Il Signore della pace vi dia la pace sempre e in ogni modo. Il Signore sia con tutti voi

Seconda lettera ai Tessalonicesi – 3

1Per il resto, fratelli, pregate per noi, perché la parola del Signore corra e sia glorificata, come lo è anche tra voi, 2e veniamo liberati dagli uomini corrotti e malvagi. La fede infatti non è di tutti. 3Ma il Signore è fedele: egli vi confermerà e vi custodirà dal Maligno.
4Riguardo a voi, abbiamo questa fiducia nel Signore: che quanto noi vi ordiniamo già lo facciate e continuerete a farlo. 5Il Signore guidi i vostri cuori all’amore di Dio e alla pazienza di Cristo.
6Fratelli, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo, vi raccomandiamo di tenervi lontani da ogni fratello che conduce una vita disordinata, non secondo l’insegnamento che vi è stato trasmesso da noi. 7Sapete in che modo dovete prenderci a modello: noi infatti non siamo rimasti oziosi in mezzo a voi, 8né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato duramente, notte e giorno, per non essere di peso ad alcuno di voi. 9Non che non ne avessimo diritto, ma per darci a voi come modello da imitare. 10E infatti quando eravamo presso di voi, vi abbiamo sempre dato questa regola: chi non vuole lavorare, neppure mangi. 11Sentiamo infatti che alcuni fra voi vivono una vita disordinata, senza fare nulla e sempre in agitazione. 12A questi tali, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, ordiniamo di guadagnarsi il pane lavorando con tranquillità. 13Ma voi, fratelli, non stancatevi di fare il bene. 14Se qualcuno non obbedisce a quanto diciamo in questa lettera, prendete nota di lui e interrompete i rapporti, perché si vergogni; 15non trattatelo però come un nemico, ma ammonitelo come un fratello.
16Il Signore della pace vi dia la pace sempre e in ogni modo. Il Signore sia con tutti voi.
17Il saluto è di mia mano, di Paolo. Questo è il segno autografo di ogni mia lettera; io scrivo così. 18La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con tutti voi.

Ezechia ne fu molto lieto e mostrò agli inviati la stanza del tesoro, l’argento e l’oro

LIBRO DEL PROFETA ISAIA – 39

1In quel tempo Merodac-Baladàn, figlio di Baladàn, re di Babilonia, mandò lettere e un dono a Ezechia, perché aveva sentito che era stato malato ed era guarito. 2Ezechia ne fu molto lieto e mostrò agli inviati la stanza del tesoro, l’argento e l’oro, gli aromi e l’olio prezioso, tutto il suo arsenale e quanto si trovava nei suoi magazzini; non ci fu nulla che Ezechia non mostrasse loro nella reggia e in tutto il suo regno.
3Allora il profeta Isaia si presentò al re Ezechia e gli domandò: «Che cosa hanno detto quegli uomini e da dove sono venuti a te?». Ezechia rispose: «Sono venuti a me da una regione lontana, da Babilonia». 4Quegli soggiunse: «Che cosa hanno visto nella tua reggia?». Ezechia rispose: «Hanno visto quanto si trova nella mia reggia; non c’è nulla nei miei magazzini che io non abbia mostrato loro».
5Allora Isaia disse a Ezechia: «Ascolta la parola del Signore degli eserciti: 6Ecco, verranno giorni nei quali tutto ciò che si trova nella tua reggia e ciò che hanno accumulato i tuoi padri fino ad oggi sarà portato a Babilonia; non resterà nulla, dice il Signore. 7Prenderanno i figli che da te saranno usciti e che tu avrai generato, per farne eunuchi nella reggia di Babilonia». 8Ezechia disse a Isaia: «Buona è la parola del Signore, che mi hai riferito». Egli pensava: «Per lo meno vi saranno pace e stabilità nei miei giorni».

“When you have lifted up the Son of man, then you will know that I am he”

Scripture:  John 8:21-30

21 Again he said to them, “I go away, and you will seek me and die in your sin; where I am going, you cannot come.” 22 Then said the Jews, “Will he kill himself, since he says, `Where I am going, you cannot come’?” 23 He said to them, “You are from below, I am from above; you are of this world, I am not of this world. 24 I told you that you would die in your sins, for you will die in your sins unless you believe that I am he.” 25 They said to him, “Who are you?” Jesus said to them, “Even what I have told you from the beginning. 26 I have much to say about you and much to judge; but he who sent me is true, and I declare to the world what I have heard from him.” 27 They did not understand that he spoke to them of the Father. 28 So Jesus said, “When you have lifted up the Son of man, then you will know that I am he, and that I do nothing on my own authority but speak thus as the Father taught me. 29 And he who sent me is with me; he has not left me alone, for I always do what is pleasing to him.” 30 As he spoke thus, many believed in him.

Meditation: Do you know the healing power of the cross of Christ? When the people of Israel were afflicted with serpents in the wilderness because of their sin, God instructed Moses: “Make a fiery serpent, and set it on a pole; and every one who is bitten, when he sees it, shall live” (Numbers 21:8). The bronze serpent points to the cross of Christ which defeats sin and death and obtains everlasting life for those who believe. The result of Jesus “being lifted up on the cross” and his rising and exaltation to the Father’s right hand in heaven, is our “new birth in the Spirit” and adoption as sons and daughters of God. God not only redeems us, but he fills us with his own divine life and power that we might share in his glory. Jesus gives us the Holy Spirit that we may have power to be his witnesses and to spread and defend the gospel by word and action, and to never be ashamed of Christ’s Cross. Are you ready to witness the truth and joy of the gospel to those around you?

 While many believed in Jesus and his message, many others, including the religious leaders, opposed him. Some openly mocked him when he warned them about their sin of unbelief.  Some of his listeners mocked him when he warned them about their sin of unbelief.  It’s impossible to be indifferent to Jesus’ word and his judgments.  We are either for him or against him.  There is no middle ground or neutral parties.   When Jesus spoke about going away he was speaking about his return to his Father and to his glory. His opponents could not follow him because by their continuous disobedience to the word of God and their refusal to accept him, they had shut themselves off from God. Jesus warned them that if they continued to refuse him they would die in their sins. Jesus’ words echoed the prophetic warning given to Ezekiel (see Ezekiel 3:18 and 18:18) where God warns his people to heed his word before the time is too late. God gives us time to turn to him and to receive his grace, but that time is right now.

To sin literally means to miss the mark or to be off target.  The essence of sin is that it diverts us from God and from our true purpose in life — to know the source of all truth and beauty which is God himself and to be united with God in everlasting joy.  When Adam first sinned, he hid himself from God (Genesis 3:8-10).  That is what sin does; it separates us from the One who is all loving, all-wise, and all-just.  Jesus went on to explain that if people could not recognize him in his word then they would recognize him in the Cross — when the Son of man is lifted up.  The cross is the ultimate proof of God’s love for us. God so loved the world that he gave us his only Son, that whoever believes in him should not perish but have eternal life (John 3:16).   To fail to recognize Jesus and where he came from is to remain in spiritual darkness; to believe Jesus and his words is to walk in the joy and light of God’s truth.  There are certain opportunities in life that come and do not return. Each of us is given the opportunity to know and to accept Jesus Christ, as Lord and Savior.  But that opportunity can be rejected and lost. Life here is limited and short, but how we live it has everlasting consequences. Do you take advantage of the present time to make room for God so that your life will count for eternity?

“Lord Jesus, grant this day, to direct and sanctify, to rule and govern our hearts and bodies, so that all our thoughts, words and deeds may be according to your Father’s law and thus may we be saved and protected through your mighty help.”


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(c) 2001 Don Schwager

Accoglietevi perciò gli uni gli altri come anche Cristo accolse voi, per la gloria di Dio

Lettera ai Romani – 15

1Noi, che siamo i forti, abbiamo il dovere di portare le infermità dei deboli, senza compiacere noi stessi. 2Ciascuno di noi cerchi di piacere al prossimo nel bene, per edificarlo. 3Anche Cristo infatti non cercò di piacere a se stesso, ma, come sta scritto: Gli insulti di chi ti insulta ricadano su di me. 4Tutto ciò che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione, perché, in virtù della perseveranza e della consolazione che provengono dalle Scritture, teniamo viva la speranza. 5E il Dio della perseveranza e della consolazione vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti, sull’esempio di Cristo Gesù, 6perché con un solo animo e una voce sola rendiate gloria a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo.
7Accoglietevi perciò gli uni gli altri come anche Cristo accolse voi, per la gloria di Dio. 8Dico infatti che Cristo è diventato servitore dei circoncisi per mostrare la fedeltà di Dio nel compiere le promesse dei padri; 9le genti invece glorificano Dio per la sua misericordia, come sta scritto:
Per questo ti loderò fra le genti
e canterò inni al tuo nome.
10E ancora:
Esultate, o nazioni, insieme al suo popolo.
11E di nuovo:
Genti tutte, lodate il Signore;
i popoli tutti lo esaltino.
12E a sua volta Isaia dice:
Spunterà il rampollo di Iesse,
colui che sorgerà a governare le nazioni:
in lui le nazioni spereranno.
13Il Dio della speranza vi riempia, nel credere, di ogni gioia e pace, perché abbondiate nella speranza per la virtù dello Spirito Santo.
14Fratelli miei, sono anch’io convinto, per quel che vi riguarda, che voi pure siete pieni di bontà, colmi di ogni conoscenza e capaci di correggervi l’un l’altro. 15Tuttavia, su alcuni punti, vi ho scritto con un po’ di audacia, come per ricordarvi quello che già sapete, a motivo della grazia che mi è stata data da Dio 16per essere ministro di Cristo Gesù tra le genti, adempiendo il sacro ministero di annunciare il vangelo di Dio perché le genti divengano un’offerta gradita, santificata dallo Spirito Santo. 17Questo dunque è il mio vanto in Gesù Cristo nelle cose che riguardano Dio. 18Non oserei infatti dire nulla se non di quello che Cristo ha operato per mezzo mio per condurre le genti all’obbedienza, con parole e opere, 19con la potenza di segni e di prodigi, con la forza dello Spirito. Così da Gerusalemme e in tutte le direzioni fino all’Illiria, ho portato a termine la predicazione del vangelo di Cristo. 20Ma mi sono fatto un punto di onore di non annunciare il Vangelo dove era già conosciuto il nome di Cristo, per non costruire su un fondamento altrui, 21ma, come sta scritto:
Coloro ai quali non era stato annunciato, lo vedranno,
e coloro che non ne avevano udito parlare, comprenderanno.
22Appunto per questo fui impedito più volte di venire da voi. 23Ora però, non trovando più un campo d’azione in queste regioni e avendo già da parecchi anni un vivo desiderio di venire da voi, 24spero di vedervi, di passaggio, quando andrò in Spagna, e di essere da voi aiutato a recarmi in quella regione, dopo avere goduto un poco della vostra presenza.
25Per il momento vado a Gerusalemme, a rendere un servizio ai santi di quella comunità; 26la Macedonia e l’Acaia infatti hanno voluto realizzare una forma di comunione con i poveri tra i santi che sono a Gerusalemme. 27L’hanno voluto perché sono ad essi debitori: infatti le genti, avendo partecipato ai loro beni spirituali, sono in debito di rendere loro un servizio sacro anche nelle loro necessità materiali. 28Quando avrò fatto questo e avrò consegnato sotto garanzia quello che è stato raccolto, partirò per la Spagna passando da voi. 29So che, giungendo presso di voi, ci verrò con la pienezza della benedizione di Cristo. 30Perciò, fratelli, per il Signore nostro Gesù Cristo e l’amore dello Spirito, vi raccomando: lottate con me nelle preghiere che rivolgete a Dio, 31perché io sia liberato dagli infedeli della Giudea e il mio servizio a Gerusalemme sia bene accetto ai santi. 32Così, se Dio lo vuole, verrò da voi pieno di gioia per riposarmi in mezzo a voi. 33Il Dio della pace sia con tutti voi. Amen.

La Speranza Cristiana

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 7 dicembre 2016


 

La Speranza cristiana – 1. Isaia 40: “Consolate, consolate il mio popolo…”

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Iniziamo oggi una nuova serie di catechesi, sul tema della speranza cristiana. E’ molto importante, perché la speranza non delude. L’ottimismo delude, la speranza no! Ne abbiamo tanto bisogno, in questi tempi che appaiono oscuri, in cui a volte ci sentiamo smarriti davanti al male e alla violenza che ci circondano, davanti al dolore di tanti nostri fratelli. Ci vuole la speranza! Ci sentiamo smarriti e anche un po’ scoraggiati, perché ci troviamo impotenti e ci sembra che questo buio non debba mai finire.

Ma non bisogna lasciare che la speranza ci abbandoni, perché Dio con il suo amore cammina con noi. “Io spero, perché Dio è accanto a me”: questo possiamo dirlo tutti noi. Ognuno di noi può dire: “Io spero, ho speranza, perché Dio cammina con me”. Cammina e mi porta per mano. Dio non ci lascia soli. Il Signore Gesù ha vinto il male e ci ha aperto la strada della vita.

E allora, in particolare in questo tempo di Avvento, che è il tempo dell’attesa, in cui ci prepariamo ad accogliere ancora una volta il mistero consolante dell’Incarnazione e la luce del Natale, è importante riflettere sulla speranza. Lasciamoci insegnare dal Signore cosa vuol dire sperare. Ascoltiamo quindi le parole della Sacra Scrittura, iniziando con il profeta Isaia, il grande profeta dell’Avvento, il grande messaggero della speranza.

Nella seconda parte del suo libro, Isaia si rivolge al popolo con un annuncio di consolazione:

«Consolate, consolate il mio popolo – dice il vostro Dio.
Parlate al cuore di Gerusalemme
e gridatele che la sua tribolazione è compiuta,
la sua colpa è scontata […]».
Una voce grida:
«Nel deserto preparate la via al Signore,
spianate nella steppa la strada per il nostro Dio.
Ogni valle sia innalzata,
ogni monte e ogni colle siano abbassati;
il terreno accidentato si trasformi in piano
e quello scosceso in vallata.
Allora si rivelerà la gloria del Signore
e tutti gli uomini insieme la vedranno,
perché la bocca del Signore ha parlato» (40,1-2.3-5).

Dio Padre consola suscitando consolatori, a cui chiede di rincuorare il popolo, i suoi figli, annunciando che è finita la tribolazione, è finito il dolore, e il peccato è stato perdonato. È questo che guarisce il cuore afflitto e spaventato. Perciò il profeta chiede di preparare la via al Signore, aprendosi ai suoi doni e alla sua salvezza.

La consolazione, per il popolo, comincia con la possibilità di camminare sulla via di Dio, una via nuova, raddrizzata e percorribile, una via da approntare nel deserto, così da poterlo attraversare e ritornare in patria. Perché il popolo a cui il profeta si rivolge stava vivendo la tragedia dell’esilio a Babilonia, e adesso invece si sente dire che potrà tornare nella sua terra, attraverso una strada resa comoda e larga, senza valli e montagne che rendono faticoso il cammino, una strada spianata nel deserto. Preparare quella strada vuol dire dunque preparare un cammino di salvezza e di liberazione da ogni ostacolo e inciampo.

L’esilio era stato un momento drammatico nella storia di Israele, quando il popolo aveva perso tutto. Il popolo aveva perso la patria, la libertà, la dignità, e anche la fiducia in Dio. Si sentiva abbandonato e senza speranza. Invece, ecco l’appello del profeta che riapre il cuore alla fede. Il deserto è un luogo in cui è difficile vivere, ma proprio lì ora si potrà camminare per tornare non solo in patria, ma tornare a Dio, e tornare a sperare e sorridere. Quando noi siamo nel buio, nelle difficoltà non viene il sorriso, ed è proprio la speranza che ci insegna a sorridere per trovare quella strada che conduce a Dio. Una delle prime cose che accadano alle persone che si staccano da Dio è che sono persone senza sorriso. Forse sono capaci di fare una grande risata, ne fanno una dietro l’altra, una battuta, una risata … ma manca il sorriso! Il sorriso lo dà soltanto la speranza: è il sorriso della speranza di trovare Dio.

La vita è spesso un deserto, è difficile camminare dentro la vita, ma se ci affidiamo a Dio può diventare bella e larga come un’autostrada. Basta non perdere mai la speranza, basta continuare a credere, sempre, nonostante tutto. Quando noi ci troviamo davanti ad un bambino, forse possiamo avere tanti problemi e tante difficoltà, ma ci viene da dentro il sorriso, perché ci troviamo davanti alla speranza: un bambino è una speranza! E così dobbiamo saper vedere nella vita il cammino della speranza che ci porta a trovare Dio, Dio che si è fatto Bambino per noi. E ci farà sorridere, ci darà tutto!

Proprio queste parole di Isaia vengono poi usate da Giovanni il Battista nella sua predicazione che invitava alla conversione. Diceva così: «Voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore» (Mt 3,3). È una voce che grida dove sembra che nessuno possa ascoltare – ma chi può ascoltare nel deserto? – che grida nello smarrimento dovuto alla crisi di fede. Noi non possiamo negare che il mondo di oggi è in crisi di fede. Si dice “Io credo in Dio, sono cristiano” – “Io sono di quella religione…”. Ma la tua vita è ben lontana dall’essere cristiano; è ben lontana da Dio! La religione, la fede è caduta in una espressione: “Io credo?” – “Sì!”. Ma qui si tratta di tornare a Dio, convertire il cuore a Dio e andare per questa strada per trovarlo. Lui ci aspetta. Questa è la predicazione di Giovanni Battista: preparare. Preparare l’incontro con questo Bambino che ci ridonerà il sorriso. Gli Israeliti, quando il Battista annuncia la venuta di Gesù, è come se fossero ancora in esilio, perché sono sotto la dominazione romana, che li rende stranieri nella loro stessa patria, governati da occupanti potenti che decidono delle loro vite. Ma la vera storia non è quella fatta dai potenti, bensì quella fatta da Dio insieme con i suoi piccoli. La vera storia – quella che rimarrà nell’eternità – è quella che scrive Dio con i suoi piccoli: Dio con Maria, Dio con Gesù, Dio con Giuseppe, Dio con i piccoli. Quei piccoli e semplici che troviamo intorno a Gesù che nasce: Zaccaria ed Elisabetta, anziani e segnati dalla sterilità, Maria, giovane ragazza vergine promessa sposa a Giuseppe, i pastori, che erano disprezzati e non contavano nulla. Sono i piccoli, resi grandi dalla loro fede, i piccoli che sanno continuare a sperare. E la speranza è la virtù dei piccoli. I grandi, i soddisfatti non conoscono la speranza; non sanno cosa sia.

Sono loro i piccoli con Dio, con Gesù che trasformano il deserto dell’esilio, della solitudine disperata, della sofferenza, in una strada piana su cui camminare per andare incontro alla gloria del Signore. E arriviamo al dunque: lasciamoci insegnare la speranza. Attendiamo fiduciosi la venuta del Signore, e qualunque sia il deserto delle nostre vite – ognuno sa in quale deserto cammina – diventerà un giardino fiorito. La speranza non delude!

“Whoever follows me will not walk in darkness”

Scripture:  John 8:12-20

12 Again Jesus spoke to them, saying, “I am the light of the world; he who follows me will not walk in darkness, but will have the light of life.” 13 The Pharisees then said to him, “You are bearing witness to yourself; your testimony is not true.” 14 Jesus answered, “Even if I do bear witness to myself, my testimony is true, for I know whence I have come and whither I am going, but you do not know whence I come or whither I am going. 15 You judge according to the flesh, I judge no one. 16 Yet even if I do judge, my judgment is true, for it is not I alone that judge, but I and he who sent me. 17 In your law it is written that the testimony of two men is true; 18 I bear witness to myself, and the Father who sent me bears witness to me.” 19 They said to him therefore, “Where is your Father?” Jesus answered, “You know neither me nor my Father; if you knew me, you would know my Father also.” 20 These words he spoke in the treasury, as he taught in the temple; but no one arrested him, because his hour had not yet come.

Meditation: Do you know what it’s like to be in total darkness, confused, disoriented, not knowing where to turn for help?  When the Israelites wandered in the desert for forty years, confused and disoriented, and wishing they were back in their familiar huts at Egypt, God made his presence known to them through a pillar of fire at night and a cloud by day.  This light not only brought them assurance of safety and care, but it literally guided them through a trackless wasteland.  Around the time of the Feast of Tabernacles, also known as the Festival of Lights, Jesus proclaims that he is the “light of the world”. This statement must have made a striking impression on the Jews who had gathered in Jerusalem for the occasion.  For eight nights the great candelabras which stood in the Temple courtyard lit the Jerusalem skyline with a blaze of dazzeling light. Jesus’ statement very likely came at the end of the Festival when the great lights where extinguished.  In so many words, Jesus says he is the one, true light which no one can extinguish or diminish (see John 1:4-5).  He is light not only for God’s chosen people Israel, but for all people and   nations as well.

Many of the scribes and Pharisees reacted with shock and treated Jesus with hostility. They understood that such a claim had to do with the work which only God could do. The word light was especially associated with God. The Lord is my light (Psalm 27:1). The Lord will be your everlasting light (Isaiah 60:19). When I sit in darkness, the Lord will be a light to me (Micah 7:8). Jesus chastises the scribes and Pharisees for making bad judgments based on wrong assumptions and evil intentions.  Jesus bases his judgment not on human knowledge and perception but on God’s knowledge and revelation. Jesus is both just and merciful as none other can be. His light both exposes the darkness of sin in us, which is hidden from others, and heals our sinful infirmities as well. Jesus’ light also produces abundant life and fruit in us.  Just as natural life depends on light (without it nothing could live or grow), so the light of heaven produces spiritual life in those who receive it. The light which Jesus gives enables us to walk freely and confidently without stumbling in the darkness of sin and disbelief. His light warms our heart to the truth of God’s love and it opens our vision to the reality of God’s kingdom. Do you walk confidently in the light of God’s truth and love?

“O gracious and Holy Father, give us wisdom to perceive you, diligence to seek you, patience to wait for you, eyes to behold you, a heart to meditate upon you, and a life to proclaim you; through the power of the Spirit of Jesus Christ our Lord.” (Prayer of Saint Benedict)


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(c) 2004 Don Schwager

Per i morti sul lavoro

Roberto Laurita, Servizio della parola, novembre 2008

Non hanno avuto il tempo di cambiarsi
per arrivare preparati alla sala del banchetto.
Sono arrivati con le loro tute, le loro divise e i loro elmetti,
e le loro scarpe di sicurezza,
talvolta, a causa dell’incuria umana,
con un vestito approssimativo per il lavoro che facevano.
Si sono portati dietro calcinacci e mattoni,
ferri pesanti e muletti, tronchi enormi e arnesi da lavoro.
Portano impresse sul loro corpo
le stigmate del lavoro che stavano compiendo:
della costruzione da cui sono caduti,
delle impalcature da cui sono scivolati,
dei pesi enormi che li hanno schiacciati,
delle macchine crudeli che hanno fatto a brandelli il loro corpo.
Ma non c’è nessuno di loro, per quanto sfigurato,
che non rechi il marchio della tua gloria:
tu li hai creati a tua immagine,
tu ora li riconosci come tuoi figli.
Figli operosi e talora figli sbadati,
figli stanchi, ma orgogliosi della loro attività,
figli straziati da troppe ore di lavoro,
figli caduti nel campo di azione.

Messa a Santa Marta- Mediatori o intermediari

2016-12-09 L’Osservatore Romano

Papa Francesco ha idealmente consegnato ai seminaristi di Roma le icone di san Policarpo, san Francesco Saverio e di san Paolo mentre sta per essere decapitato, raccomandando loro di vivere il sacerdozio come autentici mediatori tra Dio e il popolo, gioiosi anche sulla croce, e non come funzionari intermediari, rigidi e mondani, attenti solo ai propri interessi e per questo insoddisfatti. È questo il profilo autentico del sacerdote tratteggiato dal Pontefice nella messa celebrata venerdì mattina 9 dicembre nella cappella della Casa Santa Marta.

Francisco Goya, «Morte di san Francesco Saverio», (1775-1780)

«Il Signore ha sofferto tanto per l’atteggiamento del popolo e alcune volte ha detto: “Fino a quando devo sopportarvi?”» ha affermato Francesco nell’omelia. Facendo subito notare come nel passo del vangelo di Matteo (11, 16-19) proposto dalla liturgia, Gesù fa questo commento: «sono come bambini a cui tu offri una cosa e a loro non piace; offri il contrario» ma non piace neppure quello. Persone insoddisfatte, insomma, «incapaci di avere una soddisfazione nell’atteggiamento col Signore». Ma «ci sono tanti cristiani insoddisfatti — ha messo in guardia il Papa — che non riescono a capire cosa il Signore ci ha insegnato; non riescono a capire il nocciolo proprio della rivelazione del Vangelo».

Rivolgendosi direttamente alla comunità del Pontificio seminario romano maggiore, «ai seminaristi e ai formatori», Francesco ha posto la questione se «ci sono anche preti insoddisfatti». Perché — ha riconosciuto — «ce ne sono e fanno tanto male quando vivono una vita non piena; non trovano pace da una parte, dall’altra, sempre pensando a progetti e poi quando li hanno in mano» dicono: «No, non mi piace!». Tutto questo, ha aggiunto il Papa, «perché il loro cuore è lontano dalla logica di Gesù e per questo ci sono alcuni sacerdoti insoddisfatti, non sono felici, si lamentano e vivono tristi».

Ma «qual è la logica di Gesù che dà la piena soddisfazione a un sacerdote?» si è domandato il Pontefice, suggerendo subito la risposta: è «la logica del mediatore». Gesù «è il mediatore fra Dio e noi; e noi dobbiamo prendere questa strada di mediatori e non l’altra figura che assomiglia tanto ma non è la stessa: intermediari». Perché, ha affermato il Papa, c’è «differenza fra un mediatore e un intermediario». Infatti «l’intermediario fa il suo lavoro e prende la paga: tu vuoi vendere questa casa, tu vuoi comprare una casa, io faccio l’intermediario e prendo una percentuale; è giusto, è stato il mio lavoro». Insomma «l’intermediario segue questa strada: lui non perde mai».

«Il mediatore invece — ha spiegato Francesco — perde sé stesso per unire le parti, dà la vita, sé stesso, il prezzo è quello: la propria vita, paga con la propria vita, la propria stanchezza, il proprio lavoro, tante cose». E «il parroco», ha aggiunto il Papa, dà la vita proprio «per unire il gregge, per unire la gente, per portarla a Gesù». Perché «la logica di Gesù come mediatore è la logica di annientare sé stesso». Del resto, «san Paolo nella lettera ai Filippesi è chiaro su questo: “Annientò sé stesso, svuotò sé stesso” per fare questa unione, fino alla morte», e alla «morte di croce».

Questa, dunque, «è la logica: svuotarsi, annientarsi». E «non perché tu cerchi questo, ma l’atteggiamento di mediatore ti porta a questo». È lo stile della «vicinanza: Dio che si è fatto vicino al suo popolo, nell’Antico testamento, e poi inviando il suo Figlio, quella synkatabasis di Dio che si è avvicinato a noi». Ecco perché «il sacerdote è un mediatore molto vicino al suo popolo, molto vicino».

L’intermediario invece, ha precisato il Papa, «è quello che è un funzionario: fa il suo mestiere, fa le cose più o meno bene e poi finisce quel lavoro e ne prende un altro, un altro, un altro, ma sempre come funzionario». L’intermediario «non sa cosa significhi sporcarsi le mani; il mediatore vive sporcandosi perché è in mezzo, lì nella realtà, come Gesù: sporcato dai nostri peccati». Ecco perché, ha confidato Francesco, «io non conosco alcun uomo, alcuna donna che lavori da intermediario e che soltanto con quello sia felice. No, quello non ti fa felice». Per questo motivo, «quando il sacerdote cambia da mediatore a intermediario non è felice, è triste». Finendo così per cercare «un po’ la felicità nel farsi vedere, nel far sentire l’autorità».

Il brano evangelico della liturgia, ha fatto notare il Pontefice, rivela che «agli intermediari del suo tempo Gesù diceva che piaceva loro passeggiare per le piazze perché la gente li vedesse e li onorasse: è così». Ma «per rendersi importanti, i sacerdoti intermediari prendono la via della rigidità: tante volte, staccati dalla gente, non sanno che cos’è il dolore umano; perdono quello che avevano imparato a casa loro, col lavoro del papà, della mamma, del nonno, della nonna, dei fratelli». Perdendo «queste cose, sono rigidi, quei rigidi che caricano sui fedeli tante cose che loro non portano, come diceva Gesù agli intermediari del suo tempo».

«La rigidità», insomma, significa «frusta in mano col popolo di Dio: “questo non si può, questo non si può”». E «tanta gente che si avvicina cercando un po’ di consolazione, un po’ di comprensione, viene allontanata con questa rigidità». Ma «la rigidità non si può mantenere tanto tempo, totalmente». Oltretutto «fondamentalmente è schizoide: finirai per apparire rigido ma dentro sarai un disastro».

E «con la rigidità» c’è pure «la mondanità». Così «un sacerdote mondano, rigido, è uno insoddisfatto perché ha preso la strada sbagliata». Proprio «a proposito di rigidità e mondanità», Francesco ha voluto far riferimento a un episodio, «successo tempo fa: è venuto da me un anziano monsignore della curia, che lavora, un uomo normale, un uomo buono, innamorato di Gesù, e mi ha raccontato che era andato all’Euroclero a comprarsi un paio di camicie e ha visto davanti allo specchio un ragazzo — lui pensa non avesse più di venticinque anni, o prete giovane o che stava per diventare prete — davanti allo specchio, con un mantello, grande, largo, col velluto, la catena d’argento, e si guardava. E poi ha preso il “saturno”, l’ha messo e si guardava: un rigido mondano». E «quel sacerdote — è saggio quel monsignore, molto saggio — è riuscito a superare il dolore con una battuta di sano umorismo e ha aggiunto: “e poi si dice che la Chiesa non permette il sacerdozio alle donne!”». È così «che il mestiere che fa il sacerdote quando diventa funzionario finisce nel ridicolo, sempre».

«Nell’esame di coscienza — ha detto Francesco rivolgendosi direttamente alla comunità seminaristica — considerate questo: oggi sono stato funzionario o mediatore? Ho custodito me stesso, ho cercato me stesso, la mia comodità, il mio ordine o ho lasciato che la giornata andasse al servizio degli altri?».

L’atteggiamento giusto, ha suggerito, è quello di tenere sempre «la porta aperta» e sorridere: «pur con tante difficoltà, il mediatore sorride, è tenero, il mediatore ha tenerezza, sa accarezzare un bambino». Tanto che, ha aggiunto il Papa, «una volta uno mi diceva che lui riconosceva i sacerdoti dall’atteggiamento con i bambini: se sanno accarezzare un bambino, sorridere a un bambino, giocare con un bambino». Ed è un fatto «interessante, perché significa che sanno abbassarsi, avvicinarsi alle piccole cose», come è appunto «il bambino».

Invece, ha avvertito il Pontefice, «l’intermediario è triste, sempre con quella faccia triste o troppo seria, scura; l’intermediario ha lo sguardo scuro, molto scuro». Al contrario «il mediatore è aperto: il sorriso, l’accoglienza, la comprensione, le carezze e in mezzo alle difficoltà ha la gioia». Perché «il mediatore è uno gioioso anche sulla croce». A questo proposito Francesco ha indicato la testimonianza di sant’Alberto Hurtado «che, con tante difficoltà e persecuzioni che aveva, pregava solamente così, contento: “Signore!”». Era «contento, contento, felice di essere un mediatore, in quella situazione».

Ai seminaristi il Papa ha confidato il suo desiderio di consegnare loro, proprio «guardando questi insoddisfatti» descritti nel vangelo di Matteo, «questa riflessione sui sacerdoti insoddisfatti». E «voi pensateci», ha raccomandato.

In questa prospettiva il Pontefice ha voluto indicare, prendendole «dalla storia della Chiesa, tre icone che ci aiuteranno: tre icone di sacerdoti mediatori e non intermediari». La prima icona è quella del «grande Policarpo, la versione neotestamentaria di Eleazaro: anziano, degno, signore di sé stesso, che non negozia la sua vocazione e va coraggioso alla pira, e quando il fuoco viene intorno a lui, i fedeli che erano lì hanno sentito l’odore del pane». Infatti davvero «lui era come un pane, fino alla fine ha dato sé stesso». E «così finisce un mediatore: come un pezzo di pane per i suoi fedeli».

E se nella prima icona è raffigurato «un vecchio», nella seconda ecco «un giovane : san Francesco Saverio», che «muore sulla spiaggia di San-cian, guardando la Cina, a quarantasei anni». Così giovane, appunto, che si potrebbe persino dire «uno spreco», fino a domandarci perché «il Signore non lo ha lasciato ancora lì». Ma l’atteggiamento di san Francesco Saverio è quello di dire: «Si faccia la tua volontà, Signore». Egli «sa dirgli soltanto: “Ho confessato il tuo nome fino alla fine; mai, Signore, ho nascosto la lampada sotto il letto; mi hai dato cinque talenti, te ne ridò altri cinque”». E in questo modo «in pace, nella gioia, se ne va». Così «finisce anche un giovane mediatore che mai ha conosciuto queste insoddisfazioni».

Come terza icona, «pure tanto bella e che fa piangere», il Papa ha indicato quella dell’«anziano Paolo alle Tre Fontane: quella mattina, presto, i soldati sono andati da lui, l’hanno preso, e lui camminava incurvato, come con un peso sulle spalle». Paolo, ha spiegato Francesco, «sapeva benissimo che questo accadeva per il tradimento di alcuni all’interno della comunità cristiana: ma lui ha lottato tanto nella sua vita che si offre al Signore come un sacrificio». E «finisce così». Il Papa ha confidato di provare «tanta tenerezza» nel «guardare Paolo da dietro, come va camminando fino al momento della decapitazione».

Sono «tre icone che possono aiutarci» ha concluso il Pontefice, invitando a guardarle e a pensare a «come voglio finire la mia vita di sacerdote: come funzionario, come intermediario o come mediatore, cioè in croce».

Riverserò sopra la casa di Davide e sopra gli abitanti di Gerusalemme uno spirito di grazia e di consolazione: guarderanno a me, colui che hanno trafitto

LIBRO DEL PROFETA ZACCARIA – 12

1Oracolo. Parola del Signore su Israele. Oracolo del Signore che ha dispiegato i cieli e fondato la terra, che ha formato il soffio vitale nell’intimo dell’uomo: 2«Ecco, io farò di Gerusalemme come una coppa che dà le vertigini a tutti i popoli vicini, e anche Giuda sarà in angoscia nell’assedio contro Gerusalemme. 3In quel giorno io farò di Gerusalemme come una pietra pesante per tutti i popoli: quanti vorranno sollevarla ne resteranno graffiati; contro di essa si raduneranno tutte le nazioni della terra. 4In quel giorno – oracolo del Signore – colpirò tutti i cavalli di terrore, e i loro cavalieri di pazzia; mentre sulla casa di Giuda terrò aperti i miei occhi, colpirò di cecità tutti i cavalli dei popoli. 5Allora i capi di Giuda penseranno: “La forza dei cittadini di Gerusalemme sta nel Signore degli eserciti, loro Dio”. 6In quel giorno farò dei capi di Giuda come un braciere acceso in mezzo a una catasta di legna e come una torcia ardente fra i covoni; essi divoreranno a destra e a sinistra tutti i popoli vicini. Solo Gerusalemme resterà al suo posto. 7Il Signore salverà in primo luogo le tende di Giuda, perché la gloria della casa di Davide e la gloria degli abitanti di Gerusalemme non cresca più di quella di Giuda. 8In quel giorno il Signore farà da scudo agli abitanti di Gerusalemme e chi tra loro vacilla diverrà come Davide e la casa di Davide come Dio, come l’angelo del Signore davanti a loro.
9In quel giorno io mi impegnerò a distruggere tutte le nazioni che verranno contro Gerusalemme. 10Riverserò sopra la casa di Davide e sopra gli abitanti di Gerusalemme uno spirito di grazia e di consolazione: guarderanno a me, colui che hanno trafitto. Ne faranno il lutto come si fa il lutto per un figlio unico, lo piangeranno come si piange il primogenito. 11In quel giorno grande sarà il lamento a Gerusalemme, simile al lamento di Adad-Rimmon nella pianura di Meghiddo. 12Farà lutto il paese, famiglia per famiglia:
la famiglia della casa di Davide a parte
e le loro donne a parte;
la famiglia della casa di Natan a parte
e le loro donne a parte;
13la famiglia della casa di Levi a parte
e le loro donne a parte;
la famiglia della casa di Simei a parte
e le loro donne a parte;
14tutte le altre famiglie a parte
e le loro donne a parte.

Era in mezzo alla strada, vacillante

Michel Quoist

Era in mezzo alla strada, vacillante.
Cantava a squarciagola con la sua voce rauca
da ubriacone inveterato.
La gente si voltava, si fermava, si divertiva.
È arrivato un vigile, silenzioso, alle spalle.
Lo ha preso brutalmente per la spalla e portato dentro.
Cantava ancora.
La gente rideva.
Non ho riso.
Ho pensato, o Signore, alla donna che questa sera
attenderebbe invano.
Ho pensato a tutti gli altri ubriaconi della città,
quelli dei bar e dei caffè,
quelli dei ritrovi e dei night-club.
Ho pensato al loro ritorno, alla sera, in casa,
ai bimbi spaventati,
al portafoglio vuoto,
ai colpi,
alle grida,
alle lacrime,
ai bambini che nascerebbero dalle strette puzzolenti.
Ora hai steso la tua notte sulla città, o Signore.
E mentre s’intrecciano e snodano drammi
gli uomini che hanno difeso l’alcool,
fabbricato l’alcool,
venduto l’alcool,
nella stessa notte s’addormentano in pace.
Penso a tutti questi, mi fanno pietà;
hanno fabbricato e venduto miseria,
hanno fabbricato e venduto peccato.
Penso a tutti gli altri, la folla degli altri che lavorano
per distruggere e non per costruire,
per insozzare e non per nobilitare,
per istupidire e non per rasserenare,
per avvilire e non per accrescere.
Penso particolarmente, o Signore, a quella moltitudine
che lavora per la guerra,
che per nutrire la famiglia deve lavorare e distruggerne altre,
che per vivere deve preparare la morte.
Non ti chiedo di strapparli tutti al loro lavoro: non è possibile.
Ma fa’, o Signore, che si pongano dei problemi,
che non dormano tranquilli,
che lottino in questo mondo in disordine,
che siano fermento,
che siano redentori.
Per tutti i feriti nell’anima e nel corpo, vittime del lavoro
dei loro fratelli.
Per tutti i morti, di cui migliaia di uomini hanno
coscienziosamente preparato la morte.
Per quell’ubriacone, grottesco clown in mezzo alla strada.
Per l’umiliazione e le lacrime della moglie.
Per la paura e le grida dei bambini.
Signore, abbi pietà di me troppo spesso sonnolento.
Abbi pietà degli infelici completamente addormentati e complici
di un mondo in cui fratelli si uccidono tra loro
per guadagnare il pane.