La Preghiera della notte

“Oh Amore Eterno apri le ali della mia piccola anima,

 

donami la forza di poter volare in alto ed arrivare a Te,

 

Tu che sei sempre in attesa di chi in Te vuole abitare,

 

la Croce è alta oh Dio ed io da sola non la raggiungo

 

solleva la mia piccola anima a Te oh Amore,

 

rapiscila in Te e non lasciarla mai più sfuggire

 

che essa solo in Te voglia abitare.

 

Abba nelle Tua misericordia affido l’anima mia,

 

nel Tuo Figlio, Agnello Immolato fammi abitare.

 

Purificati oh Eterna Bontà nel Fuoco del Santo Spirito Consolatore la mia anima

 

perché io la possa offrire a Voi per tutti coloro che alla mia misera preghiera si affidano.

 

Prendete tutta me stessa il mio corpo sia per voi,

 

la mia anima Vi appartenga ed il mio spirito riceva la forza da Voi

 

per rimanere fedele al Vostro Amore, oh Grandissima Trinità Padre, Figlio e Spirito Santo,

 

la mia anima ha sete di Voi e non rimarrà in pace finchè in Voi non riposerà

 

Datemi, se è la Vostra Volontà di abitare nel Costato Trafitto per Amore,

 

oh Amore, fino a quando oh Figlio Unigenito del Padre vivrai così Povero d’amanti.

 

Non lasciare che le ali della mia anima rimangano chiuse

 

ma Tu con Tua Forza aprili perché a Te che sei in alto sulla Croce

 

possa arrivare e riposare in Te.”

 

Amen.

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I Tuoi peccati sono perdonati,perchè hai molto amato!

Luca 7

1 Quando ebbe terminato di rivolgere tutte queste parole al popolo che stava in ascolto, entrò in Cafarnao. 2 Il servo di un centurione era ammalato e stava per morire. Il centurione l’aveva molto caro. 3 Perciò, avendo udito parlare di Gesù, gli mandò alcuni anziani dei Giudei a pregarlo di venire e di salvare il suo servo. 4 Costoro giunti da Gesù lo pregavano con insistenza: «Egli merita che tu gli faccia questa grazia, dicevano, 5 perché ama il nostro popolo, ed è stato lui a costruirci la sinagoga». 6 Gesù si incamminò con loro. Non era ormai molto distante dalla casa quando il centurione mandò alcuni amici a dirgli: «Signore, non stare a disturbarti, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto; 7 per questo non mi sono neanche ritenuto degno di venire da te, ma comanda con una parola e il mio servo sarà guarito. 8 Anch’io infatti sono uomo sottoposto a un’autorità, e ho sotto di me dei soldati; e dico all’uno: Va’ ed egli va, e a un altro: Vieni, ed egli viene, e al mio servo: Fa’ questo, ed egli lo fa».9 All’udire questo Gesù restò ammirato e rivolgendosi alla folla che lo seguiva disse: «Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!». 10 E gli inviati, quando tornarono a casa, trovarono il servo guarito.
11 In seguito si recò in una città chiamata Nain e facevano la strada con lui i discepoli e grande folla. 12 Quando fu vicino alla porta della città, ecco che veniva portato al sepolcro un morto, figlio unico di madre vedova; e molta gente della città era con lei. 13 Vedendola, il Signore ne ebbe compassione e le disse: «Non piangere!». 14 E accostatosi toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Giovinetto, dico a te, alzati!». 15 Il morto si levò a sedere e incominciò a parlare. Ed egli lo diede alla madre. 16 Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi e Dio ha visitato il suo popolo». 17 La fama di questi fatti si diffuse in tutta la Giudea e per tutta la regione.
18 Anche Giovanni fu informato dai suoi discepoli di tutti questi avvenimenti. Giovanni chiamò due di essi 19 e li mandò a dire al Signore: «Sei tu colui che viene, o dobbiamo aspettare un altro?». 20 Venuti da lui, quegli uomini dissero: «Giovanni il Battista ci ha mandati da te per domandarti: Sei tu colui che viene o dobbiamo aspettare un altro?». 21 In quello stesso momento Gesù guarì molti da malattie, da infermità, da spiriti cattivi e donò la vista a molti ciechi. 22 Poi diede loro questa risposta: «Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono sanati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunziata la buona novella. 23 E beato è chiunque non sarà scandalizzato di me!».
24 Quando gli inviati di Giovanni furono partiti, Gesù cominciò a dire alla folla riguardo a Giovanni: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna agitata dal vento? 25 E allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo avvolto in morbide vesti? Coloro che portano vesti sontuose e vivono nella lussuria stanno nei palazzi dei re.26 Allora, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, vi dico, e più che un profeta. 27 Egli è colui del quale sta scritto:
Ecco io mando davanti a te il mio messaggero,
egli preparerà la via davanti
a te.
28 Io vi dico, tra i nati di donna non c’è nessuno più grande di Giovanni, e il più piccolo nel regno di Dio è più grande di lui. 29 Tutto il popolo che lo ha ascoltato, e anche i pubblicani, hanno riconosciuto la giustizia di Dio ricevendo il battesimo di Giovanni. 30 Ma i farisei e i dottori della legge non facendosi battezzare da lui hanno reso vano per loro il disegno di Dio.
31 A chi dunque paragonerò gli uomini di questa generazione, a chi sono simili? 32 Sono simili a quei bambini che stando in piazza gridano gli uni agli altri:
Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato;
vi abbiamo cantato un lamento e non avete pianto!
33 È venuto infatti Giovanni il Battista che non mangia pane e non beve vino, e voi dite: Ha un demonio. 34 È venuto il Figlio dell’uomo che mangia e beve, e voi dite: Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori. 35 Ma alla sapienza è stata resa giustizia da tutti i suoi figli».
36 Uno dei farisei lo invitò a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. 37 Ed ecco una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, venne con un vasetto di olio profumato; 38 e fermatasi dietro si rannicchiò piangendo ai piedi di lui e cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato.
39 A quella vista il fariseo che l’aveva invitato pensò tra sé. «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice». 40 Gesù allora gli disse: «Simone, ho una cosa da dirti». Ed egli: «Maestro, di’ pure». 41 «Un creditore aveva due debitori: l’uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta.42 Non avendo essi da restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi dunque di loro lo amerà di più?». 43 Simone rispose: «Suppongo quello a cui ha condonato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene». 44 E volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e tu non m’hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. 45 Tu non mi hai dato un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi. 46 Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato, ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi. 47 Per questo ti dico: le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco». 48 Poi disse a lei: «Ti sono perdonati i tuoi peccati». 49 Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: «Chi è quest’uomo che perdona anche i peccati?». 50 Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!».

 

Lei è una di quelle là: del lampione e delle lenzuola, degli spasimi e dei compensi, della carne lurida e della corpulenza eccitante: «Non era una bellezza mozzafiato, ma emanava una potente sensualità, dalla massa dei suoi folti capelli corvini allo scatto delle anche quando camminava» (E. Bunker). Una bagascia d’intrigo, «una donna, una peccatrice di quella città» (Lc 7,36-50): tutti a ridere dei matti in piazza, purché non siamo della loro razza. Il Nazareno accetta con gusto l’invito a cena da un fariseo: “Chissà se saprà che onore gli concedo” – medita tra sé Simone. “Chissà se avrà preparato tutto bene” – ribatte tra sé l’invitato, che in quella spavalderia mostra di starci a piacimento: «Entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola». Certe sfide esigono il faccia a faccia.
Nell’attimo in cui la tenda si gonfia, lei è già entrata. Le uova sono già rotte nel paniere, la faccia di Simone è un circo senza biglietto d’ingresso: “Dove va? Che ci fa? Cacciatela immediatamente! Che vergogna: proprio stasera doveva arrivare questa sfaccendata?” La sfaccendata, la poco-di-serio, lascassata del Vangelo. La storia – quella immensa della salvezza, quella minima di ciascuno – non si cambia chiedendo permesso: «Stando dietro, presso i piedi di lui, piangendo, cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo». Quel Predicatore ramingo, giorni addietro, le confidò segreti nobilissimi, piantò in lei il germe di sogni più grandiosi: le pietrescartate diverranno pietre angolari, roba di sostegno. Nessuna pa-rola le aveva così infiammato il cuore: Lei gli ha dato credito, Lui non l’ha abbindolata. Rannicchiata, gli prende i piedi, ne slaccia forse i sandali, li palpa per bene: passa le dita dentro a quelle dei piedi di Lui. Lui, muto, as-seconda e gode. La furia di Simone è cieca, muta e sorda: “Adesso cosa di-ranno gli altri? Diranno che di notte vado con quelle donnacce. Che l’ho invitata io, che sapevo tutto, che potevo mandarla a casa e non l’ho fatto”. La bigiotteria di Simone è roba tarocca, la si riconosce dalla vetrina, tanto fumo e poco arrosto: «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice». Sembrano una muta di cani inselvatichiti, la finta buona creanza di chi se l’è fatta addosso: «Maestro, dì pure!».
Quando il gioco diventa troppo duro per tutti gli altri, è proprio allora che al Cristo inizia a piacere assai:«Vedi questa donna, (Simone)?» La condanna di Simone inizia dalla vista: dover vedere esattamente quello che si voleva a tutti i costi far stare in ombra. Non mi hai dato l’acqua per i piedi, non mi hai dato un bacio, non mi hai profumato il capo. «Vedi questa donna, (Simone)?»: mi ha lavato i piedi, non ha cessato di ba-ciarmi, mi ha cosparso di profumo. Meno male c’è stata lei, Simone. Al-trimenti sarei stato a disagio con voi, stasera. L’assoluzione è piena. Il fatto, un tempo, sussisteva; ora quel fatto non sussiste più: «Ti sono per-donati i tuoi peccati». Il peccato, oltre al suo lordume, porge il van-taggio di guardare Dio con un occhi nuovi, al pari degli artisti: «Il nostro peccato allora diventa quasi un gioiello (…) Si fa i signori, quando si rega-lano i gioielli, e non è sconfitta, ma gioiosa vittoria lasciare vincere Dio» (Papa Francesco). Certe bagasce, in quanto a cortesia, sono più evolute dei farisei.
Nessun nome sta cucito addosso alla donna: solo informazioni-seconde su ciò che poteva essere stata prima d’allora. Informazioni di prima mano, in-vece, su ciò che, all’indomani di quella cena, divenne: l’incubo di Simone, l’orgoglio del Messia, l’incoraggiamento di tanti. Ammonimento: «Ah! Non insultate mai la donna che cade! Chissà sotto quale fardello quella donna cade» (V. Hugo). Più che del peccato, quella fu donna del ritorno: saputo, forse, da una comare della presenza del Guaritore, colse la palla al balzo per tornare a trovarlo. Per ridargli in profumo ciò che, anzitempo, lui le aveva donato: la leggiadria dell’annuncio che nulla era ancora tutto perduto. Era pronta per assaltare il Regno di lassù: nessuna perla si scioglie nel fango. L’ha capito anche Simone, alla fine.

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Chi è Gesù Cristo nel Suo Mistero – Parte Terza

 18. Gesù è chiamato Emmanuele.
19. Gesù Cristo paragonato alla rugiada.
20. Gesù Cristo paragonato ad una perla.
21. Gesù Cristo paragonato alla vite.
22. Gesù Cristo è l’albero della vita.
23. Gesù Cristo paragonato all’aurora.
24. Divinità di Gesù Cristo provata dalle figure.
25. Divinità di Gesù Cristo provata dalle predizioni dei profeti.

18. GESÙ È CHIAMATO EMMANUELE. – «Una vergine concepirà, aveva predetto Isaia, e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele» (ISAI. VII, 14), che vuol dire, Dio con noi, Dio è a noi, Dio ci appartiene.
Dunque l’Emmanuele è Dio con noi, è il Dio forte che combatterà e vincerà il demonio, il mondo, il peccato, la carne ed ogni nemico. L’Emmanuele è l’Ammirabile, il Consigliere, il Dio, il potente, il padre del futuro secolo, il Principe della pace; l’Angelo del gran consiglio, dice Isaia (IX, 6). L’Emmanuele è il Signore altissimo e infinitamente degno di lode, che, si fa piccolo per noi ed infinitamente amabile, L’Emmanuele è il nostro Dio, che ha preparata la terra fin dall’eternità; che spedisce la luce, ed essa va: che la richiama, ed essa obbedisce tremando, dice Baruch. È il Dio che ha collocato le stelle, ciascuna al proprio luogo, che spandono il loro chiarore danzando festose; al suo nome, esse risposero: eccoci; e servono con gioia a lui che le ha create. È lui il nostro Dio, e nessun altro sarà dinanzi a lui. «Dopo ciò, dice il profeta, egli fu visto su la terra, e conversò cogli uomini» (BARUCH III, 38). L’Emmanuele è Gesù Cristo, nostra redenzione, nostro desiderio, nostro amore, il Dio creatore di tutte le cose fatto uomo… L’Emmanuele è il bambino di Betlemme, che adagiato in un presepio regna al tempo stesso in cielo… L’Emmanuele è il Verbo incarnato; è la parola di vita che esistette fin dal principio, dice S. Giovanni, e che noi abbiamo udito con le nostre orecchie, veduto coi nostri occhi, toccato con le nostre mani (I IOANN. I, 1). L’Emmanuele, dice S. Paolo, è il gran mistero della pietà; Dio manifestato nella carne, giustificato nello spirito, scoperto agli angeli, annunziato alle genti, creduto nel mondo, elevato alla gloria (ITim. III, 16). L’Emmanuele è Elohim abitante con noi; è Jehovah divenuto nostro fratello, nostro maestro, nostro amico, nostra guida, nostro medico, nostro sposo, nostra salvezza per l’eternità.
Chi non amerà dunque, o figli di Adamo, questo gran Dio? Deh! amate, abbracciate, adorate il figlio di Maria, assaggiate le dolcezze del vostro Emmanuele, di questo Uomo-Dio, di questo Dio-Uomo, bellissimo tra tutti i figli degli uomini. Gesù Cristo è l’Emmanuele, Dio con noi: 1° realmente e corporalmente nel presepio e su la croce…; 2° nell’augusto Sacramento dell’altare…; 3° per mezzo della sua provvidenza, del suo governo, del suo amore…; 4° per mezzo dei suoi rappresentanti, il Papa, i vescovi, i sacerdoti…; 5° per il santo Vangelo, per la croce…; 6° per il suo aiuto, la sua grazia, i suoi lumi, le sue consolazioni, la sua forza e protezione…

19. GESÙ CRISTO PARAGONATO ALLA RUGIADA. – «Stillate, o cieli, la vostra rugiada» (ISAI. XLV, 8), disse Isaia, sospirando Gesù, con graziosissima figura, ed eccone i tratti di somiglianza: 1° Ignota è l’origine della rugiada, celata e misteriosa è l’incarnazione del Verbo… 2° La rugiada nella sua qualità di puro e sublime vapore, che si risolve in acqua, è espressivo simbolo della verginità di Maria… 3° La rugiada tempera i grandi calori; rende pura e fresca l’atmosfera; alleggerisce e dilata la respirazione negli esseri viventi; Gesù Cristo spegne in noi le arsure della concupiscenza, e ci fa respirare la pura atmosfera della grazia… 4° La rugiada partecipa della terra e del cielo, al quale risale fatta vapore; Gesù Cristo ha in sé la natura umana, ma insieme la divina, e rende divini e celesti i suoi fedeli servi. «Il primo uomo, scrive S. Paolo, formato di terra, è terreno; il secondo uomo, venuto dal cielo, è celeste. Come dunque abbiamo portato l’immagine dell’uomo terreno, portiamo altresì l’impronta dell’uomo celeste» (I Cor. XV, 47-49). 5° La rugiada si posa come benefico succo su le semenze, sui germogli, sulle piante, sui fiori, e li feconda, li vivifica, li nutrisce: similmente Gesù, con la rugiada della sua grazia, feconda, vivifica e rende fertile il mondo, gli infonde nelle vene il succo, che fa produrre dei santi, dei confessori, delle vergini, dei dottori, dei martiri, dei vescovi, dei missionari, dei religiosi, delle spose caste, delle vedove continenti; ed in ogni stato, in ogni vocazione, in ambo i sessi spande a profusione i doni, i favori, i benefizi suoi… 6° La rugiada ricorda la manna, cibo soave e dolce e Gesù Cristo si dà a noi in Cibo nella santa Eucaristia, e come rimedio ai mali dell’anima; egli è quella manna, quel pane disceso dal cielo, quella vivanda degli angeli, che al dire della Sapienza, contiene in sé tutti i sapori (Sap. XVI, 20). E per virtù di questa manna celeste, di questo sacro pane, non solamente noi viviamo e resistiamo alle tentazioni del mondo, del demonio, della carne, ma ci assicuriamo inoltre la vita di gloria nel cielo e risusciteremo. beati per l’eternità… 7° La rugiada ha una certa somiglianza col diamante; l’umanità di Gesù Cristo è un vero diamante divino, che forma l’anello dell’alleanza del Verbo con la sua Chiesa, con l’anima fedele…

20. GESÙ CRISTO PARAGONATO AD UNA PERLA. – La perla, o pietra preziosa, di cui parla S. Matteo (XIII, 45), è Gesù Cristo. Questa perla, piccola per umiltà, è infinitamente preziosa per il valore. Portiamo questa perla, portiamola per corona e per ornamento. Risplenda su la nostra fronte per la fede e per il disprezzo del rispetto umano; appendiamocela alle orecchie per l’obbedienza a Dio, alla Chiesa, ai superiori; fregiamocene il collo e il petto per la carità, le braccia per l’esercizio delle buone opere; mettiamocela nel dito, come anello, per la fedeltà, la purezza, la prudenza; cingiamocene come cintura per la castità; orniamone le nostre vesti per la modestia.

21. GESÙ CRISTO PARAGONATO ALLA VITE. – «Io sono la vera vite», disse Gesù Cristo di se medesimo (IOANN. XV, 1). Ora perché Gesù si paragona piuttosto alla vite che non ad altra pianta? 1° per l’abbondanza dei frutti; 2° per la dolcezza dei medesimi; 3° a cagion del vino…; 4° per la diramazione dei tralci…; 5° il tralcio della vite si piega e si abbassa..:; 6° si maneggia a volontà…; 7° il frutto è messo sotto il torchio. Ora, Gesù Cristo produce i più dolci frutti; è vino che fa germogliare i vergini (ZACH. IX, 17); estende i suoi benefizi a tutti i secoli e in tutti i luoghi; si abbassa fino a noi e compatisce ogni nostra miseria; si è fatto pieghevole fino alla croce; spande dappertutto il delizioso olezzo dei suoi esempi, della sua celeste morale; fu sottoposto al torchio nella sua passione…
«Come il tralcio non produce frutti se non è unito alla vite, così voi, diceva Gesù Cristo agli Apostoli, non produrrete nessun frutto se non starete uniti a me. Io sono la vite, e voi i tralci. Chi è unito con me, e io con lui, questi darà molto frutto: senza di me, voi non potete fare nulla. Chi non sta con me, sarà gettato via come sermento stralciato e seccherà per essere bruciato» (IOANN. XV, 4-6). Con queste parole il Salvatore ci insegna tre cose: 1° con lui possiamo tutto. 2° Per lui abbiamo la grazia e la gloria eterna. 3° Fuori di lui non serviamo a nulla. «Senza Gesù Cristo, dice S. Gerolamo la nostra vita è interamente perduta (Lib. sup. Ioann.)». A quel modo che il sermento trae la vita, il succo e il frutto dalla vite, così il cristiano trae da Gesù Cristo, che è il ceppo, la vita, le buone opere, la salute… «Il tralcio staccato dalla vite non è più buono a nulla, osserva S. Agostino; o se ne sta unito al ceppo, o è gettato ad ardere; se non è con la vite, sarà nel fuoco (Tract. LXXXI, in Ioann.)».

22. GESÙ CRISTO È L’ALBERO DELLA VITA. – Gesù Cristo è il vero albero della vita, trapiantato, per mezzo dell’incarnazione, dal paradiso in terra: di qui poi trasportato di nuovo in cielo, dà alle anime elette la sua visione, il suo possesso, la vita immortale, la gloria, riempiendole del continuo di soavi desideri e saziandole per l’eternità… Gesù Cristo, dice S. Dionigi, è detto l’albero della vita, perché nutrisce in vari modi e abbondantemente i suoi fedeli, fino a tanto che passino dalla vita della grazia alla vita della gloria. Questo cibo è il pane delle lagrime, delle croci, delle, buone opere, i doni della grazia, i conforti della virtù, la speranza del cielo; questo cibo è il pane eucaristico (In Evang. Ioann.). Chi sinceramente e fortemente si abbraccia a Gesù Cristo, sente venire in sé, da quest’albero della vita, la vita incorruttibile..

23. GESÙ CRISTO PARAGONATO ALL’AURORA. – «La venuta di lui è preparata come quella dell’aurora» (OSE, VI, 3), profetava Osea accennando alla nascita di Gesù Cristo, il quale avrebbe dissipato le tenebre dell’ignoranza e del peccato e rischiarato l’umanità con la luce della sua dottrina e della sua santa vita. E a buon diritto egli è paragonato all’aurora, e come Dio e come uomo. 1° Come l’aurora è la prima luce del giorno, così il primo atto di Dio Padre è la generazione eterna di suo Figlio; per quest’aurora s’intende adunque la sua eternità, secondo le parole del Salmista: «Io ti ho generato dal mio seno prima dell’aurora» (CIX, 4); così, il primo atto della nostra redenzione fu la generazione umana e l’incarnazione del Verbo. 2° L’aurora è una mezza luce che va crescendo; Gesù Bambino cresce in età, in sapienza, in grazia dinanzi a Dio ed agli uomini. Gesù cresceva, non interiormente, ma esteriormente, per la sua età, la fama, i miracoli, ecc.; interiormente egli era perfetto fin dal primo istante della sua incarnazione… 3° La luce dell’aurora è purissima, deliziosa e cara agli uomini stanchi delle fitte tenebre di una lunga notte; similmente la venuta di Gesù riuscì preziosissima e fortunatissima per i mortali sepolti da quattro mila anni nelle ombre e nella caliginosa notte della morte.

24. DIVINITÀ DI GESÙ CRISTO PROVATA DALLE FIGURE. – Le vittime dell’antica legge raffiguravano Gesù Cristo che è la vittima della nuova alleanza: vera vittima che fa scomparire tutte le altre le quali non erano che un’ombra. Il bue denotava la forza di Gesù Cristo; la pecora ne rappresentava l’innocenza; il capro ne figurava la forma di peccatore; la colomba il candore, la dolcezza, la sua intima unione con Dio…
Davide che colpisce e atterra Golia è figura di Gesù Cristo che sconfigge e prostra il demonio, l’inferno…
«Io sono come un mansueto agnello condotto al macello» (IEREM. XI, 19), disse di se medesimo que1 Gesù che già dall’origine del mondo era stato figurato come agnello immolato: 1° nel sacrifizio di Abele; 2° nel capro che Abramo immolò in sostituzione d’Isacco…; 3° nell’Agnello pasquale che doveva, essere senza macchia. « La nostra pasqua, diceva l’Apostolo, è il Cristo immolato per noi» (I Cor. V, 7). «L’Agnello ha redento le pecore, canta la Chiesa nella Sequenza pasquale; Gesù Cristo innocente ha riconciliato col Padre i peccatori (Sequent. Victimae)». 4° Gesù Cristo era rappresentato nel sacrifizio perpetuo…
Figura del Cristo era anche il velo del tempio; come questo stava dinanzi al Santo dei Santi e lo celava, così l’umanità di Gesù Cristo nascondeva la sua divinità. Per la carne di Gesù Cristo il cielo è stato aperto, come sollevando il velo si vedeva il Santo dei Santi. Il velo del tempio fu squarciato alla morte di Gesù; e per la morte di lui, per la sua carne lacerata, ci fu dato il cielo.
Gesù Cristo, vero pane disceso dal cielo, vera arca dell’alleanza, adempì tutte le figure; quindi al comparire di lui tutte le figure disparvero.
Anche tutti i più eccellenti personaggi dell’antica legge erano figura del Messia: Abele, Enoch, Noè, Abramo, Isacco, Giacobbe, Giuseppe, Mosè, Giosuè, Sansone, Davide, Salomone, Elia, ecc…

25. DIVINITÀ DI GESÙ CRISTO PROVATA DALLE PREDIZIONI DEI PROFETI. ­Tutte le profezie trovano la spiegazione e l’adempimento in Gesù Cristo; egli è quindi il vero Messia promesso e il Figlio di Dio.
«Non sarà tolto lo scettro da Giuda, né mancherà principe della sua stirpe; fino al giorno in cui venga colui che dev’essere inviato, e che sarà l’aspettato delle genti» (Gen. XLIX, 10). Lo scettro, ossia la potestà del comando, rimase infatti nella casa di Giuda fino intorno ai tempi di Gesù Cristo; quando egli apparve, regnavano su la nazione ebrea principi stranieri: né mai più d’allora in poi la casa d’Israele ebbe principi e duci propri che la reggessero…
Baruch aveva predetto l’incarnazione del Verbo dove, dopo di aver enumerato gli atti della grandezza e della potenza di Dio a pro del popolo giudeo dice: «Dopo ciò fu veduto su la terra ed abitò con gli uomini (BARUCH III, 38).
Il Messia doveva essere giudeo e della stirpe di David. Tutta la Scrittura ribocca delle promesse fatte da Dio a David, a Giacobbe, ad Isacco, ad Abramo; e Gesù Cristo viene in ogni incontro chiamato figliuolo di David…
Isaia aveva predetto che il Messia, l’Uomo-Dio, sarebbe nato da una vergine (VII, 14). Ora, fra i nati di donna Gesù Cristo solo nacque da una vergine…
Secondo Michea, il Messia doveva nascere a Betlemme. (MICH. V, 2). Di questa profezia erano ben istruiti i principi dei sacerdoti, e ad essa appunto si riferirono quando, interrogati da Erode dove sarebbe nato il Cristo, per dare risposta ai Magi, risposero: «a Betlemme di Giuda, poiché così sta scritto nella profezia» (MATTH. II, 5-6). Ora la storia e la tradizione constata che Gesù Cristo nacque il 25 dicembre a Betlemme, in un presepio, dalla Vergine Maria:. Là i Magi lo trovarono e lo adorarono.
Davide predisse che gli abitanti del deserto, i re delle isole e di lontane contrade sarebbero andati a prostrarsi ai piedi del Messia, lo avrebbero adorato, e gli avrebbero offerto preziosi doni (Psalm. LXXI, 9-10). La festa dell’Epifania è monumento perenne del compimento di questa profezia.
Isaia aveva detto, prevedendo la fuga di Gesù in Egitto: «Ecco che il Signore, portato su di leggera nube, entrerà in Egitto, e al suo apparire gli idoli dell’Egitto traballeranno» (XIX, 1). Ora queste parole hanno il loro esatto riscontro e adempimento in quelle di S. Matteo: «L’angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: Lèvati, prendi il bambino e fa madre sua, e fuggì in Egitto, e fèrcati colà fintantochè io te ne dia avviso; perché avverrà che Erode lo cerchi per metterlo a morte. Ed egli svegliatosi prese il bambino e la madre di notte tempo, e si ritirò in Egitto» (II, 13-14).
Troviamo in Geremia casi accennata la strage degli innocenti: «Una voce ha rimbombato, voce di pianto, di lutto, di angoscia, ed è la voce di Rachele che piange inconsolabilmente i suoi pargoli, perché più non sono» (XXXI, 15). Ora il Vangelo di S. Matteo riferendosi appunto a questa profezia, dice: «che Erode, vedendosi deluso dai Magi, si adirò fortemente, e manda a uccidere tutti i fanciulli che erano in Betlemme, e in tutti i suoi confini, dall’età di due anni in giù» (II, 16).
Malachia aveva annunziato che Dio spedirebbe un angelo a preparare la strada al Messia, e che poco dopo la comparsa di quest’angelo, venuto sarebbe nel suo tempio il Dominatore che gli Ebrei stavano aspettando, l’angelo del testamento ch’essi sospiravano (III, 1). Questo angelo promesso da Dio come precursore del Messia, si vede chiaro e spiccato nel Battista, il quale attestava di sé che era «Voce di chi grida nel deserto: Preparate la strada al Signore» (LUC. III, 4). E si noti che Malachia, il quale annunzia prossima la venuta del Messia, è infatti l’ultimo dei profeti.
«Mandate, o Signore, pregava Isaia, l’Agnello dominatore della terra» (XVI, 1). E S. Giovanni Battista addita questo Agnello quando esclama: «Ecco l’Agnello di Dio» (IOANN. II, 29),
Il medesimo profeta Isaia così diceva: «Ecco il vostro Dio: egli verrà proprio in persona e vi salverà. Allora si apriranno gli occhi ai ciechi, e le orecchie ai sordi: lo zoppo correrà come un cervo e si snoderà la lingua ai muti» (XXXV, 4-6). Quando mai e da chi si videro operati tali prodigi, se non da Gesù Cristo? E che altro è la vita di Gesù, narrata nei santi Vangeli, se non una continua sequela di miracoli, una potente dimostrazione dell’avveramento di questa profezia? Basta ricordare la risposta data dal Salvatore all’ambasciata mandatagli dal Battista, mentre era prigioniero di Erode (LUC. VII, 19-22), per esserne del tutto convinti.
«Io manderò, aveva detto Iddio per bocca di Geremia, molti pescatori, i quali pescheranno gli uomini» (XVI, 16), Ora Gesù, dopo di aver eletto per suoi apostoli dei pescatori, dice loro: «Venite dietro di me ed io vi farò pescatori di uomini » (MATTH. IV, 19). E i dodici pescatori prendono il mondo intero, lo traggono fuori dall’oceano dell’errore, del delitto, dell’idolatria, e lo gittano nel mare della verità, della virtù, della grazia, della gloria!…
«Rallegrati e godi, o figlia di Sion, esclama Zaccaria; perché, ecco che il tuo re viene a te, giusto e salvatore; egli sarà povero, quindi verrà cavalcando un’asina e il suo puledro» (IX, 9). Ora chi non vede avverata questa predizione nell’ingresso trionfale di Gesù Cristo in Gerusalemme, narratoci dal Vangelo, e ricordatoci dalla Chiesa nella domenica delle palme?
«Il Signore mi ha chiamato innanzi alla mia nascita, aveva detto Gesù in persona d’Isaia; egli ha manifestato il mio nome prima che uscissi dall’utero di mia madre» (XLIX, I), Orbene, adempì questa parola l’angelo che disse a Giuseppe: Maria, tua sposa, partorirà un figlio, cui porrai nome Gesù (MATTH, I, 21).
L’angelo Gabriele appare a Daniele, e chiaramente gli notifica, anzi fissa l’epoca della venuta di Colui ch’egli chiama il Santo dei Santi, il Cristo-re; determina ancora il tempo della morte di questo Cristo-re, e gli significa che il popolo giudeo sarà rigettato (DAN. IX, 24-26). Tutto fu compito alla lettera, al tempo di Gesù e da Gesù.
Michea proclama le beneficenze e le grandezze di Gesù Cristo, la sua fama, la conversione dei gentili: «Colui che ha da venire, egli dice, starà fermo ed incrollabile, e condurrà il suo gregge con la forza di Jehovah, con la gloria del nome di Jehovah suo Dio; i popoli a lui si convertiranno, perché la sua gloria risplenderà fino agli ultimi confini del mondo. Ed egli sarà la pace» (V, 4-5). Diciannove secoli affermano il compimento di questa profezia…
Quello che è stato rivelato si adempirà a suo tempo, diceva Abacuc, l’ora ne è ancora lontana, ma non v’ingannerà. Se tarda a comparire, aspettalo che verrà sicuramente, e non differirà per sempre (II, 3).
Aggeo prenunzia la presentazione di Gesù al tempio, con quelle parole: «Ecco quel che dice il Signore degli eserciti: Ancora un po’ di tempo, e poi io scuoterò il cielo e la terra, il mare e l’universo. Commoverò i popoli e verrà il Desiderato delle nazioni, e riempirà questo tempio di gloria. La gloria di questo tempio sarà più grande di quella del primo, dice il Signore degli eserciti, ed io darò in questo luogo la pace » (II, 7, 10), Tutto ciò avvenne il giorno in cui Maria e Giuseppe presentarono Gesù bambino al tempio. Poiché trovandosi a quell’ora nel tempio di Gerusalemme il santo vecchio Simeone, a cui lo Spirito Santo aveva promesso che non morrebbe prima di aver veduto il Cristo Signore, non appena gli si presentò Mara col bambinello, tosto lo prese tra le braccia e, pieno di spirito divino e di gioia, sciolse un inno di lode e di ringraziamento a Dio, esclamando: «Adesso lascerai, o Signore, che se ne vada in pace il tuo servo, secondo la tua parola; perché gli occhi miei hanno veduto il Salvatore dato da te; il quale è stato esposto da te al cospetto di tutti i popoli, luce ad illuminare le nazioni, e a gloria di Israele tuo popolo». Anche la profetessa Anna, vecchia di ottantaquattro anni, prese a lodare Dio, e a parlare del bambino a tutti quelli che aspettavano il Messia (Luc. II, 29-39).
Davide aveva notato come segnale per riconoscere il Messia, l’ira, l’odio, e l’unanime persecuzione dei grandi della terra e dei capi del popolo congiurati alla sua rovina (Psalm, II, 2). Manifestissimo ne fu l’adempimento, principalmente nella passione di Gesù Cristo.
Il compito del Messia era, secondo i profeti, quello di assumere sopra di sé i peccati del mondo e soffrirne il castigo e la pena. Ma affinché non rimanesse dubbio intorno alla persona in cui si sarebbe adempito questo decreto divino, ecco che il Signore fa predire ai suoi inspirati quasi tutti i particolari tormenti che doveva patire suo Figlio e talora perfino le più minute circostanze, Chiaro e circostanziato sopra tutti è Isaia, tanto che, al leggerlo, sembra di udire non un profeta, ma un evangelista; e confrontando l’immagine ch’egli ci dipinge del Messia paziente con quella che di Gesù ci lasciarono i testimoni della sua passione; le troviamo identiche. Consultate il capo LIII dal vers, 1 al 12, e vi troverete preveduti gli schiaffi, i pugni, le battiture, gli sputi, le ferite, le lacerazioni che resero il volto e la persona del Redentore così sfigurati, malmenati e pesti, da quasi più non ravvisarvi immagine d’uomo. – Troverete indicate le ingiurie, le bestemmie, gli insulti, gli oltraggi, le beffe, i sarcasmi, i motteggi di cui fu fatto segno, a tal punto che si sarebbe creduto l’ultimo degli uomini, la feccia dei ribaldi, la spazzatura della plebe. – Troverete accennati e l’ingiusto giudizio a cui dovette sottostare e i ladroni tra cui lo crocifissero e il costante silenzio e la prodigiosa mansuetudine da lui conservata così inalterabile da farlo rassomigliare ad un agnello condotto a tosare. – E non è dimenticato l’abbandono in cui è lasciato da tutti, né la corona di spine con cui gli si cinge il capo.
Geremia lamentava che il Cristo sarebbe stato saziato di obbrobri, e fatto scherno della plebe (Lament. III, 30), (Ib. 14). Non è questo l’Eccehomo di Pilato?
Davide, parlando a nome del Messia, aveva predetto che sarebbe stato accusato da falsi testimoni (Psalm. XXVI, 12); che sarebbe stato crudelmente flagellato (Psalm. XXXIV, 15); che l’avrebbe tradito uno dei suoi (Psalm. XL, 9). Zaccaria poi designa la somma di trenta denari che si sarebbe sborsata per mercede al traditore (XI, 12),
Il Savio mette in bocca agli empi che tramano la ruina del giusto, questo discorso: «Tendiamo insidie al giusto, perché egli non è buono per noi, ed è contrario alle opere nostre e rinfaccia a noi i peccati contro la legge, e propala in nostro danno i mancamenti della nostra vita. Si vanta di avere la scienza di Dio, e si dà il nome di Figliuolo di Dio. Egli è diventato il censore dei nostri pensieri. E’ grave cosa per noi anche il solo vederlo, perché la vita di lui non è come quella degli altri, e diverse sono le sue vie. Siamo riputati da lui come gente da nulla, schiva le nostre costumanze come immondezze, e preferisce la fine dei giusti, e si gloria di avere per padre Iddio. Si veda adunque se le sue parole sono vere, e proviamo che cosa sarà di lui e vedremo dov’egli andrà a finire. Perché se egli è vero figliuolo di Dio, questi lo difenderà, e lo salverà dalle mani degli avversari. Proviamolo con le contumelie e coi tormenti per vedere la sua rassegnazione e conoscere qual sia la pazienza. Condanniamolo a morte più obbrobriosa» (Sap. II, 12-20). Potevano forse ritrarsi più al vivo gli Scribi, i Farisei, i principi dei Sacerdoti? non pare di udirli, raccolti a consiglio in casa di Anna e di Caifa, studiare i modi più sicuri per disfarsi del Cristo? non adoperarono forse essi quasi le medesime parole e nel pretorio di Pilato, e nella piazza, chiedendone la crocifissione, e sul Calvario insultando ai suoi patimenti?
«Il Cristo, preannunziava Daniele, sarà messo a morte, e il suo popolo non sarà più suo popolo, perché lo rinnegherà» (IX, 26). Il popolo giudeo compì alla lettera questa profezia allorché disse a Pilato ch’esso non conosceva altri che Cesare, per suo re (IOANN. XIX, 15).
Il Salmista aveva anche detto a nome del Cristo: «Mi forarono le mani e i piedi; mi diedero in cibo del fiele, e per bevanda dell’aceto; si divisero le mie vesti e su la mia tunica gettarono la sorte. Tutti quelli che mi vedevano si facevano beffe di me, e crollando il capo mormoravano sogghignando: Egli si fidò in Dio, or bene questo Dio lo salvi, se può» (Psalm. XXI, 16); (Psalm. LXVIII, 22 (Psalm XXI, 18 (Psalm. XXI, 7-8). Chi non vede qui ritratta la scena del Golgota?
Zaccaria, parlando delle piaghe fatte nelle mani del Cristo dai chiodi, fa rilevare che esse gli erano state fatte dal popolo suo diletto, e vaticina che, morto lui, riconosceranno chi fosse quegli che essi crocifissero (XIII, 6), (XII, 10).
L’agnello pasquale era figura del Cristo; ora Mosè aveva ordinato che si mangiasse senza rompergli osso (Num. IX, 12). Anche questa circostanza si avverò su la croce; perché, mentre ai due ladroni furono, secondo l’usanza, rotte le gambe, prima di levarli dalla croce, a Gesù non furono rotte.
La sepoltura di Gesù. Cristo, l’incorruttibilità del suo corpo nel sepolcro, la sua discesa agli inferni, trovano la loro predizione in quelle parole di Davide (Psalm. XV, 9-10).
Isaia aveva profetizzato che il sepolcro del Cristo sarebbe glorioso (II, 10); certamente per i prodigi che sarebbero avvenuti alla sua risurrezione la quale pure era stata predetta da Davide: «Io mi sono addormentato in profondo sonno e mi sono risvegliato (Psalm. III, 5). Lo stesso profeta aveva pure già fatto cenno dell’ascensione di Gesù Cristo al cielo, corteggiato dalle anime dei patriarchi e dei giusti antichi da lui fatti liberi; e la sua posizione come uomo alla destra di Dio (Id. LXVI, 19), (Id. CIX, 1).
«Io spanderò, aveva detto il Signore per bocca di Zaccaria, lo spirito di grazia e di preghiera su la casa di Davide, su gli abitanti di Gerusalemme» (XII, 10). Dove mai ebbe questa profezia più chiaro e pieno adempimento se non nel ritiro degli apostoli nel cenacolo, e nella discesa dello Spirito Santo il dì della Pentecoste?
Daniele aveva annunziato che il popolo giudeo sarebbe stato riprovato e disperso in punizione di aver messo a morte il Messia; che il tempio sarebbe stato distrutto, la città atterrata, abolito ogni sacrifizio; che la desolazione avrebbe colpito ogni cosa e sarebbe durata per sempre (IX, 26). Dal giorno in cui le aquile di Tito, imperatore romano, sventolarono su le rovine di Gerusalemme fino al presente, tutti i secoli sono testimoni e prove dell’avveramento di questa profezia.
Tutti i profeti vaticinarono la chiamata e la conversione dei gentili al culto del vero Dio, da avverarsi dopo la venuta del promesso Messia. Ecco, per esempio, come Iddio parla al Messia figurato in Isaia: «Non è solo perché tu mi sii ministro nel rialzare il popolo di Giacobbe, nel convertire gli ultimi rampolli di Israele, che io ti ho scelto; ma ancora perché sii luce alle genti, e porti la mia salute fino agli ultimi confini del mondo» (ISAI. XLIX, 6). Ora è scritto degli apostoli, che la loro parola risuonò per tutta la terra, e la voce annunziatrice della religione di Cristo trovò eco nei più remoti angoli del mondo. (Rom. X, 18).
Anche lo stabilimento della Chiesa in seno all’umanità, e la sua eterna durata fu predetta da Daniele con quelle parole: «Nei giorni di quei regni, il Dio del cielo farà sorgere un regno che non sarà più distrutto e il cui impero non passerà mai ad altre mani: anzi, egli atterrerà e consumerà tutti gli altri regni, ed esso rimarrà in piedi eternamente» (II, 44).
I profeti non predissero solamente che la Chiesa si sarebbe stabilita su le rovine della Sinagoga e dell’idolatria, ma prenunziarono ancora che in vece degli antichi sacrifizi, i quali si potevano offrire nel solo tempio di Gerusalemme, si offrirebbe in tutti i luoghi da un capo all’altro del mondo, un ostia pura e santa (MALACH. I, 10-11).
Ora qual altro sacrifizio si vide nel mondo, dopo la morte di Gesù Cristo, se non il sacrifizio dell’altare? Non è forse la vittima eucaristica immolata e offerta a Dio in tutte le età, in tutti i luoghi della terra?
Tutte le profezie furono adunque adempiute con la nascita, con la vita, con la morte di Gesù Cristo; esse dunque si riferivano al Messia e annunziavano il Figliuolo di Dio. Perciò il Redentore, sfidando la mala fede degli Ebrei, diceva loro: «Studiate le Scritture, esse vi testimonieranno di me» (IOANN. V, 39). Ah sì! chi legge e medita attentamente la Scrittura, vi trova Gesù Cristo in tutto, ora visibile nel compimento dei fatti, ora celato sotto le figure e le ombre…

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La morte è stata ingoiata per la Vittoria!

1Corinzi 15

1 Vi rendo noto, fratelli, il vangelo che vi ho annunziato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi, 2 e dal quale anche ricevete la salvezza, se lo mantenete in quella forma in cui ve l’ho annunziato. Altrimenti, avreste creduto invano!
3 Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, 4 fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, 5 e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. 6 In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. 7 Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. 8 Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto. 9 Io infatti sono l’infimo degli apostoli, e non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. 10 Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me. 11 Pertanto, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto.
12 Ora, se si predica che Cristo è risuscitato dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non esiste risurrezione dei morti? 13 Se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato! 14 Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede. 15 Noi, poi, risultiamo falsi testimoni di Dio, perché contro Dio abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato Cristo, mentre non lo ha risuscitato, se è vero che i morti non risorgono. 16 Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto;17 ma se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati. 18 E anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti. 19 Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini.
20 Ora, invece, Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti. 21 Poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti; 22 e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo. 23 Ciascuno però nel suo ordine: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo; 24 poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato e ogni potestà e potenza. 25 Bisogna infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. 26 L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte, 27 perché ogni cosa ha posto sotto i suoi piedi. Però quando dice che ogni cosa è stata sottoposta, è chiaro che si deve eccettuare Colui che gli ha sottomesso ogni cosa. 28 E quando tutto gli sarà stato sottomesso, anche lui, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti.
29 Altrimenti, che cosa farebbero quelli che vengono battezzati per i morti? Se davvero i morti non risorgono, perché si fanno battezzare per loro? 30 E perché noi ci esponiamo al pericolo continuamente? 31 Ogni giorno io affronto la morte, come è vero che voi siete il mio vanto, fratelli, in Cristo Gesù nostro Signore! 32 Se soltanto per ragioni umane io avessi combattuto a Efeso contro le belve, a che mi gioverebbe? Se i morti non risorgono,mangiamo e beviamo, perché domani moriremo. 33 Non lasciatevi ingannare: «Le cattive compagnie corrompono i buoni costumi». 34 Ritornate in voi, come conviene, e non peccate! Alcuni infatti dimostrano di non conoscere Dio; ve lo dico a vostra vergogna.
35 Ma qualcuno dirà: «Come risuscitano i morti? Con quale corpo verranno?». 36 Stolto! Ciò che tu semini non prende vita, se prima non muore; 37 e quello che semini non è il corpo che nascerà, ma un semplice chicco, di grano per esempio o di altro genere. 38 E Dio gli dà un corpo come ha stabilito, e a ciascun seme il proprio corpo.39 Non ogni carne è la medesima carne; altra è la carne di uomini e altra quella di animali; altra quella di uccelli e altra quella di pesci. 40 Vi sono corpi celesti e corpi terrestri, ma altro è lo splendore dei corpi celesti, e altro quello dei corpi terrestri. 41 Altro è lo splendore del sole, altro lo splendore della luna e altro lo splendore delle stelle: ogni stella infatti differisce da un’altra nello splendore. 42 Così anche la risurrezione dei morti: si semina corruttibile e risorge incorruttibile; 43 si semina ignobile e risorge glorioso, si semina debole e risorge pieno di forza; 44 si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale.
Se c’è un corpo animale, vi è anche un corpo spirituale, poiché sta scritto che 45 il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma l’ultimo Adamo divenne spirito datore di vita. 46 Non vi fu prima il corpo spirituale, ma quello animale, e poi lo spirituale. 47 Il primo uomo tratto dalla terra è di terra, il secondo uomo viene dal cielo.48 Quale è l’uomo fatto di terra, così sono quelli di terra; ma quale il celeste, così anche i celesti. 49 E come abbiamo portato l’immagine dell’uomo di terra, così porteremo l’immagine dell’uomo celeste. 50 Questo vi dico, o fratelli: la carne e il sangue non possono ereditare il regno di Dio, né ciò che è corruttibile può ereditare l’incorruttibilità.
51 Ecco io vi annunzio un mistero: non tutti, certo, moriremo, ma tutti saremo trasformati, 52 in un istante, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba; suonerà infatti la tromba e i morti risorgeranno incorrotti e noi saremo trasformati. 53 È necessario infatti che questo corpo corruttibile si vesta di incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta di immortalità.
54 Quando poi questo corpo corruttibile si sarà vestito d’incorruttibilità e questo corpo mortale d’immortalità, si compirà la parola della Scrittura:
La morte è stata ingoiata per la vittoria.
55 Dov’è, o morte, la tua vittoria?
Dov’è, o morte, il tuo pungiglione
?
56 Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la legge. 57 Siano rese grazie a Dio che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo! 58 Perciò, fratelli miei carissimi, rimanete saldi e irremovibili, prodigandovi sempre nell’opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore.

 

Collocazione del brano
La liturgia salta il capitolo 14 di 1Corinti nel quale si ribadisce l’importanza dei carismi in base all’utilità che essi hanno per la comunità. Leggiamo invece il capitolo 15 che parla della resurrezione di Cristo e di tutti i morti. Purtroppo quest’anno il Tempo Ordinario prima di Quaresima è molto breve e del capitolo 15 potremo leggere solo questa introduzione in cui Paolo dà i fondamenti di tutta la sua trattazione.
Poiché vi erano pareri contrastanti riguardo la sorte di coloro che erano già morti e la loro partecipazione alla salvezza di Cristo, Paolo parte da un dato comune tra lui e i credenti di Corinto: il Vangelo di Cristo, il fondamento della fede.

Lectio
1Vi proclamo, fratelli, il Vangelo che vi ho annunciato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi
Paolo inizia il confronto con i Corinti ponendo subito tra sé e loro la realtà del Vangelo. E’ ciò che unisce in una comune adesione l’apostolo e la sua comunità. Ma, ancor più profondamente è ciò che caratterizza la fede di entrambe, il fondamento di qualsiasi discorso sulla risurrezione dei morti. Questo è il Vangelo che Paolo ha annunciato ai Corinti. Costoro lo hanno accolto e in esso si sono rafforzati nella fede.

2e dal quale siete salvati, se lo mantenete come ve l’ho annunciato. A meno che non abbiate creduto invano!
Questo Vangelo porta alla salvezza, purché non venga manipolato, piegato a interpretazioni di parte. Per preservarlo nella sua genuinità è stato formulato in modo rigoroso e immutabile. Non si tratta certo di imbalsamare la Parola di Dio, anzi è in gioco la viva realtà del Vangelo accolta con fede, espressa con parole, oggetto di confessione e di predicazione.

3A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture
Paolo ci tiene a sottolineare di non aver inventato lui questo Vangelo, ma di averlo ricevuto dalla tradizione apostolica e di averlo custodito con fedeltà. In questo versetto comincia una professione di fede molto arcaica che condensa in poche righe il messaggio di salvezza. Con tutta probabilità tale professione di fede è stata formulata dalla comunità di Antiochia e risale agli anni quaranta.
Si articola in quattro brevi frasi, di cui due sono più importanti e vengono specificate da quelle secondarie. La prima, importante la troviamo in questo versetto 3: Cristo morì per i nostri peccati secondo la Scritture. La morte e la risurrezione di Cristo hanno un profondo significato nella storia della salvezza intessuta da Dio con l’umanità. Infatti è morto per i nostri peccati, questo sottolinea il valore salvifico della morte di Gesù. In forza della morte di Cristo i credenti ottengono il perdono e la riconciliazione. Secondo le Scritture: gli eventi della morte e risurrezione non sono casuali, ma rientrano nel progetto divino salvifico preannunziato dai profeti.

4e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici.
La specificazione e che fu sepolto intende sottolineare la realtà della morte. La sepoltura costituisce il sigillo posto sulla fine irrimediabile del crocifisso. La seconda affermazione importante è quella della resurrezione, con il dato tradizionale del terzo giorno. Segue il richiamo alle apparizioni a Cefa, cioè a Pietro e ai Dodici, che introduce nell’avvenimento che è più importante nella testimonianza apostolica. La risurrezione di Gesù diventa realtà storica soltanto nelle esperienze dei testimoni. Il risorto si è fatto presente con la sua gloria nella vita di questi uomini. Come tale diviene oggetto di predicazione e di adesione di fede.

6In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. 7Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. 8Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto.
Alle apparizioni a Pietro e ai Dodici, testimoniate anche altrove nel NT, egli fa seguire un elenco di altri beneficiari: cinquecento fratelli, e a Giacomo. Giacomo, detto anche fratello del Signore, era uno dei capi della comunità cristiana di Gerusalemme. Di lui si parla in Gal 1,19. Delle apparizioni a questi personaggi non sappiamo niente. Poi è apparso agli apostoli e infine anche a Paolo stesso. Non abbiamo racconti di apparizioni di Gesù a Paolo, se non di quella sulla strada di Damasco. Egli classifica la sua esperienza come l’ultima e parla di sé come di un feto abortito. Era un’espressione alquanto ingiuriosa e può darsi sia stata usata nei suoi riguardi dai suoi avversari.

9Io infatti sono il più piccolo tra gli apostoli e non sono degno di essere chiamato apostolo perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. 10Per grazia di Dio, però, sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana. Anzi, ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me.
Paolo continua a parlare di se stesso, ritenendosi degno di quella espressione ingiuriosa, in quanto ex persecutore della Chiesa di Dio. Il fatto di essere ora apostolo è pura grazia. Nessun merito da parte sua. Per questo si pone all’ultimo posto nella graduatoria degli apostoli. Però il suo lavoro di missionario impegnato nella predicazione lo pone al di sopra di tutti gli altri apostoli. La grazia di Dio non è stata inefficace in lui. Quindi Paolo gioca sull’antitesi tra ciò che egli è per natura e ciò che è diventato per grazia. Egli al tempo stesso si umilia e si innalza.

11Dunque, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto.
Con la presentazione di se stesso e del suo posto all’interno del gruppo degli apostoli termina dunque questa introduzione al discorso sulla resurrezione. Egli ha posto in chiaro l’autorità della sua parola, pur essendo l’ultimo fa comunque parte degli apostoli. Ha ricordato anche le linee essenziali del vangelo da lui annunciato e che i Corinti hanno accolto. Un vangelo che non si è inventato da solo, ma che a sua volta ha ricevuto e trasmesso in modo fedele. In quest’ultima frase si nota il plurale: sia io che loro predichiamo. Quindi non c’è modo di mettere in dubbio la veridicità delle sue parole.

Meditiamo
– Chi mi ha annunciato il Vangelo? Vi ho aderito fermamente o sono ancora vacillante nella fede?
– Quali sono gli elementi fondamentali del Vangelo? Ci penso mai?
– Mi è mai capitato di annunciare il Vangelo, con le parole o con i fatti? In quale modo?

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Frammenti di Cielo sulla Preghiera

S.  Agostino ha detto:

“Nutri la tua anima con la lettura biblica: essa ti preparerà un banchetto spirituale”.

“La preghiera muore, quando il desiderio si raffredda”.

S. Tommaso d’Aquino ha detto:

“La preghiera non viene presentata a Dio per fargli conoscere qualcosa che Egli non sa, ma per spingere verso Dio l’animo di chi prega.”

S. Girolamo ha detto:

“Chi è assiduo nella lettura della Parola di Dio, quando legge si affatica, ma in seguito è felice perché gli amari semi della lettura producono in lui i dolci frutti.

“Studiamo ora che siamo sulla terra quella Realtà la cui conoscenza resterà anche quando saremo in cielo”.

“Preghi? Sei tu che parli allo Sposo. Leggi? E’ lo Sposo che parla a te”.

S. Ignazio di Loyola ha detto:

“Pregare è seguire Cristo che va tra gli uomini, quasi accompagnandolo”.

S. Caterina da Bologna ha detto:

La preghiera è l’estatica contemplazione dell’ Altissimo, nella sua infinita bellezza e bontà: uno sguardo semplice e amoroso su Dio”.

S. Giovanni Crisostomo ha detto:

“L’uomo che prega ha le mani sul timone della storia”.

S. Giovanni Damasceno ha detto:

“La preghiera è un’elevazione della mente a Dio”.

S. Ignazio d’Antiochia ha detto:

Procurate di riunirvi più frequentemente per il rendimento di grazie e per la lode a Dio. Quando vi radunate spesso le forze di satana sono annientate ed il male da lui prodotto viene distrutto nella concordia della vostra fede.

S. Bernardo di Chiaravalle ha detto:

“I tuoi desideri gridino a Dio. la preghiera è una pia tensione del cuore verso Dio.”

Tertulliano ha detto:

L’unico compito della preghiera è richiamare le anime dei defunti dallo stesso cammino della morte, sostenere i deboli, curare i malati, liberare gli indemoniati, aprire le porte del carcere, sciogliere le catene degli innocenti. Essa lava i peccati, respinge le tentazioni, spegne le persecuzioni, conforta i pusillanimi, incoraggia i generosi, guida i pellegrini, calma le tempeste, arresta i malfattori, sostenta i poveri, ammorbidisce il cuore dei ricchi, rialza i caduti, sostiene i deboli, sorregge i forti. (L’orazione, cap. 29)

Charles de Focauld ha detto:

“Bisogna lodare Dio. Lodare è esprimere la propria ammirazione e nello stesso tempo il proprio amore, perchè l’amore è inseparabilmente unito ad un’ammirazione senza riserve.

Dunque, lodare significa struggersi ai suoi piedi in parole di ammirazione e d’amore. Significa ripe-tergli che Egli è infinitamente perfetto, infinitamente amabile, infinitamente amato.

Significa dirgli che Egli è buono e che l’amiamo”.

Maestro Eckhart ha detto:

“Perchè preghiamo?.. Perchè Dio nasca nell’anima e l’anima rinasca in Dio…Un essere tutto intimo, tutto raccolto ed uno in Dio: questa è la Grazia, questo significa “Iddio con te”.

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Chi era Barabba

Barabba

 
Barabba
Personaggio del Nuovo Testamento
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Non costui, ma Barabba!. Illustrazione daThe Bible and its Story Taught by One Thousand Picture Lessons, 1910
Morte I secolo
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Il Sinedrio, avendo dichiarato Gesù reo di morte (cfr. Mt 26,66) in quantobestemmiatore, ma avendo perduto il diritto di mettere a morte (cfr. Gv18,31), consegna Gesù ai Romani accusandolo di rivolta politica (cfr. Lc23,2), cosa che lo metterà alla pari con Barabba accusato di “sommossa” (Lc 23,19).
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(Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 596)

Barabba († I secolo) è il criminale di cui i giudei chiesero a Pilato la scarcerazione, ottenendo la crocifissione di Gesù (Mt 27,15-26; Mc 15,6-15; Lc 23,13-25; Gv 18,39-40).Il nome, che è aramaico, significa “figlio del padre” o “figlio del maestro”[1]. L’ortografia nel testo greco dei Vangeli è incerta.

I dati evangelici

Barabba era in carcere al tempo della Pasqua ed era considerato un “carcerato famoso” (Mt 27,16); Marco specifica il motivo della detenzione: apparteneva al gruppo dei “ribelli che nella rivolta avevano commesso un omicidio” (15,7).

L’usanza giudaica (Gv 18,39) di rilasciare un prigioniero in occasione della Pasqua ebraica, accennata da Pilato, non è nota da altre fonti sacre o israelite. Lc 23,17 sembra alludere a un privilegio concesso dai romani che, come i greci, avevano simili usi. Il fatto che Pilato ricorre come ultimo espediente a contrapporre Gesù a Barabba per ottenere la liberazione del primo testimonia la qualità abietta del secondo. Ma l’intento fallì (At 3,14: Barabba fu graziato, su richiesta del popolo istigato daisadducei e dagli anziani, e continuò forse la sua vita torbida, entrando in una cornice di leggenda, divulgata da qualche testoapocrifo.

Il nome: Barabba o Gesù Barabba?

In pochi codici evangelici di scarsa autorità e nelle versioni armena e georgiana il personaggio è chiamato “Gesù (il) Barabba” in Mt 27,16-17. Secondo tale variante, già nota a Origene, e attestata dal codice maiuscolo Q, da un gruppo di minuscoli, f1 e700, e da una versione siriaca, “Barabba” sarebbe un soprannome del nome Gesù, peraltro comunissimo all’epoca.

La lezione “Gesù (il) Barabba” è ritenuta più difficile di quella che legge semplicemente “Barabba”[2], e quindi andrebbe preferita in base ai criteri usuali della critica testuale.

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Guai agli scribi e ai farisei ipocriti!

Matteo 23

1 Allora Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: 2 «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. 3 Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno.4 Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito. 5 Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filattèri e allungano le frange; 6 amano posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe 7 e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare “rabbì” dalla gente. 8 Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. 9 E non chiamate nessuno “padre” sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. 10 E non fatevi chiamare “maestri”, perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo. 11 Il più grande tra voi sia vostro servo; 12 chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato.
13 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini; perché così voi non vi entrate, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrarci. 14 .
15 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che percorrete il mare e la terra per fare un solo proselito e, ottenutolo, lo rendete figlio della Geenna il doppio di voi.
16 Guai a voi, guide cieche, che dite: Se si giura per il tempio non vale, ma se si giura per l’oro del tempio si è obbligati. 17 Stolti e ciechi: che cosa è più grande, l’oro o il tempio che rende sacro l’oro? 18 E dite ancora: Se si giura per l’altare non vale, ma se si giura per l’offerta che vi sta sopra, si resta obbligati. 19 Ciechi! Che cosa è più grande, l’offerta o l’altare che rende sacra l’offerta? 20 Ebbene, chi giura per l’altare, giura per l’altare e per quanto vi sta sopra; 21 e chi giura per il tempio, giura per il tempio e per Colui che l’abita. 22 E chi giura per il cielo, giura per il trono di Dio e per Colui che vi è assiso.
23 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima della menta, dell’anèto e del cumìno, e trasgredite le prescrizioni più gravi della legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. Queste cose bisognava praticare, senza omettere quelle. 24 Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello!
25 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pulite l’esterno del bicchiere e del piatto mentre all’interno sono pieni di rapina e d’intemperanza. 26 Fariseo cieco, pulisci prima l’interno del bicchiere, perché anche l’esterno diventi netto!
27 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all’esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume. 28 Così anche voi apparite giusti all’esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità.
29 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che innalzate i sepolcri ai profeti e adornate le tombe dei giusti, 30 e dite: Se fossimo vissuti al tempo dei nostri padri, non ci saremmo associati a loro per versare il sangue dei profeti;31 e così testimoniate, contro voi stessi, di essere figli degli uccisori dei profeti. 32 Ebbene, colmate la misura dei vostri padri!
33 Serpenti, razza di vipere, come potrete scampare dalla condanna della Geenna? 34 Perciò ecco, io vi mando profeti, sapienti e scribi; di questi alcuni ne ucciderete e crocifiggerete, altri ne flagellerete nelle vostre sinagoghe e li perseguiterete di città in città; 35 perché ricada su di voi tutto il sangue innocente versato sopra la terra, dal sangue del giusto Abele fino al sangue di Zaccaria, figlio di Barachìa, che avete ucciso tra il santuario e l’altare.36 In verità vi dico: tutte queste cose ricadranno su questa generazione.
37 Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto! 38 Ecco: la vostra casa vi sarà lasciata deserta! 39 Vi dico infatti che non mi vedrete più finché non direte: Benedetto colui che viene nel nome del Signore!».

 

Gesù paragona scribi e farisei del suo tempo a dei sepolcri imbiancati. Chi si accosta ad un sepolcro, lo vede bello al di fuori, adorno di fiori, luci, ceri e altre cose. Questo è però ciò che appare. Il visibile. Dentro vi sono marciume e ossa di morti. Il Vangelo secondo Luca contiene una espressione ancora più eloquente. È bene ricordarla.

Mentre stava parlando, un fariseo lo invitò a pranzo. Egli andò e si mise a tavola. Il fariseo vide e si meravigliò che non avesse fatto le abluzioni prima del pranzo. Allora il Signore gli disse: «Voi farisei pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma il vostro interno è pieno di avidità e di cattiveria. Stolti! Colui che ha fatto l’esterno non ha forse fatto anche l’interno? Date piuttosto in elemosina quello che c’è dentro, ed ecco, per voi tutto sarà puro. Ma guai a voi, farisei, che pagate la decima sulla menta, sulla ruta e su tutte le erbe, e lasciate da parte la giustizia e l’amore di Dio. Queste invece erano le cose da fare, senza trascurare quelle. Guai a voi, farisei, che amate i primi posti nelle sinagoghe e i saluti sulle piazze. Guai a voi, perché siete come quei sepolcri che non si vedono e la gente vi passa sopra senza saperlo» (Lc 11,37-44).

Chi anticamente toccava un sepolcro diveniva impuro. Era obbligato a delle prescrizioni secondo la Legge per ritornare nel suo stato di purità rituale. Chi tocca un sepolcro invisibile, rimane impuro, vive da impuro e neanche lo sa. Questa la pericolosità di scribi e di farisei. Contaminavano il popolo del Signore con il putridume del loro pensiero e della loro falsa moralità e nessuno ne era a conoscenza. Si veniva infettati di falsa religione, falsa moralità, falsa conoscenza di Dio e ognuno credeva di far cosa gradita al Signore. La responsabilità di scribi e farisei è grande dinanzi a Dio.

Gesù non vuole che i suoi discepoli siamo sepolcri invisibili per la gente, per il mondo intero. Li vuole puri nel cuore, nei pensieri, nella mente, nello spirito, nell’anima. Questa purità interiore si acquisisce vivendo con somma fedeltà ogni sua Parola. Chi omette di vivere la Parola all’istante si trasforma in un sepolcro invisibile. Contamina il mondo di falsità, menzogna, inganno, immoralità ed esso neanche se ne accorge. Non lo sa. È questo il male di ieri, ma anche di oggi. È il male di chi cura le cose esteriori, mentre non si dà alcuna pena per curare il suo spirito e la sua anima.

Un giorno la Vergine Maria rimproverò il suo popolo attraverso una sua serva fedele e obbediente ad ogni suo comando, mentre veniva celebrata una solennissima festa in suo onore. Le sue parole meritano molta attenzione e accoglienza da parte nostra: “Mi abete vestito a festa. Avete abbellito la mia effigie. Mi avete fatto indossare abiti di lusso. Preferisco stracci in cambio del vostro cuore”. Gli abiti su di me scintillano, brillano, destano meraviglia. Il vostro cuore invece è marcio. Non vi è verità in esso e né amore. Esso è un cuore di peccato. Celebrate la mia festa, ma solo esteriormente. Non siete tornati a me. I vostri canti, le vostre celebrazioni sono stupende. Manca solo il vostro cuore. Io – dice la Madre di Gesù – è con il vostro cuore santo che intendo vestire il mio corpo. Siete voi la mia veste più bella. È facile costruire una religione di apparenze, di cose esteriori. È facile consegnarsi anche a delle opere. Difficile è impegnarsi a cambiare il cuore. Per questo urge la potenza dello Spirito Santo. Urge la volontà di osservare la Legge del Signore. Urge il desiderio di cambiare radicalmente vita. Urge il nostro ritorno a Dio. Meglio un luogo di culto in rovina con cuori nuovi, che un tempio scintillante con cuori imputriditi e incancreniti nel marciume spirituale. Vivere la missione con il cuore marcio, è inquinare di marciume il mondo intero.

Vergine Maria, Madre della Redenzione, Angeli, Santi, fateci discepoli dal cuore puro.

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La casa di Maria ad Efeso

Storia, leggende, tradizioni e  visioni mistiche sulla casa di Maria ad Efeso

A nove km a sud di Efeso, su un fianco dell’antico monte Solmisso, circondata da una folta vegetazione si erge una piccola cappella conosciuta come casa della Madre Maria (Meryem Ana). Preceduta da un vestibolo risalente al VII secolo, la piccola costruzione termina con un’abside mantenuta nel suo stato primitivo (sec. IV). La parte centrale fu trasformata in cappella in epoca imprecisata. Sulla base delle ricerche archeologiche condotte pare comunque che essa – almeno nelle sue fondamenta – risalga al I secolo d.C. Negli scavi iniziati nel 1898 entro la casa, sono venuti alla luce pezzi di marmo annerito dell’antico pavimento e fuliggine indurita.
Le ricerche dinanzi al piccolo edificio hanno altresì portato alla scoperta di tre tombe, due delle quali contenenti uno scheletro completo con il capo orlentato verso la cappella e con delle monete di Costante (t 350), di Anastasio I (t 518) e di Giustiniano (t 565) nelle mani. Tutt’intorno alla piccola Chiesa, e soprattutto sul lato nord, gli scavi hanno portato alla luce una grande quantita’ di ossa e resti di ceramiche ellenistiche (ancora in uso nel I secolo d.C.), romane (I – II sec. d.C.): il che proverebbe una permanenza di abitato in questo tempo.
Ulteriori ricerche inducono a ritenere che in questa zona, in epoca bizantina, esistesse un monastero avente per centro proprio Meryem Ana. L’interesse archeologico di questo luogo risale agli ultimi anni del secolo scorso. Sulla base di alcune visioni di Caterina Emmerich (1774-1824), una mistica tedesca che descrisse al suo confessore Clemens Brentano momenti e luoghi della vita di Maria, Si intrapresero delle ricerche lasciandosi orientare in esse da quanto la suora tedesca aveva visto e descritto.

Nell 1891 dei Padri Lazzaristi, residenti a Smirne, trovarono la supposta abitazione della Vergine in concordanza con la descrizione offerta dalla Emmerich: la casa in rovina, la sua collocazione sul pendio del monte, ed il mare di fronte. Da quel momento la casa della Madonna e’ divenuta centro di pellegrinaggi, tanto di cristiani che di musulmani, eppure già in precedenza un gruppo di contadini ortodossi (Kirkindjiotes = di oggi Şirince), abitanti in un villaggio a 17 km di distanza, aveva l’usanza, ricevuta dai loro padri, di recarsi a Meryem Ana tutti gli anni nel giorno dell’Assunta. Sulla presenza di Maria ad Efeso, le fonti scritte del cristianesimo primitivo non forniscono indicazioni. Il fatto, però, che al momento della crocifissione Cristo abbia affidato sua madre all’apostolo Giovanni, il quale « da quel momento la prese in casa sua » (Gv 19, 27), risulta significativo.  Si sa, infatti, che l’apostolo risiedette per un certo tempo ad Efeso. Alla sua presenza in questa citta’ fanno riferimento Ireneo, Policarpo, Policrate (che accenna anche alla sua tomba), Ippolito, Clemente, Origene… Tutti costoro,pero’, non accennano mai ad un possibile soggiorno di Maria ad Efeso. Egual silenzio si riscontra nei testi apocrifi dei primi secoli.  Mosso da preoccupazioni d’ordine dottrinale e forte di questo silenzio, il vescovo EPIFANIO di Salamina (305-403) giunge anzi ad affermare che Maria « non e’ mai vissuta con Giovanni ad Efeso» (Panarion, 78, 11). A questa affermazione si contrappongono tuttavia alcuni elementi: anzitutto l’esistenza d’una basilica ad Efeso risalente al tempo di Costantino e l’unica – pare – che fosse allora dedicata alla Vergine. Non e’ meno significativo che proprio in questa chiesa si sia svolto nel 431 il conciho che affermo’ solennemente la divina maternita’ di Maria. Infine, un recente studio (non pubblicato) condotto da Paul Paret su tutti i manoscritti greci e latini del concilio efesino presenti nella biblioteca vaticana, con una certa garanzia giunge a concludere che nella lettera di deposizioni di Nestorio, indirizzata dai padri conciliari al clero di Costantinopoli, vera una esplicita menzione della permanenza di Giovanni e di Maria ad Efeso, almeno per un certo tempo.

FONTE: La Theotokos

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Il Paradiso esiste, e ci attende!

ESISTENZA DEL PARADISO

Sacra Scrittura

Esiste davvero il Paradiso? Sì, con certezza assoluta, perché ce lo afferma la parola infallibile di Dio e ce lo conferma la ragione.
S. Agostino afferma che la Sacra Scrittura ci parla ben 400 volte del Paradiso esortandoci a conseguirlo. Se non ci fosse il Paradiso l’intera vita di Gesù non avrebbe alcun senso, perché tutta la sua esistenza terrena, il suo insegnamento, la sua passione e morte e la sua resurrezione non ebbero altro scopo che redimerci dal peccato e riacquistarci il Paradiso.
Quasi a ogni pagina del Vangelo, Gesù ci parla del «Cielo,,, di «vita eterna», di «regno dei cieli», di «corona di gloria», di «banchetto nuziale», ecc., tutte espressioni che indicano il Paradiso. Qualche citazione:
1) (Mat. 19,16-21). Un giovane si accostò a Gesù e gli disse: Maestro che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna? Egli rispose: Se vuoi entrare nella vita, osserva i Comandamenti… Il giovane gli disse: Ho sempre osservato queste cose, che mi manca ancora? Gesù gli disse: Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro in Cielo; poi vieni e seguimi.
2) (Mat. 20,1-7). Gesù, per incoraggiare tutti ad andare in Paradiso, narrò la parabola degli operai. Un padrone uscì di buon mattino in cerca di operai per la sua vigna. Trovatili, pattuì con loro la paga del giorno. Uscì di nuovo all’ora terza (ore 9), poi all’ora sesta (ore 12), e poi all’ora nona (ore 15) e trovati degli uomini sfaccendati li mandò a lavorare nella sua vigna. Verso il tramonto, un’ora prima cioè che finisse il lavoro, mandò ancora altri operai alla sua vigna. Alla fine del la giornata tutti ricevettero la paga.
Questa parabola significa che il Paradiso non è ri servato solo a coloro che si rimettono sulla buona strada nella gioventù, o nella maturità, o nella vecchiaia, ma anche a coloro che, negli ultimi momenti della loro vita, si pentono del male fatto e ritornano a Dio, come accadde al ladrone pentito, allorché Gesù, dall’alto della croce, gli disse (Lc. 23,43): Oggi sarai con me in Paradiso.
3) Gesù, parlando del Giudizio Universale alla fine del mondo, dice (Mat. 25,3 1-46): «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi Angeli, si siederà sul trono della sua gloria con tutti i suoi Angeli, e saranno riunite davanti a Lui tutte le genti ed Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il Re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti dal Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo, poi dirà a quelli posti alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno preparato per il diavolo e per i suoi angeli… E se ne andranno, questi al supplizio e i giusti alla vita eterna.
Una bella testimonianza del Santo Curato d’Ars. Un pomeriggio domenicale, una persona di mondo entrò nella canonica del parroco d’Ars, attratta da quello che si diceva intorno all’austerità di quell’umile prete, alla generosità con cui donava tutto per vivere poi egli stesso in una povertà estrema, allo zelo con cui si prodigava di giorno e di notte per la salvezza delle anime.
«Signor Curato, — disse quella persona — crede proprio a tutto quanto dice il Vangelo?» — Sì, a tutto —. «Ma è proprio sicuro che dopo la morte ci sarà il Paradiso?». — Sicurissimo —. «Proprio sicuro, come dopo quest’oggi che è domenica verrà il lunedì?». — No, molto più sicuro —. «Proprio sicuro come il sole che è tramontato adesso, sorgerà domani mattina?».
— No. Molto più sicuro. Poiché può darsi che venga una domenica, dopo la quale non ci sia più il lunedì; un tramonto dopo il quale non ci sia più aurora, un inverno dopo il quale non ci sia più primavera, ma non può darsi assolutamente che le parole di Cristo non si avverino—. «Quali parole?». — Queste: Io sono la Resurrezione e la Vita: chi crede in me, anche se fosse morto, vivrà Io lo risusciterò nell’ultimo giorno».
Quella persona partì commossa e persuasa d’aver capito il segreto di quella grande santità. Soltanto una Convinzione così profonda poteva darli la forza di vivere come viveva.

Ragione

Per essere certi dell’esistenza del Paradiso basta la parola infallibile di Dio, però anche la nostra ragione ce lo conferma.
È proprio dell’infinita Sapienza Divina creare e disporre tutte le cose create in modo tale che in esse non ci sia nulla di inutile, ma che tutte conseguano il fine per cui sono state create. Vediamo infatti tutte le cose create, dalle immense stelle che popolano lo spazio all’atomo di polvere calpestato sotto i piedi, dall’enorme balena che si muove nei mari all’umile ameba che vive nella sua goccia d’acqua, tendere tutte a raggiungere lo scopo, il fine, mediante la sollecitazione delle loro cieche energie, dei loro istinti.
L’istinto infatti è una forza naturale, misteriosa, creata da Dio, la quale spinge verso qualche cosa, e fino a che esso non trova l’oggetto corrispondente, sta a disagio: si avverte, per esempio, la sete e si va in cerca d’acqua, e il corpo smania finché non sia dissetato.
La natura creata, e cioè il complesso delle leggi naturali create e stabilite dall’infinita Sapienza e Onnipotenza di Dio, non inganna gli esseri nel loro istinto.
A ogni istinto infatti corrisponde l’oggetto adegua to: si avverte la fame e c’è il cibo; si avverte la sete e c’è l’acqua; si hanno gli occhi e c’è la luce; si hanno le orecchie e c’è il suono; l’intelligenza tende al vero e c’è la verità; il cuore umano tende ad amare e c’è l’oggetto del suo amore. Anche l’animale trova l’oggetto del suo istinto che lo soddisfa.
Ora tra tutti gli istinti dell’uomo, il più irresistibile e insopprimibile è la sete di felicità perfetta e duratura. Tutti cercano la felicità e dovunque: nel piacere, nell’amore, nella ricchezza, nella gloria, nella soddisfazione dell’amor proprio. Però l’esperienza ci fa toccare con mano che tutte queste cose non ci danno affatto la sospirata felicità. Nessuno è felice su questa terra. Si hanno momenti di piacere e di gioia, misti quasi sempre a qualche amarezza. Quando abbiamo conseguito l’oggetto dei nostri desideri, il nostro spirito resta insoddisfatto perché noi siamo stati creati per la felicità vera, totale ed eterna. Nessuna creatura limitata può soddisfare il bisogno illimitato di felicità dell’uomo. Di conseguenza se nell’uomo c’è l’istinto, l’esigenza della felicità assoluta e perfetta, questa necessariamente deve esistere, altrimenti noi ci troveremmo nell’assurdo che mentre la natura, creata da Dio, non inganna gli esseri irrazionali nei loro istinti, ingannerebbe invece soltanto l’uomo, il re del creato, fatto da Dio a sua immagine e somiglianza! Questo certamente non può essere! Per un momento facciamo l’ipotesi (inammissibile) che fosse così, allora bisognerebbe dire che Dio, creatore delle leggi naturali, si sarebbe burlato dell’uomo, gli avrebbe fatto il più crudele degli inganni! Questo è un assurdo inammissibile! Dio è infinitamente Giusto e Santo, ma che giustizia e santità sarebbe la sua se avesse trattato l’uomo, la più perfetta delle sue creature visibili, peggio di tutte le altre creature inferiori? Inoltre Dio è infinitamente Giusto e quindi deve premiare coloro che osservano i suoi Comandamenti e Punire coloro che li trasgrediscono. Ora noi constatiamo che su questa terra non c’è giustizia, infatti il giusto, pur mantenendosi fedele a Dio, soffre molto per i tanti arbitrii, persecuzioni, tribolazioni, ingiustizie da Parte dei cattivi, i quali, al contrario, vengono esaltati e prosperano per le loro ingiustizie. Ma allora nel governo di questo mondo non c’è giustizia? Si dovrebbe dire di no, se tutto terminasse con la vita presente, se non ci fosse un’altra vita nella quale l’uomo riceverà il premio (cioè il Paradiso) o il castigo (e cioè l’Inferno) che ha meritato perciò ci dovrà essere necessariamente una vita futura di infelicità eterna per i giusti, e di infelicità eterna per i cattivi, altrimenti Dio mancherebbe di giustizia, e quindi non sarebbe più Dio.

Dove si trova il Paradiso?

Provata l’esistenza del Paradiso, sorge spontanea la domanda: dove si trova?
Il primo a farsi questa domanda fu il grande Vescovo di Cesarea, San Basilio, morto nel 379. La sua risposta si limita a dire che esso si trova al di fuori del nostro mondo.
La Sacra Scrittura ci dice poco al riguardo:
1) Giov. 3,13: «Gesù disse a Nicodemo: Nessuno è mai salito al Cielo, fuorché il Figlio dell’uomo (cioè Gesù) che è disceso dal Cielo».
2) Luca 50,51: «Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il Cielo».
3) Atti degli Apostoli 1,9: «Detto questo fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo. E poiché stavano fissando il cielo mentre egli saliva, ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù che è stato tra voi assunto fino al Cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto salire al Cielo».
4) Ef. 4,8-10: «Per questo sta scritto: Ascendendo in Cielo ha portato con sé prigionieri, ha distribuito doni agli uomini. Ma che significa la parola “ascese“ se non che prima era disceso quaggiù sulla terra? Colui che di scese è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli».
La Chiesa non ha definito espressamente che il Paradiso sia una località determinata, però la sua convinzione che si tratti di un luogo reale, fisico, determinato, appare chiaro dalla professione del Credo o Simbolo Apostolico. Cos’è il Credo o Simbolo Apostolico? Un breve accenno.
Il Credo, che la Chiesa ha sempre professato fin dalla sua origine, fu composto dagli Apostoli sotto l’assistenza dello Spirito Santo.
Gesù, prima della sua ascensione al Cielo, ordinò agli Apostoli di andare a predicare a tutti i popoli le stesse verità che loro avevano appreso da Lui, per diffondere ovunque la luce dei suoi insegnamenti. Gli Apostoli ubbidienti, ben sapendo che sarebbero sorti dei falsi profeti che avrebbero tentato di corrompere la dottrina di Gesù Cristo, formularono di comune accordo, prima di separarsi, un preciso programma di evangelizzazione e riassumere in poche formule, ma chiare, brevi e facili ad essere imparate da tutti, perché tutti fossero uniformi e precisi nella professione della Fede Cristiana. Quindi il Credo è la fede professata dalla Chiesa fin dalla sua origine e che professerà fino alla fine dei tempi.
Ebbene il Credo afferma: «Gesù il terzo giorno risuscitò da morte; salì al Cielo, siede alla destra di Dio Padre Onnipotente; di là verrà a giudicare i vivi e i morti».
San Tommaso d’Aquino spiega il motivo per cui il Paradiso deve essere anche un luogo: «Dal momento che Dio ha destinato i Beati a un duplice gloria, spirituale (per l’anima) e corporale (per il corpo), è logico che sia riservato ad essi un soggiorno particolare, speciale, glorioso».
Il grande Teologo Suarez, assieme a molti altri, è del parere che il Paradiso sia una parte del creato, posta già nello stato di glorificazione, alla quale perverranno, dopo il giudizio universale, le altre parti dell’universo.
Tra i Teologi recenti, il Pesch dice che si può con tutta sicurezza ritenere il Paradiso un astro situato realmente al centro dell’universo, attorno al quale ro teano tutti gli altri corpi celesti, rifatti splendidissimi.
Il Vescovo francese, Mons. Gay, uno dei più rinomati maestri di spiritualità del secolo scorso, scrive nel le sue Elevazioni — N. 96: «Evidentemente Dio è dappertutto, ma non è dappertutto alla stessa maniera, nel senso che non appare e non esplica dappertutto la stessa attività. Il luogo, che la Sacra Scrittura chiama il suo “tempio”, il suo “santuario”, è dove Egli opera in modo più divino, più splendido; là si esplicano meglio le sue perfezioni, meglio si mostra la sua divinità, meglio si effonde il suo amore. In questo luogo soggiornano gli Angeli, i Beati, l’Umanità di Gesù Cristo, del la Santissima Vergine, probabilmente anche di S. Giuseppe e quella di quei privilegiati che risuscitarono, come ci attesta il Vangelo (Mat. 27,52), al momento della morte di Gesù». Le bellezze, le perfezioni, le meraviglie del Paradiso attuale, quando alla fine dei tempi il cosmo sarà rinnovato, saranno estese dall’onnipotenza divina a tutto l’universo, il quale è destinato a divenire per tutta l’eternità l’ambiente reale del Paradiso. Il numero esterminato delle stelle, rinnovate e abbellite dalla onnipotenza divina, saranno, come afferma San Tommaso d’Aquino, l’eterna abitazione dei figli di Dio.

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L’Inferno visto dai Santi: il destino di una scelta consapevole di vita

Linferno visto da Santa Teresa dAvila

 

Monaca e riformatrice del Carmelo, Teresa di Gesù, nata ad Avila in Spagna il 28 marzo 1515 e morta ad Alba il 4 ottobre 1582, è una dei Santi che ha visto l’inferno. Lo racconta essa stessa nella vita scritta da lei in questi termini: «Un giorno mentre ero in orazione; mi trovai tutt’a un tratto trasportata intera nell’inferno. Compresi che Dio mi voleva far vedere il luogo che i demoni mi avevano preparato, e che io mi ero meritato con i miei peccati. Fu una visione che durò pochissimo, ma vivessi anche molti anni, mi sembra di non poterla più dimenticare. L’ingresso mi pareva un cunicolo molto lungo e stretto, simile a un forno assai basso, buio e angusto; il suolo tutto una melma puzzolente piena di rettili schifosi. In fondo, nel muro, c’era una cavità scavata a modo di nicchia, e in essa mi sentii rinchiudere strettamente. E quello che allora soffrii supera ogni umana immaginazione, né mi sembra possibile darne solo un’idea perché cose che non si sanno descrivere. Basti sapere che quanto ho detto, di fronte alla realtà sembra cosa piacevole. Sentivo nell’anima un fuoco che non so descrivere, mentre dolori intol­lerabili mi straziavano orrendamente il corpo. Nella mia vita ne ho sofferto moltissimi, dei più gravi che secondo i medici si possano subire sulla Terra, perché i miei nervi si erano rattrappiti sino a rendermi storpia, senza dire dei molti altri di diverso genere, causatimi in parte dal demonio. Tuttavia, non sono nemmeno da paragonarsi con quanto allora ho sofferto, specialmente al pensiero che quel tormento doveva essere senza fine e senza alcuna mitigazione. Ma anche questo era un nulla innanzi all’agonia dell’anima. Era un’oppressione, un’angoscia, una tristezza così profonda, un così vivo e disperato dolore che non so come esprimermi. Dire che si soffrano continue agonie di morte è poco, perché almeno in morte pare che la vita ci venga strappata da altri, mentre qui è la stessa anima che si fà in brani da sé. Fatto sta che non so trovare espressioni né per dire di quel fuoco interiore né per far capire la disperazione che metteva il colmo a così orribili tormenti. Non vedevo chi me li faceva soffrire, ma mi sentivo ardere e dilacerare, benché il supplizio peggiore fosse il fuoco e la disperazione interiore. Era un luogo pestilenziale, nel quale non vi era più speranza di conforto, né spazio per sedersi o distendersi, rinserrata com’ero in quel buco praticato nella muraglia.

 

Orribili a vedersi, le pareti mi gravavano addosso, e mi pareva di soffocare. Non v’era luce, ma tenebre fittissime; eppure quanto poteva dar pena alla vista si vedeva ugualmente nonostante l’assenza della luce: cosa che non riuscivo a comprendere. Per allora Dio non volle mostrarmi di più, ma in un’altra visione vidi supplizi spaventosissimi, fra cui i castighi di alcuni vizi in particolare. A vederli parevano assai più terribili, ma non mi facevano tanta paura perché non li sperimentavo, mentre nella visione di cui parlo il Signore volle farmi sentire in ispirito quelle pene ed afflizioni, come se le soffrissi nel corpo […]. Sentir parlare dell’inferno è niente. Vero è che io l’ho meditato poche volte perché la via del timore non è fatta per me, ma è certo che quanto si medita sui tormenti dell’inferno, su quello che i demoni fanno patire, o che si legge nei libri, non ha nulla a che fare con la realtà, perché totalmente diversa, come un ritratto messo a confronto con l’oggetto ritrattato. Quasi neppure il nostro fuoco si può paragonare con quello di laggiù. Rimasi spaventatissima e lo sono tuttora mentre scrivo, benché siano già passati quasi sei anni, tanto da sentirmi agghiacciare dal terrore qui stesso dove sono. Mi accade intanto che quando sono afflitta da qualche contraddizione o infermità, basta che mi ricordi di quella visione perché mi sembrino subito da nulla persuadendomi che ce ne lamentiamo senza motivo. Questa fu una delle più grandi grazie che il Signore m’abbia fatto, perché mi ha giovato moltissimo non meno per non temere le contraddizioni e le pene della vita che per incoraggiarmi a sopportarle, ringraziando il Signore d’avermi liberata da mali così terribili ed eterni, come mi pare di dover credere».

 

Linferno visto da Santa Veronica Giuliani

 

Santa Veronica Giuliani (Orsola) nacque il 27 dicembre 1660. Entrò nel monastero delle Clarisse Cappuccine di Città di Castello. Morì il 9 luglio 1727. Una visione dell’inferno, avuta nel 1696, è così raccontata da Santa Veronica: «Parvemi che il Signore mi facesse vedere un luogo oscurissimo; ma dava incendio come fosse stata una gran fornace. Erano fiamme e fuoco, ma non si vedeva luce; sentivo stridi e rumori, ma non si vedeva niente; usciva un fetore e fumo orrendo, ma non vi è, in questa vita, cosa da poter paragonare. In questo punto, Iddio mi dà una comunicazione sopra l’ingratitudine delle creature, e quanto gli dispiaccia questo peccato. E qui mi si dimostrò tutto appassionato, flagellato, coronato di spine, con viva, pesante croce in spalla. Così mi disse: “Mira e guarda bene questo luogo che non avrà mai fine. Vi sta, per tormento, la mia giustizia ed il rigoroso mio sdegno”. In questo mentre, mi parve di sentire un gran rumore. Comparvero tanti demoni: tutti, con catene, tenevano bestie legate di diverse specie. Le dette bestie, in un subito, divennero creature (uomini), ma tanto spaventevoli e brutte, che mi davano più terrore che non erano gli stessi demoni. Io stavo tutta tremante, e mi volevo accostare dove stava il Signore. Ma, contuttoché vi fosse poco spazio, non potei mai avvicinarmi più. Il Signore grondava sangue, e sotto quel grave peso stava. O Dio! Io avrei voluto raccogliere il Sangue, e pigliare quella Croce, e con grand’ansia desideravo il significato di tutto. In un istante, quelle creature divennero, di nuovo, in figura di bestie, e poi, tutte furono precipitate in quel luogo oscurissimo, e maledicevano Iddio e i Santi. Qui mi si aggiunge un rapimento, e mi parve che il Signore mi facesse capire, che quel luogo era l’inferno, e quelle anime erano morte, e, per il peccato, erano divenute come bestie, e che, fra esse, vi erano anche dei religiosi […]. Mi pareva di essere trasportata in un luogo deserto, oscuro e solitario, ove non sentivo altro che urli, stridi, fischi di serpenti, rumori di catene, di ruote, di ferri, botti così grandi, che, ad ogni colpo, pensavo sprofondasse tutto il mondo. E io non aveva sussidi ove rivolgermi; non potevo parlare; non potevo invitare il Signore. Mi pareva che fosse luogo di castigo e di sdegno di Dio verso di me, per le tante offese fatte a Sua Divina Maestà. E avevo davanti di me tutti i miei peccati […]. Sentivo un incendio di fuoco, ma non vedevo fiamme; altro che colpi sopra di me; ma non vedevo nessuno. In un subito, sentivo come una fiamma di fuoco che si avvicinava a me, e sentivo percuotermi; ma niente vedevo. Oh! Che pena! Che tormento! Descriverlo non posso; e anche il sol ricordarmi di ciò, mi fà tremare. Alla fine, fra tante tenebre, mi parve di vedere un piccolo lume come per aria. A poco a poco, si dilatò tanto. Mi sembrava che mi sollevasse da tali pene; ma non vedevo altro». Un’altra visione dell’inferno è del 17 gennaio 1716. La Santa racconta che in detto giorno fu trasportata da alcuni angeli nell’inferno: «In un batter d’occhio mi ritrovai in una regione bassa, nera e fetida, piena di muggiti di tori, di urli di leoni, di fischi di serpenti […]. Una grande montagna si alzava a picco davanti a me ed era tutta coperta di aspidi e basilischi legati assieme […]. La montagna viva era un clamore di maledizioni orribili. Essa era l’inferno superiore, cioè l’inferno benigno. Infatti, la montagna si spalancò e nei suoi fianchi aperti vidi una moltitudine di anime e demoni intrecciati con catene di fuoco. I demoni, estremamente furiosi, molestavano le anime le quali urlavano disperate. A questa montagna seguivano altre montagne più orride, le cui viscere erano teatro di atroci e indescrivibili supplizi.

 

Nel fondo dell’abisso vidi un trono mostruoso, fatto di demoni terrificanti. Al centro una sedia formata dai capi dell’abisso. Satana ci sedeva sopra nel suo indescrivibile orrore e da lì osservava tutti i dannati. Gli angeli mi spiegarono che la visione di Satana forma il tormento dell’inferno, come la visione di Dio forma la delizia del Paradiso. Nel frattempo, notai che il muto cuscino della sedia erano Giuda ed altre anime disperate come lui. Chiesi agli angeli di chi fossero quelle anime ed ebbi questa terribile risposta: “Essi furono dignitari della Chiesa e prelati religiosi». E in quell’abisso, ella vide precipitare una pioggia di anime… Ed ecco altre visioni della Santa: «Come Dante, anche la nostra Santa, appena su la soglia, ode urli, voci lamentevoli, bestemmie e maledizioni contro Dio. Vede mostri, serpenti, fiamme smisurate. È menata per tutto l’inferno. Precipitano giù, con la furia di densa grandine, le anime dei nuovi abitatori. E a quest’arrivo, si rinnovano pene sopra pene ai dannati. In un luogo ancora più profondo trova ammucchiate migliaia di anime (sono quelle degli assassini), sopra le quali incombe un torchio con una immensa ruota. La ruota gira e fà tremare tutto l’inferno. All’improvviso il torchio piomba su le anime, le riduce quasi a una sola; cosicché ciascuna partecipa alla pena dell’altra. Poi ritornano come prima. Ci sono parecchie anime con un libro in mano.

 

I demoni le battono con verghe di fuoco nella bocca, con mazze di ferro sul capo, e con spuntoni acuti trapassano loro le orecchie. Sono le anime di quei religiosi bastardi, che adattarono la regola a uso e consumo proprio. Altre anime sono rinchiuse in sacchetti e infilzate dai diavoli nella bocca d’un orrendo dragone che in eterno le digruma. Sono le anime degli avari. Altre gorgogliano tuffate in un lago d’immondizie. Di tratto in tratto sgusciano fulmini. Le anime restano incenerite, ma dopo riacquistano lo stato primiero. I peccati che hanno commesso sono i più gravi che mai vivente può immaginare. Tutte le strade dell’inferno appaiono sparse di rasoi, di coltelli, di mannaie taglienti. E mostri, dovunque mostri. E una voce che grida: “Sarà sempre così. Sempre, sempre, sempre”. Veronica è condotta alla presenza di Lucifero. Egli ha d’intorno le anime più graziate dal cielo, che nulla fecero per Iddio, per la sua gloria; e tiene sotto i piedi, a guisa di cuscino, e pesta continuamente le anime di quelli che mancarono ai loro voti. “Via l’intrusa che ci accresce i tormenti”!, urla furibondo ai suoi ministri. Levata dall’inferno, Veronica ripete esterrefatta: “O giustizia di Dio, quanto sei potente”»!

 

Linferno visto da Anna Katharina Emmerick

 

Anna Caterina Emmerick nacque l’8 settembre 1774 a Flamske bei Coestfeld (Westfalia), ed entrò nel Monastero di Agnetenberg in Duelmen (Westfalia) delle Canonichesse Regolari di SantAgostino. Morì a Duelmen il 9 novembre 1824. La Emmerick tra i tanti doni ricevuti, è famosa soprattutto per le stimmate e le visioni avute. Ella ebbe una visione dell’inferno quando vide scendere il Salvatore negli inferi. «Vidi […] il Salvatore avvicinarsi, severo, al centro dell’abisso. L’inferno mi apparve come un immenso antro tenebroso, illuminato appena da una scialba luce quasi metallica. Sulla sua entrata risaltavano enormi porte nere, con serrature e catenacci incandescenti. Urla di orrore si elevavano senza posa da quella voragine paurosa di cui, a un tratto, si sprofondarono le porte. Così potei vedere un orrido mondo di desolazione e di tenebre. L’inferno è un carcere di eterna ira, dove si dibattono esseri discordi e disperati. Mentre nel cielo si gode la gioia e si adora l’Altissimo dentro giardini ricchi di bellissimi fiori e di frutta squisite che comunicano la vita, all’inferno invece si sprofondano cavernose prigioni, si estendono orrendi deserti e si scorgono smisurati laghi rigurgitanti di mostri paurosi, orribili. Là dentro ferve l’eterna e terribile discordia dei dannati. Nel cielo invece regna l’unione dei Santi eternamente beati. L’inferno, al contrario, rinserra quanto il mondo produce di corruzione e di errore; là imperversa il dolore e si soffrono quindi supplizi in una indefinita varietà di manifestazioni e di pene. Ogni dannato ha sempre presente questo pensiero: che i tormenti, che egli soffre, sono il frutto naturale e giusto dei suoi misfatti. Quanto si sente e si vede di orribile all’inferno è l’essenza, la forma interiore del peccato scoperto. Di quel serpe velenoso, che divora quanti lo fomen­tarono in seno durante la prova mortale. Tutto questo si può comprendere quando si vede, ma riesce inesprimibile a parole. Quando gli Angeli, che scortavano Gesù, avevano abbattuto le porte infernali, si era sollevato come un subbisso d’imprecazioni, d’ingiurie, di urla e di lamenti.

 

Alcuni Angeli avevano cacciato altrove sterminate torme di demoni, i quali avevano poi dovuto riconoscere e adorare il Redentore. Questo era stato il loro maggior supplizio. Molti di essi venivano quindi imprigionati dentro una sfera, che risultava di tanti settori concentrici. Al centro dell’inferno si sprofondava un abisso tenebroso, dov’era precipitato Lucifero in catene, il quale stava immerso tra cupi vapori. Tutto ciò era avvenuto secondo determinati arcani divini. Seppi che Lucifero dovrà essere scatenato per qualche tempo: cinquanta o sessantanni prima dell’anno 2000 di Cristo, se non erro. Alcuni demoni invece devono essere sciolti prima di quell’epoca per castigare e sterminare i mondani. Alcuni di essi furono scatenati ai nostri giorni; altri lo saranno presto. Mentre tratto questo argomento, le scene infernali le vedo così orripilanti dinanzi ai miei occhi, che la loro vista potrebbe perfino farmi morire».

 

Linferno visto da San Giovanni Bosco

 

San Giovanni Bosco nacque a Castelnuovo d’Asti il 16 agosto 1815, e morì il 31 gennaio 1888. È da tutti conosciuto il suo straordinario carisma di educatore dei giovani per i quali istituì pure l’Ordine dei Salesiani. Anch’egli ebbe una visione dell’inferno che egli stesso raccontò ai giovani. «Mi trovai con la mia guida (l’Angelo Custode), infondo ad un precipizio che finiva in una valle oscura. Ed ecco comparire un edificio immenso, avente una porta altissima, serrata. Toccammo il fondo del precipizio; un caldo soffocante mi opprimeva, un fumo grasso, quasi verde, s’innalzava sui muraglioni dell’edificio e guizze di fiamme sanguigne. Domandai: “Dove ci troviamo”? “Leggi – mi rispose la guida – l’iscrizione che è sulla porta”! C’era scritto: “Ubi non est redemptio”!, cioè: “Dove non c’è redenzione”. Intanto vidi precipitare dentro quel baratro […] prima un giovane, poi un altro, ed in seguito altri ancora; tutti avevano scritto in fronte il proprio peccato. Esclamò la guida: “Ecco la causa precipua di queste dannazioni: i compagni, i libri cattivi e le perverse abitudini”. Gli infelici erano giovani da me conosciuti. Domandai: “Ma dunque è inutile che si lavori tra i giovani, se tanti fanno questa fine? Come impedire tanta rovina”? “Coloro che hai visto, sono ancora in vita; questo però è il loro stato attuale e se morissero, verrebbero senz’altro qui”! Dopo entrammo nell’edificio; si correva con la rapidità del baleno. Lessi questa iscrizione: “Ibunt impii in ignem æternum”!, vale a dire “Gli empi andranno nel fuoco eterno”! “Vieni con me”!, soggiunse la guida. Mi prese per una mano e mi condusse davanti ad uno sportello, che aperse. Mi si presentò allo sguardo una specie d’immensa caverna, piena di fuoco. Certamente quel fuoco sorpassava mille e mille gradi di calore. Io questa spelonca non ve la posso descrivere in tutta la sua spaventosa realtà. Intanto, all’improvviso, vedevo cadere dei giovani nella caverna ardente. La guida disse: “La trasgressione del sesto comandamento è la causa della rovina eterna di tanti giovani”. “Ma se hanno peccato, si sono però confessati”. “Si sono confessati, ma le colpe contro la virtù della purezza le hanno confessate male o taciute affatto”. Ad esempio, uno aveva commesso quattro o cinque di questi peccati, ma ne disse solo due o tre. Vi sono di quelli, che ne hanno commesso uno nella fanciullezza ed ebbero sempre vergogna di confessarlo, oppure l’hanno confessato male e non hanno detto tutto. Altri non ebbero il dolore e il proponimento; anzi, taluni, invece di fare l’esame di coscienza, studiavano il modo di ingannare il confessore. E chi muore con tale risoluzione, risolve di essere nel numero dei reprobi e così sarà per tutta l’eternità […]. “E ora vuoi vedere perché la misericordia di Dio qui ti ha condotto”? La guida sollevò un velo e vidi un gruppo di giovani di questo Oratorio, che io tutti conoscevo, condannati per questa colpa.

 

Fra essi vi erano di quelli che in apparenza tengono buona condotta. Continuò la guida: “Predica dappertutto contro l’immodestia”! Poi parlammo per circa mezz’ora sulle condizioni necessarie per fare una buona confessione e si concluse: “Mutare vita! […] Mutare vita”! “Ora – soggiunse l’amico – che hai visto i tormenti dei dannati, bisogna che provi anche tu un poco di inferno”! Usciti dall’orribile edificio, la guida afferrò la mia mano e toccò l’ultimo muro esterno; io emisi un grido […]. Cessata la visione, osservai che la mia mano era realmente gonfia e per una settimana portai la fasciatura».

 

Linferno visto dai tre veggenti di Fatima

 

I bambini, ai quali apparve la Madonna a Fatima dal 13 maggio al 13 ottobre 1917, sono Lùcia dos Santos (nata il 22 marzo 1907 e morta il 2005), Francisco (nato l’11 giugno 1908 e morto il 4 aprile 1919) e Jacinta Marto (nata l’ 11 marzo 1910 e morta il 20 febbraio 1920). Tra l’altro, la Madonna fece vedere loro l’inferno. Vedemmo, racconta Lucia, «come un grande mare di fuoco e immersi in questo fuoco i demoni e le anime, come se fossero braci trasparenti e nere o abbronzate, di forma umana, che ondeggiavano nell’incendio, sollevate dalle fiamme che uscivano da loro stesse insieme a nuvole di fumo, cadendo da tutte le parti – simili al cadere delle scintille nei grandi incendi – senza peso né equilibrio, tra grida e gemiti di dolore e di disperazione, che terrorizzavano e facevano tremare di paura. I demoni si distinguevano per la forma orribile e ributtante di animali spaventosi e sconosciuti, ma trasparenti come neri carboni di bracia».

 

Ai piccoli terrorizzati dalla paura, la Madonna disse: «Avete visto l’inferno, dove vanno le anime dei poveri peccatori. Per salvarle, Dio vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato. Se farete quello che vi dirò, molte anime si salveranno e avranno pace». La Madonna disse pure: «Quando recitate il rosario, dopo ogni mistero dite: “O Gesù mio, perdonate­ci, liberateci dall’inferno, portate in cielo tutte le anime, soprattutto quelle più bisognose”». Da notare che al tempo delle apparizioni della Madonna, Lucia dos Santos aveva dieci anni, Francisco e Jacinta Marto rispettivamente nove e sette anni.

 

 

 

Linferno visto da Suor Maria Josefa Menendez

 

Suor Maria Josefa Menendez, religiosa del Sacro Cuore, nacque a Madrid il 4 febbraio 1890 e morì il 29 dicembre 1923. Suor Maria Josefa Menendez fece varie visite all’inferno. Ecco quanto vede e narra in una di queste: «In un istante mi trovai nell’inferno, ma senza esservi trascinata come le altre volte, e proprio come vi devono cadere i dannati. L’anima vi si precipita da sè stessa, vi si getta come se desiderasse sparire dalla vista di Dio, per poterlo odiare e maledire. L’anima mia si lasciò cadere in un abisso, in cui non si poteva vedere il fondo, perché immenso […]. Ho visto l’inferno come sempre: antri e fuoco. Benché non si vedono forme corporali, i tormenti straziano i dannati come se i corpi fossero presenti e le anime si riconoscono. Fui spinta in una nicchia di fuoco e schiacciata come tra piastre scottanti e come se dei ferri e delle punte aguzze arroventate s’infiggessero nel mio corpo. Ho sentito come se si volesse, senza riuscirvi, strapparmi la lingua, cosa che mi riduceva agli estremi, con un atroce dolore. Gli occhi mi sembrava che uscissero dall’orbita, credo a causa del fuoco che li bruciava orrendamente. Non si può né muovere un dito per cercare sollievo, né cambiare posizione; il corpo è come compresso. Le orecchie sono stordite dalle grida confuse, che non cessano un solo istante. Un odore nauseabondo e ripugnante asfissia ed invade tutti, come se si bruciasse carne in putrefazione con pece e zolfo. Tutto questo l’ho provato come le altre volte e, sebbene questi tormenti siano terribili, sarebbero un nulla se l’anima non soffrisse. Ma essa soffre in un modo indicibile. Ho visto alcune di queste anime dannate ruggire per l’eterno supplizio che sanno dover sostenere, specialmente alle mani. Penso che abbiano rubato, poiché dicevano: “Dov’è ora quello che hai preso? Maledette mani”! Altre anime accusavano la propria lingua, gli occhi... Ciascuna ciò che è stato causa del suo peccato: “Ben pagate sono adesso le delizie che ti concedevi, o mio corpo! […] “E sei tu, o corpo, che l’hai voluto”! […].

 

Per un istante di piacere un’eternità di dolore! Mi pare che nell’inferno le anime si accusino specialmente di peccati d’impurità. Mentre ero in quell’abisso, ho visto precipitare dei mondani e non si può dire né comprendere le grida che emettevano e i ruggiti spaventosi che mandavano: “Maledizione eterna! Mi sono ingannata! Mi sono perduta! Sono qui per sempre, per sempre e non c’è più rimedio!… Maledizione a me”! Una fanciulla urlava disperatamente, imprecando contro le cattive soddisfazioni concesse al corpo e maledicendo i genitori, che le avevano data troppa libertà a seguire la moda e i divertimenti mondani. Da tre mesi era dannata. Tutto questo che ho scritto – conclude la Menendez – non è che un’ombra in paragone a ciò che si soffre nell’inferno».

 

Linferno visto da  Suor Faustina Kowalska

 

Kowalska Elena (Maria Faustina) nacque il 25 marzo 1955 a Glogowiec, in Polonia. Entrò nella Congregazione della Beata Vergine Maria della Misericordia. Per ordine del suo Direttore spirituale scrisse il diario personale, che intitolò La Divina Misericordia nell’anima mia. Morì a trentatré anni il 5 ottobre 1938. Anche Suor Faustina Kowalska fece l’esperienza dell’inferno. Ecco come lei racconta l’evento: «Oggi, sotto la guida di un angelo, sono stata negli abissi dell’inferno. È un luogo di grandi tormenti per tutta la sua estensione spaventosamente grande. Queste le varie pene che ho visto: la prima pena, quella che costituisce l’inferno, è la perdita di Dio; la seconda, i continui rimorsi di coscienza; la terza, la consapevolezza che quella sorte non cambierà mai; la quarta pena è il fuoco che penetra l’anima, ma non l’annienta; è una pena terribile: è un fuoco puramente spirituale acceso dall’ira di Dio; la quinta pena è l’oscurità continua, un orribile soffocante fetore, e benché sia buio i demoni e le anime dannate si vedono fra di loro e vedono tutto il male degli altri e il proprio; la sesta pena è la compagnia continua di Satana; la settima pena è la tremenda disperazione, l’odio di Dio, le imprecazioni, le maledizioni, le bestemmie. Queste sono pene che tutti i dannati soffrono insieme, ma questa non è la fine dei tormenti. Ci sono tormenti particolari per le varie anime che sono i tormenti dei sensi. Ogni anima con quello che ha peccato viene tormentata in maniera tremenda e indescrivibile. Ci sono delle orribili caverne, voragini di tormenti, dove ogni supplizio si differenzia dall’altro. Sarei morta alla vista di quelle orribili torture, se non mi avesse sostenuta l’onnipotenza di Dio. Il peccatore sappia che col senso col quale pecca verrà torturato per tutta l’eternità». E aggiunge: «Scrivo questo per ordine di Dio, affinché nessun’anima si giustifichi dicendo che l’inferno non c’è, oppure che nessuno sa come sia. Io, Suor Faustina Kowalska, per ordine di Dio sono stata negli abissi dell’inferno, allo scopo di raccontarlo alle anime e testimoniare che l’inferno c’è. Quello che ho scritto è una debole ombra delle cose che ho visto. Una cosa ho notato e cioè che la maggior parte delle anime che ci sono, sono anime che non credevano che ci fosse linferno».

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