La Preghiera della notte

“Oh Amore Eterno apri le ali della mia piccola anima,

 

donami la forza di poter volare in alto ed arrivare a Te,

 

Tu che sei sempre in attesa di chi in Te vuole abitare,

 

la Croce è alta oh Dio ed io da sola non la raggiungo

 

solleva la mia piccola anima a Te oh Amore,

 

rapiscila in Te e non lasciarla mai più sfuggire

 

che essa solo in Te voglia abitare.

 

Abba nelle Tua misericordia affido l’anima mia,

 

nel Tuo Figlio, Agnello Immolato fammi abitare.

 

Purificati oh Eterna Bontà nel Fuoco del Santo Spirito Consolatore la mia anima

 

perché io la possa offrire a Voi per tutti coloro che alla mia misera preghiera si affidano.

 

Prendete tutta me stessa il mio corpo sia per voi,

 

la mia anima Vi appartenga ed il mio spirito riceva la forza da Voi

 

per rimanere fedele al Vostro Amore, oh Grandissima Trinità Padre, Figlio e Spirito Santo,

 

la mia anima ha sete di Voi e non rimarrà in pace finchè in Voi non riposerà

 

Datemi, se è la Vostra Volontà di abitare nel Costato Trafitto per Amore,

 

oh Amore, fino a quando oh Figlio Unigenito del Padre vivrai così Povero d’amanti.

 

Non lasciare che le ali della mia anima rimangano chiuse

 

ma Tu con Tua Forza aprili perché a Te che sei in alto sulla Croce

 

possa arrivare e riposare in Te.”

 

Amen.

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I Tuoi peccati sono perdonati,perchè hai molto amato!

Luca 7

1 Quando ebbe terminato di rivolgere tutte queste parole al popolo che stava in ascolto, entrò in Cafarnao. 2 Il servo di un centurione era ammalato e stava per morire. Il centurione l’aveva molto caro. 3 Perciò, avendo udito parlare di Gesù, gli mandò alcuni anziani dei Giudei a pregarlo di venire e di salvare il suo servo. 4 Costoro giunti da Gesù lo pregavano con insistenza: «Egli merita che tu gli faccia questa grazia, dicevano, 5 perché ama il nostro popolo, ed è stato lui a costruirci la sinagoga». 6 Gesù si incamminò con loro. Non era ormai molto distante dalla casa quando il centurione mandò alcuni amici a dirgli: «Signore, non stare a disturbarti, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto; 7 per questo non mi sono neanche ritenuto degno di venire da te, ma comanda con una parola e il mio servo sarà guarito. 8 Anch’io infatti sono uomo sottoposto a un’autorità, e ho sotto di me dei soldati; e dico all’uno: Va’ ed egli va, e a un altro: Vieni, ed egli viene, e al mio servo: Fa’ questo, ed egli lo fa».9 All’udire questo Gesù restò ammirato e rivolgendosi alla folla che lo seguiva disse: «Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!». 10 E gli inviati, quando tornarono a casa, trovarono il servo guarito.
11 In seguito si recò in una città chiamata Nain e facevano la strada con lui i discepoli e grande folla. 12 Quando fu vicino alla porta della città, ecco che veniva portato al sepolcro un morto, figlio unico di madre vedova; e molta gente della città era con lei. 13 Vedendola, il Signore ne ebbe compassione e le disse: «Non piangere!». 14 E accostatosi toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Giovinetto, dico a te, alzati!». 15 Il morto si levò a sedere e incominciò a parlare. Ed egli lo diede alla madre. 16 Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi e Dio ha visitato il suo popolo». 17 La fama di questi fatti si diffuse in tutta la Giudea e per tutta la regione.
18 Anche Giovanni fu informato dai suoi discepoli di tutti questi avvenimenti. Giovanni chiamò due di essi 19 e li mandò a dire al Signore: «Sei tu colui che viene, o dobbiamo aspettare un altro?». 20 Venuti da lui, quegli uomini dissero: «Giovanni il Battista ci ha mandati da te per domandarti: Sei tu colui che viene o dobbiamo aspettare un altro?». 21 In quello stesso momento Gesù guarì molti da malattie, da infermità, da spiriti cattivi e donò la vista a molti ciechi. 22 Poi diede loro questa risposta: «Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono sanati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunziata la buona novella. 23 E beato è chiunque non sarà scandalizzato di me!».
24 Quando gli inviati di Giovanni furono partiti, Gesù cominciò a dire alla folla riguardo a Giovanni: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna agitata dal vento? 25 E allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo avvolto in morbide vesti? Coloro che portano vesti sontuose e vivono nella lussuria stanno nei palazzi dei re.26 Allora, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, vi dico, e più che un profeta. 27 Egli è colui del quale sta scritto:
Ecco io mando davanti a te il mio messaggero,
egli preparerà la via davanti
a te.
28 Io vi dico, tra i nati di donna non c’è nessuno più grande di Giovanni, e il più piccolo nel regno di Dio è più grande di lui. 29 Tutto il popolo che lo ha ascoltato, e anche i pubblicani, hanno riconosciuto la giustizia di Dio ricevendo il battesimo di Giovanni. 30 Ma i farisei e i dottori della legge non facendosi battezzare da lui hanno reso vano per loro il disegno di Dio.
31 A chi dunque paragonerò gli uomini di questa generazione, a chi sono simili? 32 Sono simili a quei bambini che stando in piazza gridano gli uni agli altri:
Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato;
vi abbiamo cantato un lamento e non avete pianto!
33 È venuto infatti Giovanni il Battista che non mangia pane e non beve vino, e voi dite: Ha un demonio. 34 È venuto il Figlio dell’uomo che mangia e beve, e voi dite: Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori. 35 Ma alla sapienza è stata resa giustizia da tutti i suoi figli».
36 Uno dei farisei lo invitò a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. 37 Ed ecco una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, venne con un vasetto di olio profumato; 38 e fermatasi dietro si rannicchiò piangendo ai piedi di lui e cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato.
39 A quella vista il fariseo che l’aveva invitato pensò tra sé. «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice». 40 Gesù allora gli disse: «Simone, ho una cosa da dirti». Ed egli: «Maestro, di’ pure». 41 «Un creditore aveva due debitori: l’uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta.42 Non avendo essi da restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi dunque di loro lo amerà di più?». 43 Simone rispose: «Suppongo quello a cui ha condonato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene». 44 E volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e tu non m’hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. 45 Tu non mi hai dato un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi. 46 Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato, ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi. 47 Per questo ti dico: le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco». 48 Poi disse a lei: «Ti sono perdonati i tuoi peccati». 49 Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: «Chi è quest’uomo che perdona anche i peccati?». 50 Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!».

 

Lei è una di quelle là: del lampione e delle lenzuola, degli spasimi e dei compensi, della carne lurida e della corpulenza eccitante: «Non era una bellezza mozzafiato, ma emanava una potente sensualità, dalla massa dei suoi folti capelli corvini allo scatto delle anche quando camminava» (E. Bunker). Una bagascia d’intrigo, «una donna, una peccatrice di quella città» (Lc 7,36-50): tutti a ridere dei matti in piazza, purché non siamo della loro razza. Il Nazareno accetta con gusto l’invito a cena da un fariseo: “Chissà se saprà che onore gli concedo” – medita tra sé Simone. “Chissà se avrà preparato tutto bene” – ribatte tra sé l’invitato, che in quella spavalderia mostra di starci a piacimento: «Entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola». Certe sfide esigono il faccia a faccia.
Nell’attimo in cui la tenda si gonfia, lei è già entrata. Le uova sono già rotte nel paniere, la faccia di Simone è un circo senza biglietto d’ingresso: “Dove va? Che ci fa? Cacciatela immediatamente! Che vergogna: proprio stasera doveva arrivare questa sfaccendata?” La sfaccendata, la poco-di-serio, lascassata del Vangelo. La storia – quella immensa della salvezza, quella minima di ciascuno – non si cambia chiedendo permesso: «Stando dietro, presso i piedi di lui, piangendo, cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo». Quel Predicatore ramingo, giorni addietro, le confidò segreti nobilissimi, piantò in lei il germe di sogni più grandiosi: le pietrescartate diverranno pietre angolari, roba di sostegno. Nessuna pa-rola le aveva così infiammato il cuore: Lei gli ha dato credito, Lui non l’ha abbindolata. Rannicchiata, gli prende i piedi, ne slaccia forse i sandali, li palpa per bene: passa le dita dentro a quelle dei piedi di Lui. Lui, muto, as-seconda e gode. La furia di Simone è cieca, muta e sorda: “Adesso cosa di-ranno gli altri? Diranno che di notte vado con quelle donnacce. Che l’ho invitata io, che sapevo tutto, che potevo mandarla a casa e non l’ho fatto”. La bigiotteria di Simone è roba tarocca, la si riconosce dalla vetrina, tanto fumo e poco arrosto: «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice». Sembrano una muta di cani inselvatichiti, la finta buona creanza di chi se l’è fatta addosso: «Maestro, dì pure!».
Quando il gioco diventa troppo duro per tutti gli altri, è proprio allora che al Cristo inizia a piacere assai:«Vedi questa donna, (Simone)?» La condanna di Simone inizia dalla vista: dover vedere esattamente quello che si voleva a tutti i costi far stare in ombra. Non mi hai dato l’acqua per i piedi, non mi hai dato un bacio, non mi hai profumato il capo. «Vedi questa donna, (Simone)?»: mi ha lavato i piedi, non ha cessato di ba-ciarmi, mi ha cosparso di profumo. Meno male c’è stata lei, Simone. Al-trimenti sarei stato a disagio con voi, stasera. L’assoluzione è piena. Il fatto, un tempo, sussisteva; ora quel fatto non sussiste più: «Ti sono per-donati i tuoi peccati». Il peccato, oltre al suo lordume, porge il van-taggio di guardare Dio con un occhi nuovi, al pari degli artisti: «Il nostro peccato allora diventa quasi un gioiello (…) Si fa i signori, quando si rega-lano i gioielli, e non è sconfitta, ma gioiosa vittoria lasciare vincere Dio» (Papa Francesco). Certe bagasce, in quanto a cortesia, sono più evolute dei farisei.
Nessun nome sta cucito addosso alla donna: solo informazioni-seconde su ciò che poteva essere stata prima d’allora. Informazioni di prima mano, in-vece, su ciò che, all’indomani di quella cena, divenne: l’incubo di Simone, l’orgoglio del Messia, l’incoraggiamento di tanti. Ammonimento: «Ah! Non insultate mai la donna che cade! Chissà sotto quale fardello quella donna cade» (V. Hugo). Più che del peccato, quella fu donna del ritorno: saputo, forse, da una comare della presenza del Guaritore, colse la palla al balzo per tornare a trovarlo. Per ridargli in profumo ciò che, anzitempo, lui le aveva donato: la leggiadria dell’annuncio che nulla era ancora tutto perduto. Era pronta per assaltare il Regno di lassù: nessuna perla si scioglie nel fango. L’ha capito anche Simone, alla fine.

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Chi è Gesù Cristo nel Suo Mistero – Parte Terza

 18. Gesù è chiamato Emmanuele.
19. Gesù Cristo paragonato alla rugiada.
20. Gesù Cristo paragonato ad una perla.
21. Gesù Cristo paragonato alla vite.
22. Gesù Cristo è l’albero della vita.
23. Gesù Cristo paragonato all’aurora.
24. Divinità di Gesù Cristo provata dalle figure.
25. Divinità di Gesù Cristo provata dalle predizioni dei profeti.

18. GESÙ È CHIAMATO EMMANUELE. – «Una vergine concepirà, aveva predetto Isaia, e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele» (ISAI. VII, 14), che vuol dire, Dio con noi, Dio è a noi, Dio ci appartiene.
Dunque l’Emmanuele è Dio con noi, è il Dio forte che combatterà e vincerà il demonio, il mondo, il peccato, la carne ed ogni nemico. L’Emmanuele è l’Ammirabile, il Consigliere, il Dio, il potente, il padre del futuro secolo, il Principe della pace; l’Angelo del gran consiglio, dice Isaia (IX, 6). L’Emmanuele è il Signore altissimo e infinitamente degno di lode, che, si fa piccolo per noi ed infinitamente amabile, L’Emmanuele è il nostro Dio, che ha preparata la terra fin dall’eternità; che spedisce la luce, ed essa va: che la richiama, ed essa obbedisce tremando, dice Baruch. È il Dio che ha collocato le stelle, ciascuna al proprio luogo, che spandono il loro chiarore danzando festose; al suo nome, esse risposero: eccoci; e servono con gioia a lui che le ha create. È lui il nostro Dio, e nessun altro sarà dinanzi a lui. «Dopo ciò, dice il profeta, egli fu visto su la terra, e conversò cogli uomini» (BARUCH III, 38). L’Emmanuele è Gesù Cristo, nostra redenzione, nostro desiderio, nostro amore, il Dio creatore di tutte le cose fatto uomo… L’Emmanuele è il bambino di Betlemme, che adagiato in un presepio regna al tempo stesso in cielo… L’Emmanuele è il Verbo incarnato; è la parola di vita che esistette fin dal principio, dice S. Giovanni, e che noi abbiamo udito con le nostre orecchie, veduto coi nostri occhi, toccato con le nostre mani (I IOANN. I, 1). L’Emmanuele, dice S. Paolo, è il gran mistero della pietà; Dio manifestato nella carne, giustificato nello spirito, scoperto agli angeli, annunziato alle genti, creduto nel mondo, elevato alla gloria (ITim. III, 16). L’Emmanuele è Elohim abitante con noi; è Jehovah divenuto nostro fratello, nostro maestro, nostro amico, nostra guida, nostro medico, nostro sposo, nostra salvezza per l’eternità.
Chi non amerà dunque, o figli di Adamo, questo gran Dio? Deh! amate, abbracciate, adorate il figlio di Maria, assaggiate le dolcezze del vostro Emmanuele, di questo Uomo-Dio, di questo Dio-Uomo, bellissimo tra tutti i figli degli uomini. Gesù Cristo è l’Emmanuele, Dio con noi: 1° realmente e corporalmente nel presepio e su la croce…; 2° nell’augusto Sacramento dell’altare…; 3° per mezzo della sua provvidenza, del suo governo, del suo amore…; 4° per mezzo dei suoi rappresentanti, il Papa, i vescovi, i sacerdoti…; 5° per il santo Vangelo, per la croce…; 6° per il suo aiuto, la sua grazia, i suoi lumi, le sue consolazioni, la sua forza e protezione…

19. GESÙ CRISTO PARAGONATO ALLA RUGIADA. – «Stillate, o cieli, la vostra rugiada» (ISAI. XLV, 8), disse Isaia, sospirando Gesù, con graziosissima figura, ed eccone i tratti di somiglianza: 1° Ignota è l’origine della rugiada, celata e misteriosa è l’incarnazione del Verbo… 2° La rugiada nella sua qualità di puro e sublime vapore, che si risolve in acqua, è espressivo simbolo della verginità di Maria… 3° La rugiada tempera i grandi calori; rende pura e fresca l’atmosfera; alleggerisce e dilata la respirazione negli esseri viventi; Gesù Cristo spegne in noi le arsure della concupiscenza, e ci fa respirare la pura atmosfera della grazia… 4° La rugiada partecipa della terra e del cielo, al quale risale fatta vapore; Gesù Cristo ha in sé la natura umana, ma insieme la divina, e rende divini e celesti i suoi fedeli servi. «Il primo uomo, scrive S. Paolo, formato di terra, è terreno; il secondo uomo, venuto dal cielo, è celeste. Come dunque abbiamo portato l’immagine dell’uomo terreno, portiamo altresì l’impronta dell’uomo celeste» (I Cor. XV, 47-49). 5° La rugiada si posa come benefico succo su le semenze, sui germogli, sulle piante, sui fiori, e li feconda, li vivifica, li nutrisce: similmente Gesù, con la rugiada della sua grazia, feconda, vivifica e rende fertile il mondo, gli infonde nelle vene il succo, che fa produrre dei santi, dei confessori, delle vergini, dei dottori, dei martiri, dei vescovi, dei missionari, dei religiosi, delle spose caste, delle vedove continenti; ed in ogni stato, in ogni vocazione, in ambo i sessi spande a profusione i doni, i favori, i benefizi suoi… 6° La rugiada ricorda la manna, cibo soave e dolce e Gesù Cristo si dà a noi in Cibo nella santa Eucaristia, e come rimedio ai mali dell’anima; egli è quella manna, quel pane disceso dal cielo, quella vivanda degli angeli, che al dire della Sapienza, contiene in sé tutti i sapori (Sap. XVI, 20). E per virtù di questa manna celeste, di questo sacro pane, non solamente noi viviamo e resistiamo alle tentazioni del mondo, del demonio, della carne, ma ci assicuriamo inoltre la vita di gloria nel cielo e risusciteremo. beati per l’eternità… 7° La rugiada ha una certa somiglianza col diamante; l’umanità di Gesù Cristo è un vero diamante divino, che forma l’anello dell’alleanza del Verbo con la sua Chiesa, con l’anima fedele…

20. GESÙ CRISTO PARAGONATO AD UNA PERLA. – La perla, o pietra preziosa, di cui parla S. Matteo (XIII, 45), è Gesù Cristo. Questa perla, piccola per umiltà, è infinitamente preziosa per il valore. Portiamo questa perla, portiamola per corona e per ornamento. Risplenda su la nostra fronte per la fede e per il disprezzo del rispetto umano; appendiamocela alle orecchie per l’obbedienza a Dio, alla Chiesa, ai superiori; fregiamocene il collo e il petto per la carità, le braccia per l’esercizio delle buone opere; mettiamocela nel dito, come anello, per la fedeltà, la purezza, la prudenza; cingiamocene come cintura per la castità; orniamone le nostre vesti per la modestia.

21. GESÙ CRISTO PARAGONATO ALLA VITE. – «Io sono la vera vite», disse Gesù Cristo di se medesimo (IOANN. XV, 1). Ora perché Gesù si paragona piuttosto alla vite che non ad altra pianta? 1° per l’abbondanza dei frutti; 2° per la dolcezza dei medesimi; 3° a cagion del vino…; 4° per la diramazione dei tralci…; 5° il tralcio della vite si piega e si abbassa..:; 6° si maneggia a volontà…; 7° il frutto è messo sotto il torchio. Ora, Gesù Cristo produce i più dolci frutti; è vino che fa germogliare i vergini (ZACH. IX, 17); estende i suoi benefizi a tutti i secoli e in tutti i luoghi; si abbassa fino a noi e compatisce ogni nostra miseria; si è fatto pieghevole fino alla croce; spande dappertutto il delizioso olezzo dei suoi esempi, della sua celeste morale; fu sottoposto al torchio nella sua passione…
«Come il tralcio non produce frutti se non è unito alla vite, così voi, diceva Gesù Cristo agli Apostoli, non produrrete nessun frutto se non starete uniti a me. Io sono la vite, e voi i tralci. Chi è unito con me, e io con lui, questi darà molto frutto: senza di me, voi non potete fare nulla. Chi non sta con me, sarà gettato via come sermento stralciato e seccherà per essere bruciato» (IOANN. XV, 4-6). Con queste parole il Salvatore ci insegna tre cose: 1° con lui possiamo tutto. 2° Per lui abbiamo la grazia e la gloria eterna. 3° Fuori di lui non serviamo a nulla. «Senza Gesù Cristo, dice S. Gerolamo la nostra vita è interamente perduta (Lib. sup. Ioann.)». A quel modo che il sermento trae la vita, il succo e il frutto dalla vite, così il cristiano trae da Gesù Cristo, che è il ceppo, la vita, le buone opere, la salute… «Il tralcio staccato dalla vite non è più buono a nulla, osserva S. Agostino; o se ne sta unito al ceppo, o è gettato ad ardere; se non è con la vite, sarà nel fuoco (Tract. LXXXI, in Ioann.)».

22. GESÙ CRISTO È L’ALBERO DELLA VITA. – Gesù Cristo è il vero albero della vita, trapiantato, per mezzo dell’incarnazione, dal paradiso in terra: di qui poi trasportato di nuovo in cielo, dà alle anime elette la sua visione, il suo possesso, la vita immortale, la gloria, riempiendole del continuo di soavi desideri e saziandole per l’eternità… Gesù Cristo, dice S. Dionigi, è detto l’albero della vita, perché nutrisce in vari modi e abbondantemente i suoi fedeli, fino a tanto che passino dalla vita della grazia alla vita della gloria. Questo cibo è il pane delle lagrime, delle croci, delle, buone opere, i doni della grazia, i conforti della virtù, la speranza del cielo; questo cibo è il pane eucaristico (In Evang. Ioann.). Chi sinceramente e fortemente si abbraccia a Gesù Cristo, sente venire in sé, da quest’albero della vita, la vita incorruttibile..

23. GESÙ CRISTO PARAGONATO ALL’AURORA. – «La venuta di lui è preparata come quella dell’aurora» (OSE, VI, 3), profetava Osea accennando alla nascita di Gesù Cristo, il quale avrebbe dissipato le tenebre dell’ignoranza e del peccato e rischiarato l’umanità con la luce della sua dottrina e della sua santa vita. E a buon diritto egli è paragonato all’aurora, e come Dio e come uomo. 1° Come l’aurora è la prima luce del giorno, così il primo atto di Dio Padre è la generazione eterna di suo Figlio; per quest’aurora s’intende adunque la sua eternità, secondo le parole del Salmista: «Io ti ho generato dal mio seno prima dell’aurora» (CIX, 4); così, il primo atto della nostra redenzione fu la generazione umana e l’incarnazione del Verbo. 2° L’aurora è una mezza luce che va crescendo; Gesù Bambino cresce in età, in sapienza, in grazia dinanzi a Dio ed agli uomini. Gesù cresceva, non interiormente, ma esteriormente, per la sua età, la fama, i miracoli, ecc.; interiormente egli era perfetto fin dal primo istante della sua incarnazione… 3° La luce dell’aurora è purissima, deliziosa e cara agli uomini stanchi delle fitte tenebre di una lunga notte; similmente la venuta di Gesù riuscì preziosissima e fortunatissima per i mortali sepolti da quattro mila anni nelle ombre e nella caliginosa notte della morte.

24. DIVINITÀ DI GESÙ CRISTO PROVATA DALLE FIGURE. – Le vittime dell’antica legge raffiguravano Gesù Cristo che è la vittima della nuova alleanza: vera vittima che fa scomparire tutte le altre le quali non erano che un’ombra. Il bue denotava la forza di Gesù Cristo; la pecora ne rappresentava l’innocenza; il capro ne figurava la forma di peccatore; la colomba il candore, la dolcezza, la sua intima unione con Dio…
Davide che colpisce e atterra Golia è figura di Gesù Cristo che sconfigge e prostra il demonio, l’inferno…
«Io sono come un mansueto agnello condotto al macello» (IEREM. XI, 19), disse di se medesimo que1 Gesù che già dall’origine del mondo era stato figurato come agnello immolato: 1° nel sacrifizio di Abele; 2° nel capro che Abramo immolò in sostituzione d’Isacco…; 3° nell’Agnello pasquale che doveva, essere senza macchia. « La nostra pasqua, diceva l’Apostolo, è il Cristo immolato per noi» (I Cor. V, 7). «L’Agnello ha redento le pecore, canta la Chiesa nella Sequenza pasquale; Gesù Cristo innocente ha riconciliato col Padre i peccatori (Sequent. Victimae)». 4° Gesù Cristo era rappresentato nel sacrifizio perpetuo…
Figura del Cristo era anche il velo del tempio; come questo stava dinanzi al Santo dei Santi e lo celava, così l’umanità di Gesù Cristo nascondeva la sua divinità. Per la carne di Gesù Cristo il cielo è stato aperto, come sollevando il velo si vedeva il Santo dei Santi. Il velo del tempio fu squarciato alla morte di Gesù; e per la morte di lui, per la sua carne lacerata, ci fu dato il cielo.
Gesù Cristo, vero pane disceso dal cielo, vera arca dell’alleanza, adempì tutte le figure; quindi al comparire di lui tutte le figure disparvero.
Anche tutti i più eccellenti personaggi dell’antica legge erano figura del Messia: Abele, Enoch, Noè, Abramo, Isacco, Giacobbe, Giuseppe, Mosè, Giosuè, Sansone, Davide, Salomone, Elia, ecc…

25. DIVINITÀ DI GESÙ CRISTO PROVATA DALLE PREDIZIONI DEI PROFETI. ­Tutte le profezie trovano la spiegazione e l’adempimento in Gesù Cristo; egli è quindi il vero Messia promesso e il Figlio di Dio.
«Non sarà tolto lo scettro da Giuda, né mancherà principe della sua stirpe; fino al giorno in cui venga colui che dev’essere inviato, e che sarà l’aspettato delle genti» (Gen. XLIX, 10). Lo scettro, ossia la potestà del comando, rimase infatti nella casa di Giuda fino intorno ai tempi di Gesù Cristo; quando egli apparve, regnavano su la nazione ebrea principi stranieri: né mai più d’allora in poi la casa d’Israele ebbe principi e duci propri che la reggessero…
Baruch aveva predetto l’incarnazione del Verbo dove, dopo di aver enumerato gli atti della grandezza e della potenza di Dio a pro del popolo giudeo dice: «Dopo ciò fu veduto su la terra ed abitò con gli uomini (BARUCH III, 38).
Il Messia doveva essere giudeo e della stirpe di David. Tutta la Scrittura ribocca delle promesse fatte da Dio a David, a Giacobbe, ad Isacco, ad Abramo; e Gesù Cristo viene in ogni incontro chiamato figliuolo di David…
Isaia aveva predetto che il Messia, l’Uomo-Dio, sarebbe nato da una vergine (VII, 14). Ora, fra i nati di donna Gesù Cristo solo nacque da una vergine…
Secondo Michea, il Messia doveva nascere a Betlemme. (MICH. V, 2). Di questa profezia erano ben istruiti i principi dei sacerdoti, e ad essa appunto si riferirono quando, interrogati da Erode dove sarebbe nato il Cristo, per dare risposta ai Magi, risposero: «a Betlemme di Giuda, poiché così sta scritto nella profezia» (MATTH. II, 5-6). Ora la storia e la tradizione constata che Gesù Cristo nacque il 25 dicembre a Betlemme, in un presepio, dalla Vergine Maria:. Là i Magi lo trovarono e lo adorarono.
Davide predisse che gli abitanti del deserto, i re delle isole e di lontane contrade sarebbero andati a prostrarsi ai piedi del Messia, lo avrebbero adorato, e gli avrebbero offerto preziosi doni (Psalm. LXXI, 9-10). La festa dell’Epifania è monumento perenne del compimento di questa profezia.
Isaia aveva detto, prevedendo la fuga di Gesù in Egitto: «Ecco che il Signore, portato su di leggera nube, entrerà in Egitto, e al suo apparire gli idoli dell’Egitto traballeranno» (XIX, 1). Ora queste parole hanno il loro esatto riscontro e adempimento in quelle di S. Matteo: «L’angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: Lèvati, prendi il bambino e fa madre sua, e fuggì in Egitto, e fèrcati colà fintantochè io te ne dia avviso; perché avverrà che Erode lo cerchi per metterlo a morte. Ed egli svegliatosi prese il bambino e la madre di notte tempo, e si ritirò in Egitto» (II, 13-14).
Troviamo in Geremia casi accennata la strage degli innocenti: «Una voce ha rimbombato, voce di pianto, di lutto, di angoscia, ed è la voce di Rachele che piange inconsolabilmente i suoi pargoli, perché più non sono» (XXXI, 15). Ora il Vangelo di S. Matteo riferendosi appunto a questa profezia, dice: «che Erode, vedendosi deluso dai Magi, si adirò fortemente, e manda a uccidere tutti i fanciulli che erano in Betlemme, e in tutti i suoi confini, dall’età di due anni in giù» (II, 16).
Malachia aveva annunziato che Dio spedirebbe un angelo a preparare la strada al Messia, e che poco dopo la comparsa di quest’angelo, venuto sarebbe nel suo tempio il Dominatore che gli Ebrei stavano aspettando, l’angelo del testamento ch’essi sospiravano (III, 1). Questo angelo promesso da Dio come precursore del Messia, si vede chiaro e spiccato nel Battista, il quale attestava di sé che era «Voce di chi grida nel deserto: Preparate la strada al Signore» (LUC. III, 4). E si noti che Malachia, il quale annunzia prossima la venuta del Messia, è infatti l’ultimo dei profeti.
«Mandate, o Signore, pregava Isaia, l’Agnello dominatore della terra» (XVI, 1). E S. Giovanni Battista addita questo Agnello quando esclama: «Ecco l’Agnello di Dio» (IOANN. II, 29),
Il medesimo profeta Isaia così diceva: «Ecco il vostro Dio: egli verrà proprio in persona e vi salverà. Allora si apriranno gli occhi ai ciechi, e le orecchie ai sordi: lo zoppo correrà come un cervo e si snoderà la lingua ai muti» (XXXV, 4-6). Quando mai e da chi si videro operati tali prodigi, se non da Gesù Cristo? E che altro è la vita di Gesù, narrata nei santi Vangeli, se non una continua sequela di miracoli, una potente dimostrazione dell’avveramento di questa profezia? Basta ricordare la risposta data dal Salvatore all’ambasciata mandatagli dal Battista, mentre era prigioniero di Erode (LUC. VII, 19-22), per esserne del tutto convinti.
«Io manderò, aveva detto Iddio per bocca di Geremia, molti pescatori, i quali pescheranno gli uomini» (XVI, 16), Ora Gesù, dopo di aver eletto per suoi apostoli dei pescatori, dice loro: «Venite dietro di me ed io vi farò pescatori di uomini » (MATTH. IV, 19). E i dodici pescatori prendono il mondo intero, lo traggono fuori dall’oceano dell’errore, del delitto, dell’idolatria, e lo gittano nel mare della verità, della virtù, della grazia, della gloria!…
«Rallegrati e godi, o figlia di Sion, esclama Zaccaria; perché, ecco che il tuo re viene a te, giusto e salvatore; egli sarà povero, quindi verrà cavalcando un’asina e il suo puledro» (IX, 9). Ora chi non vede avverata questa predizione nell’ingresso trionfale di Gesù Cristo in Gerusalemme, narratoci dal Vangelo, e ricordatoci dalla Chiesa nella domenica delle palme?
«Il Signore mi ha chiamato innanzi alla mia nascita, aveva detto Gesù in persona d’Isaia; egli ha manifestato il mio nome prima che uscissi dall’utero di mia madre» (XLIX, I), Orbene, adempì questa parola l’angelo che disse a Giuseppe: Maria, tua sposa, partorirà un figlio, cui porrai nome Gesù (MATTH, I, 21).
L’angelo Gabriele appare a Daniele, e chiaramente gli notifica, anzi fissa l’epoca della venuta di Colui ch’egli chiama il Santo dei Santi, il Cristo-re; determina ancora il tempo della morte di questo Cristo-re, e gli significa che il popolo giudeo sarà rigettato (DAN. IX, 24-26). Tutto fu compito alla lettera, al tempo di Gesù e da Gesù.
Michea proclama le beneficenze e le grandezze di Gesù Cristo, la sua fama, la conversione dei gentili: «Colui che ha da venire, egli dice, starà fermo ed incrollabile, e condurrà il suo gregge con la forza di Jehovah, con la gloria del nome di Jehovah suo Dio; i popoli a lui si convertiranno, perché la sua gloria risplenderà fino agli ultimi confini del mondo. Ed egli sarà la pace» (V, 4-5). Diciannove secoli affermano il compimento di questa profezia…
Quello che è stato rivelato si adempirà a suo tempo, diceva Abacuc, l’ora ne è ancora lontana, ma non v’ingannerà. Se tarda a comparire, aspettalo che verrà sicuramente, e non differirà per sempre (II, 3).
Aggeo prenunzia la presentazione di Gesù al tempio, con quelle parole: «Ecco quel che dice il Signore degli eserciti: Ancora un po’ di tempo, e poi io scuoterò il cielo e la terra, il mare e l’universo. Commoverò i popoli e verrà il Desiderato delle nazioni, e riempirà questo tempio di gloria. La gloria di questo tempio sarà più grande di quella del primo, dice il Signore degli eserciti, ed io darò in questo luogo la pace » (II, 7, 10), Tutto ciò avvenne il giorno in cui Maria e Giuseppe presentarono Gesù bambino al tempio. Poiché trovandosi a quell’ora nel tempio di Gerusalemme il santo vecchio Simeone, a cui lo Spirito Santo aveva promesso che non morrebbe prima di aver veduto il Cristo Signore, non appena gli si presentò Mara col bambinello, tosto lo prese tra le braccia e, pieno di spirito divino e di gioia, sciolse un inno di lode e di ringraziamento a Dio, esclamando: «Adesso lascerai, o Signore, che se ne vada in pace il tuo servo, secondo la tua parola; perché gli occhi miei hanno veduto il Salvatore dato da te; il quale è stato esposto da te al cospetto di tutti i popoli, luce ad illuminare le nazioni, e a gloria di Israele tuo popolo». Anche la profetessa Anna, vecchia di ottantaquattro anni, prese a lodare Dio, e a parlare del bambino a tutti quelli che aspettavano il Messia (Luc. II, 29-39).
Davide aveva notato come segnale per riconoscere il Messia, l’ira, l’odio, e l’unanime persecuzione dei grandi della terra e dei capi del popolo congiurati alla sua rovina (Psalm, II, 2). Manifestissimo ne fu l’adempimento, principalmente nella passione di Gesù Cristo.
Il compito del Messia era, secondo i profeti, quello di assumere sopra di sé i peccati del mondo e soffrirne il castigo e la pena. Ma affinché non rimanesse dubbio intorno alla persona in cui si sarebbe adempito questo decreto divino, ecco che il Signore fa predire ai suoi inspirati quasi tutti i particolari tormenti che doveva patire suo Figlio e talora perfino le più minute circostanze, Chiaro e circostanziato sopra tutti è Isaia, tanto che, al leggerlo, sembra di udire non un profeta, ma un evangelista; e confrontando l’immagine ch’egli ci dipinge del Messia paziente con quella che di Gesù ci lasciarono i testimoni della sua passione; le troviamo identiche. Consultate il capo LIII dal vers, 1 al 12, e vi troverete preveduti gli schiaffi, i pugni, le battiture, gli sputi, le ferite, le lacerazioni che resero il volto e la persona del Redentore così sfigurati, malmenati e pesti, da quasi più non ravvisarvi immagine d’uomo. – Troverete indicate le ingiurie, le bestemmie, gli insulti, gli oltraggi, le beffe, i sarcasmi, i motteggi di cui fu fatto segno, a tal punto che si sarebbe creduto l’ultimo degli uomini, la feccia dei ribaldi, la spazzatura della plebe. – Troverete accennati e l’ingiusto giudizio a cui dovette sottostare e i ladroni tra cui lo crocifissero e il costante silenzio e la prodigiosa mansuetudine da lui conservata così inalterabile da farlo rassomigliare ad un agnello condotto a tosare. – E non è dimenticato l’abbandono in cui è lasciato da tutti, né la corona di spine con cui gli si cinge il capo.
Geremia lamentava che il Cristo sarebbe stato saziato di obbrobri, e fatto scherno della plebe (Lament. III, 30), (Ib. 14). Non è questo l’Eccehomo di Pilato?
Davide, parlando a nome del Messia, aveva predetto che sarebbe stato accusato da falsi testimoni (Psalm. XXVI, 12); che sarebbe stato crudelmente flagellato (Psalm. XXXIV, 15); che l’avrebbe tradito uno dei suoi (Psalm. XL, 9). Zaccaria poi designa la somma di trenta denari che si sarebbe sborsata per mercede al traditore (XI, 12),
Il Savio mette in bocca agli empi che tramano la ruina del giusto, questo discorso: «Tendiamo insidie al giusto, perché egli non è buono per noi, ed è contrario alle opere nostre e rinfaccia a noi i peccati contro la legge, e propala in nostro danno i mancamenti della nostra vita. Si vanta di avere la scienza di Dio, e si dà il nome di Figliuolo di Dio. Egli è diventato il censore dei nostri pensieri. E’ grave cosa per noi anche il solo vederlo, perché la vita di lui non è come quella degli altri, e diverse sono le sue vie. Siamo riputati da lui come gente da nulla, schiva le nostre costumanze come immondezze, e preferisce la fine dei giusti, e si gloria di avere per padre Iddio. Si veda adunque se le sue parole sono vere, e proviamo che cosa sarà di lui e vedremo dov’egli andrà a finire. Perché se egli è vero figliuolo di Dio, questi lo difenderà, e lo salverà dalle mani degli avversari. Proviamolo con le contumelie e coi tormenti per vedere la sua rassegnazione e conoscere qual sia la pazienza. Condanniamolo a morte più obbrobriosa» (Sap. II, 12-20). Potevano forse ritrarsi più al vivo gli Scribi, i Farisei, i principi dei Sacerdoti? non pare di udirli, raccolti a consiglio in casa di Anna e di Caifa, studiare i modi più sicuri per disfarsi del Cristo? non adoperarono forse essi quasi le medesime parole e nel pretorio di Pilato, e nella piazza, chiedendone la crocifissione, e sul Calvario insultando ai suoi patimenti?
«Il Cristo, preannunziava Daniele, sarà messo a morte, e il suo popolo non sarà più suo popolo, perché lo rinnegherà» (IX, 26). Il popolo giudeo compì alla lettera questa profezia allorché disse a Pilato ch’esso non conosceva altri che Cesare, per suo re (IOANN. XIX, 15).
Il Salmista aveva anche detto a nome del Cristo: «Mi forarono le mani e i piedi; mi diedero in cibo del fiele, e per bevanda dell’aceto; si divisero le mie vesti e su la mia tunica gettarono la sorte. Tutti quelli che mi vedevano si facevano beffe di me, e crollando il capo mormoravano sogghignando: Egli si fidò in Dio, or bene questo Dio lo salvi, se può» (Psalm. XXI, 16); (Psalm. LXVIII, 22 (Psalm XXI, 18 (Psalm. XXI, 7-8). Chi non vede qui ritratta la scena del Golgota?
Zaccaria, parlando delle piaghe fatte nelle mani del Cristo dai chiodi, fa rilevare che esse gli erano state fatte dal popolo suo diletto, e vaticina che, morto lui, riconosceranno chi fosse quegli che essi crocifissero (XIII, 6), (XII, 10).
L’agnello pasquale era figura del Cristo; ora Mosè aveva ordinato che si mangiasse senza rompergli osso (Num. IX, 12). Anche questa circostanza si avverò su la croce; perché, mentre ai due ladroni furono, secondo l’usanza, rotte le gambe, prima di levarli dalla croce, a Gesù non furono rotte.
La sepoltura di Gesù. Cristo, l’incorruttibilità del suo corpo nel sepolcro, la sua discesa agli inferni, trovano la loro predizione in quelle parole di Davide (Psalm. XV, 9-10).
Isaia aveva profetizzato che il sepolcro del Cristo sarebbe glorioso (II, 10); certamente per i prodigi che sarebbero avvenuti alla sua risurrezione la quale pure era stata predetta da Davide: «Io mi sono addormentato in profondo sonno e mi sono risvegliato (Psalm. III, 5). Lo stesso profeta aveva pure già fatto cenno dell’ascensione di Gesù Cristo al cielo, corteggiato dalle anime dei patriarchi e dei giusti antichi da lui fatti liberi; e la sua posizione come uomo alla destra di Dio (Id. LXVI, 19), (Id. CIX, 1).
«Io spanderò, aveva detto il Signore per bocca di Zaccaria, lo spirito di grazia e di preghiera su la casa di Davide, su gli abitanti di Gerusalemme» (XII, 10). Dove mai ebbe questa profezia più chiaro e pieno adempimento se non nel ritiro degli apostoli nel cenacolo, e nella discesa dello Spirito Santo il dì della Pentecoste?
Daniele aveva annunziato che il popolo giudeo sarebbe stato riprovato e disperso in punizione di aver messo a morte il Messia; che il tempio sarebbe stato distrutto, la città atterrata, abolito ogni sacrifizio; che la desolazione avrebbe colpito ogni cosa e sarebbe durata per sempre (IX, 26). Dal giorno in cui le aquile di Tito, imperatore romano, sventolarono su le rovine di Gerusalemme fino al presente, tutti i secoli sono testimoni e prove dell’avveramento di questa profezia.
Tutti i profeti vaticinarono la chiamata e la conversione dei gentili al culto del vero Dio, da avverarsi dopo la venuta del promesso Messia. Ecco, per esempio, come Iddio parla al Messia figurato in Isaia: «Non è solo perché tu mi sii ministro nel rialzare il popolo di Giacobbe, nel convertire gli ultimi rampolli di Israele, che io ti ho scelto; ma ancora perché sii luce alle genti, e porti la mia salute fino agli ultimi confini del mondo» (ISAI. XLIX, 6). Ora è scritto degli apostoli, che la loro parola risuonò per tutta la terra, e la voce annunziatrice della religione di Cristo trovò eco nei più remoti angoli del mondo. (Rom. X, 18).
Anche lo stabilimento della Chiesa in seno all’umanità, e la sua eterna durata fu predetta da Daniele con quelle parole: «Nei giorni di quei regni, il Dio del cielo farà sorgere un regno che non sarà più distrutto e il cui impero non passerà mai ad altre mani: anzi, egli atterrerà e consumerà tutti gli altri regni, ed esso rimarrà in piedi eternamente» (II, 44).
I profeti non predissero solamente che la Chiesa si sarebbe stabilita su le rovine della Sinagoga e dell’idolatria, ma prenunziarono ancora che in vece degli antichi sacrifizi, i quali si potevano offrire nel solo tempio di Gerusalemme, si offrirebbe in tutti i luoghi da un capo all’altro del mondo, un ostia pura e santa (MALACH. I, 10-11).
Ora qual altro sacrifizio si vide nel mondo, dopo la morte di Gesù Cristo, se non il sacrifizio dell’altare? Non è forse la vittima eucaristica immolata e offerta a Dio in tutte le età, in tutti i luoghi della terra?
Tutte le profezie furono adunque adempiute con la nascita, con la vita, con la morte di Gesù Cristo; esse dunque si riferivano al Messia e annunziavano il Figliuolo di Dio. Perciò il Redentore, sfidando la mala fede degli Ebrei, diceva loro: «Studiate le Scritture, esse vi testimonieranno di me» (IOANN. V, 39). Ah sì! chi legge e medita attentamente la Scrittura, vi trova Gesù Cristo in tutto, ora visibile nel compimento dei fatti, ora celato sotto le figure e le ombre…

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La morte è stata ingoiata per la Vittoria!

1Corinzi 15

1 Vi rendo noto, fratelli, il vangelo che vi ho annunziato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi, 2 e dal quale anche ricevete la salvezza, se lo mantenete in quella forma in cui ve l’ho annunziato. Altrimenti, avreste creduto invano!
3 Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, 4 fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, 5 e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. 6 In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. 7 Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. 8 Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto. 9 Io infatti sono l’infimo degli apostoli, e non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. 10 Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me. 11 Pertanto, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto.
12 Ora, se si predica che Cristo è risuscitato dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non esiste risurrezione dei morti? 13 Se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato! 14 Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede. 15 Noi, poi, risultiamo falsi testimoni di Dio, perché contro Dio abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato Cristo, mentre non lo ha risuscitato, se è vero che i morti non risorgono. 16 Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto;17 ma se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati. 18 E anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti. 19 Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini.
20 Ora, invece, Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti. 21 Poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti; 22 e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo. 23 Ciascuno però nel suo ordine: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo; 24 poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato e ogni potestà e potenza. 25 Bisogna infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. 26 L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte, 27 perché ogni cosa ha posto sotto i suoi piedi. Però quando dice che ogni cosa è stata sottoposta, è chiaro che si deve eccettuare Colui che gli ha sottomesso ogni cosa. 28 E quando tutto gli sarà stato sottomesso, anche lui, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti.
29 Altrimenti, che cosa farebbero quelli che vengono battezzati per i morti? Se davvero i morti non risorgono, perché si fanno battezzare per loro? 30 E perché noi ci esponiamo al pericolo continuamente? 31 Ogni giorno io affronto la morte, come è vero che voi siete il mio vanto, fratelli, in Cristo Gesù nostro Signore! 32 Se soltanto per ragioni umane io avessi combattuto a Efeso contro le belve, a che mi gioverebbe? Se i morti non risorgono,mangiamo e beviamo, perché domani moriremo. 33 Non lasciatevi ingannare: «Le cattive compagnie corrompono i buoni costumi». 34 Ritornate in voi, come conviene, e non peccate! Alcuni infatti dimostrano di non conoscere Dio; ve lo dico a vostra vergogna.
35 Ma qualcuno dirà: «Come risuscitano i morti? Con quale corpo verranno?». 36 Stolto! Ciò che tu semini non prende vita, se prima non muore; 37 e quello che semini non è il corpo che nascerà, ma un semplice chicco, di grano per esempio o di altro genere. 38 E Dio gli dà un corpo come ha stabilito, e a ciascun seme il proprio corpo.39 Non ogni carne è la medesima carne; altra è la carne di uomini e altra quella di animali; altra quella di uccelli e altra quella di pesci. 40 Vi sono corpi celesti e corpi terrestri, ma altro è lo splendore dei corpi celesti, e altro quello dei corpi terrestri. 41 Altro è lo splendore del sole, altro lo splendore della luna e altro lo splendore delle stelle: ogni stella infatti differisce da un’altra nello splendore. 42 Così anche la risurrezione dei morti: si semina corruttibile e risorge incorruttibile; 43 si semina ignobile e risorge glorioso, si semina debole e risorge pieno di forza; 44 si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale.
Se c’è un corpo animale, vi è anche un corpo spirituale, poiché sta scritto che 45 il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma l’ultimo Adamo divenne spirito datore di vita. 46 Non vi fu prima il corpo spirituale, ma quello animale, e poi lo spirituale. 47 Il primo uomo tratto dalla terra è di terra, il secondo uomo viene dal cielo.48 Quale è l’uomo fatto di terra, così sono quelli di terra; ma quale il celeste, così anche i celesti. 49 E come abbiamo portato l’immagine dell’uomo di terra, così porteremo l’immagine dell’uomo celeste. 50 Questo vi dico, o fratelli: la carne e il sangue non possono ereditare il regno di Dio, né ciò che è corruttibile può ereditare l’incorruttibilità.
51 Ecco io vi annunzio un mistero: non tutti, certo, moriremo, ma tutti saremo trasformati, 52 in un istante, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba; suonerà infatti la tromba e i morti risorgeranno incorrotti e noi saremo trasformati. 53 È necessario infatti che questo corpo corruttibile si vesta di incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta di immortalità.
54 Quando poi questo corpo corruttibile si sarà vestito d’incorruttibilità e questo corpo mortale d’immortalità, si compirà la parola della Scrittura:
La morte è stata ingoiata per la vittoria.
55 Dov’è, o morte, la tua vittoria?
Dov’è, o morte, il tuo pungiglione
?
56 Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la legge. 57 Siano rese grazie a Dio che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo! 58 Perciò, fratelli miei carissimi, rimanete saldi e irremovibili, prodigandovi sempre nell’opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore.

 

Collocazione del brano
La liturgia salta il capitolo 14 di 1Corinti nel quale si ribadisce l’importanza dei carismi in base all’utilità che essi hanno per la comunità. Leggiamo invece il capitolo 15 che parla della resurrezione di Cristo e di tutti i morti. Purtroppo quest’anno il Tempo Ordinario prima di Quaresima è molto breve e del capitolo 15 potremo leggere solo questa introduzione in cui Paolo dà i fondamenti di tutta la sua trattazione.
Poiché vi erano pareri contrastanti riguardo la sorte di coloro che erano già morti e la loro partecipazione alla salvezza di Cristo, Paolo parte da un dato comune tra lui e i credenti di Corinto: il Vangelo di Cristo, il fondamento della fede.

Lectio
1Vi proclamo, fratelli, il Vangelo che vi ho annunciato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi
Paolo inizia il confronto con i Corinti ponendo subito tra sé e loro la realtà del Vangelo. E’ ciò che unisce in una comune adesione l’apostolo e la sua comunità. Ma, ancor più profondamente è ciò che caratterizza la fede di entrambe, il fondamento di qualsiasi discorso sulla risurrezione dei morti. Questo è il Vangelo che Paolo ha annunciato ai Corinti. Costoro lo hanno accolto e in esso si sono rafforzati nella fede.

2e dal quale siete salvati, se lo mantenete come ve l’ho annunciato. A meno che non abbiate creduto invano!
Questo Vangelo porta alla salvezza, purché non venga manipolato, piegato a interpretazioni di parte. Per preservarlo nella sua genuinità è stato formulato in modo rigoroso e immutabile. Non si tratta certo di imbalsamare la Parola di Dio, anzi è in gioco la viva realtà del Vangelo accolta con fede, espressa con parole, oggetto di confessione e di predicazione.

3A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture
Paolo ci tiene a sottolineare di non aver inventato lui questo Vangelo, ma di averlo ricevuto dalla tradizione apostolica e di averlo custodito con fedeltà. In questo versetto comincia una professione di fede molto arcaica che condensa in poche righe il messaggio di salvezza. Con tutta probabilità tale professione di fede è stata formulata dalla comunità di Antiochia e risale agli anni quaranta.
Si articola in quattro brevi frasi, di cui due sono più importanti e vengono specificate da quelle secondarie. La prima, importante la troviamo in questo versetto 3: Cristo morì per i nostri peccati secondo la Scritture. La morte e la risurrezione di Cristo hanno un profondo significato nella storia della salvezza intessuta da Dio con l’umanità. Infatti è morto per i nostri peccati, questo sottolinea il valore salvifico della morte di Gesù. In forza della morte di Cristo i credenti ottengono il perdono e la riconciliazione. Secondo le Scritture: gli eventi della morte e risurrezione non sono casuali, ma rientrano nel progetto divino salvifico preannunziato dai profeti.

4e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici.
La specificazione e che fu sepolto intende sottolineare la realtà della morte. La sepoltura costituisce il sigillo posto sulla fine irrimediabile del crocifisso. La seconda affermazione importante è quella della resurrezione, con il dato tradizionale del terzo giorno. Segue il richiamo alle apparizioni a Cefa, cioè a Pietro e ai Dodici, che introduce nell’avvenimento che è più importante nella testimonianza apostolica. La risurrezione di Gesù diventa realtà storica soltanto nelle esperienze dei testimoni. Il risorto si è fatto presente con la sua gloria nella vita di questi uomini. Come tale diviene oggetto di predicazione e di adesione di fede.

6In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. 7Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. 8Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto.
Alle apparizioni a Pietro e ai Dodici, testimoniate anche altrove nel NT, egli fa seguire un elenco di altri beneficiari: cinquecento fratelli, e a Giacomo. Giacomo, detto anche fratello del Signore, era uno dei capi della comunità cristiana di Gerusalemme. Di lui si parla in Gal 1,19. Delle apparizioni a questi personaggi non sappiamo niente. Poi è apparso agli apostoli e infine anche a Paolo stesso. Non abbiamo racconti di apparizioni di Gesù a Paolo, se non di quella sulla strada di Damasco. Egli classifica la sua esperienza come l’ultima e parla di sé come di un feto abortito. Era un’espressione alquanto ingiuriosa e può darsi sia stata usata nei suoi riguardi dai suoi avversari.

9Io infatti sono il più piccolo tra gli apostoli e non sono degno di essere chiamato apostolo perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. 10Per grazia di Dio, però, sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana. Anzi, ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me.
Paolo continua a parlare di se stesso, ritenendosi degno di quella espressione ingiuriosa, in quanto ex persecutore della Chiesa di Dio. Il fatto di essere ora apostolo è pura grazia. Nessun merito da parte sua. Per questo si pone all’ultimo posto nella graduatoria degli apostoli. Però il suo lavoro di missionario impegnato nella predicazione lo pone al di sopra di tutti gli altri apostoli. La grazia di Dio non è stata inefficace in lui. Quindi Paolo gioca sull’antitesi tra ciò che egli è per natura e ciò che è diventato per grazia. Egli al tempo stesso si umilia e si innalza.

11Dunque, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto.
Con la presentazione di se stesso e del suo posto all’interno del gruppo degli apostoli termina dunque questa introduzione al discorso sulla resurrezione. Egli ha posto in chiaro l’autorità della sua parola, pur essendo l’ultimo fa comunque parte degli apostoli. Ha ricordato anche le linee essenziali del vangelo da lui annunciato e che i Corinti hanno accolto. Un vangelo che non si è inventato da solo, ma che a sua volta ha ricevuto e trasmesso in modo fedele. In quest’ultima frase si nota il plurale: sia io che loro predichiamo. Quindi non c’è modo di mettere in dubbio la veridicità delle sue parole.

Meditiamo
– Chi mi ha annunciato il Vangelo? Vi ho aderito fermamente o sono ancora vacillante nella fede?
– Quali sono gli elementi fondamentali del Vangelo? Ci penso mai?
– Mi è mai capitato di annunciare il Vangelo, con le parole o con i fatti? In quale modo?

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Frammenti di Cielo sulla Preghiera

S.  Agostino ha detto:

“Nutri la tua anima con la lettura biblica: essa ti preparerà un banchetto spirituale”.

“La preghiera muore, quando il desiderio si raffredda”.

S. Tommaso d’Aquino ha detto:

“La preghiera non viene presentata a Dio per fargli conoscere qualcosa che Egli non sa, ma per spingere verso Dio l’animo di chi prega.”

S. Girolamo ha detto:

“Chi è assiduo nella lettura della Parola di Dio, quando legge si affatica, ma in seguito è felice perché gli amari semi della lettura producono in lui i dolci frutti.

“Studiamo ora che siamo sulla terra quella Realtà la cui conoscenza resterà anche quando saremo in cielo”.

“Preghi? Sei tu che parli allo Sposo. Leggi? E’ lo Sposo che parla a te”.

S. Ignazio di Loyola ha detto:

“Pregare è seguire Cristo che va tra gli uomini, quasi accompagnandolo”.

S. Caterina da Bologna ha detto:

La preghiera è l’estatica contemplazione dell’ Altissimo, nella sua infinita bellezza e bontà: uno sguardo semplice e amoroso su Dio”.

S. Giovanni Crisostomo ha detto:

“L’uomo che prega ha le mani sul timone della storia”.

S. Giovanni Damasceno ha detto:

“La preghiera è un’elevazione della mente a Dio”.

S. Ignazio d’Antiochia ha detto:

Procurate di riunirvi più frequentemente per il rendimento di grazie e per la lode a Dio. Quando vi radunate spesso le forze di satana sono annientate ed il male da lui prodotto viene distrutto nella concordia della vostra fede.

S. Bernardo di Chiaravalle ha detto:

“I tuoi desideri gridino a Dio. la preghiera è una pia tensione del cuore verso Dio.”

Tertulliano ha detto:

L’unico compito della preghiera è richiamare le anime dei defunti dallo stesso cammino della morte, sostenere i deboli, curare i malati, liberare gli indemoniati, aprire le porte del carcere, sciogliere le catene degli innocenti. Essa lava i peccati, respinge le tentazioni, spegne le persecuzioni, conforta i pusillanimi, incoraggia i generosi, guida i pellegrini, calma le tempeste, arresta i malfattori, sostenta i poveri, ammorbidisce il cuore dei ricchi, rialza i caduti, sostiene i deboli, sorregge i forti. (L’orazione, cap. 29)

Charles de Focauld ha detto:

“Bisogna lodare Dio. Lodare è esprimere la propria ammirazione e nello stesso tempo il proprio amore, perchè l’amore è inseparabilmente unito ad un’ammirazione senza riserve.

Dunque, lodare significa struggersi ai suoi piedi in parole di ammirazione e d’amore. Significa ripe-tergli che Egli è infinitamente perfetto, infinitamente amabile, infinitamente amato.

Significa dirgli che Egli è buono e che l’amiamo”.

Maestro Eckhart ha detto:

“Perchè preghiamo?.. Perchè Dio nasca nell’anima e l’anima rinasca in Dio…Un essere tutto intimo, tutto raccolto ed uno in Dio: questa è la Grazia, questo significa “Iddio con te”.

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Chi era Barabba

Barabba

 
Barabba
Personaggio del Nuovo Testamento
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Non costui, ma Barabba!. Illustrazione daThe Bible and its Story Taught by One Thousand Picture Lessons, 1910
Morte I secolo
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Il Sinedrio, avendo dichiarato Gesù reo di morte (cfr. Mt 26,66) in quantobestemmiatore, ma avendo perduto il diritto di mettere a morte (cfr. Gv18,31), consegna Gesù ai Romani accusandolo di rivolta politica (cfr. Lc23,2), cosa che lo metterà alla pari con Barabba accusato di “sommossa” (Lc 23,19).
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(Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 596)

Barabba († I secolo) è il criminale di cui i giudei chiesero a Pilato la scarcerazione, ottenendo la crocifissione di Gesù (Mt 27,15-26; Mc 15,6-15; Lc 23,13-25; Gv 18,39-40).Il nome, che è aramaico, significa “figlio del padre” o “figlio del maestro”[1]. L’ortografia nel testo greco dei Vangeli è incerta.

I dati evangelici

Barabba era in carcere al tempo della Pasqua ed era considerato un “carcerato famoso” (Mt 27,16); Marco specifica il motivo della detenzione: apparteneva al gruppo dei “ribelli che nella rivolta avevano commesso un omicidio” (15,7).

L’usanza giudaica (Gv 18,39) di rilasciare un prigioniero in occasione della Pasqua ebraica, accennata da Pilato, non è nota da altre fonti sacre o israelite. Lc 23,17 sembra alludere a un privilegio concesso dai romani che, come i greci, avevano simili usi. Il fatto che Pilato ricorre come ultimo espediente a contrapporre Gesù a Barabba per ottenere la liberazione del primo testimonia la qualità abietta del secondo. Ma l’intento fallì (At 3,14: Barabba fu graziato, su richiesta del popolo istigato daisadducei e dagli anziani, e continuò forse la sua vita torbida, entrando in una cornice di leggenda, divulgata da qualche testoapocrifo.

Il nome: Barabba o Gesù Barabba?

In pochi codici evangelici di scarsa autorità e nelle versioni armena e georgiana il personaggio è chiamato “Gesù (il) Barabba” in Mt 27,16-17. Secondo tale variante, già nota a Origene, e attestata dal codice maiuscolo Q, da un gruppo di minuscoli, f1 e700, e da una versione siriaca, “Barabba” sarebbe un soprannome del nome Gesù, peraltro comunissimo all’epoca.

La lezione “Gesù (il) Barabba” è ritenuta più difficile di quella che legge semplicemente “Barabba”[2], e quindi andrebbe preferita in base ai criteri usuali della critica testuale.

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Guai agli scribi e ai farisei ipocriti!

Matteo 23

1 Allora Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: 2 «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. 3 Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno.4 Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito. 5 Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filattèri e allungano le frange; 6 amano posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe 7 e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare “rabbì” dalla gente. 8 Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. 9 E non chiamate nessuno “padre” sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. 10 E non fatevi chiamare “maestri”, perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo. 11 Il più grande tra voi sia vostro servo; 12 chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato.
13 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini; perché così voi non vi entrate, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrarci. 14 .
15 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che percorrete il mare e la terra per fare un solo proselito e, ottenutolo, lo rendete figlio della Geenna il doppio di voi.
16 Guai a voi, guide cieche, che dite: Se si giura per il tempio non vale, ma se si giura per l’oro del tempio si è obbligati. 17 Stolti e ciechi: che cosa è più grande, l’oro o il tempio che rende sacro l’oro? 18 E dite ancora: Se si giura per l’altare non vale, ma se si giura per l’offerta che vi sta sopra, si resta obbligati. 19 Ciechi! Che cosa è più grande, l’offerta o l’altare che rende sacra l’offerta? 20 Ebbene, chi giura per l’altare, giura per l’altare e per quanto vi sta sopra; 21 e chi giura per il tempio, giura per il tempio e per Colui che l’abita. 22 E chi giura per il cielo, giura per il trono di Dio e per Colui che vi è assiso.
23 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima della menta, dell’anèto e del cumìno, e trasgredite le prescrizioni più gravi della legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. Queste cose bisognava praticare, senza omettere quelle. 24 Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello!
25 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pulite l’esterno del bicchiere e del piatto mentre all’interno sono pieni di rapina e d’intemperanza. 26 Fariseo cieco, pulisci prima l’interno del bicchiere, perché anche l’esterno diventi netto!
27 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all’esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume. 28 Così anche voi apparite giusti all’esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità.
29 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che innalzate i sepolcri ai profeti e adornate le tombe dei giusti, 30 e dite: Se fossimo vissuti al tempo dei nostri padri, non ci saremmo associati a loro per versare il sangue dei profeti;31 e così testimoniate, contro voi stessi, di essere figli degli uccisori dei profeti. 32 Ebbene, colmate la misura dei vostri padri!
33 Serpenti, razza di vipere, come potrete scampare dalla condanna della Geenna? 34 Perciò ecco, io vi mando profeti, sapienti e scribi; di questi alcuni ne ucciderete e crocifiggerete, altri ne flagellerete nelle vostre sinagoghe e li perseguiterete di città in città; 35 perché ricada su di voi tutto il sangue innocente versato sopra la terra, dal sangue del giusto Abele fino al sangue di Zaccaria, figlio di Barachìa, che avete ucciso tra il santuario e l’altare.36 In verità vi dico: tutte queste cose ricadranno su questa generazione.
37 Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto! 38 Ecco: la vostra casa vi sarà lasciata deserta! 39 Vi dico infatti che non mi vedrete più finché non direte: Benedetto colui che viene nel nome del Signore!».

 

Gesù paragona scribi e farisei del suo tempo a dei sepolcri imbiancati. Chi si accosta ad un sepolcro, lo vede bello al di fuori, adorno di fiori, luci, ceri e altre cose. Questo è però ciò che appare. Il visibile. Dentro vi sono marciume e ossa di morti. Il Vangelo secondo Luca contiene una espressione ancora più eloquente. È bene ricordarla.

Mentre stava parlando, un fariseo lo invitò a pranzo. Egli andò e si mise a tavola. Il fariseo vide e si meravigliò che non avesse fatto le abluzioni prima del pranzo. Allora il Signore gli disse: «Voi farisei pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma il vostro interno è pieno di avidità e di cattiveria. Stolti! Colui che ha fatto l’esterno non ha forse fatto anche l’interno? Date piuttosto in elemosina quello che c’è dentro, ed ecco, per voi tutto sarà puro. Ma guai a voi, farisei, che pagate la decima sulla menta, sulla ruta e su tutte le erbe, e lasciate da parte la giustizia e l’amore di Dio. Queste invece erano le cose da fare, senza trascurare quelle. Guai a voi, farisei, che amate i primi posti nelle sinagoghe e i saluti sulle piazze. Guai a voi, perché siete come quei sepolcri che non si vedono e la gente vi passa sopra senza saperlo» (Lc 11,37-44).

Chi anticamente toccava un sepolcro diveniva impuro. Era obbligato a delle prescrizioni secondo la Legge per ritornare nel suo stato di purità rituale. Chi tocca un sepolcro invisibile, rimane impuro, vive da impuro e neanche lo sa. Questa la pericolosità di scribi e di farisei. Contaminavano il popolo del Signore con il putridume del loro pensiero e della loro falsa moralità e nessuno ne era a conoscenza. Si veniva infettati di falsa religione, falsa moralità, falsa conoscenza di Dio e ognuno credeva di far cosa gradita al Signore. La responsabilità di scribi e farisei è grande dinanzi a Dio.

Gesù non vuole che i suoi discepoli siamo sepolcri invisibili per la gente, per il mondo intero. Li vuole puri nel cuore, nei pensieri, nella mente, nello spirito, nell’anima. Questa purità interiore si acquisisce vivendo con somma fedeltà ogni sua Parola. Chi omette di vivere la Parola all’istante si trasforma in un sepolcro invisibile. Contamina il mondo di falsità, menzogna, inganno, immoralità ed esso neanche se ne accorge. Non lo sa. È questo il male di ieri, ma anche di oggi. È il male di chi cura le cose esteriori, mentre non si dà alcuna pena per curare il suo spirito e la sua anima.

Un giorno la Vergine Maria rimproverò il suo popolo attraverso una sua serva fedele e obbediente ad ogni suo comando, mentre veniva celebrata una solennissima festa in suo onore. Le sue parole meritano molta attenzione e accoglienza da parte nostra: “Mi abete vestito a festa. Avete abbellito la mia effigie. Mi avete fatto indossare abiti di lusso. Preferisco stracci in cambio del vostro cuore”. Gli abiti su di me scintillano, brillano, destano meraviglia. Il vostro cuore invece è marcio. Non vi è verità in esso e né amore. Esso è un cuore di peccato. Celebrate la mia festa, ma solo esteriormente. Non siete tornati a me. I vostri canti, le vostre celebrazioni sono stupende. Manca solo il vostro cuore. Io – dice la Madre di Gesù – è con il vostro cuore santo che intendo vestire il mio corpo. Siete voi la mia veste più bella. È facile costruire una religione di apparenze, di cose esteriori. È facile consegnarsi anche a delle opere. Difficile è impegnarsi a cambiare il cuore. Per questo urge la potenza dello Spirito Santo. Urge la volontà di osservare la Legge del Signore. Urge il desiderio di cambiare radicalmente vita. Urge il nostro ritorno a Dio. Meglio un luogo di culto in rovina con cuori nuovi, che un tempio scintillante con cuori imputriditi e incancreniti nel marciume spirituale. Vivere la missione con il cuore marcio, è inquinare di marciume il mondo intero.

Vergine Maria, Madre della Redenzione, Angeli, Santi, fateci discepoli dal cuore puro.

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La casa di Maria ad Efeso

Storia, leggende, tradizioni e  visioni mistiche sulla casa di Maria ad Efeso

A nove km a sud di Efeso, su un fianco dell’antico monte Solmisso, circondata da una folta vegetazione si erge una piccola cappella conosciuta come casa della Madre Maria (Meryem Ana). Preceduta da un vestibolo risalente al VII secolo, la piccola costruzione termina con un’abside mantenuta nel suo stato primitivo (sec. IV). La parte centrale fu trasformata in cappella in epoca imprecisata. Sulla base delle ricerche archeologiche condotte pare comunque che essa – almeno nelle sue fondamenta – risalga al I secolo d.C. Negli scavi iniziati nel 1898 entro la casa, sono venuti alla luce pezzi di marmo annerito dell’antico pavimento e fuliggine indurita.
Le ricerche dinanzi al piccolo edificio hanno altresì portato alla scoperta di tre tombe, due delle quali contenenti uno scheletro completo con il capo orlentato verso la cappella e con delle monete di Costante (t 350), di Anastasio I (t 518) e di Giustiniano (t 565) nelle mani. Tutt’intorno alla piccola Chiesa, e soprattutto sul lato nord, gli scavi hanno portato alla luce una grande quantita’ di ossa e resti di ceramiche ellenistiche (ancora in uso nel I secolo d.C.), romane (I – II sec. d.C.): il che proverebbe una permanenza di abitato in questo tempo.
Ulteriori ricerche inducono a ritenere che in questa zona, in epoca bizantina, esistesse un monastero avente per centro proprio Meryem Ana. L’interesse archeologico di questo luogo risale agli ultimi anni del secolo scorso. Sulla base di alcune visioni di Caterina Emmerich (1774-1824), una mistica tedesca che descrisse al suo confessore Clemens Brentano momenti e luoghi della vita di Maria, Si intrapresero delle ricerche lasciandosi orientare in esse da quanto la suora tedesca aveva visto e descritto.

Nell 1891 dei Padri Lazzaristi, residenti a Smirne, trovarono la supposta abitazione della Vergine in concordanza con la descrizione offerta dalla Emmerich: la casa in rovina, la sua collocazione sul pendio del monte, ed il mare di fronte. Da quel momento la casa della Madonna e’ divenuta centro di pellegrinaggi, tanto di cristiani che di musulmani, eppure già in precedenza un gruppo di contadini ortodossi (Kirkindjiotes = di oggi Şirince), abitanti in un villaggio a 17 km di distanza, aveva l’usanza, ricevuta dai loro padri, di recarsi a Meryem Ana tutti gli anni nel giorno dell’Assunta. Sulla presenza di Maria ad Efeso, le fonti scritte del cristianesimo primitivo non forniscono indicazioni. Il fatto, però, che al momento della crocifissione Cristo abbia affidato sua madre all’apostolo Giovanni, il quale « da quel momento la prese in casa sua » (Gv 19, 27), risulta significativo.  Si sa, infatti, che l’apostolo risiedette per un certo tempo ad Efeso. Alla sua presenza in questa citta’ fanno riferimento Ireneo, Policarpo, Policrate (che accenna anche alla sua tomba), Ippolito, Clemente, Origene… Tutti costoro,pero’, non accennano mai ad un possibile soggiorno di Maria ad Efeso. Egual silenzio si riscontra nei testi apocrifi dei primi secoli.  Mosso da preoccupazioni d’ordine dottrinale e forte di questo silenzio, il vescovo EPIFANIO di Salamina (305-403) giunge anzi ad affermare che Maria « non e’ mai vissuta con Giovanni ad Efeso» (Panarion, 78, 11). A questa affermazione si contrappongono tuttavia alcuni elementi: anzitutto l’esistenza d’una basilica ad Efeso risalente al tempo di Costantino e l’unica – pare – che fosse allora dedicata alla Vergine. Non e’ meno significativo che proprio in questa chiesa si sia svolto nel 431 il conciho che affermo’ solennemente la divina maternita’ di Maria. Infine, un recente studio (non pubblicato) condotto da Paul Paret su tutti i manoscritti greci e latini del concilio efesino presenti nella biblioteca vaticana, con una certa garanzia giunge a concludere che nella lettera di deposizioni di Nestorio, indirizzata dai padri conciliari al clero di Costantinopoli, vera una esplicita menzione della permanenza di Giovanni e di Maria ad Efeso, almeno per un certo tempo.

FONTE: La Theotokos

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Il Paradiso esiste, e ci attende!

ESISTENZA DEL PARADISO

Sacra Scrittura

Esiste davvero il Paradiso? Sì, con certezza assoluta, perché ce lo afferma la parola infallibile di Dio e ce lo conferma la ragione.
S. Agostino afferma che la Sacra Scrittura ci parla ben 400 volte del Paradiso esortandoci a conseguirlo. Se non ci fosse il Paradiso l’intera vita di Gesù non avrebbe alcun senso, perché tutta la sua esistenza terrena, il suo insegnamento, la sua passione e morte e la sua resurrezione non ebbero altro scopo che redimerci dal peccato e riacquistarci il Paradiso.
Quasi a ogni pagina del Vangelo, Gesù ci parla del «Cielo,,, di «vita eterna», di «regno dei cieli», di «corona di gloria», di «banchetto nuziale», ecc., tutte espressioni che indicano il Paradiso. Qualche citazione:
1) (Mat. 19,16-21). Un giovane si accostò a Gesù e gli disse: Maestro che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna? Egli rispose: Se vuoi entrare nella vita, osserva i Comandamenti… Il giovane gli disse: Ho sempre osservato queste cose, che mi manca ancora? Gesù gli disse: Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro in Cielo; poi vieni e seguimi.
2) (Mat. 20,1-7). Gesù, per incoraggiare tutti ad andare in Paradiso, narrò la parabola degli operai. Un padrone uscì di buon mattino in cerca di operai per la sua vigna. Trovatili, pattuì con loro la paga del giorno. Uscì di nuovo all’ora terza (ore 9), poi all’ora sesta (ore 12), e poi all’ora nona (ore 15) e trovati degli uomini sfaccendati li mandò a lavorare nella sua vigna. Verso il tramonto, un’ora prima cioè che finisse il lavoro, mandò ancora altri operai alla sua vigna. Alla fine del la giornata tutti ricevettero la paga.
Questa parabola significa che il Paradiso non è ri servato solo a coloro che si rimettono sulla buona strada nella gioventù, o nella maturità, o nella vecchiaia, ma anche a coloro che, negli ultimi momenti della loro vita, si pentono del male fatto e ritornano a Dio, come accadde al ladrone pentito, allorché Gesù, dall’alto della croce, gli disse (Lc. 23,43): Oggi sarai con me in Paradiso.
3) Gesù, parlando del Giudizio Universale alla fine del mondo, dice (Mat. 25,3 1-46): «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi Angeli, si siederà sul trono della sua gloria con tutti i suoi Angeli, e saranno riunite davanti a Lui tutte le genti ed Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il Re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti dal Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo, poi dirà a quelli posti alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno preparato per il diavolo e per i suoi angeli… E se ne andranno, questi al supplizio e i giusti alla vita eterna.
Una bella testimonianza del Santo Curato d’Ars. Un pomeriggio domenicale, una persona di mondo entrò nella canonica del parroco d’Ars, attratta da quello che si diceva intorno all’austerità di quell’umile prete, alla generosità con cui donava tutto per vivere poi egli stesso in una povertà estrema, allo zelo con cui si prodigava di giorno e di notte per la salvezza delle anime.
«Signor Curato, — disse quella persona — crede proprio a tutto quanto dice il Vangelo?» — Sì, a tutto —. «Ma è proprio sicuro che dopo la morte ci sarà il Paradiso?». — Sicurissimo —. «Proprio sicuro, come dopo quest’oggi che è domenica verrà il lunedì?». — No, molto più sicuro —. «Proprio sicuro come il sole che è tramontato adesso, sorgerà domani mattina?».
— No. Molto più sicuro. Poiché può darsi che venga una domenica, dopo la quale non ci sia più il lunedì; un tramonto dopo il quale non ci sia più aurora, un inverno dopo il quale non ci sia più primavera, ma non può darsi assolutamente che le parole di Cristo non si avverino—. «Quali parole?». — Queste: Io sono la Resurrezione e la Vita: chi crede in me, anche se fosse morto, vivrà Io lo risusciterò nell’ultimo giorno».
Quella persona partì commossa e persuasa d’aver capito il segreto di quella grande santità. Soltanto una Convinzione così profonda poteva darli la forza di vivere come viveva.

Ragione

Per essere certi dell’esistenza del Paradiso basta la parola infallibile di Dio, però anche la nostra ragione ce lo conferma.
È proprio dell’infinita Sapienza Divina creare e disporre tutte le cose create in modo tale che in esse non ci sia nulla di inutile, ma che tutte conseguano il fine per cui sono state create. Vediamo infatti tutte le cose create, dalle immense stelle che popolano lo spazio all’atomo di polvere calpestato sotto i piedi, dall’enorme balena che si muove nei mari all’umile ameba che vive nella sua goccia d’acqua, tendere tutte a raggiungere lo scopo, il fine, mediante la sollecitazione delle loro cieche energie, dei loro istinti.
L’istinto infatti è una forza naturale, misteriosa, creata da Dio, la quale spinge verso qualche cosa, e fino a che esso non trova l’oggetto corrispondente, sta a disagio: si avverte, per esempio, la sete e si va in cerca d’acqua, e il corpo smania finché non sia dissetato.
La natura creata, e cioè il complesso delle leggi naturali create e stabilite dall’infinita Sapienza e Onnipotenza di Dio, non inganna gli esseri nel loro istinto.
A ogni istinto infatti corrisponde l’oggetto adegua to: si avverte la fame e c’è il cibo; si avverte la sete e c’è l’acqua; si hanno gli occhi e c’è la luce; si hanno le orecchie e c’è il suono; l’intelligenza tende al vero e c’è la verità; il cuore umano tende ad amare e c’è l’oggetto del suo amore. Anche l’animale trova l’oggetto del suo istinto che lo soddisfa.
Ora tra tutti gli istinti dell’uomo, il più irresistibile e insopprimibile è la sete di felicità perfetta e duratura. Tutti cercano la felicità e dovunque: nel piacere, nell’amore, nella ricchezza, nella gloria, nella soddisfazione dell’amor proprio. Però l’esperienza ci fa toccare con mano che tutte queste cose non ci danno affatto la sospirata felicità. Nessuno è felice su questa terra. Si hanno momenti di piacere e di gioia, misti quasi sempre a qualche amarezza. Quando abbiamo conseguito l’oggetto dei nostri desideri, il nostro spirito resta insoddisfatto perché noi siamo stati creati per la felicità vera, totale ed eterna. Nessuna creatura limitata può soddisfare il bisogno illimitato di felicità dell’uomo. Di conseguenza se nell’uomo c’è l’istinto, l’esigenza della felicità assoluta e perfetta, questa necessariamente deve esistere, altrimenti noi ci troveremmo nell’assurdo che mentre la natura, creata da Dio, non inganna gli esseri irrazionali nei loro istinti, ingannerebbe invece soltanto l’uomo, il re del creato, fatto da Dio a sua immagine e somiglianza! Questo certamente non può essere! Per un momento facciamo l’ipotesi (inammissibile) che fosse così, allora bisognerebbe dire che Dio, creatore delle leggi naturali, si sarebbe burlato dell’uomo, gli avrebbe fatto il più crudele degli inganni! Questo è un assurdo inammissibile! Dio è infinitamente Giusto e Santo, ma che giustizia e santità sarebbe la sua se avesse trattato l’uomo, la più perfetta delle sue creature visibili, peggio di tutte le altre creature inferiori? Inoltre Dio è infinitamente Giusto e quindi deve premiare coloro che osservano i suoi Comandamenti e Punire coloro che li trasgrediscono. Ora noi constatiamo che su questa terra non c’è giustizia, infatti il giusto, pur mantenendosi fedele a Dio, soffre molto per i tanti arbitrii, persecuzioni, tribolazioni, ingiustizie da Parte dei cattivi, i quali, al contrario, vengono esaltati e prosperano per le loro ingiustizie. Ma allora nel governo di questo mondo non c’è giustizia? Si dovrebbe dire di no, se tutto terminasse con la vita presente, se non ci fosse un’altra vita nella quale l’uomo riceverà il premio (cioè il Paradiso) o il castigo (e cioè l’Inferno) che ha meritato perciò ci dovrà essere necessariamente una vita futura di infelicità eterna per i giusti, e di infelicità eterna per i cattivi, altrimenti Dio mancherebbe di giustizia, e quindi non sarebbe più Dio.

Dove si trova il Paradiso?

Provata l’esistenza del Paradiso, sorge spontanea la domanda: dove si trova?
Il primo a farsi questa domanda fu il grande Vescovo di Cesarea, San Basilio, morto nel 379. La sua risposta si limita a dire che esso si trova al di fuori del nostro mondo.
La Sacra Scrittura ci dice poco al riguardo:
1) Giov. 3,13: «Gesù disse a Nicodemo: Nessuno è mai salito al Cielo, fuorché il Figlio dell’uomo (cioè Gesù) che è disceso dal Cielo».
2) Luca 50,51: «Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il Cielo».
3) Atti degli Apostoli 1,9: «Detto questo fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo. E poiché stavano fissando il cielo mentre egli saliva, ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù che è stato tra voi assunto fino al Cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto salire al Cielo».
4) Ef. 4,8-10: «Per questo sta scritto: Ascendendo in Cielo ha portato con sé prigionieri, ha distribuito doni agli uomini. Ma che significa la parola “ascese“ se non che prima era disceso quaggiù sulla terra? Colui che di scese è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli».
La Chiesa non ha definito espressamente che il Paradiso sia una località determinata, però la sua convinzione che si tratti di un luogo reale, fisico, determinato, appare chiaro dalla professione del Credo o Simbolo Apostolico. Cos’è il Credo o Simbolo Apostolico? Un breve accenno.
Il Credo, che la Chiesa ha sempre professato fin dalla sua origine, fu composto dagli Apostoli sotto l’assistenza dello Spirito Santo.
Gesù, prima della sua ascensione al Cielo, ordinò agli Apostoli di andare a predicare a tutti i popoli le stesse verità che loro avevano appreso da Lui, per diffondere ovunque la luce dei suoi insegnamenti. Gli Apostoli ubbidienti, ben sapendo che sarebbero sorti dei falsi profeti che avrebbero tentato di corrompere la dottrina di Gesù Cristo, formularono di comune accordo, prima di separarsi, un preciso programma di evangelizzazione e riassumere in poche formule, ma chiare, brevi e facili ad essere imparate da tutti, perché tutti fossero uniformi e precisi nella professione della Fede Cristiana. Quindi il Credo è la fede professata dalla Chiesa fin dalla sua origine e che professerà fino alla fine dei tempi.
Ebbene il Credo afferma: «Gesù il terzo giorno risuscitò da morte; salì al Cielo, siede alla destra di Dio Padre Onnipotente; di là verrà a giudicare i vivi e i morti».
San Tommaso d’Aquino spiega il motivo per cui il Paradiso deve essere anche un luogo: «Dal momento che Dio ha destinato i Beati a un duplice gloria, spirituale (per l’anima) e corporale (per il corpo), è logico che sia riservato ad essi un soggiorno particolare, speciale, glorioso».
Il grande Teologo Suarez, assieme a molti altri, è del parere che il Paradiso sia una parte del creato, posta già nello stato di glorificazione, alla quale perverranno, dopo il giudizio universale, le altre parti dell’universo.
Tra i Teologi recenti, il Pesch dice che si può con tutta sicurezza ritenere il Paradiso un astro situato realmente al centro dell’universo, attorno al quale ro teano tutti gli altri corpi celesti, rifatti splendidissimi.
Il Vescovo francese, Mons. Gay, uno dei più rinomati maestri di spiritualità del secolo scorso, scrive nel le sue Elevazioni — N. 96: «Evidentemente Dio è dappertutto, ma non è dappertutto alla stessa maniera, nel senso che non appare e non esplica dappertutto la stessa attività. Il luogo, che la Sacra Scrittura chiama il suo “tempio”, il suo “santuario”, è dove Egli opera in modo più divino, più splendido; là si esplicano meglio le sue perfezioni, meglio si mostra la sua divinità, meglio si effonde il suo amore. In questo luogo soggiornano gli Angeli, i Beati, l’Umanità di Gesù Cristo, del la Santissima Vergine, probabilmente anche di S. Giuseppe e quella di quei privilegiati che risuscitarono, come ci attesta il Vangelo (Mat. 27,52), al momento della morte di Gesù». Le bellezze, le perfezioni, le meraviglie del Paradiso attuale, quando alla fine dei tempi il cosmo sarà rinnovato, saranno estese dall’onnipotenza divina a tutto l’universo, il quale è destinato a divenire per tutta l’eternità l’ambiente reale del Paradiso. Il numero esterminato delle stelle, rinnovate e abbellite dalla onnipotenza divina, saranno, come afferma San Tommaso d’Aquino, l’eterna abitazione dei figli di Dio.

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L’Inferno visto dai Santi: il destino di una scelta consapevole di vita

Linferno visto da Santa Teresa dAvila

 

Monaca e riformatrice del Carmelo, Teresa di Gesù, nata ad Avila in Spagna il 28 marzo 1515 e morta ad Alba il 4 ottobre 1582, è una dei Santi che ha visto l’inferno. Lo racconta essa stessa nella vita scritta da lei in questi termini: «Un giorno mentre ero in orazione; mi trovai tutt’a un tratto trasportata intera nell’inferno. Compresi che Dio mi voleva far vedere il luogo che i demoni mi avevano preparato, e che io mi ero meritato con i miei peccati. Fu una visione che durò pochissimo, ma vivessi anche molti anni, mi sembra di non poterla più dimenticare. L’ingresso mi pareva un cunicolo molto lungo e stretto, simile a un forno assai basso, buio e angusto; il suolo tutto una melma puzzolente piena di rettili schifosi. In fondo, nel muro, c’era una cavità scavata a modo di nicchia, e in essa mi sentii rinchiudere strettamente. E quello che allora soffrii supera ogni umana immaginazione, né mi sembra possibile darne solo un’idea perché cose che non si sanno descrivere. Basti sapere che quanto ho detto, di fronte alla realtà sembra cosa piacevole. Sentivo nell’anima un fuoco che non so descrivere, mentre dolori intol­lerabili mi straziavano orrendamente il corpo. Nella mia vita ne ho sofferto moltissimi, dei più gravi che secondo i medici si possano subire sulla Terra, perché i miei nervi si erano rattrappiti sino a rendermi storpia, senza dire dei molti altri di diverso genere, causatimi in parte dal demonio. Tuttavia, non sono nemmeno da paragonarsi con quanto allora ho sofferto, specialmente al pensiero che quel tormento doveva essere senza fine e senza alcuna mitigazione. Ma anche questo era un nulla innanzi all’agonia dell’anima. Era un’oppressione, un’angoscia, una tristezza così profonda, un così vivo e disperato dolore che non so come esprimermi. Dire che si soffrano continue agonie di morte è poco, perché almeno in morte pare che la vita ci venga strappata da altri, mentre qui è la stessa anima che si fà in brani da sé. Fatto sta che non so trovare espressioni né per dire di quel fuoco interiore né per far capire la disperazione che metteva il colmo a così orribili tormenti. Non vedevo chi me li faceva soffrire, ma mi sentivo ardere e dilacerare, benché il supplizio peggiore fosse il fuoco e la disperazione interiore. Era un luogo pestilenziale, nel quale non vi era più speranza di conforto, né spazio per sedersi o distendersi, rinserrata com’ero in quel buco praticato nella muraglia.

 

Orribili a vedersi, le pareti mi gravavano addosso, e mi pareva di soffocare. Non v’era luce, ma tenebre fittissime; eppure quanto poteva dar pena alla vista si vedeva ugualmente nonostante l’assenza della luce: cosa che non riuscivo a comprendere. Per allora Dio non volle mostrarmi di più, ma in un’altra visione vidi supplizi spaventosissimi, fra cui i castighi di alcuni vizi in particolare. A vederli parevano assai più terribili, ma non mi facevano tanta paura perché non li sperimentavo, mentre nella visione di cui parlo il Signore volle farmi sentire in ispirito quelle pene ed afflizioni, come se le soffrissi nel corpo […]. Sentir parlare dell’inferno è niente. Vero è che io l’ho meditato poche volte perché la via del timore non è fatta per me, ma è certo che quanto si medita sui tormenti dell’inferno, su quello che i demoni fanno patire, o che si legge nei libri, non ha nulla a che fare con la realtà, perché totalmente diversa, come un ritratto messo a confronto con l’oggetto ritrattato. Quasi neppure il nostro fuoco si può paragonare con quello di laggiù. Rimasi spaventatissima e lo sono tuttora mentre scrivo, benché siano già passati quasi sei anni, tanto da sentirmi agghiacciare dal terrore qui stesso dove sono. Mi accade intanto che quando sono afflitta da qualche contraddizione o infermità, basta che mi ricordi di quella visione perché mi sembrino subito da nulla persuadendomi che ce ne lamentiamo senza motivo. Questa fu una delle più grandi grazie che il Signore m’abbia fatto, perché mi ha giovato moltissimo non meno per non temere le contraddizioni e le pene della vita che per incoraggiarmi a sopportarle, ringraziando il Signore d’avermi liberata da mali così terribili ed eterni, come mi pare di dover credere».

 

Linferno visto da Santa Veronica Giuliani

 

Santa Veronica Giuliani (Orsola) nacque il 27 dicembre 1660. Entrò nel monastero delle Clarisse Cappuccine di Città di Castello. Morì il 9 luglio 1727. Una visione dell’inferno, avuta nel 1696, è così raccontata da Santa Veronica: «Parvemi che il Signore mi facesse vedere un luogo oscurissimo; ma dava incendio come fosse stata una gran fornace. Erano fiamme e fuoco, ma non si vedeva luce; sentivo stridi e rumori, ma non si vedeva niente; usciva un fetore e fumo orrendo, ma non vi è, in questa vita, cosa da poter paragonare. In questo punto, Iddio mi dà una comunicazione sopra l’ingratitudine delle creature, e quanto gli dispiaccia questo peccato. E qui mi si dimostrò tutto appassionato, flagellato, coronato di spine, con viva, pesante croce in spalla. Così mi disse: “Mira e guarda bene questo luogo che non avrà mai fine. Vi sta, per tormento, la mia giustizia ed il rigoroso mio sdegno”. In questo mentre, mi parve di sentire un gran rumore. Comparvero tanti demoni: tutti, con catene, tenevano bestie legate di diverse specie. Le dette bestie, in un subito, divennero creature (uomini), ma tanto spaventevoli e brutte, che mi davano più terrore che non erano gli stessi demoni. Io stavo tutta tremante, e mi volevo accostare dove stava il Signore. Ma, contuttoché vi fosse poco spazio, non potei mai avvicinarmi più. Il Signore grondava sangue, e sotto quel grave peso stava. O Dio! Io avrei voluto raccogliere il Sangue, e pigliare quella Croce, e con grand’ansia desideravo il significato di tutto. In un istante, quelle creature divennero, di nuovo, in figura di bestie, e poi, tutte furono precipitate in quel luogo oscurissimo, e maledicevano Iddio e i Santi. Qui mi si aggiunge un rapimento, e mi parve che il Signore mi facesse capire, che quel luogo era l’inferno, e quelle anime erano morte, e, per il peccato, erano divenute come bestie, e che, fra esse, vi erano anche dei religiosi […]. Mi pareva di essere trasportata in un luogo deserto, oscuro e solitario, ove non sentivo altro che urli, stridi, fischi di serpenti, rumori di catene, di ruote, di ferri, botti così grandi, che, ad ogni colpo, pensavo sprofondasse tutto il mondo. E io non aveva sussidi ove rivolgermi; non potevo parlare; non potevo invitare il Signore. Mi pareva che fosse luogo di castigo e di sdegno di Dio verso di me, per le tante offese fatte a Sua Divina Maestà. E avevo davanti di me tutti i miei peccati […]. Sentivo un incendio di fuoco, ma non vedevo fiamme; altro che colpi sopra di me; ma non vedevo nessuno. In un subito, sentivo come una fiamma di fuoco che si avvicinava a me, e sentivo percuotermi; ma niente vedevo. Oh! Che pena! Che tormento! Descriverlo non posso; e anche il sol ricordarmi di ciò, mi fà tremare. Alla fine, fra tante tenebre, mi parve di vedere un piccolo lume come per aria. A poco a poco, si dilatò tanto. Mi sembrava che mi sollevasse da tali pene; ma non vedevo altro». Un’altra visione dell’inferno è del 17 gennaio 1716. La Santa racconta che in detto giorno fu trasportata da alcuni angeli nell’inferno: «In un batter d’occhio mi ritrovai in una regione bassa, nera e fetida, piena di muggiti di tori, di urli di leoni, di fischi di serpenti […]. Una grande montagna si alzava a picco davanti a me ed era tutta coperta di aspidi e basilischi legati assieme […]. La montagna viva era un clamore di maledizioni orribili. Essa era l’inferno superiore, cioè l’inferno benigno. Infatti, la montagna si spalancò e nei suoi fianchi aperti vidi una moltitudine di anime e demoni intrecciati con catene di fuoco. I demoni, estremamente furiosi, molestavano le anime le quali urlavano disperate. A questa montagna seguivano altre montagne più orride, le cui viscere erano teatro di atroci e indescrivibili supplizi.

 

Nel fondo dell’abisso vidi un trono mostruoso, fatto di demoni terrificanti. Al centro una sedia formata dai capi dell’abisso. Satana ci sedeva sopra nel suo indescrivibile orrore e da lì osservava tutti i dannati. Gli angeli mi spiegarono che la visione di Satana forma il tormento dell’inferno, come la visione di Dio forma la delizia del Paradiso. Nel frattempo, notai che il muto cuscino della sedia erano Giuda ed altre anime disperate come lui. Chiesi agli angeli di chi fossero quelle anime ed ebbi questa terribile risposta: “Essi furono dignitari della Chiesa e prelati religiosi». E in quell’abisso, ella vide precipitare una pioggia di anime… Ed ecco altre visioni della Santa: «Come Dante, anche la nostra Santa, appena su la soglia, ode urli, voci lamentevoli, bestemmie e maledizioni contro Dio. Vede mostri, serpenti, fiamme smisurate. È menata per tutto l’inferno. Precipitano giù, con la furia di densa grandine, le anime dei nuovi abitatori. E a quest’arrivo, si rinnovano pene sopra pene ai dannati. In un luogo ancora più profondo trova ammucchiate migliaia di anime (sono quelle degli assassini), sopra le quali incombe un torchio con una immensa ruota. La ruota gira e fà tremare tutto l’inferno. All’improvviso il torchio piomba su le anime, le riduce quasi a una sola; cosicché ciascuna partecipa alla pena dell’altra. Poi ritornano come prima. Ci sono parecchie anime con un libro in mano.

 

I demoni le battono con verghe di fuoco nella bocca, con mazze di ferro sul capo, e con spuntoni acuti trapassano loro le orecchie. Sono le anime di quei religiosi bastardi, che adattarono la regola a uso e consumo proprio. Altre anime sono rinchiuse in sacchetti e infilzate dai diavoli nella bocca d’un orrendo dragone che in eterno le digruma. Sono le anime degli avari. Altre gorgogliano tuffate in un lago d’immondizie. Di tratto in tratto sgusciano fulmini. Le anime restano incenerite, ma dopo riacquistano lo stato primiero. I peccati che hanno commesso sono i più gravi che mai vivente può immaginare. Tutte le strade dell’inferno appaiono sparse di rasoi, di coltelli, di mannaie taglienti. E mostri, dovunque mostri. E una voce che grida: “Sarà sempre così. Sempre, sempre, sempre”. Veronica è condotta alla presenza di Lucifero. Egli ha d’intorno le anime più graziate dal cielo, che nulla fecero per Iddio, per la sua gloria; e tiene sotto i piedi, a guisa di cuscino, e pesta continuamente le anime di quelli che mancarono ai loro voti. “Via l’intrusa che ci accresce i tormenti”!, urla furibondo ai suoi ministri. Levata dall’inferno, Veronica ripete esterrefatta: “O giustizia di Dio, quanto sei potente”»!

 

Linferno visto da Anna Katharina Emmerick

 

Anna Caterina Emmerick nacque l’8 settembre 1774 a Flamske bei Coestfeld (Westfalia), ed entrò nel Monastero di Agnetenberg in Duelmen (Westfalia) delle Canonichesse Regolari di SantAgostino. Morì a Duelmen il 9 novembre 1824. La Emmerick tra i tanti doni ricevuti, è famosa soprattutto per le stimmate e le visioni avute. Ella ebbe una visione dell’inferno quando vide scendere il Salvatore negli inferi. «Vidi […] il Salvatore avvicinarsi, severo, al centro dell’abisso. L’inferno mi apparve come un immenso antro tenebroso, illuminato appena da una scialba luce quasi metallica. Sulla sua entrata risaltavano enormi porte nere, con serrature e catenacci incandescenti. Urla di orrore si elevavano senza posa da quella voragine paurosa di cui, a un tratto, si sprofondarono le porte. Così potei vedere un orrido mondo di desolazione e di tenebre. L’inferno è un carcere di eterna ira, dove si dibattono esseri discordi e disperati. Mentre nel cielo si gode la gioia e si adora l’Altissimo dentro giardini ricchi di bellissimi fiori e di frutta squisite che comunicano la vita, all’inferno invece si sprofondano cavernose prigioni, si estendono orrendi deserti e si scorgono smisurati laghi rigurgitanti di mostri paurosi, orribili. Là dentro ferve l’eterna e terribile discordia dei dannati. Nel cielo invece regna l’unione dei Santi eternamente beati. L’inferno, al contrario, rinserra quanto il mondo produce di corruzione e di errore; là imperversa il dolore e si soffrono quindi supplizi in una indefinita varietà di manifestazioni e di pene. Ogni dannato ha sempre presente questo pensiero: che i tormenti, che egli soffre, sono il frutto naturale e giusto dei suoi misfatti. Quanto si sente e si vede di orribile all’inferno è l’essenza, la forma interiore del peccato scoperto. Di quel serpe velenoso, che divora quanti lo fomen­tarono in seno durante la prova mortale. Tutto questo si può comprendere quando si vede, ma riesce inesprimibile a parole. Quando gli Angeli, che scortavano Gesù, avevano abbattuto le porte infernali, si era sollevato come un subbisso d’imprecazioni, d’ingiurie, di urla e di lamenti.

 

Alcuni Angeli avevano cacciato altrove sterminate torme di demoni, i quali avevano poi dovuto riconoscere e adorare il Redentore. Questo era stato il loro maggior supplizio. Molti di essi venivano quindi imprigionati dentro una sfera, che risultava di tanti settori concentrici. Al centro dell’inferno si sprofondava un abisso tenebroso, dov’era precipitato Lucifero in catene, il quale stava immerso tra cupi vapori. Tutto ciò era avvenuto secondo determinati arcani divini. Seppi che Lucifero dovrà essere scatenato per qualche tempo: cinquanta o sessantanni prima dell’anno 2000 di Cristo, se non erro. Alcuni demoni invece devono essere sciolti prima di quell’epoca per castigare e sterminare i mondani. Alcuni di essi furono scatenati ai nostri giorni; altri lo saranno presto. Mentre tratto questo argomento, le scene infernali le vedo così orripilanti dinanzi ai miei occhi, che la loro vista potrebbe perfino farmi morire».

 

Linferno visto da San Giovanni Bosco

 

San Giovanni Bosco nacque a Castelnuovo d’Asti il 16 agosto 1815, e morì il 31 gennaio 1888. È da tutti conosciuto il suo straordinario carisma di educatore dei giovani per i quali istituì pure l’Ordine dei Salesiani. Anch’egli ebbe una visione dell’inferno che egli stesso raccontò ai giovani. «Mi trovai con la mia guida (l’Angelo Custode), infondo ad un precipizio che finiva in una valle oscura. Ed ecco comparire un edificio immenso, avente una porta altissima, serrata. Toccammo il fondo del precipizio; un caldo soffocante mi opprimeva, un fumo grasso, quasi verde, s’innalzava sui muraglioni dell’edificio e guizze di fiamme sanguigne. Domandai: “Dove ci troviamo”? “Leggi – mi rispose la guida – l’iscrizione che è sulla porta”! C’era scritto: “Ubi non est redemptio”!, cioè: “Dove non c’è redenzione”. Intanto vidi precipitare dentro quel baratro […] prima un giovane, poi un altro, ed in seguito altri ancora; tutti avevano scritto in fronte il proprio peccato. Esclamò la guida: “Ecco la causa precipua di queste dannazioni: i compagni, i libri cattivi e le perverse abitudini”. Gli infelici erano giovani da me conosciuti. Domandai: “Ma dunque è inutile che si lavori tra i giovani, se tanti fanno questa fine? Come impedire tanta rovina”? “Coloro che hai visto, sono ancora in vita; questo però è il loro stato attuale e se morissero, verrebbero senz’altro qui”! Dopo entrammo nell’edificio; si correva con la rapidità del baleno. Lessi questa iscrizione: “Ibunt impii in ignem æternum”!, vale a dire “Gli empi andranno nel fuoco eterno”! “Vieni con me”!, soggiunse la guida. Mi prese per una mano e mi condusse davanti ad uno sportello, che aperse. Mi si presentò allo sguardo una specie d’immensa caverna, piena di fuoco. Certamente quel fuoco sorpassava mille e mille gradi di calore. Io questa spelonca non ve la posso descrivere in tutta la sua spaventosa realtà. Intanto, all’improvviso, vedevo cadere dei giovani nella caverna ardente. La guida disse: “La trasgressione del sesto comandamento è la causa della rovina eterna di tanti giovani”. “Ma se hanno peccato, si sono però confessati”. “Si sono confessati, ma le colpe contro la virtù della purezza le hanno confessate male o taciute affatto”. Ad esempio, uno aveva commesso quattro o cinque di questi peccati, ma ne disse solo due o tre. Vi sono di quelli, che ne hanno commesso uno nella fanciullezza ed ebbero sempre vergogna di confessarlo, oppure l’hanno confessato male e non hanno detto tutto. Altri non ebbero il dolore e il proponimento; anzi, taluni, invece di fare l’esame di coscienza, studiavano il modo di ingannare il confessore. E chi muore con tale risoluzione, risolve di essere nel numero dei reprobi e così sarà per tutta l’eternità […]. “E ora vuoi vedere perché la misericordia di Dio qui ti ha condotto”? La guida sollevò un velo e vidi un gruppo di giovani di questo Oratorio, che io tutti conoscevo, condannati per questa colpa.

 

Fra essi vi erano di quelli che in apparenza tengono buona condotta. Continuò la guida: “Predica dappertutto contro l’immodestia”! Poi parlammo per circa mezz’ora sulle condizioni necessarie per fare una buona confessione e si concluse: “Mutare vita! […] Mutare vita”! “Ora – soggiunse l’amico – che hai visto i tormenti dei dannati, bisogna che provi anche tu un poco di inferno”! Usciti dall’orribile edificio, la guida afferrò la mia mano e toccò l’ultimo muro esterno; io emisi un grido […]. Cessata la visione, osservai che la mia mano era realmente gonfia e per una settimana portai la fasciatura».

 

Linferno visto dai tre veggenti di Fatima

 

I bambini, ai quali apparve la Madonna a Fatima dal 13 maggio al 13 ottobre 1917, sono Lùcia dos Santos (nata il 22 marzo 1907 e morta il 2005), Francisco (nato l’11 giugno 1908 e morto il 4 aprile 1919) e Jacinta Marto (nata l’ 11 marzo 1910 e morta il 20 febbraio 1920). Tra l’altro, la Madonna fece vedere loro l’inferno. Vedemmo, racconta Lucia, «come un grande mare di fuoco e immersi in questo fuoco i demoni e le anime, come se fossero braci trasparenti e nere o abbronzate, di forma umana, che ondeggiavano nell’incendio, sollevate dalle fiamme che uscivano da loro stesse insieme a nuvole di fumo, cadendo da tutte le parti – simili al cadere delle scintille nei grandi incendi – senza peso né equilibrio, tra grida e gemiti di dolore e di disperazione, che terrorizzavano e facevano tremare di paura. I demoni si distinguevano per la forma orribile e ributtante di animali spaventosi e sconosciuti, ma trasparenti come neri carboni di bracia».

 

Ai piccoli terrorizzati dalla paura, la Madonna disse: «Avete visto l’inferno, dove vanno le anime dei poveri peccatori. Per salvarle, Dio vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato. Se farete quello che vi dirò, molte anime si salveranno e avranno pace». La Madonna disse pure: «Quando recitate il rosario, dopo ogni mistero dite: “O Gesù mio, perdonate­ci, liberateci dall’inferno, portate in cielo tutte le anime, soprattutto quelle più bisognose”». Da notare che al tempo delle apparizioni della Madonna, Lucia dos Santos aveva dieci anni, Francisco e Jacinta Marto rispettivamente nove e sette anni.

 

 

 

Linferno visto da Suor Maria Josefa Menendez

 

Suor Maria Josefa Menendez, religiosa del Sacro Cuore, nacque a Madrid il 4 febbraio 1890 e morì il 29 dicembre 1923. Suor Maria Josefa Menendez fece varie visite all’inferno. Ecco quanto vede e narra in una di queste: «In un istante mi trovai nell’inferno, ma senza esservi trascinata come le altre volte, e proprio come vi devono cadere i dannati. L’anima vi si precipita da sè stessa, vi si getta come se desiderasse sparire dalla vista di Dio, per poterlo odiare e maledire. L’anima mia si lasciò cadere in un abisso, in cui non si poteva vedere il fondo, perché immenso […]. Ho visto l’inferno come sempre: antri e fuoco. Benché non si vedono forme corporali, i tormenti straziano i dannati come se i corpi fossero presenti e le anime si riconoscono. Fui spinta in una nicchia di fuoco e schiacciata come tra piastre scottanti e come se dei ferri e delle punte aguzze arroventate s’infiggessero nel mio corpo. Ho sentito come se si volesse, senza riuscirvi, strapparmi la lingua, cosa che mi riduceva agli estremi, con un atroce dolore. Gli occhi mi sembrava che uscissero dall’orbita, credo a causa del fuoco che li bruciava orrendamente. Non si può né muovere un dito per cercare sollievo, né cambiare posizione; il corpo è come compresso. Le orecchie sono stordite dalle grida confuse, che non cessano un solo istante. Un odore nauseabondo e ripugnante asfissia ed invade tutti, come se si bruciasse carne in putrefazione con pece e zolfo. Tutto questo l’ho provato come le altre volte e, sebbene questi tormenti siano terribili, sarebbero un nulla se l’anima non soffrisse. Ma essa soffre in un modo indicibile. Ho visto alcune di queste anime dannate ruggire per l’eterno supplizio che sanno dover sostenere, specialmente alle mani. Penso che abbiano rubato, poiché dicevano: “Dov’è ora quello che hai preso? Maledette mani”! Altre anime accusavano la propria lingua, gli occhi... Ciascuna ciò che è stato causa del suo peccato: “Ben pagate sono adesso le delizie che ti concedevi, o mio corpo! […] “E sei tu, o corpo, che l’hai voluto”! […].

 

Per un istante di piacere un’eternità di dolore! Mi pare che nell’inferno le anime si accusino specialmente di peccati d’impurità. Mentre ero in quell’abisso, ho visto precipitare dei mondani e non si può dire né comprendere le grida che emettevano e i ruggiti spaventosi che mandavano: “Maledizione eterna! Mi sono ingannata! Mi sono perduta! Sono qui per sempre, per sempre e non c’è più rimedio!… Maledizione a me”! Una fanciulla urlava disperatamente, imprecando contro le cattive soddisfazioni concesse al corpo e maledicendo i genitori, che le avevano data troppa libertà a seguire la moda e i divertimenti mondani. Da tre mesi era dannata. Tutto questo che ho scritto – conclude la Menendez – non è che un’ombra in paragone a ciò che si soffre nell’inferno».

 

Linferno visto da  Suor Faustina Kowalska

 

Kowalska Elena (Maria Faustina) nacque il 25 marzo 1955 a Glogowiec, in Polonia. Entrò nella Congregazione della Beata Vergine Maria della Misericordia. Per ordine del suo Direttore spirituale scrisse il diario personale, che intitolò La Divina Misericordia nell’anima mia. Morì a trentatré anni il 5 ottobre 1938. Anche Suor Faustina Kowalska fece l’esperienza dell’inferno. Ecco come lei racconta l’evento: «Oggi, sotto la guida di un angelo, sono stata negli abissi dell’inferno. È un luogo di grandi tormenti per tutta la sua estensione spaventosamente grande. Queste le varie pene che ho visto: la prima pena, quella che costituisce l’inferno, è la perdita di Dio; la seconda, i continui rimorsi di coscienza; la terza, la consapevolezza che quella sorte non cambierà mai; la quarta pena è il fuoco che penetra l’anima, ma non l’annienta; è una pena terribile: è un fuoco puramente spirituale acceso dall’ira di Dio; la quinta pena è l’oscurità continua, un orribile soffocante fetore, e benché sia buio i demoni e le anime dannate si vedono fra di loro e vedono tutto il male degli altri e il proprio; la sesta pena è la compagnia continua di Satana; la settima pena è la tremenda disperazione, l’odio di Dio, le imprecazioni, le maledizioni, le bestemmie. Queste sono pene che tutti i dannati soffrono insieme, ma questa non è la fine dei tormenti. Ci sono tormenti particolari per le varie anime che sono i tormenti dei sensi. Ogni anima con quello che ha peccato viene tormentata in maniera tremenda e indescrivibile. Ci sono delle orribili caverne, voragini di tormenti, dove ogni supplizio si differenzia dall’altro. Sarei morta alla vista di quelle orribili torture, se non mi avesse sostenuta l’onnipotenza di Dio. Il peccatore sappia che col senso col quale pecca verrà torturato per tutta l’eternità». E aggiunge: «Scrivo questo per ordine di Dio, affinché nessun’anima si giustifichi dicendo che l’inferno non c’è, oppure che nessuno sa come sia. Io, Suor Faustina Kowalska, per ordine di Dio sono stata negli abissi dell’inferno, allo scopo di raccontarlo alle anime e testimoniare che l’inferno c’è. Quello che ho scritto è una debole ombra delle cose che ho visto. Una cosa ho notato e cioè che la maggior parte delle anime che ci sono, sono anime che non credevano che ci fosse linferno».

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San Francesco d’Assisi

San Francesco d’Assisi

San Francesco d’Assisi,O.F.M.
Religioso
al secolo Giovanni di Pietro Bernardone
Santo
Fondatore dell’Ordine dei Frati Minori
Assisi BasilicaInf.S.Francesco Cimabue S.Francesco 1280.jpg
Cimabue, San Francesco d’Assisi (1280 ca.), affresco; Assisi, Basilica di San Francesco
Età alla morte 44 o 45 anni
Nascita Assisi
1181 o 1182
Morte Assisi
3 ottobre 1226
Professione religiosa Assisi, 1205
Iter verso la canonizzazione
Venerato da Chiesa cattolica
Canonizzazione 16 luglio 1228, da Gregorio IX
Ricorrenza 4 ottobre
Santuarioprincipale Assisi, Basilica di San Francesco
Attributi stigmate, crocifisso
Patrono di Italia, animali, uccelli, commercianti, cordai, ecologia, floricoltori, mercanti, tappezzieri, poeti
Collegamenti esterni
Scheda su santiebeati.it
Virgolette aperte.png
Predicate il Vangelo, e se è proprio necessario usate anche le parole.
Virgolette chiuse.png
Tutti-i-santi.jpg Nel Martirologio Romano, 4 ottobre, n. 1:

« Festa di san Francesco, che, dopo una spensierata gioventù, ad Assisiin Umbria si convertì ad una vita evangelica, per servire Gesù Cristoche aveva incontrato in particolare nei poveri e nei diseredati, facendosi egli stesso povero. Unì a sé in comunità i Frati Minori. A tutti,itinerando, predicò l’amore di Dio, fino anche in Terra Santa, cercando nelle sue parole come nelle azioni la perfetta sequela di Cristo, e vollemorire sulla nuda terra. »

San Francesco d’Assisi, al secolo Giovanni di Pietro Bernardone (Assisi, 1181 o1182; † Assisi, 3 ottobre 1226) è stato un frate e fondatore italiano della famiglia religiosa che da lui prende il nome. È patrono d’Italia e uno dei santi più conosciuti nel mondo.

Indice

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  • 1 Figlio di mercanti
  • 2 La guerra
  • 3 San Damiano
  • 4 Di fronte al Vescovo
  • 5 Un uomo nuovo
  • 6 Il ritorno ad Assisi
  • 7 La predicazione
  • 8 Pellegrino del mondo, paladino di pace
  • 9 L’Ordine Minoritico
  • 10 Spirito missionario
  • 11 La predica agli uccelli
  • 12 La morte
  • 13 Culto
  • 14 Scritti
    • 14.1 L’opera poetica
    • 14.2 Le Fonti Francescane

Figlio di mercanti

Nacque nel 1181 o 1182 da Pietro Bernardone dei Moriconi e dalla nobile Pica Bourlemont, in una famiglia della ricca borghesia emergente della città di Assisi.

Sua madre gli mise il nome dell’apostolo Giovanni, ma il padre decise di chiamare il figlio Francesco, in onore di quella terra di Francia che aveva dato alla famigliaricchezza e benessere.

La sua casa, situata al centro della città, era provvista di un fondaco utilizzato come negozio e magazzino per lo stoccaggio e l’esposizione di quelle stoffe che il mercante si procurava con i suoi frequenti viaggi in Provenza (Francia). Pietro vendeva la sua pregiata merce in tutto il territorio del Ducato di Spoleto, che comprendeva, all’epoca, anche la città di Assisi[1].

Francesco venne battezzato nella chiesa costruita in onore del patrono della città, ilmartire Rufino; nel 1036 era diventata la cattedrale.

La vita giovanile di Francesco non si dovette discostare molto da quella dei suoi coetanei. Si preparava a seguire le orme paterne nel commercio e, come giovane cittadino, era attento e partecipe delle vicende del suo borgo.

Dopo aver frequentato, nella chiesa di San Giorgio (attuale basilica di Santa Chiara), la scuola tenuta dai canonici della Cattedrale, a partire dai 14 anni si dedicò a pieno titolo al commercio. Vestiva panni preziosi ed esibiva gioielli raffinati, ed era perciò il partito più ambito per le fanciulle di Assisi.

Vedendo le schiere di mendicanti che passavano davanti alla sua casa senza osare entrare nel fondaco iniziò a percepire il contrasto tra la ricchezza della sua famiglia e l’indigenza di tanta gente della sua città.

La guerra

Nel 1054 scoppiò una prima guerra tra Assisi a Perugia; tra le due città esisteva una rivalità irriducibile: Perugia era papale, mentre Assisi, insieme a Foligno e Todi, era imperiale. Del 1202 è la battaglia di Collestrada, vicino a Perugia; Francesco vi partecipò come i suoi coetanei.

A seguito della vittoria dei perugini Francesco venne catturato, e rimase prigioniero nelle carceri di Perugia per un anno. La prigionia fu per lui un’esperienza fondamentale, che lo indusse ad un totale ripensamento della sua vita. Fu in questo periodo che iniziò a maturare in lui l’esigenza insopprimibile di scoprire quel valore che riterrà poi decisivo nella vita di ogni uomo: lapace donata da Cristo.

La guerra terminò nel 1203, e Francesco ottenne la libertà grazie ad un trattato sui prigionieri di guerra che, in caso dimalattia, ne imponeva la liberazione dietro il pagamento di un riscatto: incombenza a cui provvide il padre, Pietro di Bernardone.

Francesco, tornato a casa, recuperò gradatamente la salute. Trascorrendo molto tempo tra i possedimenti del padre in luoghi bellissimi e appartati, si risvegliò in lui uno sguardo contemplativo sulla natura, vista come opera mirabile di Dio.

Il desiderio di giustizia lo portò l’anno seguente (1204-1205) a tentare la strada della crociata. Si trattava di raggiungere, a Lecce, la raffinata corte di Gualtieri di Brienne, per poi muovere con gli altri cavalieri alla volta di Gerusalemme. Era il sogno di ogni uomo: vestire una splendida armatura, uscire dalla noiosa provincia e partire all’avventura sotto le insegne della fedecristiana d’Occidente. Avvenne però che a Spoleto Francesco si riammalò e, persuaso da una rivelazione notturna, ritornò subito a casa.

San Damiano

Ormai Francesco non è più lo stesso di prima: rifugge la compagnia; preferisce la solitudine; si accompagna di frequente a mendicanti e straccioni.

A Roma, dove viene mandato dal padre a vendere una partita di merce, non solo distribuisce il denaro ricavato ai poveri, ma scambia le sue vesti con quelle di un mendicante, e si mette a chiedere l’elemosina davanti alla porta di San Pietro.

Nel 1205, poi, nella chiesina di San Damiano ode il crocifisso che gli dice:

« Francesco, non vedi che la mia casa sta crollando? Va’ dunque e restauramela. »

Capendo quelle parole come una richiesta di un restauro fisico della piccola chiesetta, fece incetta di stoffe nel negozio del padre e andò a Foligno a venderle; vendette anche il cavallo, tornò a casa a piedi e offrì il denaro ricavato al sacerdote di San Damiano. Ciò rese furente il padre, e in città tutti pensarono che avesse perso la testa o che fosse preda di qualche influenza maligna. Tutta la città fu solidale con il padre, che vedeva dissolte le speranze riposte nel figlio.

Di fronte al Vescovo

Pietro di Bernardone cercò, all’inizio, di segregare il figlio per nasconderlo alla gente. Poi, vista la sua impotenza di fronte all’irriducibile “testardaggine” di Francesco, decise di denunciarlo ai Consoli, non tanto per il danno economico subito, quanto piuttosto con la segreta speranza che il giovane cambiasse atteggiamento. La colpa di Francesco prevedeva una pena molto dura: il bando dalla città. Il giovane, però, si appellò al Vescovo, in forza di una bolla di Innocenzo III, nella quale si affermava che nessun religioso poteva essere giudicato senza il consenso del suo superiore. Francesco si era affidato ormai alle cure del sacerdote di San Damiano, e si considera perciò uomo di Chiesa, e come tale giudicabile solo dalle autorità ecclesiali.

Tutta la città di Assisi si radunò per quel giudizio, svoltosi un giorno di gennaio o febbraio del 1206. Il processo si svolse all’aperto, sulla piazza di Santa Maria Maggiore, davanti al palazzo del Vescovo. “tutta Assisi”[2] fu presente al giudizio.

Il figlio, non appena il padre finì di parlare

« non sopportò indugi o esitazioni, non aspettò né fece parole; ma immediatamente, depose tutti i vestiti e li restituì al padre […] e si denudò totalmente davanti a tutti dicendo al padre: “Finora ho chiamato te, mio padre sulla terra; d’ora in poi posso dire con tutta sicurezza: Padre nostro che sei nei cieli, perché in lui ho riposto ogni mio tesoro e ho collocato tutta la mia fiducia e la mia speranza”. »

Il vescovo Guido ricoprì pudicamente Francesco e, con quest’atto di manifesta protezione, riconobbe l’autenticità della suavocazione e lo pose sotto la protezione della Chiesa. Francesco iniziò una nuova vita, secondo lo stile degli eremiti.

Un uomo nuovo

Subiaco, Sacro Speco di Subiaco, San Francesco d’Assisi (XIII secolo)

Agli inizi del 1207 partì per Gubbio. Era inverno e probabilmente c’era molta neve.

Man mano che si allontanava dal territorio di Assisi, il Santo si espose all’attacco delle bande di briganti: si trattava di gruppi di mercenari, privi di scrupoli, spesso al soldo del miglior pagante.

Poco prima di Caprignone, o poco dopo Valfabbrica[3] gli venne sbarrata la strada. Alla domanda su chi fosse, Francesco rispose: “Sono l’araldo del Gran Re; vi interessa questo?”. I briganti lo percossero e lo gettarono in una fossa piena di neve, dicendo: “Stattene lì, zotico araldo di Dio!”. Ma Francesco, appena i briganti furono spariti, balzò fuori dalla fossa e, tutto contento, riprese a cantare a gran voce, tessendo le lodi del Creatore di tutte le cose.

Un monastero accolse Francesco dopo l’aggressione[4], ed egli fu inviato in cucina a fare lo sguattero, ma da lì Francesco ripartì quasi subito, e si incamminò verso Gubbio. Il giovane aveva da sempre qui diversi amici, ed uno di essi, Federico Spadalonga, lo accolse benevolmente e lo rivestì.

Sempre a Gubbio, poi, Francesco “amante di ogni forma di umiltà, si trasferì presso i lebbrosi, restando con loro e servendo a loro tutti con somma cura”; si trattava del lebbrosario di San Lazzaro. Nel suo Testamento, Francesco disse chiaramente che la vera svolta verso la pienaconversione ebbe inizio per lui quando si accostò a quelle persone.

Durante i primi tempi, in ogni caso, Francesco non ebbe una fissa dimora. Tale situazione continuò fino al 1213, quando il beato Villano, vescovo di Gubbio e benedettino dell’abbazia diSan Pietro, concesse a Francesco, già circondato dai suoi frati, di stabilire una loro sede nell’antica chiesa di Santa Maria della Vittoria, che la tradizione indica come il luogo in cui Francesco ammansì il lupo.

Il ritorno ad Assisi

Passati alcuni mesi dell’anno 1207 e placatosi lo scandalo sollevato dalla rinuncia dei beni paterni, Francesco ritorna ad Assisi. Per un certo periodo se ne sta solo, impegnato a riparare alcune chiese in rovina come San Pietro (al tempo, fuori le mura), la Porziuncola a Santa Maria degli Angeli e San Damiano. L’alacrità e l’impegno che mette nel lavorare convince col tempo alcune persone che vanno ad aiutarlo; riferendosi a San Damiano diceva: “Qui sorgerà un monastero di signore, e per la fama della loro santa vita, sarà glorificato in tutta la chiesa il nostro Padre Celeste”. Le parole del Santo si riveleranno profetiche perché di lì a poco, nel 1211 (o 1212) Chiara, dopo aver vestito a Santa Maria degli Angeli lo stesso abito religioso di Francesco, troverà qui stabile dimora, fondando, a sua volta, un Ordine femminile. Per Francesco, San Damiano ha un valore particolare. Tra le sue mura trova sempre pace e consolazione. Nel 1225, dopo aver ricevuto lestigmate sul monte della Verna (luogo su cui sorgerà l’omonimo Santuario), vi soggiorna alcuni giorni per riposarsi. Secondo la tradizione, è qui che il Frate improvvisa le prime strofe del Cantico delle Creature.

La predicazione

I primi anni della conversione sono caratterizzati dalla preghiera, dal servizio ai lebbrosi, dal lavoro manuale e dall’elemosina. Ma nel 1208, dopo aver ascoltato la parola del Vangelo nella chiesa di San Nicolò ad Assisi, Francesco sente fermamente di dover portare la Parola di Dio per le strade del mondo. Inizia così la sua predicazione, dapprima nei dintorni di Assisi, poi sempre più lontano. Ben presto altre persone si aggregano a lui e, con le prime adesioni, si forma il primo nucleo dellacomunità di frati. Uno di essi è Bernardo di Quintavalle, suo amico d’infanzia. Per un breve periodo, nel 1209 Francesco e i suoi si istallano nel “tugurio” di Rivotorto, sulla strada verso Foligno, che i frati hanno scelto perché vicino ad un ospedale di lebbrosi. Ma il posto scelto è umido e malsano e sarà presto abbandonato. Francesco, con i suoi primi compagni (frate Leone, frate Masseo, frate Elia Bombarone, frate Ginepro, e nel 1214 i primi frati “dotti”, tra cui Tommaso da Celano, uno dei principali biografi del Santo e forse Giovanni da Pian di Carpine) si stabilisce vicino alla piccola badia di Santa Maria degli Angeli, sulla pianura del Tescio, in località “Porziuncola”. Abbandonata in mezzo al bosco di cerri, viene concessa a Francesco e ai suoi frati dall’Abate di San Benedetto del Subasio, intorno al 1209. Da qui partiranno le prime missioni apostoliche verso i quattro angoli della terra.

Assisi, Basilica di San Francesco, Giotto,Innocenzo III conferma la Regola francescana(1290 – 1295), affresco

Nel 1210 a Roma Francesco, proponendo a papa Innocenzo III il suoPropositum o Prima Regola, ne riceve l’approvazione per il suo “Ordo fratum minorum”.

Alla Porziuncola Francesco scrive nel 1221 la Regola non bollata. La meno rigorosa Regola bollata, viene scritta con il cardinale Ugolino d’Ostia (il futuropapa Gregorio IX) e approvata da papa Onorio III nel 1223. Sempre alla Porziuncola si tengono i primi Capitoli Generali detti anche capitoli delle stuoie, vi si celebra l’indulgenza del 1216 concessa a Francesco, in una visione, dallo stesso Cristo.

Pellegrino del mondo, paladino di pace

Col tempo la fama di Francesco cresce enormemente e cresce in maniera esponenziale anche la schiera dei frati (già 7000 in nel 1215). Nel 1217Francesco presiede il capitolo generale di Assisi, che organizza la grande espansione dell’ordine in Italia e invia missioni in Germania, Francia e Spagna. La pacifica rivoluzione che il nuovo Ordine sta compiendo comincia ad essere palese a tutti. Iniziano però anche i primi problemi: Francesco ha paura che, ingrandendosi senza controllo, la fraternità minoritica devii dai propositi iniziali.

Per dare l’esempio e per potersi dedicare completamente alla sua missione, nel1220, tornato da un viaggio in Egitto e in Palestina, rinuncia al governo dell’Ordine in favore dell’amico e seguace Pietro Cattani. È in questo periodo che nascono i Capitoli Generali: sorgono con l’esigenza di impostare la vita comunitaria, di organizzare l’attività di preghiera, di rinsaldare l’unità interna ed esterna, di decidere nuove missioni.

Ed è la Porziuncola la sede in cui si ospitano tutti i capitoli più importanti. Il concetto di pellegrino e uomo del mondo, comunque, rimane per Francesco uno dei capisaldi del proprio ideale di vita. Con il risultato che la vulgi pietas e la devozione dei discepoli collegano idealmente alla tradizione biblica e al Vangelo ogni passaggio e ogni atto del Santo in relazione ai luoghi del suo peregrinare quale annunciatore di Cristo. A Greccio (sulla strada che da Stroncone prosegue verso il reatino), nelNatale del 1223 Francesco rievoca la nascita di Gesù Cristo e dove è nata la tradizione del Presepe.

Oltre alla vita attiva Francesco sente continuamente l’esigenza di ritirarsi in posti solitari per ritemprarsi e pregare. Ad esempio, l’eremo delle Carceri di Assisi, sulle pendici del monte Subasio, offre al frate quel necessario silenzio e quella pace che gli consentono un più intimo colloquio con il Cristo.

L’Ordine Minoritico

San Francesco d’Assisi fondò tre ordini riconosciuti dalla Chiesa, esistenti tutt’oggi, aventi costituzioni proprie.

Il primo ordine è quello dei frati minori, che seguono la regola approvata dal papa Onorio III, ossia la Regola bollata (1223), che a sua volta si divide in tre rami: Frati Minori Conventuali, Frati Minori Osservanti, e Frati Minori Cappuccini, hanno ciascuno la loro propria organizzazione e struttura legale, ma hanno in comune San Francesco come loro Padre e Fondatore.

Il secondo ordine è quello delle Clarisse fondato da Chiara d’Assisi con la Regola di San Francesco, suore di clausura, che attualmente, come i frati, sono presenti in tutto il mondo.

Il terzo ordine nacque per i laici, o meglio per i secolari, cioè coloro che pur non entrando in convento, vivono nelle loro famiglie la spiritualità francescana. Viene chiamato Ordine Francescano Secolare conosciuto anche come O.F.S.

Oltre al Terz’Ordine Secolare, vi è anche il T.O.R., il Terz’Ordine Regolare (frati, monache e suore).

Interpretando le intenzioni di S. Francesco e adattando il suo ideale alle mutevoli realtà dei tempi, a partire dal Duecento, laChiesa, per mezzo dei vicari di Cristo, ha continuamente emesso documenti papali: papa Onorio III; papa Gregorio IX; papa Innocenzo IV; papa Alessandro IV; papa Urbano IV; papa Clemente IV; papa Martino IV; papa Onorio IV; papa Nicolò IV(1289); papa Celestino IV; papa Bonifacio VIII (1295); papa Leone XIII (1883); papa Paolo VI (1978). L’ultima regola dell’OFS fu approvata da Papa Paolo VI.

Vi è anche la Gioventù Francescana (GIFRA) che non è un gruppo, ma una fraternità di giovani che condividono e vivono il Vangelo e il loro essere francescani nel mondo di oggi, sul posto di lavoro o di studio.

Spirito missionario

Alla preghiera e alla meditazione la Regola francescana aggiunge lo spirito missionario. Quasi in simbiosi con i precetti evangelici, assumendo una condotta completamente divergente rispetto al comune intendimento, a Francesco interessano soprattutto i ceti sociali più deboli, va verso quel prossimo che dalla moderna società viene rifiutato, cioè verso il povero, il malato, il perdente, l’ultimo: Francesco vuole essere il minore tra i minori. Si sostiene inoltre che egli applichi ai compagni l’appellativo minores, dato universalmente ai popolani, perché lui stesso vuole incarnare l’ideale di uomo del popolo. Ed Assisi e Santa Maria degli Angeli sono il cuore pulsante da cui parte e ritorna l’attività missionaria di questo nuovo ordine dei “minori”, come d’ora in avanti verranno chiamati tutti coloro che seguiranno il fondatore. Francesco dà l’esempio, mostrando un’ansia frenetica e una febbrile sollecitudine nella diffusione del messaggio evangelico. In prima persona vive un incessante vagare per raggiungere con la Parola molti luoghi, portandosi fino ai confini dell’Europa.

La predica agli uccelli

A differenza di altri sermoni, le sue sono prediche semplici per gente semplice. Ma quando Francesco parla, rapisce la folla. Le sue parole hanno una presa incredibile. A Cannara, ad esempio, gli abitanti rimangono affascinati, a tal punto che susciterà una specie di conversione di massa: tutti infatti intendono seguirlo. È in questa circostanza che Francesco pensa alla creazione del Terz’Ordine.

Uno degli episodi più famosi dei Fioretti (rielaborazione trecentesca della vita e dell’insegnamento del Poverello, dell’ambiente dei cosiddetti Francescani Spirituali), la predica agli uccelli, avviene proprio in questi luoghi.

Più che la cronaca di un avvenimento, viene descritto un passo di vera poesia:

« E passando oltre con quello fervore, levò gli occhi e vide alquanti arbori allato alla via, in su’ quali era quasi infinita moltitudine d’uccelli. E entrò nel campo e cominciò a predicare alli uccelli ch’erano in terra; e subitamente quelli ch’erano in su gli arbori se ne vennono a lui insieme tutti quanti e stettono fermi, mentre che santo Francesco compiè di predicare (…) Finalmente compiuta la predicazione, santo Francesco fece loro il segno della croce e diè loro licenza di partirsi; e allora tutti quelli uccelli si levarono in aria con maravigliosi canti, e poi secondo la croce c’aveva fatta loro santo Francesco si divisoro in quattro parti (…) e ciascuna schiera n’andava cantando maravigliosi canti. »

La morte

Francesco volle tornare a morire alla Porziuncola. Lì, nel 1226, lo colse la morte, sdraiato sulla nuda terra.

Lascia un “Testamento”, che vorrebbe fosse sempre legato alla “Regola”, in cui esorta l’ordine a non allontanarsi dallo spirito originario.

Culto

Viene canonizzato il 16 luglio 1228 da papa Gregorio IX nella Chiesa di San Giorgio ad Assisi[5].

Alla fine del XX secolo l’immagine di San Francesco ha assunto un ruolo che va al di là della semplice devozione: Assisi, città della pace, simboleggia il messaggio della fratellanza tra i popoli.

Scritti

L’opera poetica

Oltre alle “Regole” citate (cui va aggiunta quella per le Clarisse di Chiara d’Assisi) e al “Testamento”, scrisse il Cantico delle Creature o Laudes Creaturarum in volgare e le Adminitiones e le Epistolae in latino.

Le Fonti Francescane

Le Fonti Francescane sono una raccolta di testi sulla storia dell’Ordine francescano, attualmente pubblicata dal Consorzio di case editrici EFR – Editrici Francescane, costituito il 31 marzo 1995 dall’intesa tra quattro case editrici francescane italiane: le Edizioni Biblioteca Francescana di Milano, le Edizioni Messaggero di Padova, le Edizioni Porziuncola di Santa Maria degli Angeli (PG) e la Libreria Internazionale Edizioni Francescane di Vicenza.

Comprendono gli scritti e le biografie di Francesco e Chiara d’Assisi. I testi sono basati sugli originali, mantengono la terminologia biblica, ecclesiale e teologica. La prima edizione è del 1977; la seconda, ampliata è del 2004.

Sviluppata in collaborazione con i Frati Minori di Assisi da “Matitegiovanotte. Forlì”, dal 2013 è disponibile anche una “app” dedicata a San Francesco[6], con contenuti tratti dalle Fonti Francescane[7].

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Breve Commento all’Ave Maria

Per capire e pregare meglio l’Ave Maria

L’Ave Maria



L’Ave Maria si compone di due parti: la prima parte, biblica, è di lode, la seconda parte, di origine ecclesiale, è di supplica. La lode è espressa con le parole che le sono state rivolte dall’angelo Gabriele “Ti saluto, o Piena di Grazia, il Signore è con te” (Lc 1,28) e da Elisabetta: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo” (Lc 1, 42).  Fu il Papa Urbano IV (1261-1264) che ordino l’aggiunta di “Gesù” come conclusione della prima parte. La seconda parte, è più recente. Solo in un breviario certosino risalente al XIII Secolo, infatti, troviamo per la prima volta l’invocazione: “Sancta Maria ora pro nobis”, a cui segue, un secolo dopo, l’aggiunta “peccatoribus” e, verso il 1350,  la parte finale: “Nunc et in hora mortis. Amen.” Questa parte, che ha subito diverse aggiunte e modifiche in tempi diversi, fu codificata nella forma attuale:  “Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte. Amen”, da Papa San Pio V nel 1568.

“Rallegrati Maria, Piena di grazia “

Rallegrati
San Luca, che ha scritto il suo vangelo in greco, usa il termine: Kàire. Questo termine, legato etmologicamente a Kàra (gioia) e Kàris (grazia), ha nel contesto lucano una connotazione gioiosa ed è quasi un comando a gioire, a far festa: Rallegrati, Maria! In lei, infatti, Dio fedele attuerà le sue promesse, compirà le sue profezie e, per mezzo suo, non deluderà la speranza di salvezza del suo popolo. E’ lo stesso invito “obbligato” alla gioia, per la presenza salvifica del Signore, rivolto alla Figlia di Sion.

Maria
L’aggiunta del nome “Maria” alle parole dell’angelo, più che arbitraria, intende racchiudere e condensare il mistero della Donna a cui il saluto è rivolto, svelarne la natura e precisarne il senso della missione. Secondo l’interpretazione più comune il nome “Maria” ha due radici: una egizia – “Myr” – che vuol dire “amata”; l’altra ebraica – ” yam” – che è l’abbreviazione di Iahvè. “Miryàm” significa, dunque, “l’amata di Iahvè”, “la prediletta di Dio”. Il suo nome appare, di conseguenza, già indicativo del suo destino eccezionale, della sua vita straordinaria e della sua missione singolare e unica: “Miryàm”, sarà per sempre la Tuttasanta, la Figlia prediletta del Padre, la Madre amorosa e sempre vergine del Figlio, la dimora e il tempio vivo dello Spirito Santo.

Piena di grazia
L’angelo non la chiama Maria, ma “Kekaritoméne”. Il termine originale greco è quasi intraducibile, perché ha un contenuto molto più profondo di quello che normalmente esprimiamo con i termini: favorita, gratificata, privilegiata, santificata da Dio. Ella è “Piena di grazia” perchè lo Spirito Santo scende in lei per innalzarla a quell’altezza sublime che le permetterà di generare il Figlio eterno del Padre secondo la carne: non poteva anche per un solo istante essere senza pienezza di grazia, colei che doveva generare Cristo, Redentore e Salvatore del mondo. In lei lo Spirito rende tangibile l’opera di amore e di redenzione di Dio per gli uomini, un Dio che eleva l’uomo, lo libera dal peccato, lo unisce nella figliolanza alla sua stessa vita divina. Come per l’antico Israele, Dio “ricordandosi della sua misericordia”, farà “grazia” a Maria che così, diventa  figura e compimento di Israele e insieme archètipo e primizia della Chiesa e di ogni cristiano.

“Il Signore è con te “

Nella Bibbia, la formula «il Signore è con te» ricorre in due contesti diversi: di alleanza e di vocazione. Nell’Antico Testamento il Signore si sceglie un popolo e stringe con lui un’alleanza. Si impegna ad assicurargli una propria presenza amorevole e fattiva di cui l’arca è il segno concreto e visibile. C’è un evidente parallelo fra l’arca dall’alleanza e Maria. Basta un piccolo esempio, fra i tanti: – Davide, confuso e spaventato per la vicinanza dell’arca, esclama: «come potrà venire a me l’arca dell’alleanza?». – Elisabetta si domanda stupita: «a che debbo che la madre del mio Signore venga a me?». Maria, invocata come «arca dell’alleanza», è il «luogo» dove lo Spirito Santo realizza in maniera
perenne la propria presenza e dal quale irradia la sua azione. Maria è la donna che attualizza e garantisce la presenza del Figlio di Dio che, nel suo sangue versato sulla croce, rende perfetta e perenne l’alleanza di Dio con il suo popolo. È con te perché tu non abbia timore. Nella storia biblica il sarò con te si ritrova in racconti nei quali Dio chiama qualcuno ad una particolare missione. Un esempio. Dio chiama Mosè: «”va’! io ti mando dal Faraone Mosè disse a Dio: “Chi sono io per andare dal Faraone e per fare uscire dall’Egitto gli Israeliti?”. Rispose: “Io sarò con te”». Mosè incalza: «”io non sono un buon parlatore;… sono impacciato di bocca e di lingua”. Il Signore gli disse “Io sarò con la tua bocca e ti insegnerò quello che dovrai dire». Di dialoghi come questi è piena la Bibbia, e su questa linea si muove il dialogo dell’angelo con Maria. A Gabriele che chiede l’adesione ad un piano misterioso, Maria pone un’obiezione più che naturale: «Come è possibile?». Si sente piccola, povera, sproporzionata alla grandiosità di quel piano. Ma l’angelo la rassicura: non temere, abbi fiducia, non far conto su di te, ma sulla potenza del Signore!

“Tu sei benedetta fra le donne”

Non appena Maria si affaccia sulla soglia di casa, Elisabetta prorompe in un grido di gioia ed esclama «a gran voce: “Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo”». La gioia delle due madri è subito posta in riferimento ai figli: «il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo!». Elisabetta, illuminata dallo Spirito Santo, è immediatamente introdotta nel mistero ed esclama: «Tu sei benedetta!». Nell’Antico Testamento, ricorre spesso la parola «benedizione» (bera’ha), che significa: comunicazione di vita da parte di Dio. È Dio che benedice, che dà vigore, forza, successo, discendenza numerosa, pace, sicurezza… Dove c’è la vita, c’è il Creatore in azione; così che la benedizione non è un atto sporadico, ma un’azione incessante di Dio. La benedizione è dunque il segno del favore di Dio impresso nella creatura: non un vago augurio, ma un segno efficace che raggiunge lo scopo per cui è dato. Anche l’uomo può benedire. Dio soltanto ha il potere di benedire. Quando l’uomo benedice, lo fa in nome di Dio, come suo rappresentante. Ma esiste anche una benedizione ascendente, ed è quella che l’uomo fa quando benedice nella preghiera. Diciamo nella Messa: noi ti lodiamo, ti benediciamo.E «benedirlo» significa: riconoscere che tutti i beni di cui abbiamo il possesso vengono da Lui e a Lui debbono ritornare. Tipica è la benedizione della mensa: il pane, il vino e i frutti della terra, per il fatto che esistono, sono già benedetti. E «benedirli» significa: riceverli da Dio, Donatore supremo e quindi lodarlo, ringraziarlo e impegnarsi a utilizzarli secondo il fine per cui Egli ce li ha dati… Maria è la benedetta per eccellenza. Su nessuna creatura Dio ha riversato ricchi doni di natura e di grazia come su di lei. Dio la benedice in modo singolare e Maria, a sua volta, lo benedice magnificando la grandezza della sua misericordia: «grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e Santo è il suo nome!». A Lui la lode, la benedizione «nei secoli dei secoli». Maria non è Dio, ma è elevata dallo Spirito Santo a un rango divino tale da essere Madre per eccellenza, in cui è prefigurata la maternità stessa della Chiesa e svelato in immagine il volto femminile di Dio.

“E benedetto è il frutto del tuo seno Gesù.“

E benedetto è il frutto del tuo seno
Elisabetta, dopo aver proclamato Maria «benedetta fra tutte le donne», subito aggiunge: «e benedetto è il frutto del tuo grembo». L’angelo aveva già indicato le prerogative uniche di questo frutto: «Colui che nascerà sarà Santo e chiamato Figlio di Dio». E questo, grazie a un intervento che supera ogni immaginazione e possibilità umana: «lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo». Gesù, dunque, prima di essere «frutto» di Maria, è «frutto» dello Spirito Santo. E sarà Lui a proclamarlo, rifacendosi alla nota profezia di Isaia: «lo Spirito del Signore è sopra di me.. Gesù è «frutto benedetto» perché nato dall’azione dello Spirito Santo «che è colui che dà la vita»; è maturato nel seno di Maria che è tempio vivente dello Spirito; ed è la benedetta fra tutte le donne. Gesù è frutto del seno di Maria nel senso più pieno e reale. Soprannaturale è il concepimento, ma normale la gestazione. Per nove mesi, come ogni altra donna, Maria custodisce il Verbo fatto carne nel proprio utero, lo sente, lo «vede» crescere, ne avverte i movimenti, l’alimenta con le proprie viscere, gli trasmette il proprio sangue e la propria vita. Questo «frutto» meraviglioso è stato provocato dall’azione dello Spirito, ma è legato alla carne, al sangue, alla materia. Ha avuto bisogno del normale grembo di una donna. Maria non ha accolto il Verbo nella propria anima, ma nel proprio corpo. Gli ha impresso il colore della propria carne e dei propri occhi; ha trasmesso al suo bambino qualcosa dei suoi lineamenti, del suo carattere, della sua sensibilità, del suo somso… Dio sceglie la strada più naturale e vitale per crescere e svilupparsi, e si rende, per così dire, visibile, prima di tutto attraverso la rotondità di un ventre. Madre e figlio sono quindi due realtà indissolubili e complementari; due realtà che insieme realizzano ciò che nel mondo vi è di più grandioso e di più misterioso. Ciò vale quindi anche per Maria che ha portato sotto il suo cuore un Bimbo delizioso e questo bimbo delizioso si chiama Gesù

Gesù
Siamo nel cuore dell’«Ave Maria» La prima parte della nostra preghiera si apre col nome di Maria e si chiude con quello di Gesù. Il nome di Gesù rappresenta il punto d’arrivo normale e imprescindibile. La vicenda di Maria di Nazaret porta a questo necessario sbocco per lei e per noi. Tutta la storia della salvezza prepara e irraggia questo nome santo che sta al centro del mondo, della storia e del cuore di ogni uomo.Gesù, il salvatore Gesù, nome frequente per gli Ebrei, significa letteralmente «Iahvè salva». Gesù è quindi il nome che indica «la salvezza operata dal Signore attraverso il frutto del seno di Maria». Gesù ci salva: ci redime cioè dal peccato e dalla schiavitù di Satana, ci fa passare dalla morte alla vita (sia spirituale che fisica), ci libera dallo stato di asservimento al male e ci dona la grazia, che è partecipazione alla vita divina e diritto all’eredità eterna con Lui in Paradiso. Gesù, nome che è al di sopra di ogni altro nome È il nome che è al di sopra di ogni altro nome, ma è anche il nome di un Dio che si è fatto umile e povero per salvarci tutti. Gesù è un nome da invocare di frequente, più con il cuore che con le labbra. La spiritualità orientale antica ci ha trasmesso una invocazione semplice e ricca di contenuto: «Signore Gesù, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore». È la così detta «preghiera del cuore». È una preghiera intensa e accorata che riempie il cuore e si oppone alle preghiere prolisse, che svuotano e dissipano la mente. Sovente, in Oriente, viene sostenuta da un rosario di corde con cento nodi.

“Santa Maria, Madre di Dio “

Santa Maria
Chiamiamo Maria Santa e dobbiamo capire il significato di questo attributo. Santo è, nella Bibbia, uno dei tanti attributi di Dio; è un altro nome per dire Dio. Lo ricorda la stessa etimologia: sanctus è participio passato del verbo sancire, e significa «essere separato, distinto». «Dio Santo» è Colui che trascende l’uomo e il mondo; che «abita una luce inaccessibile» ed è distinto dall’uomo. Più che una qualità morale, il termine santo indica l’essenza di Dio e la sua autorità: Dio è totalmente diverso, superiore, distinto… anche se presente e non distaccato dalle cose. Lui solo è Santo! Il Signore, che è il solo Santo, può tuttavia partecipare, e di fatto partecipa, la sua santità. Noi vediamo infatti che sono detti santi: il popolo di Israele, i Profeti, gli Apostoli, Giovanni Battista; santa è la Chiesa e santi tutti i Cristiani, partecipi della vita e della missione di Cristo. Sante sono dette sia le persone che le cose che assumono una funzione divina: i ministri del culto, il tempio, l’altare, il sacrificio, Gerusalemme, Sion. Le cose in sé sono profane, ma siccome entrano in relazione con Dio che è santo e servono il Santo, partecipano di questa santità. Ma soprattutto la santità si ha quando si imita la santità di Dio. Nell’Antico Testamento, Dio dice di essere santi, perché Lui è santo; e nel Nuovo: «questa è la volontà di Dio: la vostra santificazione»; «siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli». Gesù, il Santo di Dio in mezzo a noi, costituisce il modello di tutte le virtù, e l’imitarlo è il modo più vero per raggiungere quella perfezione che ci consente di essere uomini maturi e integrali. Alla base di questa imitazione di Dio di cui Gesù è il modello supremo c’è un dono fondamentale, che eleva la sostanza stessa dell’ anima rendendola partecipe della santissima natura divina. Questo dono si chiama molto significativamente «grazia santificante». Essa è ricevuta nel battesimo e rende l’anima splendente e luminosa: per questo è simboleggiata dalla veste candida. Ora, questa grazia santificante che noi riceviamo nel battesimo è stata ricevuta con sovrabbondanza dalla Vergine Maria al momento della sua Immacolata Concezione. Per questo ella è chiamata dall’Angelo: «Piena di grazia». La sua anima dunque ha avuto sin dal primo istante una bellezza e uno splendore abbaglianti. La grazia santificante, oltre a trasformare la sostanza dell’ anima fa sì che essa diventi tempio dello Spirito Santo. Quindi Maria è santa anche perché lo Spirito Santo abita in lei e l’ha assunta come strumento e luogo della sua attività divina. Ella è santa quindi non tanto e solo per la conquista di una eminente santità personale, ma perché porta in sé lo Spirito Santo. Attraverso lei, lo Spirito realizza per così dire una dimensione storica; e Maria diviene, in un certo senso, la proiezione nel tempo dell’ attività specifica dello Spirito: è infatti la sua santità che in lei vive e opera. È santa anche perché assunta a servizio del disegno santo di Dio di salvare l’umanità attraverso l’incarnazione del suo Figlio. Lei è stata scelta e messa a parte per diventare la Madre del Salvatore. E come tale non poteva essere contaminata dal peccato comune a tutti gli uomini. Nella sua vita Maria ha esercitato tutte le virtù proprie di una donna e di una cristiana.

Madre di Dio
Maria genera una Persona che è Dio dall’eternità.. Gesù non è Dio per il fatto che è stato generato da Maria (sarebbe un assurdo pensare a Maria come madre della natura divina!): Maria è madre di Dio perché nelle sue viscere e dalle sue viscere comunica al Verbo una natura umana simile alla sua. Come nella generazione umana ordinaria la donna genera una persona e non una natura, così Maria genera la Persona del Verbo, il quale, pur conservando la natura divina, diviene suo vero Figlio solo quanto alla natura umana. Maria è quindi «Theotòkos», madre di Dio, perché il Figlio eterno di Dio si fa uomo da lei e per mezzo di lei. L’espressione «Theotòkos», madre di Dio, applicata a Maria Santissima, fa sì che ella possa venire chiamata «vincitrice di tutte le eresie». Infatti le eresie, cioè gli errori che riguardano il mistero dell’incarnazione del Verbo, si possono ricondurre alla negazione o della vera divinità di Gesù, o della sua vera umanità, o dell’unione della divinità con l’umanità nell’unica Persona divina del Verbo. Ora, dicendo che Maria è madre di Dio noi riconosciamo: 1) che Gesù è veramente Dio; 2) che è veramente uomo (altrimenti Maria non sarebbe sua madre); 3) che in Lui c’è la sola Persona divina (altrimenti Maria sarebbe madre della persona umana di Gesù, e quindi non più madre di Dio). In breve, Gesù è vero Dio e vero uomo: – dicendo che Maria è madre di Dio, noi affermiamo la divinità di Gesù; – dicendo che è madre di Dio, noi affermiamo la umanità di Gesù. Nessuna creatura umana è stata pensata, «progettata», assunta, elevata a così alta dignità. Lo dice il Vaticano Il con incisive parole: «redenta in modo sublime in vista dei meriti del Figlio suo, e a Lui unita da uno stretto e indissolubile vincolo, Maria è insignita del sommo ufficio e della eccelsa dignità di Madre del Figlio di Dio, e perciò prediletta del Padre e tempio dello Spirito Santo. Per questo dono di grazia eccezionale, precede di gran lunga tutte le creature celesti e terrestri». Ovviamente, per questa altissima dignità Dio l’ha adeguatamente preparata «arricchendola di tutti i doni consoni a tanto ufficio». «Dio volle che l’accettazione della predestinata Madre precedesse l’Incarnazione, perché, così come una donna aveva contribuito a dare la morte, così una donna contribuisse a dare la vita. Ciò vale in modo straordinario per la Madre di Gesù, la quale ha dato al mondo la Vita stessa che tutto rinnova». Noi siamo debitori a lei della vita nuova portata da Cristo; è lei che con il suo “sì” ha contribuito al disegno della redenzione, quello cioè di costituire Gesù Cristo come l’unico Mediatore e Salvatore di tutti gli uomini.

“Prega per noi peccatori, adesso”



Prega per noi peccatori
Ecco allora l’invocazione: prega! Maria, prega, fa qualcosa per noi! Dì una parola in nostro favore! Intercedi presso Dio! Intercedere significa intervenire a vantaggio di qualcuno; mediare, fare dei passi a suo vantaggio; “strappare” una grazìa. Maria può intercedere, vuole intercedere, perché è dalla parte di Dio e dalla parte nostra. È stata definita: «l’onnipotenza che intercede», «l’onnipotenza supplice». Solo Dio è onnipotente, ma la potenza di Maria consiste nell’ottenere da Dio ciò che è bene per quei figli bisognosi che Dio stesso le ha affidato. Quando ci affidiamo a lei, la nostra causa, anche se disperata, è in buone mani. Ci rivolgiamo a lei consapevoli del nostro stato di «poveri peccatorì». Non abbiamo titoli e meriti da rivendicare, se non quelli di essere «iscritti nella lista dei poveri». È questa la condizione che ci dà garanzia di essere esauditi: riconoscere che siamo bisognosi di tutto, e che nulla siamo senza l’aiuto del suo divin Figlio e senza quella intercessione che ella può caldeggiare con materno amore. Prima ancora di chiedere «una grazia», poniamoci fiduciosi davanti a lei, «rifugio dei peccatori» e «madre della divina Grazìa». Poniamo la nostra «posizione personale» nelle sue mani, e, con le nostre frequenti invocazioni, chiediamole di condurci per quelle strade che lei conosce come sicure e orientate al nostro vero bene!

Adesso
Prega per noi, adesso… L’adesso dell’ “Ave Maria” richiama l’oggi del “Padre nostro”: «dacci oggi il nostro pane quotidiano». La nostra fragile vita ha bisogno di quel nutrimento essenziale che è il pane. Ma proprio perché la vita umana è all’insegna della fragilità e della precarietà, ha bisogno di essere coperta e assicurata in ogni momento, e quindi adesso. Troppo spesso viviamo con lo sguardo rivolto al passato, o proiettato verso il futuro… e così perdiamo gli appuntamenti decisivi, quelli dell’oggi. Viviamo di ricordi, di rimpianti, di nostalgie… Oppure di sogni vaghi o di attese illusorie. In tal modo non sappiamo afferrare l’adesso, il momento favorevole, il messaggio di oggi, la grazia di oggi. Ma l’uomo maturo e illuminato non è distratto nei confronti del presente: lo alimenta con la memoria del passato e con l’attesa del futuro, ma lo vive intensamente, responsabilmente, nella certezza che è proprio il presente ciò che conta, e che… questo presente non tornerà mai più. Non esistono solo le rare grandi occasioni della vita; esistono invece le minuscole, modeste, normali, occasioni quotidiane… E sono tutte preziose, tutte importanti; tutte da vivere e da sfruttare con intensità gelosa: momento per momento, e quindi adesso! In questo prezioso attimo presente imploriamo l’aiuto di Maria: una presenza quindi costante, abituale, lungo il filo dei giorni feriali, nell’ambito del quotidiano. Non solo nei momenti di emergenza, quando le cose si mettono male e siamo nella disperazione, perché l’intervento della Madre non può essere sporadico, occasionale, frammentario. Una presenza familiare, che ce la rende presente nella gioia e nel dolore, nei momenti nei quali vivere è facile e in quelli nei quali il cammino si fa arduo e oscuro. Pregando adesso e per l’adesso, noi chiediamo a Maria di non «abituarci alla vita», ma di scoprirla ogni giorno per quello che realmente è: uno splendido dono che si riceve e che si deve rendere. La vita è miracolo, è sorpresa. È un evento sempre nuovo, sorprendente, inaudito. È un prodigio unico e irripetibile. Il giorno che spunta oggi non è qualcosa di scontato, di banale… dal momento che c’è stato quello di ieri. La vita è creazione, è invenzione dell’ «Amore». Ogni giorno è la «prima  volta». Non esistono giorni ordinari: ogni giorno è straordinario, insolito, «mai visto», ed è carico di novità e imprevedibilità a non finire. Maria, aiutaci a celebrare la vita con stupore e riconoscenza, ogni giorno e in ogni istante. Per non renderlo banale, inutile e triste. Per non disperderlo, per non svuotarlo, per non sciuparlo. Per ricuperare il senso della gratuità e della lode, per ritrovare la freschezza del canto, per gustare la felicità di donarla con amore e per amore. Aiutaci. Adesso.

“ e nell’ora della nostra morte “

L’ora della morte è l’ora più temuta e il più possibile allontanata. Ma è un’ora che inesorabilmente verrà… e per tutti. Siamo sicuri che, nella successione degli adesso, verrà un «adesso» che segnerà la fine, e, con essa, la partenza da questo mondo. A questa realtà costantemente ci richiama l’Ave Maria, anche se la recitiamo distrattamente e quasi scivolando sulla parola che non vorremmo mai pronunciare: la morte. Nell’Ave Maria quell’ora suprema si chiama proprio morte, senza camuffamenti ed eufemismi. Si chiama col suo termine immediato e vero, perché, dato la persona a cui ci rivolgiamo, non serve a nulla nascondere la realtà di un evento che è il più decisivo. Nulla ci angoscia più del pensiero della morte. Essa si presenta come una realtà assurda e scandalosa, da evitare accuratamente, da non far entrare nei discorsi abituali fra persone «normali». Ci fa paura anche se abbiamo fede Cristo, morendo, ha distrutto la nostra morte, e, risorgendo, ha ridato a noi la vita. Col suo mistero di morte e di resurrezione, ha trasformato la morte in amore di vita immortale. Ce lo dice la Fede: e per questo sappiamo che morire non è finire, ma entrare in quella vita vera, per la quale siamo nati. Tentiamo di persuaderci che la morte, sul piano fisico, è un evento biologico normale, e, sul piano cristiano, il momento più prezioso che dà senso e coronamento alla nostra esistenza.. Anche Gesù, sulla Croce, accolse la morte con terrore gridando al Padre tutta la sua angoscla. Che cosa possiamo fare? Possiamo continuare così ad allontanare, a minimizzare, a sottovalutare l’evento più importante e decisivo della nostra esistenza? Evidentemente no! Meglio accettare la realtà delle cose: accettare fin d’ora, per allora, quello che accadrà, e, fin d’ora prepararlo con responsabilità ed equilibrio. E proprio… con l’aiuto di Maria. Con Maria, la vita illumina la morte e la morte illumina la vita Maria, invocata con fiducia, rende tutto più semplice, più comprensibile, più accettabile, più sereno. Essa ci garantisce per l’adesso una presenza materna dolce e insostituibile. Ma mentre ci sostiene nel presente, ci dispone con serenità al futuro e a quell’ora suprema. Ci prepara alla morte, insegnandoci a vivere. La morte illumina la vita, e la vita prepara la morte, perché essa, come diceva P. Kolbe, «non si improvvisa, ma si merita con tutta la vita». Il pensiero della morte richiama l’urgenza di non sciupare nulla di quello che la vita offre nel suo scorrere quotidiano e di sfruttare per il meglio ogni attimo che via via essa ci dona nel suo rapido dispiegarsi. Vita e morte così mirabilmente si intrecciano in un’armonia che dona responsabilità, impegno e serenità. L’Ave Maria, unendo nella preghiera 1′ «adesso» e 1′ «ora della morte» è il ricordo e lo stimolo migliore a realizzare questa armonia salutare. All’appuntamento con la morte, tutti ci lasceranno, ma non Maria. Ad aprire quella porta sarà lei e soltanto lei. Nel momento nel quale avverrà il nostro personale incontro col suo Figlio, Giudice e Salvatore, sarà lei a parlare per noi, come madre, come amica, come avvocata potente. Entreremo nella vita eterna con l’aiuto e la protezione della mamma. Anzi: in sua compagnia! Sarà lei a prenderci per mano, a facilitarci il passaggio, a parlare con noi. Non ci ricaccerà, non ci abbandonerà, perché a lei Gesù ha detto: «ecco tuo figlio!». Di una cosa siamo sicuri: che non ci deluderà, se noi l’avremo invocata, se noi l’avremo chiamata e pregata recitando ogni giorno, in vita, la preghiera dei figli: l’Ave Maria.

“Amen “

L’Ave Maria, come tutte parola Amen. È un’ acclamazione ebraica intraducibile che, dalla Bibbia, fin dai primi tempi, passò nella Liturgia cristiana. Arriva dalla radice àman, ed esprime: sicurezza e verità. Per questo, Dio è chiamato l’Amen, e Gesù è detto l’Amen perché «è il testimone della verità». Amen è anche il termine col quale esprimiamo l’assenso a ciò che altri fanno o dicono a nome di tutti, specie in un contesto liturgico. Amen: così è

Bibliografia

– R. Laurentin, L’Ave Maria, Queriniana, Brescia 1990.
– A. Pronzato, L’Ave Maria preghiera di Tutti, Gribaudi, Milano 1987.

L’Annuncio glorioso della Risurrezione

SONO LE DONNE LE PRIME A TRASMETTERE L’ANNUNCIO DELLA RISURREZIONE

La Risurrezione, centro del messaggio cristiano, nella forma della professione di fede e nella forma di racconto dell’evento, sono stati i temi con i quali Papa Francesco ha ripreso le catechesi sull’Anno della Fede per le udienze generali del mercoledì.
Come di consueto il Santo Padre ha fatto il giro di Piazza San Pietro in papamobile per salutare le decine di migliaia di persone che volevano salutarlo, molte delle quali gli hanno presentato i propri figli perché li prendesse in braccio. Dopo aver salutato calorosamente i fedeli, il Papa ha pregato con i presenti e dopo aver augurato “Buongiorno” ha cominciato la catechesi citando il celebre passo della lettera di San Paolo ai Corinzi: “Se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati”.
“Purtroppo – ha detto il Papa – spesso si è cercato di oscurare la fede nella Risurrezione di Gesù, e anche fra gli stessi credenti si sono insinuati dubbi. Un po’ quella fede ‘all’acqua di rose’, come diciamo noi; non è la fede forte. E questo per superficialità, a volte per indifferenza, occupati da mille cose che si ritengono più importanti della fede, oppure per una visione solo orizzontale della vita. Ma è proprio la Risurrezione che ci apre alla speranza più grande, perché apre la nostra vita e la vita del mondo al futuro eterno di Dio, alla felicità piena, alla certezza che il male, il peccato, la morte possono essere vinti. E questo porta a vivere con più fiducia le realtà quotidiane, ad affrontarle con coraggio e con impegno. La Risurrezione di Cristo illumina con una luce nuova queste realtà quotidiane. La Risurrezione di Cristo è la nostra forza!”.
Passando a spiegare i due tipi di testimonianze della Risurrezione nel Nuovo Testamento, Papa Francesco ha indicato prima di tutto la professione di fede, cioè le formule sintetiche che indicano il centro della fede. Ad esse appartengono, ad esempio, i contenuti nella Lettera ai Corinzi e nella Lettera di Romani nella quale San Paolo scrive: “Fin dai primi passi della Chiesa è ben salda e chiara la fede nel Mistero di Morte e Risurrezione di Gesù”.
Il Papa si è soffermato sulle testimonianze nella forma di racconto che si trovano nei Vangeli, ricordando che le prime testimoni della Risurrezione furono le donne. “All’alba, esse si recano al sepolcro per ungere il corpo di Gesù, e trovano il primo segno: la tomba vuota. Segue poi l’incontro con un Messaggero di Dio che annuncia: Gesù di Nazaret, il Crocifisso, non è qui, è risorto”.
“Le donne – ha affermato il Papa – sono spinte dall’amore e sanno accogliere questo annuncio con fede: credono, e subito lo trasmettono, non lo tengono per sé, lo trasmettono. La gioia di sapere che Gesù è vivo, la speranza che riempie il cuore, non si possono contenere. Questo dovrebbe avvenire anche nella nostra vita. Sentiamo la gioia di essere cristiani! Noi crediamo in un Risorto che ha vinto il male e la morte! Abbiamo il coraggio di ‘uscire’ per portare questa gioia e questa luce in tutti i luoghi della nostra vita! La Risurrezione di Cristo è la nostra più grande certezza; è il tesoro più prezioso! Come non condividere con gli altri questo tesoro, questa certezza? Non è soltanto per noi, è per trasmetterla, per darla agli altri, condividerla con gli altri. È proprio la nostra testimonianza”.
“Un altro elemento. – ha proseguito il Papa – Nelle professioni di fede del Nuovo Testamento, come testimoni della Risurrezione vengono ricordati solamente uomini, gli Apostoli, ma non le donne. Questo perché, secondo la Legge giudaica di quel tempo, le donne e i bambini non potevano rendere una testimonianza affidabile, credibile. Nei Vangeli, invece, le donne hanno un ruolo primario, fondamentale. Qui possiamo cogliere un elemento a favore della storicità della Risurrezione: se fosse un fatto inventato, nel contesto di quel tempo non sarebbe stato legato alla testimonianza delle donne. Gli evangelisti invece narrano semplicemente ciò che è avvenuto: sono le donne le prime testimoni. Questo dice che Dio non sceglie secondo i criteri umani: i primi testimoni della nascita di Gesù sono i pastori, gente semplice e umile; le prime testimoni della Risurrezione sono le donne. E questo è bello. E questo è un po’ la missione delle donne: delle mamme, delle donne! Dare testimonianza ai figli, ai nipotini, che Gesù è vivo, è il vivente, è risorto. Mamme e donne, avanti con questa testimonianza!. Per Dio conta il cuore, quanto siamo aperti a Lui, se siamo come i bambini che si fidano”.
“Ma questo ci fa riflettere anche su come le donne, nella Chiesa e nel cammino di fede, abbiano avuto e abbiano anche oggi un ruolo particolare nell’aprire le porte al Signore, nel seguirlo e nel comunicare il suo Volto, perché lo sguardo di fede ha sempre bisogno dello sguardo semplice e profondo dell’amore. Gli Apostoli e i discepoli fanno più fatica a credere. Le donne no. Pietro corre al sepolcro, ma si ferma alla tomba vuota; Tommaso deve toccare con le sue mani le ferite del corpo di Gesù. Anche nel nostro cammino di fede è importante sapere e sentire che Dio ci ama, non aver paura di amarlo: la fede si professa con la bocca e con il cuore, con la parola e con l’amore”.
“Dopo le apparizioni alle donne – ha ricordato il Papa – ne seguono altre: Gesù si rende presente in modo nuovo: è il Crocifisso, ma il suo corpo è glorioso; non è tornato alla vita terrena, bensì in una condizione nuova. All’inizio non lo riconoscono, e solo attraverso le sue parole e i suoi gesti gli occhi si aprono: l’incontro con il Risorto trasforma, dà una nuova forza alla fede, un fondamento incrollabile. Anche per noi ci sono tanti segni in cui il Risorto si fa riconoscere: la Sacra Scrittura, l’Eucaristia, gli altri Sacramenti, la carità, quei gesti di amore che portano un raggio del Risorto. Lasciamoci illuminare dalla Risurrezione di Cristo, lasciamoci trasformare dalla sua forza, perché anche attraverso di noi nel mondo i segni di morte lascino il posto ai segni di vita”.
Al termine il Papa ha detto: “Ho visto che ci sono tanti giovani nella piazza. Eccoli! A voi dico: portate avanti questa certezza: il Signore è vivo e cammina a fianco a noi nella vita. Questa è la vostra missione! Portate avanti questa speranza. Siate ancorati a questa speranza: questa ancora che è nel cielo; tenete forte la corda, siate ancorati e portate avanti la speranza. Voi, testimoni di Gesù, portate avanti la testimonianza che Gesù è vivo e questo ci darà speranza, darà speranza a questo mondo un po’ invecchiato per le guerre, per il male, per il peccato. Avanti giovani!”.
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Chi è venuto dall’Aldilà – San Giovanni XXIII

Papa Giovanni XXIII, venuto dall’aldilà
L’episodio qui riportato è uno dei miracoli studiati dalla Chiesa per la causa di Beatificazione di Papa Giovanni XXIII.
Suor Caterina Capitani, suora delle Figlie della Carità della provincia napoletana, cominciò ad accusare disturbi alla salute alcuni mesi dopo la vestizione. Era il 1962, la Suora aveva 18 anni e lavorava come infermiera presso gli Ospedali Riuniti di Napoli. Fino a quel tempo la sua salute era stata molto buona. Un giorno avvertì un dolore intercostale noioso, al quale non diede nessuna importanza. Dopo un paio di mesi però ebbe una emorragia e questa volta si spaventò. Era nella sua stanza. Ebbe un conato di vomito, corse al lavabo con la bocca piena di sangue molto rosso. Poiché le avevano insegnato che il sangue molto rosso proviene dal torace, pensò con terrore alla tisi. Con una simile malattia la sua vita di suora sarebbe finita perché la regola della Congregazione delle Figlie della Carità esige che le aspiranti religiose siano sane per poter affrontare i sacrifici che il lavoro in ospedale richiede.
Suor Caterina per il momento decise di non dir niente a nessuno. Per alcune notti non riuscì a dormire, ma poi, vedendo che l’emorragia non si ripeteva e che il dolore intercostale era scomparso, riprese la vita di sempre.

Per sette mesi non accadde più niente. Poi all’improvviso, senza alcun sintomo preventivo, ecco un’altra terribile emorragia che lasciò la suora molto spossata.
Cominciarono visite, controlli, esami clinici. Furono fatte radiografie del torace, dello stomaco, stratigrafie. Nessuno riusciva a trovare il perché di quelle emorragie.
Nei 1964 i medici degli Ospedali Riuniti si dichiararono vinti e Suor Caterina passò all’Ospedale «Ascalesi» sotto le cure del professor Alfonso D’Avino.
Una esofagoscopia rivelò una zona emorragica nel segmento toracico: sembrava che tutti i malanni provenissero da lì. Allora la Suora fu portata all’Ospedale Pellegrini dell’ematologo professor Giovanni Bile, ma anche egli non riuscì a migliorare la situazione. Restò un’ultima speranza: ricorrere al prof. Giuseppe Zannini, direttore dell’istituto di semeiotica chirurgica del l’Università di Napoli, una personalità di spicco nel campo medico internazionale. Dopo una lunga visita e un’analisi minuziosa di tutti i referti degli altri medici, il professor Zannini iniziò una nuova cura che durò cinque mesi. Anche questa volta però la situazione non cambiò per cui il professore decise di sottoporre la Suora a un intervento chirurgico.

Suor Caterina fu ricoverata nella Clinica Mediterranea e tre giorni dopo venne operata. L’intervento durò cinque ore. Lo stomaco, all’interno, era completamente ricoperto di varici. Una forma ulcerosa strana e rara, provocata forse da un cattivo funzionamento della milza e del pancreas che risultavano in pessime condizioni. il professore fu costretto ad asportarle lo stomaco, la milza e il pancreas Si trattò di un intervento molto delicato e le probabilità che la Suora uscisse viva dalla sala operatoria erano minime. Il pericolo sembrava superato. Le consorelle di Suor Caterina, senza perdere la fiducia, continuavano a pregare con fervore Papa Giovanni.
Nei giorni seguenti l’operazione lo stato di salute della Suora andò peggiorando. Durante la prima notte ebbe un collasso, poi un blocco intestinale la gonfiò come una botte. il professore, molto preoccupato, pensava che fosse necessario un altro intervento. Ma dopo nove giorni le condizioni della Suora migliorarono all’improvviso, ma fu un miglioramento illusorio.

Tre giorni dopo, mentre la Suora stava sorseggiando un pò di liquido ed ecco che divenne cianotica e perse i sensi. Accorsero i medici con l’ossigeno. La visitarono riscontrandole la pleurite. In seguito alle cure appropriate ci fu un miglioramento e dopo dieci giorni fu in grado di uscire dalla clinica.
Ancora una volta però il miglioramento fu brevissimo: dopo due settimane cominciò a peggiorare. Suor Caterina vomitava succhi gastrici in grande quantità. Erano così forti che le bruciavano la pelle. Dopo alcuni giorni aveva la parte inferiore della faccia ridotta a una piaga e poiché non riusciva a ingerire niente, veniva nutrita con fleboclisi. Il professore Zannini, sempre più preoccupato, decise di mandarla a casa, a Potenza, per provare se l’aria nativa potesse giovane. Ma dopo due mesi la Suora ritornò a Napoli peggiore di quando era partita. Sembrava un cadavere.

Il 14 maggio 1966, dopo una breve crisi di vomito, si era aperto sullo stomaco un buco dai quale uscivano succhi gastrici, sangue e quel poco di succo d’arancia che la Suora aveva bevuto poco prima. Si era formata una perforazione che aveva causata una fistola esterna. Era in atto una peritonite diffusa. La febbre era salita a 40. La situazione era disperata. il professor Zannini la fece ricoverare immediatamente all’ospedale della Marina. Le ordinò delle medicine in attesa dello sviluppo della crisi, perché un intervento chirurgico in quelle condizioni era impensabile.

Essendo in pericolo di morte, fu concesso alla Suora di emettere i voti anzitempo e dopo le fu amministrato l’Olio degli Infermi.
Nel frattempo una consorella le portò da Roma una reliquia di Papa Giovanni, che Suor Caterina mise sulla perforazione dello stomaco e pregava il Papa di portarla con lui in Paradiso. La fine si avvicinava.

Il 25 maggio verso le 14,30 Suor Caterina si assopì. A un certo punto sentì una mano che le premeva la ferita sullo stomaco e una voce d’uomo che la chiamava. La Suora pensò che fosse il professor Zannini che ogni tanto veniva a controllare le sue condizioni. Suor Caterina si girò verso la parte da cui veniva la voce e vide, accanto al suo letto, Papa Giovanni. Era lui che teneva la mano sulla ferita dello stomaco. Papa Giovanni le dice: Non temere, non hai più niente. Suona il campanello, chiama le suore che stanno in cappella, fatti misurare la febbre e vedrai che la temperatura non arriverà neppure a 37 gradi. Mangia tutto quello che vuoi, come prima della malattia. Non avrai più niente. Va dal professore, fatti visitare, fa’ delle radiografie e fai mettere tutto per iscritto, perché un giorno queste cose serviranno.
La visione scomparve e solo allora mi resi conto che non era stato un sogno. Suor Caterina si sentiva bene, non aveva più alcun dolore. Suona il campanello, le suore accorrono. La madre superiora pensò subito che la suora fosse in preda al delirio che precede la morte.

Trovarono la Suora seduta a metà letto. La guardavano trasognate. Suor Caterina, non potendo contenere la gioia, quasi gridando disse: Sono guarita. E stato Papa Giovanni. Misuratemi la febbre, vedrete che non ho più nulla. La febbre arrivò a 36,8. Ora datemi da mangiare perché ho fame.
La febbre arrivò a 36,8. Con grande voracità ingoiò semolino, polpette, una minestrina, anche un gelato. Era guarita completamente. Della fistola nessuna traccia: la pelle era liscia, pulita e bianca. Allora Suor Caterina raccontò alle sue consorelle l’apparizione di Papa Giovanni.
Da quel giorno Suor Caterina non ha avuto più niente. I medici la visitarono, la sottoposero a decine di radiografie. Dei suoi malanni non c’era più nessuna traccia.
Il giorno dopo il miracolo la suora riprese una vita normale. Sono trascorsi più di 27 anni e ella sta benissimo.

Il testimonio più prezioso del miracolo è il professor Zannini, il quale afferma: La guarigione di Suor Caterina è un caso di cui non trovo spiegazione nella scienza medica. Ho operato io l’ammalata, le ho asportato quasi tutto lo stomaco perché affetto da una gastrite ulcerosa emorragica gravissima. Le lasciai poco più di un centimetro di stomaco. Le asportai anche la milza. Ci fu una convalescenza difficile, l’ammalata non poteva nutrirsi. Poi si aprì la fistola, ci fu fuoriuscita di liquido, peritonite, febbre altissima, stato ansioso grave, condizioni disperate.

Non era possibile intervenire con una nuova operazione. Feci delle prove: tutto quello che l’ammalata beveva usciva dalla fistola. Consigliai trasfusioni, plasma, antibiotici, più che altro come terapia d’attesa. Non ebbi successo: la fistola s’ingrandì e le condizioni del l’ammalata peggiorarono. Avevo pensato di far trasportare Suor Caterina alle sezione rianimazione degli Ospedali Riuniti di Napoli per fare un ultimo tentativo. In vece ricevetti una telefonata in cui mi diceva che la Suora era migliorata. Andai a trovarla e con mia somma sorpresa la trovai perfettamente guarita. Per il momento non venni informato di quello che era realmente accaduto. Continuai il mio lavoro di medico sottoponendo l’ammalata ad esami radiografici, visite, ecc. Nessuna traccia di malattia. Solo venti giorni dopo la superiora m’informò dell’apparizione di Papa Giovanni.
Affermo che non ho mai visto una cosa del genere, né posso immaginare come ciò sia potuto accadere. Non trovo modo di spiegare scientificamente quello che è accaduto.
Sono un medico e ho seguito il caso con la freddezza del medico. Sono stato anche più pignolo e scrupoloso dopo che mi hanno raccontato dell’apparizione di Papa Giovanni.
Sono pienamente convinto che si tratta di una guarigione assolutamente inspiegabile, al di fuori delle leggi fisiologiche e dell’esperienza umana. Il fatto che resista da tanti anni, senza ricadute, la rende ancora più inspiegabile e insieme importante.
Da Un uomo mandato da Dio – Biografia di Giovanni XXIII di Renzo Allegri – Editrice Ancora Milano

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Ufficio delle Letture del 21 giugno 2016

21 GIUGNO
XII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO –
MARTEDÌ
SAN LUIGI GONZAGA (m)
Religioso
UFFICIO DELLE LETTURE


INVITATORIO

V. Signore, apri le mie labbra
R. e la mia bocca proclami la tua lode.

Antifona
Venite, adoriamo il Signore:
la sua gloria risplende nei santi.

Oppure:
Nella festa di san Luigi Gonzaga
Lodiamo il Signore nostro Dio.

SALMO 94  Invito a lodare Dio
( Il Salmo 94 può essere sostituito dal salmo 99 o 66 o 23 )
Esortandovi a vicenda ogni giorno, finché dura « quest’oggi » (Eb 3,13).

Si enunzia e si ripete l’antifona.

Venite, applaudiamo al Signore, *
acclamiamo alla roccia della nostra salvezza.
Accostiamoci a lui per rendergli grazie, *
a lui acclamiamo con canti di gioia
(Ant.).

Poiché grande Dio è il Signore, *
grande re sopra tutti gli dèi.
Nella sua mano sono gli abissi della terra, *
sono sue le vette dei monti.
Suo è il mare, egli l’ha fatto, *
le sue mani hanno plasmato la terra (Ant.).

Venite, prostràti adoriamo, *
in ginocchio davanti al Signore che ci ha creati.
Egli è il nostro Dio, e noi il popolo del suo pascolo, *
il gregge che egli conduce (Ant.).

Ascoltate oggi la sua voce: †
« Non indurite il cuore, *
come a Merìba, come nel giorno di Massa nel deserto,

dove mi tentarono i vostri padri: *
mi misero alla prova pur avendo visto le mie opere (Ant.).

Per quarant’anni mi disgustai di quella generazione †
e dissi: Sono un popolo dal cuore traviato, *
non conoscono le mie vie;

perciò ho giurato nel mio sdegno: *
Non entreranno nel luogo del mio riposo » (Ant.).

Gloria al Padre e al Figlio *
e allo Spirito Santo.
Come era nel principio, e ora e sempre, *
nei secoli dei secoli. Amen (Ant.).

Inno

Uniamoci, o fratelli,
con cuore puro e ardente
alla lode festosa
della Chiesa di Cristo.

In questo giorno santo
la carità divina
congiunge san Luigi Gonzaga
al regno dei beati.

La fiamma dello Spirito
ha impresso nel suo cuore
il sigillo indelebile
dell’Amore di Dio.

Egli è modello e guida
a coloro che servono
le membra sofferenti
del corpo del Signore.

Dolce amico dei poveri,
intercedi per noi;
sostieni i nostri passi
nella via dell’Amore.

A te sia lode, o Cristo,
immagine del Padre,
che sveli nei tuoi santi
la forza dello Spirito. Amen.

1^ Antifona
A te giunga, Signore, il mio grido:
non nascondermi il tuo volto.

SALMO 101, 2-12  (I) Aspirazioni e preghiere di un esule
Sia benedetto Dio … il quale ci consola in ogni nostra tribolazione (2 Cor 1, 4).

Signore, ascolta la mia preghiera, *
a te giunga il mio grido.

Non nascondermi il tuo volto; †
nel giorno della mia angoscia
piega verso di me l’orecchio. *
Quando ti invoco: presto, rispondimi.

Si dissolvono in fumo i miei giorni *
e come brace ardono le mie ossa.
Il mio cuore abbattuto come erba inaridisce, *
dimentico di mangiare il mio pane.

Per il lungo mio gemere *
aderisce la mia pelle alle mie ossa.
Sono simile al pellicano del deserto, *
sono come un gufo tra le rovine.

Veglio e gemo *
come uccello solitario sopra un tetto.
Tutto il giorno mi insultano i miei nemici, *
furenti imprecano contro il mio nome.

Di cenere mi nutro come di pane, *
alla mia bevanda mescolo il pianto,
davanti alla tua collera e al tuo sdegno, *
perché mi sollevi e mi scagli lontano.

I miei giorni sono come ombra che declina, *
e io come erba inaridisco.

Gloria al Padre e al Figlio *
e allo Spirito Santo.
Come era nel principio, e ora e sempre, *
nei secoli dei secoli. Amen.

1^ Antifona

A te giunga, Signore, il mio grido:
non nascondermi il tuo volto.

2^ Antifona
Volgiti, Signore, alla preghiera del povero.

SALMO 101, 13-23  (II) Aspirazioni e preghiere di un esule
Sia benedetto Dio … il quale ci consola in ogni nostra tribolazione (2 Cor 1, 4).

Ma tu, Signore, rimani in eterno, *
il tuo ricordo per ogni generazione.

Tu sorgerai, avrai pietà di Sion, †
perché è tempo di usarle misericordia: *
l’ora è giunta.

Poiché ai tuoi servi sono care le sue pietre *
e li muove a pietà la sua rovina.

I popoli temeranno il nome del Signore *
e tutti i re della terra la tua gloria,
quando il Signore avrà ricostruito Sion *
e sarà apparso in tutto il suo splendore.

Egli si volge alla preghiera del misero *
e non disprezza la sua supplica.

Questo si scriva per la generazione futura *
e un popolo nuovo darà lode al Signore.

Il Signore si è affacciato dall’alto del suo santuario, *
dal cielo ha guardato la terra,
per ascoltare il gemito del prigioniero, *
per liberare i condannati a morte;

perché sia annunziato in Sion il nome del Signore *
e la sua lode in Gerusalemme,
quando si aduneranno insieme i popoli *
e i regni per servire il Signore.

Gloria al Padre e al Figlio *
e allo Spirito Santo.
Come era nel principio, e ora e sempre, *
nei secoli dei secoli. Amen.

2^ Antifona
Volgiti, Signore, alla preghiera del povero.

3^ Antifona
In principio, Signore, hai fondato la terra,
i cieli sono opera delle tue mani.

SALMO 101, 24-29 (III)  Aspirazioni e preghiere di un esule
Sia benedetto Dio … il quale ci consola in ogni nostra tribolazione (2 Cor 1, 4).

Ha fiaccato per via la mia forza, *
ha abbreviato i miei giorni.

Io dico: Mio Dio, †
non rapirmi a metà dei miei giorni; *
i tuoi anni durano per ogni generazione.

In principio tu hai fondato la terra, *
i cieli sono opera delle tue mani.

Essi periranno, ma tu rimani, *
tutti si logorano come veste,
come un abito tu li muterai *
ed essi passeranno.

Ma tu resti lo stesso *
e i tuoi anni non hanno fine.
I figli dei tuoi servi avranno una dimora, *
resterà salda davanti a te la loro discendenza.

Gloria al Padre e al Figlio *
e allo Spirito Santo.
Come era nel principio, e ora e sempre, *
nei secoli dei secoli. Amen.

3^ Antifona
In principio, Signore, hai fondato la terra,
i cieli sono opera delle tue mani.

Versetto
V. Popolo mio, porgi l’orecchio al mio insegnamento,
R. ascolta le parole della mia bocca.

Prima Lettura
Dal primo libro di Samuele 17, 57 – 18, 9. 20-30

Invidia di Saul verso Davide
In quei giorni quando Davide tornò dall’uccisione del Filisteo, Abner lo prese e lo condusse davanti a Saul mentre aveva ancora in mano la testa del Filisteo. Saul gli chiese: «Di chi sei figlio, giovane?». Rispose Davide: «Di Iesse, il Betlemmita, tuo servo».
Quando Davide ebbe finito di parlare con Saul, l’anima di Giònata, figlio di Saul, s’era già talmente legata all’anima di Davide, che Giònata lo amò come se stesso. Saul in quel giorno lo prese con sé e non lo lasciò tornare a casa di suo padre. Giònata strinse con Davide un patto, perché lo amava come se stesso. Giònata si tolse il mantello che indossava e lo diede a Davide e vi aggiunse i suoi abiti, la sua spada, il suo arco e la cintura. Davide riusciva in tutti gli incarichi che Saul gli affidava, così che Saul lo pose al comando dei guerrieri ed era gradito a tutto il popolo e anche ai ministri di Saul.
Al loro rientrare, mentre Davide tornava dall’uccisione del Filisteo, uscirono le donne da tutte le città d’Israele a cantare e a danzare incontro al re Saul, accompagnandosi con i timpani, con grida di gioia e con sistri. Le donne danzavano e cantavano alternandosi:
«Saul ha ucciso i suoi mille,
Davide i suoi diecimila».
Saul ne fu molto irritato e gli parvero cattive quelle parole. Diceva: «Hanno dato a Davide diecimila, a me ne hanno dato mille. Non gli manca altro che il regno». Così da quel giorno in poi Saul si ingelosì di Davide.
Intanto Mikal, l’altra figlia di Saul, s’invaghì di Davide; ne riferirono a Saul e la cosa gli piacque. Saul diceva: «Gliela darò, ma sarà per lui una trappola e la mano dei Filistei cadrà su di lui». E Saul disse a Davide: «Oggi hai una seconda occasione per diventare mio genero». Quindi Saul ordinò ai suoi ministri: «Dite di nascosto a Davide: Ecco, tu piaci al re e i suoi ministri ti amano. Su, dunque, diventa genero del re». I ministri di Saul sussurrarono all’orecchio di Davide queste parole e Davide rispose: «Vi pare piccola cosa divenir genero del re? Io sono povero e uomo di bassa condizione». I ministri di Saul gli riferirono: «Davide ha risposto in questo modo». Allora Saul disse: «Riferite a Davide: Il re non pretende il prezzo nuziale, ma solo cento prepuzi di Filistei, perché sia fatta vendetta dei nemici del re». Saul pensava di far cadere Davide in mano ai Filistei. I ministri di lui riferirono a Davide queste parole e piacque a Davide tale condizione per diventare genero del re. Non erano ancora passati i giorni fissati, quando Davide si alzò, partì con i suoi uomini e uccise tra i Filistei duecento uomini. Davide riportò i loro prepuzi e li contò davanti al re per diventare genero del re. Saul gli diede in moglie la figlia Mikal. Saul si accorse che il Signore era con Davide e che Mikal, sua figlia, lo amava. Saul ebbe ancor più paura nei riguardi di Davide, e fu nemico di Davide per tutti i suoi giorni. I capi dei Filistei facevano sortite, ma Davide, ogni volta che uscivano, riportava successi maggiori di tutti i ministri di Saul e in tal modo si acquistò grande fama.

Responsorio 
   Cfr. Sal 55, 2. 4. 14
R. Pietà di me, o Dio: l’uomo mi calpesta, un aggressore sempre mi opprime. * In te ho posto tutta la mia speranza.
V. Tu mi hai liberato dalla morte, hai preservato i miei piedi dalla caduta.
R. in te ho posto tutta la mia speranza.


Seconda Lettura
Dalla «Lettera alla madre» di san Luigi Gonzaga
(Acta SS., giugno, 5, 878)

Canterò senza fine le grazie del Signore
Io invoco su di te, mia signora, il dono dello Spirito Santo e consolazioni senza fine. Quando mi hanno portato la tua lettera, mi trovavo ancora in questa regione di morti. Ma facciamoci animo e puntiamo le nostre aspirazioni verso il cielo, dove loderemo Dio eterno nella terra dei viventi. Per parte mia avrei desiderato di trovarmici da tempo e, sinceramente, speravo di partire per esso già prima d’ora.
La carità consiste, come dice san Paolo, nel «rallegrarsi con quelli che sono nella gioia e nel piangere con quelli che sono nel pianto». Perciò, madre illustrissima, devi gioire grandemente perché, per merito tuo, Dio mi indica la vera felicità e mi libera dal timore di perderlo. Ti confiderò, o illustrissima signora, che meditando la bontà divina, mare senza fondo e senza confini, la mia mente si smarrisce. Non riesco a capacitarmi come il Signore guardi alla mia piccola e breve fatica e mi premi con il riposo eterno e dal cielo mi inviti a quella felicità che io fino ad ora ho cercato con negligenza e offra a me, che assai poche lacrime ho sparso per esso, quel tesoro che è il coronamento di grandi fatiche e pianto.
O illustrissima signora, guardati dall’offendere l’infinita bontà divina, piangendo come morto chi vive al cospetto di Dio e che con la sua intercessione può venire incontro alle tue necessità molto più che in questa vita.
La separazione non sarà lunga. Ci rivedremo in cielo e insieme uniti all’autore della nostra salvezza godremo gioie immortali, lodandolo con tutta la capacità dell’anima e cantando senza fine le sue grazie. Egli ci toglie quello che prima ci aveva dato solo per riporlo in un luogo più sicuro e inviolabile e per ornarci di quei beni che noi stessi sceglieremmo.
Ho detto queste cose solo per obbedire al mio ardente desiderio che tu, o illustrissima signora, e tutta la famiglia, consideriate la mia partenza come un evento gioioso. E tu continua ad assistermi con la tua materna benedizione, mentre sono in mare verso il porto di tutte le mie speranze. Ho preferito scriverti perché niente mi è rimasto con cui manifestarti in modo più chiaro l’amore ed il rispetto che, come figlio, devo alla mia madre.

Responsorio   Cfr. Sal 40, 13; 83, 11
R. Nella mia innocenza, Signore, mi sostieni, * mi fai stare alla tua presenza per sempre.
V. Ho preferito l’ultimo posto nella casa di Dio, piuttosto che abitare nella tenda degli empi.
R. mi fai stare alla tua presenza per sempre.

Orazione
O Dio, principio e fonte di ogni bene, che in san Luigi Gonzaga hai unito in modo mirabile l’austerità e la purezza, fa’ che per i suoi meriti e le sue preghiere, se non lo abbiamo imitato nell’innocenza, lo seguiamo sulla via della penitenza evangelica. Per il nostro Signore.

R. Amen.
Benediciamo il Signore.

R. Rendiamo grazie a Dio.

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Lodi Mattutine del 21 giugno 2016

21 GIUGNO
XII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO –
MARTEDÌ
SAN LUIGI GONZAGA (m)
Religioso
LODI MATTUTINE


V. O Dio, vieni a salvarmi.
R. Signore, vieni presto in mio aiuto.

Gloria al Padre e al Figlio
e allo Spirito Santo.
Come era nel principio, e ora e sempre
nei secoli dei secoli. Amen. Alleluia.

Inno
O Cristo, Verbo del Padre
re glorioso fra i santi,
luce e salvezza del mondo,
in te crediamo.

Cibo e bevanda di vita,
balsamo, veste, dimora,
forza, rifugio, conforto,
in te speriamo.

Illumina col tuo Spirito
l’oscura notte del male,
orienta il nostro cammino
incontro al Padre. Amen.

1^ Antifona
A te, Signore, inneggerò,
e seguirò la via perfetta.

SALMO 100  Programma di un re fedele a Dio
Se mi amate osservate i miei comandamenti (Gv 14, 15).

Amore e giustizia voglio cantare, *
voglio cantare inni a te, o Signore.
Agirò con saggezza nella via dell’innocenza: *
quando a me verrai?

Camminerò con cuore integro, *
dentro la mia casa.

Non sopporterò davanti ai miei occhi azioni malvage; †
detesto chi fa il male, *
non mi sarà vicino.

Lontano da me il cuore perverso, *
il malvagio non lo voglio conoscere.

Chi calunnia in segreto il suo prossimo *
io lo farò perire;
chi ha occhi altezzosi e cuore superbo *
non lo potrò sopportare.

I miei occhi sono rivolti ai fedeli del paese †
perché restino a me vicino: *
chi cammina per la via integra sarà mio servitore.

Non abiterà nella mia casa
chi agisce con inganno, *
chi dice menzogne non starà alla mia presenza.

Sterminerò ogni mattino tutti gli empi del paese, *
per estirpare dalla città del Signore
quanti operano il male.

Gloria al Padre e al Figlio *
e allo Spirito Santo.
Come era nel principio, e ora e sempre, *
nei secoli dei secoli. Amen.

1^ Antifona
A te, Signore, inneggerò,
e seguirò la via perfetta.

2^ Antifona
Non togliere a noi, Signore,
la tua misericordia.

CANTICO Dn 3, 26. 27. 29. 34-41   Preghiera di Azaria nella fornace
Pentitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati (At 3, 19).

Benedetto sei tu, Signore Dio dei nostri padri;
degno di lode e glorioso è il tuo nome per sempre.

Tu sei giusto *
in tutto ciò che hai fatto.

Poiché noi abbiamo peccato, †
abbiamo agito da iniqui, *
allontanandoci da te,
abbiamo mancato in ogni modo.

Non ci abbandonare fino in fondo, †
per amore del tuo nome, *
non rompere la tua alleanza;

non ritirare da noi la tua misericordia, †
per amore di Abramo tuo amico, *
di Isacco tuo servo, d’Israele tuo santo,

ai quali hai parlato, †
promettendo di moltiplicare la loro stirpe
come le stelle del cielo, *
come la sabbia sulla spiaggia del mare.

Ora invece, Signore, *
noi siamo diventati più piccoli
di qualunque altra nazione,

ora siamo umiliati per tutta la terra *
a causa dei nostri peccati.

Ora non abbiamo più né principe, †
né capo, né profeta, né olocausto, *
né sacrificio, né oblazione, né incenso,

né luogo per presentarti le primizie *
e trovar misericordia.

Potessimo esser accolti con il cuore contrito *
e con lo spirito umiliato,
come olocausti di montoni e di tori, *
come migliaia di grassi agnelli.

Tale sia oggi davanti a te il nostro sacrificio *
e ti sia gradito,
non c’è delusione *
per coloro che in te confidano.

Ora ti seguiamo con tutto il cuore, *
ti temiamo e cerchiamo il tuo volto.

Gloria al Padre e al Figlio *
e allo Spirito Santo.
Come era nel principio, e ora e sempre, *
nei secoli dei secoli. Amen.

2^ Antifona
Non togliere a noi, Signore,
la tua misericordia.

3^ Antifona
Canterò per te un canto nuovo,
Dio che dai vittoria!

SALMO 143, 1-10  Preghiera del Re per la vittoria e per la pace
Tutto posso in colui che mi dà forza (Fil 4, 13).

Benedetto il Signore, mia roccia, †
che addestra le mie mani alla guerra, *
le mie dita alla battaglia.

Mia grazia e mia fortezza, *
mio rifugio e mia liberazione,
mio scudo in cui confido, *
colui che mi assoggetta i popoli.

Signore, che cos’è un uomo perché te ne curi? *
Un figlio d’uomo perché te ne dia pensiero?
L’uomo è come un soffio, *
i suoi giorni come ombra che passa.

Signore, piega il tuo cielo e scendi, *
tocca i monti ed essi fumeranno.
Le tue folgori disperdano i nemici, *
lancia frecce, sconvolgili.

Stendi dall’alto la tua mano, †
scampami e salvami dalle grandi acque, *
dalla mano degli stranieri.

La loro bocca dice menzogne *
e alzando la destra giurano il falso.

Mio Dio, ti canterò un canto nuovo, *
suonerò per te sull’arpa a dieci corde;
a te, che dai vittoria al tuo consacrato, *
che liberi Davide tuo servo.

Gloria al Padre e al Figlio *
e allo Spirito Santo.
Come era nel principio, e ora e sempre, *
nei secoli dei secoli. Amen.

3^ Antifona
Canterò per te un canto nuovo,
Dio che dai vittoria!

Lettura Breve
  
Rm 12, 1-2
Vi esorto, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.

Responsorio Breve
R. Il cuore dei santi, * nella legge di Dio.
Il cuore dei santi, nella legge di Dio.
V. Diritto e sicuro è il loro cammino
nella legge di Dio.
Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo.
Il cuore dei santi, nella legge di Dio.


Antifona al Benedictus
Chiunque fa la volontà del Padre mio,
è per me fratello, sorella e madre, dice il Signore.


CANTICO DI ZACCARIA  
Lc 1, 68-79
Il Messia e il suo Precursore

Benedetto il Signore Dio d’Israele, *
perché ha visitato e redento il suo popolo,

e ha suscitato per noi una salvezza potente *
nella casa di Davide, suo servo,

come aveva promesso *
per bocca dei suoi santi profeti d’un tempo:

salvezza dai nostri nemici, *
e dalle mani di quanti ci odiano.

Così egli ha concesso misericordia ai nostri padri *
e si è ricordato della sua santa alleanza,

del giuramento fatto ad Abramo, nostro padre, *
di concederci, liberati dalle mani dei nemici,

di servirlo senza timore, in santità e giustizia *
al suo cospetto, per tutti i nostri giorni.

E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo *
perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade,

per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza *
nella remissione dei suoi peccati,

grazie alla bontà misericordiosa del nostro Dio, *
per cui verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge,

per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre *
e nell’ombra della morte

e dirigere i nostri passi *
sulla via della pace.

Gloria al Padre e al Figlio *
e allo Spirito Santo.

Come era nel principio, e ora e sempre *
nei secoli dei secoli. Amen.

Antifona al Benedictus
Chiunque fa la volontà del Padre mio,
è per me fratello, sorella e madre, dice il Signore.

Invocazioni
Uniti nella liturgia di lode, invochiamo il Cristo Signore, perché ci aiuti a servirlo in santità e giustizia tutti i giorni della nostra vita:
Santifica il tuo popolo, Signore.

Sei stato provato in ogni cosa per divenire simile a noi in tutto fuorché nel peccato,
– Signore Gesù abbi pietà del tuo popolo.

Chiami tutti alla carità perfetta.
– Signore Gesù, santifica il tuo popolo.

Hai voluto che i tuoi discepoli siano sale della terra e luce del mondo,
– Signore Gesù, illumina il tuo popolo.

Sei venuto per servire e non per essere servito,
– Signore Gesù, insegnaci a servirti nei nostri fratelli.

Tu, sei l’irradiazione della gloria del Padre e l’impronta della sua sostanza,
– Signore Gesù, fa’ che al termine della vita contempliamo il tuo volto insieme ai tuoi santi.

Padre nostro.
Padre nostro, che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno,
sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.

Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti
come noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non ci indurre in tentazione,
ma liberaci dal male.

Orazione
O Dio, principio e fonte di ogni bene, che in san Luigi Gonzaga hai unito in modo mirabile l’austerità e la purezza, fa’ che per i suoi meriti e le sue preghiere, se non lo abbiamo imitato nell’innocenza, lo seguiamo sulla via della penitenza evangelica. Per il nostro Signore.

Il Signore ci benedica, ci preservi da ogni male e ci conduca alla vita eterna.
R. Amen.

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Il Santo del giorno 21 giugno

Nome:
San Luigi Gonzaga

Titolo:
Religioso

Ricorrenza:
21 giugno

Nacque da Maria Santena di Chieri e dal marchese Ferdinando, discendente dalla nobile e potente famiglia dei Gonzaga, nel 1568. Dalla madre, insieme col latte succhiò pure i primi germi di santità, facendo prevedere l’eccelso grado di perfezione a cui sarebbe sì rapidamente asceso.

Ancora piccolo, molte volte fu veduto dai servi e dalla stessa madre in un angolo remoto del palazzo assorto in preghiera.

Il marchese suo padre, intanto, ignaro di tutto il lavoro soprannaturale che la grazia divina operava nel suo caro Luigino, e sedotto dal desiderio di grandezza, intendeva fare del figlio una celebrità. Perciò non cessava di mandarlo or da questo, or da quell’altro grande, senza avvedersi che un tale modo di agire contribuiva mirabilmente a rendere uggiosa al giovane principe la vita pomposa, vuota e sciocca delle corti.

Luigi contava appena sedici anni quando chiese al padre di entrare nella Compagnia di Gesù. Questi, vedendo fallite e deluse tutte le sue speranze, si oppose, ma invano. Il nostro Santo insistè con tanto coraggio e fermezza, che vinse le opposizioni paterne. Ed eccolo finalmente, dopo la bufera, approdare al porto desiderato della Compagnia di Gesù. Fin dal suo primo ingresso nella religione, egli si prefisse un programma di vita: dietro l’illuminata guida dei suoi superiori, avrebbe fatto tutto quello che tornasse gradito al Signore e fuggito come peste e veleno tutto ciò che in qualche modo potesse offenderlo.

Nonostante la sua innocenza, non risparmiò duri colpi di flagello al suo corpo, perché noi tutti, non innocenti e dalla carne .guasta, imparassimo quale è il mezzo per spegnere la triste fiamma della passione. A questo aggiunse una semplice ma affettuosa devozione a Maria SS, a cui consacrò il suo giglio profumato col voto di perpetua verginità. Ventiquattrenne fu trovato maturo per il cielo. In Roma serpeggiava la peste micidiale, che seminava ovunque le sue vittime. Il santo giovane chiese di essere mandato in soccorso dei poveri appestati, e fu accontentato, ma egli stesso contrasse il morbo. Dopo pochi giorni di malattia, circondato dai confratelli, se ne volava serenamente al cielo il 21 giugno del 1591.

Dal Papa è stato proposto a modello di tutta la gioventù.

PRATICA — Per custodire la purezza occorre la preghiera, la mortificazione e la fuga delle occasioni pericolose.

PREGHIERA. — O angelico S. Luigi, facci comprendere che la cosa più importante su questa terra e il farci santi.

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Letture Liturgiche del giorno 21 giugno 2016

LITURGIA DELLA PAROLA

Prima Lettura  2 Re 19, 9-11. 14-21. 31-35. 36
Proteggerò questa città per salvarla, per amore di me e di Davide mio servo.

Dal secondo libro dei Re
In quei giorni, Sennàcherib, re d’Assiria, inviò di nuovo messaggeri a Ezechìa dicendo: «Così direte a Ezechìa, re di Giuda: “Non ti illuda il tuo Dio in cui confidi, dicendo: Gerusalemme non sarà consegnata in mano al re d’Assiria. Ecco, tu sai quanto hanno fatto i re d’Assiria a tutti i territori, votandoli allo sterminio. Soltanto tu ti salveresti?”».
Ezechìa prese la lettera dalla mano dei messaggeri e la lesse, poi salì al tempio del Signore, l’aprì davanti al Signore e pregò davanti al Signore: «Signore, Dio d’Israele, che siedi sui cherubini, tu solo sei Dio per tutti i regni della terra; tu hai fatto il cielo e la terra. Porgi, Signore, il tuo orecchio e ascolta; apri, Signore, i tuoi occhi e guarda. Ascolta tutte le parole che Sennàcherib ha mandato a dire per insultare il Dio vivente. È vero, Signore, i re d’Assiria hanno devastato le nazioni e la loro terra, hanno gettato i loro dèi nel fuoco; quelli però non erano dèi, ma solo opera di mani d’uomo, legno e pietra: perciò li hanno distrutti. Ma ora, Signore, nostro Dio, salvaci dalla sua mano, perché sappiano tutti i regni della terra che tu solo, o Signore, sei Dio».
Allora Isaìa, figlio di Amoz, mandò a dire a Ezechìa: «Così dice il Signore, Dio d’Israele: “Ho udito quanto hai chiesto nella tua preghiera riguardo a Sennàcherib, re d’Assiria. Questa è la sentenza che il Signore ha pronunciato contro di lui:
Ti disprezza, ti deride
la vergine figlia di Sion.
Dietro a te scuote il capo
la figlia di Gerusalemme”.
Poiché da Gerusalemme uscirà un resto,
dal monte Sion un residuo.
Lo zelo del Signore farà questo.
Perciò così dice il Signore riguardo al re d’Assiria:
“Non entrerà in questa città
né vi lancerà una freccia,
non l’affronterà con scudi
e contro essa non costruirà terrapieno.
Ritornerà per la strada per cui è venuto;
non entrerà in questa città.
Oracolo del Signore.
Proteggerò questa città per salvarla,
per amore di me e di Davide mio servo”».
Ora in quella notte l’angelo del Signore uscì e colpì nell’accampamento degli Assiri centoottantacinquemila uomini. Sennàcherib, re d’Assiria, levò le tende, partì e fece ritorno a Nìnive, dove rimase.

Salmo Responsoriale
   Dal Salmo 47
Dio ha fondato la sua città per sempre.

Oppure:
Forte, Signore, è il tuo amore per noi.

Grande è il Signore e degno di ogni lode
nella città del nostro Dio.
La tua santa montagna, altura stupenda,
è la gioia di tutta la terra.

Il monte Sion, vera dimora divina,
è la capitale del grande re.
Dio nei suoi palazzi
un baluardo si è dimostrato.

O Dio, meditiamo il tuo amore
dentro il tuo tempio.
Come il tuo nome, o Dio,
così la tua lode si estende
sino all’estremità della terra;
di giustizia è piena la tua destra.

Canto al Vangelo  Gv 8,12 
Alleluia, alleluia.

Io sono la luce del mondo, dice il Signore;
chi segue me avrà la luce della vita.
Alleluia.

 
Vangelo
   Mt 7, 6. 12-14
Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro.

Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi.
Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti.
Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano. Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano!».

 

Vi sono cose che razionalmente si possono comprendere, certe altre cose sono impossibili da giustificare per qualsiasi mente umana. Una cosa che la mia mente non riesce né a comprende né a giustificare è questa: se tutta la Scrittura poggia, si fonda, sulla differenza tra il bene e il male, il giusto e l’ingiusto, ciò che è santo e ciò che è profano, ciò che merita lode e ciò che merita biasimo, premio e castigo, benedizione e maledizione, salvezza e perdizione eterna, perché la moderna riflessione biblica e teologica afferma, sostiene che tutti siamo salvati, giustificati, condotti in paradiso al momento della nostra morte? E ancora: se tutto il Vangelo è un invito alla conversione, alla più alta obbedienza a Dio, a vivere secondo lo spirito delle Beatitudini, a rendere testimonianza a Cristo anche con il dono della vita – ed è testimonianza al Vangelo rifiutarsi di compiere il male – perché molti moderni teologi dicono che siamo già perdonati, redenti, salvati, anche senza il pentimento e il ritorno nella Parola della Salvezza? Ecco come l’Antico Testamento annunzia questa verità, che è di Dio e dell’uomo:

Signore, chi abiterà nella tua tenda? Chi dimorerà sulla tua santa montagna? Colui che cammina senza colpa, pratica la giustizia e dice la verità che ha nel cuore, non sparge calunnie con la sua lingua, non fa danno al suo prossimo e non lancia insulti al suo vicino. Ai suoi occhi è spregevole il malvagio, ma onora chi teme il Signore. Anche se ha giurato a proprio danno, mantiene la parola; non presta il suo denaro a usura e non accetta doni contro l’innocente. Colui che agisce in questo modo resterà saldo per sempre. (Sal 15 (14) 1-5).

Sul monte di Dio mai potrà salire chi ha il cuore impuro chi è senza mani innocenti, chi si rivolge agli idoli, chi giura con inganno. Dio è luce eterna. Il male è tenebra.

Del Signore è la terra e quanto contiene: il mondo, con i suoi abitanti. È lui che l’ha fondato sui mari e sui fiumi l’ha stabilito. Chi potrà salire il monte del Signore? Chi potrà stare nel suo luogo santo? Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non si rivolge agli idoli, chi non giura con inganno. Egli otterrà benedizione dal Signore, giustizia da Dio sua salvezza. Ecco la generazione che lo cerca, che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe. Alzate, o porte, la vostra fronte, alzatevi, soglie antiche, ed entri il re della gloria. Chi è questo re della gloria? Il Signore forte e valoroso, il Signore valoroso in battaglia. Alzate, o porte, la vostra fronte, alzatevi, soglie antiche, ed entri il re della gloria. Chi è mai questo re della gloria? Il Signore degli eserciti è il re della gloria. (Sal 24 (23) 1-10).

Gesù oggi insegna ai suoi discepoli e al mondo intero che la via che conduce alla salvezza nel tempo e nell’eternità è stretta, angusta. Insegna anche che sono pochi quelli che si incamminano su di essa. Questa via è il suo Vangelo, la sua Parola. È il suo perdono, la sua misericordia, la sua pietà, la sua compassione, la sua croce.

Un teologo, un esegeta, un moralista, un maestro di ascetica, un catechista, un ministro della Parola mai potrà insegnare il contrario di ciò che insegna Cristo Gesù. La sua onestà dovrebbe consentirgli di affermare e testimoniare: questo lo insegno io. L’insegnamento di Gesù è ben diverso dal mio. Voi potete scegliere: tra il mio pensiero e quello di Gesù. Altra onestà da testimoniare è questa: sappiate che io vivo nel grande peccato e per questo lo giustifico per me e per voi. Cristo Gesù il peccato non lo ha mai conosciuto. Lui fu tentato e respinse sempre la tentazione. Lui il Vangelo lo ha vissuto in ogni sua Parola. Lui visse sempre per fare la volontà del Padre. Lui salì sulla croce per condurre in cielo la sua anima e poi anche la nostra.

Vergine Maria, Madre della Redenzione, Angeli, Santi, fateci onesti mente e cuore.

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