Preghiera della notte al Dio della Pace

frère Dominique Motte

Disarmali: sappiamo quanto questa violenza estrema sia il sinistro pane quotidiano in Iraq, in Siria, Palestina, Centrafrica, Sudan, Eritrea, Afghanistan. Ora si è impossessata di noi.

Disarmali Signore: e fa’ che sorgano in mezzo a loro profeti che gridano la loro indignazione e la loro vergogna nel vedere come hanno sfigurato l’immagine dell’Uomo, l’immagine di Dio.

Disarmali, Signore dandoci, se necessario, poiché è necessario, di adottare tutti i mezzi utili per proteggere gli innocenti con determinazione. Ma senza odio.

Disarma anche noi, Signore: in Francia, in Occidente, senza ovviamente giustificare il circolo vizioso della vendetta, la Storia ci ha insegnato alcune cose.

Dacci, Signore, la capacità di ascoltare profeti guidati dal tuo Spirito. Non farci cadere nella disperazione, anche se siamo confusi dall’ampiezza del male in questo mondo.

Disarmaci e fa’ in modo che non ci irrigidiamo dietro porte chiuse, memorie sorde e cieche, dietro privilegi che non vogliamo condividere.

Disarmaci, a immagine del tuo Figlio adorato la cui sola logica è la sola veramente all’altezza degli avvenimenti che ci colpiscono: “Non prendono la mia vita. Sono io che la dono”.

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Sei tu la mia lode nella grande assemblea, scioglierò i miei voti davanti ai suoi fedeli

Salmo 21

1 Al maestro del coro. Sull’aria: «Cerva dell’aurora».
Salmo. Di Davide
.

2 «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
Tu sei lontano dalla mia salvezza»:
sono le parole del mio lamento.
3 Dio mio, invoco di giorno e non rispondi,
grido di notte e non trovo riposo.
4 Eppure tu abiti la santa dimora,
tu, lode di Israele.
5 In te hanno sperato i nostri padri,
hanno sperato e tu li hai liberati;
6 a te gridarono e furono salvati,
sperando in te non rimasero delusi.
7 Ma io sono verme, non uomo,
infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo.
8 Mi scherniscono quelli che mi vedono,
storcono le labbra, scuotono il capo:
9 «Si è affidato al Signore, lui lo scampi;
lo liberi, se è suo amico».
10 Sei tu che mi hai tratto dal grembo,
mi hai fatto riposare sul petto di mia madre.
11 Al mio nascere tu mi hai raccolto,
dal grembo di mia madre sei tu il mio Dio.
12 Da me non stare lontano,
poiché l’angoscia è vicina
e nessuno mi aiuta.
13 Mi circondano tori numerosi,
mi assediano tori di Basan.
14 Spalancano contro di me la loro bocca
come leone che sbrana e ruggisce.
15 Come acqua sono versato,
sono slogate tutte le mie ossa.
Il mio cuore è come cera,
si fonde in mezzo alle mie viscere.
16 È arido come un coccio il mio palato,
la mia lingua si è incollata alla gola,
su polvere di morte mi hai deposto.
17 Un branco di cani mi circonda,
mi assedia una banda di malvagi;
hanno forato le mie mani e i miei piedi,
18 posso contare tutte le mie ossa.
Essi mi guardano, mi osservano:
19 si dividono le mie vesti,
sul mio vestito gettano la sorte.
20 Ma tu, Signore, non stare lontano,
mia forza, accorri in mio aiuto.
21 Scampami dalla spada,
dalle unghie del cane la mia vita.
22 Salvami dalla bocca del leone
e dalle corna dei bufali.
23 Annunzierò il tuo nome ai miei fratelli,
ti loderò in mezzo all’assemblea.
24 Lodate il Signore, voi che lo temete,
gli dia gloria la stirpe di Giacobbe,
lo tema tutta la stirpe di Israele;
25 perché egli non ha disprezzato
né sdegnato l’afflizione del misero,
non gli ha nascosto il suo volto,
ma, al suo grido d’aiuto, lo ha esaudito.
26 Sei tu la mia lode nella grande assemblea,
scioglierò i miei voti davanti ai suoi fedeli.
27 I poveri mangeranno e saranno saziati,
loderanno il Signore quanti lo cercano:
«Viva il loro cuore per sempre».
28 Ricorderanno e torneranno al Signore
tutti i confini della terra,
si prostreranno davanti a lui
tutte le famiglie dei popoli.
29 Poiché il regno è del Signore,
egli domina su tutte le nazioni.
30 A lui solo si prostreranno quanti dormono sotto terra,
davanti a lui si curveranno
quanti discendono nella polvere.
E io vivrò per lui,
31 lo servirà la mia discendenza.
Si parlerà del Signore alla generazione che viene;
32 annunzieranno la sua giustizia;
al popolo che nascerà diranno:
«Ecco l’opera del Signore!».

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Breve storia della Bioetica

Breve storia della Bioetica

Dicono che sia infelicissimo chi riconosce il bene ma è costretto a tenerne il piede lontano. (Pindaro)

Nessuna moralità può fondarsi sull’autorità, anche se l’autorità fosse divina. (A.J. Ayer)

Pindaro e Ayer si situano agli estremi di un percorso filosofico occidentale che copre millenni e nel quale l’etica ha modificato obiettivi e ragioni ed infine, insieme alla sorella metafisica, è stata spodestata dal regno delle scienze.

Eppure l’attacco di Ayer e di Nietzsche non solo non ha ucciso l’etica, ma ha ravvivato la vita di una filosofia pratica che nella bioetica ha trovato la migliore espressione dei problemi della nostra società.

Le pagine seguenti rappresentano il tentativo di illustrare taluni di questi problemi.

La bioetica si caratterizza per uno spiccato pluralismo antropologico che contrappone ai vari nodi etici ragioni e soluzioni diverse.

Non poteva esserci accordo, dunque, neppure sull’inizio e sulla natura della bioetica.

Anche in questo caso esistono posizioni differenti che possono essere grossolanamente raccolte in due filoni:

C’è chi inserisce la bioetica nell’alveo tradizionale dell’etica con un “rinascimento” della filosofia pratica determinato dal progresso della tecnologia e della medicina che crea nuovi problemi.

C’è chi, al contrario, vede nella bioetica una nuova disicplina che stacca il cordone ombelicale dell’etica e soprattutto dell’etica medica per assurgere a nuovi compiti e a nuove definizioni.

Riportiamo brevemente i contributi di entrambi i filoni di ricerca:

La bioetica come rinnovata tradizione etica

Sebbene l’etica abbia sempre rappresentato un momento irrinunciabile per la prassi del medico, tuttavia da circa venti anni si assiste ad un rinnovato impegno nella riflessione etico-filosofica nel campo medico.

Tale riflessione, presente a tutti i livelli, particolarmente rigogliosa nell’etica applicata al mondo biomedico, tanto da coniare un termine: Bioetica, che rappresenta la scienza e il suo campo d’applicazione.

Può essere utile sintetizzare le tappe salienti del cammino della Bioetica, evidenziandone la formazione razionale e gli obiettivi principali.

La nascita della Bioetica affonda le sue radici ideologiche nelle rovine della II Guerra Mondiale.

La tragedia di proporzioni planetarie e gli orrendi crimini, a cui l’uomo era giunto, stimolarono le coscienze ad una profonda riflessione, nel tentativo di stabilire delle frontiere di etica e di comportamento, che valessero per ogni uomo e in ogni momento storico. Si moltiplicano e si fanno più pressanti, da quel momento in avanti, le dichiarazioni di vari Organismi internazionali che enunciano i diritti inderogabili di ogni uomo:

“ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della persona” recita l’articolo n 3 del 10/10/1948.

Così la Dichiarazione di Helsinki del 1964 sulla “sperimentazione” sull’uomo e la dichiarazione di Tokio sulla tortura contribuiscono a creare una normativa sulla prassi medica, i diritti dell’uomo e l’esercizio della medicina.

Contemporaneamente a questo filone di tipo “giuridico” nasce una riflessione filosofica tesa a giustificare la razionalità e la eticità delle proposizioni affermate. Non è sufficiente, infatti, enunciare i diritti dell’uomo per volontà di maggioranza, ma è necessario giustificarli con un’indagine filosofica: in altre parole, non basta affermare il diritto alla vita, ma occorre la “filosofia” del diritto alla vita.

Lo sviluppo tumultuoso della medicina e, in una panoramica più ampia, le scoperte scientifiche nel campo dell’energia atomica hanno dato all’uomo una potenziale capacità di modificare la vita del pianeta e provocare la distruzione del suo stesso genere.

Il quadro spazio-temporale della vita è scoppiato, mentre d’altra parte emergono situazioni patologiche radicalmente nuove che minacciano in maniera decisiva l’identità biologica e talvolta la stessa identità spirituale dell’uomo

Tali situazioni hanno acuito l’esigenza di un’etica in campo biomedico, fondata sulla ragione e sul valore obiettivo della vita e della persona.

Nella Chiesa cattolica Pio XII dà un impulso decisivo al rapido sviluppo di una morale medica in grado di affrontare i nuovi problemi etici che sorgono nella pratica della medicina. Le soluzioni morali proposte dal Pontefice benchè rivolte, di per sè, solamente ai fedeli hanno spesso trovato accoglienza anche al di là dei confini ecclesiali, contribuendo alla maturazione di una situazione culturale mondiale che approfondisce le problematiche dell’azione dell’uomo sull’uomo in campo biomedico.

Si impone quindi la Bioetica: termine coniato da Van Resselaer Potter nel 1970.

Potter aveva rilevato che in passato l’etica, intesa come riflessione sui valori umani e sulle caratteristiche ideali dell’azione dell’uomo, era stata considerata un settore degli studi umanistici, destinata ad essere relegata, per lo più, all’interno di dispute filosofiche.

Lo sviluppo raggiunto dalle biotecnologie imponeva ora di far uscire l’etica dallo splendido ma sterile isolamento teorico, per coniugarla con la realtà e la prassi del fatto biologico. Per Potter, quindi, la bioetica cerca di migliorare tutto l'”ecosistema”.

Egli intende questo vocabolo come criterio al quale l’uomo si deve riferire nella determinazione dei valori morali.

La bioetica, nell’idea del suo fondatore, dunque, rappresenta un tentativo di sanare la separazione tra scienza della natura (biologia) e scienza dello spirito (etica), per prospettare un avvenire vivibile per l’uomo e tracciare un “ponte verso il futuro”.

Se ciò rappresenta la bioetica secondo Potter si deve aggiungere che il “movimento” bioetico nasce ancora prima di lui.

Nella seconda metà degli anni 60 alcuni studiosi statunitensi: il filosofo cattolico Daniel Callahan, il ginecologo cattolico di origine olandese Andrè E. Hellegers e il teologo protestante Paul Ramsey approfondiscono i temi etici dell’aborto e della santità della vita, contribuendo fortemente alla rinascita del’etica medica.

Nel 1969 D. Callahan co-fonda un nuovo centro di ricerca a Hastingson-Hudson, (New York:The Hastings Center che è il primo Istituto per la Società, l’Etica e le Scienze della vita.

Esso si propone, al di là di qualsiasi ideologia e religione, di affrontare e fornire una soluzione alle questioni etiche emerse con le nuove conquiste in campo biomedico.

The Hastings center si contraddistingue per il forte proposito politico-pedagogico.

Intende educare il grande pubblico alle implicanze morali delle innovazioni scientifiche in medicina e all’etica professionale in tutti i campi dell’attività umana organizzata.

Alla fine degli anni ’60 il passaggio di A. Hellegers alla Georgetown University e la presenza di P. Ramsey nella stessa sede, con il compito di fare ricerca sull’etica medica, sfociano nella fondazione, nel 1971, del The Kennedy Institute of Ethics presso la Georgetown University di Washington.

L’Istituto si propone di promuovere una concezione di bioetica, intesa come “antropologia morale” fondata sulla ricerca di ciò che è universalmente umano, e concretizza la ricerca nella Encyclopedia of Bioethics, pubblicata nel 1978: il più completo e autorevole strumento per chi si occupi di temi bioetici.

Da allora questa “disciplina” nuova è stata introdotta nelle Università. Dapprima, nel 1973, nella stessa Georgetown University di Washington dove è iniziato il primo programma di educazione graduale in bioetica in collaborazione con il dipartimento di filosofia.

Nel 1985 è stata istituita in Italia la prima cattedra di Bioetica presso la Facoltè di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica di Roma;.

L’autorevole: Encyclopedia of Bioethics;, New York 1978, definisce la bioetica come “lo studio sistematico della condotta umana nell’ambito della scienza della vita e della cura della salute, in quanto questa condotta è esaminata alla luce dei valori morali e dei principi”.

La bioetica si può concepire allora come “quella parte della filosofia morale che ha per oggetto e ambito l’intervento dell’uomo sull’uomo in campo biomedico.

Si tratta quindi di un’elaborazione razionale che riguarda l’aspetto etico (il lecito e il non-lecito) nel vasto e importantissimo campo delle scienze mediche.

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The Two Builders

Scripture:  Matthew 7:21-29

21 “Not every one who says to me, `Lord, Lord,’ shall enter the kingdom of heaven, but he who does the will of my Father who is in heaven.  22 On that day many will say to me, `Lord, Lord, did we not prophesy in your name, and cast out demons in your name, and do many mighty works  in your name?’ 23 And then will I declare to them, `I never knew you; depart from me, you evildoers.’  24 “Every one then who hears these words of mine and does them will be like a wise man who built his house upon the rock;  25 and the rain fell, and the floods came, and the winds blew and beat upon that house, but it did not fall, because it had been founded on the rock.  26 And every one who hears these words of mine and does not do them will be like a foolish man who built his house upon the sand; 27 and the rain fell, and the floods came, and the winds blew and beat against that house, and it fell; and great was the fall of it.” 28 And when Jesus finished these sayings, the crowds were astonished at his teaching, 29 for he taught them as one who had authority, and not as their scribes.

Meditation: When Jesus told the story of the builders he likely had the following proverb in mind: When the storm has swept by, the wicked are gone, but the righteous stand form for ever (Proverbs 10:25).  What’s the significance of the story for us?  The kind of foundation we build our lives upon will determine whether we can survive the storms that are sure to come.  Builders usually lay their foundations when the weather and soil conditions are at their best.  It takes foresight to know how a foundation will stand up against adverse conditions.  Building a house on a flood plain, such as a dry river-bed, is a sure bet for disaster!  Jesus prefaced his story with a warning: We may fool humans with our speech, but God cannot be deceived.  He sees the heart as it truly is — with its motives, intentions, desires, and choices (Psalm 139:2). There is only one way in which a person’s sincerity can be proved, and that is by one’s practice.  Fine words can never replace good deeds.  Our character is revealed in the choices we make, especially when we are tested.  Do you cheat on an exam or on your income taxes, especially when it will cost you?  Do you lie, or cover-up, when disclosing the truth will cause you  injury or embarrassment?  A true person is honest and reliable before God, himself, and his neighbor.  His word can be counted on.  What foundation is your life built upon?

“Lord, you are the sure foundation upon which we can build our lives and live securely.  Give me wisdom and strength to live according to your truth and to reject every false and erroneous way.  May I be a doer of your word and not a hearer only.”


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(c) 1998 Don Schwager
jacarandatree

La Madonna ai piedi della croce è sublime: in lei è il trionfo di tutte le virtù.

Alcuni pensieri su Maria

Maria non è venuta per predicare, ma per dare Gesù al mondo.

Maria non è andata da Elisabetta per cantare il Magnificat, ma per aiutarla. Avendo però trovato nella cugina un’anima aperta ai misteri di Dio, ha narrato a lei la sua straordinaria esperienza.

Ci sono molti modi per salire una montagna. La seggiovia è un sistema rapido, sicuro e confortevole. Ci sono molti modi per arrivare a Dio. Ma se vuoi la direttissima, affida il tuo cammino a Maria.

Gesù dalla croce ha detto: Figlio, “ecco la tua madre” (Gv 19, 27).

La Madonna ai piedi della croce è sublime: in lei è il trionfo di tutte le virtù.

Non si può pensare Maria che guarda se stessa. Maria guarda Gesù, e così si ritrova fatta più simile a Lui. Più noi guardiamo l’umanità, la Chiesa, e ci mettiamo al servizio di essa, più siamo Maria.

Leggi il Magnificat e vi troverai la prima e più potente pagina della dottrina sociale cristiana. Chi, e quando, la realizzerà compiutamente? (p. 57).

Maria

Fra le tante parole che il Padre ha pronunciato nella sua creazione ve n’è stata una tutta singolare. Non doveva essere tanto oggetto di intelletto, quanto ombra soave e tiepida. Era nei piani della Provvidenza, infatti, che il Verbo si facesse carne, che una parola, la Parola, fosse scritta in terra a carne e sangue; e questa parola abbisognava di uno sfondo. Le armonie celesti bramavano, per amor di noi, trasferire il loro concerto, unico e solo, sotto le nostre tende: ed esse cercavano un silenzio.

Il Protagonista dell’umanità che dava senso ai secoli passati e illuminava e convogliava dietro a Sé i secoli futuri, doveva apparire sulla scena del mondo, ma gli occorreva uno schermo bianco che a Lui desse tutto il rilievo.

Il più gran disegno che Dio­Amore potesse immaginare, doveva tracciarsi maestoso e divino e tutti i colori delle virtù dovevano trovarsi composti e pronti in un cuore per servirlo.

Questa ombra mirabile che avvolge il sole e ad esso cede e in esso si ritrova; questo sfondo bianco immenso quasi una voragine che contiene la Parola che è Cristo ed in esso si inabissa, luce nella Luce; questo altissimo silenzio che più non tace perché in esso cantano le armonie divine del Verbo e in Lui diventa nota delle note, quasi il “là” dell’eterno canto del Paradiso; questo scenario maestoso e bello come la natura, sintesi della bellezza profusa dal Creatore nell’universo, piccolo universo del Figlio di Dio che cede il suo interesse a chi doveva venire ed è venuto; questo arcobaleno di virtù che dice “pace” al mondo intero, questa creatura, immaginata negli abissi misteriosi della Trinità e a noi donata, era Maria.

Di lei non si parla tanto, di lei si canta. A lei non si pensa tanto, ma la si ama e invoca. Se è oggetto di studio, lo è più di poesia. I più grandi geni dell’universo hanno messo il pennello e la penna al suo servizio.

Se Gesù incarna il Verbo, il Logos, la Luce, essa in certo modo impersona l’arte, la bellezza, I’amore.

Capolavoro del Creatore, Maria, per la quale lo Spirito Santo ha sbizzarrito le sue invenzioni, ha versato molte sue ispirazioni.

Bella Maria! Di lei mai abbastanza si dirà.

Perché la voglio rivedere in te

Sono entrata in chiesa un giorno e con il cuore pieno di confidenza gli chiesi: “Perché volesti rimanere sulla terra, su tutti i punti della terra, nella dolcissima Eucarestia, e non hai trovato, Tu che sei Dio, una forma per portarvi e lasciarvi anche Maria, la mamma di noi tutti che viaggiamo?”. Nel silenzio sembrava rispondesse: Non l’ho portata perché la voglio rivedere in te. Anche se non siete immacolati, il mio amore vi verginizzerà e tu, voi, aprirete braccia e cuori di madri all’umanità, che, come allora, ha sete del suo Dio e della madre di Lui. A voi ora lenire i dolori, le piaghe, asciugare le lacrime. Canta le litanie e cerca di rispecchiarti in quelle.

Vivere dentro

Vogliamo convertirci, Signore. Finora siamo vissuti “fuori”; d’ora in poi dobbiamo vivere “dentro”, come Maria.

Perché anche il vivere “fuori”, proiettati nei prossimi o nelle opere ­ pur per amor di Dio ­ se non è corretto da una molla spirituale che attira continuamente l’anima nel suo profondo, può essere motivo di divagazione, con molte chiacchiere inutili, con “cose sante” date ai “cani”.

Vivere “dentro”, crescere l’interno, staccarsi da tutto, non per rimaner sospesi fra cielo e terra, ma “radicati” in cielo, fissi nel Cuore di Cristo, attraverso il Cuore di Maria, in un soggiorno trinitario, preludio della vita che verrà.

Vivere “dentro e ” offrire al prossimo solo la linfa che sgorga dal cielo dentro di noi, per servirlo veramente, e non scandalizzarlo colla nostra troppo poca santità.

Vivere “dentro” come Maria, l’irraggiungibile, la madre amata, la Regina, la Condottiera, che vince Satana ancorata a Dio e non per posizioni esteriori, che le sono remote come la terra dal cielo.

Vivere innalzati in croce dalle nostre mani, perché Cristo continui, anche attraverso di noi, l’opera di riunificazione in un mondo arlecchino che soffre, che spera, che vuol dimenticare, che teme, che fa pena al nostro cuore oggi, come le turbe, ieri, a Gesù.

Vivere “dentro” per trascinare il mondo, che vive solo “fuori”, negli abissi dei misteri dello spirito, dove ci si eleva e ci si riposa, ci si conforta e ci si rinforza, si ritrova lena per ritornare sulla terra a continuare la battaglia cristiana fino alla morte.

Il metodo di Maria

Quando ci si accorge che fra le persone a noi in qualche modo affidate, non c’è quell’unità (d’animi) che si desidererebbe, non tanto dobbiamo preoccuparci di far questo o quello, quanto, prima e innanzi tutto dobbiamo impegnarci a seguire con più slancio il Signore, con tutte le conseguenze che questo comporta. Se partiremo da soli verso Dio, Egli ci riempirà di sapienza, che al momento giusto distribuiremo; e sarà essa che colmerà l’unità non perfetta, in un modo più profondo e stabile di quello ottenuto con altri metodi che pur alle volte occorre usare, ma in un secondo tempo.

Insomma, per esser madri e padri di anime in modo “mariano”, soprannaturale, occorre lanciarsi non verso di esse, ma verso Dio, in una solitudine che ricorda Maria, il cui atteggiamento, dopo la morte e l’ascensione di Gesù, si pensa tutto rivolto verso l’Eucaristia e poi verso gli apostoli.

Se così non si fa, si rischia di instaurare un maternalismo o un paternalismo degenere dove, al posto della “trasparenza” che dobbiamo avere perché gli altri trovino Dio attraverso di noi mettiamo il nostro io.

Tutto tuo

… A lei [Maria] da tanti nostri cuori sta salendo, con molta più convinzione ora, quell’espressione che è nota al mondo intero, perché motto del nostro Papa: “Tutto tuo” o “Tutta tua”, a significare: “Tutto il mio essere ti appartiene, affinché tu lo doni a Gesù”, si capisce.

“Tutto tuo”. E un’espressione d’amore, è l’espressione d’amore per eccellenza. Anche chi ama con il semplice amore umano, non può dire di meglio alla persona amata che: “sono tuo”. E l’abbiamo detto e ripetuto a Maria. E lei non ha mancato d’aiutarci, di confortarci, di addolcire nei dolori la nostra vita, di godere con noi nelle nostre ore serene. In una parola: di mostrarsi madre.

Ma c’è modo e modo per Maria di dirsi tale all’anima nostra.

E c’è modo e modo per noi di comprendere la maternità di Maria.

Lo sappiamo che Maria è madre, che è madre di tutti noi, ma, appunto perché è madre dell’intero genere umano (degli uomini passati all’altra Vita, di quelli vivi ancora sul nostro pianeta e di coloro che verranno), si può a volte non accogliere nella sua interezza e verità quella che è la parte d’amore che riserva a ciascuno di noi e, immersi in quest’immensa famiglia di figli suoi, si può pensare che a noi non possa toccare che una briciola del suo amore, quasi un granellino dell’arena del mare.

Ed ecco, allora, che Maria si prende cura di chiarire questa situazione e, come per un tocco divino, immette nell’anima una convinzione che incanta, che riempie di forza e che nessuno mai più riuscirà a toglierci. Ella dice al nostro cuore: “E anch’io sono tutta tua, Io, l’onnipotente per grazia, son qui, tutta per te”, come non appartenesse ad altri, come non amasse che noi. Ci fa dimenticare completamente che è madre di tutti gli altri, per mettersi di fronte a noi come madre solo nostra.

Ci sembra che soltanto in questo momento Maria entri veramente nella casa della nostra anima, che abbraccia lei e noi. E fiorisce nel cuore un atteggiamento assolutamente nuovo verso di lei, totalmente diverso da quello che avevamo prima.

Nasce infatti un rapporto profondo, diretto, a tu per tu; sgorga una confidenza sconfinata in lei; si sperimenta una fede così forte nel suo amore che ci sembra, vicino a lei, di poter fare ogni cosa, di ottenere ogni grazia.

Forse perché noi le abbiamo detto e ripetuto: “Tutto tuo, sono tutto tuo”, lei ora risponde: “E anch’io sono tutta tua”.

… E giacché ci ama tanto, cerchiamo di contraccambiare il suo amore. Come? Fra i mille modi che esistono per farlo, noi ne prediligiamo uno: quello di imitarla.

Cerchiamo allora di dire anche noi, sempre, con la nostra vita, a chi amiamo (a Dio in se stesso: nella preghiera, nel lavoro, nel riposo, nell’adempimento insomma della sua volontà): “Sono tutto tuo, a tua totale disposizione, senza alcuna riserva”; e cerchiamo di dire altrettanto a Gesù in ogni prossimo con cui trattiamo nella giornata …

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Dal Compendio del Catechismo: Credo nello Spirito Santo

CREDO NELLO SPIRITO SANTO

«CREDO NELLO SPIRITO SANTO»

 

136. Che cosa vuoi dire la Chiesa quando professa: «Credo nello Spirito Santo»?

683-686

Credere nello Spirito Santo è professare la terza Persona della Santissima Trinità, che procede dal Padre e dal Figlio ed è «adorato e glorificato con il Padre e il Figlio». Lo Spirito è stato «mandato nei nostri cuori» (Gal 4,6), affinché riceviamo la nuova vita di figli di Dio.

137. Perché la missione del Figlio e dello Spirito sono inseparabili?

687-690
742-743

Nella Trinità indivisibile, il Figlio e lo Spirito sono distinti ma inseparabili. Dal principio alla fine dei tempi, infatti, quando il Padre invia suo Figlio, invia anche il suo Spirito che ci unisce a Cristo nella fede, affinché possiamo, da figli adottivi, chiamare Dio «Padre» (Rm 8,15). Lo Spirito è invisibile, ma noi lo conosciamo attraverso la sua azione quando ci rivela il Verbo e quando agisce nella Chiesa.

138. Quali sono gli appellativi dello Spirito Santo?

691-693

«Spirito Santo» è il nome proprio della terza Persona della Santissima Trinità. Gesù lo chiama anche: Spirito Paraclito (Consolatore, Avvocato) e Spirito di Verità. Il Nuovo Testamento lo chiama pure: Spirito di Cristo, del Signore, di Dio, Spirito della gloria, della promessa.

139. Con quali simboli si rappresenta lo Spirito Santo?

694-701

Sono numerosi: l’acqua viva, che scaturisce dal cuore trafitto di Cristo e disseta i battezzati; l’unzione con l’olio, che è il segno sacramentale della Confermazione; il fuoco, che trasforma ciò che tocca; la nube, oscura o luminosa, in cui si rivela la gloria divina; l’imposizione delle mani, per cui viene dato lo Spirito; la colomba, che scende su Cristo e rimane su di lui al battesimo.

140. Che cosa significa che lo Spirito «ha parlato per mezzo dei profeti»?

687-688
702-706
743

Con il termine profeti si intende quanti furono ispirati dallo Spirito Santo per parlare in nome di Dio. Lo Spirito porta le profezie dell’Antico Testamento a pieno compimento in Cristo, di cui svela il mistero nel Nuovo Testamento.

141. Che cosa compie lo Spirito Santo in Giovanni Battista?

717-720

Lo Spirito riempie Giovanni Battista, l’ultimo profeta dell’ Antico Testamento, il quale, sotto la sua azione, è mandato a «preparare al Signore un popolo ben disposto» (Lc 1,17) e ad annunciare la venuta di Cristo, Figlio di Dio: colui sul quale ha visto scendere e rimanere lo Spirito, «colui che battezza in Spirito» (Gv 1,33).

142. Qual è l’opera dello Spirito in Maria?

721-726
744

Lo Spirito Santo porta a compimento in Maria le attese e la preparazione dell’Antico Testamento alla venuta di Cristo. In maniera unica la riempie di grazia e rende la sua verginità feconda, per dare alla luce il Figlio di Dio incarnato. Fa di lei la Madre del «Cristo totale», cioè di Gesù Capo e della Chiesa suo corpo. Maria è presente fra i Dodici il giorno della Pentecoste, quando lo Spirito inaugura gli «ultimi tempi» con la manifestazione della Chiesa.

143. Quale relazione c’è tra lo Spirito e Cristo Gesù, nella sua missione terrena?

727-730
745- 746

Il Figlio di Dio attraverso l’unzione dello Spirito è consacrato Messia nella sua umanità fin dall’Incarnazione. Egli lo rivela nel suo insegnamento, compiendo la promessa fatta ai Padri, e lo comunica alla Chiesa nascente, alitando sugli Apostoli dopo la sua Risurrezione.

144. Che cosa accade a Pentecoste?

731-732
738

Cinquanta giorni dopo la sua Risurrezione, a Pentecoste, Gesù Cristo glorificato effonde lo Spirito a profusione e lo manifesta come Persona divina, sicché la Trinità Santa è pienamente rivelata. La Missione di Cristo e dello Spirito diviene la Missione della Chiesa, inviata per annunziare e diffondere il mistero della comunione trinitaria.

«Abbiamo visto la vera Luce, abbiamo ricevuto lo Spirito celeste, abbiamo trovato la vera fede: adoriamo la Trinità indivisibile perché ci ha salvati» (Liturgia Bizantina, Tropario dei Vespri di Pentecoste).

145. Che cosa fa lo Spirito nella Chiesa?

733-741
747

Lo Spirito edifica, anima e santifica la Chiesa: Spirito d’Amore, egli ridona ai battezzati la somiglianza divina perduta a causa del peccato e li fa vivere in Cristo, della Vita stessa della Trinità Santa. Li manda a testimoniare la Verità di Cristo e li organizza nelle loro mutue funzioni, affinché tutti portino «il frutto dello Spirito» (Gal 5,22).

146. Come agiscono Cristo e il suo Spirito nel cuore dei fedeli?

738-741

Per mezzo dei sacramenti, Cristo comunica alle membra del suo Corpo il suo Spirito e la grazia di Dio che porta i frutti di vita nuova, secondo lo Spirito. Infine, lo Spirito Santo è il Maestro della preghiera.

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Con tutta la sincerità dell’anima mia: Credo in Dio, amerò Dio, servirò Dio, sarò cristiano

Siate cristiani
Consigli fondamentali alle anime serie

di Dom Francesco di Salles Polline, certosino

Titolo originale francese: Siate cristiani!

Versione dal francese di Padre G.S. Nivoli O.P.

Nulla Osta: Casale 10-X-1958 – Can. Luigi Baiano, Rev. Eccl.

Imprimatur: Casale 12-X-1958 – Can. M. Debernardis, Vic. Gen.

Prefazione del Ven. prof. Giuseppe Toniolo al volume di M. A. Saint-Clair e P. Polien

«Siate cristiani»

Prefazione a M. Andre Saint-Clair, P. Francois de Sales Pollien, Siate cristiani! Consigli fondamentali dedicati alla gioventù che vuole vivere ed operare [Siena, Tip. S. Bernardino, 1914], ora in Opera Omnia di Giuseppe Toniolo, Città del Vaticano, 1952, s. V, vol. I, Scritti spirituali religiosi familiari e vari, pp. 113-117. La traduzione italiana del testo francese è «dovuta in gran parte al T.» (O.O., s. V, vol. I, Nota sul testo, p. XIX). Il testo ebbe una prima edizione [Siate cristiani! Consigli fondamentali dedicati ai giovani coscienti ed operosi, Siena, Tip. Pont. S. Bernardino, 19041] sempre con Prefazione di Giuseppe Toniolo. La seconda prefazione «riproduce con un’aggiunta la prefazione pure del T. alla prima edizione» (O.O., s. V, vol. I, Nota sul testo, p. XIX).

«Siate cristiani!» Il titolo di questa pubblicazione non è soltanto l’intimazione forte ed amorosa di un imperativo religioso, diretto ad anime avviate all’ascetica perfezione. Nella mente del suo autore, anima gagliarda, meditativa ed operativa insieme, questo libro semplice e denso, che racchiude in forma vibrata, scultoria, fulgidissima talune verità maestre del cristianesimo, troppo spesso obliate, è destinato a formare nei giovani una tempra di uomini, che «vogliono essere alcunché e fare qualche cosa», non soltanto nelle intime profondità dello spirito, ma in tutte le appartenenze esteriori della vita individuale e sociale. E ancora nella intenzione di chi curò la traduzione, queste pagine mirano ad educare con robusta ginnastica la gioventù d’Italia alle grandi lotte dell’età presente, le quali solo con la scorta e per virtù soprannaturale del cattolicesimo promettono di riuscire a quel rinnovamento sociale e civile, che è nei propositi e nelle speranze di ogni anima eletta.

Ma avviene che in codesta vivissima comprensione di una necessaria riforma sociale, spesso intendiamo ripetere fra i credenti stessi, che all’intento nobile, doveroso, urgentissimo di cooperarvi colla maggiore possibile efficacia, bisogna essere – uomini che sentano le esigenze e quasi il grido della natura umana in seno agli odierni problemi, ­ figli dell’età presente, che ne condividano le vocazioni storiche – e infine cittadini della società moderna, compartecipi della sua vita vissuta e delle sue aspirazioni avvenire.

E sta bene; chè nessuno dei credenti illuminati dalla luce della fede e dall’esempio della Chiesa pone in dubbio che noi non dobbiamo vivere, agitarci, riedificare nell’ora presente, nella quale piacque alla Provvidenza di collocarci, per cooperare ai suoi fini sublimi. Ma ciò ad una condizione, sulla quale non deve correre equivoco: che cioè tutta la estimazione pratica di questi accorgimenti e mezzi umani, storici e moderni, ossia naturali, non detragga nel nostro giudizio al valore inestimabile, perenne, superiore, che hanno i veri e i presidi sovrannaturali, non solo per la salute delle anime, ma ancora per le nazioni e per la civiltà.

Appunto da ogni pagina di questo libro, che si propone di restaurare nelle menti obliose o confuse l’ordine dei fini e dei mezzi, che ricollegano l’uomo e l’umanità a Dio, spunta, sgorga, prorompe implicitamente ed esplicitamente questa verità comprensiva: che solo chi si porta fino al centro del soprannaturale comprende appieno la natura; – chi vive delle verità religiose, che restano immutate, penetra il senso delle età storiche che si avvicendano; – e chi aspira agli eterni ideali del cristianesimo, acquista il senso della realtà del mondo e della stessa modernità della vita.

Donde l’ammaestramento fornito di urgente necessità pratica: – che cioè è indispensabile essere cristiani in tutta la pienezza della parola, senza reticenze, ambagi, transazioni, per essere uomini adatti al compito immenso di questo tempo di lotta e di rinnovamento sociale; che, per il connubio inscindibile del sovrannaturale colla natura, noi non ci sentiamo mai tanto uomini, quanto allora che siamo completamente cristiani; che non diventiamo mai così operosi e vittoriosi cittadini di questa terra, che quando siamo fedeli contemplatori del cielo; e che infine nessuna società arriva a perfezione civile, se non in quanto si immedesimi colla civiltà cristiana e colla missione divina della Chiesa quaggiù.

Fin qui, le parole di prefazione alla prima edizione del libro, le quali mantengo anche per la seconda; perché questo volume traccia e compendia in modo mirabile le linee maestose della dottrina del cristianesimo, in quanto vi ha in esso di sostanzialmente immutabile per ricollegare in ogni tempo e luogo la terra al cielo. Ma se nulla è da mutare in tale giudizio, non merita forse aggiungere alcunché intorno al valore delle sublimi verità ivi esposte, in relazione all’ora presente.

Il volgere rapido del pensiero di questi ultimi anni converse per mille vie ad insinuare anche fra noi il concetto, che l’eccellenza intrinseca e l’efficacia pratica del cristianesimo derivi dal suo contenuto e dal suo spirito astratto, meglio che inteso, sentito dalle coscienze, all’infuori di ogni principio definito e precetto imperativo; cristianesimo perciò proludente ad una religione universale senza dogmi, quale il neoprotestantesimo o modernismo propugna e vanta.

Indubbiamente no: da questo libro appare manifestamente come il cristianesimo che dischiude così luminosi e vasti orizzonti, che suscita nel volere così nobili e possenti energie, che è fonte per noi di elevazione sconfinata di vita umana e divina insieme, che tempra le anime grandi e che consacra ogni verace bene nel mondo, – non è concezione soggettiva e vaporosa, o sentimentalismo passeggero e morboso; ma sistema di verità e norme positive e rigorose, in altre parole rivelate e dogmatiche, quale ognora custodì, e sola ancor oggi professa e propone a credere la Chiesa cattolica.

Così ognuno, che dietro la lettura di queste pagine venga a ravvalorare in se medesimo la propria fede intorno alla dignità dell’uomo pienamente cristiano, alla sua vocazione ultramondana ed alla sua stessa missione in ordine all’incivilimento quaggiù, – rimarrà ad un tempo convinto che tutto questo non si può difendere se non difendendo la Chiesa cattolica nella guerra formidabile, che per bandire Dio e il sovrannaturale dall’umanità, è già contro di essa soltanto ingaggiata.

Allora si comprende il profondo significato della esortazione diretta ad ogni uomo generoso, in ispecie fra i giovani, dall’autore di quest’opera, dal quale togliamo qualche concetto ed espressione.

«Sarai tu soldato di Dio? E scorgi tu ciò che formò l’obbiettivo lungo i secoli dei massimi eroismi? In tal caso, io sono sicuro che tu non assisterai impassibile agli attacchi che da ogni parte scuotono quanto nel mondo v’è di più prezioso della tua stessa vita, cioè il tuo Dio e la tua religione. Sì, Dio e la Chiesa domandano anche oggi dei difensori, ma dei veri difensori che non abbandonano mai il loro posto, fedeli alla consegna fino alla morte, abituati a tutte le asprezze della disciplina, pronti sempre alla battaglia. Ah! La debolezza, le scissure, le codardie dei buoni provengono dall’aver essi abbandonato l’armatura dei forti e la disciplina degli eroi; ed è questo che forma la forza dei cattivi. Riprendi l’una e l’altra, e combatterai i gloriosi combattimenti delle grandi epoche della fede. Certamente c’è molto da imprendere e fare anche oggi dentro e d’intorno a noi; ed è propriamente per questo, checché se ne pensi, che la vita si apre bella ad un giovane che ha l’idea cristiana nella testa, l’amor cristiano nel cuore, il sangue cristiano nelle vene. Ora va e dì a te stesso: sì, un immenso compito di opere salutari e gloriose incombe anche alle generazioni presenti per Iddio, per la Chiesa, per le anime, per il popolo, per la patria, per la civiltà, ed io le compirò, nella sicurezza che nel mondo vi ha una potenza che trionfa di tutto, e questa è la nostra fede».

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P R E F A Z I O N E

Chi è colui che ama la vita e desidera vedere giorni felici? Venite, o figliuoli, ascoltatemi, v’insegnerò a temere il Signore1 ‘; v’insegnerò che cosa significa vivere. Lo sapete cosa significa? Vivere non vuol dire consumare tutte le proprie energie nel mangiare e nel bere, verso ciò che lo attrae, espandere il cuore o svagare l’anima nelle bellezze esteriori. Questo non è altro che ciò che comunemente si dice « trascinare la propria esistenza ». E dove? Al macello ed alla fogna.

Questo significa sprecare la propria intelligenza, prostituire il cuore, vendere l’anima, smerciare la propria vita al minuto. Che rimane d’un’esistenza vissuta in questo modo? Il vuoto e il disgusto, la sterilità e l’infamia, il rimorso e il castigo.

Tu sei cristiano, vedi la vita aprirsi davanti a te, la senti fremere in te. Che abbondanza di linfa vitale! Vuoi lasciarla scorrere inutilmente? Se sapessi quali tesori di vita ha posto in te Chi ti ha creato! O cuore cristiano, così pieno di vita, giura adunque di non sprecarne nulla, giura di utilizzarla fino all’ultima goccia. Ah! s’io potessi indurti a far questo giuramento, ed insegnarti ad osservarlo! Giurare di « vivere », poi mantenere questo giuramento!

Ma qui non mi rivolgo se non agli uomini che sentono e comprendono, a quelli che hanno bisogno di grandi cose, a quelli che sono decisi a vivere in Pieno una vita seria. Quelli che per Dio vogliono essere qualche cosa; quelli che sentono il prepotente bisogno d’esser totalmente di Dio, di vivere interamente per Dio, morire per Dio senza esitazione, ecco quelli – gli unici – a cui faccio appello, perché solo essi sono capaci di comprendermi. Se tu non sei di quelli, chiudi il libro, quest’appello non fa per te.

Qui non ci devono essere mezze misure, uomini mediocri, cristiani per metà: o tutto o niente. Un principio assoluto, conclusioni rigorose, conseguenze estreme, e si accetta tutto senza batter ciglio, e si eseguisce colla freddezza della ragione e l’ardore della fede. Non calcoli interessati, bando ai vili pretesti ed alle paurose distinzioni: principii, principii!… il cristianesimo integrale, nell’assoluta pienezza della sua verità.

O cuore, che Dio fece tanto grande, tu non sei fatto per vegetare nelle mezze misure, e per rasentare la terra co’ tuoi meschini espedienti. Non senti d’aver bisogno d’aria libera, di piena luce e di cibi sostanziosi? Come potresti adattarti a vivere meschinamente ed a morir come un essere inutile? Vieni qua ed impara i segreti della vita, della vita in tutta la sua pienezza e nella sua incomparabile verità.

Lascia ch’io ti dica: Sii un uomo. Intendi bene: Sii uomo; è pur una gran cosa esser uomo! E sii uno: non sarai mai uomo, se non sei uno. Ed è questo ch’io voglio mostrarti.

Lascia ch’io ti dica: Sii un cristiano. Sii cristiano; il cristiano è la più perfetta delle opere di Dio. E sii uno: camminando per la tua unica via verso la tua unica mèta, senza deviare né a destra né a sinistra.

UN CRISTIANO! … sei risoluto ad esserlo?… ad esserlo totalmente? … ad esserlo unicamente?… Vieni, io ti dirò che cosa significa essere cristiano e come lo si diventa.

Ma, ripeto, sii deciso di finirla con le mezze misure e coi compromessi, colla mescolanza delle massime e cogli accomodamenti di principii. Se continui a credere che si possono fare degli accomodamenti col cielo, che i diritti di Dio non sono così esigenti, che nelle parole del Vangelo e della Chiesa qualcuna la si può prendere e qualche altra lasciare; se credi che la fede non sia altro che un armadio, in cui sono racchiusi alcuni ingredienti destinati a tranquillar la coscienza, e ch’essa non deve entrare nei particolari della vita pratica; se non vuoi prendere la fede nella sua verità e il Vangelo nella sua nudità, se non sei disposto ad esser cristiano dovunque, a non esser se non cristiano, integrale ed assoluto, senza calcoli interessati, no, tu non capirai affatto questo linguaggio. Lascialo.

Troverai qui idee e modi di pensare diametralmente opposti a quelli che si trovano nel mondo, in cui i principii si accomodano in tutte le salse, si contornano, si piegano, sì sminuzzano secondo i gusti di ognuno. E poi ci si mostra intransigenti su certi usi convenzionali e per meschini particolari di convenienza. Qui invece i principii sono tutto, e i particolari sono ben poca cosa; si è intransigenti nelle verità fondamentali, ed estremamente larghi nelle questioni di mezzi e di pratiche. Si diventa schiavi della verità e padroni delle inezie. Oggi il mondo mutila la verità come più gli piace, e divento schiavo della futilità. Ah! se tu hai il coraggio di guardare in faccia la vita cristiana, e la fortuna di comprenderla nella sua vera essenza, vedrai da qual parte si trovano la vera grandezza e la libertà d’anima, la vita e la felicità.

Credimi, in questo libro c’è più sostanza di quello che potresti digerire in una lettura corrente. Leggilo attentamente e a più riprese. Ti dico che le parole nascondono più cose che non ne esprimano, le frasi racchiudono più conclusioni che non ne enuncino. Ho voluto darti una chiave; se mi dai retta, questa chiave ti aprirò molti orizzonti e molti libri, orizzonti e libri serii; ti chiuderà altresì molti orizzonti e libri falsi. Ai giorni nostri è questo un doppio vantaggio assai prezioso; tuttavia non l’apprezzerai veramente, se non nella misura in cui saprai servirti della chiave ch’io ti metto nelle mani. Quanto più la maneggerai, tanto maggiori cose ti accorgerai ch’essa apre e chiude. T’auguro di sapertene servire, e ti domando di pregare un po’ per me, quando sentirai che ti ho reso qualche servizio.

Parte I

I. La fede in Dio.

“Credi tu in Dio?” – “Che domanda! ” mi dirai.

Sì, certamente…. che domanda! e che gran domanda! E la ripeto: “Credi tu in Dio? ” – “Sì”, mi dici tu. – “Forse, ti dirò io”. – “Come, forse?”

Orsù, credi a me, ci sono due cose a cui bisogna essere assolutamente risoluti:

1° Non accontentarsi mai di parole;

2° Non mentire mai a se stesso.

Tu non potresti credere quanto noi viviamo nella vanità delle parole, e nella menzogna dei nostri interessi. Se sei deciso a non accontentarti mai della superficie d’una parola senza penetrare nel fondo della cosa, e a non lasciarti mai lusingare da un interesse qualunque, e a mandar giù ad ogni costo la verità, nella sua severa pienezza, nonostante le ripugnanze e le impossibilità, allora puoi comprendermi.

Dunque: “Credi in Dio?” – “Sì, certo, e l’amo”.

“Credi che esista?” – “Sì, e darei la mia vita per affermare la sua di fronte ai miscredenti”.

“Credi che egli tutto ha creato?” – “Sì, e adoro la sua potenza, ammiro la sua sapienza, e benedico la sua bontà”.

“Credi che è stato lui a creare anche te?” – “Sì, e il mio più grande desiderio è di attestargliene la mia riconoscenza”.

“Ma se t’ha creato, perché lo ha fatto?” – “Certamente per lui e per lui solo. Io so ch’essendo l’infinito, al di sopra di tutto, egli non può agire che per se stesso. Non potrebbe essere un operaio al servizio di qualcun altro”.

– “Credi dunque che sei fatto tutto per Dio?” – “Sì, tutto; è lui il mio unico fine, e sarà anche il mio eterno riposo. Con viva gioia a lui rivolgo le parole di Sant’Agostino: Ci hai fatto per te, o Dio, e il nostro cuore sarà instabile finché non riposerà in te. Questo io lo credo, ed amo quanto credo e di questo intendo vivere”.

Bene! tu credi in Dio, hai i germi della fede, ed è un gran tesoro. Adesso bisogna che tu venga a capo della tua fede. Avendo il principio, dovrai trarne le conclusioni. È necessario che tu mostri nelle opere la tua fede, perché sai che la fede senza le opere è morta. Coi germi della fede tu hai anche il desiderio sincero di vivere di essa. Senti il bisogno e sei fermo nella tua risoluzione d’esser un cristiano puro sangue: Dio sia benedetto! Adesso io desidero mettere il tuo sapere all’altezza del tuo volere. Poiché la buona volontà, che non è illuminata, corre rischio di sbagliare strada, e questa disgrazia è abbastanza comune.

Tu sei fatto per Dio, cioè, per la sua gloria; tu lo devi glorificare: ecco lo scopo della tua vita. Il perché della tua venuta in questo mondo, del tuo soggiorno quaggiù, della tua partenza e della tua eternità, consiste essenzialmente in queste parole. La vita è moto; essa s’agita, s’affanna, avanza, per giungere dove? Alla gloria di Dio; e se non giunge là, va a finire nella morte. Le azioni della vita sono molteplici quanto mai, ma il suo fine è uno: e se le azioni così molteplici non sono dirette a quell’unico fine, la vita si vuota.

II. La gloria di Dio.

Tu sei fatto per Dio: se t’ha dato la vita, è per lui che te l’ha data. Perciò tutta la tua vita deve essere indirizzata a lui e alla sua gloria. Egli avrebbe potuto non crearti, ma creandoti, non poteva assegnarti altro scopo essenziale. Dico “essenziale”. Tu sai cosa significa questa parola nel suo senso filosofico. L’essenza delle cose è quello che negli esseri e nei rapporti è d’una tale necessità, che senza di esso non potrebbe darsi alcun essere. La gloria di Dio è nell’essenza delle cose: cioè, il glorificarlo è cosa talmente necessaria agli esseri creati da Dio, che senza di ciò nessun essere esisterebbe. Non è essenziale che tu sia, ma dal momento che sei, è essenziale che tu sia per Dio.

Temi Dio ed osserva i suoi comandamenti, poiché questo è tutto l’uomo, dice lo Spirito Santo. Il quale non dice soltanto: è il tutto dell’uomo; ma dice più energicamente: è tutto l’uomo, tutta la sua ragion d’essere, tutta la sua dignità, tutta la sua grandezza, tutta la sua vita.

Neppure Dio avrebbe mai potuto assegnarti un altro fine essenziale. Che grande felicità glorificare Dio in questo mondo e nell’eternità! I Santi in cielo sono intenti unicamente a cantare le lodi di Dio e questa deve esser altresì la tua unica occupazione nella vita presente, poiché tu non sei in questa vita transitoria, se non per imparare quello che devi fare eternamente. Sublime destino, del quale io ti farò conoscere un po’ meglio la grandezza.

III. La felicità dell’uomo.

Dio ti ha creato per sé, e ti ha creato anche per te. – E come? – In modo ch’egli vuole che tu sia felice in lui. Anche la felicità entra nella tua destinazione. Tu lo senti quanto hai bisogno di felicità. Questo bisogno chi l’ha messo in te? – Colui che ti ha creato, infondendo in tutte le parti del tuo essere un’irresistibile sete di felicità. Queste sono tre manifestazioni d’un amore che Dio non era assolutamente tenuto a darti.

Anzitutto ti ha creato, senza esservi obbligato.

Poi ti ha creato per la felicità, ed anche creandoti, non era obbligato a crearti così. Guarda un po’ se gli esseri al disotto di te, sono come te fatti per una felicità eterna.

In terzo luogo, ti ha creato per una felicità soprannaturale; ed anche creandoti per la felicità, non era obbligato a chiamarti ad una felicità infinitamente al disopra della tua natura.

Ecco dunque il triplice amore di Dio, che per amore ti ha creato: ti ha creato.

Ti creò, ed ecco il suo primo atto d’amore; t’ha creato per la felicità, ed ecco il suo secondo atto d’amore; t’ha creato per una felicità incomprensibile, infinita, soprannaturale, ed ecco il suo terzo atto d’amore.

T’ha amato abbastanza?

E tu, sarai fedele al principio da cui derivi? oppure mentirai ai tuoi destini?

Tu sei grande nelle idee di Dio: sarai piccino nelle tue? Dio ti fece grande; perché ti destinò a due grandi cose: la sua gloria, bene infinito; la tua felicità, bene infinito. Vorrai tu, dimenticandoti della tua grandezza, prostituire la tua vita a qualche bassezza? No assolutamente. Quando si hanno due infiniti davanti a sé, com’è possibile perdere il proprio tempo? Puoi glorificare Dio senza limiti, puoi essere infinitamente felice: la tua vita può e deve svolgersi nell’infinito; e tu sarai tanto fiacco da chiuderti in un’inezia?

La felicità! sai che cosa è?

Dio ti diede delle facoltà, che hanno delle attitudini e dei bisogni. Fintanto che il bisogno non è soddisfatto dalla presenza dell’oggetto che risponde alla tua inclinazione e alla tua facoltà, tu senti in te qualcosa d’incompleto; provi un vuoto ed un malessere, ti manca qualche cosa; e questa mancanza che senti, cagiona la sofferenza. Quando al contrario le tue facoltà, servendosi delle loro naturali inclinazioni, trovano l’oggetto che loro conviene, gli si uniscono, e quest’oggetto le riempie e le soddisfa; e questa pienezza per l’appunto è la felicità. Perciò la felicità è il riposo delle tue facoltà nell’oggetto che le soddisfa e le riempie. Tu sei fatto per essere riempito e contentato, e il tuo incoercibile bisogno di felicità te lo dice in un modo molto evidente. È la pienezza che ti occorre, la pienezza della vita. Non sarai mai contento, se non vivi che d’una vita solo per metà cristiana.

Quanti malesseri indefinibili, nei quali languiscono anime senza numero, per questa sola ragione che vivono nella mediocrità, e Dio non vuole che le mezze misure possano soddisfare le loro aspirazioni! La pienezza! la pienezza della vita!… tu sei fatto per la pienezza della vita cristiana. Ma che cosa è dunque la vita cristiana?

Prima di domandarti che cosa è la vita cristiana, non sarebbe bene domandarti anzitutto che cosa è la vita? Questa parola ha un senso che è un bene non ignorare.

IV. La vita

Che cosa è la vita? Ecco una di quelle domande imbarazzanti, dinanzi alla quale si resta molto sorpresi di non saper rispondere, quantunque si sappia benissimo che cos’è e sembri tanto chiara. Tu sai e senti d’avere la vita; ma dire esattamente in che cosa essa consista non lo sai più così bene. Cercherò di dirtelo io.

La vita è lo svolgimento d’un principio vitale. Vedi la pianta: in un piccolo seme è contenuto un principio misterioso, creato da Colui che è vivente nei secoli dei secoli e che è l’autore della vita. Questo principio misterioso, seguendo leggi affatto misteriose alla loro volta, fissate altresì da Dio, produce lo sviluppo della pianta, col suo fusto, rami, foglie, fiori e frutti. Lo sviluppo è appunto la vita della pianta: lo sviluppo, cominciato dal seme, elaborato dal principio interno, secondo le leggi che gli sono proprie.

In questa vita della pianta tu vedi quattro cose: anzitutto un principio vitale interno, poi un seme in cui questo principio è contenuto, poi delle leggi ch’esso segue, e finalmente ciò che produce. La stessa cosa si verifica in ogni vita. Nella vita dell’animale, come in quella dell’uomo, trovi questi quattro elementi: il principio, il seme, le leggi, gli sviluppi. Un essere vivente è dunque un organismo che, cominciando da un seme, si sviluppa secondo leggi proprie, e in virtù d’un principio vitale interno.

Capisci benissimo che è appunto il principio vitale interno l’essenziale della vita. È esso che è contenuto nel seme, che segue le sue leggi proprie, che procura lo sviluppo della vita. Nulla è vivente, se non quello che si sviluppa regolarmente secondo le leggi d’un principio vitale. È questo principio che costituisce la vita, perché procura lo sviluppo dell’essere vivo. Cosicché si può dire con verità che la vita è, lo sviluppo d’un principio vitale.

Per produrre la vita, il principio ha bisogno di seguire le sue leggi. Ogni vita ha le sue leggi. Così tu vedi che un giglio non rassomiglia ad una rosa, né un gatto ad un gallo. Perché? In ciascuno di questi esseri il principio vitale ha certe leggi di sviluppo differenti. Ma tu vedi altresì che un giglio rassomiglia sempre ad un giglio, e un gatto rassomiglia ad un gatto. Perché? Perché il principio vitale ha leggi fisse; non esce dalle sue leggi, e se ne esce, muore, e non c’è vita. Così è dunque necessario alla vita che le leggi del suo sviluppo siano rispettate, e bisogna impedire che esse vengano violate. Rispettare le leggi del suo sviluppo è la prima necessità della vita.

Ma ce n’è anche un’altra. Ordinariamente lo sviluppo della vita è sottomesso a condizioni esterne. Guarda la pianta, l’animale; per svilupparsi la pianta ha bisogno d’un clima e d’un suolo adatto, le occorrono spesso le sollecitudini d’una coltura assidua, affinché la vita possa alimentarsi in buone condizioni. L’animale alla sua volta ha le medesime necessità d’alimentazione e d’ambiente. Se tali condizioni fanno difetto, la vita se ne va. Bisogna dunque assicurare alla vita gli elementi esterni del suo sviluppo, ed è la seconda condizione della vita.

Ti prego di non aver paura di questi princìpii filosofici; se mai te li farai spiegare; io voglio che la tua fede sia solida, e per esser solida, è necessario che sia fondata, e non può esser fondata se non su dei princìpii.

V. La scienza della vita.

Per proteggere e preservare la vita, che è la sua prima necessità, e per darle il suo vero ambiente, che è la sua seconda necessità, bisogna conoscerla. Com’è possibile curare ciò che non si conosce? Guarda il giardiniere: quanto s’affatica egli per ottenere dei bei prodotti! Con la teoria studia, e con la pratica osserva la sua pianta, le leggi che segue nella sua crescenza, il suolo che richiede, le cure che esige. Così acquista la scienza di giardiniere. Una volta in possesso di questa scienza, egli è in grado di proteggere e favorire la vita della sua pianta. Ma chi non sa, cosa potrà fare? Guasterà e rovinerà ogni cosa. Prova a coltivare una pianta che non conosci, e vedrai che la prima necessità per te sarà d’imparare. osservare, tentare, con gran rischio di rovinare, con esperimenti sbagliati, la tua pianta.

Così per coltivare una pianta bisogna sapere. In altre parole: la scienza della vita è necessaria alla vita. La scienza della vita è la cognizione delle leggi di sviluppo e delle necessità dell’ambiente: sapere come si sviluppa e sapere che ambiente richiede. sapere come si sviluppa, a fine di preservare il movimento vitale dagli errori, dalle lesioni, dalle deviazioni, dalle compressioni: tutte cose che, contrastando la vita, finiscono con ucciderla. Sapere quale ambiente richiede, al fine di fornirle gli elementi e gli alimenti utili e di preservarla dagli avvelenamenti.

Ogni vita richiede siffatta scienza: la vita della pianta che vuoi coltivare. quella dell’animale che vuoi allevare, la tua stessa vita che devi sviluppare. Per vivere, bisogna saper vivere. Ebbene, tu che hai la nobile ambizione di voler vivere cristianamente, tu che ad ogni costo sei risoluto di sviluppare in te la più incomparabile delle vite. comprendi in quale necessità ti trovi di sapere già prima che cosa è la vita cristiana? Comprendi che il tuo bisogno più urgente è l’avere la scienza della vita cristiana?

Quale scienza quella della vita cristiana! Ogni scienza è bella; ma quella della vita le supera tutte. E siccome la vita cristiana sorpassa ogni altra vita, la scienza della vita cristiana è la più grande delle scienze. Che t’importano tutte le altre senza questa? e che può mancare a chi la possiede? Saper vivere cristianamente: ecco quella scienza di cui ti voglio qui insegnare i fondamenti. Studiamo dunque insieme le condizioni della tua vita, a fine di formarne secondo i tuoi desideri una vita interamente e veramente cristiana.

VI. La vita del corpo.

Dio ti diede la vita per procurare la gloria sua e raggiungere la tua felicità. E qual vita ti diede? Anzitutto ti diede la vita del corpo, la vita naturale, quella di cui il corpo vive mediante l’anima, e di cui l’anima vive nel corpo. Di questa vita tu conosci il principio e le operazioni. Il principio è l’anima, dato che è l’unione dell’anima col corpo, che fa sì che il corpo sia vivente. Le operazioni sono la cognizione, l’amore e l’azione. Difatti tu hai delle forze conoscitive, delle forze volitive, e delle forze operative.

Per conoscere, hai un insieme di forze, che sono i cinque sensi, l’immaginazione e la mente.

Per amare e volere (giacché amare e volere sono la medesima cosa, poiché amare è voler bene), per amare, dico, hai un complesso di forze che sono nelle impressioni esterne, nella sensibilità e nella volontà.

Per agire hai un insieme di forze sparse in tutte le membra del corpo.

L’uomo, dice De Bonald, è mente, cuore e sensi2.

La mente indica tutte le facoltà conoscitive, perché le domina e le dirige.

Il cuore comprende tutte le facoltà volitive. Sai che ci siamo intesi di non pigliar le parole tanto per il sottile. Il cuore è una parola che l’insipienza dei nostri giorni piglia spaventosamente per i capelli, non facendole designare se non le emozioni sensibili e passionali. Ricordati che, nel linguaggio cristiano, cuore e volontà sono sinonimi, e che indicano tutte le facoltà volitive.

Infine i sensi indicano le forze, operative.

Così quando Dio dice: tu amerai il Signore Iddio tuo con tutta la tua mente, vuol dire: con tutte le tue facoltà conoscitive; con tutto il tuo cuore, vuol dire: con tutte le tue facoltà volitive; con tutta l’anima tua e con tutte le tue forze, vuol dire: con tutte le tue facoltà operative3.

Conoscere, amare ed agire, ecco tutto il movimento dell’uomo; sviluppare la mente, il cuore e i sensi, ecco tutta la tua vita. Vuoi vivere? Sviluppa la tua mente, sviluppa il tuo cuore, sviluppa i tuoi sensi, e vivrai. Formati una mente retta, un cuore energico, e sensi robusti; salute della mente, salute del cuore, salute del corpo, non trascurare nulla, non falsare nulla, non spezzare nulla; in tal modo vivrai. Dio ti fece per vivere; e vivere è svilupparsi. Tu non conosci tutte le risorse d’intelligenza, di dedizione e d’azione che Dio ha posto in te. Quando un uomo sa concentrare tutte le sue forze senza lasciarne perdere nessuna, egli ha una potenza prodigiosa. L’uomo più potente non è quello che ha maggiori talenti, ma quello che ne perde meno.

Ecco dunque una prima vita che tu possiedi, la vita del corpo, la vita naturale. Essa ha certamente la sua grandezza; le sue facoltà d’intelligenza, di volontà e di azione pongono l’uomo al di sopra di tutti gli esseri visibili; la sua vita è la più elevata di quelle che si svolgono nell’orbita terrestre. La vita umana è dunque una gran cosa, ed è una grande scienza il sapere svilupparla. Rifletti dunque! sviluppare la mente, il cuore e i sensi dell’uomo; istruzione, educazione, formazione: che problemi!

VII. La vita dell’anima.

Per la maggior parte degli uomini, questa vita naturale, che è composta di cognizione, d’amore e d’azione, è tutta la vita. Per te che vuoi essere cristiano, questo non è che una piccola parte e come la preparazione alla vera vita. La vera vita del cristiano è quella soprannaturale. Che cosa è questa vita? È una vita di cui Dio fa vivere l’anima, come l’anima fa vivere il corpo. Tutte queste operazioni d’intelligenza, d’amore e d’azione è l’anima che le fa nel corpo e per mezzo di esso. Ebbene, nell’anima tua di cristiano, Dio compie le stesse operazioni d’intelligenza, d’amore e d’azione; vale a dire, egli s’impadronisce delle tue facoltà naturali, e le fa agire soprannaturalmente. La vita naturale fa le funzioni del corpo rispetto a quella soprannaturale.

La vita naturale è l’unione dell’anima col corpo;

quella soprannaturale è l’unione dell’anima con Dio.

Ciò è senza dubbio assai misterioso per te, e non puoi averne ora la chiara intelligenza. Ma è appunto quello che si tratta d’insegnarti qui, e vedrai che la luce si farà piena a’ tuoi occhi. Ritieni solo questo: che tu devi essere unito a Dio, come il corpo è unito all’anima, che Dio deve vivificare l’anima, come l’anima vivifica il corpo; che Dio deve far muovere l’anima come l’anima fa muovere il corpo. Se per un corpo umano è una dignità così grande l’essere unito ad un’anima ragionevole, quale dignità per un’anima cristiana l’essere unita al suo Dio!

Se l’istruzione della mente, l’educazione del cuore e la formazione dei sensi dell’uomo nella sua vita naturale sono problemi così formidabili, che scienza sarà quella che abitua la mente, il cuore e i sensi ad essere mossi da Dio e per Dio! Vedrai quali magnifici sviluppi è destinata a prendere siffatta vita. Vedrai quanto è grandiosa quella vita che tu ambisci. Oh! quanto devi ringraziare Dio d’aver messo nel più intimo del tuo essere codesto meraviglioso e prepotente bisogno, che ti fa aspirare alle profondità ed alla pienezza di siffatta vita! Oh! sì, diventa cristiano, dilata il tuo spirito, il tuo cuore e i tuoi sensi, in quest’atmosfera infinita della vita soprannaturale. Che vita sublime, dolce, inebriante! Ecco la vera vita. L’uomo che vi entra, ben sente che tutto il suo essere è fatto per salire fino a quel punto. Fintanto che l’anima tua non avrà la piena libertà di dilatarsi fino alle supreme altezze della vita cristiana, sentirai che ti manca qualche cosa.

Ma quando t’accorgerai di camminare su questa via della vita senza impacci, allora capirai che nulla ti manca più, tranne il cielo, che ne è il coronamento.

L’anima, animata dal movimento divino della vita soprannaturale, diventa capace di rendere a Dio una gloria infinita, e di godere per se stessa di una felicità infinita. Se tu non fossi cristiano, se non avessi in te la vita divina, non avresti che una capacità naturale, molto limitata ed incompleta, per lodar Dio e godere in te stesso. Ma in virtù della unione divina, acquisterai una potenza di lode e di godimento infinito. Dio che ha preparata e adattata la tua natura a tale stato soprannaturale, col vuoto delle cose terrene ti fa sentire che tu sei fatto per l’infinito. Ah! se sapessi la grandezza dell’anima tua!

VIII. La vita della Chiesa

Le grandezze dell’anima tua!… Se le vuoi comprendere, non contentarti di considerare lo svolgimento della tua vita isolata. Dio non ti ha fatto per vivere isolato in questo mondo, e non t’ha destinato a vivere da solo in cielo. Quaggiù come lassù, egli t’ha predestinato a vivere nell’unità d’un gran corpo, di cui tu devi essere membro e che è la Chiesa dei Santi. Tutti gli angeli e tutti gli uomini, chiamati per la loro creazione a glorificare essere beatificati, sono chiamati a vivere uniti insieme, per questa gloria e per questa felicità nell’unità organica, vivente. eterna della Chiesa.

Tutti sono chiamati, ma ohimè pochi sono gli eletti4. Vi sono degli angeli malvagi e degli uomini cattivi, che a cagione del peccato non entreranno nel corpo degli eletti di Dio.

Tu che già fai parte di questo corpo Per il battesimo e per la fede cristiana, e che sei risoluto di far tutto il possibile per rendere sicura, con le buone opere, la tua vocazione e la tua elezione5, considerane la grandezza, per non perderne il beneficio.

Rendi grazie a Dio Padre che ti ha fatto degno di partecipare alla sorte dei Santi nella luce, che ti ha strappato al potere delle tenebre e ti ha trasferito e ti ha trasferito nel regno del suo figliuolo diletto, col Sangue del quale fosti riscattato e ricevesti la remissione dei tuoi peccati… È lui il capo del corpo della Chiesa, lui le primizie della creazione, lui il Primogenito dei morti, lui il primo in tutto6.

Gesù Cristo è il Figlio di Dio fatto uomo, lo sai.

Egli è Dio e uomo. In lui Dio e l’uomo sono talmente uniti, che non formano se non una sola persona. L’unione divina è in lui talmente completa, talmente incomprensibile!… è il mistero dell’Incarnazione. È per lui che Dio è veramente e infinitamente glorificato; ed è per lui che gli angeli e gli uomini sono uniti a Dio. Lui è il capo e noi le membra. Tutti gli eletti, sia angeli che uomini, entrano ognuno come un membro, un elemento vivo nel gran corpo, di cui Gesù Cristo è il capo. Ognuno ha il suo posto segnato, e la sua funzione determinata; tu ed io siamo chiamati al nostro posto e alla nostra funzione.

Sai perché Dio t’ha dato quella mente, quel cuore, quel corpo? Perché ognuno di noi ha un’esistenza di tale lunghezza, il proprio numero di facoltà, il proprio peso di tendenze? Perché i doni e le grazie variano per ogni individuo? Succede di questo come dei diversi elementi del tuo corpo: i nervi, le vene, le ossa, le fibre, ecc.; ciascuna parte ha la tua fisionomia, la sua struttura e il suo posto secondo la sua funzione.

Così noi siamo nel corpo di Cristo. Perché Dio creò degli angeli in tal numero e con tali qualità? Perché creò e continua a creare degli uomini? Secondo le necessità del gran corpo degli eletti. Egli ne ha tracciato il piano, sa fino a qual punto esso deve svilupparsi, e la storia dell’umanità quaggiù non avrà termine, se non al momento in cui l’ultimo membro ne avrà attuata la piena integrità. Che cosa dunque va. effettuandosi nello svolgimento della storia del mondo? qual è il risultato del movimento universale degli esseri? La formazione del gran corpo, in cui, tutti insieme, gli eletti in Gesù Cristo lodano Dio e godono di Lui.

E tu che fai in questo mondo?

Tu cresci, ti sviluppi per arrivare come meglio ti è possibile ad occupare il posto e a compiere la funzione eterna, che Dio ti ha assegnata per la sua gloria e per la sua felicità. Dimmi: oseresti ancora sprecare la tua vita, e condannarti ad una diminuzione eterna, in cui non saresti che una metà o un quarto di te stesso? in cui non daresti a Dio che una parte della lode e non avresti per te che una parte della felicità, di cui eri capace nei disegni di Dio? Pensaci un po’, una diminuzione eterna!… restare un membro menomato in questo corpo di santi, pel quale Dio ti fece, al quale sei già unito!… Oh! te ne scongiuro, non far tale ingiuria a Gesù Cristo tuo capo, ai Santi, alla Chiesa e a te stesso: sii un cristiano degno del tuo nome, degno della tua vocazione, degno del tuo Dio. Se avessi la fede!… la fede in Dio!… la fede nei tuoi destini immortali!… Se sapessi credere abbastanza da non perdere mai di vista le tue grandezze divine!

IX. Gli strumenti della vita.

Ora sai qual è il tuo fine: glorificar Dio, e render felice te stesso. Sai ciò che sei: mente, cuore e sensi.

Sai in che consiste la tua vita naturale; sviluppare il tuo corpo, il tuo cuore, la tua mente. Sai in che consiste la tua vita soprannaturale: svolgerti in Dio e nella Chiesa. In tal modo conosci lo scopo e la costituzione della tua vita; che cosa hai ancora bisogno di conoscere? Gli strumenti della vita. Non si manda un giardiniere al lavoro senza gli utensili, né un soldato alla battaglia senz’armi. Per quanto si conosca bene il lavoro, e per quanto uno sia forte, non si può nulla senza strumenti.

Dio ti creò. ti diede un gran compito da assolvere e forze potenti per eseguirlo; non t’avrà anche dato gli strumenti relativi al tuo còmpito e alle tue forze? Oh! Benedicilo, perché qui ammirerai una volta di più il suo amore. Si, egli ti diede strumenti senza numero e senza misura; ne hai un assortimento infinito; mai non ti mancheranno gli strumenti e mai li impiegherai tutti.

Ah! non ti lagnare che Dio sia stato avaro a tuo riguardo. Tu sai ch’egli non ti ha accorciato l’orizzonte del tuo lavoro, poiché è infinito. Tu non conosci abbastanza quali forze prodigiose ti ha dato, perché sei troppo abituato a sprecarle. Ma non ignori ancor più qual ricca collezione di strumenti egli ti mette nelle mani? Un lavoro infinito, forze incalcolabili, strumenti senza numero, ecco quello che ti diede. Sarà colpa sua, se tu non sai dilatare la tua vita?

  • Ma dunque, quali sono questi strumenti?

  • Tutte le creature. Intendi bene, tutte le creature. Bisognerà ricordar bene questa parola e il suo significato.

  • Ma che bisogna intendere per creature?

  • Bisogna intendere tutto ciò che è creato, tutto ciò, che è fra Dio e te, tutto ciò che Dio fece e tutto ciò che continua a fare. Ve ne sono delle creature fra Dio e te?

Le creature materiali, come gli elementi, l’acqua, l’aria, il fuoco, gli alimenti, le piante, gli animali e gli uomini… e tutti quanti gli avvenimenti che accadono… E le creature spirituali, la grazia, le virtù, i sacramenti, la Chiesa, i doni di Dio, ecc., ecc. Quante cose che sono e che si fanno! E tutte queste cose che sono e che si fanno, per te non sono che strumenti. Te ne mancano forse?

Sai che vuol dire strumenti? Vuol dire che tutto ciò che è e tutto ciò che si fa, è destinato da Dio a servirti per il gran lavoro della tua vita. Egli mette tutto a tua disposizione; nulla è, e nulla si fa se non per servirti di strumento. Questa è l’idea di Dio: ecco il perché di tutti gli esseri e di tutti i movimenti degli esseri terrestri, umani e divini. Tutto – dice S. Paolo, tutto lavora pel bene di quelli che amano Dio, e che dal beneplacito della sua volontà sono chiamati alla santità7.

X. L’idea di Dio.

Comprendi ora l’idea che Dio ha sopra di te e sopra tutti gli esseri creati da lui? Non è forse grandiosa? Egli ha un fine essenziale: la gloria sua. A questo fine essenziale, ne aggiunge un secondo: la felicità dei suoi eletti. Per conseguire questo scopo egli ha un piano generale: l’unione di tutti i suoi eletti con lui e fra loro per mezzo di Gesù Cristo. E per eseguire questo piano, egli crea successivamente gli angeli e gli uomini, destinati a pigliare ciascuno il suo posto e a compiere la sua funzione nel gran corpo di Cristo. E per far a ciascun membro l’onore di lavorare lui stesso alla sua formazione, gli dà la vita allo stato di germe, che egli deve sviluppare fino alla sua piena crescenza. E. per lavorare a questa crescenza egli crea strumenti senza numero: le creature di cui lui stesso si serve e di cui devi servirti anche tu. Ecco l’economia generale della creazione e dell’esistenza di tutte le cose, ed ecco l’organizzazione del piano speciale della tua vita nell’idea di Dio. Medita profondamente questa idea di Dio ed essa ti spiegherà tutto: comprenderai Dio, te e il mondo. Comprenderai la tua vita, e comprenderai anche i tuoi languori e le tue debolezze fino ad ora.

Senza dubbio non vedrai, al primo colpo d’occhio, come tutti questi strumenti possano servire: sei tanto poco abituato a servirtene! e conosci così poco la loro utilità! Ma imparerai, e per te la vita avrà degli splendori impareggiabili e sarai felice di sentire la tua vita dilatarsi per Dio senza misura.

Dio è quello che è; tu sei quello che Dio ti fece, e le cose sono quello che Dio le fece. Egli è l’infinito. Fece te per lui e le cose per te. Pretendi forse di rifare questo piano di Dio? Rifà piuttosto le tue idee secondo questo piano, e vedrai che c’è molto da fare. Poiché se tu sai così poco vivere, la ragione è che ti scosti troppo dall’idea di Dio; lo vedrai meglio più tardi.

Cuore cristiano, come sei fortunato d’aver la fede! Hai tempo ancora di correggere le tue vie, d’indirizzare la tua vita verso il suo giusto termine. Le risorse della vita in te non sono affatto esaurite, e tu saprai utilizzarle. Benedicine Dio!

XI. L’ultima delle creature.

Le creature sono strumenti, ma di che cosa? essenzialmente della gloria di Dio secondariamente della tua felicità.

Esse devono servirti a conquistare questi due beni, che sono lo scopo unico della tua vita. Hanno dunque una doppia utilità: l’una essenziale e primaria, per Dio; l’altra accessoria e secondaria, per te: utilità divina ed utilità umana.

Come strumenti hanno un’attitudine meravigliosa per servire a questi due fini; infatti essi sono opera di Dio, e tu devi credere che, quando Dio prepara degli strumenti, questi devono essere divinamente adatti al lavoro a cui sono destinati. Se l’uomo sa così abilmente fabbricare strumenti pel suo lavoro, Dio sarà meno abile di lui? Mai non ardiresti fargli l’ingiuria di credere ch’egli non abbia saputo adattare le sue opere alla sua idea. Ah! i Santi, che non sono tanto estranei all’idea di Dio, sperimentano come le creature sono strumenti di precisione, per le anime che sanno vivere. Nelle mani dell’ignorante che non conosce né lavoro né utensile, il migliore strumento non vale nulla. Passa l’utensile ad un uomo del mestiere e vedrai. Sai quali sono gli uomini del mestiere nel lavoro di cui parliamo? Sono i Santi. Perciò le creature, che potenti ed efficaci strumenti sono nelle loro mani! Quali opere hanno fatto i Santi, con gli stessi strumenti che tu non sai maneggiare! Se almeno sapessi domandare a questi maestri i segreti del tuo lavoro in questo mondo! Io voglio qui insegnartene alcuni e spero saprai profittarne.

XII. L’uso delle creature.

Le creature sono strumenti. Come bisogna servirsene? Anzitutto bisogna servirsene e non servirle. Bisogna averle alla mano e non nel cuore, dice S. Agostino8. Questa breve frase dice molto. Sono strumenti, non altro. Nessuno è scopo, Dio solo è il tuo scopo; fuori di lui non v’ha traccia di scopo per le tue facoltà; tutto è mezzo, tutto è strumento. Né la tua mente, né il tuo cuore, né i tuoi sensi, hanno qualche scopo nelle creature; vi trovano degli strumenti ed ecco tutto.

E come si usa uno strumento? Si usa per quei lavori per cui è stato fatto, e nella misura, né più né meno, in cui è utile. Pigli la penna per scrivere, il coltello per tagliare, l’ago per cucire. Li prendi quando ne hai bisogno; te ne servi fintantoché ne bisogno; e fatta la cosa, lì metti giù. Ecco lo strumento e la maniera di servirsene. Così bisogna fare di tutte le cose.

Per usarne così, occorre conoscerne l’utilità. Il bambino non sa servirsi di nulla, perché non conosce l’utilità di nulla. Si porterà alla bocca tanto un coltello come un pezzo di pane, giocherà col fuoco, come con un’immagine. Tu conosci già molto l’utilità umana delle creature; ma della loro utilità divina che cosa conosci? Vi cerchi la tua felicità e dirò più avanti come. Ma la gloria di Dio! ah! tu non sospetti neppure la tua ignoranza a questo riguardo.

Sta’ ben attento a questi princìpii, che sono gravidi di conclusioni, che si svilupperanno più avanti e a cui non potrai sfuggire. Sai che abbiamo fatto un patto di non mentire mai a noi stessi, e di andar sempre a fondo delle cose. Credimi, il fondo di questa parola “strumenti” è stranamente profondo; cerca dunque di scandagliarla e bada che non ti colgan le vertigini. Bisogna essere un uomo: mente positiva, cuore energico, corpo robusto.

XIII. L’ordine.

Chi è che deve passare il primo, tu o Dio? – Che domanda! – Ti pare strana, nevvero? – Certo, e perché farmela? è una cosa da domandarsi questa? – Poco fa ti chiedevo se credevi in Dio; e quella prima domanda ti ha stupito quanto questa: ritienle tutte e due, t’avverto fin d’ora che te le richiamerò, e la tua sorpresa sarà anche maggiore.

Pel momento ti sembra evidente che, se Dio è Dio, egli dev’essere il primo in tutto. La sua gloria, passa dunque avanti alla tua felicità: è l’ordine del fine. Le tue facoltà devono dunque occuparsi della sua gloria più che della tua felicità: è l’ordine del tuo lavoro. Le creature devono dunque servire alla sua gloria, anziché alla tua felicità: è l’ordine degli strumenti. Tutto ciò non è forse chiaro come la luce del sole?

È diritto essenziale di Dio l’essere il primo in tutto. Chi è come Dio?9. Se è suo diritto, dev’essere rispettato. Oseresti tu non rispettare i diritti di Dio? E se non li rispettassi, non te li farebbe rispettare lui presto o tardi? L’ordine è l’ordine, e la beatitudine dell’ordine è tale ch’esso non può mai essere violato, senza vendicarsi, dice S. Agostino10.

Ripeto dunque: l’ordine essenziale delle cose vuole che la gloria di Dio sia al di sopra della tua felicità, quanto Dio è al di sopra di te. L’ordine essenziale delle tue facoltà è che il tuo spirito, il tuo, cuore e i tuoi sensi s’occupino della gloria di Dio in primo luogo e della tua felicità solo in secondo luogo. L’ordine essenziale degli strumenti esige che le creature siano impiegate anzitutto per la gloria di Dio e in secondo luogo alla tua felicità. Finché Dio sarà Dio, e l’uomo sarà uomo, l’ordine sarà questo. Pretendere di organizzare le cose diversamente, sarebbe negar Dio e negare l’uomo.

XIV. Il disordine.

Sai quanti mali vi sono nel mondo? Non ce n’è che uno; tutti i mali derivano da uno solo. Questo male, padre di tutti i mali, qual é? È il rovesciamento dell’ordine divino; l’uomo si mette al posto di Dio, fa passare il suo piacere prima della gloria del suo Creatore, vive per se stesso anziché per Dio. Ecco il disordine.

Nella mente, nel cuore e nei sensi il piacere umano prende il predominio; tiene il primo posto dappertutto, acquista un’importanza preponderante nella vita. La gloria di Dio è relegata al secondo piano, talvolta dimenticata e sacrificata. L’uomo non serba più a Dio il posto essenziale che gli compete: Dio non è più il primo né nella mente, né nel cuore, né nei sensi dell’uomo. E le creature che devono essere impiegate innanzitutto per Dio sono invece impiegate quasi esclusivamente per il piacere dell’uomo. Invece di conoscere, amare e servire Dio, l’uomo si occupa di conoscere, amare e servire il suo proprio piacere.

Tu vedi, nel paradiso terrestre, la prima donna e il primo uomo commettere quel gran disordine, che fu il punto di partenza di tutti gli altri. E che fecero essi? Preferirono il loro piacere all’ordine divino. E da questo primo male son derivati tutti gli altri. Figlio d’Adamo, tu nasci col peccato originale, e porti impresso nella tua natura una generazione congenita, che ti trascina a preferire altresì la tua soddisfazione alla gloria del tuo Creatore.

E le passioni umane si agitano in tutti; e in tutti tendono al medesimo disordine. Dovunque è la ricerca di se e del proprio piacere a detrimento di Dio. Dovunque è la creatura sviata dall’uomo a profitto del suo egoismo sensualista. Dovunque è la lotta del piacere umano contro l’ordine divino.

Cosicché tutto il creato è falsato. L’uomo è falsato, perché non è al suo e non tende al suo fine; le sue facoltà sono falsate, perché non agiscono direttamente; le creature sono falsate, perché sono male impiegate: i1 piano di Dio è falsato, perché è rovesciato. Che disordine! E come stupirsi se questo disordine porta seco tanti mali e tante rovine! S. Paolo dice che tutto il creato manda gemiti e che è come nei dolori del parto, per liberarsi da questo male11. Tu non percepisci questo gemito universale. Senti però che vi è molto male attorno a te; e non senti che vi sono anche in te molte sofferenze!

XV. Il peccato mortale.

Tu fai qualche volta il male; e qual è il male che fai? Il male più terribile, il più gran disordine, è il peccato mortale. E che cos’è il peccato mortale? È un piacere creato, a cui aderisci e che prendi in modo talmente contrario all’ordine e al piano di Dio che rovesci e distruggi la sua gloria calpestandola, e spezzi l’unione della tua anima con lui.

Il peccato mortale è un piacere: difatti tu non offendi mai Dio, se non per procurarti un piacere che ti preme più di lui

È un piacere o della mente, o del cuore, o dei sensi… Guarda, per esempio, nei tuoi pensieri le soddisfazioni dell’orgoglio, nel tuo cuore il godimento degli affetti disordinati, nei tuoi sensi le seduzioni degli atti colpevoli. Esamina gli incontri, in cui la tua povera anima si lascia scivolare nell’abisso del male. Dovunque, sempre, è il piacere che ti domina e ti trascina. Sia che tu commetta il peccato mortale per ottenere un godimento che cerchi, sia che lo commetta per evitare un inconveniente che paventi, tu segui sempre la via della soddisfazione.

E dove ti conduce questa via? All’ingiuria del tuo Creatore e alla morte dell’anima tua. All’ingiuria del tuo Creatore: ingiuria grave, grossolana, incomprensibile: è questo il lato più deplorevole del tuo peccato. Fai a Dio l’ingiuria sanguinosa di metterti sotto i piedi il suo nome, il suo amore, il suo timore, parola, la sua gloria, per pascerti d’un piacere ch’egli condanna. Metterti Dio sotto i piedi! e Dio è fatto per stare sotto i tuoi piedi? lui? Chi è il primo, tu o lui?

E nell’anima tua, che disastro! Offendendo Dio, tu la rompi con lui, separi l’anima tua da lui; distruggi in te quell’unione divina, che è la tua vita soprannaturale. L’anima tua perde quel movimento soprannaturale, che è la tua vera vita di cristiano; è il colpo di morte dato a ciò che vi è di meglio e di più elevato in te, la tua esistenza di cristiano. A da questo peccato deriva quel terribile epiteto di mortale.

Dimmi, a che punto ti trovi quanto al timore di quest’abominazione?… Ne senti la mostruosità?… ad ogni costo di purgarne per sempre la tua mente, il tuo cuore e i tuoi sensi?… Ah! se avessi la fede!… se credessi in Dio! Se credessi alla vita soprannaturale!… Se sapessi la dignità della tua anima e la grandezza della tua vita!… No, è impossibile aver la fede, la fede vera e viva, la fede sincera e profonda, e non detestare il peccato mortale sopra ogni altra sventura.

Fintantoché non detesti questo male che per metà e a malincuore, fintantoché il tuo cuore conserva volontariamente verso di esso qualche simpatia, non stare a dirmi che sei un uomo di fede. Eh! senza dubbio il peccato ha gettato nell’anima tua radici numerose e profonde, che non è in tuo potere di estirpare in un giorno. Ma se tu gemi del tuo male, se chiedi a Dio di esserne liberato, se ti studi di sradicarlo, se sei generoso nel rialzarti, generoso nel lottare, ciò basta alla tua fede. Quello che Dio domanda, quello che la fede esige, è che tu non rimanga volontariamente voltato dal lato del male, che tu sia sincero, e che nel più intimo di te stesso tu sia semplicemente risoluto di dare a Dio il suo posto. Dopo ciò, se le tue debolezze ti faranno commettere ancora qualche caduta, Dio le guarirà.

Perciò ti scongiuro, abbi fede, credi in Dio, tanto da non mai preferirgli un piacere mortale; mettilo una buona volta al primo posto in cima alla tua coscienza. Piuttosto morire che lasciar volontariamente che l’obbrobrioso mostro profani in te e calpesti la gloria dì Dio, insozzi l’anima tua e uccida la tua vita. Sì, la morte del corpo mille volte, piuttosto che quella dell’anima.

XVI. Il peccato veniale.

Ecco un male incomparabilmente meno grave del precedente; dato che né di fronte a Dio né di fronte a te stesso, ha conseguenze tanto funeste. E tuttavia è ancora per l’anima tua il medesimo movimento verso il piacere creato. Che cosa è infatti il peccato veniale? È un piacere creato, verso il quale sei attratto, a cui aderisci e che tu ti prendi contrariamente all’ordine e al piano stabilito da Dio, in modo da ledere la sua gloria e l’anima tua.

È un piacere, poiché questo è l’unica cosa che attragga ed inganni l’anima tua, per distoglierla da Dio. È un piacere o della mente o del cuore, o dei sensi. È una soddisfazione, il cui fascino ti domina, di cui non sai o non vuoi liberarti.

Ci resti attaccato, e sei trascinato. Trascinato fin dove? Fino a ferire Dio e l’anima tua. Ferisci Dio e la sua gloria. Non distruggi la sua gloria in te, ma la mutili, la falsi, l’intacchi e la violenti più o meno, secondo il numero e l’importanza delle tue colpe.

Dimmi: forse che Dio è fatto per essere tuo zimbello? Merita forse tanto disprezzo da parte tua?…

Credi in lui?… Chi dev’essere il primo, lui o tu?

Ferisci l’anima tua. Il peccato veniale per sé non giunge fino a darle la morte; ma quante contusioni, ferite, mutilazioni!… Dio t’ha forse data l’anima perché la maltratti in modo così strano? La vita soprannaturale è dunque per te così spregevole, che occorra trattarla sì indegnamente?

Tu ti guardi bene dal cagionare ferite al tuo corpo, e quando una disgrazia viene tuo malgrado a ledere la tua salute, quante cure ti prodighi per ripararlo e guarirlo! Il tuo corpo è dunque più prezioso dell’anima? E tu pretendi ch’io riconosca in te un uomo di fede! 0h, vedi, quando per davvero si crede in Dio, non lo si ferisce con la gioia nel cuore. Quando si crede alla vita soprannaturale, si prendono maggiori precauzioni per non lederla, o per ripararla, se è offesa. Dio e l’anima sono due cose sacre, che la fede ti insegna a rispettare più di tutto, ad amare sopra tutto e a preservare più di tutto il resto.

A che punto ti trovi quanto al peccato veniale? non lo mandi giù come l’acqua? non lo tracanni come l’aria? Tanti pensieri!… tanti affetti!… tante azioni!… L’orgoglio, con tutte le sue bassezze, le sue ambizioni, le sue gelosie, le sue mancanze di carità, e che so io?… La sensualità, con tutte le sue insanie: le sue ricerche, le sue viltà, le sue golosità, il suo lusso, i suoi trastulli, e tutto il corteggio innumerevole di colpe, che trascina con sé la ricerca del tuo piacere prima della gloria di Dio. Nota che tutte queste mancanze d’orgoglio e di sensualità, io le suppongo leggere, suppongo che non ti portino a colpe gravi.

Ma anche se sono leggere, quanto più sono numerose!

Non è forse vero che la tua mente è tutta ripiena di pensieri veniali,?… E che dire degli affetti del tuo cuore?… E delle tue azioni? Quanti difetti in tutto questo! E tu quasi quasi non te ne preoccupi!… Dici: Ma questa non è una colpa mortale. E credi in Dio? Credi che Dio è Dio, e lo metti così sotto i piedi, e lo tormenti con tanti colpi?… Mi dirai che ami molto tuo padre, perché non fai che percuoterlo tutti i giorni, e non l’hai ancora ucciso?…

Credi in Dio… una buona volta… e mettilo al primo posto.

Quando avrai scacciato il demonio del peccato veniale da tutti i pensieri della tua mente, da tutti gli affetti del tuo cuore, da tutte le azioni dei tuoi sensi;

quando nessuna abitudine di piacere veniale abbatterà la gloria di Dio in te; quando sarai disposto a morire, piuttosto che consentire deliberatamente a metter Dio sotto i tuoi piedi con la menoma offesa veniale; allora comincerò a credere che tu cominci a sapere quello che è Dio e ad avere in lui quella fede soda, che conviene alla sua grandezza e alla dignità dell’anima tua.

Senza dubbio bisogna tener conto, e grandissimo conto dell’umana debolezza. Cadremo ancora molte volte, offenderemo ancora Colui che dobbiamo e vogliamo amare, feriremo ancora il suo amore. Lo stesso giusto cade sette volte, dice lo Spirito Santo; ma si rialza, aggiunge subito il sacro testo12. Quindi ti succederà ancora d’essere sorpreso, malgrado i tuoi buoni desideri e la tua buona volontà. Se davvero sei giusto, ti rialzerai: da ciò si riconosce il giusto. Non ti meravigliare, né ti spaventare, né ti scoraggiare della tua debolezza: Dio la guarirà. Sii sincero e retto, e vedrai più avanti com’egli guarisce e conduce le anime rette.

XVII Il male che tu non conosci.

Quand’avrai scacciata perfino l’ultima traccia di consenso al peccato veniale, sarai in regola con Dio? Avrà egli nella tua vita tutto il posto che gli conviene? Sarà una buona volta il primo in tutto? Tu non l’offenderai più affatto, volontariamente; che gran cosa! e come la brami ardentemente, nevvero? come desideri finalmente di mettere la tua vita d’accordo con la tua fede!

Come giuri di non più mentire a te stesso!… – Dio è Dio ed egli sarà il mio Dio, e io lo tratterò da Dio. – Ecco il tuo giuramento, non è vero? Sì, davvero questa volta sei deciso a credere in Dio e a metterlo al primo posto. Non più peccati! il peccato è un’abominevole menzogna in un uomo che ha la fede. È indegno di un uomo che si rispetta il mentire continuamente alle proprie credenze. L’onore esige tutto o niente. O io non credo a nulla, o vado sino al fondo del mio dovere.

Benissimo! Non più peccati… Ma sei definitivamente in pieno accordo con la tua fede? – E come lo sarei, ora?, mi dici. – Vediamo un po’.

Dimmi, la vita consiste forse solo nell’evitare il male? No, ma bisogna anche fare il bene. – Sì, e grazie a Dio, io credo che, anche con l’abbondanza delle mancanze che desolano ancora la tua anima, nella tua vita le azioni buone in sé son più numerose di quelle cattive. Difatti le occasioni di peccato non sono cose non sono cose che si presentano infallantemente tutti gli istanti, ma sono più o meno frequenti, e subiscono delle interruzioni. La tua vita invece non subisce nessuna interruzione. La tua mente, il tuo cuore e i tuoi sensi sono in perpetua attività.

Tutta questa attività è buona in sé, e le sue operazioni, succedendosi ininterrottamente, sono molto più numerose di quelle del peccato.

C’è molto bene in te: ce n’è nei tuoi pensieri, n tuoi affetti e nelle tue azioni.

Ma questo bene come lo fai? Per chi è la tua prima intenzione? Chi è il primo, tu o Dio? Se credi in Dio, non potrai ammettere, lo sai, ch’egli possa in qualche cosa passare al secondo posto e tu al primo. Ebbene, in ciò che fai o che credi di fare il bene, io voglio sapere qual posto tenga l’interesse di Dio e quale il tuo. Temo assai che tu ti comporti come un qualunque maleducato, che si serve per primo, passa per primo, parla di sé per primo e non sa essere cortese con un commensale o un visitatore. Osservi verso Dio le norme di galateo, a cui non oseresti mancare riguardo ad un uomo? Sai cedere con molta delicatezza il passo, offrire il primo posto, porgere una vivanda, nominare un altro prima di te come vuole il galateo. Ma conosci con la stessa profondità anche le norme che devi osservare riguardo a Dio?

Se nel bene che fai o credi di fare, poni Dio al secondo posto, commetti un male, che non è un peccato, ma che si chiama imperfezione. Così si chiama una mancanza di galateo riguardo a Dio. Tu commetti questa inciviltà, perché non sai incomodarti per lui, perché sei abituato a cercare i tuoi comodi perché pensi al tuo piacere più che al suo.

Ancora una volta è il piacere la causa delle tue mancanze a questo riguardo, mancanze che sono molto più numerose di quel che tu possa pensare. Le tue imperfezioni!… vuoi che te ne sveli qualcuna? Vuoi che interroghi i tuoi pensieri, i tuoi affetti e le tue azioni?

XVIII. A che punto ti trovi?

Siamo intesi che, se hai fede in Dio, devi metterlo al primo posto nei, tuoi pensieri, nei tuoi affetti, nelle tue azioni, in tutta la tua vita. Non è così?

Anzitutto nei tuoi pensieri. Per conoscere i tuoi pensieri, io ascolto le tue parole. Sento che parli di tutto, delle persone, delle cose, degli avvenimenti. Sai apprezzare e giudicare, ma secondo qual punto di vista? Secondo il tuo o quello di Dio? Tu misuri tutte le cose dalla loro utilità; così dev’essere, poiché tutte le cose non son che strumenti, e uno strumento non ha valore che per la sua utilità.

Ma qual è l’utilità che tu conosci? La tua, senza dubbio.

Tu sai quanto piacere, interesse, onore, ecc., persone, cose e avvenimenti rappresentano per te. L’utilità umana sotto tutti i suoi aspetti, tu la conosci abbastanza bene. Sai ciò che per te è buono o cattivo, cioè, ciò che ti piace e ciò che ti dispiace: poiché è sotto questo colore che tu vedi tutto.

Tu dici: ecco un bel tempo, un avvenimento disgustoso, una festa splendida, un lavoro fortunato, delle persone amabili, un cibo pessimo, ecc., ecc… Qual è l’interesse che qui entra in gioco? il tuo no? è l’interesse dell’uomo.

Sì, in tutte le cose quello che vedi è il tuo interesse; esso è quello che domina su tutte le tue idee. Nei tuoi apprezzamenti delle cose della vita pratica trovane una, di cui tu dica che essa è buona o cattiva, non per rapporto a te o agli altri. L’interesse di Dio, dov’è? … Che posto tiene nelle tue idee … Di che cosa sono strumenti le creature? Della gloria di Dio prima di tutto; tale è la loro utilità essenziale. Che conto ne fai tu? E tue idee sono dunque false in tutto.

Quando avrai delle idee giuste? Quando saprai mettere Dio in cima ai tuoi pensieri? Quanto tempo ci vorrà perché la tua mente si abitui a riferire il tuo interesse a quello di Dio, a ordinare e subordinare effettivamente e regolarmente il tuo sviluppo vitale alla sua gloria? Tu pensi a te e a tutte le cose per te: non saprai una volta pensare a lui, e a te e a tutte le cose per lui?

Anche le cose soprannaturali, a quale stregua le giudichi? Vai dicendo: che bel discorso! che bella cerimonia! che buona Comunione! Perché? Perché tu ci hai provato una viva soddisfazione nella tua sensibilità. Il tuo piacere ti dà il valore perfino delle Comunioni che fai. Nella religione, quello che vedi di più elevato, è la tua salvezza. La tua salvezza, la tua suprema felicità, sei ancora tu, è ancora il tuo interesse. Nella religione vedi un mezzo di salvezza, e questo è forse il più alto concetto che ne hai. Ma non arrivi fino a pensare che Dio ha dei diritti, per se stesso, perché è Dio e per la sola ragione che è Dio. Se non ci fosse di mezzo la tua salvezza, penseresti molto a Dio? Il punto culminante della tua religione consiste dunque nel veder te stesso per primo. Anche le tue idee sulla religione sono dunque completamente sbagliate. Credi in Dio? Chi dev’essere il primo, lui o tu?

Ma insomma non bisogna più che io pensi alla mia salvezza? – Ah! certo, bisogna pensarci e non ci penserai mai abbastanza. Ma perché farla passare davanti alla gloria di Dio? Non è questo l’ordine. – Ma se io mi salvo, glorifico Dio. – Per conto mio penso che sia vero il contrario: se tu glorifichi Dio, otterrai in compenso la salvezza, ma devi separare la gloria dalla tua salvezza, la al di sopra di essa; perché Dio dev’essere il primo e tu il secondo, perché i suoi diritti passano avanti alle tue speranze, perché lui è Dio e tu sei uomo. Cominci a comprendere che è una gran cosa credere in Dio?

Sappi dunque che la religione consiste più nel rispettare i diritti di Dio, che nel salvare le proprie speranze; più nel glorificare Dio, che nel render beato te, stesso. L’essenziale nella religione è l’onor di Dio; l’accessorio è la felicità dell’uomo che segue necessariamente l’onor di Dio. Lo segue ma non lo precede. Procura di farti delle idee giuste. A forza di non vedere nella religione se non una questione di salvezza, cioè d’utilità umana, si è giunti a quello che oggi si pensa e cioè che quando non si sono lesi gl’interessi umani, si crede d’aver compiuto tutto il proprio dovere. Non si comprendono più i diritti di Dio. E tu quando li comprenderai?

XIX A che punto ti trovi?

(continuazione)

E i tuoi affetti? Sai quante cose ami? Se non sei capace di contarle, te ne farò io la somma esatta. Tu ne ami una sola; e quest’una sei tu. Pigliamo la regola tracciata da S. Agostino, che t capirai subito. Una cosa che non si ama per se stessa, non si ama13. Ti pare evidente? Ami il cibo, per esempio: ma perché l’ami? Per l’utilità e pel piacere che ci trovi. Non è dunque il cibo che ami, ma ami te in esso. Ebbene scandaglia tutti i tuoi affetti, tutti, e vedi se tu non ti appigli unicamente a ciò che piace, detestando ciò che ti dispiace.

La regola delle tue affezioni è l’interesse del tuo piacere. Ami per te, cioè, ami. E non sei capace di amare in modo diverso. Dio stesso, l’ami in altro modo che non sia questo? L’ami pel bene che ti dà o che ne aspetti per te. Se amassi i suoi doni in vista di lui e per andare a lui, questa sarebbe la perfezione. Ma tu inverti le parti, e l’ami pe’ suoi doni ed ami i suoi doni per te. L’ami dunque per te, vale a dire, ami te. Ami la consolazione di Dio; ma ami tu il Dio della consolazione? Non ami la prova di Dio; ma ami il Dio della prova? Ami te stesso, ecco più o meno tutto quello che il tuo cuore sa fare. Ed ogni mattina ed ogni sera dici a Dio: mio Dio, vi amo con tutto il cuore, sopra ogni cosa: tre bugie. Non è lui propriamente che tu ami, ma te; e se l’ami anche solo un poco, non è certo con tutto il tuo cuore, ed è solo quasi sopra ogni cosa. Non è bene mentir così a Dio e mentire a se stesso, e contentarsi di parole. Credi in Dio? Chi dev’essere il primo, tu o lui?

Adunque anche i tuoi affetti sono sconvolti; tu ami tutte le cose e Dio stesso in modo opposto a quello che dovresti fare. Tu sei sempre il primo in tutto quello che ami. Ed ecco un fiero cristiano!… Amare è voler bene. Se vuoi il bene di Dio, che è la sua gloria, tu ami Dio. Se vuoi il tuo bene, tu ami te stesso. Quando amerai il bene di Dio prima del tuo? il suo onore più della tua felicità? Sai che la carità è superiore alla speranza, e che, senza la carità la speranza non è nulla. La speranza è per te; la carità è per Dio. Oh! Quando saprai con tutta verità e sincerità pronunziare dal più intimo del tuo cuore un vero atto di amore di Dio? Mio Dio! Vi amo… con tutto il cuore… sopra tutte le cose… per amore di voi stesso…

XX. A che punto ti trovi?

(continuazione)

E le tue azioni?… Tu mangi e bevi pei tuoi bisogni, ti diverti pel tuo piacere, parli pel tuo vantaggio, lavori per i tuoi successi, vai e vieni per i tuoi interessi! Oh! il tuo interesse!… lo cerchi dovunque, lo persegui senza posa: e puoi considerarti ben felice quando non ti fa commettere delle viltà! L’interesse ne fa commettere tante! Ma qui non parlo del male che fai, lo suppongo corretto; parlo del bene che credi di fare, e in questo bene vedo dominare sempre e dovunque la ricerca di te.

Non è forse vero che è il fine umano che ispira abitualmente le tue azioni? Quello che fai ha ordinariamente uno scopo ben chiaro e definito: questo scopo è la tua utilità personale; utilità naturale e per lo più materiale, qualche volta anche; poco importa; il primo e il principale sei sempre tu. Qual posto tiene l’interesse di Dio nella tua condotta, in confronto col tuo interesse? Abbastanza ristretto, no? anzi troppo ristretto, secondarissimo. Voglio ammettere che di quando in quando tu sappia dimenticare te stesso, far un sacrificio, prodigarti; ma confessa che ciò non è precisamente quello che domina il tuo orizzonte finora. Ah! l’egoismo!… persino nel bene!… persino nel prodigarsi!…

E che influenza ha su di te l’occhio dell’uomo! E l’occhio di Dio ne ha altrettanto? Non è vero che in pratica temi l’occhio dell’uomo più che l’occhio di Dio? Vi sono molte cose, che tu non faresti, se non fossi visto; ed altre che non faresti, se fossi visto. Calcolane il numero. L’occhio dell’uomo modifica in modo straordinario la tua condotta; e l’occhio di Dio in che cosa la modifica?

Dunque in pratica, poiché bisogna esser pratici e non cercare d’illudersi, in pratica, Dio è per te meno dell’uomo, perché ha minor influenza pratica sulla direzione della tua condotta. Un cristiano che crede in Dio, deve rispettare l’occhio di Dio solo e non mai lasciarsi dominare dall’occhio di nessun uomo.

Fintantoché sentirai che l’occhio dell’uomo modifica il fondo della tua condotta, di’ pure che Dio in te non ha il primo posto. Fintantoché sarai schiavo d’un rispetto umano qualunque, anche di quello che ti fa fare il bene, la tua vita non avrà la rettitudine che dee avere, e non ti comporterai in un modo abbastanza degno della tua fede.

Un secolo fa la Rivoluzione aveva proclamato i diritti dell’uomo: non è forse vero che noi li mettiamo meravigliosamente in pratica? Quando si proclameranno di nuovo i diritti di Dio? E quando li rimetteremo noi al loro posto? I diritti di Dio passano avanti a tutto… per chi ha fede. Credi i Dio? Chi deve passare il primo, lui o tu?

Suvvia, bisogna risolutamente servire… Dio… Sai che il catechismo dice: L’uomo è creato per conoscere, amare e servire Dio. Comprendi queste tre parole: conoscere… amare… servire?… Comprendi questo complemento oggetto: Dio? Sai il comandamento?… Quello che è il più grande e il primo?…

Amerai il Signore Dio tuo con tutta la tua mente, tutto il tuo cuore, con tutte le tue forze. È lui che devi amare e servire, amarlo e servirlo con tutte le tue forze. Dio dice proprio: con tutte le tue forze. Sai che Dio non s’accontenta di parole, e non ha l’abitudine di non dir nulla.

Ancora una volta, medita il gran comandamento. Nostro Signore dichiara che è il più grande, e tu non farlo il più piccolo. Dichiara che è il primo, e tu non lo fare il secondo. Il comandamento che riguarda il prossimo e te stesso, non viene che in secondo luogo14. Sii dunque una buona volta consentaneo alla tua fede e alla tua ragione, in modo da conservare questi due comandamenti nell’ordine in cui Dio li ha messi.

XXI. Raddrizzamento.

Ma allora, devo capovolgere tutta la mia vita? – Sì, devi capovolgerla e raddrizzarla. Occorre né più né meno rovesciare e raddrizzare l’insieme delle tue idee, dei tuoi affetti e delle tue azioni. Tu vedi, ami ed agisci a rovescio, perché sei dappertutto in prima linea e questa è la gran menzogna della tua vita. Bisogna pensare una buona volta ad amare non più con parole e con la lingua, il che è contentarsi di parole, ma ad amare con le opere e in verità15.

– Allora bisogna ch’io cessi di pensare, di amare e d’agire per me?

Chi ti ha detto questo? Vediamo: ritorniamo al piano di Dio. Dio ti, diede un duplice fine: la sua gloria in primo luogo, la tua felicità in secondo luogo. Poiché te ne diede due, non è permesso di sopprimerne uno. Tu ora sopprimi troppo la sua gloria; è forse questa una ragione per passare all’estremo opposto, e opprimere la tua felicità? Conserva il piano di Dio; rettifica, rimetti le cose a posto, è molto ed è sufficiente.

Sì, molto, e temo perfino che sia un lavoro impossibile; non si rifà la propria vita come si rivolta una tasca. – No, non si rifà così prontamente la propria vita. Ma non bisogna mai domandarsi se ciò è impossibile; questo è il primo e l’ultimo argomento dei vili. Lascia ai vili la loro viltà e il loro argomento. Non sei tu, risoluto d’andare al fondo dei tuoi princìpii e d’esser logico sino alla fine? Bisogna domandarsi se tale è il dovere, e il dovere non è mai impossibile, anche quando per esso bisogna sacrificare la vita.

A me, ciò che pare impossibile, è che tu abbia la fede, dico meglio, che tu abbia la ragione, e che continui a dar a Dio il posto che gli hai dato nella tua vita. O tu, logico con te stesso, compirai fino in fondo il tuo dovere dando piena ed intera soddisfazione alla tua ragione e alla tua fede; oppure negherai Dio, e allora sarai libero di sragionare logicamente; ovvero mentirai a te stesso, mentirai ala tua fede e alla tua ragione, vivrai d’espedienti e di mezze misure, sarai un uomo dappoco e falsato, la tua vita non avrà né logica né verità, non sarai che un volgare giocoliere, come ce ne sono tanti sulla scena del mondo. Scegli. – Ma come intraprendere un’opera così colossale qual è quella di rifondare la mia vita? – Su, via! sii uomo generoso e sincero, di’ a Dio che può fare assegnamento sopra di te, e tu fa’ assegnamento sopra di lui. Sii risoluto a tutto, e vedrai che Dio ti condurrà. Non puoi immaginare quanto è semplice quest’opera così grandiosa. Tutto sta nel sapere come si deve fare; ma questo te lo mostrerò più avanti. Il grande artefice di questa costruzione può tutto, perché, come vedrai, questo artefice è Dio. Non hai veduto, a principio, che la vita soprannaturale è una vita di cui Dio stesso fa vivere l’anima, come l’anima fa vivere il corpo? È lui che ti fa vivere per sé. Tu ora vivi per te, perché vivi di te, cioè, della tua vita corporale e naturale. Tu non vivrai per Dio, se non quando

vivrai di Dio, cioè di quella vita soprannaturale, in cui Dio prende possesso della tua mente, del tuo cuore e dei tuoi sensi, per farti conosce amare ed agire soprannaturalmente in vista di lui.

Dovrai dunque lasciare che Dio ne prenda possesso, affinché possa rettificare i tuoi pensieri, i tuoi affetti e le tue azioni.

XXII. Il cristianesimo attuale

Ed ora esamina lo stato della società: guarda a che punto ci troviamo. Da un lato ci sono nemici implacabili del nome di Dio, che s’affaticano in tutti i modi a rimuovere l’idea di Dio da tutto ciò che è umano. E tu sai quanto la lotta è accanita e quali proporzioni ha preso. Dall’altra ci sono gli esseri che si credono cristiani, che si dicono tali, che hanno la pretesa di lavorare per Dio, e che a lui non lasciano che un posto molto secondario nell’economia della loro vita. Comprendi la falsità d’una simile condizione di cose, e la nullità a cui uno fatalmente si condanna ponendosi in essa? Dio è tutto o niente; egli è il primo o non è affatto; dal momento che non è al suo posto, finisce con non aver niente.

Orbene, sta attento: nella vita privata come in quella pubblica, in quella civile come in quella politica, dico di più, nella stessa vita religiosa, Dio tiene davvero il primo post? Egli non è pressoché in nessuna parte il primo. L’interessamento domina le intelligenze, assoggetta i cuori, dirige le azioni.

La vita è organizzata in modo che l’uomo è il primo in tutto. Tutto l’organismo della famiglia fino alla società religiosa, è falsato.

Che cos’è la nostra istruzione? la nostra educazione? La nostra formazione? La nostra istruzione dovrebbe collocare Dio in cima alla nostra mente; la nostra educazione dovrebbe collocarlo al centro del nostro cuore; la nostra formazione dovrebbe metterlo alla base della nostra condotta. Ora Che succede? La nostra istruzione è umana, la nostra educazione è umana, la nostra formazione è umana.

Se si fa posto a Dio, ciò si verifica in un santuario isolato, in cui la vita pratica non ha quasi nulla a vedere. Gli abbiamo fatto una capanna più o meno bella, in questa capannetta gli diamo una piccola parte della nostra vita, e questa la chiamiamo vita cristiana!

Né nelle idee, né nei costumi né nelle leggi, né nelle istituzioni, né negli individui, Dio ha il posto che gli è strettamente dovuto. Insomma tutto è in gran disordine; per conseguenza tutto dev’essere capovolto. Comprendi perché i socialisti sono necessari e inevitabili? E siamo noi soprattutto, noi che abbiamo la pretesa d’essere buoni, che li rendiamo necessari. Quando il bene stesso non è più retto, non c’è più nulla di retto, e la catastrofe è imminente perché la società al pari dell’individuo, non può vivere con la testa all’ingiù.

Ah! se ci decidessimo a raddrizzarci! Se, invece di gridare contro gli spazzaturai, che dopo tutto non hanno per missione che di portar via le spazzature, noi ci riformassimo, se vomitassimo il veleno rivoluzionario, di cui siamo imbevuti fino al midollo, se imparassimo a conoscere, amare e servire Dio collocandolo dovunque al di sopra dell’uomo, noi faremmo la sola opera seria e la sola necessaria nell’ora presente. Prima d’impegnarti a dare il tuo contributo a qualche opera sociale, riforma te stesso, e poi compi opere che siano rette.

XXIII Le età della fede.

Nei tempi in cui c’era la fede, Dio aveva un posto ben diverso nella vita. La legge delle primizie gli consacrava i primogeniti dell’uomo, degli animali e dei prodotti della terra. In tutto la prima parte era per lui. La preghiera e il segno della croce erano dappertutto; le azioni ordinarie della vita portavano sempre un segno religioso. Gli atti pubblici e quelli privati si facevano nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo. Nulla si faceva senza Dio.

Se si parlava d’un progetto, si diceva se piace a Dio. Se si era ottenuto un felice successo: grazie a Dio.

Prima, si faceva assegnamento su di lui; dopo lo si ringraziava. La vita privata e quella pubblica erano orientate verso l’onore di Dio. Si era i servi di Dio. Il più sacro interesse dei popoli era l’onore di Dio, e il delitto più esecrato era il sacrilegio. La legislazione pubblica, i costumi del popolo, le istituzioni sociali e le idee correnti erano segnate d’una profonda impronta religiosa. L’uomo aveva le passioni e le sue colpe; ma al di sopra delle passioni umane, dovunque vedevasi dominare l’idea di Dio.

Le grandi lotte, le grandi leggi, le grandi epoche, i grandi popoli, sono quelli, in cui vedi l’idea divina ispiratrice del movimento umano.

La storia vera dell’umanità dovrebbe essere studiata alla luce di questi princìpii: poiché la storia non è altro che la conoscenza dell’azione di Dio in mezzo all’agitazione umana. E guarda un po’ quello che hai imparato nella storia. Hai imparato a seguire le vicende dell’agitazione umana; ma dell’azione di Dio che cosa hai imparato? De Maistre ha ben ragione di dire che da noi la storia è da trecento anni una incessante cospirazione contro la verità.

La società cristiana dev’esser rifatta; e per rifarla, la prima necessità che s’impone è quella di raddrizzare le proprie idee. Fintantoché non si avranno idee rette, si camminerà per istorto, perché l’uomo cammina secondo le sue idee. È l’idea che fa l’uomo.

Oggi non ci sono più uomini, perché non ci sono più idee, non ci sono che parole. Vuoi essere un uomo? esci dalle parole ed abbi delle idee, cioè, delle visioni profonde sulle cose. E per aver delle visioni profonde sulle cose bisogna vederle tali e quali Dio le conduce. E per vederle così, bisogna che ti collochi dal punto di vista in cui Dio vuole che tu sia: quand’uno si trova in un punto sbagliato vede falso. Dunque prima Dio e poi tu.

Quando avrai attuato questo gran programma: Dio il primo, nelle tue idee, nei tuoi affetti, nelle tue azioni, in tutta la tua vita, allora comincerai ad essere un cristiano. – Come? io comincerò?… Ma io penso che almeno allora lo sarò, e pienamente. –

Non ancora del tutto; poiché quello che ora ti ho detto non è che la prima parte e neppure la più grande della vita cristiana. Ne rimane ancora un’altra, più bella ed estesa, e più profonda.

E se tu credi in Dio, sei logicamente obbligato a percorrerla fino in fondo; te la insegnerò nella seconda parte.

Parte II

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I Mio Dio e mio tutto.

Hai imparato a collocare Dio al primo posto e là deve stare perché quello è il posto che gli conviene: ma gli basta quello? Se credi in Dio, non hai verso di lui nessun altro obbligo? Ripigliamo il principio fondamentale, poiché bisogna vivere di princìpii. Dio ti ha creato: ti ha creato per sé. Ti ha Creato tutto intero: il tuo essere e tutte le parti del tuo essere vengono assolutamente da lui. Non hai nulla che non venga da lui. Or quello che Dio ha fatto, può averlo fatto per un fine essenziale che non sia lui? No. Tutto il tuo essere nel suo insieme e nelle sue parti deve dunque andare a lui. Non deve esserci per conseguenza nessuna particella della tua vita, che non sia diretta a lui. La creatura non ha diritto di assorbire la minima parte del tuo movimento vitale. Fintantoché una qualunque del tuo essere non va a Dio, s’arresta e si riposa fuori di lui, tu neghi il diritto di Dio. Fintantoché non è il tuo tutto egli non è assolutamente il tuo Dio. Credi in Dio? Che cosa c’è per te all’infuori di Dio? Strumenti., nient’altro che strumenti. Lui solo è il tuo fine, la tua meta, il tuo termine. Fuori di lui tutto ciò che è creato, è strumento per andare a Lui. Oh! quanto è per te importante l’intendere la portata di questa parola: strumenti! Lo sai che ci siam messi d’accordo di non accontentarci di sole parole e di andar a fondo delle cose. Io t’avevo detto che questa parola aveva degli abissi misteriosi ecco il momento di scandagliarli.

Tieni ben a mente questo principio, che ti sembrerà chiaro come la luce del sole: i doni di Dio non sono Dio. S. Agostino dice: i doni di Dio sono il veicolo di Dio. Poiché per venire a noi e condurci a lui, Dio ha bisogno d’un veicolo. Questo veicolo sono i suoi doni, cioè tutte le creature. Lui se ne serve per venire a me; ed io debbo servirmene per andare a lui. Così le creature sono ad un tempo gli strumenti di Dio e miei. Se ne serve Lui e devo servirmene anch’io; come, lo vedremo nella terza parte.

È tanto chiaro che non si deve confondere il veicolo col visitatore, e trattar l’uno come l’altro. Quando un tuo amico viene a trovarti, lasci partir la vettura che lo conduce e tu resti con lui. Così pure quando tu vai da un amico, paghi il vetturale, e resti col tuo amico. Lo stesso devi fare con Dio. La vita lo sai, è il viaggio del nostro ritorno a Dio.

Le vetture non ci mancano: perché sappiamo servircene così male? Noi ci trastulliamo come i bambini: ci attacchiamo alla vettura, e facciamo ben poca attenzione al visitatore. Ci sta a cuore il dono di Dio e ci preme assai poco il suo nome. Il suo nome è Lui; il suo dono è la creatura. Noi siamo in realtà attaccati, appiccicati a tutte le creature, e molto poco attaccati a Dio. Ci premono i suoi doni e poco il suo nome.

Quando dunque comprenderai e saprai ripetere il grido di S. Francesco d’Assisi: mio Dio e mio tutto? Quel buon Santo passava le notti intere in estasi, ripetendo queste sole parole: mio Dio e mio tutto. Tutto era nulla per lui. Dio solo era tutto. Per chi crede in Dio, avviene necessariamente così. Colui che sa ciò che è Dio, e quello che sono le creature, colui che non si lascia affascinare ed ingannare dalle seducenti apparenze, vede e sente che Dio solo è il suo tutto, e dice a Dio col Salmista: mio Dio, che vi è per me nel cielo se non voi? e sulla terra che posso io volere fuori di voi? Voi siete il Dio del mio cuore e la mia porzione per tutta l’eternità16. Oh! quando dunque Iddio sarà il Dio del tuo cuore? quando sarà lui la tua porzione, l’unica tua porzione?… Mio Dio e mio tutto!…

II. Dov’è la felicità.

– Ma allora non si deve amar nulla?   Bisogna amar tutte le cose per Dio. Bisogna amar le cose come si ama uno strumento. Ripetiamo le parole di S. Agostino: bisogna averle nella mano, non nel cuore.

  Ma in fin dei conti non posso domandar ad esse una briciola di felicità?   Spieghiamoci. Credi tu che Dio è Dio? Se è Dio, è il tuo tutto. Per chi e perché t’ha creato? Gli farai l’ingiuria di credere che egli non è abbastanza grande da bastare alla tua felicità? Che cosa può bastare a chi neppur Dio basta?…17 Sei sempre ridotto alla medesima al­ternativa: o negare Dio, o mentire a te stesso, o riconoscere ch’egli è Dio, e per conseguenza è tutto per te.

Sì, la felicità, per la quale sei fatto, quella che è il tuo fine, il fine della vita presente come della futura, quella felicità non si trova altro che in Dio.

Vi sono due cose che la Sacra Scrittura raccomanda ad ogni istante e in tutti i toni: la prima è cantare le lodi di Dio; la seconda è stare allegri. Migliaia di volte ripete al giusto l’invito di stare allegro. Ma non si contenta di invitare alla gioia; dice anche dove bisogna pigliarla. Giusti, rallegratevi nel Signore18.

Ecco l’unica fonte dell’unica felicità. Il giusto non beve la felicità che a questa fonte. Perché tu vai a bere altrove? Ciò che bevi altrove non è la gioia del giusto, dunque è la gioia del male.

III Il piacere creato.

Ma allora perché Dio ha collocato tanti piaceri nelle creature? Piaceri nelle bellezze della na­tura, della musica e di tutte le arti; piaceri del cibo, del riposo e dei divertimenti; piaceri delle relazioni dell’amicizia e della preghiera, ecc., ecc. Dio ne se­minò dappertutto; non è forse per farceli godere?

Ah! anche questa è una questione molto im­portante ed è qui che toccherai più da vicino la bontà di Dio e la tua cattiveria. Non è forse vero che quando hai un buon strumento, ben preparato, facile a maneggiarsi, tu provi piacere a servirtene? e che servendotene con piacere, fai meglio e più presto e con maggior facilità ciò che devi fare? Quando si tratta di un lavoro importante, gli stru­menti non sono mai troppo precisi, perfetti e ma­neggevoli. È difficile fare un bel lavoro con stru­menti che si maneggiano con difficoltà.

Dio lo sa e perciò, in ogni strumento volle met­terci per te un piacere. Ad ogni dovere risponde uno strumento per farlo, e ad ogni strumento cor­risponde un piacere per ben compiere il dovere. Capisci l’idea di Dio e la sua bontà? Vedi dunque le delicatezze infinite del suo amore. Egli ti affida un magnifico incarico: quello di glorificar Lui e di render te beato. Per questo ti dà un numero infi­nito di strumenti che sono le creature: Per facilitarti l’uso di questi strumenti, in ognuno di essi mette un piacere: ecco il piacere creato.

Che cos’è dunque per te il piacere creato? È per le tue facoltà quello che l’olio è per le ruote. Os­serva una macchina: quando tutto è secco, provi a metterla in moto; sforzi inutili. L’attrito fa troppa resistenza, lo stridore è violento, i movimenti sten­tati, e così il meccanismo si guasta in poco tempo. Metti una piccola goccia d’olio nei punti più indi­cati, ed ecco che gli attriti cessano, il movimento si compie con la massima facilità, tutta la macchina funziona senza guastarsi.

Per agire con facilità e forza, anche le tue facoltà hanno bisogno d’un po’ d’olio, di quell’olio di gioia che Dio ha fatto appunto per lubrificare il meccanismo, per dir così, delle anime che vogliono amare la giustizia e odiare l’iniquità19.

Qual è dunque la funzione che occupa il piacere creato? È quella di facilitare il tuo lavoro; quella di attirare, trascinare, elevare, incoraggiare, dilatare, fortificare le tue facoltà nell’esercizio del tuo dovere.

È dunque un piacere strumentale, una semplice facilitazione di lavoro, e non mai un fine. Esamina tutti i piaceri, dai più soprannaturali fino ai più materiali, da quello delle estasi e delle consolazioni divine nelle alte vette della perfezione fino a quelli del cibo e della generazione, nelle regioni inferiori della conservazione della specie e degli individui umani, tutti senza eccezione hanno per scopo di facilitare il compimento d’un dovere. Perciò imprimitelo bene in testa: un piacere creato, nell’idea di Dio, risponde sempre ad un dovere da compiere.

Esso mai non ti vien dato per trastullarti ed abusarne, ma per servirtene. Tu non sei fatto per esso, ma esso è fatto per te. Tu invece sei fatto per Dio solo.

Onde vedi la disgrazia di quelli che vogliono trastullarsi col piacere ed abusarne. Si lasciano ingannare da esso e dimenticano il dovere. Quello che Dio aveva fatto solo per facilitare il dovere, diventa invece l’ostacolo più grande. Colui che si trastulla con le consolazioni spirituali, finisce con perdere ogni energia soprannaturale; colui che si trastulla coi piaceri sensuali, ohimè! diventa un bruto. Oh! è cosa spaventevole uscire dall’ordine di Dio!… Ogni piacere, di cui vuoi godere e a cui ti soffermi, diventa un vero avvelenamento per l’anima tua e pel tuo corpo. Ricordati di questo: il piacere creato è un rimedio per uso esterno; guai a te se lo ingoi. Dunque invece d’ingoiarlo, sèrvitene; esso t’aiuta a farti compiere il tuo dovere. Sèrvitene per uso esterno, cioè secondo l’espressione di S. Agostino, tienlo nella mano e non permettere che alberghi nel cuore. Fa’ si che il piacere serva unicamente al do­vere; non separar mai queste due cose.

Ogni piacere, trastullo, divertimento, gioia o soddisfazione, che prendi fuori del tuo dovere ti guasta. Temi come la morte il piacere che soffoca le tue facoltà nell’egoismo del godimento. Ma quello che ti conduce al tuo dovere, che dà alle tue facoltà lo slancio, la forza, la gioia, il vigore, l’agilità, per compiere il dovere con facilità e prontezza, oh! si quello è buono e benefico, non temere; sèrvitene, Dio lo benedice. Non devi distruggere le buone cose che Dio ha fatte, ma devi solo spezzare le cattive tendenze della tua natura.

Guarda ancora come Dio è delicato nella sua bontà! A principio egli aveva creato soltanto strumenti e non ostacoli, piaceri e non sofferenze. Ogni crea tura era uno strumento, ed ogni strumento portava con sé il suo piacere. Il peccato sconvolse profondamente questo primo piano di Dio; cambiò una quantità di strumenti in ostacoli, ed una moltitudine di piaceri in sofferenze. L’ostacolo e la sofferenza sono conseguenza del peccato. Ora la bontà di Dio a nostro riguardo gli fece trovare, anche dopo il peccato, il mezzo di cambiare gli ostacoli stessi in strumenti, e le sofferenze in gioie. La Passione del Salvatore ha operato questo prodigio. Tutto serve al bene degli eletti, tutto, anche gli ostacoli del peccato, e tutto per loro diventa gioia perfino la sofferenza, che diventa la più grande delle gioie.

IV. L’aberrazione umana.

Quanta sapienza e bontà nell’idea di Dio!… E per contro quanta follia e malvagità nella condotta dell’uomo!… Avido di felicità, e di una felicità senza misura, poiché Dio lo fece per questo, l’uomo si rivolge ad ogni creatura in cui vede un piacere, stimando che questo piacere sia lo scopo della sua esistenza. Non bisogna forse avere un po’ di felicità nella propria vita? va dicendo. E cerca ed a sé concede i piaceri degli occhi, degli orecchi, dell’odorato, del gusto e del tatto. E fa consistere la più sublime aspirazione della sua vita nel procurarsi i beni ed i piaceri creati nella più larga misura possibile. E stima felici coloro che possono possedere e godere, e sventurati quelli che non lo possono. Tale è il concetto mondano ed utilitario della vita. E questo concetto domina dovunque. Strano concetto della vita; duplice aberrazione.

Senza dubbio è lecito cercare la felicità: non solo è lecito, ma obbligatorio, poiché Dio lo vuole. Ma è questa una ragione per cercare questa felicità là dove non esiste, e per dare a questa felicità falsa un’importanza che non ha? Ripetiamo:

1° la felicità non si trova nel piacere creato;

2° la felicità non è la più alta aspirazione della tua vita.

Orbene, tu vai a cercare la felicità nel piacere creato, e la tua prima preoccupazione è quella di procurarti una felicità ch’è falsa. Ecco la tua duplice aberrazione.

Non credi che sia fare una grande ingiuria a Dio, il mettere le creature al medesimo livello di lui, e comportarti come s’egli da solo non bastasse alla tua felicità? In questo modo non fai uno strappo alla tua fede? Se credi in Dio, devi credere che egli è il tuo tutto, e che nulla è simile a lui: e non devi porre nulla al medesimo livello di lui, e fuori di lui nulla deve premerti essenzialmente, e devi usare tutte le cose come di strumenti, usarne come se non ne usassi, dice S. Paolo20. Alla piena luce della fede, nella calma della tua coscienza, non ti pare abominevole capovolgere il piano di Dio assegnando come fine alla tua vita quello che lui ha stabilito come mezzo? Quest’aberrazione non è una mostruosità?

Orbene osserva che la tua aberrazione non si limita a questo. Infatti è questo piacere falso, spostato, preso nella creatura che d’ordinario tu fai passare al di sopra della gloria di Dio.

Il fatto solo di attaccarti a questo piacere fuori di Dio è già una vera perversione. Che sarà dunque quando lo preferisci a Dio? Calcola la profondità e l’estensione del disordine nella tua vita.

Tu vedi che il male ha due gradi immensi. Il primo è prendere il piacere creato come fine. Il secondo è preferire questo piacere a Dio. Conseguentemente c’è un doppio lavoro da fare. Bisogna anzitutto impedire che il piacere creato pigli il sopravvento nella tua vita: poi bisogna che ti distacchi da questo piacere, in modo da ridurlo a non essere altro che un mezzo.

Ora che cosa ho insegnato nella prima parte? A mettere Dio al primo posto, cioè, solo a sanare la parte essenziale del disordine, ad impedire che il piacere creato prenda il sopravvento sulla gloria di Dio. Si può dire che non ti ho insegnato altro nella prima parte. Un simile lavoro ti sembrò già lungo e grandioso. E tale è infatti.

Ebbene adesso comprendi che questo primo lavoro non è né il più lungo né il più arduo? Comprendi che Dio, pur occupando in te il primo posto, è ancora lontano dal possederlo completamente? Ora bisogna liberare l’anima tua da tutto quel piacere creato, a cui si è falsamente attaccata; è il suo attaccamento che bisogna spezzare. Ed è un lavoro molto arduo; perché il tuo essere tutt’intero, dalla prima delle tue facoltà sino all’ultima, è infetto dal fascino del piacere creato.

Quando avrai interamente corretta codesta parte della tua aberrazione, che nelle creature e nei loro piaceri ti fa vedere altra cosa che strumenti, allora la tua purificazione sarà completa, allora sarai cristiano crederai in Dio, la tua vita sarà fatta di rettitudine e di verità, tu vivrai.

V. Il distacco.

La prima operazione indicata nella prima parte si chiama raddrizzamento; la seconda, che ora bisogna studiare, si chiama distacco. Il raddrizzamento ha collocato Dio al primo posto, il distacco farà sì che egli solo sarà il tuo tutto. Dio il primo, ecco il programma della prima parte della vita cristiana; Dio solo, ecco il programma della seconda parte. È a questo prezzo che sarai cristiano: quando lo sarai? Sei deciso ad esserlo?

Dio solo!… Vedi: sono solo due paroline; ma hanno una portata che tu ed io siamo totalmente incapaci di misurare. Bisogna esser giunti ad uno spogliamento completo per saper esattamente quello che vogliono dire queste due parole.

I santi in cielo lo sanno; ma le anime che pervengono a saperlo in questo mondo sono assai rare. Infatti è cosa rara il raggiungere in questa vita mortale la sommità della purificazione. Tuttavia se non possiamo dal basso misurare la distanza che ci separa dalla vetta, possiamo avere una visuale ampia abbastanza da concepirne qualche idea.

Tu credi al Vangelo, non è vero? Anch’io. Ebbene prendiamo alla lettera le parole di Nostro Signore. Non cerchiamo di sminuirle, perché sarebbe una diminuzione della nostra fede. Bisogna accettare il Vangelo tutto intero e in tutto il suo rigore; altrimenti saremo soltanto cristiani falsi, ed allora a che scopo esserlo? Se tu non ami i prodotti falsificati, perché vorresti esserne tu uno? Hai udito nel Vangelo quel detto del Salvatore: Colui che non odia suo padre e sua madre, e la moglie e i figliuoli e i fratelli e le sorelle e fin l’anima sua, non può essere mio discepolo21. Ecco la sentenza di Gesù Cristo, essa è formale, assoluta, chiarissima: bisogna distaccarsi da tutto e non aderire ad altro che a lui.

Egli specifica apposta questo piacere che è il più onesto di tutti, il più utile, il più sano, il più corroborante e il più puro: il piacere della famiglia, ch’è il più abituale, il più noto, il più apprezzato dei piaceri naturali.

Lo piglia per designare con esso tutti gli altri. E dice che bisogna rinunciarvi, e che bi­sogna rinunciare a tutto quello che si possiede, dal piacere più basso fino all’anima tua. Ancora una volta si tratta d’un ordine formale, e non devi pensar affatto a modificare il Vangelo.

Nota bene che Nostro Signore dice che bisogna odiare, che vuol dire togliere dal cuore; toglierne gli affetti che lo dominano, che lo tiranneggiano. Bisogna togliere questi piaceri dal cuore per farli passare nella mano. Non è necessario distruggerli. Bisogna distruggere la tiranna che esercitano sul cuore. Ed è appunto ciò che significa la parola «odiare» usata dal Salvatore. Non proibisce di amare il proprio padre, la propria madre, ecc., ma proibisce che un simile amore tiranneggi il cuore; vuole che tu ti serva di detto amore come d’uno dei migliori strumenti che ti fu dato per lavorare alla gloria sua, invece di pascertene come d’un godimento egoistico.

Ah! senza dubbio gli affetti ordinati della famiglia costituiscono un mezzo efficacissimo per l’anima che se ne vuol servire per andare a Dio. Quanti vantaggi ne traggono i genitori che vogliono educare i loro figli! Quanti vantaggi pei figli, che vogliono essere educati bene! Fintantoché i genitori e i figli si servono di questo piacere per progredire nella pratica del dovere, tutto va bene, perché è appunto questo ciò che Dio vuole. Ma quando ne abusano per la sola soddisfazione d’amarsi, dimenticando, trascurando o lasciando il loro dovere pel godimento, allora è male ed è appunto questo che Gesù Cristo condanna. Comprendi il pensiero e la parola del Salvatore? Comprendi il distacco cristiano?

Fa’ lo stesso ragionamento riguardo a tutti gli altri piaceri, e imparerai come devi usarne pel dovere e non abusarne per la tua soddisfazione.

VI. La schiavitù.

Ma, gran Dio! che vita impossibile è la vita cristiana!…   S. Paolo comincia con avvertirci che se il nostro lavoro di cristiani non avesse altra spe­ranza che per questo mondo, noi saremmo i più miserabili degli uomini22 ‘. Noi cristiani dobbiamo spogliarci di tutto, per trovare Dio solo. La nostra vera vita è uno spogliamento assoluto dì ciò ch’è creato, per godere solo di Colui che ci ha creati. In questo mondo ci purifichiamo e ci dilatiamo, per vivere nell’eternità. Quindi non abbiamo tutta la nostra vita in questo mondo, ma solo la cominciamo e la prepariamo.

Del resto non devi credere questa vita così impossibile, e stimarla così spaventevole. Se ha le sue difficoltà, ha pure le sue gioie; se ha le sue fatiche, ha pure i suoi benefici. Ha dei frutti di dolcezza che non sono riservati esclusivamente pel cielo, e di cui è permesso godere fin da questo mondo. Tra questi frutti, lascia che te ne indichi tre, di cui t’auguro di assaporare le delizie. Il primo nasce dai tuoi rapporti con te stesso, ed è la libertà d’anima. Il secondo nasce dai tuoi rapporti col prossimo, e sono le beatitudini del vero amore e della dedizione cristiana. Il terzo nasce dai tuoi rapporti con Dio, e sono le incomparabili dolcezze dell’amor divino.

Il primo frutto della vita cristiana, che voglio mostrarti, è la libertà d’anima. Credo che tu sappia per esperienza che sei schiavo di ogni piacere che entra nel tuo cuore. Il piacere, di cui senti bisogno, è il tuo padrone; esso ti tiranneggia e tu non puoi farne a meno. Ne sai qualcosa, è vero? Per ritornar libero, devi gettar codesto piacere fuori del tuo cuore e riporlo nella tua mano, a fine di potertene servire o rigettarlo a piacimento, secondo che ti è utile. Ora che cosa ti chiede il Cristianesimo? Appunta questo, di sgombrare il tuo cuore, per esser libero; in altre parole di gettare fuori tutti i tiranni creati cioè, ridurre ogni creatura alla sua semplice funzione di strumento. È dunque una cosa tanto bassa esser libero? In questi tempi in cui la libertà si è rifugiata su tutte le bandiere, perché non è più nelle anime, è forse una cosa di sì poco conto tentare di rimetterla al suo posto? Lascia agli sciocchi la libertà dei pubblici manifesti, e lavora a fare in te la vera, grande, piena ed assoluta libertà. Siate i padroni, disse a principio il Padrone d’ogni cosa23 .

Del resto, devi comprendere che lo spogliamento cristiano non è una soppressione di tutto e un abbrutimento ma sì la liberazione ed una presa di possesso degli strumenti della vita. Fino a che il piacere creato è nel tuo cuore, esso ti domina e ti possiede. Senza rendertene sufficientemente conto, tu sei ora lo schiavo più o meno di tutte le creature. Bisogna cessare una buona volta di essere posseduto, per diventare possessore. Hai fin qui talmente trascinata la tua catena, che ti rimane sol più un’idea molto vaga sulla possibilità di poter vivere in altro modo. Sei talmente abituato a vivere schiavo, sballottato dalle tue passioni, dalle tue necessità, da tutte le seduzioni ed agitazioni, che non sai più che cosa è la libertà e la temi quasi come una disgrazia. Pensaci dunque! non aderire più a niente! … non esser più attaccato a nessuna sorta di ceppi! …

VII. La libertà.

Su, via; non amar tanto la tua schiavitù, e non temer tanto la libertà. Attaccandoti alle creature, tu credi godere, ma vedi un po’ quante separazioni involontarie, quanti strappi crudeli, quante delusioni strazianti? Ad ogn’istante il piacere, che credevi tenere, ti sfugge, e quello che avevi più a cuore, ti è violentemente strappato. Sono dolori terribili, di cui la vita di coloro che vogliono godere è tutta cosparsa. Sono laceramenti di cuore rinnovati ad ogni istante, divisioni d’interessi, rivalità d’amor proprio, urti d’ogni specie, perdite di parenti, di amici, di danaro, di posizione, di considerazione! E gl’infiniti drammi delle passioni ingannate!… ecco una piccola idea dei godimenti della vita che provano coloro che s’attaccano al piacere creato.

Al contrario, il cristiano che non tiene a nulla, non ha mai il cuore lacerato; egli piglia e lascia tutte le cose con la medesima facilità ond’io piglio e lascio la mia penna. È esente dalla tirannia e dai dispiaceri. Si serve di tutto, ed egli non serve che Dio. Tutto per lui è uguale negli avvenimenti della vita, perché tutto per lui è mezzo. Niente lo turba né lo scoraggia, perché è padrone di tutto. Che tutto gli sia dato, che tutto gli sia tolto, poco gl’importa egli si uniforma in tutto al beneplacito di Colui che dà e toglie, e benedice il nome suo24. Ecco la vera libertà. Come S. Paolo, egli sa essere nell’abbondanza e sa privarsi, è abituato a tutto25. Su via! o schiavo dell’amor proprio, schiavo della dappocaggine, impara che cos’è la libertà, sii cristiano.

Salute e malattia, piacere e sofferenze, ricchezza e povertà, onore e disprezzo, amici e nemici, vita e morte, tutto serve a colui che è distaccato da tutto; egli non si lascia contrariare né arrestare da nulla, perché è al di sopra di tutto. Disimpegnando se stesso, giunge a ripigliare tutto come strumento.

Non è sedotto dal piacere, non è turbato dalla contrarietà. È sempre lui stesso con una costante eguaglianza ed ignora gli alti e bassi, segni d’una schiavitù a cui è sfuggito.

Il suo spirito è segno, il suo cuore è in pace, le sue forze sono con centrate: non essendo mai sospinto da una parte e dall’altra, la sua vita non è mai sciupata nei movimenti delle false deviazioni. Che vita! e che libertà!

Ti sembra ancora che sia cosa tanto spaventosa vivere da cristiano? Credi ancora che sia cosa tanto spregevole codesta liberazione dai conflitti e dalle oppressioni, dalle inquietudini e dalle divisioni? La unità e la pace, ecco il supremo risultato della libertà nell’anima cristiana. È il primo frutto che volevo mostrarti.

VIII. Il vero amore.

– Ma questa imperturbabilità, questa libertà di cuore, non finirà con fare degli esseri insensibili, senza cuore e senz’amore?   Qui bisogna far conoscere il secondo frutto della vita cristiana, quello che nasce dai tuoi rapporti col prossimo e che consiste nelle beatitudini dell’amore e della dedizione cristiana. Tu temi di non poter più amare quando avrai acquistata la libertà e la pace. Dimmi dunque, che cosa intendi per amore? e amare cosa significa secondo te? Ti dirò io quello che l’amore è per te:

è la ricerca del tuo piacere. Nei tuoi parenti, nei tuoi amici, in tutto ciò che ti sta a cuore, esamina attentamente: quello che tu ami è il solletico, il piacere che te ne proviene. La prova si è che, per una contrarietà, per un dispiacere, il tuo amore con una facilità sconcertante cede il posto al cattivo

umore, al rancore, all’ira, all’odio. Detesti con la medesima facilità con cui ami. Basta che una semplice apparenza, un leggero sospetto ti. faccia credere che il tuo piacere è contrariato, e l’ago della tua bussola ha già fatto un giro di quadrante. Non sei fedele che ad una cosa, ed è la tua soddisfazione. Ed ecco ciò che nel mondo si chiama amore.

Il cristiano ha un modo affatto diverso di comprendere l’amore.

Se ama i suoi parenti. ed amici, è per loro e non per lui. Li ama nella felicità e nella sventura, nelle contrarietà come nella gioia, li ama costantemente e fortemente. Ciò che cerca il suo amore è il loro bene e non il proprio piacere. Amare, per lui, non significa godere, ma far del bene. Il cristiano ama in tal modo ogni cosa con un amore forte e vero; il suo affetto non dipende dai capricci del suo piacere. Il suo amore affronta i sacrifici e le privazioni, le contrarietà e le inimicizie, è forte come la morte e tenace come l’inferno26. Non mi parlare di quelle banderuole che si vo1tano ad ogni vento, di quei cuori che sono delicatissimi per se stessi e durissimi per gli altri. Il cuore cristiano diventa d’una inflessibile durezza per se stesso, e di una squisita delicatezza per gli altri. Quando vorrai saperlo, studia le tenerezze del cuore di S. Francesco d’Assisi.

– Ma non c’è dunque più piacere pel cuore cristiano?   Di’ piuttosto: non c’è più piacere che inganni, snervi e faccia sviare; nulla di ciò che può inaridire le midolla, atrofizzare il cuore, far sviare lo spirito. Ma tutto ciò che può vigore e forza, agilità e facilità, tutto ciò che può ingrandire ed elevare, purificare e dilatare, tutto questo entra nell’anima ed essa se ne serve per sviluppare incessantemente la sua vita. E gode, non delle sensazioni. e dei solletichi esterni e sensibili, ma dell’ingrandimento del suo essere. E siccome la sofferenza serve quanto e spesso più ancora, della gioia alla dilatazione delle sue facoltà, essa sa godere anche della sofferenza. La menzogna delle tue vane gioie sta nel fuggirsene di fronte al dolore, come uno stormo di passeri ad un colpo di fucile; e di fronte alla sofferenza, non ti resta se non un cuore vuoto, dei sensi effeminati, uno spirito debole. Desolazione!…

Il cristiano, invece, non perde nessuna delle sue gioie nel dolore, anzi spesso è proprio allora che le gusta di più. Ah! finché il tuo cuore non avrà prestato una goccia di quella gioia, che non si dilegua davanti alla sofferenza, tu non saprai che cosa sia la gioia. Credi a me, vale la pena d’essere integralmente cristiano non foss’altro che per gustare questa bevanda. Beati quelli che piangono, disse il Maestro delle beatitudini27. Leggile tutte queste beatitudini; e quando comincerai a gustarle, comprenderai che le false gioie che ti affascinano. non sono che orribili imposture. O cuore, che sei fatto per sì grandi cose, cessa dal lasciarti soffocare da sì puerili inezie. Le beatitudini cristiane sono il secondo frutto della vita cristiana.

Le beatitudini! le gioie della vita cristiana! che nulla turba, nulla altera, nulla distrugge, neppure la sofferenza! La quale anzi le alimenta e le aumenta, oh Dio! in quale misura! Quando gusterai le beatitudini cristiane? Suvvia! credi in Nostro Signore, credi al Vangelo. Credi che quelli, che nel suo Vangelo Nostro Signore chiama beati, debbono essere tali in realtà. Credilo e provalo. Senti: Nostro Signore e il Vangelo promettono già per questo mondo la beatitudine; e questa, più che la gioia, è il sommo della gioia. Se tu avessi la fede!…

IX. I legami eterni.

Nel capitolo IX della 1ª parte hai veduto che tutte le creature sono per te degli strumenti. Per conseguenza i tuoi parenti, i tuoi amici, i tuoi padroni e generalmente tutti gli uomini, con cui sei in contatto, sono per te strumenti. E la gioia che regola tutti i tuoi rapporti coi tuo prossimo, è la stessa legge che regola l’uso delle creature, secondo la quale ogni cosa dev’essere usata come strumento. Non ti sembrò forse che tale concezione fosse troppo egoistica e utilitaria?   Sarà bene manifestare qui un’altra profondità che ti recherà stupore e meraviglia.

Devi capire anzitutto che se gli altri sono per te degli strumenti, anche la reciprocanza è assoluta. Se essi, debbono servirti, tu pure devi servir loro. Tu non ricevi soltanto, ma devi anche dare: è un mutuo scambio. Scambio di che? Scambio di vita; perché gli uni non debbono essere riguardo agli altri che strumenti di vita. Non so se riesci a intravedere la bellezza di quest’idea.

Non è perché ci divertiamo tutti insieme che Dio ci mette in rapporto gli uni cogli altri. Le nostre relazioni non debbono e non possono legittimamente aver che uno scopo, quello di svolgere la nostra vita. E le gioie delle nostre relazioni non debbono e non possono legittimamente aver altra funzione fuori di quella di facilitare questo sviluppo di vita. Osserva quanta nobiltà e quanta serietà in questa concezione cristiana dei rapporti umani.

E osservane anche i risultati. A Montmartre le pietre portano iscrizioni indicanti il nome del donatore; e fintantoché Montmartre sussisterà, le pietre proclameranno i nomi dei benefattori. L’anima tua è il tempio vivo del Dio vivo; e la tua vita va ogni giorno costruendosi, pietra su pietra, fino al momento in cui la morte porrà fine alla costruzione. Le pietre di quest’edificio sono le idee che la tua mente acquista, le virtù che si formano nel tuo cuore, le abitudini pure e forti che si stabiliscono nei tuoi sensi; è tutto quello che dilata il tuo essere secondo il piano divino. E se io ti faccio acquistare una virtù, un aumento di vita, c’è qualcosa di me in te, qualcosa della mia vita nella tua, è un legame vitale che ci unisce.

E finché sussisterà in te codesto ingrandimento che ti vien da me, io vivrò in qualche modo in te. Ora, tu sai che la vita, intendo la vera vita, è eterna. La vita ch’io t’ho comunicato sussisterà nell’eternità del cielo. Noi saremo dunque uniti, uniti coi vincoli della vita per tutta l’eternità. Vivremo l’uno per mezzo dell’altro, l’uno nell’altro; ciò sarà uno degli splendori della gioia eterna.

Pensa ora quanto dovrà essere intima ed intensa la felicità che legherà ai loro figli quei genitori che si saranno interamente dedicati alla loro educazione. quegli amici che furono fedeli nel sostenersi e nell’aiutarsi a salire! Vivranno tanto più gli uni negli altri quanto maggiormente saranno stati strumenti di vita gli uni per gli altri.

Con quali parole raccontare la gloria dei grandi seminatori d’idee, dei grandi propagatori di virtù degli apostoli del bene, degli uomini di sacrificio, che saranno stati utili a tante anime, che avranno contribuito all’ingrandimento di tante vite? Quali legami per l’eternità!

Ed è solo questo che sussisterà dei nostri rapporti nel tempo. Supponi una famiglia che viva nell’incanto dei suoi affetti egoistici, supponi due amici che se la godano nel piacere della loro amicizia: essi godono insieme ed è qui tutto quel ch’essi cercano. Che cosa resterà di questi vincoli?   Ohimè! si sono rammolliti, snervati, atrofizzati insieme, e di queste relazioni non resterà che il castigo di una diminuzione eterna.

Impara dunque a vivere, impara ad essere strumento di vita e ad utilizzare tutte le gioie dell’amore mediante il vero zelo pel bene altrui. Quando alle tue relazioni e ai tuoi piaceri saprai dare una così sublime grandezza, quando saprai riconoscere e utilizzare attorno a te gli strumenti che lavorano alla tua propria vita, tu non ignorerai più tanto le bellezze della vita cristiana, potrai fin d’ora gustar qualche cosa delle beatitudini, di cui godrai pienamente nell’eternità.

X. L’amor di Dio.

Ma pel cuore cristiano c’è qualcosa d’infinitamente superiore a tutto questo. Tu che vuoi godere della creatura, ti renderai incapace di godere di Dio L’alcoolizzato, tu lo sai, diventa insensibile ad ogni altro gusto che non sia quello dell’alcool. Lo stesso avviene di te: finché cercherai il piacere creato non sarai mai atto a gustare il piacere divino. Tu non sai ciò ch’è Dio, e quanto è soave. Solo nella misura in cui si svuota, il tuo cuore diventa capace di gustare la dolcezza di Dio. Dio; non la dolcezza dei suoi doni, delle sue consolazioni, delle sue operazioni, no; ma la dolcezza di Dio stesso, della tua unione con lui, della tua vita con lui, del tuo possesso di lui.

Sai che i doni di Dio non sono Dio, ma solo il veicolo di Dio… Quando un insigne benefattore, amico intimo che non hai più visto da lungo tempo, arriva nella tua famiglia con uno splendido equipaggio, tu vedi i bambini saltellare ed estasiarsi davanti alle dorature della vettura e ai lucidi finimenti dei cavalli. Non pensano affatto al visitatore, che non conoscono, e che non li interessa quanto ciò che brilla ai loro occhietti. Ma gli assennati genitori, poco curandosi dell’elegante equipaggio, si gettano nelle braccia del visitatore, s’occupano di lui, godono di lui, e sono unicamente felici della sua conversazione e presenza. Dimmi: di queste due felicità qual è la migliore? quella dei genitori o quella dei figli?

Finora tu hai fatto il fanciullo, ti sei trastullato col veicolo e non hai ancora gustato se non qualche dono di Dio. Cerca una buona volta di non esser più fanciullo, lascia il veicolo e trattienti con Dio, e non tarderai a comprendere che è ben meglio esser con lui che col suo veicolo. Finora ti sei potuto illudere di credere in Dio, di amarlo, di servirlo, e di godere di Dio. Ma da’ retta a me, la tua fede, il tuo amore, il tuo servizio e la tua gioia non sono che embrioni. Puoi difficilmente farti un’idea delle grandezze e delle bellezze della vita cristiana.

Quando gusterai Dio, saprai. quale sia il terzo frutto della vita cristiana. E dirai con S. Agostino: Nulla di ciò che Dio mi promette ha valore senza Dio. Non mi sazierei, s’egli stesso, il mio Dio, non mi promettesse se stesso. Che cos’è tutta la terra, il mare, il cielo, le stelle, il sole, la luna? che cosa sono tutti i cori degli Angeli? io ho sete del creatore di tutte queste cose, ho fame di lui, ho sete di lui. A lui dico: Tu sei la fonte della mia vita. Oh! sì! fame e sete nel mio pellegrinaggio, a fine d’essere saziato nella mia presenza. Mio Dio! non sarò saziato, se non quando si manifesterà la tua gloria28.

XI. Semicristiano.

  Ma perché mi chiami a tali altezze?   Non sono mica io che ti chiamo, è Dio. Vorrai dunque lagnarti che Dio t’abbia dato un destino troppo grande? Ti lagnerai che io, dal canto mio, non consenta a lasciarti vivacchiare nella volgarità e ignorare i tuoi destini? Sì, io ti voglio dire quanto sei grande nelle idee di Dio, voglio che tu veda a quale altezza egli ti chiama; voglio aprire davanti ai tuoi occhi quell’orizzonte infinito, pel quale sei fatto; voglio che ogni meschinità sia in te inescusabile. Fin da principio t’ho domandato: Sei deciso a tutto? sei risoluto di non arrestarti per via?

Che? saresti tanto vile da consentire di non essere che un mezzo cristiano? No, mai. Vediamo: ti piacciono le cose fatte a metà? Se il tuo sarto ti portasse un abito fatto per metà, lo accetteresti? A che possono servire le cose fatte per metà? A te piace aver sempre cose buone e ben finite, dice S. Agostino. I frutti dei tuoi giardini, i mobili di casa tua, i tuoi domestici, i tuoi amici, vuoi che tutto sia il più perfetto possibile. Non c’è cosa, neppure la tua calzatura, che tu non voglia perfettamente finita. E per l’anima tua non vorresti che una semiperfezione? Di grazia, preferisci l’anima tua alla calzatura29 ‘.

 . Ma sì, io sono assolutamente deciso a preferire l’anima mia alla mia calzatura, a volerla perfetta, interamente perfetta. Sì, desidero e voglio andare fin dove Dio lo desidera e vuole. Sarò cristiano senza restrizione né diminuzione, cristiano tutto d’un pezzo e nient’altro che cristiano. Poco importano i sacrifici, con la grazia di Dio non ne avrò paura. Ringrazio il mio Creatore d’avermi creato si grande, e lo ringrazio di farmelo conoscere adesso, perché prima non lo sapevo ancora. Viva Dio! è lui ch’io voglio; lui ch’io voglio conoscere, lui che voglio amare, lui che. voglio servire, e in quella misura che lui vuole.

  Si, viva Dio! Piglia arditamente per tuo motto questo antico grido di guerra. Dio non muore, diceva abitualmente quell’eroe che fu cosi cristiano, e che seppe morir per colui che non muore. Ah! se tu avessi la fede, di Garçia Moreno! Credi in Dio, ma in modo tale ch’egli sia non solo il primo, ma tutto nella tua vita. Viva Dio! Dio non muore!

XII. Lo spogliamento esteriore.

Bisogna dunque che ti spogli di tutto ciò che ti arresta e t’impedisce d’andare a Dio. Ora vi sono due spogliamenti: quello esterno e quello interno. Il primo ti libera dalla tirannia delle cose esteriori, il secondo dalla tirannia di te stesso.

Vuoi imparare come si fanno questi due spogliamenti?

Quello esterno, anzitutto.

Tu sai di essere mente, cuore e sensi. Lo spogliamento deve farsi successivamente in questi tre ordini di facoltà, cominciando dalle facoltà inferiori. In primo luogo bisogna liberare i sensi.

Per liberare i sensi dalle seduzioni esterne, Dio ti manda consolazioni sensibili, il cui scopo è di distaccare progressivamente la parte sensibile del tuo essere e sottrarla all’influsso dei piaceri esterni, per ricondurla verso di lui. Queste consolazioni durano quanto occorre, perché il piacere esterno sia vinto e i tuoi sensi siano attaccati a Dio. Ma bada bene: questa consolazione non è Dio, ma è solo il veicolo di Dio. Se ti attaccassi ad essa, sconcerteresti ed ostacoleresti l’operazione di Dio. Poiché egli te la dà perché ti unisca a lui, e non ad essa. Devi sapertene servire, e non cercare di goderne in modo da riposarti in essa. Per cui quando i tuoi sensi sono sufficientemente distaccati dall’esterno e il veicolo parte, ogni consolazione sensibile si dilegua. Sarai allora in preda all’aridità, e in quel momento per l’appunto potrai vedere fin a qual segno i tuoi sensi sono attaccati a Dio e scevri dal piacere sensibile.

All’aridità succederanno i grandi lumi, le visioni profonde della fede, la cognizione dei misteri, che sono potenti illuminazioni destinate a conquistare la tua intelligenza, a staccarla dagli oggetti esterni, per fissarla in Dio. Comprendi benissimo che si tratta d’un nuovo veicolo di Dio, quello col quale egli viene alla tua mente. Ma non è altro che un veicolo; bisogna che anche di questo te ne sappia servire senza attaccarvi il cuore. Questi lumi dureranno finché avranno conquistato la tua mente; poi scompariranno, e tu cadrai nelle tenebre. Perché queste tenebre? Perché tu ti possa render ben conto di quello a cui la tua mente si è attaccata, se a Dio o al suo veicolo.

Il periodo delle tenebre sarà seguito da un periodo di grandi fervori. Il tuo cuore si sentirà infiammato d’immensi desideri di virtù e di sacrificio, avrà tali slanci di generosità, che si sentirà capace di sacrificare il mondo intero, per darsi tutto all’amor di Dio. Intendi che cosa sono codesti slanci? Sono il terzo veicolo di Dio, quello che viene a cercare il tuo cuore; esso sarà a tua disposizione finché il tuo cuore sarà completamente conquistato da Dio. Ma dovrà alla sua volta scomparire e il tuo cuore nuovamente si troverà freddo e come impotente. Tale freddezza sarà la prova, con la quale potrai verificare se veramente il tuo cuore è attaccato a DIO.

Ecco i tre gradi dello spogliamento esterno. Le loro operazioni sono lunghe e molteplici; perché molti sono gli oggetti esterni, da cui occorre distaccare i sensi, la mente e il cuore!… Ma ritieni questo: siffatte operazioni saranno tanto più pronte, quanto meglio saprai servirti delle consolazioni, dei lumi e degli ardori e quanto meno ti attaccherai ad essi. Servirtene e non attaccarviti, ecco la regola fondamentale, ed ecco la condizioni del progresso e dell’avanzamento.

Dopo queste operazioni l’anima diventa indifferente al piacere, non è più dominata che dal dovere. Quello ch’ella fa d’ora innanzi, non lo fa più per allettamento del piacere, ma per attrattiva del dovere. È l’idea del dovere, l’idea della gloria di Dio da promuovere, che la domina, la possiede e la conduce in tutto. Per cui ha una facilità prodigiosa per compiere tutto ciò che può contribuire all’onore di Dio. Ecco il segreto della potenza d’azione esercitata dai santi. La nostra nullità proviene dal nostro orgoglio. Vogliamo godere e ci rendiamo inutili in siffatta ricerca di noi stessi. e inutile rendiamo tutto quello che gettiamo in questa voragine del godimento egoistico. Oh! la potenza di un’anima che non ricerca nulla per sé, ma tutto per Dio!

XIII. Lo spogliamento interno.

Ecco il grande lavoro. Poiché se è cosa grande e difficile rinunciare alle cose esterne, è cosa anche più ardua rinunciare a se stesso. Per quanto tu sia distaccato dalle cose esterne, non lo sei ancora interamente da te stesso. La compiacenza nelle tue facoltà e nelle tue azioni è lungi dall’essere distrutta. Ora non è in te, ma in Dio che tu devi compiacerti, poiché Dio dev’essere il tuo unico tutto.

Bisogna dunque che Dio strappi dai tuoi sensi, dalla tua mente e dal tuo cuore ogni compiacenza in te stesso; tu comprendi benissimo che codesti ritorni egoistici su di te non sono per lui. Perciò ecco le nuove operazioni che si rendono necessarie da parte di Dio.

Egli comincia con la purificazione dei sensi; e per distaccarti completamente, li scuote con orribili tempeste d’orgoglio, di collera, d’impurità, di gelosia ed altre, affinché ne esca l’ultimo lievito del male.

Poi si rivolge alla tua mente e l’agita in tenebre indicibili, nelle angosce del dubbio e delle incertezze, finché sia come morta a se stessa, ne sia bandita ogni cognizione egoistica, e l’occupi la sola volontà di Dio.

Poi è la volta della volontà. Dio le toglie anzitutto ogni potere di azione; l’anima non conserva che una sola energia, quella del soffrire: essa soffre ed accetta la sua sofferenza. Presto non avrà più nemmeno quest’energia di accettare, non avrà nulla, nessuna forza, nessun movimento da se stessa. Ed allora ogni movimento separato ed egoista del cuore sarà soppresso; niente più resta che non sia unito a Dio; la purificazione dell’anima è completa, è la perfezione della vita cristiana: l’individuo è tutto di Dio, tutto in Dio, tutto per Dio.

Se un giorno o l’altro avrai la felice occasione di leggere Vite di Santi ben fatte, ti raccomando soprattutto le Vite dei Santi scritte da loro stessi; tu vi troverai la serie di siffatte operazioni, e ne vedrai la terrificante lunghezza. Oh!, quanto è viziata la nostra povera natura! e che lavoro ci vuole per restituirle la sua rettitudine e la sua integrità primitiva!

Adesso capisci cosa significano quelle parole del catechismo: l’uomo è creato per conoscere, amare e servire Dio? Comprendi l’estensione del comandamento che ti dice: amerai il Signore Dio tuo con tutta la tua mente, con tutto il tuo cuore e con tutte le tue forze? Ecco fin dove giunge quel comandamento, che è il primo e il più grande di tutti. Dio esige tutto e tu non gli avrai accordato questo tutto, se non nel momento in cui raggiungerai l’ultima vetta. Oh! le parole hanno pure un significato profondo, quando si ha volontà di misurarlo! E quando Dio parla all’uomo, dà alle sue espressioni tutta la pienezza di cui sono suscettibili. ‘

Sì, sì, medita, medita il gran comandamento: Amerai… cioè, cercherai il bene… Il bene di chi? il bene di Dio, cioè, la sua gloria; è cosi che l’amerai… Amerai il Signore Dio tuo… L’amerai, perché anzitutto è il tuo Signore, cioè, il tuo padrone; e perciò devi metterlo al primo posto. Poi l’amerai, perché è il tuo Dio, cioè il tuo tutto; e perciò devi spogliarti di tutto e conservar lui solo… Amerai il Signore Dio tuo… come l’amerai? Con tutta la tua mente… le tue facoltà conoscitive devono essere tutte di lui, per conoscerlo… Con tutto il tuo cuore… le tue facoltà volitive devono essere di lui, per amarlo… Con tutte le tue forze… le tue facoltà operative devono essere tutte di lui per servirlo. Tu sei stato creato, e sei stato creato unicamente per conoscere, amare e servire Dio.

XIV. Purificazione e glorificazione.

Sta’ ben attento a questo. Nell’interminabile cammino della vita cristiana, che si estende dagli inizi della fuga del peccato mortale fino all’ultimo termine della consumazione in Dio, il lavoro è sempre duplice. Vi è un lavoro di purificazione, che caccia il male; ed un lavoro di glorificazione   che dilata e nobilita l’anima. Senza il peccato non ci sarebbe stato che un solo lavoro, quello della glorificazione. Tutte le energie vitali che sono in noi, e tutte quelle che ci vengono da Dio, sarebbero state concentrate su quest’unico punto della dilatazione della nostra vita. Ed allora che vita!…

Adesso molte di queste energie sono assorbite dal peccato; perché ogni volta che tu commetti una colpa, questa dissipa una parte più o meno considerevole della tua energia vitale. E per uscire da questa colpa, si richiede ancora un dato quantitativo d’energia. Di modo che la caduta consuma qualche cosa della tua vita, e il rialzamento ne consuma un’altra parte. Se non fossi caduto, avresti potuto procedere molto lontano, con la stessa quantità d’energia. Vedi adunque quanto è deplorevole distruggere così la propria vita.

Ora, giura a Dio di non mai lasciarti trascinare un gradino più in basso di quello tu cui ora ti trovi. Senza dubbio hai già da fare abbastanza per risalire dal punto in cui ti trovi. Son già abbastanza enormi le purificazioni che si devono compiere, in te. Perché voler aumentarne il numero? Poiché senti in te il bisogno di vivere, non soffocare la tua vita, specialmente quando vedi spalancato dinanzi a te un orizzonte infinito.

Osserva ancora una cosa. I successivi gradi del tuo sviluppo cristiano si misurano, non già dal lato positivo della glorificazione, ma dal lato negativo della purificazione. Infatti sarebbe a me impossibile il dirti, e a te impossibile il sapere, fino a che grado di merito e di gloria tu devi arrivare. A che punto ti trovi? Che progresso hai fatto? Dove devi ancor giungere, per corrispondere al piano universale di Dio ed alla capacità assoluta del tuo essere? Dio solo lo sa, lui solo le misura; perché lui solo conosce il piano completo della tua vita e del vero posto che ti destina nel corpo dei suoi eletti. Adora il suo segreto e lasciati condurre da lui fino all’altezza a cui ti chiama.

Ma dal lato negativo della purificazione, tu puoi molto bene calcolare i tuoi progressi; e se ben osservi, è da questo lato ch’io cerco di mostrarti le ascensioni della vita interiore. Osserva infatti come si opera successivamente il lavoro di purificazione mediante la fuga del peccato mortale, del peccato veniale e dell’imperfezione, come ti mostrai nella prima parte. Vengono poi le purificazioni superiori, di cui t’ho parlato in questa seconda parte, cioè, lo spogliamento esteriore e quello interiore.

Cosicché tu vedi la tua purificazione assoluta compiersi in cinque gradi. Sotto questo rapporto, tu sai esattamente fin dove devi andare. e non ti è troppo difficile sapere a che punto ti trovi, quello che hai fatto e quello che ti resta da fare, i gradi percorsi e quelli da percorrere.

XV. Il Purgatorio.

  Ma che? è assolutamente obbligatorio giungere fino al vertice di questa scala?

  Potrei risponderti che sulla scala di Giacobbe, Dio era appoggiato veramente alla sommità e che lo stesso succede qui30. Ma è bene distinguere qui ancora fra le due operazioni della purificazione e della glorificazione.

La purificazione dev’essere la medesima per tutti, cioè a dire, assoluta; poiché sai che nulla di macchiato può entrare in cielo. Fintantoché nell’anima resta la più impercettibile traccia d’imperfezione da purificare, le è assolutamente impossibile entrare in cielo. Ecco perché nelle anime in cui la purificazione essenziale del peccato mortale sarà stata almeno cominciata in questo mondo, il purgatorio compirà fino all’ultimo quello che resta ancora da fare. Come? mio Dio!… tutto?… tutto?… tutto?… fino all’ultimo?… in purgatorio?… Che cos’è dunque il purgatorio?…   Si, senza nessuna remissione né eccezione; la purificazione dev’essere assoluta; quello che non sarà stato fatto in questa vita sarà terminato là. In tal modo puoi comprendere quante poche anime entrino direttamente in cielo all’uscire da questo mondo, e perché la Chiesa con tanta istanza e così a lungo fa pregare pei morti.

Ma la glorificazione non sarà uguale per tutti. Ciascuno serberà nell’eternità il grado di sviluppo, che avrà acquistato nella sua vita mortale. Dove sarà trovato alla sua morte, là resterà. Poiché l’opera di glorificazione, di dilatazione dell’anima e d’acquisto di meriti non continua più di là dalla tomba, ma finisce con la vita. Per conseguenza il purgatorio non è che una pura purificazione, senz’altro vantaggio all’infuori di questa medesima purificazione. Vedi di quale importanza è per te lavorare quanto più è possibile in questo mondo, poiché quaggiù le due operazioni vanno sempre di pari passo. A misura che ti purifichi, ti ingrandisci. E codesto ingrandimento è eterno, cioè rappresenta per tutta l’eternità una maggior capacità di gloria e conseguente una maggior lode a Dio ed una maggior felicità per te. Suvvia! dimmi, credi in Dio? credi alla tua religione? hai fede?… È tempo di mostrarla nelle tue opere.

XVI. Riassunto filosofico.

Ma perché faccio appello alla tua fede? Per convincertene, non basterebbe far appello alla tua ragione? Ammetti che Dio è il tuo Signore e il tuo Dio? La tua ragione non ti permette di dubitarne un istante. Se è il tuo Signore, tu devi a lui in tutto il primo posto; se è il tuo Dio, è il tuo tutto. Che cosa sarebbe un Signore, se la sua creatura potesse relegarlo dove gli pare e piace? Che cosa sarebbe un Dio che non fosse tutto per la sua creatura? Prova soltanto a fartene un’idea. Un Signore che vien messo sotto i piedi!… un Dio che non è se non una metà, o un quarto, o meno ancora! Questo capovolge ogni idea d’ordine e di buon senso.

Dunque, tutte le volte che non dai al tuo Signore il primo posto, tu sragioni; finché il tuo Dio non è il tuo unico tutto, tu sragioni. Ti accade spesso, no? di sragionare!… Sei già stato una volta in vita tua completamente ragionevole? Completamente ragionevole è solo il Santo giunto veramente alla sommità. Se almeno tu fossi ragionevole nella misura in cui ti è possibile essere tale!… Se facessi quanto ti è possibile per rendere ogni giorno al tuo Signore il posto che gli è dovuto, e dare al tuo Dio la parte che gli tocca!

Oh no! non è bene mentire a se stesso, mentire alla propria ragione, e mentire alla propria fede. O tutto o niente. Poiché non sarai mai un ateo, sii un cristiano, un cristiano conseguente sino alla fine con i principii della propria ragione e della propria fede.

Sì, la tua ragione stessa ti dice che, dal momento che Dio è il tuo Signore, tu devi conoscerlo, amarlo e servirlo, per primo, e per il solo motivo che è il tuo Signore, cioè, il tuo padrone. Sì, la ragione stessa ti dice che, dal momento che Dio è il tuo Dio, devi conoscere, amare e servire lui solo, e pel solo motivo che è il tuo Dio, cioè, il tuo tutto. Dio il primo; Dio solo: la ragione lo proclama, la ragione lo vuole. E quando alla ragione s’aggiunge tutto quello che dice la fede, che aspetti ancora per divenire una buona volta cristiano, uomo di ragione e uomo di fede?

Non ti lasciar arrestare dai tremiti paurosi della natura che esagera le difficoltà, e non conosce le dolcezze. Dio è Dio, vale a dire, è il sommo bene, e la tua vita è in lui, e la tua felicità è in lui. Non aver timore: il malato teme forse la salute? il viaggiatore ha forse paura della patria? Del resto vedrai più innanzi quanto sia dolce la guarigione, quanto sia agevole il viaggio. Oh! certamente, questi principii ti sembrano duri31. Tutti i principii sono duri per se stessi, duri per i capricci dell’uomo, ch’essi spezzano; duri per le passioni, ch’essi contrariano. Ma se tu sapessi che proprio li sta la salvezza! se sapessi come diventa soave questa durezza e quanta forza comunica questo rigore! Oh! te ne scongiuro, sii un uomo di principii, è il solo mezzo per essere qualcuno e per far qualcosa.

XVII. I Santi di Dio.

A che altezza si sono innalzati i Santi! Non tutti, senza dubbio, hanno compiuto quaggiù il lavoro completo della loro purificazione. In certuni può esser rimasta qualche parte da compiere in purgatorio. Ma parecchi raggiunsero fin da questa vita l’ultima vetta e sono entrati in cielo fin dall’istante della loro morte. E quanto a quelli nei quali restava da compiersi ancora una piccola parte del lavoro, essi avevano tuttavia percorso il cammino nella sua maggiore estensione. Non occorre dire ch’essi avevano attuato per intero la prima parte della vita cristiana: Dio il primo, e che erano già molto innanzi anche nella seconda: Dio solo. t per questo ch’essi sono così grandi!

Sono così grandi! Essi ebbero la fede ed ebbero la ragione, e vissero secondo la loro ragione e secondo la loro fede. Furono uomini sinceri che seppero rinunciare alla menzogna. Furono uomini forti e non consentirono a patteggiare con la viltà. Non c’è menzogna nella loro vita, perché la loro condotta non menti mai ai loro principii. Non c’è codardia, perché, se ebbero le loro debolezze, non si trascinarono affatto nello scoraggiamento e nel languore. Seppero camminare, senza lasciarsi abbattere dalle infermità della carne e dagli incidenti del cammino.

Furono uomini come te, con le stesse passioni e la stessa natura, nonché con la stessa ragione e la identica fede. E seppero passare al di sopra delle loro passioni, per vivere secondo la loro ragione e secondo la loro fede. Furono uomini!… Pilato, mostrando Gesù Cristo al popolo, diceva: Ecco l’uomo32. E la Chiesa mostrando al mondo i suoi Santi, dice: Ecco gli uomini!…

E tu sarai un uomo?… un cristiano?… un Santo?… Hai la fede?… la ragione?… Rispondi.

XVIII. La Santa Vergine.

Tu ami la buona Madre, e leggendo le pagine precedenti, hai dovuto istintivamente rivolgere più d’una volta verso di lei gli sguardi del tuo cuore, per non disperare di te stesso. Oh quanto codesti sguardi mi fanno piacere, e quanto ti fanno del bene! Per incoraggiarti meglio ancora, io voglio, alla luce di questi principii, mostrarti la grandezza di quella Madre che tu ami tanto.

Tu ti sei reso un po’ conto, delle altezze della vita cristiana. Ebbene, di’ a te stesso, che su queste altezze appunto la S. Vergine fu collocata fin dal principio della sua esistenza, per il privilegio del suo Immacolato Concepimento. In lei la purificazione era assoluta, nella sua mente, nel suo cuore, in tutti i sensi. E mai non ne usci, e mai il più piccolo movimento in tutta la sua vita fu sfiorato dalla minima traccia d’imperfezione. Tutto quello che in lei c’era andò a Dio solo. Non aveva da compiere l’opera della sua purificazione, poiché questa era completa fin dal principio. Ella non lavorò adunque se non all’opera della glorificazione, senza intermittenza, senza variazione, senza esitazione. Che vita! che meriti! e che grandezza!

E tuttavia questo non è che il lato piccolo della sua grandezza; te ne mostrerò nella terza parte il lato grande, e spero che la tua venerazione e la tua confidenza in lei non avranno più limiti, e che affiderai alla sua potenza materna la cura di condurti sul gran cammino della vita cristiana.

È pur elevata la buona Madre, ed è così pura! Ed ha tanta pietà per i poveri peccatori, che le sozzure tengono così lontani da Dio! Per il privilegio della sua immacolata purezza, ella ha il potere di attirare le anime che hanno bisogno di innalzarsi. Tu lo provi questo bisogno, ti senti in cuore il desiderio di vivere nelle altezze: abbi fiducia in Maria, una fiducia senza limiti; ella ti stende la sua mano di Madre, ti guarda coi suoi occhi tutti pieni di misericordia, t’incoraggia con la sua voce tutta compassionevole, ti apre il suo cuore che tanto ha sofferto per te. Tu sai quanto ti ama, o piuttosto non lo sai, Poiché ella ti ama più di quello che tu possa immaginare. Ella avrebbe una brama ardentissima di vederti vicino a lei, puro come lei, libero dal peccato come lei! Si, confidenza in lei, e nessuna altezza ti è inaccessibile, col suo soccorso. Ah! se tu sapessi pregarla! Se sapessi mettere la tua mano nella sua, il tuo cuore nel sua! Se tu fossi deciso a camminare!

Ma ecco! alla Madre tua, che è così grande, che vorrebbe farti così grande, e che per questo vorrebbe darti così grandi cose, tu non domandi che delle piccolezze da nulla. Le domandi la salute, il successo, un posto, una consolazione, che so io?… qualche volta anche un po’ di virtù. Le hai già domandato, nell’assoluta sincerità d’un cuore di figlio, la tua santità? Sì, la tua santità, il che vuol dire una vita cristiana. P, questo che la tua Madre vorrebbe darti, e per questo gran tesoro ti darebbe tutto il resto, come mezzo. Glielo chiederai questo dono sublime? sinceramente, risolutamente, incessantemente? Su, via! uno sguardo alla tua Madre, e non ti contentare di parole e non mentir più a te stesso.

XIX. Gesù Cristo.

Ma l’autore e il consumatore della tua fede, colui sul quale devi avere fissi gli occhi, è Gesù Cristo33, il quale è Figlio di Dio fatto uomo. In lui Dio è unito all’uomo, con una unione perfetta, indissolubile, personale. Egli è la vera vetta della santità. In lui l’unione dell’uomo a Dio fu consumata in tutta la perfezione possibile. Ed è lui che fa i cristiani e i Santi. È da lui, dal suo nome di Cristo che deriva il nome di cristiano. Essere cristiano vuol dire esser fatto ad immagine di Gesù Cristo, essere a lui incorporato, ricevere la vita da lui e per mezzo di lui crescere nella piena vita divina.

Egli venne in mezzo a noi, visse della nostra vita umana, dandoci negli esempi della sua vita il modello da seguire, e nelle parole della sua dottrina la regola da compiere. Sì, è a lui che devi guardare, che devi studiare, se vuoi divenire cristiano. La sua vita e i suoi insegnamenti dovresti saperli a memoria. Leggi, leggi il Santo Vangelo; non cessare di bere a questa fonte il vero spirito che deve animare la tua vita. Come puoi lusingarti d’esser cristiano, se conosci così poco e così male Nostro Signore Gesù Cristo? Tu studi la chimica e la filosofia, il che non è male, sono cose utili a sapersi, ed io godo di vederti studiare sul serio ciò che studi. Ma dimmi, lo studio di Gesù Cristo che posto occupa nell’organamento(?) delle tue occupazioni? Non è forse quello che in fondo sai meno? Hai letto il Vangelo almeno una volta nella tua vita? Avrai senza dubbio letto molti romanzi, ma il Vangelo!… O cristiano di nome! tu non sai fino a qual punto sia una menzogna il titolo che porti. Un cristiano che non legge il Vangelo! che non lo conosce! che non ne fa l’oggetto principale dei suoi studi!… e tu credi in Dio?… E credi in Gesù Cristo? Metti dunque ancora una volta i tuoi atti d’accordo con le tue credenze. Non avere credenze morte come le erbe d’un erbario. La credenza che non si trasfonde nella vita pratica non è che una curiosità menzognera.

Ma Gesù Cristo non venne solo a vivere per noi, ma soprattutto venne a morire per noi. Venne ad espiare e a riparare i nostri disordini. E con le sofferenze della sua vita e coi dolori della sua morte, egli espiò i nostri delitti e lavò le nostre sozzure: egli ci riscattò e ci ricondusse a Dio. La virtù del suo sangue ci purifica e ci fortifica, ed alle nostre sofferenze comunica il potere d’espiare a nostra volta e di meritare. Le nostre sofferenze, unite, a quelle del Salvatore, diventano immensi tesori di santificazione. Perciò la croce si erge da per tutto dinanzi ai nostri occhi di cristiani, per indicarci che, dovunque nella vita noi incontriamo una pena, la Croce di Gesù è lì per santificarla, trasformarla e darle un merito divino. Oh! la vita con Gesù! Ma soprattutto la sofferenza con Gesù!… gran segreto dei grandi cristiani! Impara che cos’è Gesù Cristo. Impara che cos’è la sua croce e potrai dirti cristiano, e chiunque t’incontrerà potrà dire: Ecco un cristiano.

Ah! se tu credessi alle sofferenze di Colui che è il tuo Dio, e che volle farsi uomo come te, per morire per te!… Ma tu non le mediti abbastanza, e perciò esse non hanno nessuna efficacia nella tua vita. Cristiano distratto, la più piccola notizia di curiosità ha maggior impero sopra di te che la morte del tuo Dio. Paventeresti tanto i sacrifici, se credessi sinceramente al sacrificio della Croce? La tua generosità sarebbe così apatica e pigra, se comprendessi la generosità di Gesù Cristo? A ben triste sentir dire che si crede a cose così sublimi, mentre per le azioni nostre sono così meschine. Te ne scongiuro, abbi la fede, e metti la tua vita all’altezza della tua fede. Il tuo Dio aveva forse bisogno di venir a soffrire e morire per te? Chi dunque l’obbligò a farlo? L’amore. Ti amò e morì per te. Tu dici a lui: mio Dio, ti amo; e non sai neppur vivere per lui!… E tuttavia hai bisogno di vivere per lui; questo è il tuo dovere. Se tu comprendessi il Crocifisso! Se sapessi che significato hanno, ai piedi d’una Croce, queste parole: amare, darsi, prodigarsi, sacrificarsi!… Mettiti dunque una buona volta ai piedi del tuo Crocifisso, ed a Colui che visse e morì per te chiedi di saper vivere per lui. Vivere per lui, vale a dire darti, prodigarti, sacrificarti, il che in una sola parola significa amare. Ai piedi della Croce impara ad essere cristiano.

Parte III

I. I lavoratori.

Fin qui ti ho esposto i grandi principii che devono illuminare il cammino della tua vita ed orientare il tuo movimento. Sai ciò che sei e sai dove devi andare. Non è forse vero che tu sei grande nei disegni e nei desideri di Dio? Non è forse vero che tu sei chiamato a salire in alto? In ciò sta la grandezza del cristiano, e l’altezza della vita cristiana.

Quante volte, misurando tali altezze, hai provato un fremito, pensando al cammino da percorrere e al lavoro da fare per giungere cosi in alto? È tempo d’incoraggiarti, e di farti vedere che, se l’altezza è infinita, il cammino è agevole e facile il lavoro. Il Maestro della santità disse: Il mio giogo è soave e leggero il mio peso. Venite a me voi tutti che faticate e soccombete sotto il peso, ed io vi solleverò34. Io, per conto mio, credo al Vangelo, e sono convinto che tutto quello che Nostro Signore ha detto è vero. Tu che sei cristiano, e vuoi esserlo ancora più intensamente, non credi forse al Vangelo e a tutto ciò ch’esso dice? Oh certamente, ci credi. Ebbene, il Vangelo ti dice che il giogo cristiano è soave e che il suo peso è leggero. Dunque, perché codeste paure inquiete circa il lavoro da farsi e la pena da sopportare? Esse non sono cristiane, mentiscono alla tua fede, e sono contrarie al Vangelo.

Vediamo dunque qual è il modo con cui si deve fare il lavoro, e per vederlo domandiamoci anzitutto chi deve farlo. Io rispondo subito: Dio e tu. Dio si riserva la sua parte di lavoro e riserva a te la tua. E se domandassi qual è la parte più importante, quella di Dio o la tua, tu non esiteresti a rispondermi: quella di Dio. E se io aggiungessi: qual è il lavoro che deve avere il primo posto, quello di Dio o il tuo? a maggior ragione tu non esiteresti a rispondermi: quello di Dio. Si, il lavoro di Dio è più importante del tuo, e dev’essere messo davanti al tuo. Ecco tutto quello che io voglio mostrarti in questa terza parte. Quando avrai imparato a conformare il tuo lavoro a quello di Dio e ad unirlo al suo, conoscerai la pratica della vita cristiana.

Ma vediamo anzitutto, qual è il lavoro di Dio.

II. L’azione generale di Dio.

Qual è il lavoro di Dio? Che fa egli?

Mediante la sua Provvidenza egli dirige il movimento universale delle cose. Le creò e le regge. Le creò per uno scopo e le dirige verso questo scopo. Sai che tutte le cose sono strumenti: strumenti di Dio prima di tutto, strumenti di cui egli si serve; poiché è lui l’autore e l’ordinatore degli innumerevoli movimenti degli esseri. Tu vedi i movimenti del mondo fisico, quelli del mondo morale, ma non oso aggiungere: tu vedi i movimenti del mondo soprannaturale; questi forse tu li vedi meno, e bisognerà imparare a vederli meglio.

Tutti questi movimenti sono collegati, coordinati, orientati con la stessa precisione dei complicatissimi movimenti delle diverse parti d’una macchina. Questo collegamento tu non lo conosci quasi niente, e invece bisogna che impari a conoscerlo. Infine, tutti questi movimenti devono ottenere un risultato, quello stesso che è voluto da Dio, e in vista del quale egli li mantiene. E questo risultato finale che devono raggiungere è il perfezionamento dei suoi eletti; non solo il perfezionamento generale, ma anche quello individuale di ciascuno. Infatti la sua sapienza è cosi abile da far concorrere tutte le cose al bene generale, come al bene individuale.

La sapienza dei sapienti non giunge a tanto. Essi vedono la fissità delle leggi fisiche, ma ignorano la connessione ch’esse hanno con le leggi morali. e non comprendono lo scopo finale del movimento creato. Quindi la loro vista è continuamente offuscata da quella che a loro sembra un’incoerenza, e l’ultima parola della loro scienza è il caso. Il caso! parola tanto vuota di senso quanto di fede. È una di quelle parole fallaci, con l’aiuto delle quali l’ignoranza cerca d’ingannar se stessa, e di cui la mala fede abusa per permettersi di bestemmiare e disconoscere la sua azione.

Poiché tu vuoi essere cristiano, ed esserlo con la massima serietà, io ti prometto di farti fare in seguito delle meravigliose scoperte a questo riguardo. Se finora la vista su questo orizzonte ti fu chiusa per la tua vita troppo superficiale, imparerai d’ora innanzi a penetrare i misteri dell’azione di Dio, ed io t’assicuro che sono dei misteri stupendi. I Santi che sono i veri veggenti, sono in continue estasi, contemplando siffatte meraviglie nascoste. Essi vedono le coincidenze e i collegamenti, la continuazione e l’opportunità di ogni cosa. Vedono come le creature sono gli strumenti di Dio per uno scopo unico, che è la formazione dei Santi. Tutto ciò che si fa, dice S. Paolo, tutto senza eccezione, concorre ad una medesima opera, e quest’opera è il bene di quelli che la volontà di Dio chiama alla santità35. Cosi i movimenti fisici e morali hanno uno scopo e un risultato, a cui sono coordinati e adattati. Colui che ignora lo scopo e il risultato che ne deve seguire, non può comprendere nulla in fatto di movimento.

Quando tu ti metti nel centro di un circolo, vedi tutti i raggi giungere a te in linea retta; nessuno è tagliato o spezzato. Per poco che ti sposti, subito le linee s’imbrogliano, si spezzano, si tagliano, nessuna sembra più una retta, salvo l’unica linea su cui ti sei spostato. Forsechè in realtà i raggi sono meno convergenti di prima? No, ma solo il tuo raggio visuale si è cambiato; e tutto ti sembra falso pel fatto della tua posizione falsa. Per veder giusto bisogna mettersi nel punto giusto; e non sarai al punto giusto, se non quando sarai arrivato veramente alla cima della vita cristiana; fino a quel momento ci sarà sempre qualche cosa che ti apparirà falsa ed incomprensibile. Nondimeno avanzandoti verso questa cima, vedrai ogni giorno nuove disposizioni di Dio chiarirsi per il fatto del raddrizzamento della tua posizione.

III. L’azione speciale di Dio sopra di te.

Ma che cosa fa Dio per te in <nodo speciale? Anzitutto egli ti ha creato; non sei tu che ti sei fatto, ma è lui che t’ha fatto36. Ti ha fatto come ha voluto, dando al tuo corpo e all’anima tua le qualità e la costituzione che gli piaceva. Ti fece nascere nelle condizioni d’ambiente e di tempo che volle. Tracciò egli stesso le leggi del tuo sviluppo fisico, morale, intellettuale e le leggi del tuo ingrandimento soprannaturale. Ti diede una certa misura di essere, un certo numero di facoltà, una certa dose d’inclinazioni. Assegnò alla tua vita una certa direzione, ti preparò per una situazione determinata da occupare, per una funzione speciale da compiere. In una parola regolò tutte le condizioni del tuo nascimento e della tua vocazione.

E come ha fatto? Per mezzo degli strumenti di cui si servi. Quali strumenti? Tutte le creature che concorsero al fatto della tua esistenza. Calcolane il numero. Anzitutto i tuoi genitori; poi le influenze del tempo, dell’aria, del nutrimento, di tutti gli elementi. Quante cose concorsero al tuo nascimento! E tutte queste cose erano strumenti di Dio posti in movimento e diretti da lui, per farti nascere nelle condizioni in cui voleva.

E adesso che la tua vita si sviluppa, pensa un po’ sotto quali molteplici influenze essa cresce. Quante creature vengono in contatto col tuo corpo, col tuo cuore e con la tua mente! Le influenze fisiche del tempo, delle stagioni, del clima, di tutti gli elementi materiali con le loro variazioni di tutti gli istanti. Le influenze morali dei tuoi parenti e dei tuoi maestri, dei tuoi amici e dei tuoi nemici, degli uomini conosciuti e sconosciuti con cui t’incontri, degli avvenimenti che si avvicendano, delle parole che odi, dei fatti che vedi, delle situazioni che subisci ecc. Le influenze spirituali della grazia, delle ispirazioni, delle tentazioni, degl’insegnamenti. religiosi, ecc. E che so io? Mille e mille tocchi diversi, che agiscono sulle varie parti del tuo essere.

Che sono dunque tutte queste influenze, questi movimenti, questi tocchi? Sono il lavoro di Dio su di te. Tutte queste creature sono poste in movimento da lui, e non fanno su di te e in te se non quello che lui vuole che facciano. Tu vedi che è un lavoro incessante ed estremamente complesso. È incessante, perché tu sei incessantemente in relazione con la mente, col cuore e col corpo, con una moltitudine infinita d’esseri che agiscono e reagiscono su di te. t estremamente complesso e tu saresti nell’impossibilità assoluta d’analizzarne i particolari, di calcolarne il numero e di conoscerne il concatenamento.

Del resto, questo calcolo tu non l’hai da fare; Dio l’ha riservato a sé. E tu sai, o forse non sai, che lui fa questo calcolo. E lo fa con un’esattezza, che non può appartenere che a lui solo. Tu devi pensare che quello che Dio calcola è ammirabilmente calcolato. Ora, vuoi sapere fino a qual punto i particolari della tua vita sono da lui calcolati? Domandalo a Nostro Signore, ed egli ti dirà che perfino i capelli del tuo capo sono tutti contati37, e che mai non ne cade uno solo senza il permesso del Padre suo38. E, se il numero e la caduta dei tuoi capelli è tutto calcolato, che cosa non lo sarà? Nulla è insignificante per Dio, perché lui si serve di tutto. Se tu fossi meno cieco, se comprendessi Dio, nulla sarebbe insignificante nemmeno per te: solo che tu non comprendi. Hai una fede dalla vista corta.

Adunque, tutto ciò che ti capita, tutto ciò che ti tocca, è calcolato da Dio: perché e come? In vista dello sviluppo della tua vita sotto tutti i rapporti. Dio sa come la tua vita deve svolgersi, poiché ne tracciò le leggi. Ora, è in vista dì questo progressivo sviluppo, che egli combina in una successione regolare il « movimento degli esseri che agiscono su di noi. Tutto avviene nel momento determinato, agisce esattamente sul punto da sviluppare, produce proprio quel movimento che è necessario. E se tu non distruggi quest’azione degli elementi guidati dalla mano di Dio, la tua vita si dilata, con tutta la perfezione a cui Dio la chiama. Dico: se tu non la distruggi, perché tu hai lo spaventoso potere di scompigliare l’azione di Dio con la tua volontà!

Oh! tu non immagini che mistero di vita è nascosto per te, in tutto quello che credi che non siano altro che i casi della tua esistenza. Tu dici bene che in te, tutto quello che non fai tu, è Dio che lo fa. Egli ha degli strumenti, perché tutto è strumento di Dio. Ma se è lui che lo fa, la tua ragione e la tua fede ti permettono forse. di credere che è mai fatto?… senza scopo, senz’ordine e senza idea? Su, via! vedi un po’ più chiaro, e riconosci l’infinita bontà di questo Dio, ch’è incessantemente occupato di te, onde combinare ed ordinare le creature per il bene e l’accrescimento della tua vita. Com’è bello questo mistero d’amore! e come la vita appare realmente come qualcosa di vitale! come tutte le particolarità sono divine!

Dio sa quando hai bisogno d’essere incoraggiato. consolato, fortificato, e secondo le necessità ti procura le gioie e le consolazioni. Egli sa quando hai bisogno di essere agitato da scosse che faranno cadere le tue scorie, purificato con la prova, santificato con l’espiazione, distaccato col sacrificio, e a questo scopo dispone l’azione delle creature che ti provano. Gli uomini e gli animali, gli elementi fisici e gli avvenimenti morali, dalla puntura di una mosca fino ad un’ispirazione soprannaturale, tutto lavora in te secondo i disegni di Dio! Ah! se tu sapessi credere a Dio e alla sua azione!

IV. L’azione soprannaturale.

Tu provi forse difficoltà a credere che gli avvenimenti abbiano una tale connessione ed un tale significato. Sospettavi così poco finora, che la fantasmagoria esteriore potesse in fondo contenere delle realtà cosi vitali! È questa una delle sventure della tua vita superficiale, che è ormai tempo di far cessare. Ma ecco qualche cosa di più meraviglioso ancora; voglio dire il concatenamento dell’ordine soprannaturale con l’ordine naturale.

Ogni creatura, spirituale o materiale, piccola o grande, che agisce su di te, produce nelle tue facoltà uno scotimento. C’è in questo fatto un’azione esercitata su di te: azione fisica, morale, o intellettuale; esercitata sulla tua mente, sul tuo cuore, o sui tuoi sensi. Sai che cosa contiene quest’azione? Nient’altro che la grazia attuale. Essa si chiama attuale, perché da una parte è il fatto di un’azione esercitata su di te e dall’altra ti spinge all’azione, per il fatto stesso dell’impulso che la contiene.   Ma allora la grazia attuale è dappertutto! Sì, dappertutto; non c’è nulla di assolutamente ed esclusivamente naturale nella tua vita di cristiano; il naturale è intimamente e costantemente legato al soprannaturale. Diciamo la parola, il naturale è il veicolo del soprannaturale, secondo l’espressione pittoresca di S. Agostino. Qui c’è già una parte del gran mistero dell’Incarnazione. Tu sai che Nostro Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, s’unì alla nostra natura umana, e pigliando la nostra natura, restaurò tutte le cose, dice S. Paolo39. Come le restaurò? Facendo di tutte le cose gli strumenti della sua grazia, affinché tutte le cose la possano portare agli uomini. Tutto quello che Dio fa nel mondo porta la sua grazia.

Le creature sono strumenti. Tu vedi questi strumenti agire, muoversi, lavorare. Da qual mano sono messi in moto? Dalla mano di Dio. Che lavoro fanno? Portano la grazia. Poi mettere in dubbio che il movimento naturale degli esseri tocchi così dai suoi due lati il mondo divino? Da un lato, Dio che dirige con la sua Provvidenza; dall’altro, la grazia attuale, che è il risultato finale del movimento; fra l’uno e l’altra gli strumenti. Ecco la verità vera circa l’economia delle relazioni degli esseri.

  Ma allora quante grazie!   Oh sì, quante grazie! poiché ve ne sono dappertutto; difatti Dio agisce continuamente e con ogni specie di strumenti! Vedi qual è stata finora la tua ignoranza. Questo via vai della vita, tu l’hai contemplato press’a poco come un bambino che ascolta il tic tac d’un orologio. L’interesse più nobile che in esso hai trovato, fu quello della curiosità. Ma non ti sei affatto preoccupato di veder Dio che agisce e la grazia che deriva da quest’azione divina. Capisco che in questo modo i veri aspetti della vita sono stati sottratti ai tuoi sguardi? Tu non hai avuto finora il senso divino della vita. Almeno saprai d’ora innanzi leggere negli avvenimenti ed utilizzarli?

Non è forse deplorevole il vedere le anime cristiane, che dovrebbero conoscere Dio e l’azione di Dio, restarsene in un’ignoranza quasi assoluta e proprio per questa loro ignoranza rendere inutile la maggior parte delle sue grazie? Difatti non conoscendole, esse non vi corrispondono; e non corrispondendovi, non le utilizzano. Oh! che brutta malattia è l’ignoranza!

V. La grazia attuale.

Ma è bene vedere più da vicino che cosa sia la grazia attuale. Tu ne conosci l’autore che è Dio; ne conosci gli strumenti, che sono le creature; sai come viene a noi, e cioè col movimento delle creature sotto la mano di Dio; ma in sostanza che cos’è? Come t’ho già detto, questa grazia si chiama at­tuale, perché è prodotta da un movimento, da una azione della creatura sotto la mano di Dio, e nonché a te comunica un movimento. Propriamente parlando, la grazia attuale è quel movimento divino, quell’azione soprannaturale che tu subisci. È dun­que uno scotimento soprannaturale, che Dio pro­duce nelle tue potenze, sia per se stesso, sia per mezzo delle creature che mette in movimento.

Dico: sia per se stesso, sia per mezzo delle creature. Ti mostrai infatti l’azione delle creature sotto la mano di Dio, e ho insistito su questo, appunto per attirare la tua attenzione su questo punto così pratico della tua vita e che tu così poco conosci. Ma Dio può anche agire direttamente su di te, con quei tocchi intimi, che le anime sante conoscono così bene e che senza dubbio lo stato della tua dissipazione t’impedì di sperimentare finora. Io non oso parlarti di queste relazioni immediate dell’anima tua col tuo Dio; te le mostrerà meglio lui stesso facendotele gustare, se tu consenti a entrar nella sua intimità.

Ma in che consiste specialmente codesto scotimento che è la grazia? Tu sai di essere mente, cuore e sensi. Sono dunque la tua mente, il tuo cuore e i tuoi sensi che vengono scossi. Nella mente lo scotimento è una luce; nel cuore è un calore; nei sensi è una forza. Movimento di luce nella mente, movimento di calore nel cuore, movimento di forza nei sensi; ecco la grazia attuale. Luce nella mente, per farla vedere; calore nel cuore, per farlo amare; forza nei sensi, per farli agire.

Tu sai come devi conoscere, amare e servire Dio; hai veduto fin dove devi salite. Ebbene, è in vista di questo lavoro infinito, che la grazia, recata dal movimento delle creature, viene ad ogni istante a colpire la tua mente, il tuo cuore e i tuoi sensi. Essa comincia con sollecitare ed eccitare, poi sostiene, anima e vivifica. Ti previene e t’accompagna. Comincia l’opera divina senza di te, e la compie insieme a te. In tal modo i teologi distinguono la grazia preveniente e la grazia concorrente.

I tocchi della grazia variano all’infinito. La disattenzione dell’anima tua ti lascia appena sospettare la verità delle influenze che tu subisci; la moltitudine degli incontri del tuo essere con gli oggetti che ti circondano, è troppo grande nonché tu ne afferri l’azione. Dio varia in tal modo all’infinito il suo lavoro su di te: tu lo sai quanto vi è da fare in te! Ma in una così grande varietà egli si propone uno scopo unico, il tuo perfezionamento di cristiano, la dilatazione della tua vita, il compimento soprannaturale del tuo essere. Nulla mai fallisce a questo scopo: tutto converge verso questo risultato. Cosicché Dio proporziona la misura e la qualità delle sue grazie alle necessità della tua vita, secondo i disegni della sua misericordia sopra di te, e secondo la corrispondenza che tu presti alla sua azione. La grazia infatti aumenta o diminuisce, diviene più o meno penetrante, s’insinua più o meno nelle tue facoltà, secondo che le resisti col peccato o le secondi con la virtù.

Queste influenze, esercitate su di te dal movimento ordinario delle creature sotto la mano di Dio, costituiscono quello che i teologi chiamano soccorsi ordinari della grazia. Tu vedi che questi soccorsi ordinari non sono rifiutati a nessuno, poiché sono dappertutto e per tutti.

Ma la misericordia di Dio riserva a sé certi colpi straordinarii di grazia. Quando atterra S. Paolo sulla via di Damasco o il Sig. de Quériolet a Loudun, quando invia S. Caterina da Siena al papa d’Avignone per farlo ritornare a Roma, e S. Giovanna d’Arco alla Francia per liberarla, e in generale tutte le volte che agisce con un intervento miracoloso, queste sono grazie straordinarie.

D’altra parte Nostro Signore ha costituito nella sua Chiesa dei veri accumulatori di grazie; permettimi di accennare qui alla preghiera e ai Sacramenti, di cui ti parlerò nella quarta parte. Questi accumulatori hanno una potenza illimitata; e quelli che ad essi vogliono ricorrere, possono ottenere i soccorsi più straordinari e più abbondanti. Li hai alla mano, e sono completamente a tua disposizione. Non sarà proprio colpa tua, se trascurando di ricorrervi tu rimarrai troppo povero di elettricità divina, e se non hai la forza di salire fino alle altezze a cui Dio ti chiama?

VI. La grazia attuale.

(continuazione)

La grazia attuale è dunque un movimento di luce nella mente, per farla vedere; di calore nel cuore, per farlo amare; di forza nei sensi, per farli a agire. Ma per vedere, amare e compiere che cosa? Vedrai qui ancor meglio come questa grazia è attuale. Que­sta luce che penetra nella tua mente, le fa vedere esattamente quello che deve vedere in questo momento. Questo calore, che colpisce il tuo cuore, ti porta ad amare precisamente ciò che in quell’istante deve amare. Quella forza che colpisce i tuoi sensi, li sollecita a fare appunto quello ch’essi devono eseguire in quel momento. Come vedi, si tratta proprio di un soccorso del momento.

Ancora una volta, non potresti immaginare come ad ogni istante Dio proporziona la sua azione alle necessità della tua vita. Non è a caso che la sua luce colpisce la tua mente, il suo calore il tuo cuore, la sua forza i tuoi sensi. Non a caso questa luce si proietta sugli oggetti che si devono vedere; questo calore sugli oggetti che bisogna amare; questa forza su ciò che devi fare. La grazia attuale tocca sempre il punto giusto delle tue facoltà, e il punto giusto degli oggetti delle tue facoltà. È come una proie­zione elettrica, che mette in luce unicamente ed esattamente ciò che dev’essere illuminato, e ciò che Dio vuole che sia illuminato, e lascia nell’oscurità i punti circostanti.

Se tu sapessi conformarti a quest’azione, non saresti mai distratto; e la ragione è evidente. poiché il movimento di Dio non ti fa vedere, se non quello che devi vedere, amare ed eseguire momento per momento; né la tua mente, né il tuo cuore, né i tuoi sensi possono divagare a destra o a sinistra, in quegli sviamenti che si chiamano, distrazioni. Seguendo il movimento di Dio, non si va a destra o a sinistra, non si è mai distratti. Se adesso tu sei in una continua distrazione, la ragione si è che non hai mai saputo conformarti al movimento della grazia, nonché non l’hai compreso.

Così pure non saresti mai inquieto. D’onde vengono le inquietudini? Vengono o dal fatto che non vedi ciò che in quell’istante devi fare, o dal fatto che ti preoccupi dell’avvenire. Quando comprenderai la grazia, il tuo occhio vedrà nell’istante presente con quella chiarezza che Dio vorrà, e avrai quella determinatezza e quella forza che ti sarà necessaria, poiché la grazia ti dà la luce, il movimento e la forza; e mi sembra che ciò debba bastarti. Comprenderai anche che all’avvenire non bisogna pensare, poiché l’avvenire porterà seco la sua grazia, che ad esso basterà.

Non sai con quale insistenza Nostro Signore ha raccomandato di non mai inquietarsi? Leggi di grazia nel Vangelo il capo VI di S. Matteo, alla fine soprattutto, che io non posso riferirti qui per intero.

Com’è facile e semplice la vita interiore di un cristiano, che si abbandona al movimento della grazia! Ascolta un esempio. Tu hai certamente sentito parlare di S. Giovanni Bosco, quel Santo prodigioso, che ha fatto opere portentose. Ebbene, volendo io un giorno conoscere più a fondo la santità di quest’anima, domandai varie cose sul suo interno ad uno dei suoi religiosi, che visse trent’anni nella sua intimità   In mezzo alle sue innumerevoli opere, gli dicevo fra le altre cose, Don Bosco era preoccupato?   Don Bosco, mi rispose, non ha mai, un minuto prima, pensato a quello che stava per fare un minuto dopo.   Ecco un Santo che comprendeva l’azione della grazia. Ti cito questo tratto, per farti toccar con mano, come si fanno e a che punto arrivano i Santi. Anche tu devi imparare a seguire questo movimento della grazia, se vuoi progredire nella vita cristiana.

VII. La tentazione.

Comprendo che i movimenti buoni, prodotti in me dall’azione degli esseri che sono nella mano di Dio, possano essere altrettante grazie attuali. Ma non tutti i movimenti sono di tal genere. Quante impressioni cattive, sollecitazioni pericolose, incontri disonesti Certamente questi non sono movimenti di grazia.   Chiamiamo pure tutte queste eccitazioni col nome generico di tentazioni. Ebbene ti dico che la Stessa tentazione porta seco la sua grazia.

Che cos’è in fondo la tentazione, e perché ci è data? Il suo vero scopo provvidenziale è quello d’illuminare la tua mente sul tuo stato, di ridestare il tuo cuore e di provare le tue forze.

Chi non è stato tentato, che cosa sa?40 È lo Spirito Santo che lo dice. Vedi come la tentazione è utile alla tua mente, per insegnarle intorno a te stesso e a tutto quanto un’infinità di cose che in altro modo non potresti sapere? Beato l’uomo che soffre la tentazione, dice S. Giacomo, nonché dopo la prova riceverà la corona di gloria promessa da Dio a quelli che lo amano41. Vedi come la tentazione fortifica l’amore, rendendolo forte e sincero? Stima come tua maggior gioia, dice il medesimo apostolo, il passare per diverse tentazioni, sapendo che la prova della tua fede produce la pazienza e la pazienza rende le opere perfette42. Vedi come la tentazione giova alle tue azioni, purificandole e rendendole perfette? Dunque tu vedi che lo scopo e il risultato della tentazione sono nel disegno di Dio uguali a quelli di tutti gli altri movimenti creati.

Senza dubbio lo strumento della tentazione è spesso cattivo in sé, com’è cattiva la sua intenzione; ma che importa lo Strumento e la sua intenzione?

Quello che importa è l’intenzione di Dio. Ora Dio non permette mai che tu sia tentato al di sopra delle tue forze, ma dà con la tentazione anche l’aiuto per poterla sopportare43. Cosicché anche ciò che sembra maggiormente opposto al tuo avanzamento, ne diviene invece un mezzo, e quello che sembra in lotta diretta con la grazia, ne diventa il canale. Ancora una volta: tutto è strumento nelle mani di Dio. Tutto, anche gli ostacoli.

Dio ti semina le difficoltà sotto i piedi con una certa graduatoria, come si fa con le difficoltà per chiunque impari un mestiere. Bisogna che l’apprendista sia costantemente tenuto in esercizio; man mano che ha superato una difficoltà, gliene presenta un’altra, e salendo di difficoltà in difficoltà, egli finisce con raggiungere la perfezione dell’arte sua. Non è forse così che s’imparano tutte le cose a questo mondo? Non è forse così che si compie Ogni formazione? La formazione divina non segue un cammino affatto diverso; e le tentazioni non sono altro che le difficoltà gradualmente seminate sui tuoi passi, per forzarti a salire e a tenerti in esercizio. È così che si scuotono ad uno ad uno i tuoi torpori e le tue debolezze, è così che si sviluppano le tue forze.

Se tu soccombi, è nonché sei un codardo e un cattivo apprendista. Quando si ha a cuore il lavoro. non si ha paura delle difficoltà. Chi ha un sincero desiderio di progredire se ne rallegra, nonché dice a se stesso che, se il maestro moltiplica rapidamente le difficoltà. è nonché lo giudica capace di fare rapidi progressi. Nota che spetta al maestro graduare le difficoltà, e non all’apprendista. Se infatti l’apprendista, che non conosce il mestiere, volesse affrontare le difficoltà di sua testa, si smarrirebbe e si logorerebbe in una perdita inutile. Il che vuol dire che non bisogna mai cercar tentazione, nonché colui che ama il pericolo perirà in esso44. Ma bisogna che sappia virilmente affrontare quelle che Dio pone sul suo cammino, e superarle tutte senza batter palpebra. Sic itur ad astra. Mio Dio, non permettete ch’io cada nella tentazione45. Vi sono due maniere sicure di cadervi: cercarle e temerle. Dunque bando alla codardia, e con ciò sei sicuro.

VIII. Il tuo dovere.

La grazia attuale sollecita la tua mente, il tuo cuore e i tuoi sensi, affinché si mettano in opera. In tal modo Dio con la sua azione esige che anche tu dia la tua parte. E quale contributo ti chiede? Che cosa vuole che tu faccia? Oh! ben poca cosa in confronto di ciò che fa lui.. Ti domanda d’osservare i comandamenti di Dio, i comandamenti della Chiesa e i doveri del tuo stato. Ecco il tuo dovere. Tutto il tuo dovere. È questo che tu devi a Dio, e ch’egli esige da te. Ora Dio non esige altro che la Osservanza dei comandamenti e la pratica dei doveri del proprio stato. I comandamenti di Dio e della Chiesa li conosci. Ma conosci abbastanza anche i doveri del tuo stato? E sai il posto che debbono occupare nella tua vita?

I comandamenti di Dio e della Chiesa sono identici per tutti gli uomini, in tutte le età, in tutti i luoghi e in tutte le condizioni. Ma devono tutti osservarli allo stesso modo? No, ognuno deve praticarli nella misura che conviene al proprio stato.

D’altra parte chi vuol essere perfetto,   e tu vuoi esserlo, no?   chi vuol essere perfetto deve praticare certi consigli evangelici. Che cosa è che determina a ciascuno il modo in cui deve osservare i comandamenti, e la parte dei consigli che deve seguire? Sono i doveri del proprio stato. Vedi dunque che i doveri del proprio stato determinano due cose:

1° il modo personale in cui bisogna osservare i comandamenti;

2° i consigli evangelici da praticarsi.

Il religioso e il laico, il sacerdote e il soldato, il contadino e il magistrato, hanno bensì i medesimi comandamenti da osservare, però non li osservano allo stesso modo. Anch’essi hanno da praticare i consigli evangelici, se vogliono essere perfetti; e tuttavia questi consigli non sono i medesimi per tutti. Sono i doveri dello stato che specificano a ciascuno quello che deve fare in materia di comandamenti e di consigli.

Dunque, qualunque sia la carriera, a cui Dio ti ha destinato, se vuoi percorrerla cristianamente, co­mincia col saper i doveri del tuo stato, che ti spie­gheranno tutti i tuoi obblighi. E se vuoi sapere dove sono contenuti, ricorda che, per il prete, sono con­tenuti nelle leggi ecclesiastiche; per il religioso, nella sua regola; per il laico, nelle leggi proprie della sua professione. Ogni stato ha il suo dovere professionale, e il dovere professionale ha le sue regole che lo determinano. Ed è in queste regole del dovere professionale che ciascuno deve saper incarnare anzitutto i comandamenti di Dio e della Chiesa, e poi la parte di consigli evangelici che si applicano al suo stato.

Non bisogna mai vedere i comandamenti né i consigli fuori di questo quadro; nonché fuori del quadro professionale, ci si espone ad applicarli in modo sbagliato. Credi che gli esercizi d’una Carmelitana convengano ad una madre di famiglia, o quelli d’un Certosino ad uno studente? Chiameresti cristiano un magistrato la cui principale cura fosse quella del suo podere, o un padre di famiglia che non comprendesse e non praticasse il suo dovere secondo le sacre esigenze del matrimonio e della paternità? Ogni uomo che non sa vedere il suo dovere nel quadro professionale, che non pratica i comandamenti e i consigli secondo le esigenze del suo stato, fa l’effetto di un cervello leso o d’un cuore guasto. Oh! io ho fiducia che tu almeno non avrai alcuna magagna né alla testa né al cuore. Desideroso d’esser cristiano, avrai a cuore d’esser un uomo che compie il suo dovere, e per essere tale, ti applicherai a vederlo ed a comprenderlo negli obblighi del tuo stato.

IX. Il compimento del dovere.

Insomma i doveri dello stato incarnano per te tutto il tuo dovere, in una maniera concreta e positiva; in modo che in ultima analisi, il tuo lavoro in questo mondo si compendia in questo: conoscere, amare e compiere i doveri del tuo stato. Conoscerli, amarli e compierli tali quali Dio te li impone, e perché egli te li impone. È qui che bisogna saper evitare le illusioni dell’interesse, le fluttuazioni del capriccio, i meschini calcoli della codardia, i falsi pretesti delle passioni.

Il dovere è il dovere; esso s’impone a te, non sei tu che lo crei.  Tu devi prenderlo quale è. Se lo mutili a seconda delle tue convenienze, non avrai più che i resti di un cadavere. Nota, del resto, che il dovere è qualcosa di vivo, composto da un’anima e d’un corpo. Il corpo del dovere è la lettera delle prescrizioni, che nei loro diversi articoli compongono come le membra della legge. L’anima è la volontà di Dio, che ispira, penetra ed anima le prescrizioni. Secondo l’espressione di S. Paolo, vi è la lettera, che per se stessa è morta, e lo spirito che le dà la vita46. Se tu vuoi vivere del tuo dovere, non ucciderlo; perciò devi prenderlo nella sua integrità, col suo spirito e con la sua lettera, con l’anima e col suo corpo. Quando fai una scelta fra le prescrizioni che ti convengono e quelle che non ti convengono, prima di tutto non hai più affatto l’anima del dovere, poiché facendo tale scelta, tu la tua volontà e non quella di Dio; poi non hai che brandelli del corpo, poiché ne pigli alcuni e ne lasci altri. In tali condizioni, qual vita interiore vi potresti trovare?

Se vuoi vivere del tuo dovere, prendilo vivente, cioè, nella sua interezza; ed appigliati alla sua anima, cioè, alla volontà di Dio. Finché non vedrai nel tuo dovere quella gran cosa che ne è la vita, finché non l’accetterai senza calcolo, senza diminuzione, senza divisione, non comprenderai nulla in fatto di dovere, ed esso non sarà per te che un peso fastidioso. Niente è bello e soave, niente è forte e fortificante come il dovere vivente; niente è odioso e schiacciante come il dovere sbocconcellato e morto. Se il dovere ti è costato tanto finora, prenditela con te stesso; perché l’hai ucciso? Sii una buona volta l’uomo del dovere, del dovere inte­grale, non l’uomo dei tuoi capricci e delle tue passioni; non l’uomo degli espedienti e dei compromessi, ma l’uomo del dovere, sempre; e non ti lagnerai più del suo peso, come fa l’uccello il quale non si lagna del peso delle sue ali; e comprenderai e gusterai quelle parole del Salvatore: Il mio giogo è soave e il mio carico leggero47.

Non posso qui indicarti le particolarità dei doveri del tuo stato; non sono consigli particolareggiati ch’io qui ti do, ma i principii generali della tua vita, la linea direttiva della tua condotta. A me basta indicarti il compito e il posto dei doveri del tuo stato nell’economia dell’opera della tua perfezione, e d’indicarti il modo sostanziale secondo cui li devi mettere in pratica. Spetta poi a te aggiungere tutte le particolarità.

Quello che cerco di formare in te, non è la regolarità esterna d’una vita più o meno meccanica. Quello che voglio darti, non è un regolamento. Non già che non te ne occorra uno; un regolamento è necessario all’uomo, come la scorza all’albero. Né il succo può circolare nell’albero senza la protezione della scorza, né la corrente della vita divina nell’anima senza la protezione del regolamento. Ma né la scorza né il regolamento sono la vita. Dei regolamenti se ne trovano dappertutto, abbondano e sovrabbondano; non c’è bisogno ch’io ne aggiunga un altro a quello già esistente. Ma quello che abbonda meno, quello che tiene troppo poco posto nella maggior parte delle nostre organizzazioni fittizie, è il succo: il succo, cioè lo spirito interiore che costituisce la vita. Ecco quello che vorrei formare in te. Il solo bene che ho di mira, l’unico frutto che vorrebbe recare all’anima tua questo lavoruccio, è lo spirito cristiano. Ah! se la tua vita potesse essere animata da questo soffio, riempita di questo succo, nutrita di questa sostanza! O mio Dio! inviate il vostro spirito, e noi saremo creati, e, la faccia della nostra vita sarà rinnovata48.

X. Dovere e perfezione.

Il dovere: ecco l’unica tua occupazione. Per giungere all’ultima vetta della perfezione cristiana, per consumarti nella santità più sublime, non hai che una sola cosa da fare, perché Dio non te ne domanda che una, ed è l’osservanza dei doveri del tuo stato. Capisci? I doveri del tuo stato nei quali sono compresi i comandamenti e i consigli. Tu non avrai mai da uscire di lì.

Vedi dunque com’è una cosa semplice e pratica. Non si tratta affatto di far cose eccezionali esse sono proibite; quando nelle vite dei Santi vi sono cose eccezionali, è Dio che le fa. Tu dal canto tuo devi semplicemente seguire la linea comune del dovere, del dovere pratico di tutti i giorni, nella condizione in cui Dio ti vuole; tutto il tuo dovere e niente altro che il dovere, ecco la tua perfezione.

Cosicché la perfezione è di tutti gli stati ed alla portata di tutti. Chi è che non possa fare il suo dovere? E fare il proprio dovere è tutto quello che Dio domanda, non ha mai domandato e mai non domanderà altro. Non venire a dirmi: È difficile essere cristiano nella tale condizione, la perfezione è impossibile nel tale stato. Prima di tutto ti risponderò: Non facciamo calcoli con le difficoltà; un uomo coraggioso le supera sempre. Poi ti domando: In quel tale stato, c’è un dovere da compiere?   Si.   Compi il dovere di questo stato e contentati di esso. Quando dico: compiere, intendo compierlo tale e quale Dio l’impone e perché egli lo impone. È impossibile questo? No, mai; sarebbe un bestemmiare Iddio il dire ch’egli impone doveri impossibili.

Va’ dunque al fondo del tuo dovere, del tuo, non di quello del tuo vicino, e giungerai alla completa perfezione che Dio esige da te. La codardia della nostra cattiva natura ci getta spesso in una deplorevole illusione. S’io fossi in quella condizione, farei meglio, si dice: a questo o a quest’altro è più facile che non a me l’essere cristiano. E si comincia a desiderare un altro stato, e intanto non si fa il dovere dello stato proprio. È proprio questo che vuole il nemico della tua perfezione. Sii più positivo: tienti sempre là dove ti trovi, e li dove ti trovi, comincia a fare quello che c’è da fare. Se più tardi Dio ti conduce ad uno stato diverso, tu farai anche allora il dovere di quello stato, e così sempre, vivendo praticamente della vita in cui ti trovi. Non c’è niente di tanto positivo come la vita cristiana; non è col cullarti in vuote utopie né divagando in pie immaginazioni che si fanno dei cristiani. Il dovere, il dovere del momento, il dovere puro e semplice, nella sua realtà concreta, qualunque essa sia; tutto sta lì. Sii fermo e costante nell’adempimento del dovere, e sarai cristiano. Sii fedele al dovere della prima vocazione perché ogni vocazione ha il suo dovere proprio, ed è questo che bisogna compiere. Tu hai necessariamente un dovere proprio e personale, perché hai necessariamente una vocazione.

XI. La vocazione.

Non voglio chiederti, se conosci la tua vocazione; questa una questione da trattarsi col direttore della tua coscienza, ma voglio domandarti se sai che cosa sia la vocazione. Prima di saper qual è la tua vocazione, devi sapere che cos’è la vocazione. Forse tu non ne hai un’idea abbastanza esatta. Dimmi, pensi tu che Dio ti abbia creato a caso? No, certamente. Egli seppe quando, perché e come ti creava. E ti diede un insieme di facoltà, d’attitudini e di tendenze, corrispondenti alla sua idea a tuo riguardo. Credi tu che, dopo averti creato, t’abbia lanciato nella vita in balla delle eventualità? No, affatto; nella sua idea egli t’ha fissato un posto e t’ha assegnato una funzione; ed è in vista di questa funzione che ti diede tutto ciò che sei, e continua a dirigerti tutti i giorni. L’essere che ti diede.. lo scopo che ti prefisse, la funzione che t’assegnò, la condotta che tiene a tuo riguardo, è tutto quello che compone la tua vocazione.

Penso che tu abbia compreso che noi non siamo atomi isolati nella vita. Sai che facciamo parte del gran corpo di Cristo che è la Chiesa; sai che ne siamo, le membra, per questo mondo e pel cielo. Un corpo è composto di membra svariatissime, e ciascun membro ha un posto ed una funzione da compiere nel corpo. Osserva il tuo corpo: quante membra ed organi diversi, ciascuno con la sua funzione propria! L’occhio ha la sua funzione, la mano, il piede, il cuore, le vene, le ossa, i nervi, ecc., ogni cosa ha la sua funzione e il suo proprio posto. E la diversità delle funzioni produce il funzionamento completo del e la sua integrità organica. Tu lo sai49.

Hai osservato che nessun organo ha ricevuto la sua funzione per se stesso ma pe1 servizio del corpo. In tal modo, cosa mirabile! l’occhio, che è fatto per vedere, non vede se stesso, ma vede tutte le altre membra. È come il servitore di tutte le altre membra in quanto ha questa funzione di vedere. E lo stesso dicasi di tutti gli organi. Ciascuno ha la sua funzione e la sua funzione e pel servizio di tutti.

Ecco la vocazione, ecco la ragione di questa varietà infinita fra le vocazioni e fra le anime. Ogni anima ha la sua vocazione, perché ognuna ha la sua funzione da compiere non già per se stessa, ma pel corpo che è la Chiesa. Così colui che ha la vocazione comune del matrimonio, non l’ha per sé, ma per la Chiesa, a fine di darle dei figli. Colui che ha la vocazione, dell’immolazione nella penitenza e nella preghiera, non l’ha per sé, ma per la Chiesa, che il suo sacrificio è destinato a santificare.

Tu sei cristiano, dunque sei membro della Chiesa: appartieni al suo corpo. In questo corpo tu devi occupare un posto; quale?… Quale è la tua vocazione?

Qualunque sia, civile, ecclesiastica o religiosa, poco importa. Ciò, che importa è che tu rimanga nella tua vocazione e ne compia i doveri. A che serve un membro che si sposta? A far soffrire e soffrire esso medesimo orribilmente. Osserva cosa produce un nervo irritato o un osso slogato. Dunque bisogna che tu mantenga il tuo posto, quello che la tua vocazione t’assegna, e che in codesto posto tu compia integralmente il dovere della tua funzione.

E ciò per la Chiesa anzitutto, cioè, per Dio; e poi per te. Dunque, per Dio, per la Chiesa e per te, sii l’uomo della tua vocazione, l’uomo del tuo dovere.

Comprendi e segui la tua vocazione; tu vedi che, come tutta la religione, la tua vocazione non è una questione di egoismo, ma di dedizione. Com’è grande ogni cosa, quando la si considera al vero lume della fede! Come comprendi di essere qualche cosa di grande, quando vedi ciò che sei agli occhi di Dio e della Chiesa! Credi a me, tu non avrai mai idee abbastanza larghe intorno a Dio e all’anima tua, intorno alla religione ed alla tua vocazione dal punto di vista esclusivo del tuo interesse personale. quaggiù come lassù la tua vocazione ti chiama ad essere qualcuno ed a fare qualche cosa nella Chiesa di Cristo per la gloria di Dio. Sulla terra come in cielo, mira la tua vocazione nel corpo di Cristo; e di’ a te stesso ch’essa è soprattutto una funzione da compiersi per Dio, e che appunto compiendo questa funzione, otterrai in tutta la sua estensione

La gran ricompensa, che si chiama la salvezza. Ah! la salvezza ti sarà concessa in larghissima misura, se saprai osservare la tua vocazione con l’ampiezza ch’io ti indico. Da’ e sarà dato! da’ generosamente e ti sarà versata in grembo una misura buona, piena, agitata e traboccante. Si userà verso di te la misura, di cui ti sarai servito verso Dio e la sua Chiesa50

XII. Seguimi.

Eccoti dunque nelle sue linee generali, l’idea di quello che fa Dio e di quello che devi fare tu. Da una parte l’azione di Dio, e dall’altra la tua. Queste due azioni devono svolgersi isolatamente e indipendentemente l’una dall’altra? No, certo; esse devono tenersi per mano e l’una deve trar seco l’altra. Per la formazione della tua vita, Dio non può far nulla senza di te, e tu non puoi far nulla senza di lui. Se tu non le presti il tuo concorso, la sua azione non ti penetra; e se la sua azione non ti penetra, la tua azione non è che un’agitazione sterile e inutile.

Le due azioni devono procedere di pari passo. Ma qual è quella che deve dirigere il movimento? È forse necessario domandarlo? Quando Dio ci chiama, ci dice sempre: Seguimi. T’è forse capitato di vedere che in qualche caso Dio abbia detto: passa davanti a me? Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, porti la sua croce e mi segua51.

Venite dietro a me, seguitemi, disse Nostro Signore a tutti i suoi discepoli52. È sempre così ch’egli ci chiama. Dunque devi seguire Dio.

Ecco come ciò si pratica. Dio con la sua azione produce in te quello scotimento, che mi sono studiato di farti intendere, e che è la grazia attuale. Se tu ti presti a questo movimento, egli s’impossessa di te e tu alla tua volta entri in azione, poi sei sostenuto dall’azione della grazia per vedere, amare ed eseguire quella precisa parte di dovere che t’incombe. In tal modo la tua azione è provocata, sostenuta e misurata da quella di Dio. Questa unione per l’appunto è la tua forza. lo posso tutto in colui che mi fortifica, dice S. Paolo53. Il dovere in tali condizioni ti è reso doppiamente facile: anzitutto perché non ne prendi troppo né troppo poco, poiché è Dio che lo misura; poi perché non sei solo a portarlo, giacche Dio è con te. È per questa ragione che Nostro Signore chiama giogo il dovere. Il giogo suppone sempre due teste, sulle quali poggia contemporaneamente. Che ci può essere di duro e di difficile in un lavoro che Dio fa in comune con te? Capisco benissimo che, quando tu vuoi agire da solo e senza curarti dell’azione di Dio, sei facilmente schiacciato: il compito è veramente troppo pesante per le tue sole spalle.

Dunque bisogna cominciare con accettare quello che Dio fa, ed agire in conformità di questa accettazione. Colui che bestemmia contro Dio, mormorando contro il tempo e gli avvenimenti, le prove e i contrattempi, le sofferenze e gl’incontri spiacevoli. costui non vuol saperne dell’azione di Dio, non vuoi sottomettersi, ed è in opposizione con Dio; come vuoi che possa in seguito agire cristianamente? Deve piegarsi per forza. Quando al contrario tu sai accettare, che belle preghiere scaturiscono dal tuo cuore! come si anima il tuo coraggio! Come s’ingrandiscono le virtù della pazienza, dell’abnegazione, della fortezza, della generosità, della confidenza e dell’amore! Ad un’anima che sa accettare, Dio può giungere a domandar tutto, anche il martirio; ed essa ne sarebbe capace. L’anima che mormora non è capace di nient’altro che d’inquietarsi e d’accasciarsi.

Quando l’azione di Dio si esercita su di te sotto forma di consolazione, oh! sei pronto ad accettarla. Si, tu pigli la consolazione, ma che ne fai? Stai li a godertela, e in questo godimento ti riposi e per esso dimentichi il tuo dovere. E così non segui Dio, il quale aveva versato nell’anima tua questa goccia d’olio, per renderle la facilità nel dovere, il vigore e lo slancio nel suo cammino. E tu, disconoscendo le attenzioni della bontà divina, ne pigli pretesto per addormentarti in una pigrizia gaudente ed egoista. E se corrispondi cosi malamente agli inviti ed alle sollecitazioni del tuo Dio, ti meravigli di non fare dei progressi? Comprendi un po’ meglio la sua azione, sappi seguirlo con maggior sincerità, e vedrai come ti diventerà facile progredire.

Guarda come anche qui la vita cristiana è positiva e pratica. Quello che bisogna accettare è la situazione del momento come Dio la dispone. Non si tratta di sognare altre condizioni; bisogna pigliare quelle in cui ti trovi e pigliarle quali si presentano, e profittarne per fare il proprio dovere.

Dimmi se può esserci alcunché di più positivo. È forse anche perché è troppo positivo che i codardi e i fantastici ne hanno paura.

XIII La scuola di Dio

Ogni arte, ogni scienza s’impara, e s’impara solidamente e rapidamente solo con un maestro. La scienza della vita cristiana è la più sublime di tutte:

bisogna impararla sotto la guida di un Maestro.

Chi è il Maestro? Non ce n’è che uno: il tuo Maestro è uno solo54. Bisogna andare alla sua scuola e diventare suo discepolo; poiché sta scritto nei profeti che tutti andranno alla scuola di Dio55.

E qual è la scuola di Dio? Tu adesso la conosci, seppure io ho saputo farti comprendere l’azione della grazia. Dio parla ed agisce per mezzo di tutte le Creature. Egli tiene dunque scuola e scuola pratica dappertutto; per essere ammaestrato, non c’è che da ascoltarlo e seguirlo.

Certo gl’insegnamenti non mancano ed egli ammaestra ciascuno in particolare; poiché quello che fa per te, non lo fa se non per te; ha un’azione, e un insegnamento, e una condotta speciale per te. Ciò che manca sono i discepoli docili. Confessa che tu sei stato finora un cattivo discepolo alla scuola di Dio e che hai ascoltato abbastanza poco e pochissimo compreso le sue lezioni.

E che cosa insegna Dio nella sua scuola? Egli insegna tutto, assolutamente tutto ciò che la tua vocazione esige che tu sappia, ami e faccia. La tua vocazione t’impone di perfezionare la tua mente, il tuo cuore e i tuoi sensi in modo da servire Dio, secondo tutte le esigenze della sua gloria e del tuo stato.

Ciò suppone che tu praticherai tutte le virtù cristiane, proprie della tua condizione. Ora sono appunto queste virtù, e tutte queste virtù che Dio cerca di formare in te.

Infatti il succedersi degli avvenimenti, diretti da lui e nei quali la tua vita è divisa, ti conduce nel momento voluto a praticare via via la pazienza o la fede, la generosità o la confidenza, l’abnegazione o la dolcezza, la fortezza o la prudenza, la carità o la giustizia, ecc., ecc.

Quali virtù devi dunque praticare? Quelle che Dio t’insegna e di cui ti presenta l’occasione: non temere ch’egli ne dimentichi qualcuna; è un Maestro che non dimentica nulla. In che momento e in che ordine devi praticarle? Nel momento in cui ti presenta l’occasione e nell’ordine in cui gli piace di domandartele. Quello è il momento buono e l’ordine voluto. Dio è abilissimo nella formazione delle anime. Che cristiano sarai, se, lasciandoti formare da lui, tu pratichi nel momento e nell’ordine voluto dalla Provvidenza le virtù del tuo stato!

E che penitenze farai? Quelle che lui semina ogni giorno sul tuo cammino. A ciascun giorno basta la sua pena. Piglia le sue, quelle che ti sono imposte o proposte dal dovere, dagli avvenimenti o dalle ispirazioni che ti vengono da lui. Queste sono le sue e sono migliori delle tue che, inventate dal capriccio, non hanno la grazia, mentre le sue l’hanno sempre con sé; le tue sono spesso imprudenti, pericolose, fallaci, mentre le sue non lo sono mai; le tue sono incostanti, capricciose, incoerenti, le sue sono misurate, continuate, ragionate; le tue rispondono spesso assai poco e male ai bisogni del tuo sviluppo, le sue vi sono sempre proporzionate.

E in fatto di dedizione e di carità, che cosa praticherai?

Quello che Dio ti domanderà, e nelle circostanze in cui te lo domanderà. Se tu sapessi com’è comodo lasciarsi così guidare e condurre dalla mano di Dio! com’è bello, migliore e pratico!

Non è forse deplorevole che tante anime, piene d’aspirazioni cristiane elevatissime, disconoscano questa scuola di Dio, e si scostino nelle vie difficili dell’agitazione umana? Esse hanno buona volontà, e fanno grandi sforzi, e finiscono nella stanchezza e nell’impotenza. Perché infatti, dice S. Paolo, né la volontà, né gli sforzi dell’uomo possono riuscire in questo lavoro, ma solo la misericordia di Dio può operarlo. Va’ dunque alla scuola di Dio, e sii un vero e fedele discepolo del Maestro.

Sai perché tanti sforzi, tante risoluzioni, tanti regolamenti di vita, non danno altro che risultati disastrosi? Perché l’uomo fa tali cose di sua testa, senza seguire il movimento di Dio. Lo scolaro che non ascolta il maestro, non farà mai progresso.

XIV. L’umiltà.

Non meravigliarti se ti rimando a scuola. È una grande e bella scuola quella di Dio. Signore, beato l’uomo che viene formato alla tua scuola, e che impara la tua legge dalle tue labbra! Non temere, non è qui che tu acquisterai lo spirito scolaresco o ti farai più piccolo. Tu sai se io ho un vivo desiderio che tu sia un uomo magnanimo. Sai se io auguro alla tua vita la pienezza del suo sviluppo. Che larghezza e rettitudine io desidero alla te! Che energica generosità al tuo cuore!

Che purezza ai tuoi sensi! Non sarò certo io che reprimerò gli slanci dell’anima tua; penso che Dio non t’ha dato delle facoltà per soffocarle. Ma penso anche che non te ne ha date per sprecarle. Non temo i tuoi slanci, ma pavento i tuoi sviamenti.

Diffida dell’orgoglio: in nessun’altra cosa la vita umana s’inabissa e perisce più miseramente. Chi s’innalza sarà umiliato; e chi si umilia sarà innalzato. Sai che cos’è l’orgoglio? Sai che cos’è l’umiltà? È molto importante che tu lo sappia.

L’orgoglio è la tua vita diretta da te e per te.

L’umiltà è la tua vita diretta da Dio e per Dio.

Nelle due parti precedenti insegnandoti a glorificare “Dio il primo” e “Dio solo” non ti ho forse insegnato abbastanza come devi vivere per Dio? riferire l’intera tua vita alla sua gloria e non al tuo piacere? E in questo consiste sostanzialmente l’umiltà. Poiché l’umiltà non consiste nel non aver niente, ma nel riferire tutto. Quanto più si è ricevuto da Dio, tanto più si può riferire a lui; e quanto più si riferisce, tanto più si è umili. Per conseguenza il più umile di tutti è colui che avendo ricevuto di più riferisce tutto al suo Padrone. Negare o soffocare in sé i doni di Dio non è che menzogna e pigrizia. Riferisci dunque a Dio tutto ciò che hai da lui ed avrai il solido fondamento dell’umiltà.

Ma questo non basta. Se tu volessi andar a Dio da te stesso, con le forze naturali della tua mente, del tuo cuore e dei tuoi sensi, ciò sarebbe ancora orgoglio, e non andresti a lui, ma ritorneresti su te stesso. Perché? Perché per te non puoi uscire da te. Lui solo può innalzarti a sé. Infatti la tua vita di cristiano è una vita soprannaturale; e questa vita è al di sopra di te, ed è Iddio che la produce in te, ed è lui solo che può produrla. In fatto di vita soprannaturale, tu sei incapace di far scaturire dal fondo del tuo essere anche un semplice pensiero. Rammenta il principio fondamentale enunciato al principio di questo libro: La vita non esiste se non in forza del principio vitale interno. Ora il principio della tua vita cristiana è Dio, che vive in te e vivifica i tuoi pensieri, i tuoi affetti e le tue azioni.

In fatto di vita naturale, che può il tuo corpo senza l’anima tua? Di quale pensiero, di quale sentimento, di quale atto è capace senza di essa?

È radicalmente impossibile ad un cadavere aver per se il benché minimo movimento di vita. È l’anima la vita del corpo, ed esso non è attivo, se non quanto essa lo vivifica. Unito a lei, vede, ode, parla, agisce. Così pure nella tua vita di cristiano, tu non puoi nulla, affatto nulla, senza Dio. È lui che produce la vita soprannaturale nell’anima tua, nell’identico modo in cui l’anima produce nel corpo la vita naturale. Non sarebbe assurdo il supporre che il corpo volesse vivere senza l’anima ed agire da se stesso? È pure altrettanto assurdo ad un’anima cristiana il voler vivere cristianamente da se stessa senza Dio.

Con lui e per mezzo di lui puoi tutto; senza di lui, non puoi niente.

Dunque comprendi e vedi che non devi aver in te stesso, né appoggiarti, né far assegnamento su te stesso, poiché non puoi niente. Tutte le volte che ti appoggi su di te, tu sei sicuro di fare una caduta. Tu ne hai già fatte, forse di gravi, e tutte provengono dalla confidenza in te Stesso. Senza dubbio tu non lo capisci ancora molto bene; ma quando avrai imparato a penetrare un po’ più addentro i segreti dell’anima tua, te ne renderai conto assai meglio.

E certamente, se finora nelle tue cadute hai fatto così vergognose esperienze della tua debolezza, devi forse farne le meraviglie? Hai voluto agire da solo, da te stesso, a tuo capriccio. E trovi che questo giogo è duro! che il peso è grave! Lo credo bene. Ma perché tu fai della religione a rovescio? Fai sempre assegnamento e sempre ti appoggi sulla buona volontà, sui tuoi sforzi, sui tuoi regolamenti, sui tuoi espedienti, in una parola, su te stesso. Tutte queste cose sono buone, ma per se stesse non sono che cadaveri. Dio solo dà a tutto ciò la vita. Tu nella tua religione hai la mania d’essere il primo e di agire da solo; mentre la vera religione è: Dio il primo, Dio solo. Non ho forse ragione di dire che fai della religione a rovescio?

Se sapessi una buona volta lasciarti condurre da Dio e piegarti al movimento della sua grazia, tutti gli atti della tua mente, del tuo cuore e dei tuoi sensi ben presto diventerebbero soprannaturali, vale a dire, cristiani. Vivresti sotto l’impulso di Dio ed allora vivresti davvero per Dio. E ciò sarebbe in te la grande e vera umiltà; non serberesti per te niente di ciò che ti è dato da Dio: tutto sarebbe a lui riferito. E quindi che grandezza! e che vita! L’umiltà è divina, poiché riferisce tutto a Dio; l’orgoglio è pagano, poiché riferisce tutto all’uomo. L’orgoglio è essenzialmente piccolo, poiché ti abbassa in te stesso; l’umiltà è infinita, poiché ti innalza a Dio. Vedi come si verifica la parola del Salvatore: “Chi si inorgoglisce, si abbassa; e chi si umilia, s’innalza”. L’umiltà è la virtù delle anime grandi, e l’orgoglio è il vizio delle anime grette.

Ebbene, avrai ancora paura di metterti alla scuola del divino Maestro? Non sei determinato a ricevere da lui la vera vita, la vita divina della tua mente, del tuo cuore e dei tuoi sensi? Senza dubbio tu vuoi essere suo discepolo; vuoi imparare da lui come bisogna vivere per lui.

XV. Docilità e virilità.

Che cosa occorre a colui che vuole essere umile discepolo del divin Maestro? Due cose: docilità e virilità.

Docilità per accettare, virilità per agire:

pieghevolezza nell’accettazione, energia nell’azione; bisogna ascoltare, e seguire: ecco le condizioni dell’umiltà. Ascoltare anzitutto gl’insegnamenti di Dio ed accettare le sue disposizioni, poi seguire la linea del dovere e praticare le virtù richieste. Bisogna pertanto che la docilità preceda e la virilità segua. Mai in nessuna scuola si fanno seri progressi in altra maniera.

Senza la virilità, la docilità non sarebbe che un lasciar correre e degenererebbe facilmente in codardia e in scipitaggine.

Senza la docilità, la virilità non sarebbe che orgoglio e condurrebbe fatalmente ad ogni sorta di sviamenti. Unisci queste due cose, sii dolce e forte: dolce davanti a Dio, forte per mezzo di lui contro te stesso. Sii pieghevole sotto la mano di Dio, energico ed inflessibile contro ogni altra azione. Diventa sul serio un discepolo pratico e praticante del divino Maestro. Pratico, tu vedi che bisogna saper esserlo; poiché le lezioni di Dio sono tutti e singoli gli avvenimenti, con cui egli ti conduce. C’è forse qualche altra cosa così pratica e positiva? Ed è questo che bisogna saper comprendere; e per comprenderlo, è necessario essere pratico. Ma bisogna anche saperlo fare, ed è per questo che bisogna esser praticante.

Dilucidiamo anche questo con degli esempi. Tu hai degli amici, ne hai senza dubbio parecchi e sono veri amici. Hai anche dei nemici: e chi non ne ha?

Tu li hai perché Dio lo vuole e così dispone; perché se non lo volesse, non li avresti. Presso i tuoi amici trovi consolazioni e sono dolcissime. Dai tuoi nemici ti vengono delle desolazioni e sono amarissime.

Devi forse detestare gli uni e godere degli altri? Se fai così, vivi da pagano e da pubblicano, non da cristiano. Per essere cristiano, devi servirti delle pene degli uni e delle gioie degli altri, a fine di sviluppare le tue virtù; poiché pene e gioie non sono in realtà e non debbono essere altro che strumenti di virtù. Dio ti procura degli amici e dei nemici, come ti procura i successi e i rovesci, la salute e la malattia, le lodi e gli affronti, la fortuna e il disagio, come ti procura tutte le cose; vale a dire, in vista del tuo sviluppo, nell’ordine della tua vocazione, per la tua gloria.

Se lo scopo della tua vita continua ad essere la ricerca del tuo piacere, continuerai anche a vedere nel tuo amico soltanto una fonte di gioie, e nel tuo nemico una sorgente di noie; continuerai a godere dell’uno e a detestare l’altro, secondo l’interesse molto meschino ed utile del tuo benessere; continuerai a non comprendere nulla in fatto di vita, ad abusare di tutto ed a vegetare da egoista.

Ma dal momento in cui la gloria di Dio orienta definitivamente il tuo movimento vitale, sia il piacere che la contraddizione diventano degli strumenti e tu ti servi di tutto quello che Dio ti procura, per promuovere la sua gloria e compiere il tuo dovere.

Ed ecco quello che io dico essere un vero discepolo, un discepolo pratico e praticante del divino Maestro. Sii tale alla sua scuola e farai progresso. Sarete miei veri discepoli, se resterete fedeli ad ascoltare la mia parola, disse il Salvatore

XVI. Grazie a Dio.

Saper accettare quello che Dio fa, gli avvenimenti che dispone, quello che ti succede ogni giorno, convinto che tutto viene dalla sua mano, è una scienza dolce al cuore generoso, ed è una scienza chiusa al cuore egoista. L’egoista, il quale non pensa che a vivere per se stesso, mai comprenderà questo segreto della vita cristiana. Ma il cuore generoso, che sente il bisogno di darsi, è ad essa pienamente aperto: ne gusta la pratica per istinto, vi si immerge arditamente, vi trova il miglior alimento della sua vita.

Egli accetta senza riserva, senza esitazione, senza curiosità, tutte le disposizioni di Dio; ma soprattutto accetta con amore e riconoscenza.

Sta lì, nella riconoscenza, il segno inconfondibile delle vere anime di Dio. Se tu hai la fede, se la tua fede ti fa vedere il tuo Dio nell’atto che lavora alla tua perfezione, se tu credi che quello che ti capita non è se non il succedersi dell’incessante lavoro di Dio sull’anima tua, se sei convinto che questo lavoro continuo ti reca continue grazie, dimmi, qual è il sentimento che si sprigiona spontaneamente dal tuo cuore? La riconoscenza, non è vero? Tu dici GRAZIE, e non sai dirgli altro. E non fai distinzione fra ciò che ti mette alla prova e ti piace; sai che tutto è insegnamento di Dio, azione di Dio: sai che Dio si trova nella consolazione e nel dolore e tu ringrazi Lui, perché viene a te e per quello che opera in te. Grazie, mio Dio…

Non c’è parola che ti sia più cara, sentimento che ti sia più dolce. Pensando alla gloria di Dio che è lo scopo della tua vita, tu dici: Viva Dio; pensando all’azione di Dio che ti conduce: Siano grazie a Dio. Ecco due semplici espressioni che dicono tutto per un cuore cristiano. Saranno anche le tue? Si, perché tu sei un uomo che ha capacità di gustarle! se non fossi capace di gustarle, non mi avresti seguito fin qui.

Ma sai che sono veri gridi di guerra; si lanciano con un solo battito del cuore e si corre al proprio dovere. È un colpo di spada al nemico e si passa; è un colpo di sprone al cavallo e ci si slancia; è uno squillo di tromba alle milizie e si parte. Nessun bisogno di ripeterli tante volte, Dio li comprende e l’anima tua li sente. Vedi? uno di questi gridi sprigionatisi, soprattutto nella sofferenza, dà all’anima una singolare energia. Ecco che ti solleva dal pianterreno, fa scattare le molle della generosità nascoste nel cuore, ridesta gli istinti cristiani dell’anima, spande in tutto l’essere umano dell’elettricità. Come si compie con gioia il proprio dovere sotto questo impulso! Allora non ci si trascina più nel dovere, non si calcola più, non si esita più; ci si slancia energicamente, lietamente, per Dio. Grazie a Dio, viva Dio!

XVII. La volontà di Dio.

Accettare e fare, ecco la tua vita: accettare per fare il tuo dovere, è il cammino della vita cristiana.

Questi due elementi devono sempre stare uniti, completarsi l’uno con l’altro, e intrecciarsi in modo da formarne uno solo. Del resto essi sono veramente uno. Difatti sia in quello che accetti come in quello che fai, non c’è che una cosa che abbia pregio, e che dia vita alla tua accettazione come alla tua azione, ed è la volontà di Dio. Che cosa accetti? quello che vuole Dio. Che cosa fai? quello che lui vuole.

Accetti e fai, perché lui lo vuole. Nell’uno e nell’altro caso è la sua volontà che ti spinge; quella tu vedi, ami e segui. Il dovere non sarebbe il dovere, se in non ci fosse la volontà di Dio; la tua accettazione sarebbe vuota di senso, se tu non abbracciassi il beneplacito divino. Ecco un paragone che ti farà comprendere meglio.

Dimmi in un’ostia consacrata, che cosa è che valore per te? la specie sacramentale o quello che è nascosto sotto le specie? Quando ti comunichi è l’ostia in sé che ti preme di ricevere, oppure Nostro Signore nell’ostia? Non è forse vero che questa per te non ha valore, se non perché contiene il tuo Dio?

Un’ostia non consacrata non è che un pezzo di pane, e tu non te ne curi. Un’ostia consacrata invece contiene il tuo Dio, ed è ciò che adori con maggiore amore. Tu sei felice di comunicarti!…

Ora le cose da accettare e il dovere da compiere sono veri sacramenti ed ostie, che contengono la volontà di Dio, cioè, Dio: poiché la sua volontà è lui; e per te egli non è così presente in nessun altro luogo come là dov’è la sua volontà, come presto ti farò vedere. Se tu non cerchi questa volontà nel dovere e nell’accettazione, queste cose sono per te assolutamente vuote, vuote come un’ostia non consacrata: e dovere ed accettazione non hanno maggior valore d’una comunione con un’ostia non consacrata. Ma se vai al tuo dovere per trovarvi la volontà di Dio, e se nelle disposizioni della Provvidenza accetti la volontà di Dio, allora è la vera comunione, l’unione piena, l’amplesso della tua volontà con quella di Dio.

Ed è in ciò la vera comunione, di cui la stessa comunione sacramentale è un mezzo. Infatti comunione significa unione comune, comune unione del l’uomo e di Dio. Ora l’unione con Dio si opera soprattutto sotto forma di un’unione morale, vale a dire, di volontà. L’unione tra Dio e l’uomo si compie quando la volontà dell’uomo s’unisce a quella di Dio. Per conseguenza, allorché la tua volontà incontra quella di Dio e vi aderisce, si fa una comunione. E l’unione fra te e Dio non può compiersi in altro modo; perciò vedi che Dio per te non è presente in nessun altro luogo come là dov’è la sua volontà: non puoi incontrarlo che là. Il luogo del tuo incontro con lui è dunque il dovere e l’accettazione, perché li vi è la sua volontà. È lì che la sua volontà attende la tua, per unirsi ad essa. E se tu la vedi e l’abbracci, ti comunichi realmente, poiché entri in unione con Dio. Ma se non la vedi, sei come un infedele in presenza del SS. Sacramento. Questi non sa affatto quello che c’è nella santa ostia, la quale per lui non è che una cosa senza significato. E lo stesso succede del dovere e degli avvenimenti della vita pel cristiano cieco, che non sa adorare in essi la volontà di Dio. Va’ dunque alla scuola di Dio per cercare la volontà di Dio, e sarai in comunione con Dio.

XVIII. La vera comunione.

Se, per un privilegio impossibile, il Papa ti accordasse la facoltà di portar sempre con te un ciborio pieno di ostie e di comunicarti quante volte vuoi, la tua vita sarebbe un continuo rapimento. Ora quello che il Papa non ti accorderà mai, te lo accorda Iddio. Tu hai sempre con te la volontà di Dio, in tutto quello che hai da accettare e da fare. Accetta e, fa’; accetta e fa’ la volontà di Dio ed è ogni volta una nuova comunione. E in certo modo è meglio d’una comunione sacramentale, poiché è una comunione effettiva, una comunione essenziale della tua volontà con quella di Dio. Ti ho detto che fai la comunione sacramentale unicamente co­me mezzo per attuare questa unione effettiva della tua volontà con quella di Dio. Infatti perché ti comunichi e ricevi Gesù? Per accrescere in te il suo amore. E il suo amore che cosa è, se non l’unione della tua volontà con la sua? La tua comunione sarebbe sterile, se non producesse l’amore. La comunione piena, efficace e vera è dunque l’unione della tua volontà con quella di Dio. Oh! quante belle cose svela la fede!… quando la si ha!… Bisogna però convenire che la fede illuminata e viva non è cosa comune, oggi soprattutto!

Ma osserva anche le conseguenze. Se la tua fede non è ancora così viva da farti vedere la volontà di Dio nel sacramento delle cose da accettarsi e da farsi, essa tuttavia è abbastanza illuminata da farti sapere che Nostro Signore è tutt’intero in ciascuna ostia e in ogni parte d’ostia, tutt’intero in una piccola come in una grande, in un frammento come in un’ostia intera. La differenza di dimensioni e di accidenti dell’ostia non modifica in nulla la presenza reale di Gesù Cristo. Ti comunichi tanto con una piccola ostia, quanto con una grande, con una metà come con una intera, e vedi che il sacerdote raccoglie con lo stesso rispetto e uguale venerazione anche le minime particelle consacrate.

Ebbene lo stesso è della volontà di Dio. Essa è sempre intera, sempre la medesima, in tutte le cose da farsi e da accettarsi, piccole e grandi. Perché dunque disprezzi le piccole cose? La volontà di Dio è forse meno pregevole, perché ti dà una piccola cosa da fare o da sopportare? Dio non è forse Dio egualmente dappertutto? Se tu lo disprezzi nelle piccole cose, è questo un modo di attestargli la tua fede? Perché fai tanta differenza, se non perché in fondo non è la sua volontà che tu cerchi, ma il tuo capriccio? Se vuoi essere cristiano, non far tante distinzioni. Se vuoi comunicare con la volontà di Dio, essa è lì tutt’intera nelle piccole cose come in quelle grandi, nelle circostanze spiacevoli come in quelle che ti possono dare consolazioni. Se tu la disprezzi, è perché non hai fede; se la disconosci, è perché sei un cieco; se la trascuri, è perché sei un codardo; se te la metti sotto i piedi, è perché sei uno scellerato.

Se sapessi comunicarti, vale a dire, unir la tua volontà a quella di Dio, non ti occorrerebbe molto tempo per essere un cristiano; poiché questa comu­nione può essere di tutti gli istanti, e in tutte le cose … Ah! se tu sapessi!… Suvvia, dunque! di’ risolutamen­te col Salvatore, che d’ora innanzi il tuo grande e sostanzioso cibo sarà il fare la volontà di colui che t’ha inviato in questo mondo, fino al per­fetto compimento dell’opera, per cui t’ha creato56

XIX. L’imperturbabilità.

Se tu hai l’intelligenza di quest’adorabile mistero della tua volontà divina nascosta dappertutto, se sai fare questa comunione, di cui cerco d’insegnarti il segreto, non ci può essere per te nessuna sventura.

Infatti tutto quello che il mondo chiama avversità e disgrazie, come quello ch’esso chiama fortuna e felicità che cosa è in realtà? Non è che una scorza, una superficie, un’apparenza; è l’esteriore della vita. Lì sotto sta nascosta una sostanza, che è l’interno, il midollo della vita: cioè la volontà di Dio. Fare il volere di Dio è tutto il cibo dell’anima; nessuna cosa la nutre tranne questo. Ma quanto le è anche vantaggioso questo cibo! Unendosi alla volontà di Dio, l’anima s’ingrandisce, la sua vita si sviluppa, tutte le sue facoltà s’innalzano fino a poter glori­ficare Dio.

Tu ora sei serio e vuoi vivere ad ogni costo: vivere, cioè, crescere, dilatarti, per raggiungere la meta per cui fosti creato. Il solo bene che ti attrae, perché infatti è il solo tuo bene, è l’ingrandimento del tuo essere per la gloria di Dio. Ora questa grandezza cristiana, che t’incanta, tutto te la conferisce: il dolore quanto, e spesso più ancora della gioia. La volontà di Dio è dappertutto Ecco perché sei sempre felice. Dovunque trovi Dio che lavora al tuo ingrandimento servendosi delle sue creature.

Che importa a te un po’ di piacere o un po’ i sofferenza? Queste son sciocchezze da nulla per un cuore che vuol vivere!…

E guarda che pace in questo cuore! Una pace che nulla turba, nulla altera e nulla interrompe. Una pace che è sempre la medesima, calma nella gioia, più calma ancora nel dolore. Una pace che accoglie tutti gli avvenimenti e tutti i doveri con la stessa serenità perché tutti le recano il medesimo nutrimento e il medesimo profitto. La pace cristiana!

Un’assoluta imperturbabilità! ecco il vero stato del vero cristiano. Dopo la gloria di Dio non c’è cosa tanto grande quanto la pace dell’uomo, come cantarono gli Angeli sulla culla di Betlemme57. Oh! Quanto fa bene l’essere cristiano! Nulla vale questa pace, e questa uguaglianza d’anima io t’auguro di gustarla.

L’uomo che pone lo scopo della sua vita nel suo piacere, che vede la ragione della sua esistenza nella felicità di cui può godere, e che è incessantemente occupato nel conseguimento di questa felicità attraverso le creature, quest’uomo, dico, è continuamente infelice; perché ciò che pensa essere la parte principale della sua vita, gli sfugge sempre. Tu ancora non conosci che assai poco i mali di questa vita; ed io ti auguro di non conoscerli mai.

Hai or ora veduto come si effettua l’imperturbabilità nella vita umana individuale. Vuoi vedere ora come si effettua nella vita sociale? Non vi sono mestieri sciocchi, ma c’è della gente sciocca, dice un proverbio volgare. Che profondità di senso cristiano e di buon senso racchiude questo proverbio! Infatti un mestiere qualunque, una condizione sociale qualsiasi, dal momento che è voluta da Dio per il bene generale, contiene la sua volontà tutta intera. La condizione di capo di uno Stato non la contiene più di quella dello spazzino. Dio vuole delle condizioni sociali diverse, pei diversi bisogni della società; ma per quanto varie siano tali condizioni, tutte indistintamente non contengono che un’identica sostanza, che dà ad esse il loro valore, cioè, la volontà di Dio. In qualunque grado della scala sociale ci si trovi, unica cosa essenziale è fare la volontà divina.

Il mondo, con la sua vanità fallace, non sa ap­prezzare che le esteriorità delle distinzioni sociali; compiange o disprezza quelli che sono in basso, ed invidia quelli che sono al vertice della scala sociale. Il cristiano, il quale sa che la volontà del Signore non è più in alto che in basso, stima colui che è in basso tanto ricco e privilegiato quanto quello che è alla sommità. Non stima, non invidia, non ambisce che la sola cosa che abbia un valore per lui, la volontà del suo Dio. Ed egli sa di averla tanto in basso quanto in alto. Vedi un po’ se un S. Benedetto Labre, che si santificò mendicando, non ebbe una situazione tanto privilegiata, quanto quelle dei Papi, che regnarono mentr’egli mendicava, e che non furono come lui canonizzati?

Ecco attuata, nella più estesa diversità delle funzioni sociali, la divina e vera, e profonda uguaglianza delle anime. Nessuno può lagnarsi che Dio sia stato con lui avaro, poich’egli ha assegnato a la sua volontà, per condurli tutti alla sua gloria per questa via. Cosicché è profondamente vero che non c’è mestiere sciocco. Ma, ohimè! quanta gente sciocca! quanta gente la cui insipienza non apprezza che l’esteriorità delle cose, e non si pasce che di apparenze! Dunque qualunque sia il tuo mestiere, ricordati ch’esso non sarà mai sciocco, e studiati di non esserlo mai tu stesso: il mezzo lo conosci.

XX. La grazia santificante.

Ogni volta che ti comunichi effettivamente, cioè, unisci la tua volontà a quella di Dio, si produce un’effusione di Dio in te, che è la grazia santificante, poiché S. Tommaso definisce la grazia santificante un influsso della divina bontà nell’anima, la quale per questa comunicazione diventa simile e gradita a Dio, e degna della vita eterna58. È questa grazia che fa la santità, e perciò si chiama santificante.

Vi è sempre una preparazione, un adattamento necessario perché questa grazia possa essere infusa nell’anima. Infatti finché l’anima è lontana da Dio, l’influsso della grazia non può prodursi. Bisogna pertanto ch’essa sia vicina a Dio, affinché egli possa effondersi in lei. Così, per il battesimo, il bambino vi è portato e disposto dalle sollecitudini della Chiesa. L’adulto vi si accosta lui stesso, sotto l’in­flusso di quella grazia attuale, che ho cercato di farti comprendere. Appena l’anima è vicina a lui, Dio si effonde in lei, si comunica a lei, e quest’infusione misteriosa della grazia santificante fa si che l’anima viva di Dio; essa ha la vita di Dio in se.

Questa prima unione è affatto gratuita; non puoi in nessun modo meritarla. Puoi e devi disporti a riceverla, non con le sole tue forze certamente, poiché la grazia attuale ti è già data per questo, ma devi collaborare con la grazia. Quando sei disposto, Dio entra in te, per un puro atto della sua bontà, e piglia possesso dell’anima tua. Egli è in te e tu in lui; egli è tuo e tu sei di lui, egli vive in te e tu vivi in lui. Ecco la vita cristiana.

Quando Dio è così in te, ogni volta che si fa un nuovo incontro della tua volontà con la sua, cioè, ogni volta che fai un atto di conformità alla sua volontà, si compie un nuovo ravvicinamento. e in questo ravvicinamento una nuova effusione. In tal modo la grazia aumenta, e Dio penetra nell’anima tua e ne prende possesso per trasformarla, soprannaturalizzarla e divinizzarla. Ecco come si fanno i cristiani e i Santi.

Tu hai già capito che ogni particolare dell’azione di Dio reca una grazia attuale; adesso vedi che ogni incontro della tua volontà con quella di Dio, produce un aumento di grazia santificante; vedi dunque quante grazie! Che cosa ti manca ancora, dal momento che l’azione di Dio è da per tutto con la grazia attuale, e da per tutto puoi incontrare la volontà di Dio e trovar nella sua unione la grazia santificante? Pensa alla quantità dei movimenti prodotti nelle tue facoltà da tutto ciò che ti tocca interiormente ed esteriormente… e in tutti questi movimenti si trovano grazie attuali; perché non ne approfitti? Pensa alla facilità che hai d’unire la tua volontà a quella di Dio, che trovi dappertutto, nel tuo dovere e in tutte le cose che si devono accettare; perché non fai quest’unione? Se non diventi un cristiano e un Santo, la colpa è cento volte tua.

L’eccitazione della grazia attuale è già un movi­mento della vita; codesto scotimento che porta la luce nella mente, il calore nel cuore, la forza nelle potenze, ti aiuta in modo singolare a far ciò che devi. Ma quando la grazia si spande nell’anima tua, allora è la vera vita, la vita di Dio, che fa vivere l’anima tua. Si spande anche nella mente, nel cuore e nei sensi, e dovunque porta la vita divina. Essa, l’anima tua, fino a che le tue facoltà siano intiera­mente unite a Dio, senza alcuna deviazione, il che è l’apice della perfezione. E allora qual gloria gli rendi! Il tuo essere gli è interamente consacrato, dato, dedicato; tu vivi di lui e vivi per lui. Allora inoltre qual felicità per te! Tu godi di Dio, godi in Dio; e gusti veramente e vedi quanto è soave il Signore59.

XXI. Le tre pienezze della grazia.

Ma che cosa è in sé quest’influsso della divina bontà, con cui Dio ti unisce a sé e ti fa vivere della sua vita? È questo il più grande dei misteri di Dio, poiché la grazia è la più grande delle cose che abbia create. Essa è anche una creatura di Dio, perché fu creata da Dio. È la più grande ed è la prima che sia stata creata. La prima di tutte le cose create è la sapienza, dice la S. Scrittura60. Quello che la Scrit­tura chiama « Sapienza creata » è la grazia nella sua generalità completa, nella sua pienezza universale. Dio ­ha posseduta questa sapienza fin dall’inizio delle sue vie, prima ancora di creare qualunque altra cosa61. Perché la grazia fu la prima cosa creata? Rammenta il piano di Dio. Lo scopo della creazione è l’unione delle anime a Dio, per la sua gloria e per la loro felicità. Il mezzo che attua questa unione è la grazia; la grazia attuale che la prepara, la grazia santificante che la stabilisce. Le altre creature sono i veicoli della grazia. Non era forse ne­cessario che il gran mezzo d’unione esistesse prima dell’uomo che doveva essere unito? prima delle creature ch­e dovevano esserne gli strumenti? Essa fu dunque creata la prima; e a misura che Dio ha fatto e continua a fare gli altri esseri, essa si espande in essi. Simile al fluido magnetico, s’insinua, per così dire, nelle creature destinate ad essere i suoi stru­menti, affinché tutto il movimento degli esseri creati possa convergere alla formazione delle anime cristiane.

Sai qual è il più grande capolavoro della grazia? È Gesù Cristo. In lui vi è la più perfetta unione dell’uomo con Dio, poiché Gesù Cristo è Dio e uomo, è il figlio di Dio fatto uomo. In lui la natura umana è talmente unita alla natura divina, che non esiste se non una sola persona. E cos’è che fece tale unione? È la grazia. È essa che unì l’umanità del Salvatore alla divinità del Verbo. Che grazia! Da sola essa sorpassa tutte le grazie riunite insieme. Cosi Gesù Cristo ha in se stesso e per se stesso una prima pienezza di grazia, che in qualche modo si può chiamare infinita, la grazia mediante la quale si operò il mistero dell’Incarnazione.

Dopo questa prima pienezza, che è propria del Figlio di Dio, ce n’è un’altra che le si avvicina molto, ed è quella che fece la Madre di Dio. Incomparabile pienezza anche questa! poiché dopo il prodigio del Figlio di Dio fatto uomo, il più gran portento è la Vergine fatta Madre di Dio. E per compiere questo portento della Vergine fatta Madre di Dio, ci volle una pienezza di grazia che non fosse troppo discosta dalla prima pienezza. È questa pie­nezza che tu saluti con l’Angelo, dicendo a Maria: «Ti saluto, piena di grazia».

Infine ce n’è ancora una terza, ed è quella che è destinata a fare i figli di Dio. Gli Angeli e i Santi sono chiamati a formare tutti insieme un solo corpo che si chiama la Chiesa. E per formare questo corpo, esiste una pienezza di grazia, che è la pienezza pro­pria della Chiesa. Ogni membro del corpo della Chiesa, vale a dire, ogni Angelo ed ogni eletto, at­tinge in questa pienezza la parte di grazia che gli è necessaria, per occupare nel corpo il posto che gli è destinato. È a questa terza pienezza che tu pigli parte, e da essa appunto ricevi la parte di grazia che ti fa cristiano.

Così eccoti tre pienezze di grazia: l’una propria di Cristo, l’altra propria della sua Madre, la terza propria della Chiesa. La prima ha fatto l’Uomo­-Dio, la seconda ha fatto la Madre di Dio, la terza fa la Chiesa di Dio. Di queste tre pienezze la seconda è maggiore della terza, e la prima è maggiore delle altre due. Così la grazia che ha fatto Gesù Cristo Uomo Dio, è maggiore di quella che ha fatto Maria Madre di Dio, maggiore di quella che nella Chiesa fa i figli di Dio e maggiore delle due riunite.

Da sé solo e per sé solo Gesù Cristo possiede una pienezza di grazia incomprensibile ed incomunicabile. M­a nello stesso tempo possiede la pienezza propria di Maria e la pienezza propria della Chiesa.

Difatti egli meritò per la sua Madre la grazia insigne ch’ella rice­vette da lui, e guadagnò tutte le grazie che comunica alla sua Chiesa. Grazia attuale e grazia santificante, tutto viene da lui. Egli pertanto ha da sé solo la pienezza assoluta ed universale della grazia. È il santo di Dio per eccellenza62, è la Santità personificata, è l’essere Santo che porta il nome di Figlio di Dio63. È a lui che devi ricorrere, come alla fonte d’ogni vita, se vuoi vivere cristia­namente. Quanti tesori egli tiene in serbo per te! È lui, sono i meriti della sua Passione, che span­dono la grazia attuale, nelle creature che ne sono i canali. Per lui e pei meriti suoi la grazia santifi­cante viene infusa nell’anima tua e in tutte le anime. Ama dunque Gesù Cristo, studialo, seguilo. Egli ti farà cristiano. Accostati con confidenza al trono della grazia, per ottenere misericordia e tro­vare i soccorsi di grazia proporzionati ai tuoi bi­sogni64.

XXII. Maria piena di grazia.

Maria è piena di grazia; e questa pienezza è il vero motivo della sua grandezza. Come potrò farti comprendere qualcosa di questa pienezza e di que­sta grandezza? La S. Vergine ha una grazia che è per lei, che le è propria e che la fa Madre di Dio. E questa grazia unica e singolare è così grande che da sé sola sorpassa tutte le grazie riunite insieme che furono accordate agli Angeli ed ai Santi. Calcola, se puoi, ma non lo potrai mai, calcola almeno quanto puoi, il numero infinito di grazie attuali distribuite in tutti i secoli, l’estensione immensa di grazia santificante profusa negli Angeli e nei Santi. Tutte le grazie comunicate nei secoli passati e tutte quelle che saranno comunicate nei secoli futuri, tutte insieme, come ti dissi, costituiscono la pie­nezza della Chiesa.

Ebbene, la sola grazia data a Maria per farla Madre di ­Dio, è più grande di tutto questo. Per conseguenza ­Maria è da sé sola un prodigio di santità più grande di tutti gli Angeli e i Santi riuniti insieme. Dopo il suo divin Figliuolo, ella è la più perfetta delle opere di Dio. Che grandezza! Per ciò è che i Santi e i Dottori hanno cercato a gara di lodarla, e cose meravigliose hanno detto di lei. Non finiscono di cantar lodi, di porgere felicitazioni, e di espandersi in acclamazioni in suo onore. E che cosa hanno potuto dire? Nulla che sia degno di lei, poiché le lingue degli Angeli e degli uomini riunite non diranno ­mai una grandezza, che è al dì sopra di loro tutti. Quando parlassi le lingue degli Angeli e degli uomini, non avrei ancor detto nulla di lei.

Tu vedi come, per quest’elevazione, Maria è la Regina degli Angeli e degli uomini. Ma tale ella è ancora per un altro titolo, più immediato, in un senso, e più effettivo. Infatti ella possiede inoltre, per comunicarla, tutta la pienezza di grazia, che è propria della Chiesa. Tutte le grazie che fanno gli Angeli e i Santi, Maria le possiede, ne ha il do­minio, e da lei le riceve l’intera Chiesa degli Angeli e dei Santi. Maria è la distributrice universale delle grazie. Non c’è nessuna grazia che non venga dal suo cuore, e che non passi per le sue mani. Tu ed io, come tutti i santificati di tutti i tempi, tutto riceviamo da lei. Comprendi quindi come ella è, in modo pratico e vivo, la Regina del cielo e della terra? Infine tutti i movimenti del cielo e della terra, si compiono unicamente per comunicare la grazia; perciò ubbidiscono alla S. Vergine, che è distributrice delle grazie. Vera Regina e Signora, al cui volere tutto obbedisce, per portare agli An­geli ed agli uomini le grazie, di cui ella è la pro­prietaria e la dispensatrice!

Per questo secondo titolo, Maria sarebbe già più grande di tutti gli Angeli e i Santi, poiché non solo possiede ciò ch’essi ricevono, ma distribuisce da Regina e da Signora quello ch’essi ricevono quali servitori. Che sarà adunque, se a questa pienezza che è incaricata di distribuire, tu aggiungi quella che ha per se stessa e che è incomparabilmente più grande? Oh! dimmi, trovi la tua madre abbastanza grande? abbastanza degna delle tue lodi, del tuo rispetto, del tuo amore e della tua confidenza? Ti ho detto la sua grandezza: ma ti dirò la sua bontà? Pensa che questa seconda pienezza ella non l’ha che per comunicarla. La prima la fa Madre di Dio. La seconda la fa Madre degli uomini. È Madre, e non si può dir di più. È tua Madre; cosa vuoi che dica ancora? Vieni e salutala Madre del tuo Dio e Madre tua. Salutala in quell’incomparabile pienezza che la fa Madre di Dio, ed ama ripeterle con l’Angelo quel saluto che tu ora troverai più bello: «Ave, Maria, piena di grazia». Salutala in quella pienezza che la fa Madre degli uomini, e dille quell’invocazione che ­le rivolge la Chiesa: «Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi».

Non aggiungo altro: di fronte a questa grandezza di Maria, io sento il bisogno di contemplare in silenzio. Che cosa potrei dire che sia degno di lei e di te? Tu pure hai bisogno di prostrarti nel silenzio della meditazione, e le espressioni mancheranno alla tua venerazione e la tua venerazione non troverà parole per esprimersi. È pur grande Maria, Madre di Dio! È pur dolce e buona Maria, Madre tua! Io lascio che tu ora la veneri e la preghi: lascio che veneri la sua grandezza, preghi la sua bontà. Lascio che la veneri in quella pienezza di grazia, per cui è Madre di Dio; che la preghi, a motivo di quella pienezza, per cui è Madre tua. Lodala, porgile felicitazioni per quella grazia incomparabile, che la fece Madre di Dio; non la loderai mai abbastanza. Pregala, invocala, per ottenere da lei le grazie che ella possiede per te. Non l’invocherai mai abbastanza. Lode a Maria, preghiera a Maria: debbono essere i due atti incessanti del tuo amore per lei. Ella è la Madre dei tuo Dio: come non lodarla? Ella è la Madre tua: come non pregarla? E questi due sentimenti di lode e d’invocazione sono così bene espressi in quella preghiera, che è la più bella dopo il Pater, quella preghiera che tu ami già tanto, ma che amerai ancora di più. Ave Maria. Ti saluto, o Maria… ecco la lode. Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi… ecco l’invocazione Oh! quando saprai recitare l’Ave Maria!

Parte IV

I I rimedi.

Perché approfitti così poco delle innumerevoli grazie di Dio? Perché sei malato. La tua mente è malata e non sa v edere; il tuo cuore è malato e non sa amare; i tuoi sensi sono malati e non sanno agire. Dunque bisogna guarirli, e per guarirli ci vogliono dei rimedi. Quali sono questi rimedi? Ce ne sono alcuni che Dio stesso ha preparato, ed altri che sono preparati dalla Chiesa. Con termine generico si chiamano esercizi di pietà.

Che cosa sono dunque gli esercizi di pietà? Non sono la pietà, ma i rimedi della pietà, la quale non consiste nel fare molti pii esercizi, ma nel farli come si deve; come la salute per un malato non consiste nel prendere una quantità esagerata di medicine, ma nel prenderle quando son necessarie.

Sono rimedi, i rimedi delle tue infermità spirituali. Bisogna ricorrere ad essi quanto lo richiedono le infermità interiori, ma non altrimenti. E quando si vuole sinceramente guarire non si fa gran caso della qualità del rimedio; gradevole o ripugnante, lo si prende. Non è un affare di fantasia, ma è una questione di guarigione.

Vedi in che modo serio, sobrio e generoso bisogna saper comprendere, amare e fare gli esercizi di pietà? E per te una questione di vita o di morte; quando si è malati e molto malati, non bisogna scherzare coi rimedi; bisogna pigliarli a tempo e nelle condizioni volute, se no… Oh! bada, veli, tu sai quanto sei malato nella povera anima tua!… e quanto essa ha bisogno di rimedi! e quanto sei debole!… Sii serio, e impara a curare l’anima tua almeno quanto il tuo corpo.

Tu sei risoluto di prendere i rimedi che occorrono, cioè, di fare gli esercizi di pietà che ti sono necessari; sei a ciò risoluto ad ogni costo, perché prima di tutto tu vuoi vivere da cristiano e non menar la male odorante vita di quei cadaveri che si chiamano peccatori. Non voler essere del numero di coloro, a cui Gesù Cristo disse: Sepolcri imbiancati, belli di fuori, pieni di putridume dentro65. Tu non ami alcun putridume, quello dell’anima meno di quello del corpo; perché sai che quello dell’anima è più orribile di quello del corpo, e stimi l’anima tua più del tuo corpo. Nessun putridume; Dio non t’ha data una tale vocazione, ma quella della santità66. Dunque, rimedi!… rimedi per guarire, rimedi per preservarti.

II I rimedi di Dio.

I primi e più importanti sono i rimedi di Dio, quelli che Dio stesso ha fatti e preparati per te. Dal momento che Nostro Signore per se stesso si è degnato di preparare alle tue infermità certi rimedi e indicarti la necessità e il modo di prenderli, bisognerebbe non aver la fede per aver l’ardire di trascurarli. Dio senza dubbio conosce le tue infermità, e conosce i mezzi per guarirle. Celeste medico, inviato dal Padre suo per guarire i mali delle anime, Gesù Cristo ha preparato dei rimedi; è giunto persino a comporne con la sua carne e col suo sangue. Bisogna confessare che è difficile al medico di spingere più lontano l’amore per i suoi malati67. Allora che dire del malato che non vuole rimedi?

I rimedi di Dio sono i sacramenti e la preghiera. Anzitutto i sacramenti, grandi tesori della Chiesa, grandi rimedi della vita cristiana; tu li conosci. Il Battesimo che crea questa vita, la Confermazione che la fortifica, la Penitenza che la ripara, l’Eucaristia, che la nutre, l’Estrema Unzione che la corona, l’Ordine che ne perpetua i ministri, e il Matrimonio che ne perpetua gli individui: ecco il grande arsenale delle grazie, gli accumulatori dell’elettricità divina. Nostro Signore ha ivi condensato i Più ricchi frutti della Passione. Vi è forse bisogno di esortarti a ricorrere ad essi? Oh no, certamente! Perché sono persuaso che tu provi un vero bisogno dei due sacramenti, che sono la quotidiana riparazione ed, alimentazione della tua vita. Se della confessione e della comunione tu non senti il bisogno e l’amore, non dirmi che hai desiderio di vivere. Se ti farai tirare per accostarti al santo tribunale ed alla sacra mensa, tu pendi molto più verso le tue passioni che verso Dio; c’è in te più il senso del mondo che di Cristo. Dio non occupa in te che un piccolo posto, e senza dubbio giungerai a restringerglielo ancora. Sai che con Dio non bisogna scherzare68; bisogna trattarlo da Dio; tu ne sei convinto e sei deciso a trattarlo in questo modo. Ebbene se sei risoluto di essere franco con te stesso e con Dio, se sei deciso di diventare un uomo di fede e di dovere, io non ho bisogno di dirti né quando né come devi ricorrere ai sacramenti. I bisogni dell’anima tua te lo diranno sufficientemente, e finché i bisogni dell’anima tua non te lo diranno, quello che potranno dirtene i libri o gli uomini non avrà grande influsso. su di te. Il cuor retto non ha bisogno di tante esortazioni e prediche, quello che egli sente ha più valore di ciò che gli si dice. Del resto, per la grazia di Dio, oggi s’insiste tanto sulla frequenza alla Comunione, che potrai udire raccomandazioni ed esortazioni senza numero. Non ho dunque da aggiungere le mie raccomandazioni a tante altre, e non faccio che ripetere il mio grande consiglio: Sii sincero, va’ sino in fondo alla tua fede. Vedi? la fede, come l’amore, non è una questione di parole o di lingua, ma è prima di tutto una questione di verità e d’azione69. Ah, s’io potessi convincerti di questo! Se potessi insegnarti ad essere un uomo di fede! un uomo di verità e di sincerità!

Che? un cristiano, che sul serio vuol vivere da cristiano, avrebbe dunque bisogno d’esser incessantemente spinto da esortazioni, forzato dalla sorveglianza, senza la quale ricade inerte? Egli non ha dunque nulla nella mente nè nel cuore. La vita non viene dal di fuori ma dal di dentro; e se dentro non c’è nulla, mai non vi sarà vita. Non parlarmi di quegli esseri senza carattere, che non hanno più vita d’una carretta. La quale, quando è tirata, cammina; ma appena si lascia, rimane dov’è. Tu non apparterrai mai alla categoria di quegli esseri fiacchi e vuoti, vili e falsi, che fanno il bene per timore o per compiacenza, per adulazione o per ipocrisia’ per vanità o per interesse. Il bene, per essere vero, dev’esser sincero, e se c’è una buona azione in cui si richiede la sincerità, è soprattutto la frequenza dei sacramenti. lo fremo al solo pensiero dei sacrilegi che si commettono per ipocrisia. Ma gemo pure pensando alla viltà dei cuori che si fanno trascinare. Oh! no, tu non sarai mai né un cuor vuoto, né uno spirito falso.

III La preghiera.

Dio tutto accorda alla preghiera, tutto, anche i miracoli. Ma perché si fa pregare? Per sforzarti ad accostarti a lui. La preghiera è uno dei più grandi mezzi di avvicinamento a Dio. Se egli avesse posto tutto a tua disposizione, senza che tu avessi alcun bisogno di ricorrere a lui, vivresti in un perpetuo allontanamento da lui, usando ed abusando di tutto, senza più curarti di lui. Vedi un po’ se non succede sempre così. Quando non s’ha bisogno di niente, si pensa poco a Dio; ma il bisogno riconduce a lui.

Perché l’unione con Dio è il supremo scopo della tua vita, la preghiera il tuo supremo dovere. Essa mette la tua mente, il tuo cuore e i tuoi sensi in relazione con lui. È la preghiera che fa cessare a poco a poco la distrazione abituale della tua vita.

Distrazione, lo sai, vuol dire separazione. Tu vivi abitualmente separato da Dio; la tua mente, il tuo cuore e i tuoi sensi sono occupati in cose lontane da lui, ecco la tua distrazione; è il gran male di cui tu hai riconosciuta l’estensione e che bisogna guarire.

La preghiera riconduce a Dio la tua mente, il tuo cuore e i tuoi sensi; li ricolloca, almeno per un momento, vicino a Dio; li riabitua a viver vicino a lui, e man mano ch’essa diventa più viva e frequente, tu vivi più abitualmente in unione con Dio. Comprendi perché Dio si fa pregare, e perché si fa pregare tanto? Quanto più si fa pregare, tanto più ti sforza ad accostarti a lui. Vi sono grazie che Dio non accorda se non a preghiere lungamente ripetute e moltiplicate; e la più grande grazia è sforzarti così ostinatamente a pregare, perché così ti sforza ad un ravvicinamento più completo.

Oh! come sarai felice quando comprenderai questo perché della preghiera! Più felice ancora se contrarrai lo spirito di preghiera: lo spirito di preghiera, cioè, il bisogno di ritorno e di ricorso continuo a Dio, il bisogno di trattenerti con lui in intimità, il bisogno di parlargli e di udirlo parlarti, il bisogno di essere con lui.

Ad altri io consiglierei la preghiera. Tu che vuoi essere cristiano nell’anima, che ad ogni costo vuoi vivere per Dio, abbi lo spirito di preghiera. Il cuore che trova gravosa la prehiera non ha che un germe di vita cristiana. È forse possibile che la respirazione sia gravosa ad uno che ha buoni polmoni? La preghiera è il respiro dell’anima cristiana, che ha bisogno d’esalare il suo soffio verso Dio e di aspirare l’aria di Dio. La preghiera deve diventare per l’anima tua tanto facile, tanto necessaria e benefica, quanto il respiro per il tuo corpo.

Come vedi, la preghiera nella sua essenza non è un formulario. È un movimento dell’anima e non un movimento delle labbra. Senza dubbio vi sono delle formule, che incarnano meglio questo movimento profondo e vero dell’anima verso Dio, e queste formule aiutano molto la preghiera; ti dirò presto quali sono le migliori. Ma in sostanza la preghie Dio, è il ritorno verso Dio, è il trattenimento con Dio, vita con Dio. Ed è in questo senso che Nostro Signore diceva che la preghiera deve durar sempre e non cessare mai70. Può il tuo corpo cessar di respirare? e perchè l’anima tua cessa di pregare? Per l’anima cessar di pregare è come pel corpo cessar di respirare, è il soffocamento e la morte. Quando l’anima tua pregherà istintivamente cosi come il tuo corpo respira, tu sarai cristiano, perché sarà un vero segno che tu vivi. Il corpo, che non respira più, è un cadavere; cosi l’anima. Il corpo, che respira difficilmente, è malato; così l’anima. Il corpo, che ha un respiro ampio, ha una vita potente; così l’anima. Ma come giungere a dar all’anima quella potenza di respirazione divina, che si chiama lo spirito di preghiera?

Ci arriverai anzitutto sotto l’ispirazione e la direzione dello Spirito Santo. Poiché egli viene in soccorso della tua debolezza. Tu non sai quello che devi domandare a Dio, per pregare come si deve. Ma lo Spirito divino viene in te a formare dei gemiti ineffabili, che sono la vera preghiera. E colui che penetra il fondo dei cuori comprende i desideri ispirati dal suo Spirito, perché il suo Spirito forma nei Santi una preghiera secondo Dio71. E in che modo lo Spirito Santo forma la preghiera nel cuore dei Santi? Con tutte le particolarità dell’azione divina che porta la grazia e di cui ti ho a lungo parlato precedentemente. Sii dunque sottomesso a quest’azione dello Spirito di Dio, e potrai diventare non solo un uomo di preghiera nel senso ordinario della parola, ma un uomo di orazione. Puoi trovare degli aiuti efficaci anche nelle pratiche istituite dalla Chiesa.

IV. I rimedi della Chiesa.

Esiste nella Chiesa una quantità abbastanza considerevole di pratiche e di formule pie, introdotte dai Santi ed approvate da essa; è una farmacia molto ricca di tutte le qualità di medicine. Non ci sono malattie nelle anime che non vi possan trovare i rimedi convenienti. Ciò vuol forse dire che occorra sovraccaricarsi di queste pratiche? Dimmi, quando vai in una farmacia, compri forse tutte le medicine che vi si trovano? Ti basta pigliare quelle di cui hai bisogno. Fa’ qui lo stesso.

Anzitutto è necessario cercare un vero farmacista e diffidare dei ciarlatani, che non sono, rari oggigiorno, per l’anima come per il corpo. La Chiesa è la sola farmacia riconosciuta da Dio, per distribuire i veri rimedi delle anime. Sii dunque implacabile nel tener lontani da te, come rimedi da ciarlatani, tutte le invenzioni fantastiche delle divozioni non approvate. Tu mi comprendi, ed è questa una raccomandazione importante.

Adesso, nella farmacia del buon Dio, scegli i che rimedi che fanno per l’anima tua.   Quali? mi dirai.   Ecco. Vi sono esercizi obbligatorii, la Messa nei giorni festivi, quegli atti indispensabili che ogni cristiano deve fare di tanto in tanto, cioè, gli atti di fede, di speranza e di carità, la confessione annuale, la comunione pasquale, ecc. In questo non si deve avere nessuna esitazione, perché da ciò dipende in modo assoluto la tua salute spirituale. Sono rimedi di cui la vita d’un cristiano non può far a meno sotto pena di perire.

Altri esercizi sono di consiglio, come le preghiere del mattino e della sera, i vespri della domenica, la celebrazione delle feste non comandate, la frequenza più assidua dei Sacramenti, la devozione a Nostro Signore, alla S. Vergine ed ai Santi, la meditazione, l’esame, ecc. Qui per fare la tua scelta e trovare la giusta misura, hai già bisogno del consiglio del tuo medico. Sai chi è il medico dell’anima tua? Il Direttore della tua coscienza, che tu devi consultare, perché a lui spetta il dirti quello che conviene ai tuoi bisogni presenti.

Ma soprattutto bisogna consultarlo per la terza categoria di rimedi, di quelli, cioè che sono puramente facoltativi. Sentirai raccomandare un’infinità di pratiche e devozioni, di quelle, s’intende, che sono approvate: delle altre ho già detto quello che si meritano e non ne parlo più. Su questo punto tienti in guardia contro due eccessi: anzitutto quello di denigrare queste divozioni in se stesse; dal momento che sono approvate dalla Chiesa, sono buone. Se vuoi pigliarti giuoco degli abusi, fallo; ma lo devi fare in modo da mettere in ridicolo l’abuso e vendicare la vera divozione. A me piace sferrare tutte quelle stupidaggini che mettono, in ridicolo la religione. Il secondo eccesso dal quale devi preservarti è quello che io ti autorizzo a fustigare, e che consiste nel sovraccaricarsi puerilmente una infinità di piccole cose.

Poco e buono, ecco una prima regola in fatto di divozioni facoltative. Eccone una seconda: Libertà assoluta. Non bisogna attaccarsi a nulla, e sentirsi liberissimo di pigliare questi esercizi secondo i bisogni dell’anima. Non devi usarne che per elevare il tuo spirito, il tuo cuore e i tuoi sensi a Dio. Perciò essi debbono variare secondo che ti trovi più lontano o più vicino a Dio. Vedi? Bisogna che tutto sia subordinato alle necessità vere della tua vita cristiana. Dunque nessun sovraccarico o legame importuno, ma nel tempo stesso nessun disgusto o viltà. I sovraccarichi indicherebbero che tu non sai, e le viltà che tu non vuoi, e sarebbero due sintomi assai gravi, poichè non sapere e non volere sono le due grandi malattie dell’anima. Tu studiati di non avere nè l’una nè l’altra. Devi formare in te lo spirito di preghiera, dilatare il respiro dell’anima tua. Abbi tanta energia da rendere necessari i rimedi, e tanta saggezza da non pigliarne alcuno che sia inutile. A più forte ragione, abbi tanta prudenza da prenderne alcuno nocivo.

Insomma, quello che deve dominarti, guidarti, eccitarti in tutto, è il bisogno di vita: tu sei fatto per vivere E sai cosa vuol dire vivere; mi feci premura di dirtelo fin da principio. Se ti preme di vivere, cioè di sviluppare tutto quello che deve essere sviluppato in te, tu saprai pigliare i rimedi ed evitare i veleni. Beato colui che ha l’istinto della vita. E appunto questo istinto io mi studio di formare o di ridestare in te. Tu vedi che non cerco in modo alcuno di soffocarti in una regolarità esteriore; a me non piacciono le mummie per quanto ricche siano le bende in cui sono avvolte. Quello che amo è la vita; quello che cerco è che tu viva; quello per cui m’affatico è farti comprendere la vita. Vedi: la pianta che vive sa discernere da se stessa i succhi propizii alla sua alimentazione. Abbi la vita, e saprai scegliere i rimedi utili alla tua crescenza divina.

V. Sguardo retrospettivo.

Ripigliamo, se vuoi, in una breve sintesi, l’esposizione della vita cristiana nella sua essenza. In primo luogo lo scopo è la parte fondamentale. Lo scopo è quello di arrivare a conoscere, amare e servire anzitutto Dio per primo, come abbiamo veduto nella prima parte; poi, Dio solo, come abbiamo veduto nella seconda.

Il lavoro per raggiungere tale scopo è quello di accettare l’azione di Dio e di far il tuo dovere, ed è quello che abbiamo veduto nella terza parte.

Senonchè per il fatto della corruzione della nostra natura pel peccato, la mente, il cuore e i sensi sono assai lontani da questo scopo e da questo lavoro. Perciò si rende necessario di rimetterti davanti agli occhi, nel cuore e fra le mani lo scopo e il lavoro. Ed ecco il compito degli esercizi di pietà, che noi studiamo in questa quarta parte.

Di grazia, ritieni diligentemente questo concetto fondamentale della religione, il quale sarà per te una luce ed una forza. Vedrai più tardi da quante sciocchezze e piccolezze, tenebre e incoerenze, incertezze e falsità ti libererà. Molte anime vegetano nelle inezie, perché non hanno idee giuste. Ed io desidero soprattutto che tu non sia un uomo schiavo delle inezie.

Un uomo simile sa malissimo quello ch’egli è, dove va, quello che fa. Egli si trastulla, perde il suo tempo, spreca la vita. Nulla è organizzato in lui. Lo vedrai annettere una grande importanza a certe puerilità, e trascurare i punti essenziali; praticherà molte devozioni da nulla, e non conoscerà neppure i suoi doveri più fondamentali. Nulla è così triste a vedere come siffatte vite disorientate. Tale è un viaggiatore, che piglia il primo treno che viene, senza sapere dove vada. Egli si ferma in un luogo sconosciuto; viaggia così all’avventura senza essersi prefissa nè la mèta dove vuole dirigersi, nè la via che deve seguire, nè il treno che deve prendere.

Ti scongiuro, non devi essere un cristiano di avventura! Per non essere tale, devi sapere esattamente qual è la tua mèta, quale la tua via, quali i tuoi mezzi. E non confondere codesti tre ordini di cose. I mezzi non servono che per la via, e la via non serve che per la mèta. I tuoi esercizi di pietà sono fatti per farti seguire la volontà di Dio, e tu devi seguire la volontà di Dio per andare alla gloria di Dio. Ecco come devi comprendere la tua vita di cristiano, se vuoi essere serio.

VI. Le pratiche cristiane.

Ciò rammentato, devi sapere che gli esercizi introdotti nella Chiesa si riallacciano a tre punti fondamentali. Gli uni hanno per obbiettivo principale la mente, altri si rivolgono di preferenza al cuore e i terzi agiscono più specialmente sui sensi.

Pei sensi anzitutto la Chiesa ha le cerimonie del suo culto, le solennità delle sue feste, le attrattive delle sue divozioni. È forse per divertire la sensibilità ch’essa cerca tanti mezzi per influire sull’immaginazione? No, certo, ma per strappare i sensi all’attrattiva del piacere creato e richiamarli al servizio di Dio. Per ciò è che alla Chiesa non piacciono gli sfoggi rumorosi e le esibizioni che arieggiano il teatro. Ohimè! di cose simili ne incontri troppo spesso in certe chiese: fuggile. Il culto cristiano è sempre serio nella sua beltà; i suoi splendori riflettono nel loro aspetto la serenità del suo scopo. Questo per l’appunto bisogna amare. Che fantocci di cristiani sono mai, o mio Dio, quegli esseri che vanno alla Chiesa per lo sfoggio degli abbigliamenti, per le attrattive della musica, delle decorazioni e dei bei parlatori! Finché sentirai che l’anima tua non obbedisce che a sentimenti di questo genere, io non ho nessuna fiducia nel tuo cristianesimo. Cerca quello che può elevare i tuoi sensi a Dio, e non quello che ti fa riposare nel solletico degli orecchi, degli occhi e alle volte d’altra cosa. Ah! lascia la vanità agli esseri schiavi della vanità!

Pel cuore quali risorse si trovano nelle esortazioni della Chiesa, negli esempi santificanti dei suoi eroi, nelle associazioni cristiane, nelle opere di zelo e di carità!. La Chiesa vorrebbe pur avere degli uomini di carattere e di energia, degli uomini dal cuor largo e forte, degli uomini capaci di tutti i sacrifici e di tutti gli eroismi! Quante creazioni fanno appello ai cuori generosi, per farne dei magnanimi! Tra i Santi, quale vuoi imitare? Tra le esortazioni della Chiesa, quale ti conquisterà? Fra le opere di zelo pel bene altrui, a quale consacrerai la tua vita? Non spetta a me dirtelo. È la gran questione della vocazione. Lo spirito di Dio, che soffia dove vuole, soffierà senza dubbio sul tuo cuore, poiché il tuo cuore è aperto al soffio di Dio e preparato alla generosità della dedizione. Non ho che un consiglio da darti. Sta’ attento a non seguire che lo Spirito di Dio, e decidendoti a dare il tuo cuore, non lo dare che a Dio. Diffida degli sfruttamenti umani; tu ne incontrerai anche sulla via del bene. Vi sono oggidì, nelle buone opere, molte buone volontà abbastanza male impiegate, e per conseguenza assai sterili. Oh! com’io auguro al tuo cuore di non attaccarsi che a Dio, con quella sincerità illuminata, che ti ho tanto raccomandata finora! Desidero ardentemente che la tua vita sia diretta seriamente, che i tesori del tuo cuore siano impiegati utilmente, che nulla di ciò che Dio ti ha dato vada perduto, che tu sia un uomo ed un cristiano, utile a te stesso ed utile agli altri. Lasciami dir ancora tutto quello che desidero per te: Desidero ardentemente che tu viva. Io venni, dice il fondatore del cristianesimo, affinché essi abbiano la vita e la sovrabbondanza della vita72. Vorrei pur saper farti gustare queste parole del Salvatore!

Infine, per lo spirito, la Chiesa ha le sue istruzioni sotto tutte le forme, le sue meditazioni, le sue letture, i suoi esercizi spirituali. I libri e le parole non mancano. Nel nostro secolo superficiale, ohimè! spesso è la sostanza che manca nei libri e nelle parole. A proposito, permetti che ti dia un consiglio riguardo alle tue letture. Abitua la tua mente ai libri serii: non permetterle mai di contentarsi delle frasi sonore, e dei bagliori dello stile. Te l’ho già detto tante volte, non bisogna appagarsi di parole. Sii tenace nel tenere la tua biblioteca come la tua mente chiuse alle frivolezze. Dio sa se ve ne sono!… Fa’ ancora qualcosa di più: imponiti come una legge per la tua intelligenza di non frequentare altro che i genii. Quanti sono i genii che dominano l’orizzonte umano! tu non li frequenterai mai tutti. Perché allora perdere il tempo? Dal punto di vista religioso, come da quello filosofico e scientifico, tu devi vivere con le menti più elevate. E non stare a dirmi che sei troppo piccolo per frequentare una scuola così grande. Se vuoi darmi retta, nessuno si fa comprendere cosi bene come un genio. Un genio che fosse oscuro non sarebbe più un genio. E quante ricchezze e che luce, che godimento si trova nella loro compagnia!… Dunque siamo intesi: in fatto di religione, come in tutte le cose, tu ti rivolgerai sempre ai grandi maestri. lasciando in disparte i mediocri. Rammenta il pensiero di S. Agostino: Tutto ciò che è fatto pel regno dei cieli deve essere grande, perché in cielo non entra nulla che non sia grande73.

VII. La meditazione.

Gli esercizi che riguardano la mente hanno necessariamente il primo posto, poiché la mente tiene il primo posto tra le facoltà umane. Ma fra gli esercizi della mente ve ne sono due sui quali voglio richiamare più vivamente la tua attenzione: e sono la meditazione e l’esame di coscienza.

– La meditazione! ma essa è buona pei religiosi, mi dirai.

– Sì, è cosa certamente buona pei religiosi; ma potrebbe anche essere cosa ottima per te. E tu diventerai difficilmente un cristiano sincero, se non ti abitui alle riflessioni serie, che si chiamano meditazione. Forse te ne fai un’idea molto più complicata di quanto non sia in realtà.

Ma dimmi, sai che riflettere sopra una lettura che fai, su un pensiero che ti trovi nella memoria, su un’istruzione che ascolti? Riflettere su un dovere da compiere, su un lavoro da seguire, su mezzi da prendere? Riflettere, cioè, considerare attentamente nell’intimo una questione che t’interessa, perché riguarda la tua vita pratica, e richiede una decisione. Riflettere, chi non lo sa fare? E chi non lo fa? L’uomo serio si chiama per l’appunto un uomo riflessivo. Tu che vuoi essere un uomo serio, son sicuro che hai già contratto abitudini di riflessione, e ne fai molte, forse troppo inquiete sul tuo presente e sul tuo avvenire. Tu sai dunque riflettere.

D’altra parte sai che cosa significa pregare. Pregare è, trattenersi con Dio, sia con sentimenti interni, sia con parole esterne. Poiché vuoi essere cristiano, hai già delle abitudini di preghiera seria; poiché non può essere cristiano chi non prega. Questo lo sai benissimo.

Ebbene, giacchè conosci queste due cose, la riflessione e la preghiera, tu saprai prestissimo meditare; perché la meditazione non è altro che l’unione della preghiera con la riflessione. Sotto qualunque forma tu la faccia, qualunque sia il metodo a cui t’appigli per aiutarti, allorché rifletterai pregando, o pregherai riflettendo tu mediterai. Ed è appunto questo che ti voglio suggerire.

In questa unione della preghiera con la riflessione, che è la meditazione, troverai tre vantaggi considerevoli:

1° Le tue preghiere diventeranno più serie, più profonde, più vive. Ti abituerai a non recitare meccanicamente delle formule, senza gustarne il senso. Non ti potresti immaginare quali profondità di senso racchiudano le preghiere della Chiesa. Il Pater esempio, che tu reciti così spesso, è un mondo infinito. Nell’Ave Maria, negli atti di fede, di speranza, di carità e di contrizione, tutte le parole contengono dei tesori. Non è un peccato recitare con leggerezza cose così belle? La recita meccanica delle preghiere vocali è segno di un cristiano superficiale, e conduce l’uomo a mentire perpetuamente a se stesso. La realtà dei sentimenti del suo cuore non risponde alle parole che dice. E una simile menzogna pratica, in uno degli atti più sacri della vita, in verità, fa pena.

2° Troverai nella meditazione un altro vantaggio, quello di santificare e vivificare le tue occupazioni. Il tuo lavoro è troppo naturale; nel corso pratico della tua vita giornaliera, Dio non occupa il posto vivente che gli è dovuto. Tu ti agiti in un movimento affatto umano, senza far entrare Dio nelle riflessioni e nelle preoccupazioni, che la tua vita t’impone. Abituandoti ad unire la preghiera con la riflessione, la meditazione fa entrare l’elemento soprannaturale nel quadro della tua pratica.

3° E quindi risulta un terzo vantaggio, che è l’unità della tua vita. Tu ora sei troppo scisso in due. Quando sei nella preghiera, la tua mente non ci si trova abbastanza, restando essa negli affari e nelle preoccupazioni esteriori. Quando attendi al lavoro, non ci si trova abbastanza Iddio. La tua preghiera non è abbastanza umana e il tuo lavoro non è abbastanza cristiano. Non è abbastanza umana la tua preghiera, perché è o troppo distratta o troppo astratta. Nei momenti felici, essa è troppo fatta di sogni e d’immaginazioni, che sei tentato di pigliare per divozione. Nel corso ordinario essa si trascina nella dissipazione. Il tuo lavoro non è abbastanza cristiano, perché è troppo naturale e troppo terreno. Tu non sei lo stesso in Chiesa e sul lavoro. Sei come un serpe tagliato in due; il corpo si agita da una parte, mentre la coda si torce dall’altra.

Ed io vorrei riunire questi due tronconi della tua vita; vorrei che tu fossi uno… il medesimo da per tutto, cristiano da per tutto, nel lavoro come nella preghiera, nella tua vita esteriore come in Chiesa, mettendo anzitutto Dio ovunque al primo posto, giungere poi ad amare lui solo. Il cristiano è un uomo tutto di un pezzo, la sua vita intera si ispira ad un solo principio, è un… uomo!

L’abitudine di meditazione che ti consiglio ti condurrà ad essere questo. Quando saprai unire la riflessione alla preghiera, tu diventerai uno; perché dovunque rifletterai sarai portato a pregare; e dovunque pregherai, sarai portato a riflettere. Vedi come allorché il serio e il soprannaturale si danno la mano abbracciando tutta la tua vita, tu diventerai un… cristiano?… Ora credo che comprenderai perché e come ti consiglio la meditazione.

Non mi domandare il metodo per arrivarvi. Ci sono tanti metodi, ch’io sarei molto impacciato se volessi sceglierne uno per te. Del resto io non ti conosco; può darsi che non t’occorra alcun metodo; può essere che tu abbia bisogno di un metodo molto semplice; forse sei di quelli che non sanno fare un passo se non appoggiati ad un meccanismo complicato. È cosa che deve decidere il tuo direttore. Secondo la mia abitudine, io cerco di lumeggiare i primi principii, lasciando alla tua buona volontà la cura di metterli in pratica.

Del resto, devi comprendere che la meditazione che io ti consiglio non consiste tutta in questo breve esercizio che farai ogni mattina pigliando un libro, sul quale rifletterai davanti a Dio. La mezz’ora o il quarto d’ora di riflessione, che si chiama comunemente la meditazione formale, non dev’essere che la preparazione della tua vera meditazione, vale a dire, del tuo stato meditativo. Poiché se mi comprendi, devi sforzarti di diventare un uomo riflessivo e di preghiera, che unisca abitualmente la riflessione alla preghiera, nel corso della giornata. E bisogna che tu giunga a farlo in un movimento di vita semplice, facile, pratico, egualmente scevro di naturalismo e di sentimentalismo, egualmente lontano dall’esagerazione e dalla dissipazione.

VIII. L’esame di coscienza.

Ecco una questione vitale fra tutte; qui sta il centro del meccanismo della vita cristiana. E ne capirai il perché. Tu hai una mèta: Dio; hai un cammino: la conformità alla volontà divina; hai i mezzi per questo cammino verso questa mèta: gli esercizi di pietà. Mèta, cammino, mezzi, tutto questo deve sostenersi, legarsi e non formare che una cosa. La mèta vuole il cammino, il cammino vuole i mezzi; i mezzi devono assicurare il cammino, e il cammino raggiungere la mèta. È in tal modo che tu concepisci la vita cristiana, non è vero?

Ora che cosa è che riallaccia il cammino alla mèta e i mezzi al cammino? Ci vuole qualche cosa che ti assicuri che il tuo cammino va diritto alla meta, e che i tuoi mezzi favoriscono efficacemente il tuo cammino. Bisogna che tu ti renda conto della meta, del cammino e dei mezzi. E ciò non isolatamente, ma in una sola e medesima veduta simultanea, a fine di stabilire la correlazione dei mezzi al cammino, e del cammino alla mèta.

Non leggere questo correndo, ti prego, perché desidero che tu comprenda bene, qui più ancora che altrove; poiché qui sta il nodo della tua vita.

Voglio che la tua vita sia una, ed è qui che troverai il mezzo pratico di renderla davvero una. E se non cerchi di avere un’idea chiara e distinta di ciò che qui ti dico, perderesti il meglio di quest’operetta, perché non ne vedresti il concatenamento e ti sfuggirebbe l’attuazione.

Dunque bisogna vedere se tu servi realmente Dio per primo e Dio solo, che è la mèta; se vivi in comunione di conformità alla volontà di Dio nell’accettazione e nell’azione, che è il cammino; se finalmente impieghi gli esercizi utili, che sono i mezzi.

E bisogna vedere queste tre cose con un solo colpo d’occhio. E come vederle? Con l’esame di coscienza.

Esso deve renderti conto di queste tre cose: Vai alla mèta? Sei sulla buona strada? Usi i mezzi efficaci? Se esso non ti rende conto di queste tre cose ad un tempo, è insufficiente e non adempirà alla sua missione.

Tu vedi che sono importantissime domande quelle che si propongono all’esame. È la tua vita intera che dev’essere scandagliata negli strati più profondi. Ed osservando non bisogna accontentarsi di sguardi superficiali ma è necessario saper discendere nelle profondità e nella realtà delle cose.

– Ma allora, mi dirai, l’esame è una cosa singolarmente difficile! – Conveniamo anzitutto che non può darsi esame serio ed efficace in altra maniera, e vediamo se, per farlo così, la pratica è difficile.

IX. Il macchinista.

L’anima è una, ma le sue disposizioni interne sono molteplici assai. Le une sono buone, le altre cattive. Tu hai delle inclinazioni o delle abitudini virtuose, come il sacrificio di te stesso, l’umiltà, la carità, la sobrietà, ecc.; hai pure delle tendenze perverse, come l’orgoglio e la sensualità, che sono le due più grandi. È sotto l’influsso di queste inclinazioni e tendenze che tu agisci. Quelle che sono buone ti fanno andare dalla parte di Dio; quelle che sono cattive ti fanno andare dalla parte di te stesso. Infatti hai capito che non vi sono che queste due direzioni nella vita: o la ricerca di Dio o la ricerca di sé. Per conseguenza il problema è molto semplice poiché si riassume così in questi due termini: C’è ricerca di Dio o ricerca di te stesso?

– Ma non mi pare completamente semplice. Ci sono in me tante tendenze, tante inclinazioni, tanti sentimenti! Come giungere a conoscerli tutti? E se non li conosco tutti, non sarò mai sicuro di non ingannarmi.

Ascoltami. In un treno vi sono parecchie carrozze; ogni carrozza ha parecchie ruote. Quante ruote da far camminare affinché il treno avanzi! E bisogna che tutte camminino, e che tutte insieme siano trascinate in un medesimo movimento e mantenute nella medesima direzione. Il macchinista che è incaricato di regolare il cammino del treno, lo sa benissimo. Tuttavia credi che lui si preoccupi del numero delle ruote? È l’ultimo dei suoi pensieri. Credi forse che abbia da mettere in moto ciascuna ruota, l’una dopo l’altra? Ce ne vorrebbe del tempo! E si otterrebbe un bel cammino! Il suo lavoro è ben più semplice.

Egli ha alla mano una chiavetta, che comanda il vapore. Quando vuol mettere in moto il treno, farlo avanzare o indietreggiare, accelerarne o rallentarne la velocità, pone la mano sulla sua chiavetta; un piccolo giro ed ecco fatto! E tutte le ruote camminano, e il treno tutt’intero obbedisce ad un giro di chiave. Vedi che gran movimento cominciato e diretto da un colpo di mano.

Lo stesso succede all’anima tua. Per quanto numerose siano le sue disposizioni, per quanto molteplici i movimenti, occorre solo un giro di mano affinché tutti seguano una determinata direzione. Non deve essere più questione di pigliar le une e gli altri ad uno ad uno, come per il macchinista non è più questione di pigliare ad una ad una le ruote del suo treno.

– Ma com’è possibile questo, mi domandi?   Avviene con la stessa facilità e semplicità con cui agisce il macchinista.

– Benissimo, mi dirai; ma la semplicità della manovra del macchinista suppone ancora che il treno sia formato e che tutto sia a posto. E il lavoro per formare un treno non è già più l’affare d’un giro di mano.

  Sì, ma per quanto riguarda l’anima tua, puoi star tranquillo: è Dio stesso che forma il treno. Egli ha incatenato l’uno all’altro il tuo corpo e la tua anima, le tue facoltà, le tue disposizioni e le tue attitudini74. Egli ha preparata la via della sua volontà, per la quale devi camminare. Egli accende e mantiene il fuoco della grazia santificante e il vapore della grazia attuale.

Senza dubbio dovrai di quando in quando rivedere e pulire ciascuno dei pezzi del meccanismo.

È quello che devi fare nelle confessioni ordinarie, ma soprattutto negli esercizi annuali, che devono essere il rinnovamento di tutti i congegni dell’anima tua. Siffatto lavoro di revisione e di riparazione ha un’importanza capitale, ma non è quello che ora ti voglio insegnare. Ciò che qui ti voglio dire, riguarda unicamente il cammino del treno e la maniera di dirigerlo. Dunque per assicurare il buon cammino della tua vita, che cosa hai da fare? Semplicemente quello che ha da fare il macchinista; cioè aver l’occhio attento e girare a proposito la chiavetta che comanda il vapore. Ecco quello che si fa con l’esame di coscienza.

Ma qui ho bisogno di lasciar un istante la parola ad un autore, il cui libro m’ha ispirato il meglio delle riflessioni che t’ho esposto finora. Ardisco raccomandarti la lettura dell’opera sua, per quei giorni in cui sarai deciso alle riflessioni serie. Egli completerà vantaggiosamente ciò che qui soltanto ho potuto abbozzare troppo imperfettamente75.

X. Lo sguardo interiore.

Come bisogna fare l’esame di coscienza? Con un’occhiata. Gettata dove? Nel centro del cuore. Per vedere che cosa? Una sola cosa, la disposizione dominante. E che cosa è questa disposizione dominante? È il sentimento che fa muovere il cuore. Difatti io non faccio nulla, senza che il mio cuore sia spinto a farlo da un pensiero, da un sentimento che lo determina. Quando domando a qualcuno: Perché fai questo? egli mi risponde: Per la tal ragione. Questa ragione è il pensiero che lo fa agire; e questo pensiero è la disposizione dominante del suo cuore in quel momento.

Ebbene è questa disposizione, questo pensiero, questo sentimento che l’esame deve colpire. Perché? Perché è ciò che fa muovere il mio cuore, e determina la mia condotta. Quando l’ho colpito, io so a che punto mi trovo e dove vado. Se vado diritto, cioè, a Dio, tutto è in regola e non ho che da continuare la mia strada. Se vado di traverso, cioè, alla mia soddisfazione, raddrizzo la mia intenzione.

Ma è facile cogliere questo sentimento, questa disposizione dominante? Facilissimo, costa semplicemente un’occhiata. Dov’è il mio cuore?… E guardo e vedo… Vedo benissimo se va diritto o no, e perché va o non va diritto… ciò balza agli occhi… quando si vogliono aprire.

– È tutto qui l’esame?   Sì, tutto; o almeno ne è l’essenziale. Fintantoché questo non è fatto, non ci può essere esame serio; quando questo è fatto, l’esame è assicurato.

– Ma, e gli altri pensieri?… gli altri sentimenti?… e le azioni?… – Ah! ecco… I pensieri, i sentimenti che non dominano, non sono pericolosi. Essi non hanno importanza seria, se non quando giungono a dominare, dirigere il cuore. Ma quando giungono a tal punto, sono alla loro volta colpiti dall’occhiata dell’esame.

E quando ho successivamente afferrato i sentimenti buoni e cattivi, che fanno muovere il mio cuore, allora come conosco profondamente l’anima mia! Conosco tutte le molle della macchina; con ciò è facile il dirigerla. Ho detto i sentimenti buoni e cattivi, perché bisogna vedere il bene come il male, poiché è lo stato del cuore che si tratta di conoscere.

Quanto alle azioni, la conoscenza del numero non è importante se non per i peccati mortali, che bisogna confessare esattamente; la conoscenza delle altre azioni non importa, se non per aiutare la conoscenza della disposizione dominante che le fa conoscere.

– Ma allora l’esame di coscienza è facilissimo? Il più facile di tutti, uno sguardo. E posso farlo in un istante, tanto sovente quanto vorrò.

Ma, e la contrizione? e la risoluzione?… Quando lo si sa fare, l’occhiata contiene tutto questo. Io veggo, mi pento, rettifico76.

XI. Semplicità dello sguardo.

Per meglio capire la semplicità di questa manovra spirituale, che deve assicurare il buon andamento della tua vita,

ricorda

1° che il tuo fine è essenzialme nte uno: glorificare Dio;

2° che il tuo cammino è essenzi almente uno: seguire la volontà di Dio;

3° che le molteplici disposizioni e movimenti dell’anima tua devono essere dominati dalla grazia;

4° che la disposizione principale formatrice della tua pietà è la docilità a Dio.

Per conseguenza di che cosa deve assicurarti l’occhiata? dell’esistenza in te di questa disposizione dominante, che comanda a tutto. Sei docile a Dio? Ecco in conclusione quello che bisogna vedere. Se non lo sei, non cammini dritto; se lo sei, cammini necessariamente diritto, e tutto va bene, Difatti sta lì la vera chiavetta che comanda il vapore. Quando tu sei pieghevole e docile, l’anima tua è aperta al vapore della grazia, che si precipita nel meccanismo delle tue facoltà e le trascina con tutti i loro movimenti nella direzione della gloria di Dio. Se sei recalcitrante, la chiavetta è chiusa, la grazia è fermata all’entrata, e il movimento cattivo che tien l’anima tua chiusa a Dio, ti trasporta nella cattiva direzione.

L’occhiata ha per unico scopo di verificare se l’anima tua è aperta o chiusa; mantenerla aperta, quando è aperta, e in caso contrario aprirla. È dunque cosa difficile? E che cosa costa? Non altro che sincerità. Sei risoluto, sii o no, di essere cristiano? di non esserlo per metà, ma seriamente, a fondo? cristiano senza viltà e senza falsità? Tutto sta li.

Se ti senti in cuore il bisogno di Dio, non ho più nulla da aggiungere, tu m’hai capito. Va’ avanti risolutamente, sono sicuro che farai strada e buon viaggio.

Ma basta forse all’occhiata di assicurarsi unicamente dell’esistenza di questa disposizione principale, che è la docilità?   Si, e ne capirai subito il perchè. Quando tu sei docile, la grazia entra. Entrando, ti dà luce. Questa luce è quella di Dio. E su che cosa si proietta? Su Dio, su te e sulle creature. Su Dio che è la tua mèta; su te, che sei in cammino sulle creature che sono i tuoi mezzi. Su Dio, affinchè tu lo conosca come devi. Su te, per vedere i difetti che ti restano, le virtù che ti mancano, i risultati ottenuti, le disposizioni da cambiarsi, i bisogni da soddisfare, le risoluzioni da prendere. Sulle creature finalmente, per vedere quelle che bisogna eliminare, quelle di cui bisogna servirsi e il modo di servirsene.

E con l’aiuto di questa luce, che cosa vedi su Dio, su te e sulle creature? Come ho già detto nel capitolo della grazia attuale, vedi esattamente i punti da vedersi, secondo le necessità attuali del tuo cammino. Così tutto è nella buona luce: la mèta, il cammino e i mezzi. Ed è la grazia, che ti pone così in luce tutte le cose. E se non le vedi in questa luce, non vedrai mai niente, o vedrai tutto al rovescio. Ed è l’occhiata che assicura l’entrata di questa luce.

Cosicchè per conoscere tutto quello che hai da conoscere, ci vuole la grazia; per introdurre la grazia, ci vuole la docilità; per mantenere la docilità, ci vuole l’occhiata; per dar l’occhiata, ci vuole la sincerità; la sincerità, cioè, la buona volontà. Ebbene, dimmi, capisci adesso la manovra fondamentale del tuo cammino nella vita cristiana? Ne intendi la semplicità? Vedi come, per compiere tutto quello che contiene il messaggio dell’Incarnazione, che è il piano di Dio e il tuo programma: Gloria a Dio nei cieli, pace all’uomo in terra, non si richiede, in ultima analisi, che una sola disposizione: volontà? Ecco la sola cosa domandata da Dio e cantata dagli Angeli.

La buona volontà, non voglio dubitare che tu l’abbia. No, non può esser fra noi questione di falsità e di viltà. Ebbene lascia ch’io ti additi il solo ostacolo, contro cui vanno ad urtare le buone volontà dei principianti e ignoranti. Essi vogliono, come si dice, cercare il pelo nell’uovo; e siccome quello non si trova, essi girano qua e là senza nessun profitto. A principio sarai tentato di trovare l’occhiata troppo semplice, e la complicherai, credendo che si debba fare di più. Invece di sottometterti, mediante l’intimo sguardo, praticamente ed efficacemente all’azione di Dio, ti sconvolgerai tutto per vedere di più e far di meglio. Il che vuol dire che sarai ancora portato a far assegnamento sulla tua azione più che su quella di Dio. Abbi fede nel Salvatore che ti dice: Seguimi e non camminerai nelle tenebre, ma avrai il lume della vita77. Sì, seguilo, mediante lo sguardo interiore; tien l’occhio fisso sopra di esso, e vedrai presentarsi le occasioni di virtù, imporsi le risoluzioni, scuotersi i vizi, operarsi le trasformazioni, e svilupparsi la tua vita. Ti sentirai diventar cristiano per mezzo di Dio.

XII. In cammino pel cielo.

Ora dimmi se vedi chiaro il modo di diventare un cristiano puro sangue. Tu sei cristiano e sulla via della vita. Io ti vedo come un macchinista a cui si dà un treno bell’e formato: macchine, carrozzoni, provvigioni, operai, tutto è pronto. I fuochi sono accesi, il vapore freme, perché il treno non parte? Un giro di chiavetta ed eccolo che si slancia.

Ecco te stesso, ecco la tua vita. Dio stesso ha formato il treno, ha unito insieme le facoltà dell’anima tua e del tuo corpo: ecco il treno. T’ha preparato un’infinità di provvigioni: tutte le creature. Ha acceso il fuoco della grazia; la via della sua volontà è li completamente aperta. Che ti occorre per camminare? Un’occhiata, è il giro di chiavetta; ed ecco che la grazia ti trasporta, sulla via della volontà di Dio, nella direzione della gloria di Dio.

E per mantenere questo cammino, non hai da far altro lavoro che quello del macchinista. Guardalo nell’atto che sorveglia il treno, regola il cammino, fa mantenere il carbone e l’acqua; egli ha l’occhio al suo affare. Abbi anche tu l’occhio su quello che devi fare. Sorveglia il movimento dell’anima tua; guarda dove ti trovi, assicura la docilità. Alla luce della grazia, piglia gli esercizi di pietà che ti sono necessari, per mantenere il fuoco dell’amore e il vapore della grazia. E cosi mantienti nella direzione del dovere e nella sottomissione a Dio, per la gloria di Dio.

Ti potrai dunque lagnare che la cosa sia difficile? Davvero, che cosa Dio poteva fare di più per facilitare la santità? Salvo il metterti nel paradiso terrestre come Adamo, e ancora!… Oh! sono pur vili ed ignoranti quelli che si lagnano di Dio! Ignorante oramai tu non lo sei più, se hai compreso ciò che qui ti son venuto dicendo. Vile non lo sarai mai: sarebbe troppo vergognoso per te. Si tratta d’una cosa cosi grande e costa cosi poco! E se la natura trova alle volte la via aspra, il fuoco della grazia trasporta verso le cime, se lo si sa mantenere.

Dunque, in cammino verso il cielo! hai tutto ciò che ti è necessario. I tuoi santi patroni, il tuo buon Angelo, la dolce Madre, Gesù, Dio stesso sono con te nel treno. T’accompagnano, ti proteggono, t’aiutano. Sii degno della loro compagnia, conta su di essi per riparare le tue mancanze, e, viva Dio! progredirai.

In cammino verso il cielo! la via è lunga, non devi perdere nè tempo, nè forze, nè risorse. Non sei che al principio del viaggio, ecco una ragione per non sciupar nulla dì ciò che hai. Mostra ora che hai la fede, che sai ciò ch’è Dio, quello che sei tu, cosa sono le creature, qual è la via, cos’è il cielo. In cammino verso il cielo!

XIII. Ultime riflessioni.

Cento volte forse, durante la lettura di questo libro, hai sentito il tuo cuore. assalito da questo pensiero: Ma è esagerato e impossibile. Fin dalle prime mosse, se ben ricordi, ti avvertii dell’inflessibile rigore dei principii che stavi per incontrare. Frequentemente, nel corso del cammino, ti tenni desto lo spirito e il cuore. Ed ora, sul finire, provo ancora il bisogno di porti in guardia contro l’argomento dei vili. Lo spirito di viltà, ispirato dall’istinto egoista del godimento, oh! quanto abilmente e quanto profondamente s’insinua nella nostra povera natura!

Incessantemente il piacere vuole tirarti in basso e addormentarci nel riposo.

Ed io bramerei ardentemente di farti salire. Vorrei, ed oh quanto! che tu fossi un cristiano perfetto, integrale, e manchevole in nulla78. Ah! Dio mi è testimonio con quale ardore io desidero che tu t’immerga fin nelle viscere di questa vita cristiana; con quale ardore io domando che il tuo amore per Dio vada ogni giorno crescendo in una immensa pienezza di scienza e di sentimento; che tu abbia l’ambizione delle grandi cose, che tu sia sincero e cammini senza inciampare; che finalmente tu conduca una vita di giustizia veramente feconda mediante Gesù Cristo per la lode e la gloria di Dio79.

Oh! te ne scongiuro, ascendi, dilatati. E per salire, sii un uomo di principii. Solo i principii fanno gli uomini e le cose… Nulla si fa se non coi principii. Provati solo a fare una combinazione chimica senza rispettare le leggi e i principi che la regolano. Quando fai dei calcoli matematici, dici forse: due e due fanno press’a poco quattro? I tre angoli di un triangolo sono qualche volta uguali a due angoli retti? Ciò ti fa sorridere. Dunque credi che i principii siano più necessari per fare un calcolo o una combinazione chimica, che per fare un uomo? I principii fondamentali della religione sono forse meno principii di quelli della chimica o delle matematiche?

No, senza principii non si fa nulla, nè in chimica, nè in matematica, nè in religione; null’altro che tentativi ridicoli e risultati falliti. Tu sarai dunque un uomo di principii, e prenderai nella loro ferrea integrità le leggi del cristianesimo, deciso di seguirle fino in fondo. Non cercar di accomodarle ai tuoi capricci; i principi non si prestano a nessun accomodamento: sono o non sono. Quando si tratta di mezzi da adoperare, puoi e devi essere accomodante. Hai veduto per l’appunto, che la pratica della vita cristiana deve acconciarsi a tutte le situazioni, piegarsi a tutto e servirsi di tutto. Fermezza nei principii, dolcezza nei mezzi: ecco il suggello della verità.

Se hai la disgrazia di fare una breccia nei principii, sarà sempre a profitto dei tuoi capricci. Ed allora tu sei come una nave senza bussola, come una locomotiva senza binario, come una foglia in balia del vento. Lo sai, i capricci sono essenzialmente mobili: quelli di oggi non sono quelli di ieri nè quelli di domani. Così la tua vita, piegando al soffio dei tuoi capricci, fa di te una banderuola. Ohimè! I tetti coprono più banderuole di quello che ne espongono al vento! Che triste commedia è quella d’una povera vita umana, così sballottata di piacere in piacere, di inezia in inezia, dì nullità in nullità. Quando non si vive di principii, non vi sono più caratteri.

Non si vuole inflessibilità di principii. Quindi va’ alla cerca dei caratteri. Fa’ come Diogene: piglia la lanterna e cerca un uomo.

Si dice che sono gli uomini che mancano; non lo credo: sono i principii che mancano80. È il Padre Aubry, un pensatore ed un carattere, che così parla. Sì, i principii mancano; e perché mancano, non si formano più uomini, non si formano più cristiani.

Prendendo per legge la ricerca del proprio piacere ciascuno s’impicciolisce sopra di sè, e si isola in sè. Difatti i capricci, i bisogni e i gusti dell’uno non sono quelli dell’altro; ciascuno ha cosi una legge ed una via individuale, ed allora è la divisione nelle idee, la competizione negli interessi, il caos nella pratica. Non c’è più una base comune, non più intesa possibile, non più unione in nulla, non più accordo per nulla. È la confusione, è la debolezza, è la rovina. Ecco a che punto ci troviamo, e Dio sa dove andiamo. Ed è il risultato logico della vita di tentativi e d’incertezze.

Oh! una buona volta, tu che vuoi essere un uomo e soprattutto un cristiano, lascia lascia da parte i modi di vedere e di fare del mondo degradato; scuoti risolutamente codesta vita di sentimentalità egoista, di vanità codarda e di falsità interessata; esci dalla strada fangosa. Vedrai che, se vi è immensamente da fare e da rifare nella nostra società, è possibile fare e rifare immensamente. Che bella carriera aperta agli uomini che sapranno avere la mente e il cuore cristiani! T’ho mostrato qui i principii che fanno le menti e i cuori cristiani. Prendili, svolgili, falli vivere in te. Va’ a questa mèta, segui questo cammino, piglia questi mezzi; ed io ti assicuro che sarai un cristiano. Lo sarai e lavorerai a fare dei cristiani. Aprirai ad altri le vie della vita; trascinerai nel tuo movimento altre anime, le quali alla loro volta hanno bisogno di vivere. E voi tutti insieme salirete, e potrà rifarsi una società cristiana.

XIV. Sii cristiano!

Ed è ormai tempo che ti spieghi questa espressione, che è la sostanza del libro. Volli riservarti questa spiegazione per la fine. perché questo titolo è il compendio di tutto ciò che ho cercato d’insegnarti.

SII CRISTIANO!… Ma che cosa significa essere cristiano? Essere cristiano significa essere formato e trasformato ad immagine i Cristo. E che cosa è Cristo? Se vuoi avere qualche intelligenza del mistero di Cristo, è necessario che tu consideri in lui quattro cose: 1° la divinità: 2° l’umanità; 3° l’unione di queste due nature; 4° la soppressione della persona umana.

1° La divinità. Egli è Dio, Dio perfetto. È il Figlio di Dio, la seconda delle persone divine. È Dio dall’eternità ed è tale per tutta l’eternità: Dio non muta81.

2° L’umanità. Egli è uomo, uomo perfetto. Ha la natura e le facoltà e le qualità umane, tutta la natura e tutte le facoltà e tutte le perfezioni umane. Ha come te un’anima ed un corpo, una mente ed una volontà e dei sensi. Ed è in tutto più perfetto di te.

3° L’unione delle due nature. La natura divina e la natura umana sono unite in lui; unite, ma non mescolate non confuse; unite, ma senza alterazione, nè diminuzione, nè cambiamento alcuno nella natura di Dio e nella natura dell’uomo. È nel medesimo tempo perfetto Dio e perfetto uomo. La divinità conserva la su infinata perfezione, poichè non può mutare. L’umanità conserva tutta la sua integrità, poichè è per via della perfezione dell’uomo che l’unione diventa possibile fra Dio e l’uomo.

4° La soppressione della persona umana. È nell’unità della persona del Verbo, che sussiste l’unione di Dio e dell’uomo in Gesù Cristo. La persona umana è assorbita nella persona divina. Che cosa vuol dire?

Vuol dire che la natura umana, la quale possiede nel Nostro Signore tutta la perfezione d’attività e d’operazione di cui un essere umano è suscettibile, non può in alcun modo determinarsi e muoversi per se stessa. L’impulso determinante e il dominio direttivo degli atti umani del Salvatore vengono dalla persona. divina, in quella guisa medesima che in te i movimenti del tuo corpo sono prodotti dall’anima tua. E come in te il corpo è incapace d’alcuna attività senza l’anima, così in Gesù Cristo la natura umana non è suscettibile d’esser mossa che dalla persona divina82.

Ecco Cristo, ed ecco il cristiano, perché il cristiano, per portare l’immagine di Cristo, deve avere questi quattro caratteri, nella misura a lui propria. TI si esorta continuamente ad esser cristiano, e incessantemente si parla di vita cristiana, di pietà, di istruzione, d’educazione, di società, d’istituzioni cristiane, ecc. Quelli che tale parola pronunciano così spesso, ne conoscono bene il significato? E tu ne hai un’idea chiara?

Ricordati che quest’epiteto «cristiano» non puoi e non devi applicarlo altro che quando trovi riuniti i quattro caratteri che costituiscono Cristo: 1° elemento divino Perfetto; 2° elemento umano perfetto;

3° unione del divino e dell’umano; 4° annientamento dell’indipendenza umana di fronte a Dio.

In Gesù Cristo tutto era perfetto fin dal principio: la sua vita era una pienezza che non potè avere che un accrescimento esterno nel suo elemento umano. La tua vita propria è un germe che deve svilupparsi, fino a che tu sia l’uomo perfetto, arrivato all’età della pienezza di Cristo83. Per conseguenza tu devi diventar cristiano, cioè a dire, lavorare in te al perfezionamento del divino, dell’umano, e della sottomissione dell’umano al divino. Il lavoro cristiano è il perfezionamento, e il termine cristiano è la perfezione di queste quattro cose. Una parola intorno a ciascuna, al fine di vedere come esse sono contenute nelle quattro parti di questo libro.

L’elemento divino della tua vita è la gloria di Dio. Vedi con quale insistenza io ti ho domandato di dilatarla in te. Tutto il libro ne è pieno.

L’elemento umano sono le facoltà dell’anima tua e del tuo corpo, la tua mente, il tuo cuore e i tuoi sensi. T’ho raccomandato abbastanza di svilupparli? T’ho pregato abbastanza di non vegetare nelle inezie?

L’unione del divino e dell’umano. Non ti ricordi quanto, nella seconda parte, t’ho predicato l’unione a Dio solo e il distacco assoluto da tutto ciò che non è lui?

Sottomissione dell’umano al divino. E nella terza parte che cos’ho fatto se non insegnarti a sottomettere e a conformare in tutto la tua azione alla volontà di Dio? A lasciarti condurre e maneggiare da. lui? Dimmi, t’ho mostrato il fondo del lavoro cristiano? Lavora tu adesso, e quando avrai, fino al supremo limite determinato, ingrandita in te la gloria divina, ingrandite le tue facoltà, la tua unione con Dio, la tua sottomissione alla sua azione, allora sarai degno del tuo modello, sarai un cristiano perfetto. Che splendore è un’anima cristiana! O Gesù, come si conosce poco il significato di questa parola, che si ripete tanto! Se si sapesse, non si avrebbe l’ardire di chiamare cristiane persone e cose che sono indegne di voi, e che vi rassomigliano così poco, e che hanno sì poca cura dì rassomigliarvi, e che, se ne hanno la cura, ne hanno così scarsa la scienza! Essere cristiano, voler esserlo, è cosa sì grande! ed è cosa sì rara!

XV. Esortazione.

Ecco pertanto aperti dinanzi ai tuoi occhi i grandi orizzonti, dinanzi al tuo cuore i grandi spazi e dinanzi ai tuoi passi la grande carriera della vita cristiana. Ho voluto svelarteli senza attenuazione, fartene vedere la bellezza, rivelartene le grandezze e l’estensione. lo stimo che un grande cuore qual è il tuo, un cuor forte, franco e retto ha bisogno di tali spazi per dilatarvisi. Io gemo quando veggo le piccolezze, nelle quali sei troppo sovente obbligato a vegetare. Oh! quant’aria libera, forti cibi, e vigorosi esercizi ci vogliono!… per l’anima tua più che pel tuo corpo! Ecco quello ch’io volli darti.

Dimmi, quello ch’io ti presento è confacente alla tua costituzione? Senti questa che armatura dei forti è fatta per le tue membra? Posso io, terminando, rivolgerti l’invito di S. Paolo agli Efesini? Su, via! Fratelli miei, siate forti per Dio, fate assegnamento sulla virtù della sua potenza. Rivestite l’armatura di Dio, per resistere agli assalti del diavolo. Poichè la lotta che ora dobbiamo sostenere non è solo contro gli esseri della carne e del sangue, ma contro i principi e le potenze signore delle tenebre, contro gli spiriti del male e per gl’interessi del cielo. SI, pigliate l’armatura di Dio, al fine di poter lottare nel giorno del male e rimanere perfettamente saldi sulle vostre posizioni. In piedi adunque: ai reni la cintura della verità; al petto la corazza della giustizia; ai piedi la calzatura del Vangelo di pace; al braccio lo scudo della fede, sul quale verranno ad estinguersi le frecce infocate dello spirito del male; al capo l’elmo della speranza; alla mano la spada dello spirito, che è parola di Dio84. Ecco l’armatura del soldato di Dio. Essa è di buona

Ecco l’armatura del soldato di Dio. Essa è di buona tempra e dà la certezza di splendide vittorie.

Vuoi essere il soldato di Dio? Senti fremere nelle tue vene la passione di qualche grande eroismo? I grandi combattimenti della fede non sollecitano vittoriosamente la tua generosità? Sì, ne sono sicuro, tu sei mosso dagli ardori bellicosi, che fanno i grandi cristiani. Tu mai assisterai impassibile agli assalti, che da tutte le parti si moltiplicano contro quello che di più prezioso hai al mondo, quello che ti è più caro della tua vita, quello per cui saresti felice di dare il tuo sangue: cioè la tua fede, la tua religione, il tuo Dio.

Sì, ci vogliono degli uomini, per difendere la grande causa; essa è cosi fiaccamente e sì deplorevolmente difesa da tanti. Dio e la Chiesa chiedono dei difensori, ma dei veri difensori; di quelli che mai indietreggeranno di un passo; di quelli che sanno esser fedeli alla consegna, fino alla morte; di quelli che si formano a tutte le severità della disciplina, per essere pronti a tutti gli eroismi della lotta. Le severità della disciplina, te le ho tracciate in questo libro. Prendile, nessuna di esse ti spaventi e allora non avrai paura di nessuna lotta; non solo, ma non ti mancherà nessun trionfo.

Oh! l’impotenza, la debolezza, la divisione e la fiacchezza dei buoni, vengono dal fatto che essi hanno allentata l’armatura dei forti e la disciplina degli eroi. Ed è questo che fa la forza dei cattivi. Ripiglia l’armatura, ripiglia la disciplina, e sarai forte, forte come gli eroi delle grandi età della fede ed allora avrai da combattere belle lotte ed otterrai splendide vittorie. Sì, certamente, oggi c’è molto da fare nel mondo, e checchè se ne dica, la vita si apre bella agli slanci di colui che ha delle idee in testa, amore nel cuore e sangue nelle vene. Tu non hai nulla di questo? Si, ne hai, hai l’idea cristiana nella testa, l’amor cristiano nel cuore, del sangue cristiano nelle vene. Quest’idea, quest’amore e questo sangue cristiano, tu li hai. Ed io mi son forse proposto altro che di eccitarli in te? Volli sollevare nella tua testa l’entusiasmo dell’idea cristiana, infiammare nel tuo cuore gli slanci dell’amor cristiano, far bollire nelle tue vene le generosità del sangue cristiano.

Va’ ora, e di’: Viva Dio! Vi sono nobili cose da fare ed io le farò! C’è una potenza al mondo, che trionfa del mondo e di tutto, e questa potenza è la fede cristiana85. E questa fede io l’avrò e sono ben felice di poter ora con tutta verità rispondere alla domanda, con cui questo libro comincia: «Credi tu in Dio?». Allora la trovai così strana! Ora la comprendo meglio; e comprendendola meglio, dico con tutta la sincerità dell’anima mia: Credo in Dio, amerò Dio, servirò Dio, sarò cristiano.

1 Venite, fili!, audite me: timorem Domini docebo vos. Quis est homo qui vult vitam, diligit dies videre bonos? Ps. 33, 11 12.

2 Théorie du pouvoir. livr. III, de l’Education.

3 Diliges Dominum Deum tuum ex toto corde tuo, et ex tota anima tua, et ex tota mente tua, et ex tota virtute tua. Marc. 12, 3o.

4 Multi enim sunt vocati, pauci vero electi. Matth. 20, 16.

5 Magis satagite, ut per bona opera certam vestram vocationem et electionem faciatis. II Petr. 1, 10.

6 Gratias agentes Deo Patri, qui dignos nos fecit in partem sortis sanctorum in lumine, qui eripuit nos de potestate tenebrarum, et transtulit in regnum Filii dilectionis suae, in quo habemus redemptionem per sanguinem eius, remissionem peccatorum… Et ipse est caput corporis Ecclesiae, qui est principium, primogenitus ex mortuis, ut sit in omnibus ipse primatum tenens. Coloss. 1, 12-18.

7 Scimus autem quoniam diligentibus Deum omnia cooperantur in bonum iis, qui secundum propositum vocati sunt sancti. Rom. 8, 28.

8 Ita manum mittas, ut cor inde solvas. Aug., Serm. 177, num 3.

9 Domine, quis similis tibi? Ps. 34, 10.

10 Quoniam tanta est beatitudo iustitiae, ut nemo ab ea nisi ad miseriam possit abscedere. Aug., De lib. arbit., III, n. 44.

11 Scimus enim quod omnis creatura ingemiscit et parturit usque adhuc. Rom. 8, 22.

12 Septics enim cadet justus et resurget. Prov. 24, 16.

13 Quod propter se amatur, non amatur. Aug., Soliloquia, 1,1, n. 22.

14 Diliges Dominum Deum tuum… ex tota virtute tua. Hoc est maximum et primum mandatum. Secundum autem simile est huic: Diliges proximum tuum sicut teipsum. Marc. 12, 31; Matth. 22, 37.

15 Filioli mei, non diligamus verbo neque lingua, sed opere et veritate. I Ioan. 3, 18.

16 Quid enim mihi est in caelo? et a te quid volui super terram? Deus cordis mei, et pars mea, Deus, in aeternum. PS. 72, 24 25.

17 Avare, quid tibi sufficit, si Deus ipse non sufficit? Aug., Serm. 158, 9.

18 Laetamini in Domino et exsultate, iusti. PS. 31, 11

19 Dilexisti iustitiam et odisti iniquitatem, propterea unxit te Deus, Deus tuus oleo laetitiae. Ps. 44, 7.

20 Et qui utuntur hoc mundo, tamquam non utantur. 1 Cor. 7, 31

21 Si quis venit ad me, et non odit patrem suum, et matrem, et uxorem, et filios, et fratres, et sorores, adhuc autem et animam suam, non potest meus esse discipulus… Sic ergo omnis ex vobis qui non renuntiat omnibus quae possidet, non potest meus esse discipulus. Luc. 14, 26 e 33.

22 Si in hac vita tantum in Christum sperantes sumus, mi­serabiliores sumus omnibus hominibus. I Cor. 15, 19.

23 Dominamini. Gen. 1, 28.

24 Dominus dedit, Dominus abstulit; sicut Domino placuit, ita factum est: sit nomen Domini benedictum. Iob 1, 21.

25 Scio et humiliari, scio et abundare (ubique et in omnibus institutus sum); et satiari et esurire, et abundare et penuriam pati, omnia possum in eo qui me confortat. Phil. 4, 12.

26 Quia fortis est ut mors dilectio, dura sicut infernus aemulatio. Cantic. 8, 6.

27 Beati qui lugent, quoniam ipsi consolabuntur. Matth.

28 Non enim quidquid promittit mihi Deus, valet aliquid praeter ipsum Deum. Omnino me non satiaret Deus. nisi promitteret mihi seipsum Deum. Quid est tota terra? quid est totum mare? quid est totum caelum? quid sunt omnia sidera? quid sol? quid luna? quid omnes exercitus Angelorum? Omniun istorum Creatorem sitio; ipsum esurio, ipsum sitio, ipsi dico: Quoniam apud te est fons vitae. Esuriat et sitiat peregrinatio mea, ut satietur praesentia mea. Satiabor cum apparuerit gloria tua. Aug., Serm. 158, 7.

29 Quid enim est quod habere vis malum? Dic mihi niffil omnino: non uxorem, non filium, non servum, non vill(?), non tunicam, postremo non caligam. Et tamen vis hohere malam vitam? Rogo te, praepone vitam tuam caligae tuae. Aug., Serm. LXXII, de Verbis Evang., n. 5.

30 Viditque in somnis scalam stantem super terram, et cacumen illius tangens caelum… et Dominum innixum scalae. Gen. 28, 12-13.

31 Durus est hic sermo, et quis potest eum audire? loan. 6, 61.

32 Ecce homo. loan. 19, 5.

33 Aspicientes in auctorem fidei et consummatorem Iesum. Hebr. 12, 2.

34 Venite ad me, omnes qui laboratis et onerati estis, et ego reficiam vos… Iuqum enim meum suave est et onus meum leve. Matth. 11, 28 e 3o.

35 Omnia cooperantur in bonum iis qui secundum propositum vocati sunt sancti. Rom. 8, 28.

36 Ipse fecit nos, et non ipsi nos. PS. 99, 3.

37 Vestri autem capilli capitis omnes numerati sunt. Matth. 10,30.

38 Et capillus de capite vestro non peribit. Luc. 21. 18,

39 Instaurare omnia in Christo, quae in caelis et quae in terra sunt, in ipso. Ephes. 1, 10.

40 Qui tentatus non est, qualia scit? Eccli. 34, 11

41 Beatus vir qui suffert tentationem, quoniam cum probatus fuerit, accipiet coronam vitae, quam repromisit Deus diligentibus se. Iacob. 1, 12

42 Omne gaudium existimate, fratres mei, cum in tentationes varias incideritis, scientes quod probatio fidei vestrae patientiam operatur. Patientia autem opus perfectum habet. Ibid. 2 4.

43 Fidelis autem Deus est, qui non patietur vos tentari supra id quod potestis, sed faciet etiam cum tentatione proventum, ut possitis sustinere. I Cor. 10, 13

44 Qui amat periculum, in illo peribit. Eccli 3, 27.

45 Et ne nos inducas in tentationem. Matth. 6, 13.

46 Littera enim occidit, spiritus autem vivificat. II Cor. 3, 6.

47 Iugum enim meum suave est, et onus meum leve. Matth. 11, 30.

48 Emitte spiritum tuum et creabuntur, et renovabis faciem terrae. Ps.

103, 30.

49 Ved. P. I. cap. 8.

50 Date, et dabitur vobis: mensuram bonam, et confertam, et coagitatam, et supereffluentem, dabunt in sinum vestrum. Eadem quippe mensura, qua mensi fueritis, remetietur vobis. Luc. 6, 38.

51 Si quis vult post me venire, abneget semetipsum, et tollat crucem suam et sequatur me. Matth. 14, 24.

52 Venite post me. Id. 4, 19.

53 Omnia possum in eo qui me confortat. Philipp. 4, 13­

54 Unus est enim magister vester. Matth, 23, 8.

55 Est scriptum in prophetis: Et erunt omnes docibiles Dei. Ioan, 6, 45.

56 Meus cibus est, ut faciam voluntatem eius qui misit me ut perficiam opus eius. Ioan. 4, 34­

57 Gloria in altissimis Deo, et in terra pax hominibus bonae voluntatis. Luc. 2, 14.

58 Gratia est influentia divinae bonitatis in animam per quam assimilata Deo, fit ei grata et vitae aeternae digna. D. Thom. Opusc. 51, c. 26.

59 Gustate et videte quoniam suavis est Dominus. Ps. 33, 8.

60 Prior omnium creata est sapientia. Eccli. 1, 4.

61 Dominus possedit me in initio viarum suarum, antequam quidquid faceret a principio. Prov. 8, 22.

62 Scio qui sis, Sanctus Dei. Marc. 1, 24.

63 Ideoque et quod nascetur ex te Sanctum, vocabitur Filius Dei. ­Luc. 1. 35.

64 Adeamus ergo cum fiducia ad thronum gratiae, ut mise­ricordiam consequamur, et gratiam inveniamus in auxilio op­portuno. Hebr. 4, 16.

65 Similes estis sepulcris dealbatis, quae a foris parent hominibus speciosa, intus vero plena sunt ossibus mortuorum et omni spurcitia. Matth. 23, 27.

66 Non enim vocavit nos Deus in immunditiam, sed in sanctificationem. I Thess. 4, 7.

67 Cum dilexisset suos, qui erant in mundo, in finem dilexit Ioan. 13, 1.

68 Nolite errare: Deus non irridetur. Galat. 4, 7.

69 Filioli mei, non diligamus verbo neque lingua, sed opere et veritate. I Ioan. 3, 18.

70 Oportet semper orare et non deficere. Luc. A, v.

71 Spiritus adiuvat infirmitatem nostram; nam quid oremus sicut oportet nescimus; sed ipse Spiritus postulat pro nobis gemitibus inenarrabilibus. Qui autem scrutatur corda, scit quid desideret Spiritus; quia secundum Deum postulat pro Sanctis. Rom. 8, 26 27.

72 Ego veni, ut vitam habeant et abundantius habeant. Ioan. 10, 10.

73 Et fortasse minimus ideo non erit in regno caelorum, ubi nisi magni esse non possunt. Serm. in monte, c. 1, 1.

74 Cfr. Il Governo di se stesso di Antonino Eymieu (Desclée e C., Roma).   L’esimio psicologo vi tratta da pari suo i fondamenti psicologici del governo di se stesso: l’efficacia delle idee sugli atti, quella degli atti sui sentimenti e quella dei sentimenti sulle idee e sugli atti, che costituiscono le tre grandi leggi psicologiche. Dimostra scientificamente la verità di ciascuna legge, ne dà la spiegazione, e scende ad applicazioni pratiche della massima importanza. Lo svolgimento di queste teorie proietta una vivida luce sui principii proposti e tanto inculcati dal P. Pollien, specialmente nell’opera magistrale: La vita interiore. Fa piacere il vedere come il filosofo, partendo da principii di ragione, giunge logicamente alla medesima conclusione formulata dall’eminente asceta: Per essere un santo in tutto il rigore della cosa, basterebbe, coll’aiuto della grazia, non dico avere la ragione, ma regolarsi secondo la ragione (La vita interiore, Introd., n. 15). (N. d. T.).

75 La Vita interiore semplificata dello stesso P. Pollien (Marietti, Torino-Roma). (N.d.T.).

76 La Vita interiore semplificata, Parte III, libro II, c. 9.

77 Qui sequitur me non ambulat in tenebris, sed habebit lumen vitae. Ioan. 8, 12.

78 Ut sitis perfecti, et integri, in nullo deficientes. Iac. 1, 4.

79 Testis enim mihi est Deus, quomodo cupiam omnes vos in visceribus Iesu Christi. Et hoc oro, ut caritas vestra magis ac magis abundet in scientia et in omni sensu, ut probetis potiora, ut sitis sinceri et sine offensa in diem Christi, repleti fructu iustitiae per Iesum Christum, in gloriam et laudem Dei. Philipp. 1, 8-11.

80 Essai sur la Méthode des Etudes ecclésiastiques en France.

81 Ego enim Dominus et non mutor. Malach. 3, 6.

82 Nam sicut anima rationalis et coro unus est homo, ita Deus et bomo, unus est Christus. Symb. Athan.

83 Donec occurramus omnes in unitatem fidei et agnitionis Filii Dei, in virum perfectum, in mensuram aetatis pienitudinis Christi. Ephes. 4, 13.

84 De coetero fratres, confortamini in Domino et in potentia virtutis eius. Induite vos armaturam Dei, ut possitis stare ad­versus insidias diaboli. Quoniam non est nobis colluctatio adversus carnem et sanguinem, sed adversus principes et potestates, adversus mundi rectores tenebrarum harum, contra spiritualia nequitiae in caelestibus. Propterea accipite arma­turam Dei. ut possitis resistere in die malo, et in omnibus perfecti stare. State ergo succincti lumbos vestros in veritate, et induti loricam iustitiae, et calceati pedes in praeparatione Evangelii Pacis; in omnibus sumentes scutum fidei, in quo possitis omnia tela nequissimi ignea exstinquere; et galeam sa­lutis assumite, et gladium spiritus, quod est verbum Dei. Ephes. 4, 10 17.

85 Haec est victoria, quae vincit mundum, fides nostra. 1 Ioan. 5, 4.

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“Why are you afraid, O men of little faith?”

Scripture:  Matthew 8:23-27

23 And when he got into the boat, his disciples followed him.  24 And behold, there arose a great storm on the sea, so that the boat was being swamped by the waves; but he was asleep.  25 And they went and woke him, saying, “Save, Lord; we are perishing.” 26 And he said to them, “Why are you afraid, O men of little faith?” Then he rose and rebuked the winds and the sea; and there was a great calm.  27 And the men marveled, saying, “What sort of man is this, that even winds and sea obey him?”

Meditation: What is stronger than fear, even the fear of death?  Scripture gives an answer: “There is no fear in love, but perfect love casts out fear” (1 John 4:18). The Wisdom of Solomon tells us that “love is stronger than death” (Song of Songs 8:6).  Jesus’ sleeping presence on the storm-tossed sea reveals the sleeping faith of his disciples.  They feared for their lives even though their Lord and Master was with them in the boat.  They were asleep to Christ while he was present to them in their hour of need.  The Lord is ever present to us.  And in our time of testing he asks the same question: Why are you afraid?  Have you no faith?  Do you recognize the Lord’s presence with you, especially when you meet the storms of adversity, sorrow,  or temptation?  Whenever we encounter trouble, the Lord is there with the same reassuring message: “It is I, do not be afraid”.

“Lord, may I always recognize your abiding presence with me.  And in times of trouble or fear may I find courage and strength to respond as you would. Help me to rely upon you in all circumstances and to trust in your help both in adversity and in temptation”.


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(c) 2002 Don Schwager
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Vespri del giorno 20 settembre 2016

XXV SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO | Martedi

Santi Martiri Coreani (Andrea Kim Taegon, Paolo Chong Hasang e 101 compagni)

Vespri

 

V. O Dio, vieni a salvarmi.
R. Signore, vieni presto in mio aiuto.

Gloria al Padre e al Figlio
e allo Spirito Santo.
Come era nel principio, e ora e sempre
nei secoli dei secoli. Amen. Alleluia.

Inno

Re immortale e glorioso,
che accogli nella luce
i tuoi servi fedeli,

esaudisci il tuo popolo,
che canta le tue lodi
nel ricordo dei martiri.

La forza del tuo Spirito
ci guidi alla vittoria
sul male e sulla morte.

Sia onore al Padre e al Figlio
e allo Spirito Santo
nei secoli dei secoli. Amen.

I Antifona

Esalta, o Dio, il tuo Cristo
e noi canteremo la sua vittoria.

SALMO 19 Preghiera per la vittoria del Re-Messia

Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato (At 2, 21)

Ti ascolti il Signore nel giorno della prova, *
ti protegga il nome del Dio di Giacobbe.
Ti mandi l’aiuto dal suo santuario *
e dall’alto di Sion ti sostenga.

Ricordi tutti i tuoi sacrifici *
e gradisca i tuoi olocausti.
Ti conceda secondo il tuo cuore, *
faccia riuscire ogni tuo progetto.

Esulteremo per la tua vittoria, †
spiegheremo i vessilli in nome del nostro Dio; *
adempia il Signore tutte le tue domande.

Ora so che il Signore salva il suo consacrato; †
gli ha risposto dal suo cielo santo *
con la forza vittoriosa della sua destra.

Chi si vanta dei carri e chi dei cavalli, *
noi siamo forti nel nome del Signore nostro Dio.
Quelli si piegano e cadono, *
ma noi restiamo in piedi e siamo saldi.

Salva il re, o Signore, *
rispondici, quando ti invochiamo.

Gloria al Padre e al Figlio *
e allo Spirito Santo.
Come era nel principio, e ora e sempre, *
nei secoli dei secoli. Amen.

I Antifona

Esalta, o Dio, il tuo Cristo
e noi canteremo la sua vittoria.

II Antifona

Cantiamo e inneggiamo
alla tua potenza, Signore.

SALMO 20, 2-8. 14 Ringraziamento per la vittoria del Re-Messia

Nella risurrezione ha ricevuto la vita e la gloria per i secoli dei secoli (sant’Ireneo).

Signore, il re gioisce della tua potenza, *
quanto esulta per la tua salvezza!
Hai soddisfatto il desiderio del suo cuore, *
non hai respinto il voto delle sue labbra.

Gli vieni incontro con larghe benedizioni; *
gli poni sul capo una corona di oro fino.
Vita ti ha chiesto, a lui l’hai concessa, *
lunghi giorni in eterno, senza fine.

Grande è la sua gloria per la tua salvezza, *
lo avvolgi di maestà e di onore;
lo fai oggetto di benedizione per sempre, *
lo inondi di gioia dinanzi al tuo volto.

Perché il re confida nel Signore: *
per la fedeltà dell’Altissimo non sarà mai scosso.

Alzati, Signore, in tutta la tua forza; *
canteremo inni alla tua potenza.

Gloria al Padre e al Figlio *
e allo Spirito Santo.
Come era nel principio, e ora e sempre, *
nei secoli dei secoli. Amen.

II Antifona

Cantiamo e inneggiamo
alla tua potenza, Signore.

III Antifona

Hai fatto di noi, Signore,
un popolo regale,
sacerdoti per il nostro Dio.

CANTICO Ap 4, 11; 5, 9. 10. 12 Inno dei salvati

Tu sei degno, o Signore e Dio nostro,
di ricevere la gloria, *
l’onore e la potenza,

perché tu hai creato tutte le cose, †
per la tua volontà furono create, *
per il tuo volere sussistono.

Tu sei degno, o Signore,
di prendere il libro *
e di aprirne i sigilli,

perché sei stato immolato †
e hai riscattato per Dio con il tuo sangue *
uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione

e li hai costituiti per il nostro Dio
un regno di sacerdoti *
e regneranno sopra la terra.

L’Agnello che fu immolato è degno di potenza, †
ricchezza, sapienza e forza, *
onore, gloria e benedizione.

Gloria al Padre e al Figlio *
e allo Spirito Santo.
Come era nel principio, e ora e sempre, *
nei secoli dei secoli. Amen.

III Antifona

Hai fatto di noi, Signore,
un popolo regale,
sacerdoti per il nostro Dio.

Lettura Breve

1 Pt 4, 13-14
Carissimi nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi perché anche nella rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare. Beati voi, se venite insultati per il nome di Cristo, perché lo Spirito della gloria e lo Spirito di Dio riposa su di voi.

Responsorio Breve

R. Siate lieti nel Signore; * esultate, o giusti.
Siate lieti nel Signore; esultate, o giusti.
V. Fedeli di Dio, gridate di gioia;
esultate, o giusti.
Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo.
Siate lieti nel Signore; esultate, o giusti.

Antifona al Magnificat

Gioia nel cielo per gli amici di Dio:
hanno seguito le orme di Cristo,
hanno versato il sangue per suo amore;
con Cristo regneranno senza fine.!

CANTICO DELLA BEATA VERGINE – Lc 1, 46-55

L’anima mia magnifica il Signore *
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,

perché ha guardato l’umiltà della sua serva. *
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.

Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente *
e Santo è il suo nome:

di generazione in generazione la sua misericordia *
si stende su quelli che lo temono.

Ha spiegato la potenza del suo braccio, *
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;

ha rovesciato i potenti dai troni, *
ha innalzato gli umili;

ha ricolmato di beni gli affamati, *
ha rimandato i ricchi a mani vuote.

Ha soccorso Israele, suo servo, *
ricordandosi della sua misericordia,

come aveva promesso ai nostri padri, *
ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre.

Gloria al Padre e al Figlio *
e allo Spirito Santo.

Come era nel principio, e ora e sempre *
nei secoli dei secoli. Amen.

Antifona al Magnificat

Gioia nel cielo per gli amici di Dio:
hanno seguito le orme di Cristo,
hanno versato il sangue per suo amore;
con Cristo regneranno senza fine.!

Intercessioni

Nell’ora in cui Cristo, re dei martiri, offri per noi la sua vita nella cena pasquale e nell’oblazione cruenta sulla croce, s’innalzi a lui la lode della Chiesa:
Noi ti lodiamo e di adoriamo, Signore.

Noi ti lodiamo e ti adoriamo, o Cristo, causa e modello di ogni martirio, perché ci hai amati sino alla fine,
– noi ti lodiamo e ti adoriamo, Signore.

Perché hai comandato alla tua Chiesa di offrire il sangue della nuova ed eterna alleanza, sparso per la remissione dei peccati,
– noi ti lodiamo e ti adoriamo, Signore.

Perché in questo giorno ci hai dato la grazia di perseverare nella fede,
– noi ti lodiamo e ti adoriamo, Signore.

Perché hai associato molti fratelli alla tua morte redentrice,
– noi ti lodiamo e ti adoriamo, Signore.

Padre nostro.

Padre nostro, che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno,
sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.

Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti
come noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non ci indurre in tentazione,
ma liberaci dal male.

Orazione

O Dio, creatore e salvezza di tutte le genti, che hai chiamato a far parte dell’unico popolo di adozione i figli della terra coreana e hai fecondato il germe della fede cattolica con il sangue dei santi martiri Andrea Kim, Paolo Chong e compagni, per il loro esempio e la loro intercessione, rinnova i prodigi del tuo Spirito e concedi anche a noi di perseverare fino alla morte nella via dei tuoi comandamenti. Per il nostro Signore.

Il Signore ci benedica, ci preservi da ogni male,
e ci conduca alla vita eterna.
R. Amen.

Benediciamo il Signore.
R. Rendiamo grazie a Dio.

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Sia sempre amata, e lodata la divina volontà, e la B. Vergine Maria immacolata.

Alfonso de’ Liguori

Uniformità alla Volontà di Dio

Opere Spirituali – Bassano 1777

Tutta la nostra perfezione consiste nell’amare il nostro amabilissimo Dio: Charitas est vinculum perfectionis. (Col. 3.14). Ma tutta poi la perfezione dell’amore a Dio consiste nell’unire la nostra alla sua santissima volontà. Questo già è il principale effetto dell’amore, dice S. Dionigi Areopagita (de Div. Nom. c. 4.) l’unire le volontà degli amanti, sicchè abbiano lo stesso volere. E perciò quanto più alcuno sarà unito alla divina volontà, tanto sarà maggiore il suo amore. Piacciono sibbene a Dio le mortificazioni, le meditazioni, le communioni, le opere di carità verso il prossimo; ma quando? quando sono secondo la sua volontà; ma quando non vi è la volontà di Dio, non solamente egli non le gradisce, ma le abbomina, e le castiga. Se mai vi sono due servi, l’un de’ quali fatica tutto il giorno senza riposare, ma vuol fare ogni cosa a suo modo, l’altro fatica meno, ma ubbidisce in tutto: certamente il padrone amerà questo secondo, e non il primo. Che servono l’opere nostre allà gloria di Dio, quando non sono secondo il suo beneplacito? Non vuole il Signore sacrifici (dice il Profeta a Saulle), ma l’ubbidienza ai suoi voleri: Numquid vult Dominus holocausta, et victimas, et non potius, ut obediatur voci Domini? . . Quasi scelus idolatriae est nolle acquiescere. (1 Reg. 15.22) L’uomo, che vuole operare per propria volontà senza quella di Dio, commette una specie d’Idolatria, poiché allora in vece di adorare la volontà divina, adora in certo modo la sua.

Questa dunque è la maggior gloria, che noi possiamo dare a Dio, l’adempire in tutto i suoi santi voleri. Il nostro Redentore, che venne in terra a stabilire la divina gloria, questo principalmente venne ad insegnarci col suo esempio. Padre: Hostiam et oblationem noluisti, corpus autem aptasti mihi; tunc dixi ecce venio, ut faciam, Deus, voluntatem tuam. (Heb. 10.5) Voi avete rifiutate le vittime, che v’ hanno offerte gli uomini; voi volete, ch’ io vi sacrifichi il corpo, che m’ avete dato, eccomi pronto a fare la vostra volontà. E di ciò si protestò più volte, ch’ egli era venuto in terra non a fare la sua, ma solamente la volontà del suo Padre: Descendi de caelo, non ut faciam voluntatem meam, sed voluntatem ejus qui misit me. (Jo 6.38) Ed in ciò volle, che’ l mondo avesse conosciuto l’amore, che gli portava al suo Genitore, in ubbidire alla sua volontà, che lo volea sagrificato sulla croce per la salute degli uomini; così appunto disse nell’orto, allorchè andò all’incontro ai suoi nemici, che venivano a prenderlo per condurlo alla morte: Ut cognoscat mundus, quia diligo Patrem, et sicut mandatum dedit Pater, sic facio; surgite, eamus hinc. (Jo 14.31) Ed in ciò disse, ch’ egli riconoscea che fosse suo fratello, chi avesse fatta la divina volontà: Qui fecerit voluntatem Patris mei. (Matth 12.50) ipse meus frater.

Tutti i Santi in ciò hanno avuta sempre fissa la mira in fare la divina volontà, ben intendendo, che qui consiste tutta la perfezione d’un’anima.. Diceva il B. Errico Susone (l. 2. c. 4) Dio non vuole, che noi abbondiamo de’ lumi, ma che in tutto ci sottomettiamo alla sua volontà. E S. Teresa: Tutto quello, che dee procurare chi si esercita nell’orazione, è di conformare la sua volontà alla divina; e si assicuri, che in questo consiste la più alta perfezione. Chi più eccellentemente la praticherà, riceverà da Dio i più gran doni, e farà più progressi nella vita interiore. La B. Stefana da Soncino Domenicana essendo un giorno in visione condotta in cielo vide alcune persone defonte, ch’ ella avea conosciute, collocate tra i Serafini, e le fu detto, che quelle erano state sublimate a tanta gloria per la perfetta uniformità, che aveano avuta in terra alla volontà di Dio, che un Serafino colla mia.

In questa terra dobbiamo apprendere dai Beati del cielo come abbiamo da amare Dio. L’amor puro, e perfetto, che i Beati in cielo hanno per Dio, è nell’unirsi perfettamente alla sua volontà. Se i Serafini intendessero esser suo volere, che s’ impiegassero per tutta l’eternità ad ammucchiare le arene de’ lidi, o a svellere l’erbe de’ giardini, volentieri lo farebbero con tutto il lor piacere. Più; se Dio facesse loro intendere, che andassero ad ardere nel fuoco dell’Inferno, immediatamente si butterebbero in quell’abisso per fare la divina volontà. E questo è quello, che c’ insegnò a pregare Gesù Cristo, cioè l’eseguire la volontà divina in terra, come la fanno i santi in cielo: Fiat voluntas tua sicut in caelo et in terra. (Matth. 6.9)

Il Signore chiamava David l’uomo secondo il suo cuore, perché David adempiva tutti i suoi voleri: Inveni virum secundum cor meum, qui faciet omnes voluntates meas. (Act 13.22) Davide stava sempre apparecchiato ad abbracciare la divina volontà, come spesso si protestava: Paratum cor meum. Deus, paratum cor meum. (Ps. 58.8 et Ps. 107.1) E d’altro non supplicava il Signore, che d’insegnarli a fare la sua volontà: Doce me facere voluntatem tuam. (Ps. 142.10) Un atto di perfetta uniformità al divino volere basta a fare un santo. Ecco Saulo mentre va perseguitando la Chiesa, Gesù Cristo l’illumina, e lo converte. Che fa Saulo? che dice? non fa altro, che offerirsi a fare la sua vonontà: Domine, quid me vis facere? (Act 9.6) Ed ecco, che’ l Signore lo dichiara vaso d’elezione, ed Apostole deele genti: Vas ecectionis est mihi iste, ut portet nomen meum coram gentibus. (Act 9.15) Sì perché quegli, che dà la sua volontà a Dio, gli dà tutto; chi gli dà le robe colle limosine, il sangue col flagellarsi, i cibi co’ digiuni, dona a Dio parte di ciò, che tiene; ma chi gli dona la sua volontà, gli dona tutto, onde può dirgli: Signore, io son povero, ma vi dono tutto quel che posso; dandovi la mia volontà, non ho più che darvi. Ma questo appunto è il tutto, che da noi pretende il nostro Dio: Fili mi, praebe cor tuum mihi. (Prov 23.1) Figlio, dice il Signore a ciascuno, figlio, dammi il tuo cuore, cioè la tua volontà. Nihil gratius Deo (parla S. Agostino) possumus ei offerre, quam ut dicamus ei: Posside nos. No, che non possiamo offerire a Dio cosa più cara, che con dirgli: Signore possedeteci voi; noi vi doniamo tutta la nostra volontà, fateci intendere quello che da noi volete, e noi l’eseguiremo.

Se dunque vogliamo compiacere appieno il cuore di Dio, procuriamo in tutto di conformarci alla sua divina volontà; e non solo di conformarci, ma uniformarci a quanto Dio dispone. La conformità importa, che noi congiungiamo la nostra volontà alla volontà di Dio; ma l’uniformità importa di più, che noi della volontà divina, e della nostra ne facciamo una sola, sì che non vogliamo altro se non quello, che vuole Dio, e la sola volontà di Dio sia la nostra. Ciò è il sommo della perfezione, a cui dobbiamo sempre aspirare; questa ha da esser la mira di tutte le nostre opere, di tutti i desideri, meditazione, e preghiere. In ciò abbiamo da pregare ad ajutarci tutti i nostri santi Avvocati, i nostri Angeli Custodi, e sopratutto la divina Madre Maria, la quale perciò fu la più perfetta di tutti i Santi, perché più perfettamente ella abbracciò sempre la divina volontà.

Ma il forte sta nell’abbracciare la volontà di Dio in tutte le cose che avvengono o prospere, o avverse ai nostri appetiti. Nelle cose prospere anche i peccatori ben sanno uniformarsi alla divina volontà; ma i santi si uniformano anche nelle contrarie, e dispiacenti all’amor proprio. Qui si vede la perfezione del nostro amore a Dio. Diceva il V. S. Giovanni Avila: Vale più un benedetto sia Dio nelle cose avverse, che sei milia ringraziamenti nelle cose a voi dilettevoli.

Di più bisogna uniformarci al divina volere, non solo nelle cose avverse, che ci vengono direttamente da Dio, come sono le infermità, le desolazioni di spirito, la povertà, laorte de’ parenti, e simili; ma ancora in quelle, che ci vengono per mezzo degli uomini, come sono i dispregi, l’infamie, l’ingiustizie, i furti, e tutte le sorte di persecuzioni. In ciò bisogna intendere, che quando noi siamo offesi da alcuno nella fama, nell’onore, ne’ beni, benchè il Signore non voglia il peccato di colui, vuole nondimeno la nostra umiliazione, la nostra povertà, e mortificazione. E’ certo, e di fede, che quanto avviene nel mondo, tutto avviene per divina volontà. Ego Dominus formans lucem et tenebras, faciens pacem, et creans malum. (Is. 45.7) Da Dio vengono tutti i bene e tutti i mali, cioè tutte le cose a noi contrarie, che noi chiamiamo falsamente mali; perché in verità sono beni, quando noi gli prendiamo dalle sue mani. Si erit malum in civitate, quod Dominus non fecerit? disse il Profeta Amos 3.6. E prima lo disse il Savio; Bona et mala, vita et mors a Deo sunt. (Eccl. 12.14) E’ vero, come ho detto, che allorchè un uomo ti offende ingiustamente, Dio non vuole il peccato di colui, nè concorre alla malizia della di lui volontà; ma ben concorre col concorso generale all’azione materiale, colla quale quel tale ti percuote, ti ruba o t’ ingiuria; sì che l’offesa, che tu patisci, certamente la vuole Dio, e dalle sue mani ti viene. Perciò il Signore disse a Davide, ch’ egli era l’autore dell’ingiurie, che dovea fargli Assalonne, sino a torgli le mogli davanti ai suoi occhi; e ciò in castigo de’ suoi peccati: Ecce ego suscitabo super te malum de domo tua, et tollam uxores tuas in oculis tuis, et dabo proximo tuo. (2 Reg. 12.11) Perciò disse anche agli Ebrei, che in pena delle loro iniquità avrebbe mandati gli Assiri a spogliarli, e rovinarli: Assur virga furoris mei . . . mandabo illi ut auferat spolia, et diripiat praedam. (Is. 10.5) Spiega S. Agostino: Impietas eorum tamquam securis Dei facta est. (In Ps. 37) Dio si servì dell’iniquità degli Assiri, come d’una mannaja per castigare gli Ebrei. E Gesù medesimo disse a S. Pietro, che la sua passione, et morte, non tanto gli veniva dagli uomini, quanto dal suo medesimo Padre: Calicem quem dedit mihi Pater, non vis ut bibam illum?

Giobbe allorchè venne il nunzio (che vogliono essere stato il demonio) a dirgli, che i Sabei si aveano tolte tutte le di lui robe, e gli aveano uccisi i figli; il Santo che rispose: Dominus dedit, Dominus abstulit. (1.21) Non disse il Signore m’ ha dati i figli, i beni, ed i Sabei me gli han tolti; ma il Signore me gli ha dati, ed il Signore gli ha tolti; perché bene intendeva, che quella perdita era voluta da Dio, e perciò soggiunse: Sicut Domino placuit, ita factum est: sit nomen Domini benedictum. (ibid) Non bisogna dunque prendere i travagli, che ci avvengono, come succeduti a saco, o per sola colpa degli uomini, bisogna star persuaso, che quanto ci accade, tutto accade per volontà divina: quicquid hic accedit contra voluntatem nostram, noveris non accidere nisi de voluntate Dei. (D. August. in Ps. 148. Epitetto, ed Atone, Rosweid. l.1), felici Martiri di Gesù Cristo, posti dal Tiranno alla tortura, stracciati con uncini di ferro, brustoliti con torce ardenti, altro non diceano: Signore, si faccia in noi la tua volontà. E giunti al luogo del supplicio, proferirono ad alta voce: Siate benedetto, o Dio eterno, poiché la vostra volontà è stata in noi adempita in tutto.

Narra Cesario (lib. 10, c.6) che un certo Religioso, benchè non fosse punto differente dagli altri nell’esterno, non però era giunto a tal santità, che col solo tatto delle sue vesti guariva gl’infermi. Il suo Superiore di ciò maravigliandosi gli disse un giorno, come mai facesse tali miracoli, non facendo una vita più esemplare degli altri. Quegli rispose, che ancor esso se ne maravigliava, e che non ne sapeva il perché. Ma qual divozione voi praticate, ripigliò l’Abbate? Rispose il buon Religioso ch’ egli niente o poco faceva, se non che aveva sempre avuta un gran cura di volere solo ciò, che Dio voleva, e che il Signore gli aveva fatta questa grazia, di tenere abbandonata la sua volontà totalmente in quella di Dio. La prosperità (disse) non mi solleva, nè l’avversità mi abbatte, perché io prendo ogni cosa dalle mani di Dio, ed a questo fine tendono tutte le mie orazioni, cioè, che la sua volontà perfettamente in me si adempia. E di quel danno (ripigliò il Superiore), che l’altr’ jeri ci fece quel nostro nemico in toglierci il nostro sostentamento, mettendo fuoco al podere dov’ erano le nostre biade, i nostri bestiami, voi non aveste alcun risentimento? No, Padre mio, egli rispose; ma al contrario ne rendei grazie a Dio, come lo soglio fare in simili accidenti, sapendo che Dio tutto fa, o permette per gloria sua, e per nostro maggio bene, e con ciò vivo sempre contento per ogni cosa, che avviene. Ciò inteso l’Abbate, vedendo in quell’anima tanta uniformità alla volontà divina, non restò più maravigliato, che facesse sì gran miracoli.

Chi fa così, non solo si fa santo, ma gode ancora in terra una pace perpetua. Alfonso il grande (Panorm. in Vita) Re di Aragona, Principe savissimo, interogato un giorno, qual’uomo stimasse più felice in questo mondo? Rispose, quello il quale si abbandona nella volontà di Dio, e che riceve tutte le cose prospere, ed avverse dalle sue mani. Diligentibus Deum omnia cooperantur in bonum. (Rom 8) Gli amanti di Dio vivon sempre contenti, perché tutto il loro piacere è di adempire anche nelle cose contrarie la divina volontà; onde gli stessi travagli si convertono loro in contenti, pensando che con accettarli dan gusto al loro amato Signore: Non contristabit justum quidquid ei acciderit. (Prov 10.11) Ed in fatti qual maggior contento può mai provare un uomo, che in veder adempiuto quanto egli vuole? Or quando alcuno non vuole se non quello, che vuole Dio, avvenendo già sempre tutto ciò, che avviene nel mondo (fuori del peccato) per volontà di Dio, avviene in conseguenza quanto esso vuole. Si narra nelle Vite de’ Padri d’un contadino, i cui terreni rendeano maggior frutto degli altri; dimandato questi, come ciò accadesse, rispose, che di ciò non si maravigliassero, perch’ egli avea sempre i tempi, come li voleva; e come? Sì, replicò, perché io non voglio altro tempo, se non quello, che vuole Dio, e conforme io voglio quel, che Dio vuole, così egli mi dà i frutti, come li vogl’io. L’anime rassegnate, dice il Salviano, se sono umiliate, questo vogliono: se patiscono povertà, vogliono esser povere; in somma quanto gli avviene, tutto lo vogliono: e perciò sono in questa vita felici: Humiles sunt, hoc volunt; paperes sunt, paupertate delectantur; itaque beati dicendi sunt. Viene il freddo, il caldo, la pioggia, il vento, che piova, perché così vuole Dio. Viene la povertà, la persecuzione, l’infermità, la morte, ed io voglio (colui dice) esser povero, perseguitato, infermo; voglio anche morire, perché così vuole Dio.

Questa è la bella libertà, che godono i Figli di Dio, che vale più delle Signorie, e di tutti i Regni della terra. Questa è la gran pace, che provano i Santi, la quale exuperat omnem sensum. (Eph. 3.2), avanza tutti i piaceri de’ sensi, tutti i festini, i banchetti, gli onori, e tutte l’altre soddisfazioni del mondo, le quali, perché sono vane, e caduche, benchè allettano il senso per quei momenti in cui si assagiano, nondimeno non contentano, ma affliggono lo spirito, dove sta il vero contento; che perciò Salomone, dopo aver goduto al sommo di tai diletti mondani, esclamava afflitto: Sed et hoc vanitas, et afflictio spiritus. (Ecclesiast. 4.6) Stultus (dice lo Spirito Santo) sicut luna mutatur, sapiens in sapientia manet sicut vult. . . (Eccl. 27.12) Lo stolto, cioè il peccatore si muta come la luna, ch’ oggi cresce domani manca: oggi lo vedrai ridere, domani piangere: oggi mansueto, domani stizzato, come una tigre; e perché? perché la sua contezza dipende dalle prosperità, o avversità, che incontra, e perciò si muta, come si mutano le cose che gli accadono. Ma il giusto è come il sole sempre uguale nella sua serenità, in qualsivoglia cosa, che succede; perché il suo contento è nell’uniformarsi alla divina volontà, e perciò gode una pace imperturbabile. Et in terra pax hominibus bonae vluntatis (Luc. 2.15), disse l’Angelo ai Pastori. E chi mai sono quest’ uomini di buona volontà, se non coloro, che stan sempre uniti alla volontà di Dio, ch’ è sommamente buona, e perfetta? Voluntas Dei bona, beneplacens, et perfecta. Sì, perché Dio non vuole, che’ l meglio, e’ l più perfetto.

I Santi in questa terra nell’uniformarsi alla volontà divina han goduto un Paradiso anticipato. I Padri antichi, dice S. Doroteo, che così si conservavano in gran pace, con prendere ogni cosa dalle mani di Dio. S. Maria Madalena de’ Pazzi in sentir solamente nominare Volontà di Dio, si sentiva consolare, che usciva fuor di se in astasi d’amore. Non mancheranno per altro le punture delle cose avverse a farsi sentire dal senso, ma tutto ciò non avverrà, che nella parte inferiore; ma nella superiore dello spirito regnerà la pace, e la tranquillità, stando la volontà unita a quella di Dio. Gaudium vestrum (disse il Redentore agli Apostoli) nemo tollet a vobis. Gaudium vestrum sit plenum. (Jo 16.22) Chi sta sempre uniformato alla divina volontà, ha un gaudio pieno, e perpetuo: pieno, perché ha quanto vuole, come di sopra s’ è detto: perpetuo, perché un tal gaudio niuno ce lo può togliere, mentre niuno può impedire, che non avvenga quel, che Dio vuole.

Il P. Giovan Taulero (appresso il P. Sangiurè Erar. to 3, e’ l P. Nieremb. Vita Div.) narra di se stesso, che avendo egli pregato per molti anni il Signore a mandargli chi gli insegnasse la vera vita spirituale, un giorno udì una voce, che gli disse: Va alla tal Chiesa, ed alla porta trova un misero mendico, scalzo, e tutto lacero; lo saluta: Buon giorno, amico. Il povero risponde: Signor maestro, io non mi ricordo giammai d’aver avuto un giorno cattivo. Il Padre replicò: Iddio vi dia una felice vita. Ripigliò quegli; Ma io non sono stato mai infelice. E poi soggiunse: Udite, Padre mio, non a caso io ho detto non aver avuto alcun giorno cattivo, perché quando ho fame, io lodo Dio; quando fa neve, o pioggia io lo benedico: se alcuno mi disprezza, mi scaccia, se provo altra miseria, io sempre ne do gloria al mio Dio. Ho detto poi, che non sono stato mai infelice, e ciò anch’ è vero, poich’ io sono avvezzo a volere tutto ciò, che vuole Dio senza reserba; perciò tutto quel, che m’ avviene o di dolce, o di amaro, io lo ricevo dalla sua mano con allegrezza, come il meglio per me, e questa è la mia felicità.E se mai, ripigliò il Taulero, Dio vi volesse dannato, voi che direste? Se Dio ciò volesse (rispose il mendico), io coll’umiltà, e coll’amore mi abbraccierei col mio Signore, e lo terrei sì forte, che se egli volesse precipitarmi all’Inferno, sarebbe necessitato a venir meco, e così poi mi sarebbe più dolce essere con lui nell’inferno, che posseder senza lui tutte le delizie del cielo. Dove avete trovato voi Dio, disse il Padre? E quegli: Io l’ho trovato, dove ho lasciate le creature. Voi chi siete? E’ l povero: Io sono Re. E dove sta il vostro Regno? Sta nell’anima mia, dove io tengo tutto ordinato, le passioni ubbidiscono alla ragione, e la ragione a Dio. Finalmente il Taulero gli domandò, che cosa l’avea condotto a tanta perfezione? E’ stato (rispose) il silenzio, tacendo cogli uomini per parlare con Dio; e l’unione, che ho tenuta col mio Signore, in cui ho trovata, e trovo tutta la mia pace. Tale in somma fu questo povero per l’unione, ch’ ebbe colla divina volontà; egli fu certamente nella sua povertà più ricco, che tutti i Monarchi della terra, e ne’ suoi patimenti più felice che tutti i mondani colle loro delizie terrene.

Oh la gran pazzia è quella di coloro, che ripugnano alla divina volontà; hanno già essi da soffrire i travagli, perché niuno mai può impedire, che non si eseguiscano i divini decreti. Voluntati ejus quis resistet? (Rom 9.19) Ed all’incontro l’han da soffrire senza frutto, anzi con tirarsi sopra maggiori castighi per l’altra vita, e maggior inquietudine in questa. Quis restitit ei, et pacem habuit? (Job 24) Gridi quanto vuole quell’infermo ne’ suoi dolori, quel povero nelle sue miserie si lamenti di Dio, si arrabbi, bestemmi quanto gli piace, che ne caverà, se non far doppio il suo male? Quid quaeris homuncio quaerendo bona? (dice S. Agostino) quare unum bonum, in quo sunt omnia bona. Che vai cercando, omicciuolo, fuori del tuo Dio? trova Dio, unisciti, stringiti colla sua volontà, e viverai sempre felice in questa, e nell’altra vita.

E che altro in somma vuole il nostro Dio, se non il nostro bene? Chi mai possiamo trovare, che ci ami più di Dio? Altra non è la sua volontà, non solo che niuno si perda, ma che tutti si salvino, e si facciano santi. Nolens aliquos perire, sed omnes ad poenitentiam reverti. (2 Petr. 3.9) Voluntas Dei sanctificatio vestra. (1 Thess. 4.3) Iddio nel nostro bene ha collocata la sua gloria, poiché essendo egli per sua natura bontà infinita, come dice S. Leone, Deus cujus natura bonitas; e la bontà desiderando per sua natura di diffondersi, Iddio ha un sommo desiderio di far participi l’anime de’ suoi beni, e della sua felicità. E se ci manda tribulazioni in questa vita, tutte sono per nostro bene. Omnia cooperantur in bonum. (ad Rom. 8.28) Ancora i castighi, come disse la santa Giuditta, non ci vengono da Dio per la nostra rovina, ma affinchè ci emendiamo, e salviamo: Ad emendationem, non ad perditionem nostram evenisse credamus. (Jud. 8.17) Il Signore affin di salvarci dai mali eterni, ne circonda colla sua buona volontà. Domine ut scuto bonae voluntatis tuae coronasti nos. (Ps 5.1) Egli non solamente desidera, ma è sollecito della nostra salute. Deus solicitus est mei. (Ps 29.18) E qual cosa ha donato il suo medesimo Figlio? Qui proprio Filio suo non pepercit, sed pro nobis omnibus tradidit illum; quomodo non etiam cum illo omnia nobis donavit? (Rom 8.32) Con questa confidenza dunque dobbiamo abbandonarci nelle divine disposizioni, che tutte sono per nostro bene. Diciamo sempre in ogni cosa, che ci avviene: In pace in idipsum dormiam, et requiescam, quoniam tu, Domine, singulariter in spe constituisti me. (Ps 4) Mettiamci pure tutti in mano sua, perch’ egli certamente avrà cura di noi: Omnem sollicitudinem vestram projicientes in eum, quoniam ipsi cura est de vobis. (1 Petr. 5.7) Pensiamo poi a Dio, ad adempire la sua volontà, ch’ egli penserà a noi, ed al nostro bene. Figlia (disse il Signore a S. Caterina di Siena) pensa tu a me, ed io penserò sempre a te. Diciamo sovente colla sacra Sposa: Dilectus meus mihi, et ego illi. (Cant. 2.6) L’amato mio pensa al mio bene, io non voglio pensare ad altro, che a dargli gusto, e ad uniformarmi in tutto ai suoi santi voleri. Dicea il santo Abbate Nilo, che non dobbiamo già noi pregare il Signore, che faccia succedere quello, che noi vogliamo, ma che si adempisca in noi la sua volontà. E quando poi ci accadono le cose avverse, accettiamole tutte dalle divine mani, non solo con pazienzia, ma con allegrezza, ad esempio degli Apostoli, che ibant gaudentes a conspectu concilii, quoniam digni habiti sunt pro nomine Jesu contumeliam pati. (Act 5.41) E qual maggior contento d’un’anima, che soffrendo qualche travaglio, sa, che col soffrirlo di buona voglia, dà il maggior gusto a Dio, che possa dargli! Dicono i Maestri di spirito, che sebbene gradisce Iddio il desiderio, che hanno alcune anime di patire per dargli gusto, più nondimeno gli piace l’uniformità di quelle, che non vogliono nè godere, nè patire; ma tutte rassegnate nel suo santo volere altro non desiderano, che di adempiere quel ch’ egli vuole.

Se vuoi dunque, anima divota, piacere a Dio, e vivere in questa terra una vita contenta, unisciti sempre, ed in tutto alla divina volontà. Pensa, che tutti i peccati della tua vita sconcertata, ed amara ch’ hai fatta, son succeduti, perché ti sei scostata dalla volontà di Dio. Abbracciati da oggi avanti col divino beneplacito; e di sempre in tutto ciò, che ti accade: Ita Pater, quoniam sic fuit placitum ante te. (Matt. 11.16) Così, Signore, sia fatto, perché così è piaciuto a voi. Quando ti senti turbata da qualche avvienimento avverso, pensa che quello è venuto da Dio; onde subito dì, Così vuole Dio, e mettiti in pace. Obmutui, et non aperui os meum, quoniam tu fecisti. (Ps 38) Signore, giacchè voi l’avete fatto io non parlo, e l’accetto. A questo intento bisogna, che indrizzi tutti i tuoi pensieri, e le tue orazioni, cioè a procurare, e pregare sempre Dio, nella meditazione, nella Comunione, nella visita al Ss. Sacramento, che ti faccia adempire la sua volontà. E tu offerisciti sempre, dicendo: Mio Dio, eccomi, fanne di me, e di tuute le cose mie quel che vuoi. Questo era l’esercizio continuo di S. Teresa; almeno cinquanta volte il giorno la Santa si offeriva al Signore, acciocchè acesse di lei disposto, come gli fosse piaciuto.

Oh beato te, mio lettore, se farai sempre così! ti farai certamento santo; e farai una vita contenta, ed una morte più felice. Quando alcuno passa all’altra vita, tutta la speranza, che si concepisce della sua salvazione, si scorge dall’intendere, se quegli è morto rassegnato, o no. Se tu. come avrai abbracciato in vita tutte le cose venute da Dio, così anche abbraccierai la morte per adempire la sua divina volontà, certamente ti salverai, e morirai da santo. Abbandoniamoci dunque in tutto al beneplacito di quel Signore, ch’ essendo sapientissimo, poiché ha data la vita per nostro amore, vuol anche il meglio per noi. Siam pur sicuri, e persuasi, dice S. Basilio, che senza comparazione meglio procura Dio il nostro bene, di ciò, che noi possiamo mai fare, e desiderare.

Ma veniamo a vedere intorno alla pratica in quali cose abbiamo da uniformarci alla volontà di Dio. Per 1. dobbiamo uniformarci nelle cose naturali, che avvengono fuor di noi, come quando fa gran caldo, gran freddo, pioggia, carestia, pestilenza, e simili. Guardiamci di dire: Che caldo insopportabile! che freddo orribile! che disgrazia! che mala forte! che tempo infelice! od altri termini, che dimostrino ripugnanza alla volontà di Dio. Noi dobbiamo volere ogni cosa, com’ ella è, perché Dio è quegli, che dispone tutto. S. Francesco Borgia, andando una notte ad una casa della Compagnia, mentre fioccava, bussò più volte, ma perché i Padri dormivano, non gli fu aperto. Fatto giorno, molto si rammaricarono quelli d’averlo fatto aspettare così allo scoperto; ma il Santo disse di aver ricevuta in quel tempo una gran consolazione, in pensare, che Dio era quegli, che gli gittava addosso quei fiocchi di neve.

Per 2. dobbiamo uniformarci elle cose, che avvengono dentro di noi, come nel patir fame, sete, povertà, desolazioni, disonori. In tutto dobbiamo dir sempre: Signore fate e disfate voi, io son contento: voglio solo quel, che volete voi. E così anche dice il P. Rodriguez, che dobbiamo rispondere per quali finti casi, che il demonio ci mette alle volte in mente, affin di farci cadere in qualche cattivo consenso, o almeno per inquietarci. Se il tale ti dicesse la tal parola, se ti facesse la tale azione, che diresti? che faresti? Rispondiamo sempre: Direi, e farei quel che vuole Dio. E così ci libereremo da ogni difetto, e molestia.

Per 3. Se abbiamo qualche difetto naturale, d’anima o di corpo, mala memoria, ingegno tardo, poca abilità, membro storpio, salute debole, non ce ne lamentiamo. Che merito avevamo noi, e qual obbligo avea Dio di darci una mente più sublime, un corpo meglio fatto? non poteva egli crearci brutti? non lasciarci nel nostro niente? Chi mai riceve qualche dono, e va cercando patti? Ringraziamolo dunque di ciò, che per sua mera bontà ci ha donato, e contentiamoci del come ci ha fatti. Chi sa, se avendo noi maggior talento, sanità più forte, viso più grazioso, ci avevamo a perdere? A quanti il lor talento, e scienza è stata occasione di perdersi coll’invanirsene, e dispregiare gli altri; nel quale pericolo sono più facilmente coloro, che avanzano gli altri nelle scienze, e ne’ talenti? A quanti altri la bellezza, o la fortezza del corpo, è stata occasione di precipitare in mille scelleraggini? Ed all’incontro quanti altri per esser poveri, o infermi, o deformi di fattezze, si son fatti santi, e salvati? che se fossero stati ricchi, sani, o belli d’aspetto, si sarebbon dannati. E così contentiamoci di quel, che Dio ci ha dato. Porro unum est necessarium (Luc 10.42) Non è necessaria la bellezza, non la sanità, non l’ingegno acuto; solo il salvarci è necessario.

Per 4. bisogna, che specialmente stiamo rassegnati nelle infermità corporali, e bisogna, che l’abbracciamo volentieri, ed in quel modo, e per quel tempo, che vuole Dio. Dobbiamo sibbene adoperarvi i rimedi ordinari, perché così vuole ancora il Signore, ma se quelli non giovano, uniamoci colla volontà di Dio, che ci gioverà molto più della sanità. Signore, diciamo allora, io non voglio guarire, nè stare infermo, voglio solo quel che volete voi. Certamente è maggior virtù nelle malattie il non lamentarsi de’ dolori; ma allorchè questi fortemente ci affliggono, non è difetto il palesarli agli amici, ed anche il pregare il Signore, che ce ne liberi. Intendo ne’ dolori grandi, poiché all’incontro molto difettano in ciò alcuni altri, che ad ogni semplice dolore, o fastidio vorrebbero, che tutto il mondo venisse a compatirli, ed a pianger loro d’intorno. Del resto anche Gesù Cristo, vedendosi vicino alla sua amarissima passione, palesò la sua pena ai discepoli: Tristis est anima mea usque ad mortem. (Mat. 26.38) e pregò l’eterno suo Padre a liberarnelo; Pater mi, si possibilie est, transeat a me calix iste. (ibid 39) Ma Gesù stesso c’ insegnò quel che dobbiamo fare dopo simili preghiere, cioè rassegnarci subito nella divina volontà, col soggiungere: Verumtamen, non sicut ego volo, sed sicut tu.

Quale sciocchezza è poi quella coloro, che dicono desiderar la salute, non bià per patire, ma per maggiormente servire il Signore, in osservar le regole, servir la comunità, andar alla Chiesa, far la Comunione, far penitenza, studiare, impiegarsi nella salute dell’anime confessando, predicando? Ma io dimando, divoto mio, dimmi, perché tu desideri di far queste cose? per dar gusto a Dio? E che vai cercando, quando sei certo, che il gusto di Dio non è, che facci orazione, Comunioni, penitenze, studi, o prediche, ma che soffri con pazienza, quell’infermità, e quei dolori, che ti manda? Unisci allora i tuoi dolori con quelli di Gesù Cristo. Ma mi dispiace, che stando così infermo sono inutile, e di pese alla comunità, alla casa. Ma conforme voi vi rassegnate alla volontà di Dio, così dovete credere, che i vostri Superiori anch’ essi si rassegnino, vedendo che voi non per vostra pigrizia, ma per voler di Dio apportiate questo peso alla casa. Eh che questi desideri, e lamenti, non nascono dall’amore di Dio, ma dall’amor proprio che va cercando pretesti per allontanarti dalla volontà di Dio. Vogliamo dar gusto a Dio? Diciamo allora, che ci vediamo confinati in un letto, diciamo al Signore questa sola parola, fiat voluntas tua; e questa replichiamo sempre cento, e mille volte, che con questa sola daremmo più gusto a Dio, che non gli daressimo con tutte le mortificazioni, e divozioni, che possiamo fare. Non ci è meglior modo di servire a Dio, che abbracciando allegramente la sua volontà. Il V. P. M. Avila (Epist.2) scrisse ad un Sacerdote infermo: Amico non stare a fare il conto di quel, che faresti essendo sano, ma contentati di stare infermo per quanto a Dio piacerà. Se tu cerchi la volontà di Dio, che cosa più t’ importa lo istar sano, che infermo? E certamente ben disse ciò, perché Dio non viene già glorificato dalle opere nostre, ma dalla nostra rassegnazione, e conformità al suo Santo volere. Perciò diceva ancora S. Francesco di Sales, che si serve più Dio col patire, che coll’operare.

Molte volte ci mancheranno i medici, le medicine, o pure il medico non giungerà a conoscere la nostra infermità, ed in ciò anche bisogna, che ci uniformiamo alla divina volontà, la quale ciò dispone per nostro bene. Si arra d’un uomo divoto di S. Tommaso Cantuariense (l. 5, c. 1) ch’ essendo infermo andò al sepolcro del Santo per ottenere la sanità. Ritornò sano alla Patria, ma poi disse fra se: mae l’infermità più mi giovasse a salvarmi, questa sanità che mi serve? Con questo pensiero ritornò al sepolcro, e pregò il Santo, che chiedesse a Dio quello, che gli era più espediente per la salute eterna, e fatto ciò ricadde nell’infermità, ed egli se ne stette tutto ciò contento, tenendo per fermo, che Dio così disponeva per suo bene. Narra il Surio similmente, che un cieco ricevè la vista per intercessione di S. Bedasto Vescovo; ma dopo fece orazione, che se quella vista non era espediente per l’anima sua, tornasse ad esser cieco, ed avendo orato, rimase cieco, come prima. Allorchè dunque stiamo infermi, il meglio è che non cerchiamo nè l’infermità, nè la sanità, ma ci abbandoniamo nella volontà di Dio, acciò disponga di noi come li piace. Ma se vogliamo cercar la sanità, domandiamola almeno sempre con rassegnazione, e con condizione, se la sanità del corpo è conveniente alla salute dell’anima: altrimenti una tal preghiera sarà difettosa, nè sarà esaudita, poiché il Signore non esaudisce tali sorte di preghiere non rassegnate.

Il tempo dell’infermità io lo chiamo pietra di paragone degli spiriti, perché in quello si scopre di qual carato è la virtù, che possiede un’anima. Se quella non s’ inquieta, non si lamenta, non cerca, ma ubbidisce ai medici, ai Superiori, e se ne sta tranquilla, tutta rassegnata nella divina volontà, è segno, che in lei vi è fondo di virtù. Ma che deve dirsi poi d’un infermo, che si lamenta, e dice ch’ è poco assistito dagli altri? che le sue pene sono insopportabili? che non trova rimedio, che gli giovi? che il medico è ignorante; e talvolta si lagna ancora con Dio, che troppo calchi la mano? Racconta S. Bonaventura nella vita di S. Francesco (cap. 14) che stando il Santo travagliato straordinariamente da dolori, uno de’ suoi Religiosi troppo semplice gli disse: Padre, pregate Dio, che vi tratti un poco più dolce, perché pare, che calchi troppo la mano. Ciò udendo S. Francesco, diede un grido, e gli rispose: Sentite: s’io non sapesse, che ciò, che dite, nasce da semplicità, non vorrei più vedervi, avendo voi ardito di riprendere i giudizi di Dio. E ciò detto, benchè molto debole, ed estenuato dal male, si buttò dal letto in terra, e baciandola, disse: Signore, io vi ringrazio di tutti i dolori, che mi mandate. Vi supplico a mandarmene più, e così vi piace. Il mio gusto è, che voi mi affliggiate, nè mi risparmiate punto, perché l’adempimento della vostra volontà è la maggior consolazione, che posso ricevere in questa vita.

A ciò bisogna anche ridurre la perdita, che tal volta noi soffriamo delle persone utili al nostro profitto, o temporale, o spirituale. L’anime divote spesso fanno gran difetti circa questo punto, non rassegnandosi alle divine disposizioni. La nostra santificazione non ci ha da venire dai Padri spirituali, ma da Dio. Vuol’egli già, che noi ci vagliamo de’ Direttori per la guida dello spirito, quando ce li dà; ma quando ce li toglie, vuole che ce ne contentiamo, ed accresciamo la confidenza nella sua bontà, dicendo allora: Signore, voi me l’avete dato questo ajuto, ora me l’avete tolto, sia sempre fatta la vostra volontà; ma ora supplite voi, ed insegnatemi quel, che debbo fare per servirvi. E così similmente dobbiamo accettare dalle mani di Dio tutte l’altre croci, che ci manda. Ma tanti travagli, dite voi, sono castighi. Ma rispondo io, i castighi, che Dio manda in questa vita, non sono grazie e benefici? Se l’abbiamo offeso, dobbiamo soddisfare la divina giustizia in qualche modo, o in questa, o nell’altra vita. Perciò dobbiamo dir tutti con S. Agostino: Hic ure, hic seca, hic non parcas, ut in aeternum parcas: e col S. Giobbe; Haec sit mihi consolatio, ut affligens me dolore non parcas. (6.10) Dee pur consolarsi, chi s’ ha meritato l’Inferno, in vedere, che Dio qui lo castiga, poiché ciò dee molto animarlo a sperare, che Dio voglia liberarlo dal castigo eterno. Diciamo dunque ne’ castighi di Dio ciò, che diceva il Sacerdote Eli: Dominus est, quod bonum est in oculis suis, faciat. (Lib 2 Reg. 3.18)

Di più obbiamo star rassegnati nelle desolazioni di spirito. E’ solito il Signore, quando un’anima si dà alla vita spirituale, di abbondarla di consolatiozioni, affin di slattarla dai gusti del mondo; ma poi quando la vede più fermata nello spirito, ritira la sua mano, per provare il di lei amore, e vedere se lo serve, ed ama senza paga qui in terra di gusti sensibili. Mentre si vive (dicea S. S. Teresa), non consiste il gaudagno in procurare di godere più Dio, ma in fare la sua volontà. Ed in altro luogo: Non consiste l’amore di Dio in tenerezze, ma in servire con fortezza, ed umiltà. Ed altrove: Con aridità, e tentazioni fa pruova il Signore de’ suoi amanti. Ringrazi dunque il Signore l’anima, quando si vede accarezzata con dolcezzo, ma non si deve affliggere con impazienze, quando si vede lasciata in desolazione. Bisogna molto avvertir questo punto, perché alcune anime sciocche vedendosi aride, si pensano, che Dio l’abbia abbandonate, o pure, che non faccia per sees la vita spirituale; e così lasciano l’orazione, e perdono quanto han fatto. Non v’ è più bel tempo di esercitare la nostra rassegnazione alla volontà di Dio, che il tempo dell’aridità. Io non dico, che voi non proviate pena in vedervi lasciata dalla presenza sensibile del vostro Dio; non più sensirsi una tal pena; nè può l’anima non lagnarsene, quando lo stesso nostro Redentore se ne lagnò sulla croce: Deus meus, ut quid dereliquisti me? (Matt. 22.46) Ma nella sua pena dee sempre tutta rassegnarsi nella volontà del suo Signore. Tutti i Santi hanno patite queste desolazioni, ed abbandoni di spirito. Che durezza di cuore (dicea S. Bernardo) è quella che provo; non gusto più della lezione, non mi piace più il meditare, non più l’orare! Per lo più i Santi sono stati in aridità, non già in consolazioni sensibili. Queste il Signore non le concede, se non di rado, ed agli spiriti forse più deboli, acciò non arrestino nel cammino spirituale, le delizie, che son di premio, ce le prepara in Paradiso. Questa terra è luogo di merito, ove si merita col patire, il cielo è luogo della mercede, e del godere. Perciò in questa terra, non il fervore sensibile col godere, ma il ervore dello spirito col patire è quello, che han desiderato, e cercato i Santi. Diceva il V. Giovanni Avila (Audi fil. c. 26): Oh quanto è meglio stare in aridità, e tentazioni colla volontà di Dio, che in contemplazione senza di quella!

Ma dirai: S’ io sapessi, che questa desolazione viene da Dio, mi starei contento; ma quel che mi affligge, e m’ inquieta, è il timore, che venga per colpa mia, e per castigo della mia tepidezza. Bene; togli dunque la tepidezza, ed usa più diligenza. Ma forse perché stai in oscurità, vuoi perciò inquietarti, perciò lasciare l’orazione, e così far doppio il tuo male? Venga l’aridità per tuo castigo, come dici. Ma questo castigo, non te lo manda Dio? Accettalo dunque in castigo, a te ben degno, e stringiti colla divina volontà. Non dici tu, che ti meriti l’Inferno? ed ora perché ti lamenti? forse tu meriti, che Dio ti consoli? Eh via contentati del come Dio ti tratta; prosiegui l’orazione, e’ l cammino intrapreso, e terni da oggi avanti, che i tuoi lamenti vengano da poca umiltà, e da poca rassegnazione alla volontà di Dio. Quando un’anima va all’orazione, non può cavarne maggior profitto, che unirsi alla volontà divina; onde rassegnati, e dì: Signore, io accetto questa pena dalle vostre mani, e l’accetto per quanto a voi piace; se volete ch’ io stia così afflitto per tutta l’eternità io son contento. E così quell’orazione benchè penosa to gioverà più d’ogni più dolce consolazione.

Ma bisogna pensare, che non sempre l’aridità è castigo, ma alle volte disposizione di Dio per nostro maggior profitto, e per conservarci in umiltà. Acciocchè S. Paolo non s’ invanisse de’ doni ricevuti, il Signore permettea, che fosse tormentato da tentazioni impure. Ne magnitudo revelationum extollat me, datus est mihi stimulus carnis meae, Angelus Sathanae, qui me colaphizet. (1 Cor. 17.7) Chi fa orazione con dolcezze, non fa gran cosa. Est amicus socius mensae, et non permanebit in die necessitatis. (Eccl. 6.10) Voi non terrete per vero amico, chi solo vi accompagna nella vostra mensa, ma chi vi assiste ne’ travagli, e senza suo utile. Quando Dio manda oscurità, e desolazione, allora prova i veri suoi amici. Palladio pativa gran tedio nell’orazione, andò a trovare S. Macario, e quegli gli disse: Quando il pensiero ti dice, che lasci l’orazione, rispondigli: Io per amor di Gesù Cristo mi contento di star qui a custodire le mura di questa cella. Questa dunque è la risposta, quando ti senti tentato a lasciar l’orazione; perché ti pare di perdervi il tempo, dì allora: Io sto qui per dar gusto a Dio. Dicea S. Francesco di Sales, che se nell’orazione altro non facessimo, che discacciare distrazioni, e tentazioni, pure l’orazione è ben fatta. Anzi dice il Taulero, che a chi persevera nell’orazione coll’aridità, Dio farà una grazia maggiore, che se avesse orato molto con molta divizione sensibile. Narra il P. Rodriguez d’un certo, il quale dicea, che in quaranta anni d’orazione non avea mai provata alcuna consolazione, ma che ne’ giorni che la facea, si sentiva forte nelle virtù; quando all’incontro la lasciava, in quel giorno provava una tal debolezza, che lo faceva inetto ad ogni cosa di buona. Dicono S. Bonaventura e’ l Gersone, che molti servono più Dio col non avere il raccoglimento desiderato, che se l’avessero, perché così vivono più diligenti, e più umiliati; altrimenti forse s’ invanirebbero, e sarebbero più tepidi, pensando d’aver già trovato ciò, che cercavano. E quel, che dicesi dell’aridità, dicesi ancora delle tentazioni. Dobbiamo noi procurare di schivar le tentazioni; ma se vuole Dio, o permette, che noi siamo tentati contro la fede, contro la purità, o contro altra virtù, non dobbiamo lamentarci, ma anche in ciò rassegnarci al divino volere. A S. Paolo che pregava d’esser liberato dalla tentazione d’impurità, rispose il Signore: sufficit tibi gratia mea. E così anche noi, se vediamo, che Dio non ci esaudisce in esimerci da qualche tentazione molesta, diciamo: Signore, fate voi, e permettete quel che vi piace, mi basta la vostra grazia; ma assistetemi, acciò non la perda mai. Non le tentazioni, ma il consenso alla tentazione, ci fa perdere la divina grazia. Le tentazioni quando le discacciamo, ci mantengono più umili, ci acquistano più meriti, ci fan ricorrere più spesso a Dio, e così ci conservano più lontani dall’offenderlo, e più ci uniscono al suo santo amore.

Finalmente bisogna, che ci uniamo colla volontà di Dio circa il punto della nostra morte, e per quel tempo, ed in quel modo, che Dio la manderà. S. Geltrude (l. 1. Vita c. 11) salendo un giorno una collina, sdrucciolò, e cadde in una valle. Le dimandarono poi le compagne, se avesse avuto paura di morire senza Sagramenti? Rispose la Santa: Io desidero molto di morire coi Sagramenti, ma fo più conto della volontà di Dio, perché tengo la miglior disposizione, che possa aversi a ben morire, sia di sottoporsi a ciò, che Dio vorrà; perciò io desidero qualunque morte, che piacerà di darmi al mio Signore. Narra S. Gregorio ne’ suoi Dialoghi (l. 3. c.37), che i Vandali avendo condannato a morire un certo Sacerdote chiamato Santolo, gli diedero poi facoltà di scegliersi qual sorta di morte volesse; il santo uomo ricusò di eleggere, ma disse: Io sono nelle mani di Dio, e riceverò la morte, ch’ egli permetterà, che voi mi facciate soffrire, nè io voglio altra, che quella. Quest’ atto piacque tanto al Signore, che avendo quei barbari determinato di farli tagliar la testa, fè arrestare il braccio del carnefice, e con tal miracolo quelli si piegarono a concedergli la vita. Circa dunque il modo, quella per noi dobbiamo stimate la miglior morte, che Dio ci avrà determinata. Savateci Signore (diciamo sempre, allorchè pensiamo alla nostra morte), e poi fateci morire, come a voi piace.

Così ancora dobbiamo uniformarci al quando del nostra morte. Cos’ è questa terra, se non una carcere dove stiamo a patire, ed in pericolo di perdere Dio ogni momento? Questo facea gridare a Davide: Educ de custodia animam meam. (Ps. 141.8) Questo timore facea sospirare la morte a S. Teresa, la quale sonando l’orologio, tutta si consolava, pensanso, ch’ era passata un’ora della sua vita, un’ora di pericolo di perdere Dio. Diceva il P. M. Avila, che ognuno il quale si trovasse con mediocre disposizione, dee desiderar la morte per ragion del pericolo, in che si vive di perder la divina grazia. Che cosa più cara, e più desiderabile, che con una morte assicurarci di non potere più perdere la grazia del nostro Dio? Ma io, tu dici, non ho fatto niente ancora, niente ho acquistato per l’anima. Ma se Dio vuole, che ora termini la vata, che faresti appresso, se viveresti contro la volontà di Dio? E chi sa se allora faresti quella morte, che ora puoi sperare di fare? Chi sa se mutando volontà, caderesti in altri peccati, e ti danneresti? E poi s’ altro non fosse, vivendo non puoi vivere senza peccati, almeno leggieri. Cur (dunque asclamava S. Bernardo) cur vitam desideramus, in qua quanto amplius vivimus, tanto plus peccamus? (Med. c.8) Ed è certo, che più dispiace a Dio un solo peccato veniale, che non gli piacciono tutte le opere sante, che noi possiamo fare.

Dico di più, chi poco desidera il Paradiso, dà segno di poco amore a Dio. Chi ama, desidera la presenza dell’amato; ma noi non possiamo vedere Dio, se non lasciamo la terra; e perciò tutti i Santi han sospirata la morte, per andare a vedere il loro amato Signore. Così sospirava S. Agostino. Eja moriar, ut te videam. Così S. Paolo: Desiderium habens dissolvi, et esse cum Cristo (ad Philip. 1.28) Così Davide: Quando veniam et apparebo ante faciem Dei? (Psal. 41.3) E così tutte l’anime innamorate di Dio. Narra un Autore (Flores Enrel. Graul. 4. c. 68) che andando un giorno un Cavaliere a caccia in una selva, udì un uomo, che dolcemente cantava; s’ inoltra, e trova un povero lebbroso mezzo fracido; gli dimanda s’ egli era, che cantava? Sì (rispose quegli), io sono, signore, quello, che cantava. E come mai puoi cantare, e star contento con tanti dolori, che ti van togliendo la vita? Rispose il lebbroso: Fra Dio, Signor mio, e me non v’ è altra cosa di mezzo, che questo muro di fango, che è questo mio corpo; tolto via questo impedimento, anderò a godere il mio Dio. E vedendo io, che ogni giorno mi si va disfacendo a pezzi, mi rallegro, e canto.

Per ultimo anche ne’ gradi di grazia, e di gloria bisogna, che noi ci uniformiamo al divino volere: dobbiamo sibbene stimare le cose di gloria di Dio, ma più la sua volontà: dobbiamo desiderare d’amarlo più de’ Serafini, ma non dobbiamo poi volere altro grado d’amore, se non quello, che il Signore ha daterminato di donarci. Dice il P. M. Avila (Audi filia c.12): Io non credo, che vi sia stato Santo, che non abbia desiderato d’esser migliore di quello, ch’ era; ma ciò non togliea loro la pace, perché non lo desideravano per propria cupidità, ma per Dio, della cui distribuzione si tenevano contenti, benchè avesse dato loro meno: stimando per vero amore più il contentarsi di quel che Dio dava loro, che’ l desiderare di aver molto. Il che viene a dire, come spiega il P. Rodriguez (trat. 8. c. 30), che sebbene dobbiamo noi esser diligenti nel procurar la perfezione per quanto possiamo, affinchè non ci serva di scusa la propria tepidezza, e pigrizia, come fanno alcuni con dire: Dio me l’a da dare: io non posso più, che tanto; nondimeno quando poi manchiamo, non dobbiamo perder la pace, e la conformità alla volontà di Dio in aver permesso il nostro difetto, nè perderci d’animo; alziamoci subito allora da quello: umiliandoci col pentimento, e cercando maggior ajuto dal Signore, proseguiamo il cammino. Così parimente, ancorchè ben possiamo desiderare di giunger in cielo al coro de’ Serafini, più gloria a Dio, e per maggiormente amarlo; dobbiamo noi però rassegnarci al suo santo volere, contentandoci di quel grado, che si degnerà di darci per sua misericordia.

Sarebbe poi un difetto troppo notabile il desiderare di aver doni di orazione sovranaturale, e precisamente d’estasi, visioni, e rivelazioni; che anzi dicono i maestri di spirito, che quelle anime, le quali son favorite da Dio di simili grazie, debbono pregarlo a privarnele, acciocchè l’amino per via di pura fede, ch’ è la via più sicura. Molti sono giunti alla perfezione senza queste grazie sovranaturali, le sole virtù son quelle che sollevano l’anime alla santità, e principalmente l’uniformità alla volontà di Dio. E se Dio non vuole innalzarci a grado sublime di perfezione, e di gloria, conformiamoci in tutto al suo santo volere, pregandolo che ci salvi almeno per la sua misericordia. E facendo così, non sarà poca la mercede, che per la sua bontà ci donera il nostro buon Signore, il quale ama sopra tutto le anime rassegnate.

In somma dobbiamo mirar tutte le cose, che ci accadono, e ci avranno da accadere, come procedenti dalle divine mani. E tutte le nostre azioni dobbiamo indrizzarle a questo solo fine, di far la volontà di Dio, e farle solo perché Iddio le vuole. E per andare in ciò più sicuri, bisogna, che dipendiamo dalla guida de’ nostri Superiori in quanto all’esterno, e dai Direttori in quanto all’interno, per intender da essi ciò che vuole Dio da noi; avendo gran fede alle parole di Gesù Cristo, che ci ha detto, Qui vos audit, me audit. (Luc. 10. 16) E sopra tutto attendiamo a servire Dio per quella via, per cui vuole Dio esser da noi servito. Dico ciò, affinchè evitiamo l’inganno di taluno, che perde il tempo a pascersi col dire: Se stassi in un deserto, s’ entrassi in un Monastero, se andassi in altro luogo fuori di questa casa, lontano da questi parenti o compagni, mi farei santo, farei le tali penitenze, farei tanta orazione. Dice, farei, farei; ma frattanto, soffrendo di mala volgia quella croce, che Dio gli manda, in somma non camminando per quella via, che vuole Dio, non si fa santo, anzi va di male in peggio. Questi desideri alle volte son tentazioni del demonio, poiché non saranno secondo la volontà di Dio, onde bisogna discacciarli, ed animarci a servire il Signore per quella sola strada, che egli ci ha eletta. Facendo la sua volontà, certamente ci faremo santi in ogni stato dove il Signore ci pone. Vogliamo dunque sempre solo quel che vuole Dio, che facendo così, egli ci stringerà al suo cuore; ed a tal fine facciamoci familiari alcuni passi della Scritura,che c’ invitano ad unirci sempre più colla divina volontà. Domine, quid me vis facere? Dio mio, ditemi, che volete da me, ch’ io tutto tutto voglio farlo? Tuus sum ego, salvum me fac. (Ps. 18.94) Io non sono più mio; son vostro, o mio Signore, fatene di me quel che volete voi. Quando specialmente ci avviene qualche accersità più pesante, morte di parenti, perdita di bene, e simili: Ita Pater (diciamo sempre), ita Pater, quoniam sic fuit placitum ante te. (Matt. 11.26) Sì Dio mio, e Padre mio, così sia fatto, perché così è piacuto a voi. Sopra tutto ci sia cara l’orazione insegnataci da Gesù Cristo: Fiat voluntas tua sicut in caelo, et in terra. Disse il Signore a S. Caterina da Genova, che sempre chè dicesse il Pater noster, particolarmente sifermasse su queste parole, pregando, che la di lui santa volontà si adempisse in essa, colla stessa perfezione, con cui la fanno i Santi in cielo. Facciamo così ancora noi, e ci faremo certamento santi.

Sia sempre amata, e lodata la divina volontà, e la B. Vergine Maria immacolata.

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