, against the spiritual forces of wickedness in the heavenly places. • Therefore, take up the full armor of God, so that you will be able to resist in the evil day, and having done everything, to stand firm.

2 Corinthians 10:3,4  For though we walk in the flesh, we do not war according to the flesh, • for the weapons of our warfare are not of the flesh, but divinely powerful for the destruction of fortresses.

1 Peter 5:10  After you have suffered for a little while, the God of all grace, who called you to His eternal glory in Christ, will Himself perfect, confirm, strengthen and establish you.

 

Esistono il Paradiso e l’Inferno?

Esistono il Paradiso e l’Inferno?

di Padre Petar


Il Vescovo americano Fulton Sheen, predicava una vecchia storia, molto istruttiva e indicativa. Un sacerdote, dopo aver predicato con entusiasmo sul Paradiso, chiese ai suoi ascoltatori: “E adesso si alzi chi di voi desidera andare in Paradiso“. Tutti molto decisi si levarono in piedi. Solo uno rimase seduto. Il sacerdote sorpreso disse: “Sedetevi. Adesso, chi di voi desidera andare all’Inferno si alzi in piedi.” Nulla accadde e la persona che prima era rimasta seduta, non si mosse. Allora il sacerdote gli chiese: “Scusi, ma lei dove vorrebbe andare?” “Io? Io, desidero per sempre rimanere qui seduto.” Vivere senza pensieri, mangiare, bere, godersi la vita tranquillamente, fumarsi una sigaretta, occuparsi dei propri affari, senza pensare ai grandi problemi della vita, ai valori dell’eternità, non è saggio né utile. Esistono il Paradiso e l’Inferno? Qualcuno afferma che è infantile pensarci, ridicolo, altri che questo a loro non interessa…., ma è possibile? Forse molti vivono più tranquillamente senza pensare. Però, questo equivale alla benedizione di un ubriacone che ha fatto tacere il proprio cervello. Coloro che dicono che l’Inferno non esiste non hanno alcuna certezza di quest’affermazione. Come possono dire che il Paradiso e l’Inferno sono un’illusione, che sono storie per bambini? E’ un vecchio ritornello: nessuno è tornato per riferirci della loro esistenza, ma vale poco, in quanto nessuno è tornato per assicurarci che non bisogna avere paura, perché, dopo la morte non c’è nulla Anche se qualcuno dovesse tornare, chi ci crederebbe? Sarebbe allontanato in fretta nell’interesse della tranquillità e della pace pubblica. Eppure esiste uno che è tornato, che non si può più né eliminare o dimenticare. Egli ci ha informato, in modo chiaro ed esplicito, vero e commovente! Proprio questo, oggi dobbiamo prendere in considerazione. Nella storia dell’uomo, ci sono tanti esempi attraverso i quali Dio permette ai singoli di comunicare con noi in questa valle di lacrime e di richiamarci alla grande realtà della continuazione della vita nell’eternità… Esistono il Paradiso e l’Inferno? Che domanda! Non mi interessa. Non voglio pensarci! Ma se davvero esiste? Questa domanda non si risolve con una semplice negazione. Merita di impensierirci, in quanto si tratta della nostra eternità, felice o maledetta?! Più o meno, a ciascuno di noi interessa la realtà misteriosa dopo la morte. Ogni uomo desidera sentire qualcosa in più, leggere e sapere dove andremo dopo la morte. A ciascuno di noi, è più o meno chiaro che la nostra vita continua dopo la morte. Questo presentimento, ognuno lo porta nel fondo della sua anima. Molto spesso, però, le nostre percezioni sono sbagliate. Solo Gesù Cristo ha portato la luce e la sicurezza, poiché è vissuto, è morto e poi è tornato in vita, cioè risuscitato. Egli, con la sua sicurezza divina e con autorità, ha illuminato i grandi segreti della nostra vita. Che Gesù sia risuscitato, è una certezza più chiara del sole di mezzogiorno. Con questo cosa ha dimostrato? Che lui è il vero Dio e il vero uomo. Che il suo insegnamento è vero e che tutti risusciteremo. Che dopo la morte esiste la vita, non solo per le anime, ma anche per i corpi. Egli, dopo essere risuscitato, ha avuto un corpo reale, che gli apostoli hanno visto e hanno potuto toccare. Con loro ha anche mangiato. Però questo corpo era diverso, glorificato, spiritualizzato, risuscitato. Non esistevano ostacoli, debolezze, malattie, stanchezza Era immortale, incorruttibile, uguale a ieri, oggi, e domani. In questo modo, ci ha svelato tre segreti dopo la morte, prima con le parole e poi con i fatti:

1. Tutte le persone risusciteranno!

2. Tutti saranno processati!

3. Tutti andranno o in Paradiso o all’Inferno!

Non tutte le persone riescono a capire quest’affermazione di Gesù e molti la contestano. Sostengono che questo è impossibile e che l’uomo non ha la capacità di comprenderlo e accettarlo. Forse è vero. Però con un cannocchiale o un telescopio si può vedere più lontano. La fede è il cannocchiale dell’anima e la luce che trafora la tomba e la morte. E’ necessario però credere in Gesù, Figlio di Dio. Chi non crede in questo, non può credere in nessuno e neppure in se stesso. E’ vero che la vita dopo la morte è un segreto, un mistero che supera le leggi naturali di spazio e tempo, difficile da capire. Però se l’uomo si abbandona alla misericordia di Dio, allora diventa facile comprendere ed accettare questa verità. Nel Vangelo è scritto in modo convincente e decisivo: il giorno tremendo in cui il Signore verrà a giudicare l’umanità dopo la resurrezione di tutti gli uomini, vi sarà una separazione e un giudizio: gli uni andranno a destra e gli altri a sinistra. Gesù dice che prima si rivolgerà a quelli di destra e dirà: “Venite, benedetti dal Padre mio! Entrate nel regno che è per voi preparato dall’inizio dei tempi!“. E poi dirà a quelli di sinistra: “Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno!” Per qualcuno queste parole suonano ingenue. Perché? Sicuramente Gesù non è ingenuo. Lui sa certamente quello che diceva. Infatti, cosa non si è adempiuto di quello che lui ha detto nel Vangelo? Quello che dice, lo dice con chiarezza, non scherza. Questo non lo dobbiamo dimenticare. Non ci è ancora chiaro che i criminali, i dissoluti, i sanguinari, gli imbroglioni, non possono partecipare alla comunione della vita eterna. Forse qualcuno si confonde, pensando che Gesù realizzerà questa separazione solo nell’eternità. Finché siamo sulla terra, Dio dà a ciascuno di noi libertà di scelta. Ciascuno di noi decide per il bene o per il male.

Per il Signore o contro il Signore. Possiamo dire che con ogni nostro gesto, costruiamo oppure deformiamo la verità, la bontà e l’amore, e così noi stessi ci disegniamo in Cielo o all’Inferno. Gesù nel giorno del giudizio, constaterà solo la nostra devozione oppure la natura demoniaca e dichiarerà che il nostro destino non può essere uguale. Solo questo. Questa sarà una divina rassegna dell’amore di Dio e della giustizia. Non è facile descrivere quel giorno, però è molto facile credervi. Perché? Lo annuncia Gesù, e lui non ha mai sbagliato. Ha annunciato la sua morte. Ed è morto. Ha annunciato la sua risurrezione. Nessuno ci credeva; neanche gli apostoli. Però egli è risuscitato. Hanno dovuto ammetterlo anche coloro che volevano a tutti i costi tenere nascosta la Resurrezione. Ha annunciato la persecuzione degli apostoli, è accaduto; la disfatta di Gerusalemme, è stata distrutta. Il Signore ha detto: “Il cielo e la terra passeranno, ma non passerà la mia parola”‘ Perciò il giorno del giudizio verrà; quando non lo sanno neanche gli angeli. E con il giorno del giudizio verrà la grande proclamazione dei premi e delle condanne.

Il Signore, durante la sua vita, ha confrontato la storia del ricco Epulone e del povero Lazzaro, ed ha dichiarato che il povero è andato in un’eternità e il ricco nell’altra. Gesù, con questo, non ha detto che tutti i poveri andranno in Paradiso e i ricchi all’Inferno, ma ha concretamente presentato le due realtà dopo la morte, due immutabili destini dell’uomo nell’eternità. Intendiamoci: Dio non ha creato l’Inferno. L’Inferno è il risultato del peccato. Subito, dalla creazione del mondo, gli angeli disubbidienti, guidati dal Diavolo, con la loro cattiveria hanno creato l’Inferno. All’Inferno il peccatore si conduce da solo, rifiutando Dio e il suo amore, godendo il veleno del peccato. Somiglia ad un ubriaco che con il suo comportamento si porta alla distruzione morale e fisica. Come l’alcool gradualmente trasforma l’uomo in una bestia, così il peccato trasforma l’uomo nel diavolo. La natura dell’uomo è creata per l’amore e la verità, l’Inferno l’ha completamente deformata ed è diventata odio e bugia. Per questo ogni peccato porta in sè l’odio e la bugia che è veleno morale, e distrugge nell’anima la divinità. L’Inferno non è stato creato da Dio, non l’ha inventato la Chiesa, è il risultato dell’abuso della libertà umana. L’esistenza dell’Inferno non tocca la bontà di Dio, Dio ha dimostrato tanta misericordia proprio per coloro che l’hanno radicalmente disprezzato. Queste persone creano l’Inferno, loro vogliono che l’Inferno esista e invece Dio è morto sulla croce proprio per l’uomo, perché non fosse all’Inferno. In sostanza, il peccato non ha alcuna logica. L’Inferno è negato proprio da coloro che con la vita e con le proprie azioni lo costruiscono. Gesù ha dedicato tutte le sue forze per farci capire che Dio è vita, amore e felicità. Senza di lui per l’uomo non esiste la beatificazione. Purtroppo, finché siamo nel corpo, per noi questo non è abbastanza chiaro e convincente. Per questo motivo ci perdiamo nei piaceri e nella felicità apparente, anche se la coscienza ci dice che stiamo sbagliando. Però, dopo la morte, cessano tutte queste illusioni ingannevoli. Ogni condannato saprà e ammetterà che Dio è l’unica fonte di beatitudine.

Ogni uomo desidera la completa felicità. Dio è l’unico adempimento del desiderio e del volere dell’uomo. Il peccato non dà la possibilità all’uomo di trovare in Dio la vera pace e la vera felicità. Ogni persona dovrebbe sapere a cosa va incontro, se rifiuta la grazia, cioè Dio. L’uomo si perde ed è rovinato per tutta l’eternità …. Non vi pare che questo sia terribile?! Lo stesso Gesù spesso parlava di questo orrore. A Giuda ha detto che sarebbe stato meglio che non fosse mai nato. I suoi pensieri li ha illustrati e confrontati con i pescatori, parlando di pesci…. Uno si sceglie, l’altro si butta via. Ha parlato della zizzania e del grano Il grano si raccoglie in covoni e la zizzania si brucia. Ha descritto il buio profondo, in cui ci sarà “pianto e stridore di denti.” Nel Vangelo Gesù ricorda otto volte il “fuoco eterno”. Per farci paura? No! Per vendicarsi? No! Allora perché? Per avvisarci e per richiamarci. Egli non poteva dire bugie, è morto per la verità. Perciò l’Inferno è una terribile realtà dalla quale non potremo scappare negandola, ma vivendo nella grazia di Gesù. Questa vita e questo mondo sono inconcepibili senza amore. In fondo l’amore dà la vita alla vita. Qualche tempo fa, una madre belga, per salvare il suo bambino, è entrata in casa mentre bruciava. Questo è segno di grande forza e grande amore Senza amore la vita sarebbe l’Inferno. Finalmente siamo arrivati alla sua vera definizione: l’Inferno è assenza d’amore. Siamo giunti, contemporaneamente, alla definizione di Paradiso: il Paradiso è amore di Dio, perché Dio è amore, Dio è colui che ha tanto amato il mondo e che per il mondo ha sacrificato suo Figlio. Negare il Paradiso, vuol dire negare l’esistenza dell’amore, come rifiutare l’esistenza del sole che ci riscalda e fa rivivere il mondo. Il Paradiso è amore perfetto, che non si indebolisce, non finisce mai.

Questo amore si sperimenta, quando si vive una vita cristiana autentica. Lo capiremo pienamente solo dopo la morte, dopo la resurrezione, quando cambierà il nostro modo di pensare e di osservare. Questo sarà un modo completamente nuovo, che oggi sfugge alle nostre capacità. Però Gesù lo ha annunciato ed é morto per darci questa possibilità. Ci ha fatto apparire questo al banchetto e al matrimonio…. San Paolo, che Dio portò al “terzo cielo”, afferma che “occhio non vide, orecchio non udì, e lingua d’uomo non può descrivere, quello che Dio ha preparato per coloro che lo amano. Così pensa Gesù del Paradiso e dell’Inferno. Noi possiamo dire che ha sbagliato, che non sapeva cosa diceva? Ci ha ingannato? Perché? Dio non riceve nulla dalla nostra felicità e non perde niente con la nostra rovina. Egli è solo amore infinito e desidera che gli siamo vicini e con lui siamo beati e felici. Naturalmente, se lo vogliamo. La Regina della Pace ci invita a deciderci per il Paradiso. Da più di diciotto anni appare la Regina della Pace. Appare per aiutarci e per guidarci nella strada della santità verso il Paradiso. Lei è molto preoccupata per la nostra salvezza. Lei non desidera farci paura, ma che mettiamo giudizio, ci avverte dei pericoli che incontriamo nella strada della vita. Perciò, con amore materno, instancabilmente ci richiama alla preghiera, alla conversione, alla penitenza, ad una fede forte e ad amare… Tutti questi messaggi ci aiutano ad arrivare alla felicità eterna.

Come quasi in tutte le apparizioni, così anche a Medjugorje, la Regina della Pace ha mostrato ai veggenti il Paradiso, il Purgatorio e l’Inferno. Ha affermato che nel Paradiso andranno tutti coloro che decidono per Gesù e che vivono così come egli chiede. Dunque, tutti quelli che trovano in Gesù la pace, la vera gioia, la felicità nella vita, troveranno in Paradiso la salvezza eterna. Il Paradiso sarà la ricompensa per tutto quello che abbiamo sopportato, soprattutto con pazienza, nella vita, per amore di Dio e di Gesù. Per questo conviene credere, vivere nella fede, evitare ogni peccato e vivere nella grazia. L’Inferno è uno stato con il quale si condannano tutti quelli che vivono nel peccato e senza penitenza e muoiono con i peccati mortali. Dunque da soli si escludono da questa felicità eterna. È terribile sentire che qualcuno, in punto di morte, chiama il diavolo che venga a prendere la sua anima perché ha vissuto per lui. Così ha dichiarato una ragazza prima di morire.

Cari figli! Anche oggi vi invito a consacrare la vostra vita a me con amore. Così che io possa guidarvi con amore. Io vi amo, cari figli, con un amore speciale e desidero condurvi tutti in cielo a Dio. Io desidero che comprendiate che questa vita dura poco in paragone a quella del cielo: perciò, cari figli, decidetevi oggi, di nuovo, per Dio, solo così potrò dimostrarvi quanto mi siete cari e quanto desidero che tutti siate salvi e siate con me in Cielo“. (27.11.1986).

Cari figli! Oggi desidero invitarvi a pregare ogni giorno per le anime del Purgatorio. Ad ogni anima è necessaria la preghiera e la grazia per giungere a Dio e all ‘amore di Dio. Con questo anche voi, cari figli, ricevete nuovi intercessori, che nella vita vi aiuteranno a capire che le cose della terra non sono importanti per voi che solo il Cielo è la meta a cui dovete tendere…” (6.11.1986).

Cari figli! Oggi vi invito tutti a pregare con tutto il cuore e a cambiare di giorno in giorno la vostra vita. Specialmente vi invito, cari figli, a incominciare a vivere santamente con le vostre preghiere e sacrifici, perché desidero che ognuno di voi, che è stato a questa fonte di grazia, arrivi in Paradiso con un dono speciale per me: la santità..” (13.11.1986).

Cari figli! Invito ognuno di voi a cominciare a vivere nell’amore di Dio. Cari figli, voi siete pronti a commettere il peccato e a mettervi nelle mani di Satana, senza ri1ettere. Io invito ciascuno di voi a decidersi coscientemente per Dio e contro Satana. Io sono vostra Madre, perciò desidero condurvi tutti alla santità completa. Desidero che ognuno di voi sia felice qui sulla terra e che ognuno di voi sia con me in Cielo. Questo è, cari figli, lo scopo della mia venuta qui e il mio desiderio…” (25.5.1987).

Cari figli! Oggi desidero invitarvi tutti a far sì che ognuno di voi si decida per il Paradiso. Il cammino è difficile per tutti coloro che non si sono decisi per Dio. Cari figli, decidetevi, e credete che Dio vi si offre nella sua pienezza…” (25.11.1987).

Cari figli! Anche oggi desidero invitarvi alla preghiera e all’abbandono totale a Dio. Sapete che vi amo e per amore vengo qui per mostrarvi la strada della pace e della salvezza delle vostre anime. Desidero che mi obbediate e non permettiate a Satana di sedurvi. Cari figli, Satana è forte, e per questo chiedo le vostre preghiere e che me le offriate per quelli che stanno sotto il suo influsso, perché si salvino. Testimoniate con la vostra vita. Sacrificate le vostre vite per la salvezza del mondo… Poi nel Cielo riceverete dal Padre la ricompensa che vi ha promesso… ” (25.2.1988).

… Cari figli, io sono con voi per aiutarvi e per condurvi al Cielo. In Cielo c’è la gioia: attraverso di essa potete già vivere il Cielo sin d’ora… “(25.5.1991).

Abbiamo tante testimonianze drammatiche che ci confermano l’esistenza del Paradiso e dell’Inferno.

Un ragazzo prima di morire parla del Paradiso. Julien Green nel suo diario scrive: “Un signore per il quale ho una particolare stima mi diceva che suo figlio di 15 anni, morto in un incidente stradale, quel giorno era in macchina con la sorella e qualche istante prima dell’incidente parlava del Paradiso. La sorella gli chiese: “Come è il Cielo”? Rispose: “È sempre bel tempo e siamo insieme con Gesù. Quando morirò mi accoglierà san Pietro…” “Se non ci sarà san Pietro?” “E va bene ci sarà san Carlo il mio protettore che mi riceverà..” Qualche istante dopo perse conoscenza… Julien Green, dice: “conosco una persona che si è convertita sentendo questa storia, perciò l’ho pubblicata.” (J. Green, Vers I Invisibile, 1958 1967)Come ci affascina la fede di questo ragazzo di 15 anni che è morto in un incidente. Il ragazzo, prima della morte, con la sua mente è entrato nel mistero della vita che viene dopo la morte ed era pronto. Con la protezione di San Pietro e san Carlo è volato nel grembo del Padre celeste. Una madre che da diversi anni è in Paradiso, avvisa il sacerdote di andare a confessare il figlio.

Un giorno nella parrocchia di Santa Maria a Zagabria, il vescovo dr. Josip Lang, allora cappellano, riceve nel suo ufficio una signora vestita di nero che gli chiede di andare a visitare un “malato”. “È urgente?” “No, però dovrebbe essere ancora per oggi!” “Va bene! Fra un ora andrò. Dove?” “In via…!” Verso mezzogiorno Josip Lang arrivò nella casa indicata dalla signora. Trovò la famiglia a pranzo. Chiese dove fosse il malato, ma nessuno seppe rispondere. In effetti, nessuno in casa era malato. Chiese: “Questa casa è in via…” “Si!” “Ma non capisco! Sono stato chiamato da una signora… (in quel momento vide una foto appesa al muro), ecco da questa signora.” Il padre della famiglia divenne pallido, comprendendo che si trattava di sua madre, che da diversi anni, era passata alla vita eterna. Allora espresse il desiderio di confessarsi, cosa che non faceva da tanti anni. Alle tre di quello stesso giorno, quell’uomo morì. La defunta madre si recò ad avvisare il prete di confessare il figlio, anche se questi non sentiva i sintomi della sua malattia mortale. Può essere questo un inganno oppure telepatia…?! Un ragazzo si sdebita con un sacerdote suo benefattore.

Un giorno giunse in una parrocchia un ragazzo affamato e congelato. Il sacerdote lo nutrì, ma il ragazzo si ammalò, con febbre alta. Per un anno rimase malato. Il cappellano spesso andava a trovarlo, lo consolava e gli insegnava la dottrina. Il ragazzo morì. L’inverno successivo, il cappellano, di notte, doveva recarsi in un villaggio vicino, ad un ora di cammino, per andare a visitare un altro malato. Nevicava. La notte era buia e il cappellano perse l’orientamento ed arrivò sopra una peschiera. Improvvisamente si ruppe il ghiaccio sotto i suoi piedi e cadde nell’acqua. In quell’istante vide una luce… e un ragazzo che gli porgeva la mano. Quando fu tirato fuori dall’acqua, il ragazzo gli mostrò la strada e scomparve. Il cappellano si ricordò della faccia del ragazzo malato, riprese la strada che gli era stata indicata e così arrivò a casa. Il giorno dopo, il cappellano tornò sul posto, vide le sue impronte e il ghiaccio rotto, però da nessuna parte le impronte del ragazzo. Allora comprese che il ragazzo si era sdebitato con il suo benefattore. L’apparizione di un morto, afferma l’immortalità dell’anima.

Un conte Polacco era offensivo con tutti coloro che credevano nell’immortalità dell’anima. Aveva iniziato a scrivere un libro contro questa tesi. Un giorno si recò nel vicino bosco, per meditare, per trovare più argomenti contro l’affermazione della chiesa cattolica sull’immortalità. Incontrò una signora che stava raccogliendo ramoscelli e iniziò a conversare con lei. La signora gli raccontò che poco tempo prima aveva perso il marito e che non aveva soldi per pagare la Messa in sua memoria. Per pietà, il conte le offrì il denaro necessario. Due o tre giorni dopo, mentre il conte era nella sua camera e scriveva il suo libro, improvvisamente davanti a lui si presentò un uomo e gli disse: “Sono venuto a ringraziarla per i soldi che ha dato a mia moglie, per la santa Messa.” L’uomo, subito dopo, scomparve. Il conte, arrabbiato, chiamò tutti i servi sgridandoli perché avevano lasciato entrare in casa uno sconosciuto. Questi lo convinsero che nessuno era entrato in casa. Allora il conte chiamò la signora, alla quale qualche giorno prima aveva dato i soldi e le chiese di descrivere il defunto marito. Dalla descrizione riconobbe l’uomo che era venuto a trovano. Subito dopo bruciò tutti i suoi scritti contro l’immortalità dell’anima. Inoltre divenne un grande combattente per la fede nell’immortalità.

Il medico Ruete a Leipzig, scrive: Due giovani signorine a Gòttingen, la dottoressa P. e l’amica W. erano spesso da me per cure mediche. Un giorno la dottoressa non riusciva più ad alzarsi dal letto. Una notte, verso le due, mi hanno chiamato. Mentre me ne andavo, morì. Mi sono recato dall’amica della dottoressa. Arrivando ho incontrato la madre che mi disse: “Mia figlia circa mezz’ora fa ha avuto un’apparizione commovente. Si è svegliata e mi ha detto: “la dottoressa è morta, mi ha parlato nel sonno. Mi ha detto, inoltre, che oggi morirò anch’io.” Il medico costatò che l’apparizione corrispondeva all’ora della morte della dottoressa. L’amica si sentiva più debole e lo stesso giorno morì.

La confessione sacrilega porta all’inferno? Sant’Antonio, vescovo, raccontò di una ragazza che era stata educata bene. Poi aveva ceduto ed era caduta in peccato grave. Era confusa e non aveva la coscienza tranquilla, diceva dentro di sé: “Come posso trovare il coraggio di confessare questo peccato?” Per vergogna non confessò il suo peccato e permanendo in questo atteggiamento, fece di peggio. Il rimorso era ancora più grande, ma il confessore non poteva conoscere il suo peccato. Per placare la coscienza, si recò in un convento, con la speranza di riuscire così a fare una grande confessione. Ma la vergogna fu più forte e, ancora una volta, commise sacrilegio. Semplicemente il confessore non poteva conoscere il suo peccato. Alla fine si ammalò e allora di nuovo decise di confessarsi. Però la vergogna e la paura non le permisero di aprire bocca. Ricevette i sacramenti, con devota apparenza, però con il sacrilegio nel cuore. Così con il peccato è morta. Le consorelle credettero che si fosse salvata. Un giorno in chiesa, mentre pregavano per lei, Dio, per insegnare agli altri, permise alla sciagurata di apparire: “Smettete di pregare per me! Io sono condannata, poiché nelle mie confessioni ho sempre taciuto il peccato fatto in gioventù!

La dr. Effie Jane Wheeeler era molto conosciuta per la sua sincera devozione. Ai suoi colleghi e studenti ha scritto: “In particolar modo sarò felice quando in chiesa sarà letto questo mio scritto. Prima delle vacanze, desidero che sappiate la verità su di me, la verità che ho saputo solo venerdì scorso. Il mio medico finalmente mi ha detto la diagnosi vera della mia malattia: un tumore che non si può più operare. Se il mio medico fosse cristiano cattolico, sicuramente non sarebbe così commosso, sicuramente non avrebbe aspettato tanto a dirmi la verità, in quanto saprebbe, come sapete voi ed io, che se viviamo nella presenza di Dio, ugualmente aspettiamo la vita e la morte. Se Dio mi ha scelto per stare con lui, io sono felice. Vi prego di non essere tristi per me, neanche per un istante. Non vi saluto freddamente, con un addio, ma vi invio un caldo “arrivederci”, finché non ci incontriamo nella terra beata, dove mi permetteranno di tirare la tenda quando entrerete voi!” Una settimana dopo è morta, ha traslocato nell’eternità.

“Sorella, io sono in Cielo!” Di due sorelle che vivevano nello stesso monastero, la più giovane stava morendo. Poco prima di morire, la sorella maggiore le disse: “Sorella, quando avrai raggiunto il posto dove stai andando, ti prego di farmi sapere dove sarai andata dopo la morte“. La giovane rispose: “Lo sappiamo entrambi che è molto difficile comunicare tra i due mondi, però se Dio ci permetterà, in un modo o nell’ altro senza spaventarti, io te lo faccio sapere!” Qualche giorno dopo la giovane morì. Era il 15 ottobre. La sorella maggiore pregava ogni giorno per la pace eterna di sua sorella, aspettando le notizie. Era il giorno delle anime del purgatorio e mentre pregava sentì i passi. Guardava in direzione dove era la porta, però lì non c’era nessuno, ma all’improvviso ha sentito la voce di sua sorella. “Sorella, io sono in cielo, però non sono andata molto in alto perché tutto quello che facevo prima di morire, non lo facevo con l’amore, ma solo con senso di responsabilità e abitudine. L’amore le attraversa nuvole, e tutti coloro che hanno amato il Signore, sono andati piu vicini a lui. Secondo il grado, il loro merito, per il loro amore verso il Signore, lui ci ha ricompensati secondo i loro meriti“. Questa era la notizia che la sorella minore ha trasmesso alla sorella maggiore, la notizia che tutti coloro che frequentavano le ore di religione già sapevano. È molto importante fare tutti i compiti, lavori o qualsiasi altra cosa con immenso amore verso Dio, verso il prossimo. Ogni cosa che facciamo, facciamola onorando Dio, ed essere pazienti sopportando tutto con amore. Solo allora la nostra vita sarà piena di gioia, piena di amore, riceveremo così la salvezza eterna per ogni bicchiere d’acqua che abbiamo dato a quelli che avevano sete, per quelli ogni minuto che abbiamo passato insieme con Dio, per ogni pena e dolore. Concludendo possiamo affermare ciò: ogni cosa che abbiamo fatto per amore verso Dio, al suo onore e gloria concorrerà alla nostra salvezza e alla salvezza del prossimo.