Credo la Vita Eterna

Carlo Maria Martini, Credo la vita eterna

Riconosco, Signore, che la durata della mia condizione mortale è gravata dalla maligna separazione che nell’incredulità si produce tra il nostro tempo e il tuo. E so che questa separazione si riflette nell’angoscia in cui trascorre il tempo che ciascuno di noi cerca di avere soltanto per se stesso. La malinconia del tempo inesorabilmente passato è figlia dell’incredulità e madre della disperazione.

La morte si presenta allora e solo allora come una dimostrazione dell’inutilità del tempo dell’amore. I colpi in cui il dolore percuote l’uscio di casa diventano i sogni di un destino implacabile che assegna alla morte l’ultima parola. La nostalgia del tempo perduto si trasforma in una malattia che rende cronica la perdita di ogni senso di tempo.

Ma se io, Signore, tendo l’orecchio e imparo a discernere i segni dei tempi, distintamente odo i segnali della tua rassicurante presenza alla mia porta. E quando ti apro e ti accolgo come ospite gradito nella mia casa, il tempo che passiamo insieme mi rinfranca.

Alla tua mensa divido con te il pane della tenerezza e della forza, il vino della letizia e del sacrificio, la parola della sapienza e della promessa, la preghiera del ringraziamento e dell’abbandono nelle mani del Padre. E ritorno alla fatica del vivere con indistruttibile pace. Il tempo che è passato con te sia che mangiamo sia che beviamo è sottratto alla morte.

Adesso, anche se è lei a bussare, io so che sarai tu ad entrare; il tempo della morte è finito. Abbiamo tutto il tempo che vogliamo per esplorare danzando le iridescenti tracce della Sapienza dei mondi. E infiniti sguardi d’intesa per assaporarne la Bellezza. Amen.

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Chiedi per te un segno dal Signore, tuo Dio

Isaia 7
1Nei giorni di Acaz, figlio di Iotam, figlio di Ozia, re di Giuda, Resin, re di Aram, e Pekach, figlio di Romelia, re d’Israele, salirono contro Gerusalemme per muoverle guerra, ma non riuscirono a espugnarla. 2Fu dunque annunciato alla casa di Davide: «Gli Aramei si sono accampati in Èfraim». Allora il suo cuore e il cuore del suo popolo si agitarono, come si agitano gli alberi della foresta per il vento.

3Il Signore disse a Isaia: «Va’ incontro ad Acaz, tu e tuo figlio Seariasùb, fino al termine del canale della piscina superiore, sulla strada del campo del lavandaio. 4Tu gli dirai: “Fa’ attenzione e sta’ tranquillo, non temere e il tuo cuore non si abbatta per quei due avanzi di tizzoni fumanti, per la collera di Resin, degli Aramei, e del figlio di Romelia. 5Poiché gli Aramei, Èfraim e il figlio di Romelia hanno tramato il male contro di te, dicendo: 6Saliamo contro Giuda, devastiamolo e occupiamolo, e vi metteremo come re il figlio di Tabeèl.

7

Così dice il Signore Dio: Ciò non avverrà e non sarà!

8a

Perché capitale di Aram è Damasco
e capo di Damasco è Resin.

9a

Capitale di Èfraim è Samaria
e capo di Samaria il figlio di Romelia.

8b

Ancora sessantacinque anni
ed Èfraim cesserà di essere un popolo.

9b

Ma se non crederete, non resterete saldi”».

10Il Signore parlò ancora ad Acaz: 11«Chiedi per te un segno dal Signore, tuo Dio, dal profondo degli inferi oppure dall’alto». 12Ma Acaz rispose: «Non lo chiederò, non voglio tentare il Signore». 13Allora Isaia disse: «Ascoltate, casa di Davide! Non vi basta stancare gli uomini, perché ora vogliate stancare anche il mio Dio? 14Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele. 15Egli mangerà panna e miele finché non imparerà a rigettare il male e a scegliere il bene. 16Poiché prima ancora che il bimbo impari a rigettare il male e a scegliere il bene, sarà abbandonata la terra di cui temi i due re. 17Il Signore manderà su di te, sul tuo popolo e sulla casa di tuo padre giorni quali non vennero da quando Èfraim si staccò da Giuda: manderà il re d’Assiria».

18

Avverrà in quel giorno:
il Signore farà un fischio alle mosche
che sono all’estremità dei canali d’Egitto
e alle api che si trovano in Assiria.

19

Esse verranno e si poseranno tutte
nelle valli scoscese,
nelle fessure delle rocce,
su ogni cespuglio e su ogni pascolo.

20

In quel giorno il Signore raderà
con rasoio preso a nolo oltre il Fiume,
con il re d’Assiria,
il capo e il pelo del corpo,
anche la barba toglierà via.

21

Avverrà in quel giorno:
ognuno alleverà una giovenca e due pecore.

22

Per l’abbondanza del latte che faranno,
si mangerà la panna;
di panna e miele si ciberà
ogni superstite in mezzo a questa terra.

23

Avverrà in quel giorno:
ogni luogo dove erano mille viti
valutate mille sicli d’argento,
sarà preda dei rovi e dei pruni.

24

Vi si entrerà armati di frecce e di arco,
perché tutta la terra sarà rovi e pruni.

25

In tutti i monti,
che erano vangati con la vanga,
non si passerà più
per paura delle spine e dei rovi.
Serviranno da pascolo per armenti
e da luogo battuto dal gregge.

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Chi è Gesù Cristo nel Suo Mistero – Quinta parte

 35. Grandezza di Gesù Cristo.
36. Scienza di Gesù Cristo.
37. Gesù è luce.
38. Divina bellezza di Gesù Cristo.
39. Povertà volontaria di Gesù Cristo.
40. Umiltà di Gesù Cristo.
41. Obbedienza di Gesù Cristo.
42. Bontà e amore di Gesù Cristo.
43. Santità di Gesù Cristo.

 

35. GRANDEZZA DI GESÙ CRISTO. – Guardate, dice S. Gerolamo, con un occhio il presepio di Betlemme, con l’altro il cielo. Quel bambino che vagisce in una mangiatoia è adorato e lodato dagli angeli in cielo. Erode lo perseguita, ma i Magi lo cercano e lo venerano; i farisei lo ignorano, ma la stella lo annunzia all’universo; è battezzato dal suo servo, ma la voce di Dio lo manifesta Figliuolo dell’Altissimo; è immerso nell’acqua, ma lo Spirito Santo lo circonda (Lib. sup. Matth.). Gesù Cristo è tanto grande nel seno di Maria, nella stalla, nella sua vita nascosta, nella passione, nella morte, nella tomba, quanto nello splendore della maestà divina.
Gesù Cristo, come Dio, ha tutta la gloria, l’essenza, la maestà e la potenza della divinità che ha il Padre: come uomo, siede alla destra di Dio Padre, sopra gli angeli e gli uomini; egli parteciperà così dappresso e in modo tanto perfetto della grandezza e della gloria di Dio Padre, che si può dire con verità, che ha la medesima gloria e grandezza: infinitamente superiore a tutti gli spiriti celesti i quali sono altresì, a loro modo, nella gloria di Dio Padre… Di lui vaticinava il Salmista che avrebbe dominato da un mare all’altro, dal fiume fino all’estremità della terra (Psalm. LXXI, 8); che il suo nome sarebbe stato glorificato in tutti i secoli; che in lui sarebbero state benedette tutte le nazioni e che tutti gli avrebbero dato gloria (Psalm. LXXI, 17); che tutti i re della terra l’avrebbero adorato, tutte le genti servito, che insomma il mondo intero sarebbe riempito della maestà sua (Ib. 11, 19). «E al nome di Gesù, dice l’Apostolo, si pieghi ogni ginocchio nel cielo, su la terra e nell’inferno (Philipp. II, 10). Il cielo e la terra riconoscono e adorano la sua grandezza, gli astri gli inneggiano, l’inferno lo rispetta e teme.

36. SCIENZA DI GESÙ CRISTO. – «Ci è nato un bambino, dice Isaia; e si chiamerà il Consigliere» (IX, 6). Gesù Cristo è nostro Consigliere: 1° per la sua scienza divina, nella quale è la scienza del Padre e dello Spirito Santo, e per mezzo di essa egli dirige da maestro gli angeli, gli uomini e le creature tutte…; 2° per la sua prescienza, in virtù della quale egli vede, fin dal primo istante della sua concezione, perfettamente, in Dio tutti i suoi disegni riguardo al presente ed al futuro, rispetto agli angeli ed agli uomini, agli eletti ed ai reprobi… 3° principalmente per la conoscenza e dispensazione delle grazie di Dio e della redenzione che è la più grande opera di Dio, della vocazione dei Gentili e della riprovazione degli Ebrei… Infatti Gesù Cristo è quel «Dio che scruta le reni ed il cuore» (Psalm. VII, 9); «che vede tutto senza velo» (Hebr. IV. 13); «che pesa gli spiriti», (Prov. XV; 2), «e i cui occhi sono quasi fiamma di fuoco» (Apoc. I, 14).
«Io penso, scriveva S. Paolo, che ogni cosa è perdita se si confronta con la sublime scienza di Gesù Cristo mio Signore; per rispetto del quale io disprezzo ogni cosa, avendola in conto d’immondezza» (Philipp. III, 8). Perciò, scrivendo ai Corinzi, si vantava di non aver avuto in mezzo a loro altra scienza, se non quella di conoscere e predicare Gesù, e Gesù crocifisso (I, II, 2).
«Noi sappiamo, dice l’apostolo S. Giovanni, che il Figlio di Dio è venuto e ci ha dato l’intelligenza, affinché conosciamo il vero Dio; e siamo nel vero suo Figlio. Questi è il vero Dio e la vita eterna» (I, V, 20).
«Non vi è cosa più eccellente della cognizione di Dio, dice S. Agostino, perché non vi è nulla di più beato: anzi in questa conoscenza consiste la beatitudine per essenza (Serm. CXII, de Temp.)». E infatti, Gesù rivolto al Padre, così parlava: «Padre mio, la vita eterna sta in ciò, che gli uomini conoscano voi solo vero Dio, e l’inviato da voi, Gesù Cristo» (IOANN. XVII, 3).
«Gesù Cristo c’insegna, dice S. Paolo a Tito, che rinunziando all’empietà ed alle voglie secolari, noi viviamo con sobrietà, giustizia e pietà in questo secolo» (II, 12). Conoscere Gesù Cristo è la vera scienza, perché egli è l’autore di tutte le scienze, è la scienza per essenza; ogni scienza, senza la scienza di Gesù Cristo, è ignoranza ed accecamento. «Se tu non conosci Cristo, canta un poeta, niente vale qualunque altra cosa che tu possa sapere; se conosci Gesù, ne sai abbastanza, ancorché tu non sappia nulla di tutto il resto».

37. GESÙ È LUCE. – S. Anselmo osserva che Gesù Cristo «ha vestito la nostra carne affinché possiamo concepirlo, vederlo, udirlo e godere di lui (Monolog.)», come appunto canta la Chiesa nel Prefazio del Santo Natale; nel quale dice essere giusto, che noi diamo lode e gloria a Dio, «perché per il mistero dell’incarnazione del Verbo, una nuova luce dello splendore divino risplende agli occhi nostri, affinché, conoscendo il nostro Dio fatto visibile, per mezzo suo c’innalziamo all’amore delle cose invisibili».
«La luce è sorta per il giusto, e la gioia per quelli dal cuore retto», esclamava il Salmista (Psalm. XCVI, 11); e S. Matteo, riferendosi ad Isaia, nota che «un popolo il quale giaceva nelle tenebre, vide una grande luce; e che uno splendore vivissimo sorse ad illuminare coloro che brancolavano nelle caliginose regioni della morte» (MATTH. IV, 16).
Qual era questa splendida luce? Era, risponde S. Giovanni, il Verbo Incarnato, Gesù Cristo. Poiché, «in lui era la vita, e la vita era la luce degli uomini; e la luce risplende nelle tenebre» (IOANN. I, 4-5). «Egli era la vera luce che illumina ogni uomo che viene in questo mondo» (Ib. 9). E infatti, alla nascita del Redentore, « un angelo apparve ai pastori, e lo splendore di Dio li investi» (Luc. II, 9). Perché questa chiarezza? Perché una nuova stella si accende nel firmamento a scortare i Magi a Betlemme, se non per annunziare all’universo che era nato il Dio della luce? quel Dio che l’occhio di Zaccaria, padre del Battista, vedeva come presente, nascere qual sole dall’alto, per rischiarare quelli che sedevano nelle tenebre e nelle ombre di morte (Lc. I, 78-79).
Gesù Cristo, poi, dice di se stesso: «Io sono la luce del mondo; chi cammina dietro di me, non va nelle tenebre, ma ha con sé il lume della vita. E finché io sarò nel mondo, ne sarò la luce» (IOANN. VIII, 12; Id. IX, 5). «Chi vede me, vede colui che mi ha mandato. Io sono venuto luce nel mondo, affinché chiunque crede in me, non rimanga nelle tenebre» (Id. XII, 45-46).
«Dio è luce, scriveva S. Giovanni, ed in lui non vi sono tenebre di sorta. Ora se qualcuno dice di essere in comunione con Dio e intanto cammina nelle tenebre, costui mentisce e non pratica la verità; ma se noi camminiamo nella luce (di Gesù Cristo), com’egli stesso è nella luce (è la luce eterna), noi siamo in vicendevole comunione, e il sangue di Gesù Cristo ci monda d’ogni peccato» (1 IOANN. I, 5-7).
«La notte ha preceduto, ma il giorno si è avvicinato, scriveva S. Paolo ai Romani; rigettiamo adunque le opere delle tenebre, e vestiamo le armi della luce » (Rom. XIII, 12). Vestirsi della luce, è vestirsi di Gesù Cristo. «Fu già tempo, diceva il medesimo Apostolo agli Efesini, che voi eravate tenebre, ma al presente siete luce nel Signore; camminate dunque come figli della luce» (Eph. V, 8). E ai Corinzi scriveva, che quel Dio il quale aveva fatto splendere la luce in mezzo alle tenebre, egli medesimo aveva illuminato i loro cuori con la luce della scienza, della chiarezza di Dio, improntata su la faccia di Gesù Cristo (II Cor IV, 6).
«Gesù Cristo, dice S. Cipriano, è la nostra luce, perché ci apre i segreti di Dio e della Trinità Santissima, c’insegna quello che è necessario alla salute, i precetti, le regole, per menare una nuova vita, ci svela i disegni, ci palesa le arti della malizia diabolica, per preservarcene» (Serm.). Ah sì! Gesù Cristo è nostra luce, nostra guida; ci porge consigli su la castità, su la povertà e su le altre virtù insegnate dal Vangelo, virtù che vincono la natura e superano l’intendimento della ragione umana. Ma «non abbiate paura, dice San Cipriano, nel seguire questi consigli, delle opposizioni della natura e delle tentazioni (Serm); poiché chi vi consiglia è il Dio forte il quale, dopo che ha vinto egli medesimo, promette la vittoria ai suoi soldati e il cielo ai vincitori». Gesù nacque nel fitto della notte per dissipare le tenebre. Al suo nascere la stella di Giacobbe compare; al suo morire il sole si oscura. Se facciamo nascere Gesù nei nostri cuori, saremo illuminati; se lo facciamo morire, noi precipitiamo nelle tenebre dell’inferno.
Sant’Ambrogio chiama il sole, «occhio del mondo, gioia del giorno, bellezza del cielo, misura del tempo, forza e vigore di tutte le stelle (Hexamer.)». E il sole non è che smorta immagine dello splendore del Verbo incarnato, il quale è la vera luce increata; vera luce per la sua dottrina celeste; luce che rischiara le anime con la sua grazia; luce universale che tutto e tutti illumina; luce di verità, luce per la verità del suo essere, del suo spirito, delle sue parole, dei suoi miracoli, della sua vita, delle sue opere. Egli illumina ogni uomo per quanto dipende da lui; quelli che non vogliono essere illuminati, sono e restano nelle tenebre. Il sole rischiara la terra, purché non vi si frappongano delle nubi; ma in questo caso non è difetto del sole; così Gesù Cristo illumina chiunque viene in questo mondo, a meno che uno a bella posta s’immerga nelle tenebre delle passioni…
«Padre mio, pregava Gesù Cristo, fate che sia conosciuta la luce del vostro Figlio» (IOANN. XVII, 1). Un triplice lume vi è in Gesù Cristo: 1° il lume increato ed infinito; 2° il lume dell’umanità creata; 3° il lume per il quale manifesta agli apostoli ed agli altri fedeli la sua luce increata e la sua luce creata, la divinità e l’umanità sua! Poiché, come osserva S. Paolo, «Gesù Cristo ha distrutto la morte, e fatto risplendere la vita e l’incorruttibilità per mezzo del Vangelo» (II Tim. I, 10).
Come Dio, come Verbo eterno, Gesù Cristo è la luce formale, eterna; come uomo è la luce creata, perché pieno di sapienza, di gloria. E anche luce, come causa, perché a lui si deve la nostra sapienza, la nostra grazia, la nostra gloria. «Egli è, come disse il vecchio Simeone, la luce delle genti» (Luc. II, 32). «E perciò, dice S. Agostino, Gesù venne ad illuminare, perché il demonio era venuto ad accecare (Homil. XLIII, inter L)».
Gesù Cristo partecipa la sua luce ai fedeli e specialmente agli uomini apostolici, affinché diventino ancor essi luce del mondo. Quindi diceva loro: «Voi siete la luce del mondo» – «Non può una città, situata su la vetta di un monte, stare nascosta; e non si accende la lampada per metterla sotto il maggio, ma sul candelabro, acciocché faccia lume a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la luce vostra innanzi al mondo, affinché veda le vostre buone opere, e glorifichi il Padre vostro che è nei cieli» (MATTH. V, 14-16).
La luce del Verbo risplende nelle tenebre degli empi, per mezzo del lume della ragione, dei rimorsi della coscienza, della voce delle creature le quali tutte gridano, che vi è un Creatore, cui si deve servizio, venerazione, culto, amore… «Poiché le cose invisibili di lui, dopo creato il mondo, comprendendosi per mezzo delle cose create, si vedono; ed anche l’eterna potenza ed il divino essere di lui; perciò gli increduli sono inescusabili e diventano stolti» (Rom. I, 20-22).
La sua luce illumina per mezzo della legge naturale scritta in fondo all’anima; per mezzo della nuova legge, della Scrittura dei Padri, dei dottori, dei predicatori, dei santi, delle buone inspirazioni, dei sacramenti, dei miracoli, dell’insegnamento della Chiesa… A ragione si paragona la divinità di Gesù Cristo al sole, la sua umanità alla luna; perché 1° come il sole è il focolare, il padre delle altre luci, così Gesù Cristo, come Dio, è la sorgente, il centro, il padre dei lumi; e come la luna trae la sua chiarezza dal sole, così l’umanità del Redentore riceve dalla divinità la sua sapienza, la sua grazia, la sua gloria. 2° Dio ha creato il sole come il grande luminare per presiedere al giorno, e la luna come fiaccola dolce e temperata per soprastare alla notte. Così la divinità di Gesù Cristo è il grande sole che forma l’eterno giorno della suprema beatitudine nel cielo; la sua umanità è lampada preziosa e temperata, che sfavilla a rompere la notte di questo secolo, come già avvertiva S. Agostino (Tract. in Ioann. XXXIV). Si può dire di Gesù Cristo, più che del sole «che percorre il suo giro versando da tutti i lati torrenti di luce» (Eccle. I, 6). A questo proposito diceva S. Ambrogio: «Gesù Cristo è un nuovo sole che penetra nell’ombra e nelle tenebre, scalda i cuori, perfeziona ciò che è deforme. E un nuovo sole che vivifica col suo raggio quel che è morto, ripara ciò che è ruinato, risuscita quel che è esanime, consuma col suo calore quel che è sordido, dissipa quel che è vizioso, e fa sbocciare i fiori della virtù. Egli è veramente il sole di giustizia a di sapienza che non rischiara indistintamente ed ugualmente i buoni ed i cattivi, come fa il sole che sta acceso nel firmamento, ma con giusto giudizio, splende per i santi e, tramonta per i peccatori indurati» (Serm. X, de Nativ. Christ.).
Per mezzo dei profeti, Dio aveva già annunziato questo carattere del Messia; già aveva promesso di dare al mondo il Figliuol suo, affinché Egli fosse luce che ne rischiarasse le parti più recondite. «Io ti darò in segno di alleanza col mio popolo e per luce alle nazioni, diceva il Signore a Gesù Cristo nella persona d’Isaia, affinché tu apra gli occhi ai ciechi, rompa le catene ai prigionieri, e metta in libertà coloro che stanno avvinti in mezzo alle tenebre» (XLII, 6, 7). «Ti ho stabilito sole alle genti e àncora di salvezza al mondo tutto; mediatore della mia alleanza col popolo, affinché risusciti la terra e riunisca le eredità disperse; affinché dica ai prigionieri: I vostri ferri sono spezzati; ed a quelli che giacciono nelle tenebre: Vedete la luce» (XLIX, 6, 8-9).
Volgendosi quindi a Gerusalemme, questo grande profeta esclama: «Orsù, apri ormai gli occhi alla luce, o Gerusalemme, perché essa è giunta, e la gloria del Signore risplende sopra di te. Le genti cammineranno al chiarore della tua luce, e i re al fulgore del tuo raggio» (LX, 1, 3). Levatevi, o popoli, invitati a Gesù Cristo, luce del mondo; popoli infelici, che dormivate nell’accecamento dell’incredulità, dell’idolatria, dell’ignoranza; o voi, che eravate sepolti nel sonno della morte spirituale, chiusi nel sepolcro di tutti i delitti, alzatevi; mirate la luce del Verbo fatto carne che si avanza; e voi che gemevate incatenati nella schiavitù di Satana, scuotetevi, aprite gli occhi; il momento è giunto di vedere; alzatevi e ricevete Gesù Cristo, il sole divino di giustizia che si leva per voi; alzate il capo, abbracciate la libertà, la gioia che vi è offerta da Gesù Cristo. Ricevete la luce della fede e della grazia, affinché trasformati ad immagine del Figliuolo di Dio, del Dio di luce, diveniate voi ancora altrettanti soli. Non esitate; su via, correte incontro al lume che si avvicina. – La vostra luce si avanza, eccola venuta. Questa luce è la presenza di Gesù Cristo, la sua dottrina, la sua grazia, tutti gli splendori e la gloria del Vangelo.
Dice il profeta Zaccaria: «Ecco l’uomo, Oriente è il suo nome» (VI, 12). Gesù Cristo è chiamato Oriente, perché dall’oriente si leva la luce… Veramente, scrive il Crisostomo, la luce della divinità si è levata sotto l’ombra dell’umanità. La luce è venuta nel mondo; essa si mostra agli occhi nostri torbidi. Quel che era sepolto nelle tenebre fu veduto, quel che era nascosto comparve in pieno giorno, le tetre notti si dileguarono; affinché la luce splendesse ai nostri sguardi. La luce è sorta per noi che giacevamo involti nelle tenebre e nelle ombre della morte (Homil. ad pop.).
Il profeta Malachia diceva: «Per voi si leverà il sole di giustizia: sotto l’ombra delle ali sue sarà la salute» (IV, 3). Gesù Cristo come sole nascente rischiara, scalda, feconda e vivifica per mezzo di mille grazie e virtù. E’ chiamato sole di giustizia, l° perché manda raggi di giustizia, coi quali illumina e giustifica i peccatori che vogliono fissare lui, cioè Credere in lui e obbedirlo, come appunto il sole comunica la sua luce, la gioia, la vita a tutto ciò che riceve i suoi raggi. 2° Il sole nascente raffigura uno sposo che esce dal talamo nuziale; Gesù Cristo, vero sole, è lo sposo della Chiesa. 3° Il sole va nella sua corsa come un gigante; similmente Gesù Cristo corre da potente la via gloriosa della sua grazia, e nulla può arrestarlo. 4° Il sole non aspetta che noi siamo svegliati e levati, non attende che si inviti e preghi, ma splende appena sorto e presenta a tutti quelli che lo vedono la luce e la vita. Medesimamente Gesù Cristo ci ha amati il primo; e mentre ancora noi eravamo suoi nemici, egli ci ha prevenuti e illuminati ed arricchiti… 5° Il sole si vela di nubi; Gesù Cristo, essendosi vestito della nostra carne, ha velato la sua divinità. Nessun occhio può fissare il sole, se non è velato da qualche nube: la divinità si è velata della nube della nostra mortalità, affinché ci fosse possibile contemplarla e non avessimo nulla da temere nell’avvicinarsi a lei.

38. DIVINA BELLEZZA DI GESÙ CRISTO. – Gesù Cristo vince in bellezza il più bello dei figliuoli degli uomini, dice il Salmista; il più incantevole sorriso della grazia infiora le sue labbra, perché il Signore l’ha benedetto per l’eternità. Nessuno può competere con voi, o divino Gesù, in bellezza; l’avvenenza è sparsa sul vostro volto. In questa impareggiabile bellezza, nella vostra maestà, camminate al trionfo de mondo; nella verità, nella clemenza e nella giustizia, la vostra destra farà opere portentose (Psalm. XLIV, 2, 4).
«Come sei bello, diletto mio, come sei grazioso!» (Cantic. I, 15), esclamava la Sposa dei Cantici. Queste parole suggerivano a S. Bernardo una dolcissima apostrofe: «Quanto sei bello agli occhi degli angeli, o Signore Gesù, nella tua forma di Dio, nel giorno della tua eternità, nello splendore dei santi, generato prima dell’aurora! Tu sei lo splendore e la figura della sostanza del Padre, ed eternamente senza nubi. Quanto sei bello, o mio Signore ai miei occhi, nel luogo della tua gloria! Come sei bello nel tuo annientamento, dove hai nascosto la tua luce eterna! La tua pietà si è mostrata più apertamente; la tua carità splendette più ardente; la tua grazia si versò più abbondante. Come splendida e luminosa comparisci per me, o stella di Giacobbe, come grazioso e magnifico mi ti presenti, o fiore dell’albero di Iesse! Come sei bello, meravigliosamente bello alle virtù celesti nella tua concezione di Spirito Santo, nella tua nascita da una Vergine, nell’innocenza della tua vita, nella tua dottrina, nel fulgore dei tuoi miracoli, nella rivelazione dei tuoi misteri! O sole di giustizia, di quanta bellezza raggiante compari, quando, dopo essere stato sepolto, sei risuscitato! Come sei bello, o Re della gloria, nella tua ascensione! Deh! perché non posso cambiare tutte le mie membra in altrettante lingue, per gridare: Chi è simile a te, o mio Signore?» (Serm. in Cantic.).
«La nostra fede, dice S. Agostino, ci riveli la bellezza di questo Sposo celeste. Il Dio Verbo è bello presso Dio; bello nel seno della Vergine, dove ha assunto l’umanità senza perdere la divinità. Bello è il Verbo nato, bello il Verbo fanciullo; perché mentre è bambino, mentre succhia il latte, mentre la madre sua lo tiene tra le braccia, i cieli parlano, gli angeli inneggiano, la stella guida i Magi, è adorato nel presepio. Egli è bello nel cielo, bello su la terra, bello nel seno di Maria, bello tra le braccia di Giuseppe, bello nei miracoli, bello nei patimenti, bello nei suoi inviti alla vita, bello nel guarire la morte, bello quando sacrifica l’anima sua, bello quando la riprende, bello su la croce, bello nel sepolcro, bello nelle anime nostre» (In Psalm. XLIV).

39. POVERTÀ VOLONTARIA DI GESÙ CRISTO. – S. Paolo esortava i Filippesi a nutrire in loro i sentimenti che Gesù Cristo aveva in sé; egli, essendo nella forma di Dio, poté senza usurpazione dirsi uguale a Dio; ciò nulla di meno si è annientato fino al punto di vestire la forma di servo, fatto a somiglianza degli uomini, tenuto all’esteriore quale un uomo (Philipp. II, 7)
Di tutti i beni della terra, Gesù Cristo, Re dei re, non volle altro che una stalla ed una croce; e per mezzo di questi due strumenti, povertà personificata, egli ha tolto il mondo dai cenci della più squallida miseria, e gli ha procurato ricchezze immense… Il Colui che è la ricchezza per natura, dice S. Cirillo, nasce in una stalla; Colui che copre il cielo di nubi, è avvolto in poveri stracci; Quegli che solo è re, viene adagiato in una greppia» (Homil.).
Gesù Cristo, nei trent’anni della sua vita privata, lavora con San Giuseppe a guadagnarsi la vita, ammaestramento a noi perché amiamo il lavoro e fuggiamo l’ozio. «Un Dio che ha fatto il mondo, predicava S. Agostino, lavora come un povero artigiano. Ecco – umile operaio quel Dio che raddrizza l’anima, ne spiana le asprezze, ne recide i pensieri orgogliosi (Serm. CV)». «Quegli che spezza il diamante con un atto solo del suo volere, è figlio di un falegname», dice S. Ilario (lib. III).
«Gesù Cristo, dice S. Pier Crisologo, era figlio di un fabbro; ma di quel fabbro che innalzò l’edifizio dell’universo, non con colpi di martello, ma con una parola della sua potenza; che ha creato e ordinato gli elementi con un cenno del suo volere; che ha formato e fuso la massa del mondo non col calore del carbone, tua col soffio della sua onnipotenza: è figlio dell’artefice che accende il sole non col fuoco terreno, ma col suo supremo calore; che creò la luna, stabilì la notte e il giorno e le stagioni; che distinse le stelle con diverso splendore, che ogni cosa trasse dal nulla (Serm. VI)».
«Le volpi hanno le loro tane, diceva Gesù Cristo, e gli uccelli i loro nidi; il Figliuol dell’uomo non ha dove adagiare il capo» (MATTH. VIII, 20). Entra trionfante in Gerusalemme, ma è in groppa a un asinello cedutogli per grazia… Povertà volontaria che condanna le ricchezze e santifica la povertà… Egli è venduto per trenta denari, prezzo di uno schiavo… Quindi a ragione egli dice: «Guai a voi, o ricchi! Beati i poveri»! (LUC. VI, 24); (MATTH. V, 3).

40. UMILTÀ DI GESÙ CRISTO. – Dove trovare umiltà più grande che in Gesù Cristo il quale la spinse fino al punto, dice S. Paolo, da annientare se medesimo, vestendo la sembianza di servo? (Philipp. II, 7). «Il grande per eccellenza, esclama S. Agostino, venne al piccolissimo per essenza; il vivente si abbassò ad abbracciarsi col morto. E che fece? Prese le membra di bambinello, facendosi piccolissimo, per assumere la forma di servo; unendosi al piccolo si è fatto piccolo egli stesso, per fare del nostro corpo d’ignominia, un corpo conforme al suo pieno di gloria (Serm. LV)».
Per amore di umiltà, Gesù Cristo discende nel seno di una vergine, nasce in una stalla, mena una vita povera, ignorata, nascosta per trent’anni, e la consuma su di un patibolo infame in mezzo a due malfattori, riputato scellerato egli medesimo… Quali e quante sublimi lezioni di umiltà per gli uomini!… E mentre il nostro grande Iddio tanto si abbassa, sarà lecito a noi, vermi della terra, inorgoglirci? «Affinché l’uomo non isdegnasse umiliarsi, Dio si è abbassato, dice il citato S. Agostino; e noi, uomini, in grazia dell’umiltà del Verbo di Dio, che ha preso la nostra carne, diventiamo dèi. Dunque l’uomo, che è un nulla, abbassi la fronte orgogliosa e non sdegni di seguire le orme di un Dio nella sua umiltà» (Serm. LV).

41. OBBEDIENZA DI GESÙ CRISTO. – Tale è stata l’obbedienza di Gesù Cristo verso il Padre celeste, che ancora prima di nascere, già si offriva vittima di obbedienza dicendogli: «Tu hai rifiutato il sacrifizio e le offerte e mi hai dato un corpo; né olocausto, né sacrifizio hai dimandato per il peccato; allora io dissi: «Eccomi pronto a fare la tua volontà; così ho voluto, mio Dio» (Hebr. X, 5-7).
Durante la sua vita, dipende in tutto dai cenni di Giuseppe e di Maria (Luc. II, 51); e «quel Cristo, commenta qui S. Agostino, al cui impero si regge il mondo, è sottomesso al comando dei suoi parenti (In Luc. Evang)». In quanto poi alla sua sudditanza verso il Padre celeste, essa è così piena e così assoluta che può dire «che suo cibo e nutrimento è fare la volontà di Colui che l’ha mandato» (IOANN. IV, 34); splendida prova ne ha fornito nell’orto degli Olivi, dove, preso da tristezza, tra ambasce così crudeli da spremergli dalle vene un sudore di sangue, esce in quelle parole: «O Padre, se è possibile, questo calice di amarezza mi sia risparmiato; non si faccia però come voglio io, ma come vuoi tu» (MATTH. XXVI, 39). A ragione pertanto S. Paolo affermava di Gesù Cristo, che si era fatto obbediente fino alla morte, e alla morte di croce (Philipp. II, 8).
Ad esempio di Gesù Cristo, anche noi dobbiamo immolare la nostra volontà e soggettarla interamente alla volontà di Dio. Dobbiamo dire e praticare quelle sublimi parole da lui insegnateci nella preghiera delPater: «Sia fatta la volontà tua, come in cielo così in terra» (MATTH. VI, 10).

42. BONTÀ E AMORE DI GESÙ CRISTO. – Chi non ammirerà la bontà e l’amore di Gesù Cristo, quando rammenti e mediti tutto ciò che ha fatto e patito per noi? Quel Dio, ch’era solamente nostro padre e nella sua divinità e nella creazione, è divenuto, col vestire la nostra umanità e col redimerci, anche nostra madre. Dio ha preso come sposo, ,l’umanità, nostra madre, in isposa; egli se l’è unita ipostaticamente. I figli, cui la severità del padre mette timore, sogliono ricorrere alla madre; facciamo cosi anche noi; portiamoci alla santa umanità di Gesù Cristo, prendiamola per nostra madre, ed essa ci condurrà a Dio nostro padre. Perciò la Chiesa chiude tutte le sue preghiere con quelle parole: Noi vi domandiamo queste grazie, o Dio, per mezzo del Nostro Signore Gesù Cristo.
L’umanità di Gesù Cristo è nostra madre; come una madre porta con molta cura e pena nell’utero il figliuol suo: lo forma, lo partorisce, l’allatta, lo fascia, lo tiene in braccio, l’istruisce e ne fa un uomo, così Gesù Cristo, qual tenera madre, ci ha per trentatré anni, a costo di continui travagli, d’incessanti dolori e principalmente con la sua passione e con la sua morte in croce, concepiti, partoriti alla grazia, allattati, nutriti e formati, perché diventiamo uomini perfetti. E questa la ragione per cui Gesù Cristo, prendendo la nostra carne, volle nascere solamente di madre, senza padre… «Per amor nostro, dice S. Paolo, Gesù Cristo ha dato se stesso per noi, per redimerci da ogni peccato e formarsi un popolo puro, accetto, fautore di buone opere» (Tit. II, 14).
«Di due cose abbisognava l’uomo nel misero suo stato di perdizione, osserva S. Tommaso: cioè di partecipare alla divinità e di svestire l’uomo vecchio. Ora l’una e l’altra ci ha procurato Cristo: la prima, mentre ci fece, per la sua grazia, partecipi della natura divina; la seconda, quando col battesimo ci ha rigenerati e trasformati in una nuova creatura (In Epistola ad Tit.)». Gesù Cristo, dice il medesimo dottore, si è fatto nostro compagno, nascendo; nostro cibo, mangiando con noi; nostro prezzo, col morire per noi; nostro premio, regnando nella gloria (Hymn. in Officio SS.mi Sacram.)».
Isaia aveva predetto del Messia che non sarebbe stato chiassoso né accettatore di persone; che non avrebbe calpestato la canna fessa, né spento il lucignolo ancora fumante (ISAI. XLII, 273). Ora questo appunto fece Gesù Cristo quando, eccitato da’ suoi discepoli a far discendere il fuoco dal cielo su la città che si era rifiutata di accoglierlo, disse loro: «Ah! voi non sapete da quale spirito siate mossi nel fare tal proposta. Il Figliuolo dell’uomo non è venuto per dannare le anime, ma per salvarle» (Lc. IX, 54-56).
Osservate la bontà di Gesù Cristo verso la Samaritana, la donna adultera, la Maddalena…! contemplate la bontà sua nelle parabole del buon pastore che si prende su le spalle la pecorella smarrita e indocile, del caritatevole Samaritano, del padre del figliuol prodigo, ecc. Pensate che Giuda lo tradisce con un bacio, e gli dà tuttavia il dolce nome di amico; Pietro lo rinnega tre volte, e gli perdona; il buon ladrone chiede grazia, e l’ottiene; i suoi nemici gridano: Sia crocifisso – ed egli esclama dall’alto della croce: «Padre, perdona loro, perché non sanno quel che si fanno» – Egli muore di amore per noi che eravamo suoi crocifissori… E dopo ciò, vi stupirete se l’udite ripetere: «Venite a me voi tutti che piegate sotto il peso della fatica, ed io vi conforterò» (MATTH. XI, 28)?.. L’amore di Gesù Cristo è incomprensibile, è ineffabile, principalmente su la croce e nel santo sacramento dell’altare… Esso in verità «Ci preme e ci spinge», come si esprime S. Paolo (II Cor. V, 14).

43. SANTITÀ DI GESÙ CRISTO. – Gesù Cristo come Dio è la santità per essenza, la santità increata, infinita; come uomo è santissimo, non solamente per la grazia infusa nell’anima sua, grazia per la quale supera infinitamente tutti gli angeli e i santi; ma principalmente per l’unione della grazia ipostatica, in forza di cui la pienezza della divinità, come si esprime S. Paolo, e quindi della santità, dimora in lui corporalmente (Coloss. II, 9).
Questa santità in Gesù Cristo è incomparabile, incomprensibile, perché Dio ha costituito Gesù Cristo il fonte, la sorgente dell’espiazione e della santificazione del genere umano. Noi abbiamo tutti attinto da questa pienezza di santità, e quello che ne resta è bastante a mondare e purificare milioni di mondi da tutti i peccati possibili, e santificare un numero infinito di anime. Questo spiega quelle parole di S. Paolo: «Dio ci ha eletti in Gesù Cristo prima della costituzione del mondo, affinché noi fossimo santi e immacolati al suo cospetto nella carità» (Eph. I, 4).
La santità di Gesù Cristo è dunque la causa efficiente, meritoria, esemplare, finale di tutta la santità degli uomini; poiché tutta la nostra santità deve conformarsi alla santità di Gesù Cristo, come a suo modello, ed essere volta alla gloria di lui come a suo ultimo scopo, affinché egli sia onorato, lodato, glorificato eternamente in tutti quelli che ha redenti e santificati. Perciò dobbiamo a Gesù Cristo un sommo rispettò, una riconoscenza, un amore, un’obbedienza illimitata.

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Tu sei maestro d’Israele e non conosci queste cose?

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1Vi era tra i farisei un uomo di nome Nicodèmo, uno dei capi dei Giudei. 2Costui andò da Gesù, di notte, e gli disse: «Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui».

3Gli rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio».

4Gli disse Nicodèmo: «Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?». 5Rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. 6Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. 7Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto. 8Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito».

9Gli replicò Nicodèmo: «Come può accadere questo?». 10Gli rispose Gesù: «Tu sei maestro d’Israele e non conosci queste cose? 11In verità, in verità io ti dico: noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo ciò che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza.12Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo? 13Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. 14E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, 15perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.

16Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.17Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. 18Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.

19E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. 20Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. 21Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

22Dopo queste cose, Gesù andò con i suoi discepoli nella regione della Giudea, e là si tratteneva con loro e battezzava. 23Anche Giovanni battezzava a Ennòn, vicino a Salìm, perché là c’era molta acqua; e la gente andava a farsi battezzare. 24Giovanni, infatti, non era ancora stato gettato in prigione.

25Nacque allora una discussione tra i discepoli di Giovanni e un Giudeo riguardo alla purificazione rituale. 26Andarono da Giovanni e gli dissero: «Rabbì, colui che era con te dall’altra parte del Giordano e al quale hai dato testimonianza, ecco, sta battezzando e tutti accorrono a lui». 27Giovanni rispose: «Nessuno può prendersi qualcosa se non gli è stata data dal cielo. 28Voi stessi mi siete testimoni che io ho detto: “Non sono io il Cristo”, ma: “Sono stato mandato avanti a lui”. 29Lo sposo è colui al quale appartiene la sposa; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è piena. 30Lui deve crescere; io, invece, diminuire».

31Chi viene dall’alto è al di sopra di tutti; ma chi viene dalla terra, appartiene alla terra e parla secondo la terra. Chi viene dal cielo è al di sopra di tutti. 32Egli attesta ciò che ha visto e udito, eppure nessuno accetta la sua testimonianza. 33Chi ne accetta la testimonianza, conferma che Dio è veritiero. 34Colui infatti che Dio ha mandato dice le parole di Dio: senza misura egli dà lo Spirito. 35Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa. 36Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio rimane su di lui.

 

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Domande su Gesù – La Nascita

Gesù Cristo che nome è?

Il nome Gesù Cristo deriva in parte dall’ebraico e in parte dal greco. Il termine ebraico Jeshuah significa “Dio salva”. Questo nome rappresenta la realtà umana del Figlio di Dio e con lo specifico di “Gesù di Nazareth” intendiamo la vita terrena di Gesù, uomo tra gli uomini, che ha condiviso la stessa natura umana, tranne l’esperienza del peccato. Il nome “Cristo” viene dal greco Christos ed è la traduzione greca dell’ebraico meshiah che significa “unto, consacrato”. Questo nome rappresenta la realtà divina del Figlio di Dio e deriva dall’usanza dei popoli dell’Antico Medio Oriente, di consacrare il re ungendolo con olio. Il Cristo è pertanto “unto da Dio”, il designato da Dio a diventare re dell’universo.

 

Quando è nato Gesù?

La data del 25 dicembre è stata presa dalla cultura pagana che prevedeva in essa la festa del Deus Sol Invictus, il “Dio Sole Mai Vinto”.

Nell’anno 523 il monaco Dionigi il Piccolo fu incaricato di perfezionare i conteggi per stabilire la data della Pasqua, così egli ritenne più giusto contare gli anni a partire dalla nascita di Cristo e non più dalla proclamazione ad imperatore di Diocleziano, nel 284 d.C. Commise tuttavia un errore quando calcolò la nascita di Gesù nell’anno 753 dalla fondazione di Roma, stabilendo dunque come anno 1, l’anno 754.

Non conosciamo il modo in cui Dionigi fece i calcoli, sappiamo tuttavia che Gesù di Nazaret nacque durante il regno di Erode il Grande il quale morì 750 anni dopo la fondazione di Roma, nel 4 a.C.

L’anno della nascita di Gesù fu probabilmente il 747 dalla fondazione di Roma, il 7 a.C. Alcuni studiosi collocano tuttavia la Sua nascita tra il 4 e il 5 a.C.

 

Chi erano i suoi genitori?

I suoi genitori erano Miryam e Joseph, a noi noti come Maria e Giuseppe: una giovanissima ragazza di circa 15 anni, che in quel tempo conosceva come è normale un uomo per il matrimonio e uno dei pochi carpentieri presenti in Palestina nel I secolo.
Il matrimonio ebraico era suddiviso in due momenti: il primo, detto erusin, era il fidanzamento ma in forma ufficiale, i due erano “promessi sposi” ma non vivevano ancora insieme, nell’attesa del secondo momento del matrimonio, detto nissu’in in cui iniziavano a vivere nella stessa casa.

Miryam e Joseph erano uniti solo dalla prima parte del matrimonio ma per la legge erano già marito e moglie e l’eventuale adulterio era punito con la lapidazione.

 

Perché di Giuseppe si parla così poco?

Molti uomini nella Bibbia sono “presi in prestito” da Dio, secondo quanto insegna la “teologia dello strumento”, cioè allo scopo di essere “impiegati” da Dio per la realizzazione del suo progetto, Giuseppe è tra questi. Egli è chiamato “giusto”, ovvero attento osservante della legge ebraica, alla ricerca dell’armonia tra la relazione con Dio e con gli altri.

La grandezza della sua fede ha saputo riconoscere in Maria l’opera dello Spirito Santo ed è grazie alla sua disponibilità al misterioso piano di Dio su di lui, che la sua giovane sposa non venne ripudiata e probabilmente lapidata, in seguito all’accusa di adulterio.

Nonostante nei Vangeli egli non dica nemmeno una parola, ciò non significa che la sua presenza non fu importante per l’educazione di Gesù, il quale, come ogni bravo giovane giudeo, imparò dal padre a pregare, a frequentare il tempio, ad offrire i sacrifici previsti, a lavorare e a prepararsi ad entrare responsabilmente nella società del suo tempo.

 

Chi governava quando nacque Gesù di Nazareth?

Già dall’anno 37 a.C. la Giudea era sotto il dominio dell’impero romano, nella regione chiamata Siria-palestina e vi rimase fino al 324 d.C.

Tra il 27 a.C. ed il 14 d.C., l’impero romano fu guidato da Cesare Augusto, al tempo quindi della nascita di Gesù. Il suo nome era Ottaviano bisnipote di Giulio Cesare e quando questi fu assassinato, nel 44 a.C., si alleò con Marco Antonio, contro Bruto e Cassio. Formò il triumvirato insieme a Lepido e Antonio ma presto rimase l’unico reggente, fino alla sua proclamazione di Cesare. Prima della sua morte designò il successore nella persona di Tiberio.

La regione di Siria-palestina era governata da Publio Sulpicio Quirino, legato imperiale, che tra il 10 e l’8 a.C., nella sua prima legazione in Palestina, indisse il censimento, terminato tra il 6 e il 7 d.C., quando era ormai governatore della Siria-palestina e con l’incarico di ristrutturare la Giudea come provincia romana. Spettò a lui il compito di sedare le ribellioni giudaiche a seguito degli ingenti prelievi fiscali nonché al censimento stesso, ritenuto offensivo per il popolo che sapeva di appartenere a Dio.

Erode il Grande era re dei giudei quando nacque Gesù e regnò sulla Giudea tra il 37 a.C. e il 4 a.C.

Fu un despota sanguigno e sanguinario. Nel sospetto di minaccia alla sua corona, non esitò a fare uccidere la moglie Mariamne, la suocera Alessandra, il cognato Aristobulo ed i tre figli Alessandro, Aristobulo e Antìpatro.

Il suo nome è legato alla “strage degli innocenti” in cui egli ordinò l’uccisione dei piccoli nati entro i due anni, con l’intenzione di eliminare Gesù, da cui temeva l’usurpazione del regno. Di questo fatto non abbiamo conferme storiche, tuttavia sulla base della popolazione di allora, questi bambini potevano essere di poche decine, resta comunque la gravità della “strage” che rivela tutta la sua crudeltà.

Erode abitava nella Fortezza Antonia, adiacente al tempio di Gerusalemme, da lui fatto ricostruire e che divenne la sua fonte di ricchezza: le ingenti imposte per la espiazione dei peccati gli permisero di dare stabilità al suo dominio e vivere nell’estrema agiatezza. Alla sua morte, avvenuta nel 4 a.C., contava uno stipendio annuale di 1.050 talenti che trasformati inlepton, l’obolo della vedova, era di 1.344 milioni di leptoi.

di Fabio Ferrario 

Fonte: http://www.jesus1.it/

 

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Imparare a vivere per essere felici

Abbiamo un gran bisogno
di imparare nuovamente a vivere,
di tornare alle fonti più universali
di sapore e di gioia.

Con il pretesto del progresso,
il mondo moderno ha complicato notevolmente la nostra vita,
sostituendo alla semplicità delle origini,
un sistema molto elaborato
con i suoi ingranaggi, i suoi codici,
le sue norme, la sua logica.

Ma questa logica è umana?
In altri termini, è al servizio dell’uomo
o è una macchina impazzita
che si nutre della propria energia e non può più arrestarsi?

Come mai, mentre abbiamo a disposizione molte cose
che dovrebbero aiutarci a vivere meglio,
abbiamo invece così tante difficoltà a vivere?

Alleggeriamoci un po’,
gettiamo la zavorra,
e la navicella della nostra vita si alzerà poco a poco;
così guadagneremo quota,
come liberati dal peso degli affari terrestri,
e scopriremo fino a che punto la vita
presenti panorami straordinari.

Forti di questa nuova prospettiva,
contempleremo la vita nella sua autenticità originale,
sotto la sua luce radiosa.

E saremo felici.

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Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».

Luca 10
1Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.2Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! 3Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; 4non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. 5In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. 6Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. 7Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra. 8Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, 9guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. 10Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: 11“Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. 12Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città.

13Guai a te, Corazìn, guai a te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidone fossero avvenuti i prodigi che avvennero in mezzo a voi, già da tempo, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite. 14Ebbene, nel giudizio, Tiro e Sidone saranno trattate meno duramente di voi. 15E tu, Cafàrnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai!

16Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me. E chi disprezza me disprezza colui che mi ha mandato».

17I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». 18Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. 19Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. 20Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».

21In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. 22Tutto è stato dato a me dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo».

23E, rivolto ai discepoli, in disparte, disse: «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. 24Io vi dico che molti profeti e re hanno voluto vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono».

25Ed ecco, un dottore della Legge si alzò per metterlo alla prova e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?».26Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». 27Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». 28Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».

29Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». 30Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. 31Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. 32Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre.33Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. 34Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. 35Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. 36Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». 37Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».

38Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. 39Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. 40Marta invece era distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». 41Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, 42ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».

 

VEDERE
Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico, dei briganti lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella stessa strada e quando lo vide passò dall’altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede al locandiere, dicendo: «Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno».
I sacerdoti erano religiosi che officiavano nel tempio a Gerusalemme. I leviti erano coloro i quali prestavano servizio nello stesso tempio con varie mansioni, ed anch’essi, come i sacerdoti, erano ritenuti, da tutti, molto religiosi. I quattro personaggi principali della parabola: la vittima, il sacerdote, il levita ed il samaritano discendono da Gerusalemme in direzione di Gerico. Fra samaritani e giudei non correva buon sangue, si disprezzavano a vicenda.
Il racconto comincia quando un dottore della legge domanda a Gesù che cosa è necessario per ottenere la vita eterna, con lo scopo di metterlo in difficoltà. Gesù, in risposta, chiede al dottore cosa dica la legge di Mosè a tale proposito. Quando il dottore cita la Bibbia, e precisamente: “amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze” (Deuteronomio 6,5) e la legge parallela “amerai il tuo prossimo come te stesso” (Levitico 19,18), Gesù dice che ha risposto correttamente e lo invita a comportarsi di conseguenza.
A questo punto il dottore, volendosi giustificare, chiede a Gesù di spiegargli chi è il suo prossimo. Gesù gli risponde con la parabola. Al termine della parabola Gesù chiede al dottore della legge chi dei tre sia stato prossimo dell’uomo derubato. Il dottore non risponde direttamente “il samaritano” ma indirettamente “chi ha avuto compassione di lui”. Gesù conclude: “Va’ e anche tu fa’ lo stesso”.

GIUDICARE
Questa parabola è una delle più famose del Nuovo Testamento e la sua influenza è tale da essere denominato, nella cultura occidentale, un samaritano la persona generosa pronta a fornire aiuto a chi è nel bisogno.
Bene questo è il quadro. Contestualizzandolo ad oggi l’elemento che potremmo cogliere, tra i tantissimi che il testo evangelico offre, è quello della dignità della persona.
Quindi il primo passo è avere chiaro cosa intendiamo per dignità, ovvero sia “con il termine dignità, di norma si fa riferimento al sentimento che proviene dal considerare importante il proprio valore morale, la propria onorabilità e di ritenere importante tutelarne la salvaguardia e la conservazione. Per i modi della sua formazione e le sue caratteristiche intrinseche, questo sentimento si avvicina a quello di autostima, ovvero di considerazione di sé, delle proprie capacità e della propria identità. Pertanto il concetto di dignità dipende anche dal percorso che ciascuno sceglie di compiere, sviluppando il proprio “io”.
Ugualmente si riconosce dignità alle alte cariche dello Stato, politiche od ecclesiastiche richiedendo che chi le ricopre ne conservi le alte caratteristiche.
Il limite del concetto di dignità per la società di oggi è il tuo apparente appartenere a uno status sociale, determinato non dal biglietto da visita, ma in sostanza dal tuo saper interagire con i modelli culturali, sociali, economici che la realtà di ogni giorno ti propina.
Quindi tu sei degno di essere, o di avere, a seconda della percezione che l’altro come singolo o l’altro come collettivo ha nei tuoi confronti.
Immaginiamoci con che sguardo di disprezzo, rifiuto il sacerdote e il levita hanno guardato colui che è stato “offeso” da persone che loro stessi con il loro sistema socio-economico e religioso di certo hanno creato. In buona sostanza rigettando quel quadro deplorevole ai loro occhi rigettano loro stessi, inconsapevolmente o consapevolmente, schiacciando la dignità della persona.
Il samaritano si china, gli rende dignità di persona raccogliendolo tra le sue braccia, lo guarda, si fa “prossimo”, si prende cura di lui…insomma lo rende soggetto di compassione, ma anche teste d’accusa verso coloro che avevano girato la testa dall’altra parte per non prendere atto del disagio.
Questo ultimo atto farisaico mi viene in mente ogni volta che con “sofferenza” e spesso senza guardarli in faccia diamo qualche “spicciolo” a coloro che sistematicamente ogni domenica te li trovi sulla porta della Chiesa, spesso adulti o anziani, che hanno annullato la loro dignità porgendoti il bicchiere di plastica in cui gettare l’elemosina. Lo ammetto, in questa modalità spesso mi ci sono trovato spesso e allora, in un certo senso per giustificarmi, ho chiesto loro di fare qualcosa di concreto per meritarsi la mia elemosina: mettere le pedane anti handicap alla porta della Chiesa.
Ed è una scelta che ultimamente è emersa anche nelle amministrazioni pubbliche nei confronti degli immigrati che sbarcano dai barconi o gommoni nei diversi punti costieri italiani.
Il nostro inchinarsi su di loro per dar loro dignità, e prendersi cura di loro anche dopo la ferita della traversata su gommone, magari dopo un rischioso sbarco e un “internamento” in un campo di accoglienza in attesa di andare chissà dove, è quello di impegnarli nel fare qualcosa di bene per la collettività che li accoglie.
Infine pensiamo a tutto il fenomeno della violenza domestica e del mondo del lavoro, nei suoi diversi aspetti, della violenza verbale, fisica e psicologica che annulla la dignità della persona, magari anche in forma subdola, con la maldicenza, il pettegolezzo nel mondo del lavoro, del sociale, della famiglia e della parentele e spesso nella Chiesa stessa.

AGIRE
Sarebbe troppo facile parlare di un “prossimo” lontano, che ci emoziona per le immagini e i comunicati dei mass media.
Ma che diciamo della dignità del prossimo che ci sta magari alla porta accanto, se non addirittura nella nostra casa, nella nostra famiglia, nella nostra coppia?
Forse le azioni che ognuno potrebbe “valutare” di compiere dovrebbero tenere conto dei personaggi nei quali si vorrebbe immedesimare: il sacerdote, il levita, il samaritano, il prossimo, il locandiere.
Eh sì, perché quest’ultimo personaggio, a pensarci bene, siamo noi, la stragrande maggioranza di noi, ognuno di noi al quale il samaritano chiede di continuare l’azione di misericordia iniziata.
Quindi forse è in questo personaggio che noi potremmo sviluppare la nostra azione di misericordia, continuando a dare dignità all’azione dei pochi “samaritani”, impegnandoci, giorno per giorno, a dare il nostro sostegno, magari mettendoci anche qualcosa in più del nostro, come richiesto nella parabola, e forse senza neanche aspettarsi troppo una ricompensa maggiore di quello che si è dato.
Un altro dato che emerge come azione è quello di “agire” senza tanto filosofeggiare, strizzandosi il cervello in sterili ragionamenti quando la persona senza dignità, maltrattata, ignorata, te la trovi davanti e chiede un azione concreta, ossia quella di “accorgersi” di lui, perché non c’è cosa peggiore della indifferenza…
Infine la nostra azione trova la strada maestra nell’invito finale di Cristo: “Va e anche tu fa lo stesso!”…quindi agire per imitazione…più semplice di così!

Non ultima, una riflessione potrebbe essere anche che il “prossimo” – che per comodità spesso noi lo collochiamo all’esterno di noi – possa essere il “nostro io stesso”, con le sue lacerazioni interne, con le sue difficoltà di applicare il “come” evangelico alla propria persona, e in un gioco di ruoli essere una volta il dottore della legge e il levitico quando non vuole mettersi in discussione, ma nello stesso tempo essere anche il samaritano che cerca di avere cura del proprio io ferito, e che cerca e pretende aiuto dal prossimo esterno.
In fin dei conti quanto ci viene chiesto – per amare Dio, e quindi il “prossimo” come noi stessi – non è troppo alto, ne troppo lontano nel cielo, perché umanamente non lo si possa compiere, poiché questa parola d’amore è molto vicina a ognuno, nella nostra bocca, nel nostro cuore, nel nostro corpo, tale da poterla mettere in pratica ogni giorno con tutto noi stessi. Va e fà anche tu lo stesso!…più semplice di così.

Riflessioni:
– “Come singolo” – quante volte la mia azione verso chiunque è stata quella come io avrei dovuto farla e invece…ho preferito “delegare” qualcun’altro?
– “Come coppia” – sappiamo improntare il nostro incontro come prossimi a incontri di misericordia come accoglienza dei propri ed altrui limiti?
– “Come comunità” – la nostra azione verso il prossimo sa essere azione di vera carità, di vera compassione, che non si limita a una risposta al contingente ma sa andare oltre superando le difficoltà dell’accettazione del “prossimo” diverso?

Maria Grazia e Claudio Righi di Pisa

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Non i papi, ma la preghiera cambia la Chiesa e i cuori!

La preghiera fa miracoli e impedisce al cuore di indurirsi, dimenticando la pietà. Lo ha ripetuto Papa Francesco all’omelia della Messa del mattino celebrata in Casa Santa Marta. “La preghiera dei fedeli – ha affermato Francesco – cambia la Chiesa: non siamo noi, i Papi, i vescovi, i sacerdoti” a “portare avanti la Chiesa”, ma “sono i Santi”.

Possiamo essere persone di fede e aver smarrito il senso della pietà sotto la cenere del giudizio, delle critiche a oltranza. La storia che racconta la pagina della Bibbia commentata dal Papa ne è un esempio lampante. I protagonisti sono Anna – una donna angosciata per la propria sterilità che supplica in lacrime Dio di donarle un figlio – e un sacerdote, Eli, che la osserva distrattamente da lontano, seduto su un seggio del tempio.

La scena descritta dal libro di Samuele fa prima udire le parole accorate di Anna e poi i pensieri del sacerdote, il quale non riuscendo a udire niente bolla con malevola superficialità il muto bisbiglìo della donna: per lui è solo “un’ubriaca”. E invece, come poi accadrà, quel pianto a dirotto sta per strappare a Dio il miracolo richiesto:
“Anna pregava in cuor suo e si muovevano soltanto le labbra, ma la voce non si udiva. Questo è il coraggio di una donna di fede che con il suo dolore, con le sue lacrime, chiede al Signore la grazia. Tante donne brave sono così nella Chiesa, tante!, che vanno a pregare come se fosse una scommessa… Ma pensiamo soltanto a una grande, Santa Monica, che con le sue lacrime è riuscita ad avere la grazia della conversione di suo figlio, Sant’Agostino. Tante ce ne sono così”.

Eli, il sacerdote, è “un povero uomo” verso il quale, ammette Francesco, “sento una “certa simpatia” perché “anche in me trovo difetti che mi fanno avvicinare a lui e capirlo bene”. “Con quanta facilità – afferma il Papa – noi giudichiamo le persone, con quanta facilità non abbiamo il rispetto di dire: ‘Ma cosa avrà nel suo cuore? Non lo so, ma io non dico nulla…’”. Quando “manca la pietà nel cuore, sempre si pensa male” e non si comprende chi invece prega “col dolore e con l’angoscia” e “affida quel dolore e angoscia al Signore”:
“Questa preghiera l’ha conosciuta Gesù nell’Orto degli Ulivi, quando era tanta l’angoscia e tanto il dolore che gli è venuto quel sudore di sangue. E non ha rimproverato il Padre: ‘Padre, se tu vuoi toglimi questo, ma sia fatta la tua volontà’. E Gesù ha risposto sulla stessa strada di questa donna: la mitezza. Delle volte, noi preghiamo, chiediamo al Signore, ma tante volte non sappiamo arrivare proprio a quella lotta col Signore, alle lacrime, a chiedere, chiedere la grazia”.

Il Papa ricorda ancora la storia di quell’uomo di Buenos Aires che, con la figlia di 9 anni ricoverata in fin di vita, va di notte dalla Vergine di Lujàn e passa la notte aggrappato alla cancellata del Santuario a chiedere la grazia della guarigione. E la mattina dopo, ritornando in ospedale, trova la figlia guarita:
“La preghiera fa miracoli. Anche fa miracoli a quelli che sono cristiani, siano fedeli laici, siano sacerdoti, vescovi che hanno perso la devozione pietà. La preghiera dei fedeli cambia la Chiesa: non siamo noi, i Papi, i vescovi, i sacerdoti, le suore a portare avanti la Chiesa, sono i santi! E i santi sono questi, come questa donna. I santi sono quelli che hanno il coraggio di credere che Dio è il Signore e che può fare tutto”.

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Si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini

1 Timoteo 1-2
1Paolo, apostolo di Cristo Gesù per comando di Dio nostro salvatore e di Cristo Gesù nostra speranza, 2a Timòteo, vero figlio mio nella fede: grazia, misericordia e pace da Dio Padre e da Cristo Gesù Signore nostro.

3Partendo per la Macedonia, ti raccomandai di rimanere a Èfeso perché tu ordinassi a taluni di non insegnare dottrine diverse 4e di non aderire a favole e a genealogie interminabili, le quali sono più adatte a vane discussioni che non al disegno di Dio, che si attua nella fede.5Lo scopo del comando è però la carità, che nasce da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede sincera. 6Deviando da questa linea, alcuni si sono perduti in discorsi senza senso, 7pretendendo di essere dottori della Legge, mentre non capiscono né quello che dicono né ciò di cui sono tanto sicuri.

8Noi sappiamo che la Legge è buona, purché se ne faccia un uso legittimo, 9nella convinzione che la Legge non è fatta per il giusto, ma per gli iniqui e i ribelli, per gli empi e i peccatori, per i sacrìleghi e i profanatori, per i parricidi e i matricidi, per gli assassini, 10i fornicatori, i sodomiti, i mercanti di uomini, i bugiardi, gli spergiuri e per ogni altra cosa contraria alla sana dottrina, 11secondo il vangelo della gloria del beato Dio, che mi è stato affidato.

12Rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio me, 13che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo per ignoranza, lontano dalla fede, 14e così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù.

15Questa parola è degna di fede e di essere accolta da tutti: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io. 16Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Cristo Gesù ha voluto in me, per primo, dimostrare tutta quanta la sua magnanimità, e io fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna.

17Al Re dei secoli, incorruttibile, invisibile e unico Dio, onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen.

18Questo è l’ordine che ti do, figlio mio Timòteo, in accordo con le profezie già fatte su di te, perché, fondato su di esse, tu combatta la buona battaglia, 19conservando la fede e una buona coscienza. Alcuni, infatti, avendola rinnegata, hanno fatto naufragio nella fede; 20tra questi Imeneo e Alessandro, che ho consegnato a Satana, perché imparino a non bestemmiare.

21Raccomando dunque, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, 2per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio. 3Questa è cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro salvatore, 4il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità. 5Uno solo, infatti, è Dio e uno solo anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, 6che ha dato se stesso in riscatto per tutti. Questa testimonianza egli l’ha data nei tempi stabiliti, 7e di essa io sono stato fatto messaggero e apostolo – dico la verità, non mentisco –, maestro dei pagani nella fede e nella verità.

8Voglio dunque che in ogni luogo gli uomini preghino, alzando al cielo mani pure, senza collera e senza polemiche. 9Allo stesso modo le donne, vestite decorosamente, si adornino con pudore e riservatezza, non con trecce e ornamenti d’oro, perle o vesti sontuose, 10ma, come conviene a donne che onorano Dio, con opere buone.

11La donna impari in silenzio, in piena sottomissione. 12Non permetto alla donna di insegnare né di dominare sull’uomo; rimanga piuttosto in atteggiamento tranquillo. 13Perché prima è stato formato Adamo e poi Eva; 14e non Adamo fu ingannato, ma chi si rese colpevole di trasgressione fu la donna, che si lasciò sedurre. 15Ora lei sarà salvata partorendo figli, a condizione di perseverare nella fede, nella carità e nella santificazione, con saggezza.

 

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La Via per la vera Pace

IN CHE CONSISTONO LA STABILITA’ DELLA PACE INTERIORE E IL VERO PROGRESSO SPIRITUALE

  1. O figlio, così ho detto “io vi lascio la pace; vi dono la mia pace; non quella, però, che dà il mondo” (Gv 14,27). Tutti tendono alla pace; non tutti però si preoccupano di ciò che caratterizza la vera pace. La mia pace è con gli umili e i miti di cuore; e la tua pace consisterà nel saper molto sopportare. Se mi ascolterai e seguirai le mie parole, potrai godere di una grande pace. Che farò dunque? In ogni cosa guarda bene a quello che fai e a quello che dici. Sia questa la sola tua intenzione, essere caro soltanto a me; non desiderare né cercare altro, fuori di me; non giudicare mai avventatamente quello che dicono o fanno gli altri e non impicciarti in faccende che non ti siano state affidate. In tal modo potrai essere meno turbato, o più raramente; ché non sentire mai turbamento alcuno e non patire alcuna noia, nello spirito e nel corpo, non è di questa vita, ma è condizione propria della pace eterna.
  2. Perciò non credere di aver trovato la vera pace, soltanto perché non senti difficoltà alcuna; non credere che tutto vada bene, soltanto perché non hai alcuno che ti si ponga contro; non credere che tutto sia perfetto, soltanto perché ogni cosa avviene secondo il tuo desiderio; non pensare di essere qualcosa di grande o di essere particolarmente caro a Dio, soltanto perché ti trovi in stato di grande e soave devozione. Non è da queste cose, infatti, che si distingue colui che ama veramente la virtù; non è in queste cose che consistono il progresso e la perfezione dell’uomo. In che cosa, dunque, o Signore? Nell’offrire te stesso, con tutto il cuore, al volere di Dio, senza cercare alcunché di tuo, nelle piccole come nelle grandi cose, per il tempo presente come per l’eternità; così che tu sia sempre, alla stessa maniera, imperturbabilmente, in atto di ringraziamento, bilanciando bene tutte le cose, le prospere e le contrarie. Quando sarai tanto forte e generoso nella fede che, pur avendo perduta ogni consolazione interiore, saprai disporre il tuo animo a soffrire ancor di più – senza trovare scuse, come se tu non dovessi subire tali e tanto grandi patimenti -; anzi quando mi proclamerai giusto e mi dirai santo qualunque sia la mia volontà, allora sì che tu camminerai nella vera e giusta strada della pace; allora sì che avrai la sicura speranza di rivedere con gioia il mio volto. Se poi arriverai a disprezzare pienamente te stesso, sappi che allora godrai di pace sovrabbondante , per quanto è possibile alla tua condizione di pellegrino su questa terra.

I tre Sacri Cuori