17 maggio – Maria genera Cristo in noi

“Quando, per grazia ineffabile, la divina Maria è Regina di un’anima, quante meraviglie vi opera! Cara anima, non crede­re che Maria, la più feconda delle creature, capace perfino di produrre un Dio, resti oziosa nell’anima fedele. La farà vivere incessantemente in Cristo e Cristo in lei; e, se Gesù Cristo è al­trettanto frutto di Maria in ciascuna anima, come lo è per tutte in generale, è suo frutto e capolavoro specialmente nell’anima in cui c’è Maria”. S. M. 55/56

Maria ha avuto la divina missione di essere madre del Verbo, cioè del Figlio di Dio fatto Uomo. Con la sua maternità Ella è entrata a far parte della Famiglia di Dio, la Santissima Trinità. Ma Dio ha dato agli uomini il Figlio suo perché fosse il primogenito di una moltitudine di fratelli che siamo noi.

La missione materna e divina di Maria si completa nella ge­nerazione spirituale degli uomini che diventano, con la grazia, figli di Dio. Con il medesimo amore con cui Ella ha dato l’uma­nità a Cristo, continua a dare la vita divina a tutti gli uomini. La sua gioia è formare l’immagine di Cristo, figlio di Dio, in cia­scuno di noi. È la Madre dei figli di Dio: tutti, indistintamente, ci ama d’immenso amore.

Fortunate le anime che a Lei si affidano totalmente, che a Lei obbediscono docilmente, che con Lei collaborano genero­samente, perché Lei possa formare in esse, a suo piacimento, l’immagine di Cristo! Ella ne fa delle copie viventi di Cristo, come abbiamo avuto la fortuna di vedere in S. Padre Pio da Pietralcina.

O Maria, forma in me l’immagine del tuo Figlio Gesù. Questo è il tuo compito più grande e più bello, quello che il Signore sa­peva di poter affilare solo a te. Io lo ringrazio per questo dono che ha fatto a te e a me e mi metto tutto nel tuo cuore perché tu faccia sì che io abbia gli stessi sentimenti di Gesù e tu, guar­dandomi, possa sorridere di gioia.

LA TENEREZZA

Una manifestazione squisitamente femminile dell’amore è: la tenerezza. Questa capacità di com­muoversi, di essere “presi nelle viscere” la ritroviamo in grado eminente in Dio che come una Madre ci ha generati e ci rigenera continuamente col Suo Amore. Di quante premure non ci circonda il Signore? Egli ci trae a Sé con legami di bontà, ci solleva alla Sua guancia perché possiamo respirare il Suo Amore, sentirne il calore, ci ha donato il Suo Figlio Diletto perché ci rivelasse questo Amore gratuito e appassio­nato che porta alla Sua creatura, ci ha resi figli nel Suo Figlio e nella Sua morte di Croce ci ha redenti per renderci partecipi della Sua Gloria affinché la nostra gioia fosse piena.

Dio è tenerezza.

Francesco e Chiara ne hanno fatto l’esperienza, si sono inebriati della tenerezza di Dio, l’hanno assi­milata, se ne sono riempiti per poi farsene donatori. Come non ricordare la tenerezza materna con la quale Chiara amava le sue figlie? Tenerezza che la muoveva ad alzarsi assai spesso nel freddo della not­te, per ricoprire le sue figlie mentre dormivano e così facendo le riscaldava ancor più che con le coperte, col suo gesto di tenero amore.

Per non dire di come, vedendo talvolta afflitta da tentazione o da mestizia qualcuna delle Suore, chiamatala da parte, la consolava piangendo, Talvolta poi si prostrava ai piedi delle afflitte per al­leviare con materne carezze la violenza del dolore.” Chiara guarisce le sue figlie con la tenerezza.” Come quando, Lei stando inferma, si avvede in spirito che una delle Sorelle, affetta da scrofole, mal sopporta quella sofferenza, allora la Madre ordina le sii porti un uovo riscaldato da bere e quella bevutolo; guarisce dal suo male fisico e morale. Chiara è capace di tenerezza perché ama. E chi, ama sul serio intuisce i desideri dell’altro, ciò che può fargli piacere, ciò che può farlo sentire amato; come dalla propria mamma: “Se una madre ama e nutre la sua figlia carnale, con quanta maggior cura deve una sorella amare e nutrire la sua sorella spiri­tuale!”.

Con quale tenerezza di amore poi, non solo lava i piedi alle Sorelle serviziali di ritorno dalla questua, ma ne bacia persino le piante.

Ella così tenacemente attaccata alla povertà per amore di Cristo povero, si mostra comprensiva, anzi previgente e maternamente sollecita nel provvedere ai bisogni delle Sorelle, specie se ammalate.

E come non fare memoria della tenerezza di Francesco per il “Bimbo di Betlemme”, come amava chiamare il Verbo Incarnato, leccandosi addirittura le labbra per la dolcezza che provava nel nominarlo così? Questa tenerezza d’amore lo spinse a riprodurre il presepe vivente e stando dinanzi alla mangiatoia era ri­colmo di pietà, cosparso di lacrime, traboccante di gioia, nel contemplare il mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio.

Parimenti grande era la tenerezza di Francesco per i Frati che amava maternamente e soprattutto per i poveri, alle cui sofferenze partecipava, sottraen­do al proprio corpo anche ciò che gli era indispen­sabile per offrirlo loro con mola gioia, pieno di sol­lecitudine e affetto.

Più volte con l’animo colmo di clemenza, senti­va sciogliersi il cuore alla presenza dei poveri e dei malati e quando non aveva altro da dare, offriva il suo affetto.

“Si chinava con meravigliosa tenerezza e com­passione verso chiunque fosse afflitto da qualche sof­ferenza fisica e quando notava in qualcuno indigenza o necessità, nella dolce pietà del cuore, la consi­derava come una sofferenza di Cristo” .

Quando in un Monastero si notano dei gesti di tenerezza, per piccoli che siano o insignificanti che ­possano apparire, è segno che è vivo e circola un amore profondo, l’amore che scaturisce dalle viscere:di Dio stesso e che viene reso trasparente, direi anzi palpabile.

I piccoli gesti di tenerezza, proprio quei gesti che non fanno rumore, non sono grandiosi, né spettacolari, ma che arrivano diritti al cuore dell’altra, edificano la Fraternità, incrementando la comunio­ne.

Le opere di carità vanno compiute… caritatevol­mente; accompagnandole con gesti di tenerezza. Sì, perché si può fare un atto di carità con freddezza, solo per dovere, il Signore ci chiama invece a perfe­zionarci sempre nell’amore, nella carità.

Il prossimo non desidera i nostri atti di carità, quanto… la carità nei nostri atti, l’amore che scaturi­sce dal nostro essere e si esprime in un servizio gioioso, gratuito, che dà sempre di più di quanto l’altra: possa chiedere o desiderare.

La tenerezza desta lo stupore nell’altra, accende una fiammella di amore e di gratitudine a Dio da cui proviene ogni bene.

Noi donne dovremmo essere esperte nell’intuire i bisogni e i desideri altrui.

Dal contatto quotidiano con la Fornace ardente dell’Amore poi dovremmo imparare le finezze della carità e accrescere la nostra capacità di tenerezza.

L’esperienza dell’Amore di Dio

L’Amore di Dio avvolge e travolge l’uomo che lo accoglie, renden­dolo disponibile alla sua chiamata che lo conduce su vie nuove, an­cora sconosciute.

Inizia così un rapporto più stretto fra l’uomo ed il suo Dio. Si tratta di un’esperienza nuova che attrae il cuore dell’uomo che sperimenta così più intimamente l’Amore di Dio.

Allora, come un cieco appena guarito, vede la Luce. I suoi occhi si spalancano e finalmente si rende conto di quanta misericordia e di quanto Amore Dio l’ha circondato.

Il nostro cuore, tutto il nostro essere ha bisogno di vivere questa e­sperienza di Dio.

Dobbiamo essere totalmente assorbiti in Lui, come coloro che sono stati rapiti in mistica unione con Dio. Allora è il nostro Dio che a noi si rivela e ci fa sentire la sua Presenza nel nostro cuore, vincendo o­gni nostra resistenza o qualsiasi nostra opposizione.

La vita dei Santi è costellata di queste manifestazioni dell’Amore di Dio. Anche nelle prove, nelle sofferenze, nel dolore i Santi vivono, sperimentando queste particolari manifestazioni.

È l’esperienza che ogni cristiano può vivere lasciandoci travolgere da que­sto Amore per vivere in Lui, per Lui e con Lui in una fusione d’amore.

È un cammino arduo, difficile da percorrere? Si, nella misura in cui noi ci opponiamo alla sua iniziativa che richiede da parte nostra piena disponibi­lità; ma nella misura in cui l’accettiamo e la desideriamo, pur con tante dif­ficoltà, è un cammino che possiamo santamente percorrere.

Inchiniamoci davanti al Volere del Signore e lasciamoci da Lui usare.

La vera sapienza del cuore è quella di chiedere a Dio l’umiltà, la mitezza e la docilità perchè tutto il resto ci sarà dato in più.

Benediciamo, lodiamo e glorifichiamo il Signore che nella sua infinita Bontà vuole compiere in noi, povere creature, le meraviglie del suo Amore.

Per questo dobbiamo far conoscere il Padre e testimoniarLo affinchè mol­te anime si avvicinano a Lui e si lascino attrarre dal suo Incommensurabi­le Amore. 

CRISTO SERVO DI DIO

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 26 ottobre 2005

Cantico Fil 2,6-11
Cristo, servo di Dio
Primi Vespri – Domenica 4a settimana

1. Ancora una volta, seguendo il percorso proposto dalla Liturgia dei Vespri coi vari Salmi e Cantici, abbiamo sentito risuonare il mirabile ed essenziale inno incastonato da san Paolo nella Lettera ai Filippesi (2,6-11).

Abbiamo già in passato sottolineato che il testo comprende un duplice movimento: discensionale e ascensionale. Nel primo, Cristo Gesù, dallo splendore della divinità che gli appartiene per natura sceglie di scendere fino all’umiliazione della «morte di croce». Egli si mostra così veramente uomo e nostro redentore, con un’autentica e piena partecipazione alla nostra realtà di dolore e di morte.

2. Il secondo movimento, quello ascensionale, svela la gloria pasquale di Cristo che, dopo la morte, si manifesta nuovamente nello splendore della sua maestà divina.

Il Padre, che aveva accolto l’atto di obbedienza del Figlio nell’Incarnazione e nella Passione, ora lo «esalta» in modo sovraeminente, come dice il testo greco. Questa esaltazione è espressa non solo attraverso l’intronizzazione alla destra di Dio, ma anche con il conferimento a Cristo di un «nome che è al di sopra di ogni altro nome» (v. 9).

Ora, nel linguaggio biblico il «nome» indica la vera essenza e la specifica funzione di una persona, ne manifesta la realtà intima e profonda. Al Figlio, che per amore si è umiliato nella morte, il Padre conferisce una dignità incomparabile, il «Nome» più eccelso, quello di «Signore», proprio di Dio stesso.

3. Infatti, la proclamazione di fede, intonata coralmente da cielo, terra e inferi prostrati in adorazione, è chiara ed esplicita: «Gesù Cristo è il Signore» (v. 11). In greco, si afferma che Gesù è Kyrios, un titolo certamente regale, che nella traduzione greca della Bibbia rendeva il nome di Dio rivelato a Mosé, nome sacro e impronunciabile. Con questo nome “Kyrios” si riconosce Gesù Cristo vero Dio.

Da un lato, allora, c’è il riconoscimento della signoria universale di Gesù Cristo, che riceve l’omaggio di tutto il creato, visto come un suddito prostrato ai suoi piedi. Dall’altro lato, però, l’acclamazione di fede dichiara Cristo sussistente nella forma o condizione divina, presentandolo quindi come degno di adorazione.

4. In questo inno il riferimento allo scandalo della croce (cfr 1Cor 1,23), e prima ancora alla vera umanità del Verbo fatto carne (cfr Gv 1,14), si intreccia e culmina con l’evento della risurrezione. All’obbedienza sacrificale del Figlio segue la risposta glorificatrice del Padre, cui si unisce l’adorazione da parte dell’umanità e del creato. La singolarità di Cristo emerge dalla sua funzione di Signore del mondo redento, che Gli è stata conferita a motivo della sua obbedienza perfetta «fino alla morte». Il progetto di salvezza ha nel Figlio il suo pieno compimento e i fedeli sono invitati – soprattutto nella liturgia – a proclamarlo e a viverne i frutti.

Questa è la meta a cui ci conduce l’inno cristologico che da secoli la Chiesa medita, canta e considera guida di vita: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù» (Fil 2,5).

5. Affidiamoci ora alla meditazione che san Gregorio Nazianzeno ha intessuto sapientemente sul nostro inno. In un carme in onore di Cristo il grande Dottore della Chiesa del IV secolo dichiara che Gesù Cristo «non si spogliò di nessuna parte costitutiva della sua natura divina, e ciò nonostante mi salvò come un guaritore che si china sulle fetide ferite… Era della stirpe di David, ma fu il creatore di Adamo. Portava la carne, ma era anche estraneo al corpo. Fu generato da una madre, ma da una madre vergine; era circoscritto, ma era anche immenso. E lo accolse una mangiatoia, ma una stella fece da guida ai Magi, che arrivarono portandogli dei doni e davanti a lui piegarono le ginocchia. Come un mortale venne alla lotta con il demonio, ma, invincibile com’era, superò il tentatore con un triplice combattimento… Fu vittima, ma anche sommo sacerdote; fu sacrificatore, eppure era Dio. Offrì a Dio il suo sangue, e in tal modo purificò tutto il mondo. Una croce lo tenne sollevato da terra, ma rimase confitto ai chiodi il peccato… Andò dai morti, ma risorse dall’inferno e risuscitò molti che erano morti. Il primo avvenimento è proprio della miseria umana, ma il secondo si addice alla ricchezza dell’essere incorporeo… Quella forma terrena l’assunse su di sé il Figlio immortale, perché egli ti vuol bene» (Carmina arcana, 2: Collana di Testi Patristici, LVIII, Roma 1986, pp. 236-238).

Alla fine di questa meditazione vorrei sottolineare due parole per la nostra vita. Innanzitutto questo ammonimento di san Paolo: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù”. Imparare a sentire come sentiva Gesù; conformare il nostro modo di pensare, di decidere, di agire ai sentimenti di Gesù. Prendiamo questa strada, se cerchiamo di conformare i nostri sentimenti a quelli di Gesù: prendiamo la strada giusta. L’altra parola è di san Gregorio Nazianzeno: “Egli, Gesù, ti vuol bene”. Questa parola di tenerezza è per noi una grande consolazione e un conforto, ma anche una grande responsabilità, giorno dopo giorno.

 “Abide in me, and I in you”

Daily Reading & Meditation

Wednesday (May 17): “Abide in me, and I in you”
Scripture: John 15:1-8

1 “I am the true vine, and my Father is the vine dresser. 2 Every branch of mine that bears no fruit, he takes away, and every branch that does bear fruit he prunes, that it may bear more fruit. 3 You are already made clean by the word which I have spoken to you. 4 Abide in me, and I in you. As the branch cannot bear fruit by itself, unless it abides in the vine, neither can you, unless you abide in me. 5 I am the vine, you are the branches. He who abides in me, and I in him, he it is that bears much fruit, for apart from me you can do nothing. 6 If a man does not abide in me, he is cast forth as a branch and withers; and the branches are gathered, thrown into the fire and burned. 7 If you abide in me, and my words abide in you, ask whatever you will, and it shall be done for you. 8 By this my Father is glorified, that you bear much fruit, and so prove to be my disciples.

Meditation: Why does Jesus speak of himself as the true vine? The image of the vine was a rich one for the Jews since the land of Israel was covered with numerous vineyards. It had religious connotations to it as well. Isaiah spoke of the house of Israel as “the vineyard of the Lord”(Isaiah 5:7). Jeremiah said that God had planted Israel “as his choice vine” (Jeremiah 2:21). While the vine became a symbol of Israel as a nation, it also was used in the Scriptures as a sign of degeneration – a deformed state of spiritual growth and moral decline. Isaiah’s prophecy spoke of Israel as a vineyard which “yielded wild grapes” (see Isaiah 5:1-7). Jeremiah said that Israel had become a “degenerate and wild vine” (Jeremiah 2:21).

One must be firmly rooted in the “Tree of Life”
When Jesus calls himself the true vine he makes clear that no one can grow in spiritual fruitfulness and moral goodness unless they are rooted in God and in his life-giving word. Religious affiliation or association with spiritually minded people is not sufficient by itself – one must be firmly rooted in the “Tree of Life” (Revelation 22:1-2, Genesis 2:8-9) who is the eternal Father and his only begotten Son, the Lord Jesus Christ. Jesus makes a claim which only God can make – he is the true source of life that sustains us and makes us fruitful in living the abundant life which God has for us. It is only through Jesus Christ that one can be fully grafted into the true “vineyard of the Lord”.

Bearing the fruit of righteousness, peace, and joy
Jesus offers true life – the abundant life which comes from God and which results in great fruitfulness. How does the vine become fruitful? The vine dresser must carefully prune the vine before it can bear good fruit. Vines characteristically have two kinds of branches – those which bear fruit and those which don’t. The non-bearing branches must be carefully pruned back in order for the vine to conserve its strength for bearing good fruit. Jesus used this image to describe the kind of life he produces in those who are united with him – the fruit of “righteousness, peace, and joy in the Holy Spirit” (Romans 14:17). Jesus says there can be no fruit in our lives apart from him. The fruit he speaks of here is the fruit of the Holy Spirit (see Galatians 5:22-23).

There is a simple truth here: We are either fruit-bearing or non-fruit-bearing. There is no in-between. But the bearing of healthy fruit requires drastic pruning. The Lord promises that we will bear much fruit if we abide in him and allow him to purify us. Do you trust in the Lord’s healing and transforming power to give you the abundant life and fruit of his heavenly kingdom?

“Lord Jesus, may I be one with you in all that I say and do. Draw me close that I may glorify you and bear fruit for your kingdom. Inflame my heart with your love and remove from it anything that would make me ineffective or unfruitful in loving and serving you as my All.”

Psalm 122:1-5

1 I was glad when they said to me, “Let us go to the house of the LORD!”
2 Our feet have been standing within your gates, O Jerusalem!
3 Jerusalem, built as a city which is bound firmly together,
4 to which the tribes go up, the tribes of the LORD, as was decreed for Israel, to give thanks to the name of the LORD.
5 There thrones for judgment were set, the thrones of the house of David.

Daily Quote from the early church fathersCleansed by Jesus’ word, by Basil the Great, 329-379 A.D.

“So the world – life enslaved by carnal passions – can no more receive the grace of the Spirit than a weak eye can look at the light of a sunbeam. First the Lord cleansed his disciples’ lives through his teaching, and then he gave them the ability to both see and contemplate the Spirit. He says, ‘You are already made clean by the word I have spoken to you’ (John 15:3). Therefore ‘the world cannot receive him, because it neither sees him nor knows him… You know him, for he dwells with you’ (John 14:17). Isaiah says, ‘He who settled the earth and the things in it; and gives breath to the people on it, and Spirit to them that tread on it’ (Isaiah 42:5). From this we can learn that those who trample earthly things and rise above them become worthy to receive the gift of the Holy Spirit.” (excerpt from ON THE HOLY SPIRIT 22.53)

Meditations may be freely reprinted for non-commercial use.  Cite copyright (c) 2017 Servants of the Word, source:  www.dailyscripture.net, and author Don Schwager

DIO CAMMINA CON GLI UOMINI

Capitolo 2

DIO CAMMINA CON GLI UOMINI

Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita. (Gv 8,12)

[40] Dio viene incontro alla ricerca dell’uomo con la rivelazione, che ha il suo centro e vertice in Gesù Cristo, e rimane viva e operante nella Chiesa. L’uomo dà la propria adesione responsabile alla rivelazione di Dio con la fede e fa esperienza di una vita nuova, piena di significato.

1- LA RIVELAZIONE DI DIO NELLA STORIA

CCC, 51-67

Religiosità diffusa [41] Il fenomeno religioso, oggi come in passato, appare ovunque ben radicato. Anche nel nostro paese, malgrado la secolarizzazione, persiste una religiosità diffusa. Non è detto però che si tratti sempre di fede propriamente cristiana: spesso prevale la devozione interessata; alcune verità centrali del messaggio cristiano vengono negate o messe in dubbio; risulta carente la conoscenza della Bibbia, debole l’appartenenza ecclesiale, incrinata la coerenza tra la pratica religiosa e il vissuto quotidiano. Perché la religiosità è più agevole e più diffusa della fede? Da dove proviene la sua sorprendente vitalità?

Una illuminazione comune CdA, 24; 401; 575 [42] La religiosità è un primo orientamento verso il mistero. Nella misura in cui non è inquinata da errori e deviazioni, suppone la iniziale comunicazione che Dio fa a tutti gli uomini mediante la creazione e la sua continua, benevola vicinanza. Da sempre gli uomini cercano Dio con la loro sete di vita, di verità, di sicurezza e di felicità. Da sempre Dio li illumina, li assiste e li sostiene in questa ricerca; li attrae segretamente a sé per le molte strade delle religioni e delle culture. La sua provvidenza salvifica si estende a tutta la storia umana. La sua grazia guida il cammino delle persone e dei popoli; anche tra i pagani suscita dei giusti come il centurione Cornelio. Fin dalle origini Dio “ebbe costante cura del genere umano, per dare la vita eterna a tutti coloro che cercano la salvezza con la perseveranza nella pratica del bene”.Frutto di questa illuminazione da parte di Dio sono gli elementi di verità e di bontà presenti nella religiosità umana. In essa, di solito, prevale un atteggiamento di dipendenza creaturale, una consapevolezza di precarietà e un desiderio di protezione. La fede cristiana, invece, si colloca a un livello più elevato. Assume i valori positivi della religiosità umana, ma ha una sua specificità. È la risposta, altamente impegnativa, a una più perfetta comunicazione di Dio, alla quale viene riservato il nome di rivelazione in senso proprio.

Rivelazione [43] La rivelazione è una speciale iniziativa divina. In un ambito storico particolare, Dio liberamente esce dal silenzio e apre un dialogo esplicito e diretto. Si pone di fronte all’uomo come interlocutore personale; gli va incontro, gli rivolge la parola, lo chiama apertamente a sé e gli manifesta progressivamente il suo progetto di salvezza, incentrato su Gesù Cristo.

Autotestimonianza e autodonazione [44] Non si conosce una persona come fosse un oggetto, osservando e calcolando. Nel suo nucleo più intimo, può essere conosciuta solo se si esprime liberamente, se comunica agli altri i suoi sentimenti e le sue intenzioni, i suoi pensieri e le sue decisioni, in un dialogo fatto di parole e di azioni, cioè in una storia concreta. Mentre i segreti della natura vengono raggiunti dall’esterno con l’osservazione scientifica, il segreto proprio di un soggetto cosciente e libero si apre dall’interno, per la via dell’autotestimonianza. Qualcosa di simile avviene nella rivelazione che Dio fa di se stesso e del suo disegno di amore verso l’uomo. Nella sua intima vita personale Dio non può essere conosciuto per via di intuizione o riflessione umana, ma solo per sua libera iniziativa. Perciò, “per il suo immenso amore parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi, per invitarli e ammetterli alla comunione con sé”; pur rimanendo invisibile, parla e si dona attraverso “eventi e parole intimamente connessi tra loro” e complementari, cioè attraverso una storia.

Eventi e parole CdA, 103; 176; 608 [45] Gli eventi contengono la realtà significata dalle parole. Confermano e verificano le parole. Riguardano un popolo o singole persone all’interno di esso. Sono pubblici o privati, miracolosi o ordinari. Si compiono “una volta per sempre” (Eb 9,12), cioè in un tempo preciso e irripetibile, ma con valore perenne e universale. Sono nuovi e imprevedibili, ma si inseriscono nella continuità storica, secondo un progetto unitario e in vista di una meta definitiva. Il significato e la connessione profonda degli avvenimenti vengono indicati da Dio ai suoi messaggeri attraverso una comunicazione interiore, chiara e indubitabile, che poi si traduce in parole pronunciate e infine scritte. Le parole interpretano gli eventi come opera di Dio e a volte li provocano efficacemente. Chiamano, promettono e comandano, perché gli eventi si compiano; li raccontano e li spiegano, perché accadano di nuovo. Attraverso gli eventi e le parole si svolge la trama di una concreta storia terrena, in cui Dio stesso liberamente porta avanti il suo dialogo con gli uomini per dare loro speranza e futuro. Progressivamente egli si fa conoscere e si dona, fino a comunicare pienamente se stesso in Gesù Cristo; rende gli uomini capaci di rispondergli, di accogliere la sua presenza e di partecipare alla sua vita.

Sviluppo della rivelazione [46] Le vicende hanno come centro una piccola regione, posta quasi a cerniera fra l’Asia, l’Africa e l’Europa, una regione che nell’antichità ha avuto diversi nomi: terra di Canaan, terra d’Israele, Palestina. È un ambiente umile, in conformità allo stile di Dio, ma in una posizione ideale per la diffusione del suo messaggio. In questa storia si distinguono due fasi: il tempo della preparazione, l’Antico Testamento, e quello del compimento, il Nuovo Testamento.

L’Antico Testamento [47] Gli eventi prendono avvio con alcuni pastori nomadi, in cui successivamente il popolo di Israele riconoscerà i propri antenati: Abramo, Isacco e Giacobbe. Il primo di loro viene presentato come grande amico di Dio e padre dei credenti. Dio lo chiama fuori della sua terra di origine e lo benedice con una promessa di portata universale: “Renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare… Saranno benedette per la tua discendenza tutte le nazioni della terra” (Gen 22,17.18).

[48] A questi antichi patriarchi si ricollegano alcune tribù, che in Egitto finiscono per trovarsi in una condizione intollerabile di schiavitù e fuggono verso il Sinai. Le guida Mosè, un uomo straordinario, al quale nella solitudine del deserto Dio ha rivelato il suo nome misterioso: JHWH, “Io sono colui che sono!” (Es 3,14). Ora, nel deserto, con il dono dell’alleanza e della legge, Dio plasma un popolo, Israele, come sua proprietà, segno della sua presenza davanti alle nazioni: “Voi sarete per me la proprietà tra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra! Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa” (Es 19,5-6).Al cammino nel deserto fa seguito l’insediamento nella terra di Canaan, l’epoca di Giosuè e dei Giudici, segnata dai contatti e dai conflitti con le popolazioni del luogo. Il popolo nomade si trasforma lentamente in un popolo residenziale di agricoltori. Sorprendentemente, non assume la religione politeista del paese, incentrata sulle energie della natura e della fecondità; ne respinge, sia pure con fatica, la tentazione seducente e conserva il culto del suo unico Dio, JHWH.

[49] Intorno al 1000 a.C. la federazione delle tribù diventa un regno organizzato. Però, contrariamente a ciò che accade presso le nazioni circostanti, il re non viene divinizzato; rimane sottoposto a giudizio e contestazione. Dio guida il popolo soprattutto attraverso i profeti, da lui chiamati e fortificati con una speciale manifestazione della sua presenza; lo conduce avanti per strade non facili verso esperienze inedite.

[50] Duri di cuore, inclini all’idolatria, all’ingiustizia e alla corruzione, gli israeliti entrano nei giochi delle potenze politiche e militari del tempo: assiri, egiziani, babilonesi. Finiscono per ricadere nella schiavitù e vengono condotti in esilio, lungo “i fiumi di Babilonia” (Sal 137,1). Per opera dei profeti, animati dallo Spirito di Dio, la sventura diventa purificazione. La religione dei vinti non scompare, come di solito accade; matura al contrario come un monoteismo più consapevole e con più elevate esigenze etiche. La speranza nel futuro non solo non si spegne, ma diventa attesa di un intervento definitivo di Dio, capace di produrre un rinnovamento totale. Perduta l’indipendenza politica, si accentua la consapevolezza di essere soprattutto una comunità religiosa. Con il ritorno dall’esilio, all’epoca dell’impero persiano, il popolo di Dio ritrova in Gerusalemme il proprio centro religioso, ma non la capitale di un regno, prospero e duraturo. Si sviluppa, invece, il fenomeno della “diaspora”, la dispersione di comunità israelite in mezzo alle nazioni pagane. Intanto Dio continua ad educare il suo popolo con l’insegnamento dei saggi; lo prepara ad accogliere il Messia; mantiene desta la speranza.

[51] Il lungo cammino di Israele è una vera storia umana, con persone e istituzioni, vicende private e pubbliche, episodi di bontà e di iniquità, di grandezza e di miseria. È anche una storia sorprendente per più aspetti: il monoteismo appassionato ed eticamente esigente, la personalità originale dei profeti, l’attesa del Messia salvatore. Caratteristica, soprattutto, è la consapevolezza di essere il popolo dell’alleanza: nella sua vicenda secolare, Israele sa di aver fatto l’esperienza della fedeltà di Dio, malgrado la propria infedeltà.

Il Nuovo Testamento [52] La rivelazione storica di Dio fin dall’inizio era orientata verso una meta. Giunge a compimento in Gesù di Nàzaret: “Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio” (Eb 1,1-2). “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge” (Gal 4,4).Gesù visse in Palestina al tempo degli imperatori romani Augusto e Tiberio. “Passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui… Lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che apparisse… a testimoni prescelti” (At 10,38-41). Gesù, “appartenente alla stirpe di David, figlio di Maria, realmente nacque, mangiò e bevve. Realmente fu perseguitato sotto Ponzio Pilato; realmente fu crocifisso e morì alla presenza del cielo, della terra e degli inferi. Realmente risuscitò dai morti”.In lui Dio comunica personalmente se stesso; manifesta il suo disegno di salvezza verso tutto il genere umano; ci induce a riconoscere che “Dio è amore” (1Gv 4,16). Gesù di Nàzaret è la Parola eterna di Dio fatta carne, la sua rivelazione storica perfetta e insuperabile.

Pienezza definitiva [53] In Gesù Cristo Dio ha portato a compimento la sua rivelazione. Ha detto e dato se stesso; ha comunicato quanto aveva da comunicare. Nulla si può aggiungere come ulteriore perfezione, fino al giorno in cui la condizione umana sarà trasfigurata oltre la storia e il Signore si manifesterà nella sua venuta gloriosa.

CCC, 66-67CdA, 470; 597; 793 Presunte rivelazioni posteriori, che volessero portare aggiunte, correzioni o miglioramenti, sono incompatibili con il cristianesimo. Sono possibili invece rivelazioni che richiamino l’attenzione su aspetti particolari del vangelo e aiutino a viverli in una certa epoca, ravvivando la fede e l’impegno di conversione. Occorre comunque un prudente discernimento, perché accanto alle rivelazioni autentiche pullulano ancora più numerosi gli inganni e le illusioni.

[54] La rivelazione è la comunicazione, in una storia particolare di avvenimenti e parole, che Dio fa di se stesso e del suo progetto di salvezza a favore di tutti gli uomini, per renderli suoi figli, uniti a Cristo mediante lo Spirito.

Il rapporto tra la Tradizione e la Sacra Scrittura

II. Il rapporto tra la Tradizione e la Sacra Scrittura

Una sorgente comune…

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“La Sacra Tradizione e la Sacra Scrittura sono tra loro strettamente congiunte e comunicanti. Poiché ambedue scaturiscono dalla stessa divina sorgente, esse formano in certo qual modo una cosa sola e tendono allo stesso fine” [Conc. Ecum. Vat. II, Dei Verbum, 9]. L’una e l’altra rendono presente e fecondo nella Chiesa il Mistero di Cristo, il quale ha promesso di rimanere con i suoi “tutti i giorni, fino alla fine del mondo” ( Mt 28,20 ).

…due modi differenti di trasmissione

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” La Sacra Scrittura è la Parola di Dio in quanto è messa per iscritto sotto l’ispirazione dello Spirito divino”.

Quanto alla Sacra Tradizione, essa conserva “la Parola di Dio, affidata da Cristo Signore e dallo Spirito Santo agli Apostoli”, e la trasmette “integralmente ai loro successori, affinché questi, illuminati dallo Spirito di verità, con la loro predicazione fedelmente la conservino, la espongano e la diffondano”.

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Accade così che la Chiesa, alla quale è affidata la trasmissione e l’interpretazione della Rivelazione, “attinga la sua certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Sacra Scrittura. Perciò l’una e l’altra devono essere accettate e venerate con pari sentimento di pietà e di rispetto” [Conc. Ecum. Vat. II, Dei Verbum, 9].

Tradizione apostolica e tradizioni ecclesiali

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La Tradizione di cui qui parliamo è quella che viene dagli Apostoli e trasmette ciò che costoro hanno ricevuto dall’insegnamento e dall’esempio di Gesù e ciò che hanno appreso dallo Spirito Santo. In realtà, la prima generazione di cristiani non aveva ancora un Nuovo Testamento scritto e lo stesso Nuovo Testamento attesta il processo della Tradizione vivente.

Vanno distinte da questa le “tradizioni” teologiche, disciplinari, liturgiche o devozionali nate nel corso del tempo nelle Chiese locali. Esse costituiscono forme particolari attraverso le quali la grande Tradizione si esprime in forme adatte ai diversi luoghi e alle diverse epoche. Alla luce della Tradizione apostolica queste “tradizioni” possono essere conservate, modificate oppure anche abbandonate sotto la guida del Magistero della Chiesa.