Gesù rivolge le sue lagnanze ad Aexandrina, come a sua sposa e vittima riparatrice

«Io chiamo le anime.

Mi voltano le spalle, non vogliono udire la mia voce.

Le lascio in balia delle passioni. »

Ma tu implorami tanto, che ancora ne soccor­rerai molte.

Vivi nei miei tabernacoli; invocami per i pec­catori.

Il  mio Cuore sta nei tabernacoli angosciato:

io chiamo i peccatori in tutti i modi: infelici! Sono sordi alla mia voce divina, sono ciechi alla luce del loro Dio.

Io piango perché i peccatori dormono nel peccato e grido notte e giorno: svegliatevi, riai­zatevi, uscite da lì!

Ma non mi odono: è sonno mortale. Hanno continuato la loro vita di crimini sul­l’onda sregolata delle passioni.

Le anime tiepide non si sono infervorate.

Le anime che mi amavano si sono arrestate nel loro amore.

Io sono triste, sono triste, figlia mia: è grande, infinita la mia tristezza, e così il mio dolore.

Ho freddo, sono gelato: è caduto su di me il gelo dei cuori tiepidi; sono cadute su di me le onde delle passioni e dei vizi.

Che rivolta, che rivolta contro il Cielo: l’ini­quità contro Dio, i figli contro il Padre!

E’ necessario, è urgente porre termine alle tempeste dei vizi.

Povero mondo, povero mondo! Non ascolta la voce del suo Dio, non accoglie la richiesta di Gesù.

Venite a me, amatemi! Non peccate più! Presto, presto! Questo invito è di Gesù, presto, presto…

Ah, per quanti questo invito arriva troppo tardi! Ho chiamato, ho invitato, ho preavvisato in tempo. Quanti e quanti hanno già ricevuto la giustizia di mio Padre! E perché? Perché non hanno prestato attenzione alla voce divina, all’invito del Cielo.

Già cadde la giustizia e più ancora cadrà. Già milioni di peccatori sono stati castigati e altri milioni di peccatori stanno per esserlo.

Io voglio un mondo di grazia, di purezza e di amore. Il mondo non dà retta alle mie richieste.

Voglio anime, voglio anime!

Le vedo fuggire. Il mio dolore è infinito…

Quanto è bello, quanto è bello il Cielo, figlia mia!

Parlane alle anime: di’ loro quanto devono soffrire, quanto devono evitare il peccato ed amare il mio divin Cuore per meritarlo. E’ bello il Cielo, figlia mia, oh, come è bello!..

Con quale dolore, con quale pena io dico che il Cielo è bello, perché i miei figli, i miei cari figli non vogliono goderlo! La mia tristezza è grande, il mio dolore è infinitamente grande: i miei figli, i miei cari figli non vogliono il Cielo, non vogliono godere di me!

Le passioni, le passioni sregolate li portano al rifiuto di un Cielo bello, di un Cielo trionfante, di una eternità di gaudio.

Parla alle anime, mia colomba bella, istruiscile nelle cose del Signore; metti nei loro cuori l’orrore per il peccato, quanto più ti è possibile. Parla loro, parla loro del mio amore. Di’ loro che le voglio per me…

(da un’estasi cantata) «Vieni, figlio mio, prendi la tua croce. Vieni, figlio mio, segui i miei passi. Vieni a chiedere perdono al tuo Gesù, al tuo Gesù, al tuo Gesù!»

«Chiamo, invito, ma il mio invito non è accet­tato.

Chiamo, voglio perdonare, ma i peccatori, il mondo intero, non accetta il mio perdono!»

 

Finiamo con 4 frammenti di dialogo tra Gesù ed Alexandrina.

«O figlia mia, se il mondo si affrettasse, se i peccatori si convertissero, se vi fosse un rinno­vamento di vita, quante anime riceverebbero il perdono, quanti castighi sarebbero risparmiati a questa povera umanità!

Ma no, non c’è da sperare. Che incendio di vizi, che mare agitatissimo di passioni!

E non odono affatto la voce del loro Dio, non prestano affatto attenzione a Colui che chiama, che chiama ed avverte con amore di padre.»

«O Gesù, continuate ad avvertire sempre! Guardate solo alla vostra misericordia infinita!

Io ho molta pena per Voi; non Vi posso vedere soffrire; ma le anime, le anime, ah, se si perdono eternamente! Le amo tanto perché in loro vedo solo Voi.»

Improvvisamente si illuminò il luogo dove mi trovavo.

Davanti a me apparvero Gesù e la Mamma tenendosi per mano. Staccarono le mani ed entrambi, con gli occhi fissi al Cielo, mi addita­rono con la mano destra i loro Cuori che aveva­no visibili al centro del petto – scena che mai più dimenticherò – Tanto il Cuore di Gesù quanto quello della Mamma erano cerchiati di molte spine dalle quali cadevano molte molte gocce di sangue.

La mia ansia di raccogliere nel mio petto tutte quelle gocce di sangue era infinita.

O Gesù, Mamma, non voglio che cada al suolo neppure una di queste gocce di valore infinito!»

Gesù parlò: «Figlia mia, ti abbiamo additato i nostri Cuori sofferenti, così sofferenti per farti comprendere la crudeltà degli uomini, la gravità dei loro crimini.

Fissiamo il Cielo per mostrarti che stiamo anche noi chiedendo all’Eterno Padre l’allonta­namento della sua giustizia e ancora una volta la misericordia ed il perdono per l’umanità.» (siamo nell’agosto del 54)

 

Non può più essere trattenuta la giustizia del Signore. Affréttati, figlia mia, a diffondere il messaggio di afflizione di Gesù.

Che l’umanità si prostri con fervore davanti all’immagine della Regina del Cielo, della Regina del mondo, chiedendole che sia ancora una volta la Regina della pace, la Signora della vitto­ria.»

«O Gesù, io sono confusa. Farò quello che mi ordinate, ma temo che non mi crederanno.»

«Anche a me molti non hanno creduto e molti mi hanno denigrato, pur sapendomi risu­scitato e vittorioso.»

Mi apparve Gesù insieme alla Mamma, in grandezza naturale. I loro vestiti e il manto viola scuro, i loro volti tristissimi e i loro aspetti pure tristissimi mi causarono la più profonda, la più grande agonia…

«Figlia mia, stiamo contemplando il mondo; guardiamo il Portogallo, guardiamo le Nazioni:

che corruzione, che iniquità, che veleno crimi­noso!

Ho tanto chiesto, ho tanto invitato, attraverso le tue labbra, a venire al mio divin Cuore in una completa emenda di vita! Ho chiesto io, ha chie­sto mia Madre benedetta: non siamo stati ascol­tati!»

Prostrata davanti a Gesù e alla Mamma, chie­si loro: «Aspettate, Gesù, aspettate, Mamma! Alzate le vostre mani divine verso l’Eterno Padre, sostenete per altro tempo la sua giustizia! Lasciate che il Portogallo, l’umanità facciano penitenza!…

Gesù, Mamma, perdonate, perdonate… Dimenticate le nostre ingratitudini. Perdonate ancora una volta!»

«Chiedi, figlia mia! Chiedi, figlia nostra! Chiedi, chiedi, chiedi!» dicevano Gesù e la Mamma nello stesso tempo, mentre mi accarez­zavano.

“You are the Christ – the Son of the living God”

Friday (June 29): “You are the Christ – the Son of the living God”

Gospel: Matthew 16:13-19   (alternate reading: Matthew 8:1-4)

13 Now when Jesus came into the district of Caesarea Philippi, he asked his disciples, “Who do men say that the Son of man is?” 14 And they said, “Some say John the Baptist, others say Elijah, and others Jeremiah or one of the prophets.” 15 He said to them, “But who do you say that I am?”16 Simon Peter replied, “You are the Christ, the Son of the living God.” 17 And Jesus answered him, “Blessed are you, Simon BarJona! For flesh and blood has not revealed this to you, but my Father who is in heaven. 18 And I tell you, you are Peter, and on this rock I will build my church, and the powers of death shall not prevail against it. 19 I will give you the keys of the kingdom of heaven, and whatever you bind on earth shall be bound in heaven, and whatever you loose on earth shall be loosed in heaven.”

Epistle: 2 Timothy 4:6-8,17-18

6 For I am already on the point of being sacrificed; the time of my departure has come. 7 I have fought the good fight, I have finished the race, I have kept the faith. 8 Henceforth there is laid up for me the crown of righteousness, which the Lord, the righteous judge, will award to me on that Day, and not only to me but also to all who have loved his appearing. 17 But the Lord stood by me and gave me strength to proclaim the message fully, that all the Gentiles might hear it. So I was rescued from the  lion’s mouth. 18 The Lord will rescue me from every evil and save me for his heavenly kingdom. To him be the glory for ever and ever. Amen.

Meditation: Today in many churches of the East and West the Apostles Peter and Paul are commemorated. Both were martyred in Rome in the first century. They tirelessly worked for the spread of the gospel, not only to the people of Israel, but to all the nations as well. They risked their lives in the process and gladly poured out their blood in loyalty to their Master, the Lord Jesus Christ. As Paul so eloquently stated in his second epistle to Timothy, they courageously fought the good fight, finished the race, and kept the faith (2 Timothy 4:7).

Who do you say I am? 
How firm is your faith in the Lord Jesus Christ? At an opportune time Jesus tested his disciples with a crucial question: Who do men say that I am and who do you say that I am? (Matthew 16:13). Jesus was widely recognized in Israel as a mighty man of God, even being compared with the greatest of the prophets, John the Baptist, Elijah, and Jeremiah. Peter, always quick to respond, exclaimed that Jesus was the Christ, the Son of the living God.

Through the gift of faith Peter recognized that Jesus was the “anointed one” (in Hebrew and Greek the word is translated as Messiah and Christ), and the only begotten Son of God sent by the Father in heaven to redeem a fallen human race. No mortal being could have revealed this to Peter; but only God. Jesus then conferred on Peter authority to govern the church that Jesus would build [which Peter describes as a people redeemed with the precious blood of Christ – First Letter of Peter 1:19], a church that no powers could overcome. Jesus played on Peter’s name which is the same word for “rock” in both Aramaic and Greek.

Spiritual rock ad living stones 
To call someone a “rock” is one of the greatest of compliments. The ancient rabbis had a saying that when God saw Abraham, he exclaimed: “I have discovered a rock to found the world upon.” Abraham put his trust in God and made God’s word the foundation of his life and the bedrock of his faith. Through Abraham God established a nation for himself. Through faith Peter grasped who Jesus truly was. He was the first apostle to proclaim that Jesus was truly the Anointed One (Messiah and Christ) and the only begotten Son of God.

The New Testament describes the church, the people of God, as a spiritual house and temple of the Holy Spirit with each member joined together as living stones (see 1 Peter 2:5). Faith in Jesus Christ makes us into rocks – spiritual stones. The Lord Jesus tests each of us personally with the same question: Who do you say that I am?

“Lord Jesus, I profess and believe that you are the Christ, the Son of the living God. You are my Lord and my Savior who has set me free from sin and deception. Make my faith strong like the Apostles Peter and Paul and give me boldness to speak of you to others that they may come to know you as Lord and Savior.”

Psalm 19:2-5

2 Day to day pours forth speech, and night to night declares knowledge. 
3 There is no speech, nor are there words; their voice is not heard; 
4 yet their voice goes out through all the earth, and their words to the end of the world.  In them he has set a tent for the sun, 
5 which comes forth like a bridegroom leaving his chamber, and like a strong man runs its course with joy.

Daily Quote from the early church fathers: Only by hope, by Basil the Great, 329-379 A.D.

“‘Turn, O my soul, into your rest: for the Lord has been bountiful to you’ (Psalm 114:7). The brave contestant applies to himself the consoling words, very much like to Paul, when he says: ‘I have fought the good fight, I have finished the course, I have kept the faith. For the rest, there is laid up for me a crown of justice.’ These things the prophet also says to himself: Since you have fulfilled sufficiently the course of this life, turn then to your rest, ‘for the Lord has been bountiful to you.’ For, eternal rest lies before those who have struggled through the present life observant of the laws, a rest not given in payment for a debt owed for their works but provided as a grace of the munificent God for those who have hoped in him.” (excerpt from HOMILIES 22)

Meditations may be freely reprinted for non-commercial use – please cite: copyright (c) 2018 Servants of the Word, source:  www.dailyscripture.net, author Don Schwager

 

Flavio Giuseppe.

§ 90. Giuseppe, sacerdote gerosolimitano, figlio di Mattia, nacque tra il 37 e il 38 dell’Era Volgare. Scoppiata nel 66 la rivolta della sua patria contro Roma, egli fu a capo delle truppe insorte che per prime si scontrarono con i Romani nella Galilea; dopo alcune sconfitte ricevute, si consegnò al generale nemico, il futuro impe­ratore Vespasiano, del quale rimase poi sempre fedele servitore. Distrutta Gerusalemme sotto i suoi occhi, Giuseppe venne a Roma insieme col vincitore Tito, figlio di Vespasiano, e alla loro gens Flavia – il cui nome egli, come liberto, aveva aggiunto al suo di Giuseppe – prestò i propri servizi di stipendiato storico aulico. Fra gli anni 75 e 79 Giuseppe pubblicò la Guerra giudaica, ove nar­ra le vicende precedenti e tutto lo svolgimento della guerra di cui era stato attore e spettatore; la quale opera, pur essendo macchiata di moltissimi e gravissimi difetti, è insostituibile e di singolare uti­lità per conoscere lo sfondo storico dei tempi di Gesù. Fra gli anni 93 e 94 Giuseppe pubblicò le Antichità giudaiche, ove narra la sto­ria della nazione ebraica dalle origini fino allo scoppio della guerra contro Roma, ricollegandosi perciò a questo punto con lo scritto precedente. Poco dopo l’anno 95 pubblicò il Contra Apionem ch’è uno scritto polemico in difesa del giudaismo, e dopo l’anno 100 pubblicò la Vita (propria) ch’è un’apologia della sua condotta po­litica. In tutti questi scritti Giuseppe, benché parli moltissimo di persone del mondo giudaico o romano nominate anche nei vangeli, non nomina mai né Gesù né i cristiani, salvo in tre passi. In uno parla con onore di Giovanni il Battista e della sua morte (Antichità giud., XVIII, 116-119); in un altro riferisce, egualmente con onore, la mor­te violenta di Giacomo fratello di Gesù, chiamato il Cristo (ivi, XX, 200): e sull’autenticità di questi due passi, nonostante l’incertez­za di pochi studiosi moderni, non vi sono ragionevoli dubbi.

§ 91. Diversamente stanno le cose riguardo al terzo passo ch’è il seguente, reso in traduzione letterale: Ora, ci fu verso questo tempo Gesù, un uomo sapiente, seppure bisogna chiamarlo uomo: era infatti facitore di opere straordinarie, maestro di uomini che accol­gono con piacere la verità. E attirò a sé molti Giudei, e anche molti dei Greci. Costui era il Cristo. E avendo Pilato, per denunzia degli uomini principali fra noi, punito lui di croce, non cessarono coloro che da principio lo avevano amato. Egli infatti comparve loro al terzo giorno nuovamente vivo, avendo già detto i divini profeti queste e migliaia d’altre cose mirabili riguardo a lui. E ancora adesso non e’ venuta meno la tribù di quelli che, da costui, sono chiamati i Cristiani (Antichità giud., XVIII, 63-64). Questo passo, conosciuto comunemente come testimonium fiavia­num, è contenuto in tutti i codici delle Antichità giudaiche, e nel secolo IV era già noto ad Eusebio che lo cita più d’una volta (Hist. cccl., i, Il; Demonstr. evang., III, 3); né, fino al secolo XVI, alcuno studioso dubitò mai della sua autenticità. In quel tempo furono mossi i primi dubbi, ma fondati soltanto su ragioni interne, in quan­to cioè sembrava che il giudeo e fariseo Giuseppe non potesse par­lare in modo cosi onorifico di Gesù: si concluse, quindi, che il passo era stato interpolato da un’ignota mano cristiana. La questione si è prolungata fino ai nostri giorni, e oggi esistono sia fautori sia avversari dell’autenticità in ogni campo: ad esempio, il razionalista Harnack ha difeso l’autenticità, mentre il cattolico Lagrange ha supposto l’interpolazione. Una soluzione incontrastabile non si troverà probabilmente mai, sia per mancanza di documenti, sia perché le ragioni addotte contro l’autenticità sono soltanto di ordine morale e quindi variamente giudicabili. Non essendo qui il caso di sottoporre a nuovo esame i vari argomenti, rimandiamo il lettore a quello che ne facemmo noi stessi altrove, limitandoci a riportare qui il periodo finale: «In conclusione, a noi sembra che il testimonium com’è oggi possa es­sere stato interpolato da mano cristiana, benché il suo fondo sia certamente genuino; tuttavia la stessa possibilità, e anche una mag­giore probabilità, concediamo all’altra opinione secondo cui esso sarebbe integralmente genuino e vergato, cosi come oggi, dallo stilo di Giuseppe» (Flavio Giuseppe tradotto e commentato, voi. I, pag. 185).

AI PIEDI DELLA CROCE

Tutta la tradizione cristiana sosterà ai piedi della Croce dalla quale pende Gesù col petto aperto, e cercherà di penetrare in quella sanguinante squarciatura sulla quale tanto insiste l’Apostolo.

Sarà proprio questa amorosa attenzione che guiderà le anime alla scoperta del «Cuo­re amante di Gesù».

Nei primi secoli della Chiesa la devo­zione al Sacro Cuore non è ben distinta dal culto delle sacratissime Piaghe di Gesù, e specialmente da quello tributato alla ferita del Costato. Soltanto gradualmente venne fatto oggetto di culto speciale il Cuore; co­me immagine dell’Amore umano e divino del Verbo Incarnato.

Pio XII nell’Enciclica sul Cuore di Gesù «Haurietis aquas» dice: «E’ nostra persuasio­ne che il culto tributato all’amore di Dio e di Gesù Cristo verso il genere umano, attra­verso il simbolo augusto del Cuore trafitto del Redentore, non sia mai stata assente dalla pietà dei fedeli, benchè abbia avuto la sua chiara manifestazione e la sua mirabile propagazione nella Chiesa in tempi da noi non molto lontani, soprattutto dopo che il Signore stesso si degnò di scegliere alcune anime predilette, alle quali svelò i secreti divini di questo culto e di essi le fece mes­saggere, dopo averle ricolmate di grazie spe­ciali». 

OGNI GIORNO CON LUI

Gesù sta nel Tabernacolo per me. Lui è il pane della mia vita soprannaturale. Lui è il cibo della mia anima. “La mia carne è veramente cibo, il mio sangue è veramente bevanda” (Giov. 6, 56). Se voglio nutrirmi spiritualmente ed essere pieno di vita debbo ricevere Lui: “Se non mangiate la mia Carne e non bevete il mio Sangue non avrete la vita in voi” (Giov. 6, 54). S. Agostino ci fa sapere che i suoi fedeli della Chiesa d’Africa chiamavano l’Eucaristia con la parola “Vita”; quando decidevano di accostarsi alla mensa eucaristica, dicevano: “Andiamo alla Vita”. Espressione mirabile!.
Per sostenere il mio organismo soprannaturale debbo nutrirlo: e l’Eucaristia è appunto il “Pane di vita” (Giov. 6, 35), il “Pane disceso dal cielo” (Giov. 6, 59) che dona e rinnova, conserva e accresce le energie spirituali della anima. S. Pietro G. Eymard arriva a dire: “La Comunione è così necessaria a noi per sostenere la nostra vita cristiana, come è necessaria agli Angeli la visione di Dio per mantenere la loro vita gloriosa”.
Ogni giorno debbo nutrire la mia anima, come ogni giorno nutro il mio corpo per donargli vigore. S. Agostino insegna: “L’Eucaristia è un pane quotidiano che si prende a rimedio della nostra quotidiana debolezza”. E S. Pietro G. Eymard aggiunge: “Gesù ha preparato non un’Ostia soltanto, ma una per ogni giorno della nostra vita. Le nostre Ostie sono preparate: non perdiamone neppure una”.
Gesù è l’Ostia d’amore così soave e salutare da far esclamare a S. Gemma Galgani: “Sento un gran bisogno di essere rinvigorita da quel cibo tanto dolce che mi dà Gesù. Questo tratto d’amore che Gesù mi fa ogni mattina, mi intenerisce e attira a sé tutti gli affetti del mio cuore”.
Per i Santi, la Comunione quotidiana è un’imperiosa esigenza di Vita e di Amore, corrispondente alla brama divina di Gesù di donarsi per essere la Vita e l’Amore di ogni anima. Non dimentichiamoci che il Giovedì Santo fu il giorno da Gesù “tanto desiderato” (Luc. 22, 15). Perciò il S. Curato d’Ars diceva con passione: “Ogni Ostia consacrata è fatta per struggersi d’amore in un cuore umano”. E S. Teresina scriveva alla sorella: “Non è per restare in una pisside d’oro, che Gesù discende ogni giorno dal cielo, ma per trovare un altro cielo, quello della nostra anima, dove Egli trova le sue delizie”; e quando un’anima, potendolo, non vuole ricevere Gesù nel suo cuore, “Gesù piange”; per questo, continua ancora S. Teresina, “quando il demonio non può entrare col peccato nel santuario di un’anima, vuole almeno che essa sia vuota, senza padrone, e allontana dalla Comunione”. È evidente, infatti, che si tratta di insidia diabolica, perché solo il demonio può avere interesse a tenerci lontani da Gesù. Stiamo all’erta, quindi. Cerchiamo di non cadere negli inganni del demonio: “Fate in modo di non perdere nessuna Comunione – raccomanda S. Margherita M. Alacoque – ; noi non sapremmo dare maggior gioia al nostro nemico, il demonio, che ritirandoci da Gesù, il quale gli toglie il potere che ha sopra di noi”.
La Comunione quotidiana è sorgente quotidiana di amore, di forza, di luce, di gioia, di coraggio, di ogni virtù e di ogni bene. “Chi ha sete venga a Me e beva” (Giov. 7, 37), ha detto Gesù; Egli solo è la “fonte di acqua zampillante per la vita eterna” (Giov. 4, 14). Come è possibile che ci sia chi non voglia o trovi difficoltà ad accostarsi ogni giorno a questa divina “mensa del Signore” (1 Cor. 10, 21)?
S. Tommaso Moro, Gran Cancelliere d’Inghilterra, morto martire per essersi opposto allo scisma, ascoltava ogni mattina la S. Messa e riceveva la S. Comunione. Alcuni amici cercavano di fargli notare che una tale assiduità non era conveniente ad un laico immerso in tanti affari di stato. “Voi mi opponete – rispondeva il Santo – tutte quelle ragioni che invece mi convincono di più a ricevere la S. Comunione ogni giorno. La mia dissipazione è grande, e con Gesù io imparo a raccogliermi. Le occasioni di offendere Dio sono frequenti, e io prendo ogni giorno forza da Lui per fuggirle. Ho bisogno di lumi e di prudenza per sbrigare affari molto difficili, e ogni giorno posso consultare Gesù nella S. Comunione: Egli è il mio grande Maestro”.
Al celebre biologo Banting fu chiesto una volta perché ci tenesse tanto alla Comunione quotidiana. “Avete mai pensato – rispose – che avverrebbe se ogni notte non scendesse la rugiada dal cielo? Nessuna pianta potrebbe svilupparsi; le erbe e i fiori non reggerebbero alla traspirazione che il calore diurno provoca in un modo o nell’altro. Il recupero di forze, il refrigeramento, l’equilibrio degli umori linfatici, e la vita stessa delle piante son dovuti alla rugiada…”. Fatta una pausa, continuò: “Anche la mia anima è come una piantina: qualcosa di delicato su cui vento e calore imperversano ogni giorno. Allora è necessario che ogni mattina io vada a fare il mio rifornimento di rugiada spirituale, accostandomi alla S. Comunione”.
S. Giuseppe Cottolengo raccomandava ai medici della “Casa della Divina Provvidenza” di ascoltare la Messa e fare la Comunione, prima di impegnarsi in difficili operazioni chirurgiche, perché, diceva, “la medicina è una grande scienza, ma il grande medico è Dio”. E il beato Giuseppe Moscati, celebre medico di Napoli, si regolava appunto così: si industriava fino all’incredibile (a costo di sacrifici anche enormi, specie a causa dei frequenti viaggi da fare) per non perdere la Comunione quotidiana; ma se qualche giorno gli era proprio impossibile comunicarsi, quel giorno non aveva coraggio di fare le visite mediche, perché, diceva, “senza Gesù non ho lumi sufficienti per i poveri ammalati”.
Oh! la passione dei Santi per la Comunione quotidiana! Chi può ridirla? S. Giuseppe da Copertino, che non mancò di unirsi ogni giorno al suo Diletto, arrivò a dire una volta ai suoi confratelli: “Sappiate che quel giorno in cui non potrò ricevere lo Pecoriello (così chiamava confidenzialmente l’Agnello Divino) passerò all’altra vita”. Difatti, soltanto un giorno la violenza del male gli impedi di ricevere Gesù Eucaristico: il giorno della morte!
Quando il papà di S. Gemma Galgani, preoccupato per la salute della figlia, la rimproverò perché ogni mattina usciva troppo presto per andare a Messa, sentì rispondersi dalla santa figlia: “Ma papà, a me mi fa male stare lontana da Gesù Sacramentato”.
Quando S. Caterina da Genova seppe dell’interdetto che gravava sulla sua città con la proibizione di celebrare la S. Messa e di distribuire la Comunione, ogni mattina si recava a piedì fuori Genova fino a un lontano Santuario, per potersi comunicare. Le fu detto che esagerava; e la Santa rispose: “Se dovessi percorrere miglia e miglia sui carboni accesi pur di arrivare a ricevere Gesù, direi quella via facile come se camminassi su un tappeto di rose”.
Impariamo la lezione, noi che forse abbiamo la Chiesa a pochi passi, ove recarci a nostro agio per ricevere Gesù nel cuore. E anche se dovesse costarci qualche sacrificio, non ne varrebbe forse la pena?
Ma c’è di più ancora, se pensiamo che i Santi avrebbero desiderato comunicarsi non una volta sola, ma più volte al giorno. A una figlia spirituale che in buona fede vantava il suo eroismo nel comunicarsi tutti i giorni, P. Pio da Pietrelcina una volta disse: “Figlia mia, se si potesse, farei dieci Comunioni al giorno con tutto il cuore!”. E quella volta che un figlio spirituale si accusò in confessione di aver fatto, per pura dimenticanza, due Comunioni nella stessa mattinata, P. Pio illuminandosi disse: “Beata dimenticanza!”.
Avanti! non facciamoci pregare per fare una cosa così santa come la Comunione quotidiana, a cui attingere ogni bene per l’anima e per il corpo.
Per l’anima. S. Cirillo di Gerusalemme. Padre e Dottore della Chiesa, scrive: “Se il veleno dell’orgoglio ti gonfia, ricorri all’Eucaristia, e il Pane, sotto le cui apparenze si è annichilato il tuo Dio, t’insegnerà l’umiltà. Se in te arde la febbre dell’avarizia, cibati di questo pane, e imparerai la generosità. Se ti rattrista il vento gelido dell’avarizia, ricorri al Pane degli Angeli, e nel tuo cuore spunterà rigogliosa la carità. Se ti senti spinto dall’intemperanza, cibati della Carne e del Sangue di Cristo, che nella vita terrena praticò sì eccellentemente la sobrietà, e diverrai temperante. Se sei pigro e indolente nelle cose spirituali, rinforzati con questo cibo celeste, e diverrai fervente. Se, infine, ti senti ardere dalla febbre dell’impurità, accostati al banchetto degli Angeli, e la Carne immacolata di Cristo ti farà puro e casto”.
Quando si volle sapere come avesse fatto S. Carlo Borromeo a conservarsi puro e delicato tra i suoi giovani coetanei dissipati e frivoli, si scoprì il suo segreto: la Comunione frequente. E fu lo stesso S. Carlo a raccomandare la Comunione frequente al ragazzo Luigi Gonzaga, divenuto il santo tutto angelico e liliale. Veramente l’Eucaristia si rivela “frumento degli eletti e vino che fa germogliare i vergini” (Zac. 9, 17). E S. Filippo Neri, conoscitore profondo dei giovani, diceva: “La devozione al SS. Sacramento e la devozione alla Vergine sono, non il migliore, ma l’unico mezzo per conservare la purezza. Non vi è che la Comunione che può conservare puro un cuore a venti anni… Non ci può essere castità senza Eucaristia”. È verissimo.
Per il corpo. Quante volte a Lourdes non si è ripetuto per l’Eucaristia quel che il Vangelo dice di Gesù: “usciva da lui una virtù e guariva tutti” (Luc. 8, 46)? Quanti corpi non sono stati sanati dal dolce Signore racchiuso nei candidi veli? Quanti poveri e sofferenti non hanno ricevuto, con il Pane eucaristico, il pane della salute, del sostentamento, della Provvidenza?… S. Giuseppe Cottolengo un giorno si avvide che parecchi ricoverati della “Casa della Provvidenza” non si erano accostati a ricevere la S. Comunione. La Pisside era rimasta piena. Proprio in quel giorno scarseggiava il pane. Il Santo, deposta la Pisside sull’altare, si voltò e disse con grande animazione queste parole più che espressive: “Pisside piena, sacchi vuoti!”.
Proprio così. Gesù è la pienezza di vita e di amore della mia anima. Senza di Lui resto vuoto e arido. Con Lui, invece, possiedo ogni giorno le riserve infinite di ogni bene, purezza e gioia.

L’umanità non ascolta

“…invece di voltarmi la faccia mi voltarono le spalle . Questo è il popolo che non ascolta la voce del Signore suo Dio,   nè accetta la correzione…” (Ger. 7, 24-28)

“…rattristato per la durezza dei loro cuori…” (Mc 3,5)

                                               

«Voglio anime! Le vedo fuggire. Il mio dolore è infinito…»

  • 1°- Aexandrina impersona l’umanità peccatrice

 

«Vieni al tuo Dio, al tuo Signore che ti ha creata per sé.»

Quale voce tanto triste e piena di tenerezza! Io, come se non lo udissi, lo lasciavo abban­donato e correvo pazzamente verso i piaceri del mondo.

Quale dolore, quale tristezza, quella di Gesù!

«Basta, basta, figlia mia! La tua iniquità è ver­gognosa, è nauseante.

Dove corri con questa marcia tanto affrettata? Verso l’inferno.

Esso ti aspetta a porte aperte…

Cambia strada! E’ questa che percorri nella corsa tempestosa delle passioni che ti conduce là. Férmati, férmati! Non fare più un passo sulla strada della perdizione:

non è questa che ti ho scelta.»

Il Signore non poteva più sopportare la mia indifferenza e la mia durezza.

Egli mi chiamava, ma io fuggivo, non volevo udirlo, non cambiavo vita.

Di più: volevo respingerlo lontano, molto lontano.

«Non sei più mia figlia! Mi hai disprezzato e hai preferito Satana a me: a lui appartieni.

Ti sei venduta per i piaceri e le passioni. Disgraziata vendita, triste preferenza: disgra­ziato il figlio che vende suo padre per accondi­scendere alla carne, ai suoi appetiti!»

Sentivo che mani immonde mi stringevano la gola e il Signore mi diceva:

«Satana è il tuo Signore! Hai espulso me perché ti possedesse lui. Egli vuole installarti corpo e anima nella sua dimora che è l’inferno:

sei degna di esso. Le tue passioni sregolate te lo hanno fatto meritare.

Convértiti! Ascolta la voce del tuo Dio: lascia­mi di nuovo prendere possesso del tuo cuore affinché tu possa essere degna della mia dimora celeste, affinché io ti possa installare là.»

Io rimasi sempre nella disperazione, ma senza voler udire la voce del Signore.

Egli, molto contristato, singhiozzava amaramente nel mio cuore.

«Vieni, séguimi! La mia via è difficile, ma non vi è altro che ti prenda se non il mio amore e, di tanto in tanto, trovi dolcezza. In quella della perdizione ti prendono la melma, il fango, i tuoi appetiti,

le passioni disordinate: è perché tu ti dànni.

Rialzati, séguimi!»

L’afflizione che io sentivo non era per la paura del Signore che mi sgridava, perché era uno sgridare con dolcezza: sgridava come chi invita.

Mi causava una tremenda afflizione il dolore che il mio Gesù sentiva per la durezza del mio cuore: io non mi muovevo al pentimento; vole­vo restare nelle tenebre, avvolta nella melma e nel putridume.

«Non vedi che per te diedi tutto il mio sangue e la vita? Fu morte in croce e in mezzo a sofferenze le più atroci… Preferisci un vile piacere, soddisfare le tue passioni, alle tenerezze del tuo Dio che ti ha creata, che ti ama tanto? Preferisci l’inferno o il Cielo?

“Do not throw your pearls before swine”

Scripture: Matthew 7:6,12-14   

6 “Do not give dogs what is holy; and do not throw your pearls before swine, lest they trample them under foot and turn to attack you. 12 So whatever you wish that men would do to you, do so to them; for this is the law and the prophets. 13 “Enter by the narrow gate; for the gate is wide and the way is easy, that leads to destruction, and those who enter by it are many. 14 For the gate is narrow and the way is hard, that leads to life, and those who find it are few.

Meditation: What can pearls and narrow gates teach us about God’s truth and holiness? In the ancient world pearls were of very great value and were even considered priceless. They were worn as prized jewels to make a person appear more beautiful and magnificent to behold. Holiness, likewise, is a very precious jewel that radiates the beauty of God’s truth, goodness, and glory. God offers us the precious gift of his holiness so that we may radiate the splendor of his truth and goodness in the way we think, speak, act, and treat others. We can reject or ignore this great gift, or worse yet, we can drag it through the mud of sinful behavior or throw it away completely.

Pearls before dogs and swine 
Why does Jesus contrast holiness and pearls with dogs and swine (Matthew 7:6)? Some things don’t seem to mix or go together, like fire and water, heat and ice, sweat and perfume, pure air and poisonous vapors, freshly cleaned clothes and filthy waste. The Talmud, a rabbinic commentary on the Jewish Scriptures, uses a proverbial saying for something which appears incongruous or out of place: an ear-ring in a swine’s snout. Jesus’ expression about “pearls before swine” and “not giving dogs what is holy” is very similar in thought (Matthew 7:6). Jewish law regarded swine as unclean. Wild dogs were also treated as unfit for close human contact, very likely because they were dirty, unkept, lice-infested, and prone to attack or cause trouble.

What is the point of avoiding what is considered unclean? Jesus’ concern here is not with exclusivity or the shunning of others (excluding people from our love, care, and concern for them). His concern is with keeping spiritual and moral purity – the purity of the faith and way of life which has been entrusted to us by an all-holy, all-loving, and all-wise God. The early church referenced this expression with the Eucharist or the Lord’s Table. In the liturgy of the early church, a proclamation was given shortly before communion: Holy things to the holy. The Didache, a first century church manual stated: Let no one eat or drink of your Eucharist except those baptised into the name of the Lord; for, as regards this, the Lord has said, ‘Do not give what is holy to dogs.’ The Lord Jesus invites us to feast at his banquet table, but we must approach worthily.

The law of perfect love seeks the highest good and best interests of one another
Jesus summed up the teaching of the Old Testament law and prophets with the expression, So whatever you wish that men would do to you, do so to them (Matthew 7:12) – and in the same breath he raised the moral law to a new level of fulfillment and perfection. God’s law of love requires more than simply avoiding injury or harm to one’s neighbor. Perfect love – a love which is unconditional and which reaches out to all – always seeks the good of others for their sake and gives the best we can offer for their welfare. When we love our neighbors and treat them in the same way we wish to be treated by God, then we fulfill the law and the prophets, namely what God requires of us – loving God with all that we have and are and loving our neighbor as ourselves.

How can we love our neighbor selflessly, with kindness, and genuine concern for their welfare? If we empty our hearts of all that is unkind, unloving, and unforgiving, then there will only be room for kindness, goodness, mercy, and charity. Paul the Apostle reminds us that “God’s love has been poured into our hearts through the Holy Spirit which has been given to us” (Romans 5:5). It is the love of God that fuels our unconditional love for others. Are you ready to let the Holy Spirit transform your life with the purifying fire of God’s love?

The narrow gate and way of life 
Jesus used a second illustration of a narrow gate which opens the way that leads to a life of security and happiness (Matthew 7:13-14) to reinforce his lesson about choosing the one true way which leads to peace with God rather than separation and destruction. The Book of Psalms begins with an image of a person who has chosen to follow the way of those who are wise and obedient to God’s word and who refuse to follow the way of those who think and act contrary to God’s law : Blessed is the man who walks not in the counsel of the wicked, nor stands in the way of sinners, nor sits in the seat of scoffers; but his delight is in the law of the Lord, and on his law he meditates day and night  (Psalm 1:1-2). When a path diverges, such as a fork in the road, each way leads to a different destination. This is especially true when we encounter life’s crossroads where we must make a choice that will affect how we will live our lives. Do the choices you make help you move towards the goal of loving God and obeying his will?

The Lord Jesus gives us freedom to choose which way we will go. Ask him for the wisdom to know which way will lead to life rather than to harm and destruction. See, I have set before you this day life and good, death and evil… Therefore choose life that you and your descendants may live (Deuteronomy 3:15-20). Choose this day whom you will serve (Joshua 24:15). Behold I set before you the way of life and the way of death (Jeremiah 21:8). If we allow God’s love and wisdom to rule our hearts, then we can trust in his guidance and help to follow his path of love, truth, and holiness.

“Let me love you, my Lord and my God, and see myself as I really am – a pilgrim in this world, a Christian called to respect and love all whose lives I touch, those in authority over me or those under my authority, my friends and my enemies. Help me to conquer anger with gentleness, greed by generosity, apathy by fervor. Help me to forget myself and reach out towards others.” (Prayer attributed to Clement XI of Rome)

Psalm 48:1-10

1 Great is the LORD and greatly to be praised in the city of our God!  His holy mountain, 
2 beautiful in elevation, is the joy of all the earth, Mount Zion, in the far north, the city of the great King. 
3 Within her citadels God has shown himself a sure defense. 
4 For lo, the kings assembled, they came on together. 
5 As soon as they saw it, they were astounded, they were in panic, they took to flight; 
6 trembling took hold of them there, anguish as of a woman in travail. 
7 By the east wind you did shatter the ships of Tarshish. 
8 As we have heard, so have we seen in the city of the LORD of hosts, in the city of our God, which God establishes for ever. [Selah] 
9 We have thought on your steadfast love, O God, in the midst of your temple. 
10 As your name, O God, so your praise reaches to the ends of the earth.  Your right hand is filled with victory;

Daily Quote from the early church fathers: Unreadiness to receive Godly teaching, by Augustine of Hippo, 430-543 A.D.

“Now in this precept we are forbidden to give a holy thing to dogs or to cast pearls before swine. We must diligently seek to determine the gravity of these words: holy, pearls, dogs and swine. A holy thing is whatever it would be impious to profane or tear apart. Even a fruitless attempt to do so makes one already guilty of such impiety, though the holy thing may by its very nature remain inviolable and indestructible. Pearls signify all spiritual things that are worthy of being highly prized. Because these things lie hidden in secret, it is as though they were being drawn up from the deep. Because they are found in the wrappings of allegories, it is as though they were contained within shells that have been opened.(1) It is clear therefore that one and the same thing can be called both a holy thing and a pearl. It can be called a holy thing because it ought not to be destroyed and a pearl because it ought not to be despised. One tries to destroy what one does not wish to leave intact. One despises what is deemed worthless, as if beneath him. Hence, whatever is despised is said to be trampled under foot… Thus we may rightly understand that these words (dogs and swine) are now used to designate respectively those who assail the truth and those who resist it.” (excerpt from SERMON ON THE MOUNT 2.20.68–69)

(1) The interpretive task is to crack through the shell of the language to its inner spiritual meaning.

Meditations may be freely reprinted for non-commercial use – please cite: copyright (c) 2018 Servants of the Word, source:  www.dailyscripture.net, author Don Schwager

LE FONTI

LE FONTI

§ 87. Di Gesù parlano numerosi scritti antichi, che spontaneamente si raggruppano in due categorie: scritti non cristiani, e scritti cri­stiani. Questo criterio morale di raggruppamento ha un’evidente im­portanza scientifica, per valutare l’imparzialità delle rispettive testi­monianze; tuttavia non può essere l’unico, perché insieme con esso dovrà anche applicarsi il criterio cronologico, secondo il quale una testimonianza è di solito tanto più autorevole e preziosa, quanto più è antica e vicina ai fatti attestati. Nel caso nostro è praticamente più agevole seguire il criterio morale, che lascia campo a poche contestazioni, mentre l’assegnazione cronologica dei vari scritti implica questioni numerose assai dibattute: naturalmente di tali questioni bisognerà tener conto anche seguendo la ripartizione fra scritti non cristiani e cristiani.

FONTI NON CRISTIANE. I Giudei, conterranei e coetanei di Gesù, dovrebbero offrirci riguar­do a lui le prime testimonianze; ma purtroppo non è così, giacché le fonti giudaiche, pur non essendo del tutto mute in proposito, sono taciturne e avare di notizie attendibili, quasi quanto le fonti pagane.

Giudaismo ufficiale.

Con la distruzione di Gerusalemme e dello Stato giudaico avvenuta nel 70 dell’Era Volgare, cioè un quarantennio dopo la morte di Gesù, la vita spirituale del giudaismo palestinese rimase rappresen­tata esclusivamente dalla corrente dei Farisei; i quali, conforme ai loro principii, si dedicarono totalmente a raccogliere e perpe­tuare la “tradizione” orale che, insieme con la Bibbia, formava ormai l’unico patrimonio morale del giudaismo. I dottori farisei, datisi a questo lavoro lungo i secoli I-III, furono chiamati i Tannaiti, e ad essi tennero dietro gli Amorei, che operarono fino al termine del secolo V. Ai Tannaiti è dovuto il codice della Mishna; agli Amorei, il commento alla Mishna; dall’unione della Mishna col suo com­mento è sorto il Talmud, nella doppia recensione palestinese e ba­bilonese. Ma il Talmud, pur contenendo materiali che possono ri­salire a prima della distruzione di Gerusalemme, non fu messo definitivamente in iscritto che tra i secoli V e VI, giacché in prece­denza il suo contenuto era stato trasmesso solo oralmente, affidato alla memoria dei vari dottori, benché con fedeltà verbale. Il Talmud, così redatto, divenne la roccaforte spirituale del giudaismo e ricevette, insieme con la Bibbia, carattere ufficiale. Ma contemporaneamente al Talmud si elaborava altro materiale, che parimenti fu messo in iscritto soltanto dopo una lunga trasmissione esclusivamente orale, sebbene i suoi primi elementi possano risalire all’epoca dei Tannaiti. Gli scritti così sorti, fra cui primeggiano per estensione e numero i vari Midrashim, non rivestirono carattere ufficiale come il Talmud, tuttavia ricevettero un valore subordinato e complementare.

§ 88. Troviamo pertanto che, in questi scritti del giudaismo uffi­ciale, la persona e l’opera di Gesù sono certamente note, sebbene spesso si alluda ad esse solo indirettamente ed in maniera anonima e velata. Riunendo poi i dati precisi che se ne possono estrarre, si trova che essi non hanno riscontro in nessun altro documento an­tico, e non senza contraddizioni e incongruenze se ne ottiene il seguente schema biografico. Gesù il Nosri (Nazareno) nacque da una pettinatrice di nome Ma­ria; il marito di questa donna è chiamato talvolta Pappos figlio di Giuda e talvolta Stada, sebbene si trovi anche la donna stessa chiamata col nome di Stada. Il vero padre di Gesù fu un certo Pantera; i perciò si trova che Gesù è chiamato tanto figlio di Pan­tera, quanto figlio di Stada. Recatosi in Egitto, Gesù studiò colà magia sotto Giosuè figlio di Perachia. Quanto alla cronologia è da rilevare che, mentre questo Giosuè fiorì verso l’anno 100 avanti l’Era Volgare, il suddetto Pappos fiorì circa 230 anni più tardi. Tornato in patria e respinto dal suo maestro, Gesù esercitò la ma­gia traviando il popolo. Per tali ragioni fu giudicato e condannato a morte. Prima che la condanna fosse eseguita, si attesero quaranta giorni durante i quali un araldo invitava la gente a esporre qual­siasi giustificazione in favore del condannato. Non essendosi pre­sentato alcuno, il condannato fu lapidato e poi appeso al patibolo a Lydda, il giorno di preparazione alla Pasqua. Al presente egli si trova nella Gehenna, immerso in una melma bollente. In relazione con questi dati, e specialmente con la maniera velata con cui sono esposti, si trova che Gesù è designato con l’indicazione di un tale, o con l’epiteto di Balaam (l’antico mago di Numeri, 22 segg.), e con gli appellativi di pazzo, di bastardo, e con un altro anche più obbrobrioso. NOTA: Di questo strano nome, che appare anche sotto le varianti di Pantri, Pan­tori, Pandera, è stata data la seguente spiegazione. Dopo il definitivo distacco del cristianesimo dal giudaismo, i Giudei udivano dai cristiani di lingua greca asserire che Gesù era figlio di “parthènou”, ossia d’una vergine; e quindi il nome comune fu creduto nome proprio, e da appellativo della madre divenne nome personale del padre illegittimo. Questa spiegazione è molto verosimile, e dimostrerebbe una volta di più che il giudaismo non ebbe un suo particolare patrimonio di notizie riguardo a Gesù, ma le prese dal cristianesimo deformandole tendenziosamente.

§ 89. Il seguente aneddoto può essere un esempio di come si allu­deva a fatti e dottrine di Gesù in maniera anonima, ma non per questo meno precisa. A Rabbi Giosuè figlio di Anania, che fiorì verso l’anno 90 dell’Era Volgare, fu chiesto in Roma da alcuni sapienti: Raccontaci qualche cosa di favoloso! – Egli disse: Ci fu una volta una mula che fece un figlio; a questo fu appesa un’etichet­ta su cui era scritto che esso doveva ereditare dalla famiglia paterna 100.000 “zuz” (una moneta). – Gli fu risposto: Ma una mula può partorire? – Quello disse: Appunto si tratta d’una favola! – (Poi gli fu chiesto:) Se il sale diventa insipido, con che cosa si dovrà salarlo? – Quello rispose: Con la placenta d’una mula. – (Gli si disse:) Ma una mula (sterile qual e’) ha la placenta? – (Quello rispose:) E il sale può diventare insipido? In questo aneddoto è evidente l’allusione al detto di Gesù: Se il sale sia diventato insi­pido, con che si salerà? (Matteo, 5, 13), di cui si vorrebbe far rile­vare l’insensatezza; ma è anche chiaro che i due animali sono un beffardo adombramento di Maria e Gesù, e che tutto l’aneddoto vuol mostrare come il giudaismo sia il genuino sale che non di­venterà mai insipido, e come ad ogni modo Gesù meno di ogni altro avrebbe potuto rendergli il naturale sapore. Anche fuori degli scritti giudaici, questi dati sono attestati par­zialmente come provenienti dal giudaismo. A metà del secolo II il palestinese Giustino martire, nel suo Dialogo col (giudeo) Trifone, vi accenna più d’una volta, accusando i dottori giudei di diffondere ovunque calunnie e bestemmie a carico di Gesù. Più nettamente si ritrovano gli stessi dati impiegati dal pagano Gelso nel suo Discorso veritiero scritto poco prima dell’anno 180, di cui si tratterà in seguito (§ 195); sembra certo che Celso abbia attinto questi dati ad una fonte scritta. Finalmente, ampliati sempre più, gli stessi dati costituirono il libello intitolato Toledoth Jeshua, « Generazioni (cioè, Storia) di Gesù », che circolava in varie recensioni già verso i se­coli VIII-IX, e che per il giudaismo rimase quale ufficiosa biografia di Gesù fino a poche decine d’anni addietro. Ora, tutte queste affermazioni potranno attestare le disposizioni d’a­nimo che il giudaismo aveva verso Gesù nei primi secoli cristiani; ma non sarebbe cosa né seria scientificamente né dignitosa moral­mente anche solo discuterli quali autorevoli documenti per la biografia di Gesù. Del resto la discussione sarebbe oggi inutile: ormai gli stessi Israeliti dotti e coscienziosi considerano questi elementi co­me del tutto leggendari; altrettanto fanno dal canto loro gli stu­diosi razionalisti, che di solito aggiungono allo stesso verdetto parole molto severe, come ad esempio il Renan che definisce l’insieme di questi racconti una leggenda burlesca ed oscena.

GUARDERANNO A COLUI CHE HANNO TRAFITTO

ASPETTO   STORICO 

Nel Concilio Ecumenico Vatica­no Il la Chiesa mostra il suo cuore di madre sempre pronta a dare la vita della grazia e della fede a  tutti gli uomini. Questa disponibilità di carità materna la Chiesa l’attinge dalla pienezza di amore del Verbo Incarnato, suo fondatore. 

GUARDERANNO A COLUI CHE HANNO TRAFITTO 

Sul Calvario, dopo l’ultimo grido, Gesù aveva reclinato il capo, nell’abbandono com­pleto della morte. Aveva dato tutto, ma non aveva ancora svelato tutto. Si avanzò uno dei soldati, e con un colpo di lancia gli aperse il petto e subito ne uscì sangue ed acqua (Gv. 19, 34).

L’Evangelista S. Giovanni contempla quel corpo trafitto, nel commosso silenzio del tra­monto, e una acuta sensazione di mistero gli scende nell’anima: Ricordava le parole che Dio aveva fatto pronunciare al profeta Zac­caria:

«Effonderò uno spirito di pietà e di im­plorazione sopra il mio popolo!

«Guarderanno a Colui che hanno trafit­to, e piangeranno su di Lui come si pian­ge un Figlio unico; si farà per Lui amaro cordoglio quale si fa per un primogenito ! » (12, 10).

Dieci giorni dopo quel Venerdì Santo, nel fascino di Gesù risorto, Giovanni parla ancora di quel petto ferito. E questa volta la fede vi scorge orizzonti sconfinati, tanto che l’incredulo Tommaso, cadendo in gi­nocchio esclama: «Signore mio e Dio mio». 

IL PANE DEI FORTI E IL VIATICO PER IL CIELO

Dovrebbe essere superfluo dire che Gesù Eucaristico è per tutti il vero Pane dei forti, il nutrimento degli eroi, il sostegno dei martiri, il conforto degli agonizzanti.
Nell’Eucaristia Gesù ripete i suoi amorosi richiami a noi travagliati e penanti in questa valle di lagrime: “Venite a Me, voi che siete affaticati e oppressi, e lo vi ristorerò” (Matt. 21, 28). È vero che “la vita dello uomo è un combattimento su questa terra” (Giob. 7, 1); è vero che i seguaci di Gesù “saranno perseguitati” come il loro Signore (Matt. 5, 10; 2 Tim. 3, 12); è vero che “coloro che sono di Cristo hanno crocifisso la loro carne con i suoi vizi e le sue concupiscenze” (Gal. 5, 24), e debbono vivere “morti al mondo” (Gal. 6, 34); ma è anche vero che con Gesù “io posso tutto” (Fil: 4, 13), perché Gesù è “tutto” (Giov. 1, 3; Col. 1, 17) e nella S. Comunione si fa proprio “tutto mio”. E allora “che ho da temere? – posso dire con la Serva di Dio Luisa M. Claret de la Touche – Colui che mantiene il mondo sui suoi poli è in me. Il Sangue di un Dio circola nelle mie vene. Non temere anima mia: Il Signore del mondo ti ha preso fra le sue braccia e vuole che ti riposi in Lui”.
Per questo S. Vincenzo de’ Paoli poteva chiedere ai suoi missionari: “Quando avete ricevuto nei cuori Gesù ci può essere un sacrificio impossibile per voi?”. E S. Vincenzo Ferreri, nei due anni di carcere che dovette patire come perseguitato, “sovrabbondò di gioia fra i travagli” (2 Cor. 7, 4), perché riuscì a ottenere di poter celebrare ogni giorno la S. Messa fra i ceppi, le catene e l’oscurità della galera. La stessa forza ed esultanza invase Santa Giovanna d’Arco quando le fu concesso di ricevere Gesù Eucaristico prima di salire sul rogo. Entrato Gesù nel tetro carcere, la santa si gettò in ginocchio fra le catene, ricevette Gesù e si raccolse in profonda preghiera. Appena chiamata per andare alla morte, si alzò e s’incamminò senza interrompere le preghiere, salì sul rogo e morì tra le fiamme, sempre unita a Gesù che le dimorava nell’anima e nel corpo immolato.
Ma tutta la storia dei martiri, da S. Stefano protomartire, all’angelico martire S. Tarcisio, ai martiri più recenti, attesta la forza sovrumana che l’Eucarestia dona nella lotta contro il demonio e contro tutte le forze demoniache che operano sulla terra (1 Piet. 5, 9).
Per riferire un solo esempio più recente, anni fa, nella Cina comunista, alcune Suore vennero arrestate e messe insieme ad altri prigionieri con la proibizione perfino di pregare. Le guardie sorvegliavano i loro gesti, la posizione del corpo, l’atteggiamento del volto e i movimenti delle labbra, per punire duramente ogni infrazione. Le poverine bramavano soprattutto una cosa: l’Eucaristia. Una vecchia cristiana si offrì al Vescovo per portare a loro segretamente le Ostie consacrate avvolte in un fazzoletto, e usò uno stratagemma ben riuscito. Si presentò alle prigioniere, davanti alle guardie, come stravolta dalla collera, vomitando una valanga di ingiurie contro le Suore; al momento propizio, però, passò lo involtino nella mano di una Suora, e lasciò la prigione, promettendo alle guardie che sarebbe tornata a… insultare le Suore!
Infine, ricordiamo il conforto celeste che la S. Comunione arreca agli infermi, e non solo alle loro anime, ma anche ai corpi, a volte prodigiosamente risanati. A S. Liduina e ad Alexandrina Da Costa, ad esempio, sparivano d’incanto le terribili sofferenze fisiche per tutto il tempo di durata delle sacre Specie nel loro corpo. Lo stesso, a S. Lorenzo da Brindisi e a S. Pietro Claver, quando celebravano la S. Messa, cessavano tutti i dolori delle gravi malattie da cui erano tormentati.
Più consolante di tutte, però, è l’ultima S. Comunione, quella detta Viatico, ossia cibo per il viaggio da questa all’altra vita. Come ci tenevano i Santi a riceverlo per tempo e con le migliori disposizioni!
Quando S. Domenico Savio fu mandato a casa perché gravemente ammalato, il medico del suo paese gli dette buone speranze di guarigione; ma il santo giovanetto chiamò suo papà e gli disse: “Papà, sarà bene fare un consulto con il Medico Celeste. Io desidero confessarmi e ricevere la Comunione”.
Quando la salute di S. Antonio M. Claret cominciò a destare serie apprensioni, furono chiamati due medici per un consulto. Avvertito, il Santo intui la gravità del male, e disse ai suoi: “Ho capito, ma prima pensiamo all’anima, poi al corpo”; e volle ricevere subito i Sacramenti; poi fece entrare i due medici, e disse loro: “Ora fate quello che volete”.
Prima l’anima e poi il corpo. Possibile che non lo comprendiamo? Eppure, spesso noi siamo così incoscienti che ci affanniamo tanto a portare il medico al letto di un ammalato, mentre ci riduciamo a chiamare il Sacerdote solo all’ultimo momento, quando magari l’infermo non è in grado di ricevere i Sacramenti con piena coscienza o addirittura non può neppure riceverli. Stupidi e stolti che siamo! Come non ci rendiamo conto che se non chiamiamo a tempo il Sacerdote mettiamo a rischio l’eterna salvezza del morente e lo priviamo del sostegno e del conforto più grande che si possa ricevere in quegli estremi momenti?
L’Eucaristia è il supremo pegno di vita del cristiano su questa povera terra d’esilio. “Il corpo nostro – scrive S. Gregorio Nisseno – unito al Corpo di Cristo acquista un principio d’immortalità, perché si unisce all’Immortale”. Quando la vita caduca del corpo viene meno, ecco Gesù, ecco Colui che è la Vita eterna. Egli si dona a noi nella Comunione per essere la Vita vera e perenne della nostra anima immortale, per essere la Resurrezione del nostro corpo mortale: “Chi mangia la mia Carne e beve il mio Sangue ha la vita eterna” (Giov. 6, 55), “Chi mangia di questo pane vivrà in eterno” (Giov. 6, 59), perché “lo sono la resurrezione e la vita” (Giov. 11, 25).
Il S. Viatico: che grazia! Quando il S. Curato d’Ars, moribondo, sentì il suono del campanello che annunciava l’arrivo del S. Viatico, si commosse fino alle lagrime, e disse: “Come trattenersi dal piangere quando Gesù viene a noi per l’ultima volta con tanto amore?”.
Si, Gesù Eucaristico è l’Amore divenuto mio cibo, mia forza, mia vita, mio cuore. Ogni volta che Lo ricevo, in vita come in morte, Egli si fa mio per farmi Suo. Si: Lui tutto mio e io tutto Suo. L’uno nell’altro, l’uno dello altro (Giov. 6, 58). Questa è la pienezza dell’Amore per l’anima e per il corpo, sulla terra e nei Cieli.