Evita le critiche e i giudizi interni

  Osserva, anche per un solo giorno, il corso dei tuoi pensieri: ti sorprenderà la frequenza e la vivacità delle tue critiche interne con immaginari interlocutori, se non altro con quelli che ti stanno vicino. Qual è di solito la loro origine?

  Questo: lo scontento a causa dei vicini più stretti che non ci vogliono bene, non ci stimano, non ci capiscono; sono severi, ingiusti o troppo gretti con noi o con altri “oppressi”. Siamo scontenti dei nostri fratelli soprattutto dei più vicini: la Famiglia, gli amici, i conoscenti, i colleghi di lavoro, ecc.

  Allora nel nostro spirito si crea un tribunale, nel quale siamo procuratore, presidente, giudice e giuria; raramente avvocato, se non a nostro favore. Si espongono i torti; si pesano le ragioni; ci si difende; ci si giustifica; si condanna l’assente. Da qui nasce  la vendetta, il rancore, la rabbia, con un enorme spreco di forze e, cosa peggiore, il declino totale della nostra maturazione.

Solo chi si radica in Dio nel silenzio capisce il vantaggio dell’essere disprezzati  e derisi non per passività civile o morale ma per fortezza interiore. Dal tuo tribunale interiore purtroppo non esce mai nulla di buono; si falsifica la capacità di giudizio di te stesso e degli altri e, cosa disdicevole, non camminerai nella verità con i tuoi fratelli.

L’atteggiamento di Gesù in questo è esemplare, Egli, nel pretorio, taceva. Quando il turbine della tua indignazione irrompe, ripeti con tranquilla dolcezza: “Gloria al Padre, al Figlio, allo Spirito santo”. Sprofondati nell’amore, nella gloria e nella gioia delle Persone divine; non pensare a te stesso. Nulla turba la radiosa e impassibile felicità della santissima Trinità. Non ha valore né importanza quello che pensano gli uomini: sei quello che Dio vede, nulla più.

Il dovere contemplativo è un dovere che nasce dallo Spirito. Dalla tua contemplazione nascono le tue ragioni e la tua capacità di convincere; la Verità compie la Sua strada sia attraverso te che oltre te stesso. Sarà lo Spirito che ti dirà di tacere o di parlare ma solo se dai priorità al Silenzio. Lo zelo per la casa del Signore è cosa seria ma nasce dall’adorazione e dal silenzio prima che dall’orgoglio ferito.

Magari fosse così anche la vita politica; magari il sociale nascesse dal silenzio e non da una gara di parole ci sarebbe un vero progresso etico e collettivo invece di una babele delle passioni.

L’OTTIMISMO

(ossia: guardare attraverso gli occhiali dell’amore)

Quando a Francesco fu chiesto chi fosse per lui il Frate minore perfetto e quali virtù dovesse possedere, egli rispose che Frate minore perfetto era quegli che riassumeva in sé la vita e le attitudini dei seguenti santi Frati:

‘Va fede di Bernardo, che la ebbe perfetta insieme con l’amore della povertà; la semplicità e la purità di Leone, che rifulse veramente di santissima purità; la cortesia di Angelo, che fu il primo cavaliere entrato nell’Ordine e fu adorno di ogni gentilezza e bontà; l’a­spetto attraente e il buon senso di Masseo, con il suo parlare bello e devoto; la mente elevata nella contem­plazione che ebbe Egidio fino alla più alta perfezione; la virtuosa incessante orazione di Rufino, che prega­va anche dormendo e in qualunque occupazione aveva incessantemente lo spirito unito al Signore; la pazienza di Ginepro, che giunse a uno stato di pa­zienza perfetto con la rinunzia alla propria volontà e con l’ardente desiderio d’imitare Cristo seguendo la via della croce; la robustezza fisica e spirituale di Giovanni delle Lodi, che a quel tempo sorpassò per vi­goria tutti gli uomini; la carità di Ruggero, la cui vita e comportamento erano ardenti di amore; la santa in­quietudine di Lucido, che, sempre all’erta, quasi non voleva dimorare in un luogo più di un mese, ma quando vi si stava affezionando, subito se ne allonta­nava, dicendo: Non abbiamo dimora stabile quaggiù, ma, in cielo”.

Avere la capacità di scoprire nel prossimo il po­sitivo e metterlo in luce ringraziandone il Signore è avere ottimismo.

Nessuno potrà mai eguagliare l’ottimismo di Dio a riguardo dell’uomo, quell’ottimismo che Lo spinge a non guardare ai peccati dell’uomo, in vista del pentimen­to, quell’ottimismo fatto di speranza e di fiducia, ma soprattutto di amore che si ostina a credere nella bontà dell’uomo nonostante le cocenti delusioni che Gli regaliamo ad ogni pié sospinto.

Sarebbe utile, anzi direi necessario per crescere nella stima altrui e nella gratitudine, esercitarsi nello scoprire in ogni fratello o sorella quel dono prezioso, unico e irrepetibile di cui il Signore l’ha reso deposi­tario.

È bello benedire il Signore per il dono, la virtù che brilla maggiormente nel prossimo. È in tal modo che si coltiva e cresce la stima reciproca e la ricono­scenza a Dio per il dono di ciascuna.

La Fraternità che il Signore mi ha donato (e qui mi passano davanti agli occhi una per una le mie Sorelle) non sarebbe quella che è senza lo zelo e la schiettezza di quella Sorella, senza la giovialità di quell’altra o la laboriosità di quell’altra ancora, il gu­sto dell’ordine di Sr. X, l’umiltà e l’obbedienza senza pari di Sr. Y, la semplicità e la trasparenza di quell’al­tra Sorella, e così via…

Guardando e ammirando nelle altre una virtù particolare e ringraziandone il Signore, è come se quella virtù appartenesse anche a me e difatti mi ap­partiene poiché siamo un cuore solo e un’anima sola. Al contrario degli effetti devastanti procurati dall’invidia, il benedire il Signore di vero cuore per il bene che opera nel nostro prossimo è divenire par­tecipi di quel bene.

Certamente il fatto di evidenziare il bene presen­te in ciascuna, non significa ignorare le ombre che ognuna si porta dentro, siamo persone incamminate verso una meta (la perfezione del Padre Celeste) ma non ancora arrivate (guai se ci consideriamo tali) ma l’ottimismo ci permette di guardare la realtà con gli occhi positivi dell’amore, avendo fiducia nel fatto che Dio può trarre (e difatti lo trae) il bene dal male e tutto volge al bene di coloro che Egli ama.

Il Signore ci conceda uno sguardo penetrante che sappia scoprire il bene presente negli altri e se il nostro sguardo miope non accenna a vedere attorno a noi altro che difetti, abbiamo almeno l’umiltà di chiedere a Dio che ci fornisca un paio di occhiali, gli occhiali dell’amore, la nostra vista ne beneficierà e vedremo cose sorprendenti!

31 maggio – PREGHIERA DELL’ANIMA SCHIAVA

PREGHIERA A GESÙ

Amabilissimo mio Gesù, dal profondo del mio cuore ti rin­grazio per la grazia inestimabile di essermi dato, con questa santa Schiavitù, alla tua Santa Madre, al fine di averla presso di te, Avvocata e Mediatrice, in tutte le mie necessità.

Mio Gesù e mio Dio, così grande è la mia miseria, che sen­za questa buona Madre, non ci sarebbe per me alcuna speranza e salvezza.

Si, lo riconosco: Ella mi è veramente necessaria per non in­correrete nel tuo giusto sdegno, avendoti io tanto offeso, e per allontanare i castighi della tua giustizia, meritati con i miei pec­cati; mi è necessaria per presentarmi a Te, per pregarti e per pia­certi; mi è necessaria per fare la tua santa volontà e per cercare in tutto la tua maggiore gloria.

Come vorrei, o mio Gesù, far conoscere al mondo intero la misericordia che hai avuto con me! Dire a tutti che senza la tua Santa Madre, io sarei dannato! Oh, potessi degnamente ringra­ziarti di così grande favore!

Maria è in me! Quale tesoro e quale consolazione! Come potrò io non essere tutto suo? Quanto sarei ingrato, o mio Salvatore!

Preferisco morire, piuttosto di non appartenere totalmente a Lei. Già tante volte, come Giovanni l’evangelista ai piedi della croce, l’ho presa per ogni mio bene; tante volte mi sono a Lei consacrato. Ma, se tutto questo io non l’ho fatto come Tu desi­deri, voglio ora, mio caro Gesù, farlo come a Te piace.

Ti prego che se scorgi in me, sia nel corpo, sia nell’anima, qualcosa che non appartiene totalmente a questa mia augusta Sovrana, Tu lo tolga e lo getti via lontano da me, perché so che ciò che a Lei non appartiene, non può essere degno di Te. Amen.

L’Amore non si fa attendere

L’Amore di Dio sprona l’uomo ad essere buono, mite, umile, deside­roso di convertirsi per corrispondere all’Amore di cui è fatto oggetto.

L’uomo di Dio racchiude in se stesso grazie copiose e sante che Dio gli ha donato perchè sapientemente ed umilmente Lo sappia testimo­niare.

Dio ama l’uomo, lo vuole per Sè perchè a Lui appartiene, ogni gior­no lo attira compiendo nel suo cuore le meraviglie del suo Amore.

Con quanta Potenza e Sapienza il Signore opera nei nostri cuori! Ci vuole ammaestrare indicandoci le vie dell’Amore e della Pace.

Dio tutto vede ed a tutto provvede. Tutto compirà secondo il suo Vo­lere. Il Bene sconfiggerà il male.

Dobbiamo chiedere di essere illuminati su ciò che Gesù vuole da noi per poter ubbidire solo a Lui. Dio si compiace di coloro che a Lui si sottomettono e sono ubbidienti. La sua Pazienza è inesauribile e sempre benevola.

Sta però a noi non farLo troppo aspettare perchè in un qualsiasi mo­mento del giorno o della notte ci può convocare.

Teniamo sempre le lampade accese e non allontaniamoci dal retto cammino, ma perseveriamo ogni giorno nella fede, nella preghiera, nella speranza, nella carità, perchè cosi vuole il Signore. 

Soffocare il mormorio interiore

L’anima creata e ricreata con il Battesimo è stata avvolta da un silenzio che è pudore e creazione.

Il Silenzio è musica, è danza estetica in cui Dio colma l’anima vergine della Sua presenza.

Man mano il mondo vi irrompe con il suo “rumore” e con il suo mormorio.. cercando di soffocare la voce di Dio. Ecco perché urge un ritorno al Silenzio Battesimale.

La disciplina del Silenzio compie, congiuntamente alla Grazia, quello che i sedimenti del tempo hanno accumulato sulla nostra anima confusa, obnubilata, disturbata dal rumore esterno ed interno.

Porre le condizioni esterne del Silenzio sono le prime condizioni per un silenzio interno che spegne la fuga da sé e fa ritornare alla consapevolezza battesimale con un cuore da adulti e da bambini allo stesso tempo. Ecco perché Gesù ci dice “se non ritornerete come bambini..” non parla di ritornare infantili, ma bambini.  

   

  1. Il Mormorio dei ricordi.

  Il peccato originale ci ha ferito al punto tale da cristallizzarci sul ricordo del male. Non solo ciò è controproducente ai fini di una crescita ma ci fa perdere una quantità smisurata di tempo ed energia.

Il male è un “nulla”: perché ricordarsene? Occorre pensare solo alla grazia che ci ha salvato, alla Sua eterna giovinezza e fioritura. Dio ha distrutto tutto: Lui non fa collezione di “nulla”!

Serbare per Lui un cuore finalmente contrito, pacifico e tenero: questa è la compunzione.

Altro aspetto significativo è la desatellizzazione dai ricordi. Siamo ancorati come amebe ai ricordi, mentre essi vanno totalmente ridimensionati in Dio. Quel tale ci ha fatto così… mio padre era inesistente.. mia madre mi ha abbandonato.. quel compagno/a mi ha tradito… quei compagni di scuola mi hanno preso in giro… lo stato mi ha tolto tutto…

I ricordi pian piano diventano idolatria, un culto costante delle nostre paure e ansie.. però così facendo dimentichiamo che tutto può essere cambiato dalla Grazia e che, solo se noi viviamo nella Grazia, possiamo cambiare il passato in un futuro fecondo. C’è una forma sottile di lussuria nel coltivare i ricordi, una sensualità disordinata che ci impedisce di aderire al reale e ci incatena per il futuro. Fa silenzio, Taci, dobbiamo dire a questi ricordi, taci nel nome di Cristo. Come Egli, il maestro diceva a satana. Questo è lavoro e fatica, ma è prima ancora scelta, scelta di essere liberi e di fissarci solo in Dio. Come S. Paolo, non guardare a quanto ti sta dietro, ma a ciò che hai davanti: Gesù Cristo.

  Fuggi – nei limiti del possibile – i contatti vivi con quanto ti fa presente ciò che hai lasciato: visite, conversazioni, lettere che ti ravvivano l’immagine di un mondo che si fa tanta fatica a dimenticare! Per quanto l’obbedienza e la carità vere lo permettono riduci i rapporti orali ed epistolari con l’esterno. La memoria è un accumulatore terribile; conserva tesori per future distrazioni. Quanto più il tuo spirito sarà libero da immagini mondane, tanto più risplenderà in te la luce del volto di Dio.

  Consegnare nella tenerezza ogni relazione terrena nel cuore di Dio, anche quella significativa, è l’unico modo di amare con passione e rispetto. Amare tutti e ciascuno in Lui. E’ un amore infinitamente più profondo e più efficace. Augura ai tuoi amici l’amore di Dio: è l’unico vero bene. Glielo otterrà la fedeltà alla tua sequela Christi; il compromesso invece impedirà a Dio di donarsi a coloro che ami. Gesù per salvarci ha abbandonato sua madre. Di fatto, separandosene se l’è unita più strettamente. Si stava bene presso il focolare di Nazaret, e l’andarsene ha spezzato i cuori e fatto scorrere le lacrime. La morte del cuore di Cristo che lascia la propria famiglia per servire il Regno è il continuum scelto e necessario che il Verbo del Padre ha cominciato con l’incarnazione (Fil. 2).. non c’è incarnazione senza desatellizzazione, non c’è desatellizzazione senza silenzio, non c’è peso esatto dei ricordi senza amore.

  1. Disciplina la curiosità

La Curiosità, il sapere e la conoscenza sono cosa buona ma bisogna stare attenti al morbo della concupiscenza che le può inquinare. Dietro il sapere si può nascondere una sottile lussuria “originale” che non pilota la ricerca verso la vita contemplativa, che è il fine  e il principio di ogni battezzato. Conoscere, adorare e amare e lodare Dio è il l’alfa e l’omega di ogni Cristiano prostrandosi dinanzi al trono di Dio cantando, con la voce o con il silenzio: “Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza e forza sono il nostro Dio per i secoli dei secoli”.

  Sono da tener lontane soprattutto tre curiosità:

  quella delle “novità”

  del comportamento altrui

  infine, forse la più temibile, la curiosità intellettuale, che si ammanta di apparenti pretesti e indurisce nell’orgoglio.

  Conosci il mondo ma per pregare per esso, “senza voltarti indietro”. L’amore di Dio (che abbraccia quello del prossimo) è la sola realtà che ti può trascinare alla sequela di Gesù, e con te il mondo. A questa azione efficace nulla aggiunge quanto sai di esso. Pochi però sono capaci di capirlo. Tra i mali peggiori dell’uomo vi è la mormorazione che nasce da una “lussuriosa” curiosità, dal gossip salottiero; dinamica deviante delle relazioni su cui, purtroppo, si imposta buona parte della televisione e dei mass-media. Quello che ascolti circa una persona, le sue entrate o uscite, risveglia in te immagini, riflessioni, critiche, valutazioni interiori: è questo che Dio non ama.

Fissare lo sguardo sull’eterno, o su quanto ti riflette automaticamente la sua bellezza: la natura e le anime nelle quali si riflette. Ti basta sapere che Dio ama tanto gli uomini, che tiene nelle sue mani il loro cuore e ha effuso su di loro il frutto dei meriti dei santi. I contemplativi “salvano” il mondo proprio perché lo portano costantemente a Dio e lasciano a Lui il potere della storia. Potere che è sempre attivo ma che desidera l’assenso del contemplativo e del non-mormoratore per operare efficacemente in tante micro e macro situazioni.

  Prega per chi ne ha incarico. Servi chi serve; prima di criticare o di aver coscienza critica abbi coscienza orante e adorante verso coLui che tutto può e tutto sa. Se Dio è la tua unica preoccupazione (Mt. 6,24-34) tu ti occupi del mondo e servi fratelli e le sorelle.

  Avere la brama delle confidenze con la scusa di servire nasconde la lussuria di porsi al posto di Dio. Servi con il silenzio e quando Dio vuole con l’ascolto, impara da Maria che è l’immagine della perfetta silente adoratrice di Cristo.

Chi ha servito Cristo meglio di Maria? Chi ha cambiato la storia meglio di Maria discepola silente di Cristo? Chi ha lodato e restituito il potere al Padre meglio di Maria silente alla Passione?

  Se vuoi conservare limpido lo specchio della tua anima, non permettere che lo turbi il pensiero inutile del prossimo. Se non sei incaricato del comportamento altrui, non cercare di sapere come fanno; non formulare giudizi interiori nei loro confronti, soprattutto circa i loro difetti o le loro colpe. Prega perché Dio sia amato e servito da tutti.  Sta in pace quando gli altri non fossero quel che devono essere: fa’ in modo di esserlo tu. Sii specchio di Dio e null’altro. Solo Dio basta (S. Teresa).

  Il tuo libro preferito sarà la sacra Scrittura. Lì sarai illuminato dal Verbo. E’ cibo prelibato. Leggila con cuore umile – come ti comunichi -, con lo stesso scopo: trovare Dio. Assaggiala, assaporala, versetto per versetto, come avviene in clima di preghiera. Ogni lettera dettata da Dio è colma di Lui. Adoralo nella lettera. Gusterai l’ebbrezza della comunione alla Luce, al Verbo che Dio ha pronunciato nel tempo con parole dalle risonanze eterne. Lì troverai la scienza dei santi; l’altra scienza vale solo se sorretta da questa. Lo scientismo svanirà e rimarrà solo la scienza che è adorazione di coLui che tutto può e sa e che tutto governa con le Sue mani di Padre amoroso.

  1. Non dare spazio alle Preoccupazioni

  Gesù che conosce bene il nostro cuore ci invita a non caricarci della preoccupazione (Mt. 6,24-34).

Egli sa bene come la preoccupazione ci avvolge come una morse e inquina tutta la nostra esistenza. Essa non dipende solo da una predisposizione psicologica e da ferite del nostro passato affettivo-genitoriale ma anche da una poca fiducia in Dio. La preoccupazione è legata strettamente allo scrupolo e al bisogno di perfezione e tranquillità che ci portiamo dentro e pertanto spesso essa è una reale mancanza di fede e di abbandono in Dio. I santi, cultori dell’Infanzia spirituale, hanno ben compreso che la chiave della crescita è legata la silenzio delle preoccupazioni, all’abbandono confidente nelle mani di Dio. Tutto accade per ché Dio o lo vuole o lo permette.. solo nel silenzio possiamo comprendere quando Dio ci chiama ad accogliere e quando invece ci chiama ad agire per trasformare la realtà che ci ha consegnato. Se non c’è il silenzio ci sono mostri deformi nati dalla preoccupazione che alimentano la preoccupazione.

Dal silenzio c’è l’ascolto della voce di Dio: “Dum medium silentium tenerent omnia, et nox in suo cursu medium iter haberet, omnipotens sermo tuus, Domine, de coelis a regalibus sedibus venit: Mentre un profondo silenzio avvolgeva ogni cosa e la notte era a metà del suo percorso, la tua onnipotente parola venne dai cieli, dal trono regale”.

  Dio viene quando dorme ciò che appartiene alla terra.

IL SERVIZIO

Mi ha sempre colpito l’espressione di S. Paolo “coloro che avranno ben servito, si acquisteranno un grado onorifico e una grande sicurezza nella fede in Cristo Gesù”.

Che significa servire bene, se non servire con amore? In ogni servizio reso, le rifiniture, quei piccoli dettagli quasi trascurabili, costituiscono quel “tocco” proprio di chi serve per amore.

Non poteva bastare alla Madre S. Chiara lavare semplicemente i piedi delle serviziali (di quelle Sorelle cioè che svolgevano un servizio esterno) e non sarebbe questo già stato abbastanza? No. Per Chiara il servizio non era completo se non imprime­va sotto la pianta del piede ben aderente un bacio!

I santi non praticano la carità col contagocce, al contrario nel donarsi lo fanno senza misura e vi ag­giungono sempre ciò che potrebbe sembrare super­fluo, un’esagerazione (come poteva apparire tale il miracolo dell’acqua trasformata in vino eccellente alle Nozze di Cana o tutto quel profumo sprecato per un­gere i piedi del Maestro mentre, secondo la mentalità economica di Giuda, lo si poteva vendere per elargirne il ricavato ai poveri).

Il termine con cui Chiara ama definirsi è: serva di Cristo o ancella delle Sorelle Povere. In lei il servizio alle Sorelle è un bisogno vitale per esprimere quel­l’amore che le arde dentro e che desidera manifesta­re con le opere.

E non poteva essere diversamente poiché Chiara contemplava continuamente la vita di Cristo Gesù Signore, anelando a conformarsi a Lui che disse di non essere venuto per essere servito ma per servire e ce ne diede una prova tangibile quando, cingendosi il grembiule, cominciò a lavare i piedi ai discepoli, pur essendo il Signore e il Maestro, perché anche noi facessimo altrettanto.

Servo, prima di tutto di Jahwé, ma servo anche degli uomini. Seguendo il Suo esempio, non possia­mo dire di servire Dio se non serviamo il prossimo.

Si tratta infatti di servire Dio nel prossimo. È il Maestro che ci assicura che servendo i fratelli più piccoli, è Lui che serviamo.

Chiara, ancella di Cristo e ancella delle Sorelle, ne ricalca le orme e col suo esempio e le sue parole esorta a dimostrare esternamente, appunto nelle opere del servizio, quell’amore che le Sorelle devono nutrire le une per le altre.

Similmente S. Francesco, che vuole servire il Signore con fedeltà e senza riserve, con l’anima e con il corpo, per Suo Amore si fa servo dei lebbrosi e al loro servizio vorrebbe ritornare anche quando è ormai morente. Si fa servo dei Frati e vuole che allo stesso modo si comportino i Ministri e tutti i Frati fra di loro; serve con particolare cura e amore i Frati in­fermi e desidera e prescrive che “se uno di essi cadrà ammalato, gli altri Frati lo devono servire come vor­rebbero essere serviti essi stessi”.

È quel “di più”, quel “non richiesto” che si nota nel rendimento del servizio, quella generosità e gioia con cui si compie che manifesta l’amore.

Servire, dunque, per amore. Cos’è, ad esempio, aiutare una Sorella anziana senza regalarle una ca­rezza o un sorriso?

Il Signore ama chi dona con gioia. Il servizio com­piuto come dovere è sterile, arido. Il servire per amo­re è necessariamente un servire con gioia. Un’altra caratteristica del servizio è la gratuità. Chi serve non deve aspettarsi ricompense o gratificazioni, il servire con amore, il compiere il bene in tutte le sue forme e manifestazioni ha già in sé la ricompensa.

La ricompensa della carità è la letizia. La gradua­le purificazione dai peccati (“la carità copre una mol­titudine di peccati”), una progressiva illuminazione (anche nel senso di lucentezza, splendore del volto che tradisce, anzi manifestalo splendore dell’anima). Nella misura in cui non ci lasceremo sfuggire le occasioni per esercitare il servizio (per quanto picco­le esse siano), vincendo la naturale inclinazione alla nostra comodità, diverremo Madri, ponendo il bene altrui avanti al nostro, proprio come fa una Mamma nei confronti dei propri figli.

Non basta perciò rendere dei servizi, ma biso­gna sempre migliorare la qualità del nostro servizio. Il servizio va compiuto con discrezione, non solo senza farlo pesare ma, possibilmente, senza farlo notare, comportandosi piuttosto come persone che stanno ricevendo un servizio. E in realtà, quale ono­re è quello di servire il Figlio di Dio nei fratelli e nel­le sorelle.

Come nelle altre virtù anche in questa del servi­zio c’è un cammino graduale da compiere e cioè ma­gari le prime volte che ci viene richiesto un servizio che ci scomoda, lo compiremo con sforzo (borbot­tando interiormente o esteriormente), poi poco alla volta impareremo a compierlo volentieri e con gioia, in seguito addirittura avremo la delicatezza di preve­nire i bisogni e i desideri del prossimo. C’è da com­piere un cammino di ascolto e di docilità alla voce dello Spirito che ci ammaestra e ci corregge, ci esor­ta e ci incoraggia per farci giungere alla perfezione dell’amore.

30 maggio – Preghiera di consacrazione a Maria

Ave, o Maria, Figlia prediletta dell’Eterno Padre,

Ave, o Maria, Madre ammirabile del Figlio di Dio,

Ave, o Maria, Sposa Immacolata dello Spirito Santo,

Ave, o Maria, mia cara Madre, mia amabile Signora e po­tente Regina.

Ave, o Maria, mia gioia, mia gloria, cuore mio ed anima mia.

Tu sei tutta mia per misericordia ed io sono tutto tuo per giustizia; però non lo sono quanto dovrei e quanto Tu desideri; per questo Ti rinnovo la mia offerta come schiavo eterno, nulla riservando a me o a qualsiasi creatura.

Ti supplico, o mia Signora, se Tu scorgi in me qualcosa che ancora non ti appartiene, prendilo e sii Tu assoluta Padrona di tutto.

Distruggi, sradica, annienta in me tutto ciò che dispiace a Dio; pianta e fa’ crescere tutto ciò che a Te piace.

La luce della tua fede dissipi le tenebre del mio spirito; la tua umiltà profonda si sostituisca al mio orgoglio; la tua subli­me contemplazione mi liberi dalle distrazioni della mia imma­ginazione vagante; la tua visione ininterrotta di Dio riempia la mia mente della tua presenza operante; l’incendio amoroso del tuo Cuore dilati ed infiammi il mio, così freddo ed insensibile; lo splendore della tua grazia adorni la mia anima e mi renda ac­cetto agli occhi di Dio.

Ti chiedo infine, o Madre mia amatissima, di darmi il tuo spirito per conoscere Gesù e quanto da me desidera; la tua ani­ma per lodare e glorificare il Signore; il tuo cuore per amare Dio con puro ed ardente amore, come lo ami Tu.

lo non ti chiedo né visioni, né rivelazioni e neppure godi­menti spirituali. Tua è la visione chiara di Dio; tuo il puro godimento di Lui; tua la gloria alla destra del Figlio tuo, nel Cielo; tuo il dominio sovrano sugli angeli, gli uomini e i demoni; tuo il potere di disporre a piacimento di tutti i beni di Dio.

Questa, o divina Maria, è la tua condizione celeste e il mio cuore di schiavo ne gioisce immensamente. Per me altro non chiedo se non quanto Tu avesti sulla terra: credere, senza gusta­re e vedere; soffrire con gioia, senza il conforto di alcuna crea­tura; morire costantemente a me stesso; lavorare senza posa per Te, fino alla morte, senza alcuna ricompensa, come il più inutile dei tuoi schiavi.

La sola cosa che per pura misericordia Ti chiedo è questa: dire ad ogni istante tre volte Amen:

Amen a quanto hai fatto sulla Terra, Amen a quello che fai ora in Cielo, Amen a tutto ciò che fai nell’anima mia, perché sii Tu sola in me a glorificare pienamente Gesù, nel tempo e nell’eternità. Amen.

Accoglimi, o Madre! Prendimi con te, tienimi per mano, strin­gimi al tuo cuore, oggi e sempre. Io sono tuo figlio e tu sei mia Madre, questo mi rende sicuro, dà pace al mio cuore, riempie di speranza la mia vita e illumina il mio passato, il mio presente e il mio futuro. Tu mi fai vivere l’eterno nel tempo ed io a tutto voglio dirti Sì e Grazie, con amore di figlio. Amen

Il vero Amore

L’uomo necessita dell’Amore del Padre, lo deve sperimentare, lo de­ve coltivare e far crescere nel suo cuore, abbandonandosi totalmente ed umilmente a questo Amore.

Come può l’uomo agire, lavorare, pensare, meditare e decidere se nel suo cuore non vi è l’Amore Santo e Puro del Padre? Come può vive­re in pace e portare pace?

L’uomo, troppo spesso, confonde l’amore umano con quello Divino e ne fa triste esperienza quando nel suo vivere umano non si accorge di abbandonare l’Amore Divino.

L’uomo da sè non può fare nulla, non è in grado di conoscere il Vole­re del Padre nei suoi riguardi. Allora diventa materiale, superficiale, si lascia sedurre dal male che lo fa peccare.

Il bene dell’uomo è l’amore e la pace. Per questo Gesù si è lasciato crocifiggere, perchè l’uomo potesse sperimentare la Vera Pace, il Ve­ro Amore, la Vera Compassione che provengono dal Cuore del Padre.

Se l’uomo non si lascia convertire, se non vuole cambiare, cammina nel­la via del male che lo porterà alla disperazione e alla perdizione eterna. Il male produce la morte; l’Amore è sorgente di vita.

Dobbiamo lasciarci attrarre dalla chiamata del Padre, dobbiamo la­sciarci condurre da Lui verso la Gioia, l’Amore e la Pace.

Questo è il fine ultimo della nostra vita, il traguardo che ogni uomo deve raggiungere.

Solo l’Amore è Fonte di Grazia e di Benedizione ed è solo con l’A­more che riusciremo a presentarci in Grazia davanti a Dio, l’Onnipo­tente, l’Eterno, l’Altissimo.

Beato l’uomo che vive e muore nel Signore. Lui lo accoglierà, lo farà sedere accanto a sè. L’uomo, pur essendo servo inutile, si accorgerà che nell’avere posseduto sin da quaggiù sulla terra l’Amore di Dio, è arrivato alla meta ed alla gioia che non avrà mai fine. 

17 maggio – Maria genera Cristo in noi

“Quando, per grazia ineffabile, la divina Maria è Regina di un’anima, quante meraviglie vi opera! Cara anima, non crede­re che Maria, la più feconda delle creature, capace perfino di produrre un Dio, resti oziosa nell’anima fedele. La farà vivere incessantemente in Cristo e Cristo in lei; e, se Gesù Cristo è al­trettanto frutto di Maria in ciascuna anima, come lo è per tutte in generale, è suo frutto e capolavoro specialmente nell’anima in cui c’è Maria”. S. M. 55/56

Maria ha avuto la divina missione di essere madre del Verbo, cioè del Figlio di Dio fatto Uomo. Con la sua maternità Ella è entrata a far parte della Famiglia di Dio, la Santissima Trinità. Ma Dio ha dato agli uomini il Figlio suo perché fosse il primogenito di una moltitudine di fratelli che siamo noi.

La missione materna e divina di Maria si completa nella ge­nerazione spirituale degli uomini che diventano, con la grazia, figli di Dio. Con il medesimo amore con cui Ella ha dato l’uma­nità a Cristo, continua a dare la vita divina a tutti gli uomini. La sua gioia è formare l’immagine di Cristo, figlio di Dio, in cia­scuno di noi. È la Madre dei figli di Dio: tutti, indistintamente, ci ama d’immenso amore.

Fortunate le anime che a Lei si affidano totalmente, che a Lei obbediscono docilmente, che con Lei collaborano genero­samente, perché Lei possa formare in esse, a suo piacimento, l’immagine di Cristo! Ella ne fa delle copie viventi di Cristo, come abbiamo avuto la fortuna di vedere in S. Padre Pio da Pietralcina.

O Maria, forma in me l’immagine del tuo Figlio Gesù. Questo è il tuo compito più grande e più bello, quello che il Signore sa­peva di poter affilare solo a te. Io lo ringrazio per questo dono che ha fatto a te e a me e mi metto tutto nel tuo cuore perché tu faccia sì che io abbia gli stessi sentimenti di Gesù e tu, guar­dandomi, possa sorridere di gioia.

LA TENEREZZA

Una manifestazione squisitamente femminile dell’amore è: la tenerezza. Questa capacità di com­muoversi, di essere “presi nelle viscere” la ritroviamo in grado eminente in Dio che come una Madre ci ha generati e ci rigenera continuamente col Suo Amore. Di quante premure non ci circonda il Signore? Egli ci trae a Sé con legami di bontà, ci solleva alla Sua guancia perché possiamo respirare il Suo Amore, sentirne il calore, ci ha donato il Suo Figlio Diletto perché ci rivelasse questo Amore gratuito e appassio­nato che porta alla Sua creatura, ci ha resi figli nel Suo Figlio e nella Sua morte di Croce ci ha redenti per renderci partecipi della Sua Gloria affinché la nostra gioia fosse piena.

Dio è tenerezza.

Francesco e Chiara ne hanno fatto l’esperienza, si sono inebriati della tenerezza di Dio, l’hanno assi­milata, se ne sono riempiti per poi farsene donatori. Come non ricordare la tenerezza materna con la quale Chiara amava le sue figlie? Tenerezza che la muoveva ad alzarsi assai spesso nel freddo della not­te, per ricoprire le sue figlie mentre dormivano e così facendo le riscaldava ancor più che con le coperte, col suo gesto di tenero amore.

Per non dire di come, vedendo talvolta afflitta da tentazione o da mestizia qualcuna delle Suore, chiamatala da parte, la consolava piangendo, Talvolta poi si prostrava ai piedi delle afflitte per al­leviare con materne carezze la violenza del dolore.” Chiara guarisce le sue figlie con la tenerezza.” Come quando, Lei stando inferma, si avvede in spirito che una delle Sorelle, affetta da scrofole, mal sopporta quella sofferenza, allora la Madre ordina le sii porti un uovo riscaldato da bere e quella bevutolo; guarisce dal suo male fisico e morale. Chiara è capace di tenerezza perché ama. E chi, ama sul serio intuisce i desideri dell’altro, ciò che può fargli piacere, ciò che può farlo sentire amato; come dalla propria mamma: “Se una madre ama e nutre la sua figlia carnale, con quanta maggior cura deve una sorella amare e nutrire la sua sorella spiri­tuale!”.

Con quale tenerezza di amore poi, non solo lava i piedi alle Sorelle serviziali di ritorno dalla questua, ma ne bacia persino le piante.

Ella così tenacemente attaccata alla povertà per amore di Cristo povero, si mostra comprensiva, anzi previgente e maternamente sollecita nel provvedere ai bisogni delle Sorelle, specie se ammalate.

E come non fare memoria della tenerezza di Francesco per il “Bimbo di Betlemme”, come amava chiamare il Verbo Incarnato, leccandosi addirittura le labbra per la dolcezza che provava nel nominarlo così? Questa tenerezza d’amore lo spinse a riprodurre il presepe vivente e stando dinanzi alla mangiatoia era ri­colmo di pietà, cosparso di lacrime, traboccante di gioia, nel contemplare il mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio.

Parimenti grande era la tenerezza di Francesco per i Frati che amava maternamente e soprattutto per i poveri, alle cui sofferenze partecipava, sottraen­do al proprio corpo anche ciò che gli era indispen­sabile per offrirlo loro con mola gioia, pieno di sol­lecitudine e affetto.

Più volte con l’animo colmo di clemenza, senti­va sciogliersi il cuore alla presenza dei poveri e dei malati e quando non aveva altro da dare, offriva il suo affetto.

“Si chinava con meravigliosa tenerezza e com­passione verso chiunque fosse afflitto da qualche sof­ferenza fisica e quando notava in qualcuno indigenza o necessità, nella dolce pietà del cuore, la consi­derava come una sofferenza di Cristo” .

Quando in un Monastero si notano dei gesti di tenerezza, per piccoli che siano o insignificanti che ­possano apparire, è segno che è vivo e circola un amore profondo, l’amore che scaturisce dalle viscere:di Dio stesso e che viene reso trasparente, direi anzi palpabile.

I piccoli gesti di tenerezza, proprio quei gesti che non fanno rumore, non sono grandiosi, né spettacolari, ma che arrivano diritti al cuore dell’altra, edificano la Fraternità, incrementando la comunio­ne.

Le opere di carità vanno compiute… caritatevol­mente; accompagnandole con gesti di tenerezza. Sì, perché si può fare un atto di carità con freddezza, solo per dovere, il Signore ci chiama invece a perfe­zionarci sempre nell’amore, nella carità.

Il prossimo non desidera i nostri atti di carità, quanto… la carità nei nostri atti, l’amore che scaturi­sce dal nostro essere e si esprime in un servizio gioioso, gratuito, che dà sempre di più di quanto l’altra: possa chiedere o desiderare.

La tenerezza desta lo stupore nell’altra, accende una fiammella di amore e di gratitudine a Dio da cui proviene ogni bene.

Noi donne dovremmo essere esperte nell’intuire i bisogni e i desideri altrui.

Dal contatto quotidiano con la Fornace ardente dell’Amore poi dovremmo imparare le finezze della carità e accrescere la nostra capacità di tenerezza.

L’esperienza dell’Amore di Dio

L’Amore di Dio avvolge e travolge l’uomo che lo accoglie, renden­dolo disponibile alla sua chiamata che lo conduce su vie nuove, an­cora sconosciute.

Inizia così un rapporto più stretto fra l’uomo ed il suo Dio. Si tratta di un’esperienza nuova che attrae il cuore dell’uomo che sperimenta così più intimamente l’Amore di Dio.

Allora, come un cieco appena guarito, vede la Luce. I suoi occhi si spalancano e finalmente si rende conto di quanta misericordia e di quanto Amore Dio l’ha circondato.

Il nostro cuore, tutto il nostro essere ha bisogno di vivere questa e­sperienza di Dio.

Dobbiamo essere totalmente assorbiti in Lui, come coloro che sono stati rapiti in mistica unione con Dio. Allora è il nostro Dio che a noi si rivela e ci fa sentire la sua Presenza nel nostro cuore, vincendo o­gni nostra resistenza o qualsiasi nostra opposizione.

La vita dei Santi è costellata di queste manifestazioni dell’Amore di Dio. Anche nelle prove, nelle sofferenze, nel dolore i Santi vivono, sperimentando queste particolari manifestazioni.

È l’esperienza che ogni cristiano può vivere lasciandoci travolgere da que­sto Amore per vivere in Lui, per Lui e con Lui in una fusione d’amore.

È un cammino arduo, difficile da percorrere? Si, nella misura in cui noi ci opponiamo alla sua iniziativa che richiede da parte nostra piena disponibi­lità; ma nella misura in cui l’accettiamo e la desideriamo, pur con tante dif­ficoltà, è un cammino che possiamo santamente percorrere.

Inchiniamoci davanti al Volere del Signore e lasciamoci da Lui usare.

La vera sapienza del cuore è quella di chiedere a Dio l’umiltà, la mitezza e la docilità perchè tutto il resto ci sarà dato in più.

Benediciamo, lodiamo e glorifichiamo il Signore che nella sua infinita Bontà vuole compiere in noi, povere creature, le meraviglie del suo Amore.

Per questo dobbiamo far conoscere il Padre e testimoniarLo affinchè mol­te anime si avvicinano a Lui e si lascino attrarre dal suo Incommensurabi­le Amore. 

CRISTO SERVO DI DIO

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 26 ottobre 2005

Cantico Fil 2,6-11
Cristo, servo di Dio
Primi Vespri – Domenica 4a settimana

1. Ancora una volta, seguendo il percorso proposto dalla Liturgia dei Vespri coi vari Salmi e Cantici, abbiamo sentito risuonare il mirabile ed essenziale inno incastonato da san Paolo nella Lettera ai Filippesi (2,6-11).

Abbiamo già in passato sottolineato che il testo comprende un duplice movimento: discensionale e ascensionale. Nel primo, Cristo Gesù, dallo splendore della divinità che gli appartiene per natura sceglie di scendere fino all’umiliazione della «morte di croce». Egli si mostra così veramente uomo e nostro redentore, con un’autentica e piena partecipazione alla nostra realtà di dolore e di morte.

2. Il secondo movimento, quello ascensionale, svela la gloria pasquale di Cristo che, dopo la morte, si manifesta nuovamente nello splendore della sua maestà divina.

Il Padre, che aveva accolto l’atto di obbedienza del Figlio nell’Incarnazione e nella Passione, ora lo «esalta» in modo sovraeminente, come dice il testo greco. Questa esaltazione è espressa non solo attraverso l’intronizzazione alla destra di Dio, ma anche con il conferimento a Cristo di un «nome che è al di sopra di ogni altro nome» (v. 9).

Ora, nel linguaggio biblico il «nome» indica la vera essenza e la specifica funzione di una persona, ne manifesta la realtà intima e profonda. Al Figlio, che per amore si è umiliato nella morte, il Padre conferisce una dignità incomparabile, il «Nome» più eccelso, quello di «Signore», proprio di Dio stesso.

3. Infatti, la proclamazione di fede, intonata coralmente da cielo, terra e inferi prostrati in adorazione, è chiara ed esplicita: «Gesù Cristo è il Signore» (v. 11). In greco, si afferma che Gesù è Kyrios, un titolo certamente regale, che nella traduzione greca della Bibbia rendeva il nome di Dio rivelato a Mosé, nome sacro e impronunciabile. Con questo nome “Kyrios” si riconosce Gesù Cristo vero Dio.

Da un lato, allora, c’è il riconoscimento della signoria universale di Gesù Cristo, che riceve l’omaggio di tutto il creato, visto come un suddito prostrato ai suoi piedi. Dall’altro lato, però, l’acclamazione di fede dichiara Cristo sussistente nella forma o condizione divina, presentandolo quindi come degno di adorazione.

4. In questo inno il riferimento allo scandalo della croce (cfr 1Cor 1,23), e prima ancora alla vera umanità del Verbo fatto carne (cfr Gv 1,14), si intreccia e culmina con l’evento della risurrezione. All’obbedienza sacrificale del Figlio segue la risposta glorificatrice del Padre, cui si unisce l’adorazione da parte dell’umanità e del creato. La singolarità di Cristo emerge dalla sua funzione di Signore del mondo redento, che Gli è stata conferita a motivo della sua obbedienza perfetta «fino alla morte». Il progetto di salvezza ha nel Figlio il suo pieno compimento e i fedeli sono invitati – soprattutto nella liturgia – a proclamarlo e a viverne i frutti.

Questa è la meta a cui ci conduce l’inno cristologico che da secoli la Chiesa medita, canta e considera guida di vita: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù» (Fil 2,5).

5. Affidiamoci ora alla meditazione che san Gregorio Nazianzeno ha intessuto sapientemente sul nostro inno. In un carme in onore di Cristo il grande Dottore della Chiesa del IV secolo dichiara che Gesù Cristo «non si spogliò di nessuna parte costitutiva della sua natura divina, e ciò nonostante mi salvò come un guaritore che si china sulle fetide ferite… Era della stirpe di David, ma fu il creatore di Adamo. Portava la carne, ma era anche estraneo al corpo. Fu generato da una madre, ma da una madre vergine; era circoscritto, ma era anche immenso. E lo accolse una mangiatoia, ma una stella fece da guida ai Magi, che arrivarono portandogli dei doni e davanti a lui piegarono le ginocchia. Come un mortale venne alla lotta con il demonio, ma, invincibile com’era, superò il tentatore con un triplice combattimento… Fu vittima, ma anche sommo sacerdote; fu sacrificatore, eppure era Dio. Offrì a Dio il suo sangue, e in tal modo purificò tutto il mondo. Una croce lo tenne sollevato da terra, ma rimase confitto ai chiodi il peccato… Andò dai morti, ma risorse dall’inferno e risuscitò molti che erano morti. Il primo avvenimento è proprio della miseria umana, ma il secondo si addice alla ricchezza dell’essere incorporeo… Quella forma terrena l’assunse su di sé il Figlio immortale, perché egli ti vuol bene» (Carmina arcana, 2: Collana di Testi Patristici, LVIII, Roma 1986, pp. 236-238).

Alla fine di questa meditazione vorrei sottolineare due parole per la nostra vita. Innanzitutto questo ammonimento di san Paolo: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù”. Imparare a sentire come sentiva Gesù; conformare il nostro modo di pensare, di decidere, di agire ai sentimenti di Gesù. Prendiamo questa strada, se cerchiamo di conformare i nostri sentimenti a quelli di Gesù: prendiamo la strada giusta. L’altra parola è di san Gregorio Nazianzeno: “Egli, Gesù, ti vuol bene”. Questa parola di tenerezza è per noi una grande consolazione e un conforto, ma anche una grande responsabilità, giorno dopo giorno.

 “Abide in me, and I in you”

Daily Reading & Meditation

Wednesday (May 17): “Abide in me, and I in you”
Scripture: John 15:1-8

1 “I am the true vine, and my Father is the vine dresser. 2 Every branch of mine that bears no fruit, he takes away, and every branch that does bear fruit he prunes, that it may bear more fruit. 3 You are already made clean by the word which I have spoken to you. 4 Abide in me, and I in you. As the branch cannot bear fruit by itself, unless it abides in the vine, neither can you, unless you abide in me. 5 I am the vine, you are the branches. He who abides in me, and I in him, he it is that bears much fruit, for apart from me you can do nothing. 6 If a man does not abide in me, he is cast forth as a branch and withers; and the branches are gathered, thrown into the fire and burned. 7 If you abide in me, and my words abide in you, ask whatever you will, and it shall be done for you. 8 By this my Father is glorified, that you bear much fruit, and so prove to be my disciples.

Meditation: Why does Jesus speak of himself as the true vine? The image of the vine was a rich one for the Jews since the land of Israel was covered with numerous vineyards. It had religious connotations to it as well. Isaiah spoke of the house of Israel as “the vineyard of the Lord”(Isaiah 5:7). Jeremiah said that God had planted Israel “as his choice vine” (Jeremiah 2:21). While the vine became a symbol of Israel as a nation, it also was used in the Scriptures as a sign of degeneration – a deformed state of spiritual growth and moral decline. Isaiah’s prophecy spoke of Israel as a vineyard which “yielded wild grapes” (see Isaiah 5:1-7). Jeremiah said that Israel had become a “degenerate and wild vine” (Jeremiah 2:21).

One must be firmly rooted in the “Tree of Life”
When Jesus calls himself the true vine he makes clear that no one can grow in spiritual fruitfulness and moral goodness unless they are rooted in God and in his life-giving word. Religious affiliation or association with spiritually minded people is not sufficient by itself – one must be firmly rooted in the “Tree of Life” (Revelation 22:1-2, Genesis 2:8-9) who is the eternal Father and his only begotten Son, the Lord Jesus Christ. Jesus makes a claim which only God can make – he is the true source of life that sustains us and makes us fruitful in living the abundant life which God has for us. It is only through Jesus Christ that one can be fully grafted into the true “vineyard of the Lord”.

Bearing the fruit of righteousness, peace, and joy
Jesus offers true life – the abundant life which comes from God and which results in great fruitfulness. How does the vine become fruitful? The vine dresser must carefully prune the vine before it can bear good fruit. Vines characteristically have two kinds of branches – those which bear fruit and those which don’t. The non-bearing branches must be carefully pruned back in order for the vine to conserve its strength for bearing good fruit. Jesus used this image to describe the kind of life he produces in those who are united with him – the fruit of “righteousness, peace, and joy in the Holy Spirit” (Romans 14:17). Jesus says there can be no fruit in our lives apart from him. The fruit he speaks of here is the fruit of the Holy Spirit (see Galatians 5:22-23).

There is a simple truth here: We are either fruit-bearing or non-fruit-bearing. There is no in-between. But the bearing of healthy fruit requires drastic pruning. The Lord promises that we will bear much fruit if we abide in him and allow him to purify us. Do you trust in the Lord’s healing and transforming power to give you the abundant life and fruit of his heavenly kingdom?

“Lord Jesus, may I be one with you in all that I say and do. Draw me close that I may glorify you and bear fruit for your kingdom. Inflame my heart with your love and remove from it anything that would make me ineffective or unfruitful in loving and serving you as my All.”

Psalm 122:1-5

1 I was glad when they said to me, “Let us go to the house of the LORD!”
2 Our feet have been standing within your gates, O Jerusalem!
3 Jerusalem, built as a city which is bound firmly together,
4 to which the tribes go up, the tribes of the LORD, as was decreed for Israel, to give thanks to the name of the LORD.
5 There thrones for judgment were set, the thrones of the house of David.

Daily Quote from the early church fathersCleansed by Jesus’ word, by Basil the Great, 329-379 A.D.

“So the world – life enslaved by carnal passions – can no more receive the grace of the Spirit than a weak eye can look at the light of a sunbeam. First the Lord cleansed his disciples’ lives through his teaching, and then he gave them the ability to both see and contemplate the Spirit. He says, ‘You are already made clean by the word I have spoken to you’ (John 15:3). Therefore ‘the world cannot receive him, because it neither sees him nor knows him… You know him, for he dwells with you’ (John 14:17). Isaiah says, ‘He who settled the earth and the things in it; and gives breath to the people on it, and Spirit to them that tread on it’ (Isaiah 42:5). From this we can learn that those who trample earthly things and rise above them become worthy to receive the gift of the Holy Spirit.” (excerpt from ON THE HOLY SPIRIT 22.53)

Meditations may be freely reprinted for non-commercial use.  Cite copyright (c) 2017 Servants of the Word, source:  www.dailyscripture.net, and author Don Schwager

DIO CAMMINA CON GLI UOMINI

Capitolo 2

DIO CAMMINA CON GLI UOMINI

Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita. (Gv 8,12)

[40] Dio viene incontro alla ricerca dell’uomo con la rivelazione, che ha il suo centro e vertice in Gesù Cristo, e rimane viva e operante nella Chiesa. L’uomo dà la propria adesione responsabile alla rivelazione di Dio con la fede e fa esperienza di una vita nuova, piena di significato.

1- LA RIVELAZIONE DI DIO NELLA STORIA

CCC, 51-67

Religiosità diffusa [41] Il fenomeno religioso, oggi come in passato, appare ovunque ben radicato. Anche nel nostro paese, malgrado la secolarizzazione, persiste una religiosità diffusa. Non è detto però che si tratti sempre di fede propriamente cristiana: spesso prevale la devozione interessata; alcune verità centrali del messaggio cristiano vengono negate o messe in dubbio; risulta carente la conoscenza della Bibbia, debole l’appartenenza ecclesiale, incrinata la coerenza tra la pratica religiosa e il vissuto quotidiano. Perché la religiosità è più agevole e più diffusa della fede? Da dove proviene la sua sorprendente vitalità?

Una illuminazione comune CdA, 24; 401; 575 [42] La religiosità è un primo orientamento verso il mistero. Nella misura in cui non è inquinata da errori e deviazioni, suppone la iniziale comunicazione che Dio fa a tutti gli uomini mediante la creazione e la sua continua, benevola vicinanza. Da sempre gli uomini cercano Dio con la loro sete di vita, di verità, di sicurezza e di felicità. Da sempre Dio li illumina, li assiste e li sostiene in questa ricerca; li attrae segretamente a sé per le molte strade delle religioni e delle culture. La sua provvidenza salvifica si estende a tutta la storia umana. La sua grazia guida il cammino delle persone e dei popoli; anche tra i pagani suscita dei giusti come il centurione Cornelio. Fin dalle origini Dio “ebbe costante cura del genere umano, per dare la vita eterna a tutti coloro che cercano la salvezza con la perseveranza nella pratica del bene”.Frutto di questa illuminazione da parte di Dio sono gli elementi di verità e di bontà presenti nella religiosità umana. In essa, di solito, prevale un atteggiamento di dipendenza creaturale, una consapevolezza di precarietà e un desiderio di protezione. La fede cristiana, invece, si colloca a un livello più elevato. Assume i valori positivi della religiosità umana, ma ha una sua specificità. È la risposta, altamente impegnativa, a una più perfetta comunicazione di Dio, alla quale viene riservato il nome di rivelazione in senso proprio.

Rivelazione [43] La rivelazione è una speciale iniziativa divina. In un ambito storico particolare, Dio liberamente esce dal silenzio e apre un dialogo esplicito e diretto. Si pone di fronte all’uomo come interlocutore personale; gli va incontro, gli rivolge la parola, lo chiama apertamente a sé e gli manifesta progressivamente il suo progetto di salvezza, incentrato su Gesù Cristo.

Autotestimonianza e autodonazione [44] Non si conosce una persona come fosse un oggetto, osservando e calcolando. Nel suo nucleo più intimo, può essere conosciuta solo se si esprime liberamente, se comunica agli altri i suoi sentimenti e le sue intenzioni, i suoi pensieri e le sue decisioni, in un dialogo fatto di parole e di azioni, cioè in una storia concreta. Mentre i segreti della natura vengono raggiunti dall’esterno con l’osservazione scientifica, il segreto proprio di un soggetto cosciente e libero si apre dall’interno, per la via dell’autotestimonianza. Qualcosa di simile avviene nella rivelazione che Dio fa di se stesso e del suo disegno di amore verso l’uomo. Nella sua intima vita personale Dio non può essere conosciuto per via di intuizione o riflessione umana, ma solo per sua libera iniziativa. Perciò, “per il suo immenso amore parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi, per invitarli e ammetterli alla comunione con sé”; pur rimanendo invisibile, parla e si dona attraverso “eventi e parole intimamente connessi tra loro” e complementari, cioè attraverso una storia.

Eventi e parole CdA, 103; 176; 608 [45] Gli eventi contengono la realtà significata dalle parole. Confermano e verificano le parole. Riguardano un popolo o singole persone all’interno di esso. Sono pubblici o privati, miracolosi o ordinari. Si compiono “una volta per sempre” (Eb 9,12), cioè in un tempo preciso e irripetibile, ma con valore perenne e universale. Sono nuovi e imprevedibili, ma si inseriscono nella continuità storica, secondo un progetto unitario e in vista di una meta definitiva. Il significato e la connessione profonda degli avvenimenti vengono indicati da Dio ai suoi messaggeri attraverso una comunicazione interiore, chiara e indubitabile, che poi si traduce in parole pronunciate e infine scritte. Le parole interpretano gli eventi come opera di Dio e a volte li provocano efficacemente. Chiamano, promettono e comandano, perché gli eventi si compiano; li raccontano e li spiegano, perché accadano di nuovo. Attraverso gli eventi e le parole si svolge la trama di una concreta storia terrena, in cui Dio stesso liberamente porta avanti il suo dialogo con gli uomini per dare loro speranza e futuro. Progressivamente egli si fa conoscere e si dona, fino a comunicare pienamente se stesso in Gesù Cristo; rende gli uomini capaci di rispondergli, di accogliere la sua presenza e di partecipare alla sua vita.

Sviluppo della rivelazione [46] Le vicende hanno come centro una piccola regione, posta quasi a cerniera fra l’Asia, l’Africa e l’Europa, una regione che nell’antichità ha avuto diversi nomi: terra di Canaan, terra d’Israele, Palestina. È un ambiente umile, in conformità allo stile di Dio, ma in una posizione ideale per la diffusione del suo messaggio. In questa storia si distinguono due fasi: il tempo della preparazione, l’Antico Testamento, e quello del compimento, il Nuovo Testamento.

L’Antico Testamento [47] Gli eventi prendono avvio con alcuni pastori nomadi, in cui successivamente il popolo di Israele riconoscerà i propri antenati: Abramo, Isacco e Giacobbe. Il primo di loro viene presentato come grande amico di Dio e padre dei credenti. Dio lo chiama fuori della sua terra di origine e lo benedice con una promessa di portata universale: “Renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare… Saranno benedette per la tua discendenza tutte le nazioni della terra” (Gen 22,17.18).

[48] A questi antichi patriarchi si ricollegano alcune tribù, che in Egitto finiscono per trovarsi in una condizione intollerabile di schiavitù e fuggono verso il Sinai. Le guida Mosè, un uomo straordinario, al quale nella solitudine del deserto Dio ha rivelato il suo nome misterioso: JHWH, “Io sono colui che sono!” (Es 3,14). Ora, nel deserto, con il dono dell’alleanza e della legge, Dio plasma un popolo, Israele, come sua proprietà, segno della sua presenza davanti alle nazioni: “Voi sarete per me la proprietà tra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra! Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa” (Es 19,5-6).Al cammino nel deserto fa seguito l’insediamento nella terra di Canaan, l’epoca di Giosuè e dei Giudici, segnata dai contatti e dai conflitti con le popolazioni del luogo. Il popolo nomade si trasforma lentamente in un popolo residenziale di agricoltori. Sorprendentemente, non assume la religione politeista del paese, incentrata sulle energie della natura e della fecondità; ne respinge, sia pure con fatica, la tentazione seducente e conserva il culto del suo unico Dio, JHWH.

[49] Intorno al 1000 a.C. la federazione delle tribù diventa un regno organizzato. Però, contrariamente a ciò che accade presso le nazioni circostanti, il re non viene divinizzato; rimane sottoposto a giudizio e contestazione. Dio guida il popolo soprattutto attraverso i profeti, da lui chiamati e fortificati con una speciale manifestazione della sua presenza; lo conduce avanti per strade non facili verso esperienze inedite.

[50] Duri di cuore, inclini all’idolatria, all’ingiustizia e alla corruzione, gli israeliti entrano nei giochi delle potenze politiche e militari del tempo: assiri, egiziani, babilonesi. Finiscono per ricadere nella schiavitù e vengono condotti in esilio, lungo “i fiumi di Babilonia” (Sal 137,1). Per opera dei profeti, animati dallo Spirito di Dio, la sventura diventa purificazione. La religione dei vinti non scompare, come di solito accade; matura al contrario come un monoteismo più consapevole e con più elevate esigenze etiche. La speranza nel futuro non solo non si spegne, ma diventa attesa di un intervento definitivo di Dio, capace di produrre un rinnovamento totale. Perduta l’indipendenza politica, si accentua la consapevolezza di essere soprattutto una comunità religiosa. Con il ritorno dall’esilio, all’epoca dell’impero persiano, il popolo di Dio ritrova in Gerusalemme il proprio centro religioso, ma non la capitale di un regno, prospero e duraturo. Si sviluppa, invece, il fenomeno della “diaspora”, la dispersione di comunità israelite in mezzo alle nazioni pagane. Intanto Dio continua ad educare il suo popolo con l’insegnamento dei saggi; lo prepara ad accogliere il Messia; mantiene desta la speranza.

[51] Il lungo cammino di Israele è una vera storia umana, con persone e istituzioni, vicende private e pubbliche, episodi di bontà e di iniquità, di grandezza e di miseria. È anche una storia sorprendente per più aspetti: il monoteismo appassionato ed eticamente esigente, la personalità originale dei profeti, l’attesa del Messia salvatore. Caratteristica, soprattutto, è la consapevolezza di essere il popolo dell’alleanza: nella sua vicenda secolare, Israele sa di aver fatto l’esperienza della fedeltà di Dio, malgrado la propria infedeltà.

Il Nuovo Testamento [52] La rivelazione storica di Dio fin dall’inizio era orientata verso una meta. Giunge a compimento in Gesù di Nàzaret: “Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio” (Eb 1,1-2). “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge” (Gal 4,4).Gesù visse in Palestina al tempo degli imperatori romani Augusto e Tiberio. “Passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui… Lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che apparisse… a testimoni prescelti” (At 10,38-41). Gesù, “appartenente alla stirpe di David, figlio di Maria, realmente nacque, mangiò e bevve. Realmente fu perseguitato sotto Ponzio Pilato; realmente fu crocifisso e morì alla presenza del cielo, della terra e degli inferi. Realmente risuscitò dai morti”.In lui Dio comunica personalmente se stesso; manifesta il suo disegno di salvezza verso tutto il genere umano; ci induce a riconoscere che “Dio è amore” (1Gv 4,16). Gesù di Nàzaret è la Parola eterna di Dio fatta carne, la sua rivelazione storica perfetta e insuperabile.

Pienezza definitiva [53] In Gesù Cristo Dio ha portato a compimento la sua rivelazione. Ha detto e dato se stesso; ha comunicato quanto aveva da comunicare. Nulla si può aggiungere come ulteriore perfezione, fino al giorno in cui la condizione umana sarà trasfigurata oltre la storia e il Signore si manifesterà nella sua venuta gloriosa.

CCC, 66-67CdA, 470; 597; 793 Presunte rivelazioni posteriori, che volessero portare aggiunte, correzioni o miglioramenti, sono incompatibili con il cristianesimo. Sono possibili invece rivelazioni che richiamino l’attenzione su aspetti particolari del vangelo e aiutino a viverli in una certa epoca, ravvivando la fede e l’impegno di conversione. Occorre comunque un prudente discernimento, perché accanto alle rivelazioni autentiche pullulano ancora più numerosi gli inganni e le illusioni.

[54] La rivelazione è la comunicazione, in una storia particolare di avvenimenti e parole, che Dio fa di se stesso e del suo progetto di salvezza a favore di tutti gli uomini, per renderli suoi figli, uniti a Cristo mediante lo Spirito.

Il rapporto tra la Tradizione e la Sacra Scrittura

II. Il rapporto tra la Tradizione e la Sacra Scrittura

Una sorgente comune…

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“La Sacra Tradizione e la Sacra Scrittura sono tra loro strettamente congiunte e comunicanti. Poiché ambedue scaturiscono dalla stessa divina sorgente, esse formano in certo qual modo una cosa sola e tendono allo stesso fine” [Conc. Ecum. Vat. II, Dei Verbum, 9]. L’una e l’altra rendono presente e fecondo nella Chiesa il Mistero di Cristo, il quale ha promesso di rimanere con i suoi “tutti i giorni, fino alla fine del mondo” ( Mt 28,20 ).

…due modi differenti di trasmissione

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” La Sacra Scrittura è la Parola di Dio in quanto è messa per iscritto sotto l’ispirazione dello Spirito divino”.

Quanto alla Sacra Tradizione, essa conserva “la Parola di Dio, affidata da Cristo Signore e dallo Spirito Santo agli Apostoli”, e la trasmette “integralmente ai loro successori, affinché questi, illuminati dallo Spirito di verità, con la loro predicazione fedelmente la conservino, la espongano e la diffondano”.

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Accade così che la Chiesa, alla quale è affidata la trasmissione e l’interpretazione della Rivelazione, “attinga la sua certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Sacra Scrittura. Perciò l’una e l’altra devono essere accettate e venerate con pari sentimento di pietà e di rispetto” [Conc. Ecum. Vat. II, Dei Verbum, 9].

Tradizione apostolica e tradizioni ecclesiali

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La Tradizione di cui qui parliamo è quella che viene dagli Apostoli e trasmette ciò che costoro hanno ricevuto dall’insegnamento e dall’esempio di Gesù e ciò che hanno appreso dallo Spirito Santo. In realtà, la prima generazione di cristiani non aveva ancora un Nuovo Testamento scritto e lo stesso Nuovo Testamento attesta il processo della Tradizione vivente.

Vanno distinte da questa le “tradizioni” teologiche, disciplinari, liturgiche o devozionali nate nel corso del tempo nelle Chiese locali. Esse costituiscono forme particolari attraverso le quali la grande Tradizione si esprime in forme adatte ai diversi luoghi e alle diverse epoche. Alla luce della Tradizione apostolica queste “tradizioni” possono essere conservate, modificate oppure anche abbandonate sotto la guida del Magistero della Chiesa.

16 maggio – Devozione operosa non sentimentale

“Nella devozione a Maria, sta bene attenta, anima predestina­ta, a non sforzarti per sentire o per gustare quanto dici o fai: parla ed agisci sempre con la pura fede che Maria ha avuto sulla terra e che col tempo comunicherà anche a te. Lascia alla tua Regina la contemplazione aperta di Dio, gli slanci, le gioie, le delizie ed accontentati della pura fede, piena di apatie, di distrazioni, di noie e di aridità “. S. M. 51

Un difetto comune a chi pratica la devozione è confondere la sensibilità con la santità. Sono due cose diverse. Dio guarda alla volontà. Sbaglia perciò chi crede di piacere a Dio solo quando prova gusto nella preghiera e la tralascia quando non sente fervore spirituale. Dio non si serve per il piacere, ma per amore. La gioia spirituale, il fervore sensibile, sono doni di Dio ed Egli li concede quando meglio crede, ma non sono per se stessi un segno di perfezione.

Nella devozione a Maria, non dobbiamo cercare la nostra soddisfazione, ma la sua. Dobbiamo essere contenti di fare quanto piace a Lei e di sforzarci di vivere da veri suoi figli. Soprattutto dobbiamo evitare con diligenza quanto a Lei dispia­ce. La gioia non tarderà a possedere il nostro cuore e ci sentire­mo animati ad agire con sempre nuova generosità.

Ti prego, Maria: fa che io non mi fermi ad una devozione sensi­bile, che io non corra dietro alle sensazioni e alle emozioni, che io non cerchi consolazioni e visioni. Dammi una fede semplice e pura, una volontà ferma, una umiltà profonda, una speranza incrollabile, come la tua: questo è quanto mi basta per cammi­nare sulla strada del vangelo.

L’UMILTÀ

“Imparate da me che sono mite e umile di cuore” (Mt 11,29).

Una virtù basilare nella spiritualità francescana è l’umiltà.

Tommaso da Celano ci informa che Chiara, pie tra primaria e nobile fondamento del suo Ordine, fin dal principio si studiò d’impostare l’edificio di tutte le virtù sul fondamento della santa umiltà. Promise infatti obbedienza al beato Francesco, e mai si scostò in al­cun modo da questa promessa. Così tre anni dopo la sua conversione, rifiutando il nome e la carica di Abbadessa, avrebbe voluto umilmente sottostare, piuttosto che essere a capo, e tra le ancelle di Cristo più volentieri servire che essere servita” .

Accettato per obbedienza il governo delle Sorelle Povere, da questo ufficio trasse incitamento per servire con più umiltà e per essere più pronta al dovere, desiderosa non di impartire ordini ma di dare l’esempio.

Come radicare nel cuore questo atteggiamento? Dalla Sacra Scrittura ci viene una risposta converger­te: si diventa umili ponendosi davanti a Dio.

“L’umiltà nasce dal senso di Dio e questo lo può avere solo chi si mette in rapporto personale con Lui. Bisogna aprire gli occhi sulla Sua gloria. Allora accadono tre cose:

Anzitutto si sperimenta il proprio nulla. Non si tratta però di negare il bene che c’è in noi: l’umiltà è verità, non ipocrisia. Si tratta invece di riferirlo al suo vero Autore: “Ogni dono viene dall’alto, discen­de dal Padre della luce” (Gc 1,17). “E se l’hai rice­vuto, perché te ne vanti come se non l’avessi ricevu­to?”, aggiunge S. Paolo (1 Cor 4,7). Si scopre che Dio è la fonte unica del bene e l’uomo è una mano vuota tesa verso di Lui per essere colmata. Da noi non abbiamo nulla, ma tutto ciò che siamo e abbia­mo, tutto riceviamo da Dio. Perciò, l’orgoglio è una forma pratica di ateismo.

In secondo luogo, davanti al Santo ci si scopre peccatori. È così che reagisce Isaia al canto dei Serafini, che proclamano Dio tre volte Santo: “Guai a me, perché un uomo dalle labbra impure io sono, e i miei occhi hanno visto il Dio vivente”. Allo stesso modo reagisce Pietro dinanzi alla potenza di Gesù che si rivela nella pesca miracolosa: “Allontanati da me, che sono un peccatore”. La gloria di Dio non ri­vela solo il Suo volto, ma anche l’impurità dello sguardo umano che Lo contempla.

Nasce allora un atteggiamento di fiducia totale in Dio, e in Dio solo, che diventa apertura alla gra­zia. A questo punto, Dio mobilita per l’umile la Sua potenza, non per l’orgoglioso, perché questi attribui­rebbe a sé le “meraviglie” che Dio opera in lui, ru­bando così la gloria del Signore”.

Francesco e Chiara si pongono continuamente dinanzi allo specchio di umiltà che è Cristo Gesù Signore. Spessissimo fanno memoria dell’umiltà di Cristo nell’Incarnazione e nella Passione, come pure nell’Eucarestia e ne parlano nei loro scritti.

“Ecco, ogni giorno Egli si umilia come quando dalla sede regale discese nel grembo della Vergine, ogni giorno Egli stesso viene a noi in apparenza umile; ogni giorno discende dal seno del Padre sull’altare nelle mani del sacerdote”.

Sull’edificio di questa santissima umiltà Fran­cesco fondò l’Ordine dei Frati Minori secondo quan­to il Signore gli rivelò, mostrandogli, per lui e per quanti intendono imitarlo, la via della semplicità e del­l’umiltà.

L’umile magnifica Dio che opera nel suo cuore. L’incarnazione più luminosa di questo atteggia­mento è la Vergine Maria. Ella si sente la “povera serva”.

Seguendo le orme della Madre “poverella”, an­che Chiara ama definirsi “ancella” delle Sorelle Povere. Maria, nella sua grande umiltà, si fa vuoto che attende di essere colmato. E Dio, che predilige gli umili, la ricolma della Sua grazia e la rende così grande che “tutte le generazioni la chiameranno beata”.

Il Magnificat è il poema dell’umiltà.

Maria appartiene ai “poveri di Jhawè”, di cui parla la Sacra Scrittura. Si tratta di quei piccoli che non hanno nessuno su cui contare e perciò si affida­no completamente a Dio, in Lui solo sperano, certi della Sua fedeltà. E Dio li colma dei suoi doni. Nell’inno cristologico ai Filippesi troviamo la de­scrizione dell’umiltà del Verbo Incarnato, umiltà consistita nel “farsi piccolo”: “Cristo pur essendo di na­tura divina… spogliò Se stesso assumendo la condizione di servo… si umiliò facendosi obbediente fino alla morte, e alla morte di croce”. A questa discesa del Cristo, fa seguito l’esaltazione del Padre che “gli dà il Nome più alto di ogni altro nome”. È l’umiltà dell’essere.

San Francesco nelle Lodi di Dio Altissimo, co­gliendo questa umiltà abissale del Figlio di Dio, dice a Cristo Gesù Signore: “Tu sei umiltà”.

Per Francesco l’umiltà non è solo una virtù e nemmeno una connotazione di Cristo Gesù. Per Francesco l’umiltà è Cristo!

Quotidianamente il Serafico Padre meditava gli, esempi di umiltà del Figlio di Dio e questa meditazione cordiale lo faceva crescere nella conoscenza di Dio e di sé.

Anche S. Chiara, scrivendo ad Agnese di Praga, sottolinea ripetutamente l’umiltà di “un tale e così gran­de Signore, che scendendo nel seno della Vergine, volle appa­rire nel mondo come uomo spregevole, bisognoso e povero”. La esorta a fissare lo sguardo sul più bello dei figli degli uomini divenuto per la nostra salvezza “il più vile degli uomini, disprezzato, percosso e in tutto il corpo ripetutamen­te flagellato e morente perfino tra i più struggenti dolori sulla croce”. E la invita a specchiarsi ogni giorno in questo mirabile specchio che è la vita di Cristo ove rifulgono “la beata povertà, la santa umiltà e l’ineffabile carità “,” af­finché mirando gli esempi di umiltà del Salvatore e Signore nostro Gesù Cristo sia mossa ad imitarLo.

Finché l’uomo si confronta solo con se stesso e con gli altri comprende poco o nulla della sua situa­zione. Se invece si pone davanti a Dio e alla Sua Parola, allora scopre il suo vero volto interiore.

L’umiltà è un atteggiamento interiore? Lo è anzi­tutto, ma dal cuore umile devono sgorgare atti con­creti.

L’umiltà di Chiara si traduceva nel servizio ge­neroso alle Sorelle, nel correggerle con moderazione e pazienza, nel voler essere suddita e soggetta sempre ai piedi della Santa Madre Chiesa, nel desiderio e nell’im­pegno di osservare in perpetuo la povertà e l’umiltà del Signore nostro Gesù Cristo e della sua santissima Madre.

Il Serafico Padre S. Francesco manifestava la sua profonda umiltà, nel curare i lebbrosi, nel mangiare addirittura nello stesso piatto con essi, nel voler stare sottomesso a tutti fino alla morte, nell’accusare pubiblicamente le proprie colpe, nel dimettersi da Ministro, lui Fondatore dell’Ordine. Egli considerava l’umiltà come custode e decoro di ogni virtù.

L’umiltà non consiste in parole, ma piuttosto si riconosce nella pazienza con cui si accettano le in­comprensioni, le tribolazioni e tutto quanto è causa di umiliazione.

San Bonaventura ci ammonisce che seguendo un Maestro umilissimo: Gesù e avendo umile la Madre Maria e umili i Fondatori Francesco e Chiara, non ci è lecito levare il capo in superbia.

E noi? Quando gli altri ci fanno un’osservazione’ poco piacevole, rimaniamo in pace? Anzi, siamo ca­paci di ringraziare sinceramente?

L’efficacia dell’Amore di Dio

Dio opera in ogni cuore. Non dobbiamo resistere al suo Amore, ma aprirci totalmente alla sua azione risanatrice. Unendoci al Padre, spe­rimenteremo la sua clemenza, il suo perdono e la sua misericordia.

Dio ci chiama per nome e ci rivolge la sua Parola d’Amore, di solo Amore.

Vuole infondere in noi energie nuove perchè impariamo ad amare. Ci viene richiesta questa capacità di ricevere l’amore e di fondere il nostro amore con quello del Signore.

Ma l’uomo non ha ancora compreso, non ha ancora ben chiaro nella sua mente il Progetto di Dio, ha difficoltà a credere perchè non ha la volontà di impegnarsi.

Il male di questi tempi è l’indifferenza, è quello di vivere senza Dio e di non essere interessati a conoscerLo.

La tristezza nel cuore dell’uomo è grande e si manifesta nel peccato, nella sofferenza e nel dolore che il peccato produce. Non vi è pecca­to, piccolo e grande che non produca dolore all’anima.

Da troppo tempo la nostra società vive per il denaro e per la ricchez­za, non ricordando più l’ammonimento di Gesù: “Nessuno può servi­re a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, o preferirà l’uno e di­sprezzerà l’altro: non potete servire a Dio ed a mammona”. (Mt. 6,24)

Ma non possiamo più vivere come viviamo ora, è giunto ormai il tem­po di riflettere sul nostro destino eterno di figli di Dio.

Le cose del mondo passano, ogni giorno ci avvicina all’eternità che sarà felice se nel tempo della vita terrena, nel tempo della prova, avre­mo cercato la Luce di Cristo Risorto camminando per la via della sal­vezza.

15 maggio – Ci deve stare a cuore la gloria di Maria

“Occorre fare tutte le azioni per Maria: poiché ci siamo consa­crati a questa augusta Regina, bisogna lavorare soltanto per

Lei, per la Sua gloria e per la gloria di Dio. In ogni cosa che si fa, si deve rinunciare all’amor proprio e ripetere spesso nel profondo del cuore: Cara Signora, è per te che vado…, che fac­cio questo…, che soffro questa pena…, che accetto questa in­giuria… “. S. M. 49

La devozione a Maria va presa sul serio, perché è una cosa seria. È leggerezza chiamare la Madonna “Regina” e poi non servirla… Basta con la superficialità della vita! Se tanta pratica cristiana è venuta meno, è perché non era cosciente e sentita.

Non temiamo poi di mancare di rispetto a Dio, consacrando noi stessi a Maria. Non è forse l’esempio che ci ha dato Cristo stesso sulla terra, obbedendo e dipendendo da Lei? Non credia­mo che Maria ritenga per sé la gloria che spetta a Dio!

Quando Elisabetta la lodò nella visitazione, Ella subito into­nò il Magnificat, l’inno di lode e riconoscenza a Dio. E non fa certo dispiacere al Padre chi ama e venera la Madre…

Dio ci ha dato la Madonna come madre per farci più sensi­bilmente sentire il suo amore. Egli vuole che noi apprezziamo il Suo dono e gradisce maggiormente la nostra offerta presentata da Lei alla sua Maestà infinita, perché purificata dalla sua im­macolatezza e arricchita dalla sua pienezza di grazia.

Io ti ringrazio, Vergine Maria, perché è anche un tuo dono la mia devozione a te. Il bene che ti voglio tu lo trasformi in lode per il Signore e tutto quello che ti offro, tu, purificato, lo offri a Lui in mio nome. Tu sei la stella luminosa che indica il Sole che è Gesù! Fammi vivere sempre intensamente questo mio rappor­to d’amore con te, pegno di Paradiso.

LA SANTA SEMPLICITÀ

“Ammonisco ed esorto nel Signore Gesù Cristo tutte le mie Sorelle, presenti e future, che si studino sempre di imitare la via della santa semplicità… che ci fu insegnata dal beato padre nostro Francesco fin dal principio della nostra conversione a Cristo”.

“La pura e santa semplicità che confonde ogni sapien­za di questo mondo e la sapienza della carne” è un at­teggiamento profondo della persona che pensa e agi­sce lasciandosi guidare in tutto dalla Parola di Dio e dalla propria coscienza da essa illuminata. La sempli­cità è sinonimo di schiettezza e indice di unità inte­riore.

Nel semplice non c’è dicotomia tra ciò che cre­de e ciò che vive, tra ciò che appare all’esterno e ciò che è all’interno, tra ciò che pensa e ciò che manife­sta. Il vizio opposto alle semplicità infatti è proprio l’ipocrisia.

La semplicità si fonda sulla verità e produce quale frutto la pace interiore.

Per conquistare questa virtù bisogna avere il co­raggio della verità di noi stessi.

L’ascolto costante della Parola di Dio ci porta a far emergere dal nostro cuore ogni doppiezza, con­dizionamento o travisamento. Ora, se facciamo emergere e portiamo alla luce le ferite nascoste del nostro cuore, la guarigione è prossima. Se prendia­mo coscienza delle nostre ombre e non continuiamo a celarle a noi stessi, la luce divina penetrerà fino a rischiarare del tutto il nostro cuore rendendolo tra­sparente e retto, cioè semplice.

Il Signore conosce già l’intimo del nostro cuore e ci ama ugualmente, non dobbiamo dunque avere timore della verità che ci salva e ci trasforma, non dobbiamo sgomentarci o scoraggiarci alla vista dei serpentelli nascosti nel nostro cuore, né tanto meno ignorarli come se non ci fossero, ma piuttosto impu­gnare contro di essi le armi del combattimento do­natici dal Signore e cioè “la spada della Parola, lo scu­do della fede, la cintura della verità” `, come S. Paolo ci insegna.

Tale combattimento non avrà tregua finché vi­viamo, anzi più ci esponiamo ai raggi della luce divina, più notiamo in noi dei difetti, delle manchevo­lezze che prima superficialmente trascuravamo come cose da nulla.

È rilevante il fatto che molti cristiani non prati­canti, che non si accostano abitualmente ai Sa­cramenti e alla Parola di Dio, si ritengono giusti per il fatto di non rubare e di non uccidere, mentre i santi, come S. Francesco, si reputano dei grandi pec­catori, pieni di vizi.

Per la sua fondamentale importanza Francesco e Chiara, amavano assai la virtù della “semplicità santa e pura, figlia della grazia, sorella della sapienza, madre del­la giustizia”. Essa non cerca ostentazione, non si identifica con la semplicioneria nei difetti, ma confonde la sapienza carnale.

La semplicità di Francesco che si accompagnava all’innocenza e alla purezza, gli permetteva di scorge­re nel creato le orme del Creatore e proprio per que­sto il suo animo si inondava di gaudio nel mirare il sole, la luna, le stelle del firmamento e parimenti le pietre, le selve, le acque correnti, il vento, l’aria… Perfino per i vermi sentiva grandissimo affetto, ci rife­risce il Celano, perché la Scrittura ha detto del Signore: “Io sono verme e non uomo” (Sal 21,7), perciò si preoccupava che non fossero calpestati dai passanti.

Con semplicità, recatosi una volta a Roma, predicò dinanzi a Papa Onorio e ai Cardinali e parlò con tanto fervore che, quasi fuori di sé per la gioia, mentre proferiva le parole muoveva i piedi quasi saltellando e i presenti vedendo l’ardore del suo cuore furono mossi a incontenibile pianto di compunzione.”

Con semplicità e brevità di parole desiderava che i suoi Frati predicassero il Santo Vangelo.

La Madre S. Chiara, dal canto suo, prescrive nel­la Regola che qualora tra una Sorella e l’altra sorges­se talvolta occasione di turbamento, la Sorella che ha mancato si getti umilmente ai piedi dell’altra non solo per chiedere perdono, ma anche pregandola con semplicità di intercedere per lei presso il Signore perché la perdoni.”

Studiamoci dunque di seguire la via della santa semplicità, facendo opera di semplificazione interio­re, allora raccoglieremo i frutti della gioia e della pace, insieme alla libertà di spirito.

Fedeltà all’amore

L’amore non tradisce, ma rimane fedele e ubbidiente.

L’amore ci addolcisce, ci rende docili, miti, mansueti e poveri di spirito.

L’amore colma i nostri cuori e li redime, li trasforma da cuori di pietra in cuori di carne; cuori che palpitano e desiderano finalmente amarsi.

È impossibile all’uomo cambiare se stesso interiormente se non si la­scia cambiare da Dio che in lui può agire con la sua grazia, modifi­cando radicalmente ciò che di negativo e di impuro vi è nel suo cuore.

Abbiamo allora bisogno di questo Dio, di questo suo balsamo che ci guarisce. Abbiamo bisogno tutti di guarire e Dio Padre tutti ci vuole guarire.

Sottoponiamoci a Lui, come l’ammalato si sottopone al medico, fa­cendo cure anche dolorose pur di guarire.

Ma l’uomo è distratto, non si stupisce, non si stupisce ancora di fron­te alla sublimità di Dio. Eppure presto di dovrà stupire, si dovrà mera­vigliare e comprenderà con gioia quanto sia stato amato da Dio e risa­nato da quelle profonde ferite del cuore.

L’uomo ha bisogno di Dio che è l’Onnipotente, l’Eterno, il Santo dei Santi.

Santifichiamoci in Lui, nel suo Amore che inesauribilmente sgorga dal suo Sacro Cuore.

Abbeveriamoci a questa Fonte d’Amore. Chi beve di quest’Acqua non avrà più sete ed avrà la Vita Eterna.

Orientiamoci verso l’Eterna Vita senza aspettare ulteriormente perchè potrebbe essere per noi troppo tardi.

Ricordiamoci che Dio ci vuole tutti salvi. 

14 maggio – In Maria tutto il nostro bene

“Bisogna vivere in Maria. Ella diventerà allora l’oratorio in cui fare tutte le preghiere a Dio, senza timore di venire respinti; la torre di Davide per mettersi al sicuro da tutti i nemici; la lampada accesa ad illuminare tutto l’interno e per ardere del divino amore; l’ostensorio sacro in cui contemplare Iddio; infi­ne, il proprio unico tutto, davanti al Signore, e il nostro gioioso rifugio. ” S.M. 47

Chiamiamo Maria “Madre nostra”: Ella è tale. Ci ha accolti in sé, nel suo essere benedetto, al momento del Battesimo; ci porta in sé, durante tutta la vita terrena, per farci crescere ad im­magine di Cristo; e ci darà alla luce del Cielo, al termine di que­sta esistenza terrena.

Finché siamo quaggiù, noi viviamo in Lei. E, come il bam­bino trova la sua vita e il suo benessere nella madre, cosi il cri­stiano deve saper trovare il suo tutto nella divina Madre. È quanto ci insegna il Vangelo, quando ci dice che l’apostolo pre­diletto da Gesù, ricevendo sul Calvario Maria per Madre, la considerò ogni suo bene.

Comunicatrice a noi del divino, Maria ci dona, con Dio, tut­to: perché Dio è tutto. Il figlio devoto trova in Lei: luce nei dub­bi, forza nelle necessità, conforto nelle pene, sostegno nella lot­ta, sollievo nella stanchezza; rivestito della Sua grazia materna, si rivolge a Dio con più filiale confidenza e certezza di essere a Lui più accetto ed esaudito.

Che gioia viene dalla certezza di saperti mia Madre! In te rice­vo tutto quello che mi serve per vivere la vita di grazia, in te trovo il mio rifugio, la mia pace, la mia sicurezza, come un bambino fra le braccia della mamma. Anch’io, come Giovanni, ti accolgo a casa mia e tutto quello che è mio è tuo. Tu benedici e porta ogni cosa a compimento, nella mia vita.

Mi corazón y mi carne retozan por el Dios vivo. Aleluya.

¡Qué deseables son tus moradas, 
Señor de los ejércitos! 
Mi alma se consume y anhela 
los atrios del Señor, 
mi corazón y mi carne 
retozan por el Dios vivo. 

Hasta el gorrión ha encontrado una casa; 
la golondrina, un nido 
donde colocar sus polluelos: 
tus altares, Señor de los ejércitos, 
Rey mío y Dios mío. 

Dichosos los que viven en tu casa, 
alabándote siempre. 
Dichosos los que encuentran en ti su fuerza 
al preparar su peregrinación: 

cuando atraviesan áridos valles, 
los convierten en oasis, 
como si la lluvia temprana 
los cubriera de bendiciones; 
caminan de baluarte en baluarte 
hasta ver a Dios en Sión. 

Señor de los ejércitos, escucha mi súplica; 
atiéndeme, Dios de Jacob. 
Fíjate, oh Dios, en nuestro Escudo, 
mira el rostro de tu Ungido. 

Vale más un día en tus atrios 
que mil en mi casa, 
y prefiero el umbral de la casa de Dios 
a vivir con los malvados. 

Porque el Señor es sol y escudo, 
él da la gracia y la gloria; 
el Señor no niega sus bienes 
a los de conducta intachable. 

¡Señor de los ejércitos, dichoso el hombre 
que confía en ti!

(大卫的诗,交与伶长。用吹的乐器。)耶和华阿,求你留心听我的言语,顾念我的心思。

5 : 1

(大卫的诗,交与伶长。用吹的乐器。)耶和华阿,求你留心我的言语,顾念我的心思

Give ear to my words, O LORD, consider my meditation.

5 : 2

我的我的神阿,求你垂听我呼求的声音因为我向你祈祷
Hearken unto the voice of my cry, my King, and my God: for unto thee will I pray.

5 : 3

耶和华阿,早晨你必听我的声音早晨我必向你陈明我的心意,并要儆醒。
My voice shalt thou hear in the morning, O LORD; in the morning will I direct my prayer unto thee, and will look up.

5 : 4

因为不是喜悦恶事的神。恶人不能与你同居。
For thou art not a God that hath pleasure in wickedness: neither shall evil dwell with thee.

5 : 5

狂傲人不能站在你眼前。凡作孽的,都是你所恨恶的。
The foolish shall not stand in thy sight: thou hatest all workers of iniquity.

5 : 6

说谎言的,你必灭绝。好流人血弄诡诈的,都为耶和华憎恶
Thou shalt destroy them that speak leasing: the LORD will abhor the bloody and deceitful man.

5 : 7

至于我,我必凭你丰盛的慈爱进入你的居所。我必存敬畏你的心向你的圣殿下拜。
But as for me, I will come into thy house in the multitude of thy mercy: and in thy fear will I worship toward thy holy temple.

5 : 8

耶和华阿,求你因我的仇敌,凭你的公义,引领我。使你的道路在我面前正直
Lead me, O LORD, in thy righteousness because of mine enemies; make thy way straight before my face.

5 : 9

因为他们的口中没有诚实他们心里满有邪恶他们喉咙,是敞开坟墓他们舌头谄媚人。
For there is no faithfulness in their mouth; their inward part is very wickedness; their throat is an open sepulchre; they flatter with their tongue.

5 : 10

神阿,求你定他们的罪。愿他们自己的计谋跌倒。愿你在他们许多的过犯中,把他们逐出因为他们背叛了你。
Destroy thou them, O God; let them fall by their own counsels; cast them out in the multitude of their transgressions; for they have rebelled against thee.

5 : 11

凡投靠你的,愿他们喜乐,时常欢呼因为你护庇他们。又愿那爱你名的人,都靠你欢欣。
But let all those that put their trust in thee rejoice: let them ever shout for joy, because thou defendest them: let them also that love thy name be joyful in thee.

5 : 12

因为你必赐福与义人。耶和华阿,你必用恩惠如同盾牌四面护卫他。
For thou, LORD, wilt bless the righteous; with favour wilt thou compass him as with a shield.

INCONTRO A COLUI CHE DONA L’ACQUA VIVA

Dialogo possibile e desiderato CdA, 44-45; 76-85 [36] La ricerca di Dio per la via delle religioni e della ragione procede con molte incertezze e deviazioni. Dio, benché sia vicinissimo, sembra lontano, senza volto e senza nome: il “Dio ignoto” (At 17,27).Ma l’apertura razionale al mistero infinito è il presupposto per poter ricevere il dono incomparabilmente più grande della rivelazione storica: “Dio non avrebbe potuto rivelarsi all’uomo, se questi non fosse già stato naturalmente capace di conoscere qualcosa di vero a suo riguardo”. Ecco, invece, che le creature sono in se stesse adatte a manifestare Dio in qualche modo, perché le loro molteplici perfezioni riflettono la sua perfezione infinita. E, a sua volta, l’intelligenza dell’uomo è in grado di ricevere questa iniziale manifestazione indiretta. Non si può, quindi, escludere in partenza che nella storia emergano segni particolarmente trasparenti della personale e libera iniziativa di salvezza da parte di Dio.

[37] Per il fatto di essere aperto a Dio attraverso le creature, l’uomo spontaneamente sente il desiderio esplicito di conoscerlo direttamente in se stesso: cosa impossibile alle sue forze; ma chissà che a Dio non sia possibile? chissà che dopo i doni di questo mondo, non voglia farci il dono di se stesso? chissà che non voglia parlarci da persona a persona? Avremmo allora un orientamento sicuro, una solida nave per attraversare il mare della vita e non più la fragile zattera della filosofia.

La pretesa cristiana CdA, 52 [38] L’annuncio della Chiesa è precisamente questo: il Mistero infinito ci ha rivolto la parola e addirittura ci è venuto incontro personalmente, con il nome e il volto di un uomo, Gesù di Nàzaret, e ci ha chiamati a vivere insieme con lui per l’eternità. Dio fatto uomo, l’uomo innalzato fino a Dio: nessun’altra religione ha una notizia simile, nessuna offre una speranza più audace. Mentre i grandi uomini religiosi, i profeti e i santi avvertono il proprio nulla davanti alla grandezza di Dio e si sentono peccatori, Gesù di Nàzaret con tranquilla sicurezza si è presentato come Figlio di Dio, uguale al Padre: una follia e una bestemmia sulla bocca di qualsiasi altro. La pretesa è inaudita, ma duemila anni di storia la rendono degna almeno di essere presa in considerazione. Vale la pena esaminarla, senza pregiudizi: un pensiero è veramente libero quando non scarta in partenza nessuna ipotesi. Gesù ha detto: “Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce” (Gv 18, 37). In lui trovano risposta le domande più profonde dell’uomo e la ricerca religiosa dei popoli; in lui il viandante assetato trova l’“acqua che zampilla per la vita eterna” (Gv 4,14), come la trovò un giorno la donna di Samarìa.

[39] La conoscenza razionale di Dio dispone ad accogliere una eventuale rivelazione di lui nella storia. L’audacia inaudita della fede cristiana consiste nell’affermare che Dio si è fatto uomo, per innalzare l’uomo fino a Dio, nella comunione immediata con lui.

RIFLETTERE E INTERROGARSI

L’assenza di domanda e di ricerca è più pericolosa delle risposte sbagliate. Oggi ci si adagia facilmente nell’indifferenza, senza interrogarsi sul senso della vita. L’uomo è una grande domanda, che può essere soffocata con l’evasione o con l’attivismo. Non ci si deve contentare di risposte inadeguate. Scienza, tecnica, economia, politica non indicano il senso della vita; anzi, richiedono esse stesse di essere indirizzate verso obiettivi degni dell’uomo. Non sostituiscono, ma postulano l’etica e la religione. La sete dell’uomo è, in definitiva, sete di Dio.

Davanti ai problemi e alle domande della vita sei un ricercatore sincero della verità? Rimani vigile e libero nei confronti dei condizionamenti sociali e culturali che soffocano l’inquietudine interiore?

Sei capace di trovare momenti e spazi per la riflessione sugli aspetti che riguardano più in profondità l’esistenza personale e quella collettiva?

Il problema religioso è per te importante?

Perché è ragionevole la ricerca di Dio?

ASCOLTARE E MEDITARE LA PAROLA

O voi tutti assetati venite all’acqua, chi non ha denaro venga ugualmente;

comprate e mangiate senza denaro

e, senza spesa, vino e latte…

Cercate il Signore, mentre si fa trovare,

invocatelo, mentre è vicino.

L’empio abbandoni la sua via

e l’uomo iniquo i suoi pensieri;

ritorni al Signore che avrà misericordia di lui

e al nostro Dio che largamente perdona.

Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri,

le vostre vie non sono le mie vie – oracolo del Signore.

Quanto il cielo sovrasta la terra,

tanto le mie vie sovrastano le vostre vie,

i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri.

(Is 55,1.6-9)

Si può leggere anche:

(Gv 4,1-42.) Arrivò una donna di Samarìa ad attingere acqua.

(At 17,26-28) Il cammino religioso dell’umanità.

(Rm 1,18-32) La conoscenza di Dio è possibile attraverso la creazione.

(Sal 25,1-15.) Fammi conoscere, Signore, le tue vie; guidami nella tua verità.

Lo splendore della verità rifulge in tutte le opere del Creatore e, in modo particolare, nell’uomo creato a immagine e somiglianza di Dio: la verità illumina l’intelligenza e informa la libertà dell’uomo, che in tal modo viene guidato a conoscere e ad amare il Signore… Nessuna tenebra di errore e di peccato può eliminare totalmente nell’uomo la luce di Dio Creatore. Nella profondità del suo cuore permane sempre la nostalgia della verità assoluta e la sete di giungere alla pienezza della sua conoscenza. Ne è prova eloquente l’inesausta ricerca dell’uomo in ogni campo e in ogni settore. Lo prova ancor più la sua ricerca sul senso della vita.

(GIOVANNI PAOLO II, Veritatis splendor, 1)

PREGARE E CELEBRARE

Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio.

L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente:

quando verrò e vedrò il volto di Dio?

(Sal 42,2-3)

O Verità, che illumini il mio cuore, fa’ che non siano le tenebre a parlarmi!…

La mia vista si è oscurata…,

ma io mi sono ricordato di te.

Ho sentito la tua voce…

che mi gridava di tornare;

a stento l’ho udita

a causa del chiasso degli uomini insoddisfatti;

ma ecco che ora torno

assetato e desideroso della tua fonte.

Nessuno mi impedisca di avvicinarmi ad essa:

ne berrò e vivrò!

(SANT’AGOSTINO, Confessioni, 12, 10, 10)

PROFESSARE LA FEDE

L’uomo viene da Dio e va a Dio: soltanto in lui può trovare la verità e la felicità che cerca incessantemente.

Creato a immagine di Dio, l’uomo è capace di conoscerlo con certezza, mediante la propria ragione. Con questa ricerca si dispone a incontrare Dio nella sua rivelazione, per lasciarsi introdurre nel mistero della sua vita.

LA TRADIZIONE APOSTOLICA

Articolo 2: LA TRASMISSIONE DELLA RIVELAZIONE DIVINA

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Dio “vuole che tutti gli uomini siano salvati ed arrivino alla conoscenza della verità” ( 1Tm 2,4 ), cioè di Gesù Cristo [Cf Gv 14,6 ]. E’ necessario perciò che il Cristo sia annunciato a tutti i popoli e a tutti gli uomini e che in tal modo la Rivelazione arrivi fino ai confini del mondo:

Dio, con la stessa somma benignità, dispose che quanto Egli aveva rivelato per la salvezza di tutte le genti, rimanesse sempre integro e venisse trasmesso a tutte le generazioni [Conc. Ecum. Vat. II, Dei Verbum, 7].

I. La Tradizione apostolica

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“Cristo Signore, nel quale trova compimento tutta la Rivelazione del sommo Dio, ordinò agli Apostoli di predicare a tutti, comunicando loro i doni divini, come la fonte di ogni verità salutare e di ogni regola morale, il Vangelo che, prima promesso per mezzo dei profeti, Egli ha adempiuto e promulgato di sua bocca” [Conc. Ecum. Vat. II, Dei Verbum, 7].

La predicazione apostolica…

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La trasmissione del Vangelo, secondo il comando del Signore, è stata fatta in due modi:

– oralmente, “dagli Apostoli, i quali nella predicazione orale, con gli esempi e le istituzioni trasmisero sia ciò che avevano ricevuto dalla bocca, dal vivere insieme e dalle opere di Cristo, sia ciò che avevano imparato per suggerimento dello Spirito Santo”;

– per iscritto, “da quegli Apostoli e uomini della loro cerchia, i quali, sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, misero in iscritto l’annunzio della della salvezza” [Conc. Ecum. Vat. II, Dei Verbum, 7].

…continuata attraverso la successione apostolica

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“Affinché il Vangelo si conservasse sempre integro e vivo nella Chiesa, gli Apostoli lasciarono come successori i vescovi, ad essi affidando il loro proprio compito di magistero” [Conc. Ecum. Vat. II, Dei Verbum, 7]. Infatti, “la predicazione apostolica, che è espressa in modo speciale nei libri ispirati, doveva essere conservata con successione continua fino alla fine dei tempi” [Conc. Ecum. Vat. II, Dei Verbum, 7].

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Questa trasmissione viva, compiuta nello Spirito Santo, è chiamata Tradizione, in quanto è distinta dalla Sacra Scrittura, sebbene ad essa strettamente legata. Per suo tramite “la Chiesa, nella sua dottrina, nella sua vita e nel suo culto, perpetua e trasmette a tutte le generazioni, tutto ciò che essa è, tutto ciò che essa crede” [Conc. Ecum. Vat. II, Dei Verbum, 7]. “Le asserzioni dei santi Padri attestano la vivificante presenza di questa Tradizione, le cui ricchezze sono trasfuse nella pratica e nella vita della Chiesa che crede e che prega” [Conc. Ecum. Vat. II, Dei Verbum, 7].

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In tal modo la comunicazione, che il Padre ha fatto di sé mediante il suo Verbo nello Spirito Santo, rimane presente e operante nella Chiesa: “Dio, il quale ha parlato in passato, non cessa di parlare con la Sposa del suo Figlio diletto, e lo Spirito Santo, per mezzo del quale la viva voce del Vangelo risuona nella Chiesa, e per mezzo di questa nel mondo, introduce i credenti a tutta intera la verità e fa risiedere in essi abbondantemente la Parola di Cristo” [Conc. Ecum. Vat. II, Dei Verbum, 7].

Receive the fullness of God’s love and joy

Daily Reading & Meditation

Monday – Feast of the Apostle Matthias (May 14): Receive the fullness of God’s love and joy
Scripture: John 15:9-17  (alternate reading: John 16:29-33)

9 As the Father has loved me, so have I loved you; abide in my love. 10 If you keep my commandments, you will abide in my love, just as I have kept my Father’s commandments and abide in his love. 11 These things I have spoken to you, that my joy may be in you, and that your joy may be full. 12 “This is my commandment, that you love one another as I have loved you.

13 Greater love has no man than this, that a man lay down his life for his friends. 14 You are my friends if you do what I command you. 15 No longer do I call you servants, for the servant does not know what his master is doing; but I have called you friends, for all that I have heard from my Father I have made known to you. 16 You did not choose me, but I chose you and appointed you that you should go and bear fruit and that your fruit should abide; so that whatever you ask the Father in my name, he may give it to you. 17 This I command you, to love one another.

Meditation: How can love lead to immeasurable joy? Jesus tells his disciples that he is united with his Father in heaven in a perfect bond of mutual love, honor, and joy in one another. Their love is inseparable and unbreakable. That is why the Son delights in obeying the eternal Father who loves him with infinite love. The Father and Son invite all to join in their eternal bond of love and friendship. How can we enter into that unbreakable bond of  love and friendship? Jesus, the Word of God who became flesh for us, shows us the way – keep my word, keep my commandments. If you abide in my word you will know my love and that love will fill you with immense joy – a joy which is unsurpassing, exalted, and unfading (2 Peter 1:3,8).

A new command of love 
Jesus’ commands are not hard or burdensome for those who know his love and mercy. The Lord fills us with his Spirit and transforms our hearts to be like his heart. Paul  the Apostle reminds us that “God’s love has been poured into our hearts through the Holy Spirit, who has been given to us” (Romans 5:5). Jesus gave his disciples a new commandment – a new way of love and fruitful service which is empowered by his Holy Spirit. We are called to love and serve others just as Jesus has loved us with heartfelt compassion, kindness, and mercy. Jesus proved his love for us by laying down his life for us, even to death on the cross. Our love for God is a response to his exceeding love for us through the gift of his Son, the Lord Jesus Christ.

How do we prove our love for God and grow in the knowledge and depth of his unfathomable love? The same way Jesus did – by embracing the way of the cross each and every day. What is the cross in my life? When my will crosses with God’s will, then his will must be done. If we accept God’s way of love, truth, and wisdom, then we will discover the joy and freedom of loving, serving, and laying down our lives for others, just as Jesus freely laid down his life for each and every one of us. Do you know the joy of being united with the Lord Jesus in a bond of unbreakable love and peace?

A Friend of God 
One of the special marks of favor shown in the Scriptures is to be called the friend of God. God called Abraham his friend (Isaiah 41:8), and God spoke with Moses as a “man speaks with his friend” (Exodus 33:11). Jesus, the Lord and Master, calls the disciples his friends rather than his servants (John 15:15). What does it mean to be a friend of God? Friendship certainly entails a relationship of love which goes beyond mere duty or loyalty. Scripture tells us that “a friend loves at all times; and a brother is born for adversity” (Proverbs 17:17).

The distinctive feature of Jesus’ relationship with his disciples was his personal and unconditional love and care for them. He loved his own to the very end (John 13:1). He loved his disciples selflessly and generously because his love was wholly directed to their good. His love was costly and sacrificial – he gave not only the best he had, but all that he had. He gave his very own life in order to bring the abundant everlasting life of the eternal Father to those who believed in him.

The fire of Christ’s love purifies and transforms
The love of Jesus Christ compels us to give our best not only to God but to our neighbor who is created in the image and likeness of God. God’s love purifies and transforms us into the likeness of Christ. The Lord Jesus promises that those who abide in his love will bear much fruit for the kingdom of God – fruit that will last for eternity as well (John 15:16). If you seek to unite your heart with the heart of Jesus, your life will bear abundant fruit – the fruit which comes from the Holy Spirit who dwells within us – the fruit of love, joy, peace, goodness, and friendship which lasts forever (Galatians 5:22-23).

“Lord Jesus, fill me with your Holy Spirit and make me fruitful in your love, mercy, kindness, and compassion. May there be nothing in my life which keeps me from your love and joy.”

Psalm 113:1-8

1 Praise the LORD! Praise, O servants of the LORD, praise the name of the LORD! 
2 Blessed be the name of the LORD from this time forth and for evermore! 
3 From the rising of the sun to its setting the name of the LORD is to be praised! 
4 The LORD is high above all nations, and his glory above the heavens! 
5 Who is like the LORD our God, who is seated on high, 
6 who looks far down upon the heavens and the earth? 
7 He raises the poor from the dust, and lifts the needy from the ash heap, 
8 to make them sit with princes, with the princes of his people.

Daily Quote from the early church fathers: Love your enemy and make a friend, by Gregory the Great, 540-604 A.D.

“The unique, the highest proof of love is this, to love the person who is against us. This is why Truth himself bore the suffering of the cross and yet bestowed his love on his persecutors, saying, ‘Father, forgive them for they know not what they do’ (Luke 23:34). Why should we wonder that his living disciples loved their enemies, when their dying master loved his? He expressed the depth of his love when he said, ‘No one has greater love that this, than that he lay down his life for his friends’ (John 15:13).’ The Lord had come to die even for his enemies, and yet he said he would lay down his life for his friends to show us that when we are able to win over our enemies by loving them, even our persecutors are our friends.” (excerpt from FORTY GOSPEL HOMILIES 27)


Meditations may be freely reprinted for non-commercial use – please cite: copyright (c) 2018 Servants of the Word, source:  www.dailyscripture.net, author Don Schwager

INNO PASQUALE

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 9 novembre 2005

Salmo 135,1-9
Inno pasquale
Vespri – Lunedì 4a settimana

1. È stato chiamato «Il grande Hallel», ossia la lode solenne e grandiosa che il giudaismo intonava durante la liturgia pasquale. Parliamo del Salmo 135, del quale abbiamo ora ascoltato la prima parte, secondo la divisione proposta dalla Liturgia dei Vespri (cfr vv. 1-9).

Fermiamoci innanzitutto sul ritornello: «Eterna è la sua misericordia». Al centro della frase risuona la parola «misericordia» che, in realtà, è una traduzione legittima, ma limitata, del vocabolo originario ebraico hesed. Questo, infatti, fa parte del linguaggio caratteristico usato dalla Bibbia per esprimere l’alleanza che intercorre tra il Signore e il suo popolo. Il termine cerca di definire gli atteggiamenti che si stabiliscono all’interno di questa relazione: la fedeltà, la lealtà, l’amore ed evidentemente la misericordia di Dio.

Abbiamo qui la raffigurazione sintetica del legame profondo e interpersonale instaurato dal Creatore con la sua creatura. All’interno di tale rapporto, Dio non appare nella Bibbia come un Signore impassibile e implacabile, né un essere oscuro e indecifrabile, simile al fato, contro la cui forza misteriosa è inutile lottare. Egli si manifesta invece come una persona che ama le sue creature, veglia su di esse, le segue nel cammino della storia e soffre per le infedeltà che spesso il popolo oppone al suo hesed, al suo amore misericordioso e paterno.

2. Il primo segno visibile di questa carità divina – dice il Salmista – è da cercare nel creato. Poi sarà di scena la storia. Lo sguardo, colmo di ammirazione e di stupore, si sofferma innanzitutto sulla creazione: i cieli, la terra, le acque, il sole, la luna e le stelle.

Prima ancora di scoprire il Dio che si rivela nella storia di un popolo, c’è una rivelazione cosmica, aperta a tutti, offerta all’intera umanità dall’unico Creatore, «Dio degli dei» e «Signore dei signori» (cfr vv. 2-3).

Come aveva cantato il Salmo 18, «i cieli narrano la gloria di Dio, e l’opera delle sue mani annunzia il firmamento. Il giorno al giorno ne affida il messaggio e la notte alla notte ne trasmette notizia» (vv. 2-3). Esiste, dunque, un messaggio divino, segretamente inciso nel creato e segno del hesed, della fedeltà amorosa di Dio che dona alle sue creature l’essere e la vita, l’acqua e il cibo, la luce e il tempo.

Bisogna avere occhi limpidi per contemplare questo svelamento divino, ricordando il monito del Libro della Sapienza, che ci invita a «conoscere dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia l’Autore» (Sap 13,5; cfr Rm 1,20). La lode orante sboccia allora dalla contemplazione delle «meraviglie» di Dio (cfr Sal 135,4), dispiegate nel creato e si trasforma in gioioso inno di lode e di ringraziamento al Signore.

3. Dalle opere create si ascende, dunque, alla grandezza di Dio, alla sua amorosa misericordia. È ciò che ci insegnano i Padri della Chiesa, nella cui voce risuona la costante Tradizione cristiana.

Così, san Basilio Magno in una delle pagine iniziali della sua prima omelia sull’Esamerone, in cui commenta il racconto della creazione secondo il capitolo primo della Genesi, si sofferma a considerare l’azione sapiente di Dio, ed approda a riconoscere nella bontà divina il centro propulsore della creazione. Ecco alcune espressioni tratte dalla lunga riflessione del santo Vescovo di Cesarea di Cappadocia:

«”In principio Dio creò il cielo e la terra”. La mia parola si arrende sopraffatta dallo stupore di questo pensiero» (1,2,1: Sulla Genesi [Omelie sull’Esamerone], Milano 1990, pp. 9.11). Infatti, anche se alcuni, «tratti in inganno dall’ateismo che portavano dentro di sé, immaginarono l’universo privo di guida e di ordine, come in balìa del caso», lo scrittore sacro invece «ci ha subito rischiarato la mente col nome di Dio all’inizio del racconto, dicendo: “In principio Dio creò”. E quale bellezza in questo ordine!» (1,2,4: ibidem, p. 11). «Se dunque il mondo ha un principio ed è stato creato, cerca chi gli ha dato inizio e chi ne è il Creatore… Mosè ti ha prevenuto col suo insegnamento imprimendo nelle nostre anime quale sigillo e filatterio il santissimo nome di Dio, quando dice: “In principio Dio creò”. La natura beata, la bontà esente da invidia, colui che è oggetto d’amore da parte di tutti gli esseri ragionevoli, la bellezza più d’ogni altra desiderabile, il principio degli esseri, la sorgente della vita, la luce intellettiva, la sapienza inaccessibile, Egli insomma, “in principio creò il cielo e la terra”» (1,2,6-7: ibidem, p. 13).

Trovo che le parole di questo Padre del IV secolo siano di un’attualità sorprendente quando dice: “Alcuni, tratti in inganno dall’ateismo che portavano dentro di sé, immaginarono un universo privo di guida e di ordine, come in balìa del caso”. Quanti sono questi “alcuni” oggi. Es