Evita le critiche e i giudizi interni

  Osserva, anche per un solo giorno, il corso dei tuoi pensieri: ti sorprenderà la frequenza e la vivacità delle tue critiche interne con immaginari interlocutori, se non altro con quelli che ti stanno vicino. Qual è di solito la loro origine?

  Questo: lo scontento a causa dei vicini più stretti che non ci vogliono bene, non ci stimano, non ci capiscono; sono severi, ingiusti o troppo gretti con noi o con altri “oppressi”. Siamo scontenti dei nostri fratelli soprattutto dei più vicini: la Famiglia, gli amici, i conoscenti, i colleghi di lavoro, ecc.

  Allora nel nostro spirito si crea un tribunale, nel quale siamo procuratore, presidente, giudice e giuria; raramente avvocato, se non a nostro favore. Si espongono i torti; si pesano le ragioni; ci si difende; ci si giustifica; si condanna l’assente. Da qui nasce  la vendetta, il rancore, la rabbia, con un enorme spreco di forze e, cosa peggiore, il declino totale della nostra maturazione.

Solo chi si radica in Dio nel silenzio capisce il vantaggio dell’essere disprezzati  e derisi non per passività civile o morale ma per fortezza interiore. Dal tuo tribunale interiore purtroppo non esce mai nulla di buono; si falsifica la capacità di giudizio di te stesso e degli altri e, cosa disdicevole, non camminerai nella verità con i tuoi fratelli.

L’atteggiamento di Gesù in questo è esemplare, Egli, nel pretorio, taceva. Quando il turbine della tua indignazione irrompe, ripeti con tranquilla dolcezza: “Gloria al Padre, al Figlio, allo Spirito santo”. Sprofondati nell’amore, nella gloria e nella gioia delle Persone divine; non pensare a te stesso. Nulla turba la radiosa e impassibile felicità della santissima Trinità. Non ha valore né importanza quello che pensano gli uomini: sei quello che Dio vede, nulla più.

Il dovere contemplativo è un dovere che nasce dallo Spirito. Dalla tua contemplazione nascono le tue ragioni e la tua capacità di convincere; la Verità compie la Sua strada sia attraverso te che oltre te stesso. Sarà lo Spirito che ti dirà di tacere o di parlare ma solo se dai priorità al Silenzio. Lo zelo per la casa del Signore è cosa seria ma nasce dall’adorazione e dal silenzio prima che dall’orgoglio ferito.

Magari fosse così anche la vita politica; magari il sociale nascesse dal silenzio e non da una gara di parole ci sarebbe un vero progresso etico e collettivo invece di una babele delle passioni.

L’OTTIMISMO

(ossia: guardare attraverso gli occhiali dell’amore)

Quando a Francesco fu chiesto chi fosse per lui il Frate minore perfetto e quali virtù dovesse possedere, egli rispose che Frate minore perfetto era quegli che riassumeva in sé la vita e le attitudini dei seguenti santi Frati:

‘Va fede di Bernardo, che la ebbe perfetta insieme con l’amore della povertà; la semplicità e la purità di Leone, che rifulse veramente di santissima purità; la cortesia di Angelo, che fu il primo cavaliere entrato nell’Ordine e fu adorno di ogni gentilezza e bontà; l’a­spetto attraente e il buon senso di Masseo, con il suo parlare bello e devoto; la mente elevata nella contem­plazione che ebbe Egidio fino alla più alta perfezione; la virtuosa incessante orazione di Rufino, che prega­va anche dormendo e in qualunque occupazione aveva incessantemente lo spirito unito al Signore; la pazienza di Ginepro, che giunse a uno stato di pa­zienza perfetto con la rinunzia alla propria volontà e con l’ardente desiderio d’imitare Cristo seguendo la via della croce; la robustezza fisica e spirituale di Giovanni delle Lodi, che a quel tempo sorpassò per vi­goria tutti gli uomini; la carità di Ruggero, la cui vita e comportamento erano ardenti di amore; la santa in­quietudine di Lucido, che, sempre all’erta, quasi non voleva dimorare in un luogo più di un mese, ma quando vi si stava affezionando, subito se ne allonta­nava, dicendo: Non abbiamo dimora stabile quaggiù, ma, in cielo”.

Avere la capacità di scoprire nel prossimo il po­sitivo e metterlo in luce ringraziandone il Signore è avere ottimismo.

Nessuno potrà mai eguagliare l’ottimismo di Dio a riguardo dell’uomo, quell’ottimismo che Lo spinge a non guardare ai peccati dell’uomo, in vista del pentimen­to, quell’ottimismo fatto di speranza e di fiducia, ma soprattutto di amore che si ostina a credere nella bontà dell’uomo nonostante le cocenti delusioni che Gli regaliamo ad ogni pié sospinto.

Sarebbe utile, anzi direi necessario per crescere nella stima altrui e nella gratitudine, esercitarsi nello scoprire in ogni fratello o sorella quel dono prezioso, unico e irrepetibile di cui il Signore l’ha reso deposi­tario.

È bello benedire il Signore per il dono, la virtù che brilla maggiormente nel prossimo. È in tal modo che si coltiva e cresce la stima reciproca e la ricono­scenza a Dio per il dono di ciascuna.

La Fraternità che il Signore mi ha donato (e qui mi passano davanti agli occhi una per una le mie Sorelle) non sarebbe quella che è senza lo zelo e la schiettezza di quella Sorella, senza la giovialità di quell’altra o la laboriosità di quell’altra ancora, il gu­sto dell’ordine di Sr. X, l’umiltà e l’obbedienza senza pari di Sr. Y, la semplicità e la trasparenza di quell’al­tra Sorella, e così via…

Guardando e ammirando nelle altre una virtù particolare e ringraziandone il Signore, è come se quella virtù appartenesse anche a me e difatti mi ap­partiene poiché siamo un cuore solo e un’anima sola. Al contrario degli effetti devastanti procurati dall’invidia, il benedire il Signore di vero cuore per il bene che opera nel nostro prossimo è divenire par­tecipi di quel bene.

Certamente il fatto di evidenziare il bene presen­te in ciascuna, non significa ignorare le ombre che ognuna si porta dentro, siamo persone incamminate verso una meta (la perfezione del Padre Celeste) ma non ancora arrivate (guai se ci consideriamo tali) ma l’ottimismo ci permette di guardare la realtà con gli occhi positivi dell’amore, avendo fiducia nel fatto che Dio può trarre (e difatti lo trae) il bene dal male e tutto volge al bene di coloro che Egli ama.

Il Signore ci conceda uno sguardo penetrante che sappia scoprire il bene presente negli altri e se il nostro sguardo miope non accenna a vedere attorno a noi altro che difetti, abbiamo almeno l’umiltà di chiedere a Dio che ci fornisca un paio di occhiali, gli occhiali dell’amore, la nostra vista ne beneficierà e vedremo cose sorprendenti!

31 maggio – PREGHIERA DELL’ANIMA SCHIAVA

PREGHIERA A GESÙ

Amabilissimo mio Gesù, dal profondo del mio cuore ti rin­grazio per la grazia inestimabile di essermi dato, con questa santa Schiavitù, alla tua Santa Madre, al fine di averla presso di te, Avvocata e Mediatrice, in tutte le mie necessità.

Mio Gesù e mio Dio, così grande è la mia miseria, che sen­za questa buona Madre, non ci sarebbe per me alcuna speranza e salvezza.

Si, lo riconosco: Ella mi è veramente necessaria per non in­correrete nel tuo giusto sdegno, avendoti io tanto offeso, e per allontanare i castighi della tua giustizia, meritati con i miei pec­cati; mi è necessaria per presentarmi a Te, per pregarti e per pia­certi; mi è necessaria per fare la tua santa volontà e per cercare in tutto la tua maggiore gloria.

Come vorrei, o mio Gesù, far conoscere al mondo intero la misericordia che hai avuto con me! Dire a tutti che senza la tua Santa Madre, io sarei dannato! Oh, potessi degnamente ringra­ziarti di così grande favore!

Maria è in me! Quale tesoro e quale consolazione! Come potrò io non essere tutto suo? Quanto sarei ingrato, o mio Salvatore!

Preferisco morire, piuttosto di non appartenere totalmente a Lei. Già tante volte, come Giovanni l’evangelista ai piedi della croce, l’ho presa per ogni mio bene; tante volte mi sono a Lei consacrato. Ma, se tutto questo io non l’ho fatto come Tu desi­deri, voglio ora, mio caro Gesù, farlo come a Te piace.

Ti prego che se scorgi in me, sia nel corpo, sia nell’anima, qualcosa che non appartiene totalmente a questa mia augusta Sovrana, Tu lo tolga e lo getti via lontano da me, perché so che ciò che a Lei non appartiene, non può essere degno di Te. Amen.

L’Amore non si fa attendere

L’Amore di Dio sprona l’uomo ad essere buono, mite, umile, deside­roso di convertirsi per corrispondere all’Amore di cui è fatto oggetto.

L’uomo di Dio racchiude in se stesso grazie copiose e sante che Dio gli ha donato perchè sapientemente ed umilmente Lo sappia testimo­niare.

Dio ama l’uomo, lo vuole per Sè perchè a Lui appartiene, ogni gior­no lo attira compiendo nel suo cuore le meraviglie del suo Amore.

Con quanta Potenza e Sapienza il Signore opera nei nostri cuori! Ci vuole ammaestrare indicandoci le vie dell’Amore e della Pace.

Dio tutto vede ed a tutto provvede. Tutto compirà secondo il suo Vo­lere. Il Bene sconfiggerà il male.

Dobbiamo chiedere di essere illuminati su ciò che Gesù vuole da noi per poter ubbidire solo a Lui. Dio si compiace di coloro che a Lui si sottomettono e sono ubbidienti. La sua Pazienza è inesauribile e sempre benevola.

Sta però a noi non farLo troppo aspettare perchè in un qualsiasi mo­mento del giorno o della notte ci può convocare.

Teniamo sempre le lampade accese e non allontaniamoci dal retto cammino, ma perseveriamo ogni giorno nella fede, nella preghiera, nella speranza, nella carità, perchè cosi vuole il Signore. 

Soffocare il mormorio interiore

L’anima creata e ricreata con il Battesimo è stata avvolta da un silenzio che è pudore e creazione.

Il Silenzio è musica, è danza estetica in cui Dio colma l’anima vergine della Sua presenza.

Man mano il mondo vi irrompe con il suo “rumore” e con il suo mormorio.. cercando di soffocare la voce di Dio. Ecco perché urge un ritorno al Silenzio Battesimale.

La disciplina del Silenzio compie, congiuntamente alla Grazia, quello che i sedimenti del tempo hanno accumulato sulla nostra anima confusa, obnubilata, disturbata dal rumore esterno ed interno.

Porre le condizioni esterne del Silenzio sono le prime condizioni per un silenzio interno che spegne la fuga da sé e fa ritornare alla consapevolezza battesimale con un cuore da adulti e da bambini allo stesso tempo. Ecco perché Gesù ci dice “se non ritornerete come bambini..” non parla di ritornare infantili, ma bambini.  

   

  1. Il Mormorio dei ricordi.

  Il peccato originale ci ha ferito al punto tale da cristallizzarci sul ricordo del male. Non solo ciò è controproducente ai fini di una crescita ma ci fa perdere una quantità smisurata di tempo ed energia.

Il male è un “nulla”: perché ricordarsene? Occorre pensare solo alla grazia che ci ha salvato, alla Sua eterna giovinezza e fioritura. Dio ha distrutto tutto: Lui non fa collezione di “nulla”!

Serbare per Lui un cuore finalmente contrito, pacifico e tenero: questa è la compunzione.

Altro aspetto significativo è la desatellizzazione dai ricordi. Siamo ancorati come amebe ai ricordi, mentre essi vanno totalmente ridimensionati in Dio. Quel tale ci ha fatto così… mio padre era inesistente.. mia madre mi ha abbandonato.. quel compagno/a mi ha tradito… quei compagni di scuola mi hanno preso in giro… lo stato mi ha tolto tutto…

I ricordi pian piano diventano idolatria, un culto costante delle nostre paure e ansie.. però così facendo dimentichiamo che tutto può essere cambiato dalla Grazia e che, solo se noi viviamo nella Grazia, possiamo cambiare il passato in un futuro fecondo. C’è una forma sottile di lussuria nel coltivare i ricordi, una sensualità disordinata che ci impedisce di aderire al reale e ci incatena per il futuro. Fa silenzio, Taci, dobbiamo dire a questi ricordi, taci nel nome di Cristo. Come Egli, il maestro diceva a satana. Questo è lavoro e fatica, ma è prima ancora scelta, scelta di essere liberi e di fissarci solo in Dio. Come S. Paolo, non guardare a quanto ti sta dietro, ma a ciò che hai davanti: Gesù Cristo.

  Fuggi – nei limiti del possibile – i contatti vivi con quanto ti fa presente ciò che hai lasciato: visite, conversazioni, lettere che ti ravvivano l’immagine di un mondo che si fa tanta fatica a dimenticare! Per quanto l’obbedienza e la carità vere lo permettono riduci i rapporti orali ed epistolari con l’esterno. La memoria è un accumulatore terribile; conserva tesori per future distrazioni. Quanto più il tuo spirito sarà libero da immagini mondane, tanto più risplenderà in te la luce del volto di Dio.

  Consegnare nella tenerezza ogni relazione terrena nel cuore di Dio, anche quella significativa, è l’unico modo di amare con passione e rispetto. Amare tutti e ciascuno in Lui. E’ un amore infinitamente più profondo e più efficace. Augura ai tuoi amici l’amore di Dio: è l’unico vero bene. Glielo otterrà la fedeltà alla tua sequela Christi; il compromesso invece impedirà a Dio di donarsi a coloro che ami. Gesù per salvarci ha abbandonato sua madre. Di fatto, separandosene se l’è unita più strettamente. Si stava bene presso il focolare di Nazaret, e l’andarsene ha spezzato i cuori e fatto scorrere le lacrime. La morte del cuore di Cristo che lascia la propria famiglia per servire il Regno è il continuum scelto e necessario che il Verbo del Padre ha cominciato con l’incarnazione (Fil. 2).. non c’è incarnazione senza desatellizzazione, non c’è desatellizzazione senza silenzio, non c’è peso esatto dei ricordi senza amore.

  1. Disciplina la curiosità

La Curiosità, il sapere e la conoscenza sono cosa buona ma bisogna stare attenti al morbo della concupiscenza che le può inquinare. Dietro il sapere si può nascondere una sottile lussuria “originale” che non pilota la ricerca verso la vita contemplativa, che è il fine  e il principio di ogni battezzato. Conoscere, adorare e amare e lodare Dio è il l’alfa e l’omega di ogni Cristiano prostrandosi dinanzi al trono di Dio cantando, con la voce o con il silenzio: “Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza e forza sono il nostro Dio per i secoli dei secoli”.

  Sono da tener lontane soprattutto tre curiosità:

  quella delle “novità”

  del comportamento altrui

  infine, forse la più temibile, la curiosità intellettuale, che si ammanta di apparenti pretesti e indurisce nell’orgoglio.

  Conosci il mondo ma per pregare per esso, “senza voltarti indietro”. L’amore di Dio (che abbraccia quello del prossimo) è la sola realtà che ti può trascinare alla sequela di Gesù, e con te il mondo. A questa azione efficace nulla aggiunge quanto sai di esso. Pochi però sono capaci di capirlo. Tra i mali peggiori dell’uomo vi è la mormorazione che nasce da una “lussuriosa” curiosità, dal gossip salottiero; dinamica deviante delle relazioni su cui, purtroppo, si imposta buona parte della televisione e dei mass-media. Quello che ascolti circa una persona, le sue entrate o uscite, risveglia in te immagini, riflessioni, critiche, valutazioni interiori: è questo che Dio non ama.

Fissare lo sguardo sull’eterno, o su quanto ti riflette automaticamente la sua bellezza: la natura e le anime nelle quali si riflette. Ti basta sapere che Dio ama tanto gli uomini, che tiene nelle sue mani il loro cuore e ha effuso su di loro il frutto dei meriti dei santi. I contemplativi “salvano” il mondo proprio perché lo portano costantemente a Dio e lasciano a Lui il potere della storia. Potere che è sempre attivo ma che desidera l’assenso del contemplativo e del non-mormoratore per operare efficacemente in tante micro e macro situazioni.

  Prega per chi ne ha incarico. Servi chi serve; prima di criticare o di aver coscienza critica abbi coscienza orante e adorante verso coLui che tutto può e tutto sa. Se Dio è la tua unica preoccupazione (Mt. 6,24-34) tu ti occupi del mondo e servi fratelli e le sorelle.

  Avere la brama delle confidenze con la scusa di servire nasconde la lussuria di porsi al posto di Dio. Servi con il silenzio e quando Dio vuole con l’ascolto, impara da Maria che è l’immagine della perfetta silente adoratrice di Cristo.

Chi ha servito Cristo meglio di Maria? Chi ha cambiato la storia meglio di Maria discepola silente di Cristo? Chi ha lodato e restituito il potere al Padre meglio di Maria silente alla Passione?

  Se vuoi conservare limpido lo specchio della tua anima, non permettere che lo turbi il pensiero inutile del prossimo. Se non sei incaricato del comportamento altrui, non cercare di sapere come fanno; non formulare giudizi interiori nei loro confronti, soprattutto circa i loro difetti o le loro colpe. Prega perché Dio sia amato e servito da tutti.  Sta in pace quando gli altri non fossero quel che devono essere: fa’ in modo di esserlo tu. Sii specchio di Dio e null’altro. Solo Dio basta (S. Teresa).

  Il tuo libro preferito sarà la sacra Scrittura. Lì sarai illuminato dal Verbo. E’ cibo prelibato. Leggila con cuore umile – come ti comunichi -, con lo stesso scopo: trovare Dio. Assaggiala, assaporala, versetto per versetto, come avviene in clima di preghiera. Ogni lettera dettata da Dio è colma di Lui. Adoralo nella lettera. Gusterai l’ebbrezza della comunione alla Luce, al Verbo che Dio ha pronunciato nel tempo con parole dalle risonanze eterne. Lì troverai la scienza dei santi; l’altra scienza vale solo se sorretta da questa. Lo scientismo svanirà e rimarrà solo la scienza che è adorazione di coLui che tutto può e sa e che tutto governa con le Sue mani di Padre amoroso.

  1. Non dare spazio alle Preoccupazioni

  Gesù che conosce bene il nostro cuore ci invita a non caricarci della preoccupazione (Mt. 6,24-34).

Egli sa bene come la preoccupazione ci avvolge come una morse e inquina tutta la nostra esistenza. Essa non dipende solo da una predisposizione psicologica e da ferite del nostro passato affettivo-genitoriale ma anche da una poca fiducia in Dio. La preoccupazione è legata strettamente allo scrupolo e al bisogno di perfezione e tranquillità che ci portiamo dentro e pertanto spesso essa è una reale mancanza di fede e di abbandono in Dio. I santi, cultori dell’Infanzia spirituale, hanno ben compreso che la chiave della crescita è legata la silenzio delle preoccupazioni, all’abbandono confidente nelle mani di Dio. Tutto accade per ché Dio o lo vuole o lo permette.. solo nel silenzio possiamo comprendere quando Dio ci chiama ad accogliere e quando invece ci chiama ad agire per trasformare la realtà che ci ha consegnato. Se non c’è il silenzio ci sono mostri deformi nati dalla preoccupazione che alimentano la preoccupazione.

Dal silenzio c’è l’ascolto della voce di Dio: “Dum medium silentium tenerent omnia, et nox in suo cursu medium iter haberet, omnipotens sermo tuus, Domine, de coelis a regalibus sedibus venit: Mentre un profondo silenzio avvolgeva ogni cosa e la notte era a metà del suo percorso, la tua onnipotente parola venne dai cieli, dal trono regale”.

  Dio viene quando dorme ciò che appartiene alla terra.

IL SERVIZIO

Mi ha sempre colpito l’espressione di S. Paolo “coloro che avranno ben servito, si acquisteranno un grado onorifico e una grande sicurezza nella fede in Cristo Gesù”.

Che significa servire bene, se non servire con amore? In ogni servizio reso, le rifiniture, quei piccoli dettagli quasi trascurabili, costituiscono quel “tocco” proprio di chi serve per amore.

Non poteva bastare alla Madre S. Chiara lavare semplicemente i piedi delle serviziali (di quelle Sorelle cioè che svolgevano un servizio esterno) e non sarebbe questo già stato abbastanza? No. Per Chiara il servizio non era completo se non imprime­va sotto la pianta del piede ben aderente un bacio!

I santi non praticano la carità col contagocce, al contrario nel donarsi lo fanno senza misura e vi ag­giungono sempre ciò che potrebbe sembrare super­fluo, un’esagerazione (come poteva apparire tale il miracolo dell’acqua trasformata in vino eccellente alle Nozze di Cana o tutto quel profumo sprecato per un­gere i piedi del Maestro mentre, secondo la mentalità economica di Giuda, lo si poteva vendere per elargirne il ricavato ai poveri).

Il termine con cui Chiara ama definirsi è: serva di Cristo o ancella delle Sorelle Povere. In lei il servizio alle Sorelle è un bisogno vitale per esprimere quel­l’amore che le arde dentro e che desidera manifesta­re con le opere.

E non poteva essere diversamente poiché Chiara contemplava continuamente la vita di Cristo Gesù Signore, anelando a conformarsi a Lui che disse di non essere venuto per essere servito ma per servire e ce ne diede una prova tangibile quando, cingendosi il grembiule, cominciò a lavare i piedi ai discepoli, pur essendo il Signore e il Maestro, perché anche noi facessimo altrettanto.

Servo, prima di tutto di Jahwé, ma servo anche degli uomini. Seguendo il Suo esempio, non possia­mo dire di servire Dio se non serviamo il prossimo.

Si tratta infatti di servire Dio nel prossimo. È il Maestro che ci assicura che servendo i fratelli più piccoli, è Lui che serviamo.

Chiara, ancella di Cristo e ancella delle Sorelle, ne ricalca le orme e col suo esempio e le sue parole esorta a dimostrare esternamente, appunto nelle opere del servizio, quell’amore che le Sorelle devono nutrire le une per le altre.

Similmente S. Francesco, che vuole servire il Signore con fedeltà e senza riserve, con l’anima e con il corpo, per Suo Amore si fa servo dei lebbrosi e al loro servizio vorrebbe ritornare anche quando è ormai morente. Si fa servo dei Frati e vuole che allo stesso modo si comportino i Ministri e tutti i Frati fra di loro; serve con particolare cura e amore i Frati in­fermi e desidera e prescrive che “se uno di essi cadrà ammalato, gli altri Frati lo devono servire come vor­rebbero essere serviti essi stessi”.

È quel “di più”, quel “non richiesto” che si nota nel rendimento del servizio, quella generosità e gioia con cui si compie che manifesta l’amore.

Servire, dunque, per amore. Cos’è, ad esempio, aiutare una Sorella anziana senza regalarle una ca­rezza o un sorriso?

Il Signore ama chi dona con gioia. Il servizio com­piuto come dovere è sterile, arido. Il servire per amo­re è necessariamente un servire con gioia. Un’altra caratteristica del servizio è la gratuità. Chi serve non deve aspettarsi ricompense o gratificazioni, il servire con amore, il compiere il bene in tutte le sue forme e manifestazioni ha già in sé la ricompensa.

La ricompensa della carità è la letizia. La gradua­le purificazione dai peccati (“la carità copre una mol­titudine di peccati”), una progressiva illuminazione (anche nel senso di lucentezza, splendore del volto che tradisce, anzi manifestalo splendore dell’anima). Nella misura in cui non ci lasceremo sfuggire le occasioni per esercitare il servizio (per quanto picco­le esse siano), vincendo la naturale inclinazione alla nostra comodità, diverremo Madri, ponendo il bene altrui avanti al nostro, proprio come fa una Mamma nei confronti dei propri figli.

Non basta perciò rendere dei servizi, ma biso­gna sempre migliorare la qualità del nostro servizio. Il servizio va compiuto con discrezione, non solo senza farlo pesare ma, possibilmente, senza farlo notare, comportandosi piuttosto come persone che stanno ricevendo un servizio. E in realtà, quale ono­re è quello di servire il Figlio di Dio nei fratelli e nel­le sorelle.

Come nelle altre virtù anche in questa del servi­zio c’è un cammino graduale da compiere e cioè ma­gari le prime volte che ci viene richiesto un servizio che ci scomoda, lo compiremo con sforzo (borbot­tando interiormente o esteriormente), poi poco alla volta impareremo a compierlo volentieri e con gioia, in seguito addirittura avremo la delicatezza di preve­nire i bisogni e i desideri del prossimo. C’è da com­piere un cammino di ascolto e di docilità alla voce dello Spirito che ci ammaestra e ci corregge, ci esor­ta e ci incoraggia per farci giungere alla perfezione dell’amore.

30 maggio – Preghiera di consacrazione a Maria

Ave, o Maria, Figlia prediletta dell’Eterno Padre,

Ave, o Maria, Madre ammirabile del Figlio di Dio,

Ave, o Maria, Sposa Immacolata dello Spirito Santo,

Ave, o Maria, mia cara Madre, mia amabile Signora e po­tente Regina.

Ave, o Maria, mia gioia, mia gloria, cuore mio ed anima mia.

Tu sei tutta mia per misericordia ed io sono tutto tuo per giustizia; però non lo sono quanto dovrei e quanto Tu desideri; per questo Ti rinnovo la mia offerta come schiavo eterno, nulla riservando a me o a qualsiasi creatura.

Ti supplico, o mia Signora, se Tu scorgi in me qualcosa che ancora non ti appartiene, prendilo e sii Tu assoluta Padrona di tutto.

Distruggi, sradica, annienta in me tutto ciò che dispiace a Dio; pianta e fa’ crescere tutto ciò che a Te piace.

La luce della tua fede dissipi le tenebre del mio spirito; la tua umiltà profonda si sostituisca al mio orgoglio; la tua subli­me contemplazione mi liberi dalle distrazioni della mia imma­ginazione vagante; la tua visione ininterrotta di Dio riempia la mia mente della tua presenza operante; l’incendio amoroso del tuo Cuore dilati ed infiammi il mio, così freddo ed insensibile; lo splendore della tua grazia adorni la mia anima e mi renda ac­cetto agli occhi di Dio.

Ti chiedo infine, o Madre mia amatissima, di darmi il tuo spirito per conoscere Gesù e quanto da me desidera; la tua ani­ma per lodare e glorificare il Signore; il tuo cuore per amare Dio con puro ed ardente amore, come lo ami Tu.

lo non ti chiedo né visioni, né rivelazioni e neppure godi­menti spirituali. Tua è la visione chiara di Dio; tuo il puro godimento di Lui; tua la gloria alla destra del Figlio tuo, nel Cielo; tuo il dominio sovrano sugli angeli, gli uomini e i demoni; tuo il potere di disporre a piacimento di tutti i beni di Dio.

Questa, o divina Maria, è la tua condizione celeste e il mio cuore di schiavo ne gioisce immensamente. Per me altro non chiedo se non quanto Tu avesti sulla terra: credere, senza gusta­re e vedere; soffrire con gioia, senza il conforto di alcuna crea­tura; morire costantemente a me stesso; lavorare senza posa per Te, fino alla morte, senza alcuna ricompensa, come il più inutile dei tuoi schiavi.

La sola cosa che per pura misericordia Ti chiedo è questa: dire ad ogni istante tre volte Amen:

Amen a quanto hai fatto sulla Terra, Amen a quello che fai ora in Cielo, Amen a tutto ciò che fai nell’anima mia, perché sii Tu sola in me a glorificare pienamente Gesù, nel tempo e nell’eternità. Amen.

Accoglimi, o Madre! Prendimi con te, tienimi per mano, strin­gimi al tuo cuore, oggi e sempre. Io sono tuo figlio e tu sei mia Madre, questo mi rende sicuro, dà pace al mio cuore, riempie di speranza la mia vita e illumina il mio passato, il mio presente e il mio futuro. Tu mi fai vivere l’eterno nel tempo ed io a tutto voglio dirti Sì e Grazie, con amore di figlio. Amen

Il vero Amore

L’uomo necessita dell’Amore del Padre, lo deve sperimentare, lo de­ve coltivare e far crescere nel suo cuore, abbandonandosi totalmente ed umilmente a questo Amore.

Come può l’uomo agire, lavorare, pensare, meditare e decidere se nel suo cuore non vi è l’Amore Santo e Puro del Padre? Come può vive­re in pace e portare pace?

L’uomo, troppo spesso, confonde l’amore umano con quello Divino e ne fa triste esperienza quando nel suo vivere umano non si accorge di abbandonare l’Amore Divino.

L’uomo da sè non può fare nulla, non è in grado di conoscere il Vole­re del Padre nei suoi riguardi. Allora diventa materiale, superficiale, si lascia sedurre dal male che lo fa peccare.

Il bene dell’uomo è l’amore e la pace. Per questo Gesù si è lasciato crocifiggere, perchè l’uomo potesse sperimentare la Vera Pace, il Ve­ro Amore, la Vera Compassione che provengono dal Cuore del Padre.

Se l’uomo non si lascia convertire, se non vuole cambiare, cammina nel­la via del male che lo porterà alla disperazione e alla perdizione eterna. Il male produce la morte; l’Amore è sorgente di vita.

Dobbiamo lasciarci attrarre dalla chiamata del Padre, dobbiamo la­sciarci condurre da Lui verso la Gioia, l’Amore e la Pace.

Questo è il fine ultimo della nostra vita, il traguardo che ogni uomo deve raggiungere.

Solo l’Amore è Fonte di Grazia e di Benedizione ed è solo con l’A­more che riusciremo a presentarci in Grazia davanti a Dio, l’Onnipo­tente, l’Eterno, l’Altissimo.

Beato l’uomo che vive e muore nel Signore. Lui lo accoglierà, lo farà sedere accanto a sè. L’uomo, pur essendo servo inutile, si accorgerà che nell’avere posseduto sin da quaggiù sulla terra l’Amore di Dio, è arrivato alla meta ed alla gioia che non avrà mai fine. 

17 maggio – Maria genera Cristo in noi

“Quando, per grazia ineffabile, la divina Maria è Regina di un’anima, quante meraviglie vi opera! Cara anima, non crede­re che Maria, la più feconda delle creature, capace perfino di produrre un Dio, resti oziosa nell’anima fedele. La farà vivere incessantemente in Cristo e Cristo in lei; e, se Gesù Cristo è al­trettanto frutto di Maria in ciascuna anima, come lo è per tutte in generale, è suo frutto e capolavoro specialmente nell’anima in cui c’è Maria”. S. M. 55/56

Maria ha avuto la divina missione di essere madre del Verbo, cioè del Figlio di Dio fatto Uomo. Con la sua maternità Ella è entrata a far parte della Famiglia di Dio, la Santissima Trinità. Ma Dio ha dato agli uomini il Figlio suo perché fosse il primogenito di una moltitudine di fratelli che siamo noi.

La missione materna e divina di Maria si completa nella ge­nerazione spirituale degli uomini che diventano, con la grazia, figli di Dio. Con il medesimo amore con cui Ella ha dato l’uma­nità a Cristo, continua a dare la vita divina a tutti gli uomini. La sua gioia è formare l’immagine di Cristo, figlio di Dio, in cia­scuno di noi. È la Madre dei figli di Dio: tutti, indistintamente, ci ama d’immenso amore.

Fortunate le anime che a Lei si affidano totalmente, che a Lei obbediscono docilmente, che con Lei collaborano genero­samente, perché Lei possa formare in esse, a suo piacimento, l’immagine di Cristo! Ella ne fa delle copie viventi di Cristo, come abbiamo avuto la fortuna di vedere in S. Padre Pio da Pietralcina.

O Maria, forma in me l’immagine del tuo Figlio Gesù. Questo è il tuo compito più grande e più bello, quello che il Signore sa­peva di poter affilare solo a te. Io lo ringrazio per questo dono che ha fatto a te e a me e mi metto tutto nel tuo cuore perché tu faccia sì che io abbia gli stessi sentimenti di Gesù e tu, guar­dandomi, possa sorridere di gioia.

LA TENEREZZA

Una manifestazione squisitamente femminile dell’amore è: la tenerezza. Questa capacità di com­muoversi, di essere “presi nelle viscere” la ritroviamo in grado eminente in Dio che come una Madre ci ha generati e ci rigenera continuamente col Suo Amore. Di quante premure non ci circonda il Signore? Egli ci trae a Sé con legami di bontà, ci solleva alla Sua guancia perché possiamo respirare il Suo Amore, sentirne il calore, ci ha donato il Suo Figlio Diletto perché ci rivelasse questo Amore gratuito e appassio­nato che porta alla Sua creatura, ci ha resi figli nel Suo Figlio e nella Sua morte di Croce ci ha redenti per renderci partecipi della Sua Gloria affinché la nostra gioia fosse piena.

Dio è tenerezza.

Francesco e Chiara ne hanno fatto l’esperienza, si sono inebriati della tenerezza di Dio, l’hanno assi­milata, se ne sono riempiti per poi farsene donatori. Come non ricordare la tenerezza materna con la quale Chiara amava le sue figlie? Tenerezza che la muoveva ad alzarsi assai spesso nel freddo della not­te, per ricoprire le sue figlie mentre dormivano e così facendo le riscaldava ancor più che con le coperte, col suo gesto di tenero amore.

Per non dire di come, vedendo talvolta afflitta da tentazione o da mestizia qualcuna delle Suore, chiamatala da parte, la consolava piangendo, Talvolta poi si prostrava ai piedi delle afflitte per al­leviare con materne carezze la violenza del dolore.” Chiara guarisce le sue figlie con la tenerezza.” Come quando, Lei stando inferma, si avvede in spirito che una delle Sorelle, affetta da scrofole, mal sopporta quella sofferenza, allora la Madre ordina le sii porti un uovo riscaldato da bere e quella bevutolo; guarisce dal suo male fisico e morale. Chiara è capace di tenerezza perché ama. E chi, ama sul serio intuisce i desideri dell’altro, ciò che può fargli piacere, ciò che può farlo sentire amato; come dalla propria mamma: “Se una madre ama e nutre la sua figlia carnale, con quanta maggior cura deve una sorella amare e nutrire la sua sorella spiri­tuale!”.

Con quale tenerezza di amore poi, non solo lava i piedi alle Sorelle serviziali di ritorno dalla questua, ma ne bacia persino le piante.

Ella così tenacemente attaccata alla povertà per amore di Cristo povero, si mostra comprensiva, anzi previgente e maternamente sollecita nel provvedere ai bisogni delle Sorelle, specie se ammalate.

E come non fare memoria della tenerezza di Francesco per il “Bimbo di Betlemme”, come amava chiamare il Verbo Incarnato, leccandosi addirittura le labbra per la dolcezza che provava nel nominarlo così? Questa tenerezza d’amore lo spinse a riprodurre il presepe vivente e stando dinanzi alla mangiatoia era ri­colmo di pietà, cosparso di lacrime, traboccante di gioia, nel contemplare il mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio.

Parimenti grande era la tenerezza di Francesco per i Frati che amava maternamente e soprattutto per i poveri, alle cui sofferenze partecipava, sottraen­do al proprio corpo anche ciò che gli era indispen­sabile per offrirlo loro con mola gioia, pieno di sol­lecitudine e affetto.

Più volte con l’animo colmo di clemenza, senti­va sciogliersi il cuore alla presenza dei poveri e dei malati e quando non aveva altro da dare, offriva il suo affetto.

“Si chinava con meravigliosa tenerezza e com­passione verso chiunque fosse afflitto da qualche sof­ferenza fisica e quando notava in qualcuno indigenza o necessità, nella dolce pietà del cuore, la consi­derava come una sofferenza di Cristo” .

Quando in un Monastero si notano dei gesti di tenerezza, per piccoli che siano o insignificanti che ­possano apparire, è segno che è vivo e circola un amore profondo, l’amore che scaturisce dalle viscere:di Dio stesso e che viene reso trasparente, direi anzi palpabile.

I piccoli gesti di tenerezza, proprio quei gesti che non fanno rumore, non sono grandiosi, né spettacolari, ma che arrivano diritti al cuore dell’altra, edificano la Fraternità, incrementando la comunio­ne.

Le opere di carità vanno compiute… caritatevol­mente; accompagnandole con gesti di tenerezza. Sì, perché si può fare un atto di carità con freddezza, solo per dovere, il Signore ci chiama invece a perfe­zionarci sempre nell’amore, nella carità.

Il prossimo non desidera i nostri atti di carità, quanto… la carità nei nostri atti, l’amore che scaturi­sce dal nostro essere e si esprime in un servizio gioioso, gratuito, che dà sempre di più di quanto l’altra: possa chiedere o desiderare.

La tenerezza desta lo stupore nell’altra, accende una fiammella di amore e di gratitudine a Dio da cui proviene ogni bene.

Noi donne dovremmo essere esperte nell’intuire i bisogni e i desideri altrui.

Dal contatto quotidiano con la Fornace ardente dell’Amore poi dovremmo imparare le finezze della carità e accrescere la nostra capacità di tenerezza.