Le prove del vero Amore

CHI HA VERO AMORE, COME NE DA’ PROVA  

  1. Figlio, ancora non sei forte e saggio nell’amore. Perché, o Signore? Perché, per una piccola contrarietà lasci la strada intrapresa e troppo avidamente cerchi consolazione. Chi è forte nell’amore, regge alle tentazioni e non crede alla suadente furbizia del nemico. Come gli sono caro nella prosperità, così gli sono caro nelle avversità. Chi è saggio nell’amore non guarda tanto al pregio del dono, quanto all’amore di colui che dona. Guarda più all’affetto che al prezzo, e pone tutti i doni al di sotto della persona amata. Chi è nobile nell’amore non si appaga nel dono, ma si appaga in me, al di sopra di qualunque dono. Se talvolta, verso di me, o verso i miei santi, hai l’animo meno ben disposto di quanto vorresti, non per questo tutto è perduto. Quell’amore che talora senti, buono e dolce, è effetto della grazia presente in te; è, per così dire, un primo assaggio della patria celeste. Ma è cosa su cui non bisogna fare troppo conto, perché non è ferma e costante.
  2. Segno di virtù e di grande merito, è questo: lottare quando si affacciano cattivi impulsi dell’animo, e disprezzare le suggestioni del diavolo. Dunque non lasciarti turbare da alcun pensiero che ti venga dal di fuori, di qualsivoglia natura. Saldamente mantieni, invece, i tuoi propositi, con l’animo diretto a Dio. Non è una vana illusione che, talvolta, tu sia d’un tratto portato fino all’estremo rapimento, per poi ritornare subito alle consuete manchevolezze spirituali; queste infatti non dipendono da te, ma le subisci contro tua voglia. Anzi, fino a che tali manchevolezze ti disgustano, e ad esse resisti, questo è cosa meritoria, non già rovinosa per l’anima. Sappi che l’antico avversario tenta in ogni modo di ostacolare il tuo desiderio di bene, distogliendoti da qualsiasi esercizio di devozione; distogliendoti, cioè dal culto dei santi, dal pio ricordo della mia passione, dall’utile pensiero dei tuoi peccati, dalla vigilanza del tuo cuore; infine dal fermo proponimento di progredire nella virtù. L’antico avversario insinua molti pensieri perversi, per molestarti e spaventarti, per distoglierti dalla preghiera e dalle sante letture. Lo disgusta che uno umilmente si confessi; se potesse, lo farebbe disertare dalla comunione. Non credergli, non badargli, anche se ti avrà teso sovente i lacci dell’inganno. Ascrivile a lui, quando ti insinua cose cattive e turpi. Digli: vattene, spirito impuro; arrossisci, miserabile. Veramente immondo sei tu, che fai entrare nei miei orecchi cose simili. Allontanati da me, perfido ingannatore; non avrai alcun posto in me: presso di me starà Gesù, come un combattente valoroso; e tu sarai svergognato. Preferisco morire e patire qualsiasi pena, piuttosto che cedere a te. Taci, ammutolisci; non ti ascolterò più, per quante insidie tu mi possa tendere. “Il Signore è per me luce e salvezza; di chi avrò paura? (Sal 26,1). Anche se fossero eretti contro di me interi accampamenti, il mio cuore non vacillerà (Sal 26,3). Il Signore è il mio alleato e il mio redentore” (Sal 18,15).
  3. Combatti come un soldato intrepido. E se talvolta cadi per la tua debolezza, riprendi forza maggiore, fiducioso in una mia grazia più grande, guardandoti però attentamente dalla vana compiacenza e dalla superbia: è a causa di esse che molti vengono indotti in inganno, cadendo talora in una cecità pressoché incurabile. E’ questa rovina degli uomini superbi, stoltamente presuntuosi, che ti deve indurre a prudenza e ad indefettibile umiltà.

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Venite, saliamo sul Monte del Signore

Isaia 2

1 Ciò che Isaia, figlio di Amoz, vide riguardo a Giuda e a Gerusalemme.
2 Alla fine dei giorni,
il monte del tempio del Signore
sarà eretto sulla cima dei monti
e sarà più alto dei colli;
ad esso affluiranno tutte le genti.
3 Verranno molti popoli e diranno:
«Venite, saliamo sul monte del Signore,
al tempio del Dio di Giacobbe,
perché ci indichi le sue vie
e possiamo camminare per i suoi sentieri».
Poiché da Sion uscirà la legge
e da Gerusalemme la parola del Signore.
4 Egli sarà giudice fra le genti
e sarà arbitro fra molti popoli.
Forgeranno le loro spade in vomeri,
le loro lance in falci;
un popolo non alzerà più la spada
contro un altro popolo,
non si eserciteranno più nell’arte della guerra.
5 Casa di Giacobbe, vieni,
camminiamo nella luce del Signore.
6 Tu hai rigettato il tuo popolo,
la casa di Giacobbe,
perché rigurgitano di maghi orientali
e di indovini come i Filistei;
agli stranieri battono le mani.
7 Il suo paese è pieno di argento e di oro,
senza fine sono i suoi tesori;
il suo paese è pieno di cavalli,
senza numero sono i suoi carri.
8 Il suo paese è pieno di idoli;
adorano l’opera delle proprie mani,
ciò che hanno fatto le loro dita.
9 Perciò l’uomo sarà umiliato,
il mortale sarà abbassato;
tu non perdonare loro.
10 Entra fra le rocce,
nasconditi nella polvere,
di fronte al terrore che desta il Signore,
allo splendore della sua maestà,
quando si alzerà a scuotere la terra.
11 L’uomo abbasserà gli occhi orgogliosi,
l’alterigia umana si piegherà;
sarà esaltato il Signore, lui solo
in quel giorno.
12 Poiché ci sarà un giorno del Signore degli eserciti
contro ogni superbo e altero,
contro chiunque si innalza ad abbatterlo;
13 contro tutti i cedri del Libano alti ed elevati,
contro tutte le querce del Basan,
14 contro tutti gli alti monti,
contro tutti i colli elevati,
15 contro ogni torre eccelsa,
contro ogni muro inaccessibile,
16 contro tutte le navi di Tarsis
e contro tutte le imbarcazioni di lusso.
17 Sarà piegato l’orgoglio degli uomini,
sarà abbassata l’alterigia umana;
sarà esaltato il Signore, lui solo
in quel giorno
18 e gli idoli spariranno del tutto.
19 Rifugiatevi nelle caverne delle rocce
e negli antri sotterranei,
di fronte al terrore che desta il Signore
e allo splendore della sua maestà,
quando si alzerà a scuotere la terra.
20 In quel giorno ognuno getterà
gli idoli d’argento e gli idoli d’oro,
che si era fatto per adorarli,
ai topi e ai pipistrelli,
21 per entrare nei crepacci delle rocce
e nelle spaccature delle rupi,
di fronte al terrore che desta il Signore
e allo splendore della sua maestà,
quando si alzerà a scuotere la terra.
22 Guardatevi dunque dall’uomo,
nelle cui narici non v’è che un soffio,
perché in quale conto si può tenere?

 

Il testo di Isaia ci presenta il tempo di avvento come un cammino. Siamo chiamati a metterci in movimento, come proclama il responsorio del salmo odierno: “Andiamo con gioia incontro al Signore”. Oggi ciascuno di noi nuovamente ascolta con gioia il lieto annunzio: “andremo alla casa del Signore!” (Sal 122,1).

Questo nostro itinerario presuppone però un precedente venire a noi da parte del Signore: “da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore” (v. 3). Questo pellegrinaggio della Parola tra i popoli (“il seminatore uscì a seminare”, Mt 13,4 par) produce un movimento di risposta, per il quale i popoli a loro volta si mettono in cammino verso Gerusalemme.

C’è un cammino delle genti che è mettersi in ascolto e accogliere la parola e la torah. Tale cammino genera un altro cammino, che è la retta prassi, il concreto vivere la volontà di Dio: “Venite, saliamo sul monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe, perché ci indichi le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri” (v. 2). Si tratta di vedere quel che è bene e di attuarlo. La liturgia chiede a Dio che il suo popolo “veda ciò che deve fare e abbia la forza di compiere ciò che ha veduto” (orazione della I settimana del tempo ordinario).

Il segno concreto del compiersi di questo cammino sarà l’abbandono della violenza, della volontà di sopraffazione e asservimento dell’altro ai propri interessi, per dedicarsi all’edificazione, a far crescere la vita e moltiplicare la benedizione di Dio sulla terra (v. 4; cf. Gaudium et Spes 78).

C’è poi un cammino di Israele, chiamato a camminare “nella luce del Signore” (v. 5), a lasciarsi quindi illuminare da quella luce, per essere città posta sopra il monte che richiama le genti (cf. Mt 5,14 e Is 60,1-6, prima lettura nella festa dell’Epifania). Questo cammino nella luce significa concretamente lo stesso vedere il bene e viverlo, ma con la sottolineatura della forza di testimonianza e di richiamo che un simile cammino possiede: ogni volta che ci si lascia illuminare dal Signore si diviene a nostra volta luce per altri.

La colletta lega il tema del cammino a quello evangelico della vigilanza: “risveglia in noi uno spirito vigilante, perché camminiamo sulle tue vie di libertà e di amore”. Vigilare per camminare “da forza a forza” (cioè con energia sempre maggiore, Sal 84,7) verso il Signore Gesù, Parola e Legge fatta carne.

Signore, facci conoscere la strada da percorrere e guidaci nelle tue vie! (cf. Sal 143,8).

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Studio approfondito sulla Parola di Dio

 7. Chi è colui che annunzia convenientemente la parola di Dio.
8. Eccellente predicatore è la croce
9. Necessità di ascoltare e di praticare la parola di Dio.
10. È facile praticare la parola di Dio.
11. Tutti intendono la parola di Dio,
12. Come sono ciechi, colpevoli e infelici quelli che non ascoltano e non praticano la parola di Dio.
13. Perché non si ascolta la parola di Dio e non se ne trae profitto.
14, Castighi riservati a coloro che non odono e non praticano la parola di Dio.
15. Disposizioni e mezzi per trarre profitto dalla parola di Dio.

7. CHI È COLUI CHE ANNUNZIA CONVENIENTEMENTE LA PAROLA DI DIO. ­ Il predicatore abbia scolpito in mente quell’avviso di S. Paolo: «Sia il vostro discorso condito col sale della grazia, di maniera che sappiate come rispondere a ciascuno» (Coloss. IV, 6); e non dimentichi mai quelle parole di S. Gerolamo a Nepoziano, che un ragionamento, per quanto sia ricco e profondo ed eloquente ed acconcio, non approderà mai a nulla, se vi manchi il soffio dello Spirito, il quale dà vigore alle parole; e che chi insegna nella Chiesa, deve cercare di provocare non gli applausi, ma i gemiti, e che il pianto degli uditori formi il suo elogio (Ad Nepot.). E questo otterrà più facilmente, se prima di parlare agli altri, mediti egli medesimo nel suo cuore quello che deve dire, perché secondo l’osservazione di S. Agostino: «Invano fa rimbombare al di fuori la parola di Dio, colui che non l’ascolta egli per il primo, in fondo all’anima sua (Epistola CXXXII)».
Le prediche non troppo lunghe sono più volentieri udite, e meglio gustate, e più facilmente ritenute. Esponete in modo chiaro, preciso e breve quello che ordina il Signore, affinché le anime docili lo sappiano e se ne ricordino. Non abbiate la pretesa, dice Vincenzo Lirinese, di voler dire cose nuove, ma dite le cose vecchie in forma nuova (In Vita), parlate cioè in modo, da cattivarvi l’attenzione e la benevolenza degli uditori.
Narrano gli Atti Apostolici, che Erode, vestito con pompa regale e seduto in trono, arringò con tanta eloquenza e grazia i deputati di Tiro e di Sidone, che il popolo si levò unanime a gridare: «È questa la voce di un Dio e non di un uomo». In quell’istante l’Angelo di Dio lo percosse, perché non aveva reso gloria al Signore, e morì divorato dai vermi (Act. XII, 21-23). Non dovrebbero mai i predicatori dimenticare questo fatto che torna loro di grande ammaestramento.
«Chi ha la scienza del cuore, sarà eloquente», dice il Savio (Prov. XVI, 21). Perché un discorso sia eloquente conviene: 1° che sia informato a prudenza e sapienza…; 2° che sia adatto alla circostanza e agli uditori; che tutte le sue parti siano disposte con ordine, che riesca chiaro, solido, facile a intendersi…; 3° che piaccia…; 4° che venga da un cuore pieno di fede, di dolcezza, di bontà, di carità, ecc… Nelle prediche, scrive S. Agostino, si deve badare alla verità delle sentenze, non alla ricercatezza delle parole: – In verbis verum amare, non verba (In Psalm. VII). «Un discorso troppo studiato e forbito, dice S. Prospero, toglie forza ed importanza a quello che si predica: non i pensieri per le parole, ma le parole furono stabilite per servire ai pensieri (In Sentent.)».
Un medesimo discorso non è adatto a tutti, perché non tutti sono di una medesima età, intelligenza, condizione e pietà; non tutti hanno il medesimo carattere e i medesimi costumi. Vi sono cose che nocciono agli uni mentre giovano agli altri; come vi sono erbe che nutriscono certi animali e ne uccidono altri. Un leggero fischio ferma il cavallo e irrita il leone; il rimedio che guarisce una malattia, ne aggrava un’altra; il pane che fortifica l’uomo, ucciderebbe l’infermo o il bambino lattante. Bisogna dunque preparare e distribuire con discernimento i propri insegnamenti, per dare a ciascuno quello che gli conviene, senza però allontanarsi dalle regole generali…
Non senza ragione la Sacra Scrittura paragona un discorso ad un favo di miele. Infatti, 1° il miele è dolce, l’oratore dev’essere tutto dolcezza nelle sue parole…; 2° Il miele è il delizioso risultato del lavoro delle api che sono esse medesime il modello e il simbolo della prudenza e della castità; il discorso deve partire da un’anima prudente e pura…; 3° Le api compongono il miele col succo di fiori e di erbe odorifere; bisogna che il predicatore componga i suoi discorsi col succo e col profumo dei fiori raccolti nel giardino della Sacra Scrittura e dei santi Padri…; 4° Il miele ha tre proprietà: rinforza, addolcisce, guarisce; tre effetti analoghi deve produrre il predicatore: istruire, piacere, commovere. S. Agostino, il quale aveva tanto studiato e possedeva a meraviglia l’arte oratoria, dice: «Un uomo eloquente ha detto, e ha detto il vero, che è eloquente colui che riesce ad istruire, a dilettare, a commovere. Istruire è necessità, dilettare è soavità, commovere è portare vittoria» (Epl. XXXII). 5° Le api formano il loro miele con mirabile arte; e l’oratore deve disporre il suo discorso con prudenza, ordine e metodo; il che dà alla sua parola una potente attrattiva e una dolce efficacia.
Studiate, dice S. Ambrogio, di ricavare dalla parola di Dio che è tutto fuoco, tre effetti che sono, purificare, illuminare, infiammare; ma chi vuole procurare agli uditori questi tre beni, deve avere la parola di Dio nella bocca, nel cuore, nelle opere. La parola divina deve rischiarare l’intelletto, stimolare la volontà e ornare la memoria (In Psalm. CXVIII). «La forza degli oratori sacri, dice S. Gregorio, suona e brucia: brucia per il desiderio del bene che comunica; suona per la parola che fa intendere. Una predicazione animata somiglia dunque ad un bronzo infocato (Homil. III in Ezech.)». S. Bernardo insegna che è dovere dei predicatori ritirarsi sul monte con Gesù Cristo, cioè tendere al cielo coi sospiri dell’anima e con la santità della vita, e sforzarsi di giungere alla perfezione delle virtù (In Psalm.). Il medesimo Santo enumera sette gradi per i quali deve salire chi vuole rendersi idoneo ad annunziare la parola divina, e sono: 1° la contrizione; 2° la divozione; 3° la penitenza; 4° l’esercizio delle opere di pietà; 5° l’amore della preghiera; 6° l’abitudine della contemplazione; 7° la pienezza dell’amor di Dio.
Meditino i sacri oratori le raccomandazioni di S. Francesco d’Assisi ai predicatori del suo Ordine. lo voglio, carissimi fratelli, che i ministri della parola di Dio siano tali che dedicandosi agli studi spirituali, non si occupino più di altro, perché voi siete scelti dal gran Re per banditori dei suoi oracoli ai popoli. Deve pertanto il predicatore attingere nella fervida preghiera interiore, il sentimento che poi manifesterà nei suoi discorsi sacri; bisogna che prima di parlare, sia acceso di amor di Dio, perché venerabile è il ministero della parola e bisogna tenerlo in venerazione. I predicatori sono gli avversari dei demoni e la luce del mondo. Tra di loro sono lodevoli quelli che pensano a se stessi e praticano essi i primi ciò che insegnano agli altri; ma cattivi operai sono coloro che tutto dànno alla predicazione, niente alla divozione, e non si potrà mai piangere abbastanza la triste sorte di coloro che vendono per una lode, le fatiche loro al demonio. Accetto sopra tutti è al Padre delle misericordie il ministero della predicazione, principalmente quando si abbraccia per solo spirito di carità e vi s’impiega l’esempio più che le parole, le preghiere frequenti più che le frasi altisonanti. Oh! come si dovrebbe piangere su l’oratore che cercasse le lodi anziché la salute delle anime! e su quello che distruggesse con una vita sregolata, l’autorità dei suoi ammaestramenti; sarebbe mille volte da preferirsi un predicatore di pochi talenti ma di molta virtù, perché da lui sarebbe da aspettarsi un bene infinitamente maggiore. Il predicatore che tende alla vanagloria, si guardi bene dal vantarsi di qualche po’ di frutto che per avventura produca, perché per quanto ne produca, tutto è per lui perduto: ma ordinariamente egli è affatto sterile per gli altri come per se stesso; giacché Dio non benedice né lui né il suo ministero (Opusc. collat. XVII).
Di lui poi attesta S. Bonaventura, che la sua parola era fuoco ardente il quale penetrava in fondo ai cuori e si traeva dietro meravigliati gli uditori. Nelle sue istruzioni non traspariva nulla di arte umana, ma si sentiva il soffio delle inspirazioni e rivelazioni divine. Predicava la verità con imperturbabile confidenza: non conosceva certe delicatezze, con cui talvolta bisogna dire che si scusi anzi che si sferzi il vizio; affrontava con fermezza il peccatore e non lo lusingava, non si stancava di tenergli dietro in tutti i ripari in cui si trincerasse, per abbatterlo e farne un santo (In Vita).
Bisogna che il predicatore degno di un tal nome, gia un dardo e per i suoi esempi e per le sue parole; allora egli penetrerà sicuramente nel cuore dei suoi uditori; la sua vita intera sarà una predicazione incessante. Fate, o divino Gesù, che noi siamo frecce ardenti, vigorose e penetranti per i peccatori, affinché possiamo dire con la sposa deiCantici: «Voi avete ferito il mio cuore; io muoio di amore» (Cant. IV, 3; II, 5).
Quelli che annunziano il Vangelo per mestiere, con freddezza, indifferenza, o timore; quelli che vagheggiano nella predicazione altro frutto che non sia la conversione degli uomini ed il loro profitto spirituale, mostrano di non comprendere né quello che è la parola di Dio, né la dignità del ministero di Gesù Cristo, né il carico che loro grava la coscienza. Gli apostoli, degni di questo nome, portano Dio con sé; lo offrono e lo dànno agli altri: quale uffizio è paragonabile a questo?…
I predicatori della parola divina devono essere: 1° inviati da Dio e servirgli di strumento…; 2° uniti a Dio con l’orazione e con una perfetta obbedienza…; 3° attivi e zelanti…; 4° pieni di forza e di unzione…; 5° scevri di vizi e splendIdi. di virtù, per diventare, come il Battista, fiaccole ardenti e lucenti…; 6° lanciare davvero le loro saette direttamente al bersaglio, cioè colpire nel cuore, insinuarvi il timore e l’amor di Dio e non contentarsi di piacere soltanto all’orecchio. Dono inestimabile è una lingua saggia ed eloquente; bisogna pregare ogni giorno il Signore che ce la conservi e dire col Salmista: «Signore, voi aprirete le mie labbra, e la mia bocca dirà le vostre lodi» (Psalm. L, 16).
S. Gregorio dice che Dio apre le labbra a colui che pensa non solamente a quello che dirà, ma in qual tempo e a quali persone lo dirà. Siano dunque tutti i nostri discorsi pesati alla bilancia della giustizia, affinché siano informati a gravità e nel senso, e nelle parole, e nell’azione oratoria. Non parliamo se non quando è utile; esaminiamo che cosa conviene dire e che cosa conviene tacere; se l’occasione è propizia a trattarne; finalmente se non ci scostiamo in nessun modo dalle regole della prudenza, della saviezza, della modestia, della carità (In Psalm. L). Un medico abile e compassionevole che desidera guarire una crudele ferita, non risparmia nel solo intento di risparmiare; non ha pietà del paziente unicamente per averne pietà; così deve fare il predicatore (InPsalm. XVII).
Finalmente sia come corona di tutti gli avvisi la sentenza del Nazianzeno: «L’opera vale meglio della parola» (Orat. XXVII). «Predicare con l’esempio; ecco la migliore delle prediche. Insegnare e non fare, scrive S. Gregorio, non solamente non porta nessun vantaggio, ma riesce di danno a molti. Severa condanna pende sul capo di colui che studia di comporre i suoi sermoni, ma non si dà pensiero di corroborarli con le opere. È debito del predicatore di mostrare egli il primo in sé quello che insegna agli altri. Non avrà mai famiglia spirituale quel predicatore che uccide con l’esempio coloro cui ha dato vita con le parole (Mor, lib. X)».
Gli esempi di coloro che fanno così, distruggono gli effetti che i loro insegnamenti potrebbero aver prodotto Apostoli di umiltà, sono guidati dall’orgoglio; raccomandano del continuo come virtù necessarie, ammirabili e facili l’obbedienza, la purità, la rassegnazione, la carità, e via dicendo: inculcano più fortemente ancora con i loro scandali il contrario e condannano ora con le opere le loro parole, ora con le parole le loro opere. Perciò, dal complesso della loro vita esce una sentenza di condanna; e nel giorno del giudizio saranno condannati tante volte, di loro propria bocca, quante avranno esortato il loro prossimo alla pratica di una virtù che loro fu sconosciuta. Ah! udite, dice il profeta Aggeo, quello che dice il Signore degli eserciti: «Applicate i vostri cuori alla vostra condotta: avete seminato molto e mietuto poco… Quelli tra di voi che ammassarono tesori, li hanno deposti in una borsa forata» (AGG. l, 5-6).
Aristotele dichiara che coloro i quali non cercano di conformare le loro azioni alle parole, distruggono la verità (Anton. in Meliss.); secondo Seneca, nessuno, è tanto nocivo agli uomini e meritevole di castigo, quanto coloro che vivono diversamente da quello che insegnano (In Prov.).

8. ECCELLENTE PREDICATORE È LA CROCE. – «La parola della croce, scrive S. Paolo, è stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli che giungono a salvezza, a noi, è la virtù di Dio» (I Cor. I, 18). Noi predichiamo, continua il medesimo Apostolo, Gesù crocefisso, scandalo per i Giudei, follia per i Greci, ma sapienza e virtù di Dio per gli eletti; siano Giudei o Greci, perché più saggia degli uomini è la follia di Dio, e più potente di loro la debolezza di Dio (Ib. 23).
Che cosa ci dice la croce? che cosa ci predica? La caduta dell’uomo…; l’amore infinito di Dio…; i delitti, le miserie, i castighi, la ristorazione del genere umano…; il pregio e la necessità della penitenza, dei patimenti, della rassegnazione, del distacco del mondo e della povertà…; il nulla del mondo e della vita, la bruttezza del peccato, la bellezza della virtù, il valore dell’anima, la necessità della salute…; ci addita la via del cielo, e c’insegna che cosa dobbiamo fare per giungervi.

9. NECESSITA’ DI ASCOLTARE E DI PRATICARE LA PAROLA DI DIO. – «Beati coloro, disse Gesù Cristo, che ascoltano la parola di Dio e la osservano» (Luc. XI, 28). L’uomo è nato per la felicità e ne sente il bisogno; ora se per assicurazione di Gesù Cristo, la felicità consiste nell’udire la parola di Dio e nell’uniformare la nostra condotta a questa parola, ne risulta che dobbiamo ascoltarla e praticarla, sotto pena di essere infelici.
«Non quelli che ascoltano la legge sono giusti davanti a Dio, scrive l’apostolo, ma quelli solamente saranno giustificati, che compirono la legge» (Rom. II, 13). Questa sentenza del discepolo dice in altri termini quello che già aveva detto il Maestro con quelle parole: «Non tutti coloro che gridano: Signore, Signore, entreranno nel regno dei cieli; ma solamente quelli che fanno la volontà del Padre mio celeste, entreranno nel regno dei cieli» (MATTH. VII, 21) E chi è che fa la volontà di Dio, se non colui il quale regola la sua vita a norma dei suoi insegnamenti?
S. Paolo ci avverte di non volgere le spalle a colui che ci parla dal cielo (Hebr. XII, 25); S. Giacomo ci dice che sarebbe un ingannare noi medesimi, l’udire la parola di Dio senza metterla in pratica (IAC. I, 22). Infatti dà del mentitore a se stesso, come dice S. Giovanni, chi afferma di conoscere Gesù Cristo e intanto non ne osserva la parola (I IOANN. II, 4). Infatti, senza la conoscenza del suo Creatore, l’uomo è un bruto, dice S. Gerolamo (Comm. in Ioann.). Ora è la parola di Dio che svela Dio all’uomo e glielo fa conoscere; deve dunque l’uomo uniformarvisi; sotto pena di uguagliarsi al bruto e di vivere da bruto.
Perciò il Salmista ci esorta ad accogliere premurosi la voce di Dio, in qualunque tempo ed occasione si faccia a noi sentire (Psalm. XCIV, 8); e si proponeva di meditare sempre la parola del Signore e di non lasciarla mai cadere in oblìo (Psalm. CXVIII, 16). Anche l’Ecclesiaste avverte, che bisogna vigilare sui propri passi entrando nella casa di Dio, ed avvicinarsi per udire la sua parola (Eccle. IV, 17).
« Custodite nella vostra mente, dice S. Gregorio, la parola di Dio che ricevete dalla bocca del predicatore: perché la parola di Dio è l’alimento dell’anima; chi non conserva nel suo cuore gl’insegnamenti apostolici, somiglia a quell’infermo che rigetta il cibo: ma è certamente sfidato di salute colui che non ritiene più il cibo (Homil. XIII, in Evang.)». Chi vuole avere la saggezza, deve desiderare e amare le parole di Dio (Sap. VI, 12).
Non vi distolga dall’accogliere questa parola, il vedere che qualche volta vi venga da persona che non la rispetti nei suoi costumi. È questo il caso di dire con S. Agostino: «Prendi il frutto e lascia stare la spina; dà orecchio a chi ti predica buone cose, non imitarlo se ne fa delle cattive (Tract. XL VI, in Ioann.)». Si disprezza forse l’oro, dice il Crisostomo, perché lordo di terra? No certo, ma si sceglie l’oro e si lascia la terra; e, così voi, ricevete la dottrina e non badate ai malvagi costumi. Le api succhiano i fiori e non guardano al gambo; e voi pure cogliete il fiore della sana dottrina, senza inquietarvi del rimanente.

10. E FACILE PRATICARE LA PAROLA DI DIO. – «Dolce è il mio giogo, afferma Gesù Cristo, e leggero è il peso» (MATTH. XI, 30). E contro l’affermazione di Dio chi vorrà sostenere il contrario? Oltre che la parola di Dio è soave e non impone nulla che non sia facile, la grazia cammina sempre con lei e con lei entra nel cuore di chiunque la riceve: e con la grazia nulla riesce difficile all’uomo. «Iddio, secondo la sentenza di S. Agostino, non comanda nulla d’impossibile; ma comandando ci avvisa di fare noi quello che possiamo e di dimandare quello che non possiamo, ed egli ci aiuta affinché possiamo (In Epl. ad. Rom.)».

11. TUTTI INTENDONO LA PAROLA DI DIO. – «Andate, disse Gesù agli apostoli, e ammaestrate tutte le genti» (MATTH. XXVIII, 19). «Sarete vestiti della forza dello Spirito Santo che verrà sopra di voi, e voi mi renderete testimonianza in Gerusalemme, nella Giudea, in Samaria, e fino alle estremità della terra» (Act. I, 8). Ed ecco che pochi lustri dopo, già S. Paolo poteva scrivere ai Romani, che la loro fede si annunziava in tutto l’universo (Rom. I, 8). E che venendo la fede per l’udito, già la voce degli apostoli, annunziatrice della parola di Dio, era risonata per tutto il mondo, e i loro discorsi avevano echeggiato fino nei più remoti angoli del globo (Rom. X, 17-18). Dagli apostoli fino al presente l’Evangelo non ha mai cessato di divulgarsi e di diffondersi per ogni spiaggia della terra. La storia delle persecuzioni è la storia della diffusione della parola di Dio.
Gesù Cristo è morto per la salute di tutti gli uomini, ed è volontà di Dio che tutti vengano a conoscere la verità e si salvino» (II Cor V, 14), (1Tim. II, 4), scriveva S. Paolo; e S. Pietro diceva apertamente ai Giudei: «Quel Gesù che fu da voi posto in croce, è la pietra che, rigettata da voi architetti, divenne la testata dell’angolo e ricordatevi che non vi è salute in nessun altro, né si dà sotto il cielo altro nome, con cui si possa ottenere salvezza» (Act. IV, 11-12). Se Gesù è morto per tutti gli uomini, se li vuole tutti salvi, se non.vi è salute in nessun altro nome, ne segue che Gesù Cristo, fornisce a tutti i mezzi sufficienti per conoscerlo, amarlo e servirlo. Ma i demoni, il mondo, le passioni, i cattivi esempi, i pregiudizi fanno ostacolo alla salute di parecchi.
Come mai vi può essere gente nel mondo, la quale non intenda la parola di Dio, mentre l’universo intero è una voce che di lui incessantemente e pubblicamente ci parla? Non è il sole un grande oratore che parla a tutti i luoghi, a tutti i secoli, a tutte le generazioni? La luna, i pianeti, le stelle non cantano forse che sono l’opera di Dio? La terra, il mare, i monti, le valli, gli alberi, i fiori, gli uccelli e gli insetti non pubblicano ad alta voce la potenza e la bontà del Creatore? Sì, l’universo e le sue meraviglie testimoniano l’esistenza di Dio, la sua provvidenza e i suoi attributi; eccitano l’uomo ad adorarlo, temerlo, amarlo e servirlo… La legge naturale non ci fa intendere la parola divina?… E la rivelazione, sia dell’Antico che del Nuovo Testamento, non è una voce irresistibile, non è la voce pubblica di Dio?..

12. COME SONO CIECHI, COLPEVOLI, E INFELICI QUELLI CHE NON ASCOLTANO E NON PRATICANO LA PAROLA DI DIO. – Dice il Venerabile Beda: «Quanto è misera e infelice la coscienza di chi, udita la parola di Dio, si crede insultato! (In Evang.)». Perché i Giudei precipitarono in quell’abisso di cecità e di malizia e di miseria, che è un mistero a spiegare? Perché, risponde S. Paolo, non potevano più sopportare la divina parola (Hebr. XII, 20). Ai giorni nostri, quanti predicatori sono voci che gridano nel deserto (ISAI, XL, 3); o perché la gente non va ad udirli, o perché piccolissima è la parte di coloro che profittano dei loro insegnamenti!
O quanto sono da compiangere quei ciechi e sventurati cristiani che non ricavano frutto dalla predicazione! Gesù Cristo disse: «Chi mi disprezza, e non ascolta le mie parole, ha chi lo giudica; la parola che io gli ho fatto intendere, sarà il suo giudice nell’ultimo giorno» (IOANN. XII, 48). Il Signore protesta che la sua parola non ritornerà mai a lui vuota di frutto, ma compirà i suoi disegni (ISAI. LV, 11). Essa produce frutti di benedizione nel cuore di coloro che sono ben disposti, che l’ascoltano docili e la praticano fedelmente: porta frutti di maledizione nell’anima di quelli che ne abusano.
Il santo vecchio Simeone, parlando di Gesù Cristo, disse: «Questi è venuto a rovina e a risurrezione di molti» (Luc. II, 34). Lo stesso può dirsi della sua divina parola: essa riesce a salvamento di quelli che l’ascoltano e la praticano: ma riesce a dannazione degli increduli, degli indifferenti, degli empi che la fuggono e la disprezzano. Come la luce del sole rallegra e rinforza le pupille sane, mentre ferisce gli occhi deboli e infermi; come il fuoco purga loro e incenerisce la paglia; così la parola di Dio piace all’anima sana, le dà vigore e la purifica, mentre annoia, stanca e rende più colpevole l’anima inferma, malvagia e maledetta.

13. PERCHÈ NON SI ASCOLTA LA PAROLA DI DIO E NON SE NE TRAE PROFITTO. – «Chi non mi ama non osserva le mie parole. Chi è da Dio ascolta le parole di Dio, ora voi non le ascoltate, perché non appartenete a Dio», disse Gesù Cristo (IOANN. XIV, 24) ; (IOANN. VIII, 47). Non si ama Dio, ecco perché si fa poco conto della sua parola. Ciascuno interroghi se medesimo, dice S. Gregario, se egli riceva nel suo cuore la parola di Dio, e da ciò comprenderà a chi egli appartenga. Gesù Cristo dichiara che il segnale della predestinazione divina sta nell’intendere la parola divina e obbedire alle sante sue inspirazioni; ma segno di riprovazione è rigettarla (Homil XVIII, in Ioann.).
«Io sono il buon pastore, disse Gesù Cristo, e conosco le mie pecore, ed esse conoscono me. Voi non credete, perché non siete delle mie pecore. Le mie pecore ascoltano la mia voce, io le conosco ed esse mi seguono; io dò loro la vita eterna, ed esse non periranno mai e nessuno le strapperà di mia mano» (IOANN. X, 14, 26-27). Stanno bene su la bocca dei predicatori quelle parole dell’apostolo S. Giovanni: «Noi siamo da Dio: chi conosce Dio ci ascolta, chi non appartiene a Dio non ci dà retta: a questo segno si distingue lo spirito di verità dallo spirito di errore» (I 10ANN. IV, 6).
«Io per ciò sono nato e venuto in questo mondo, diceva il Salvatore a Pilato, per rendere testimonianza al vero; chiunque è dalla parte della verità, ascolta la mia voce». (IOANN. XVIII, 37). Pilato gli chiese che cosa fosse la verità e ciò detto usci fuori (Ibid. 38). Notate l’ignoranza di Pilato e la sua indifferenza; non sa che cosa sia la verità, lo dimanda a Gesù Cristo, e intanto senza attendere o badare alla risposta, se ne parte! Vero modello di tanti cristiani i quali si sottraggono alla luce, all’unzione, alla potenza della parola divina.
I figli d’Israele, dice il Signore, dicono ai profeti: Non guardate, ed a quelli che stanno attenti alle mie parole: Non date orecchio a questi discorsi severi; parlateci cose che ci piacciano. – Adulateci, teneteci discorsi che accarezzino le nostre passioni (ISAI. XXX, 10). Ecco come parlano anche oggidì gli avari, gli ambiziosi, gli orgogliosi, i lussuriosi, i partigiani del mondo e della vanità… Per loro è troppo dura e incomoda la morale evangelica; la vorrebbero più morbida e pieghevole, perché essi sono la debolezza e la viltà in persona.
Da tutto ciò si raccoglie che le cause per le quali non si ode o non si pratica la parola di Dio, sono le seguenti: 1° la mancanza di amar di Dio; 2° il non abbracciare le parti di Gesù Cristo, ma quelle del demonio; 3° il difetto di conoscenza di Dio; 4° la mancanza di fede; 5° l’avversione o l’indifferenza per la verità; 6° la corruzione del cuore, le passioni e in primo luogo la superbia. «La parola di Dio, nota S. Cirillo, che correggendo gli umili li migliora, riesce insopportabile agli orgogliosi (Homil.)».

14. CASTIGHI RISERVATI A COLORO CHE NON ODONO E NON PRATICANO LA PAROLA DI DIO. – «Quelli che non ascoltano la voce di Dio, diceva Giobbe, saranno dati al taglio delle spade e morranno nel loro accecamento» (IOB. XXXVI, 12). E diceva bene, perché queste sono parole del Signore nel Deuteronomio: «Io mi vendicherò di colui che non
vorrà ascoltare le parole dell’inviato che parlerà in mio nome» (Deut. XVIII, 19); e per mezzo di Samuele aveva detto al popolo di Giuda: «Se non darete retta alla voce del Signore, ma renderete vane le sue parole, la mano di lui peserà sul vostro capo, come già sul capo dei padri vostri» (I Reg. XII, 15).
Non disse forse il medesimo Samuele a Saulle: «Perché tu hai rifiutato la parola del SIgnore, il Signore ha rifiutato te da parte sua?» (I Reg. XV, 26). E un figliuolo di un profeta non predisse al re Acabbo, che sarebbe stato ucciso da un leone, perché aveva ricusato di udire la voce del Signore? (III Reg. XX, 36). La stessa minaccia fa il Signore a quanti chiudono le orecchie alla sua divina parola. Il leone che farà scempio di loro è il demonio che gira attorno agli uomini, pronto a divorarli.
Il mio popolo, dice Dio per bocca del Salmista, non ha ascoltato la mia voce; Israele non mi ha dato ascolto ed io li ho abbandonati ai desideri dei loro cuori, essi cammineranno su la traccia dei loro pravi disegni. Se Israele mi avesse dato retta, io avrei umiliato e annientato coloro che lo calpestano, avrei costretto i suoi nemici a rendergli omaggio, l’avrei nutrito di puro frumento, e fatto colare per lui il miele dalle rocce. Ma perché non si curò della mia parola, i suoi nemici trionferanno di lui, lo percuoterò e sarà infelice, patirà la fame, e invece di miele avrà assenzio.
Finalmente Gesù Cristo medesimo protesta che se alcuno non dà orecchio alla sua parola o la trascurerà, non egli lo condannerà, perché è venuto non per condannare il mondo ma per salvarlo: ma sarà la sua parola medesima quella che lo condannerà nell’ultimo giorno.

15. DISPOSIZIONI E MEZZI PER TRARRE PROFITTO DALLA PAROLA DI DIO. ­ Per profittare della parola di Dio bisogna: 1° averla in alto pregio…; 2° portarle grande rispetto…; 3° prepararsi a udirla…; 4° ascoltarla con attenzione…; 5° riceverla e occuparsene per ciò che è in sé stessa come parola di Dio, senza guardare alla bocca che l’annunzia, e in qual modo ci sia comunicata se eloquentemente o alla buona…; 6° meditarla…; 7° applicarvi la memoria, l’intelletto e specialmente la volontà…; 8° farne regola della propria condotta…; .9° non lasciarla cadere in oblio…; 10° ringraziare Dio del benefizio che ci ha fatto facendoci intendere i suoi insegnamenti.

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Il Signore mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto Messaggio

Luca 4

1 Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano e fu condotto dallo Spirito nel deserto 2 dove, per quaranta giorni, fu tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni; ma quando furono terminati ebbe fame.3 Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». 4 Gesù gli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo». 5 Il diavolo lo condusse in alto e, mostrandogli in un istante tutti i regni della terra, gli disse: 6 «Ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio. 7 Se ti prostri dinanzi a me tutto sarà tuo». 8 Gesù gli rispose: «Sta scritto: Solo al Signore Dio tuo ti prostrerai, lui solo adorerai». 9 Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul pinnacolo del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, buttati giù; 10 sta scritto infatti:
Ai suoi angeli darà ordine per te,
perché essi ti custodiscano
;
11 e anche:
essi ti sosterranno con le mani,
perché il tuo piede non inciampi in una pietra
».
12 Gesù gli rispose: «È stato detto: Non tenterai il Signore Dio tuo». 13 Dopo aver esaurito ogni specie di tentazione, il diavolo si allontanò da lui per ritornare al tempo fissato.
14 Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito Santo e la sua fama si diffuse in tutta la regione.15 Insegnava nelle loro sinagoghe e tutti ne facevano grandi lodi.
16 Si recò a Nazaret, dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere. 17 Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; apertolo trovò il passo dove era scritto:
18 Lo Spirito del Signore è sopra di me;
per questo mi ha consacrato con l’unzione,
e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio,
per proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista;
per rimettere in libertà gli oppressi,
19 e predicare un anno di grazia del Signore.
20 Poi arrotolò il volume, lo consegnò all’inserviente e sedette. Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui. 21 Allora cominciò a dire: «Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi».22 Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è il figlio di Giuseppe?». 23 Ma egli rispose: «Di certo voi mi citerete il proverbio: Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fàllo anche qui, nella tua patria!». 24 Poi aggiunse: «Nessun profeta è bene accetto in patria. 25 Vi dico anche: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; 26 ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova in Sarepta di Sidone. 27 C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato se non Naaman, il Siro».
28 All’udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; 29 si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. 30 Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò.
31 Poi discese a Cafarnao, una città della Galilea, e al sabato ammaestrava la gente. 32 Rimanevano colpiti dal suo insegnamento, perché parlava con autorità. 33 Nella sinagoga c’era un uomo con un demonio immondo e cominciò a gridare forte: 34 «Basta! Che abbiamo a che fare con te, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? So bene chi sei: il Santo di Dio!». 35 Gesù gli intimò: «Taci, esci da costui!». E il demonio, gettatolo a terra in mezzo alla gente, uscì da lui, senza fargli alcun male. 36 Tutti furono presi da paura e si dicevano l’un l’altro: «Che parola è mai questa, che comanda con autorità e potenza agli spiriti immondi ed essi se ne vanno?». 37 E si diffondeva la fama di lui in tutta la regione.
38 Uscito dalla sinagoga entrò nella casa di Simone. La suocera di Simone era in preda a una grande febbre e lo pregarono per lei. 39 Chinatosi su di lei, intimò alla febbre, e la febbre la lasciò. Levatasi all’istante, la donna cominciò a servirli.
40 Al calar del sole, tutti quelli che avevano infermi colpiti da mali di ogni genere li condussero a lui. Ed egli, imponendo su ciascuno le mani, li guariva. 41 Da molti uscivano demòni gridando: «Tu sei il Figlio di Dio!». Ma egli li minacciava e non li lasciava parlare, perché sapevano che era il Cristo.
42 Sul far del giorno uscì e si recò in un luogo deserto. Ma le folle lo cercavano, lo raggiunsero e volevano trattenerlo perché non se ne andasse via da loro. 43 Egli però disse: «Bisogna che io annunzi il regno di Dio anche alle altre città; per questo sono stato mandato». 44 E andava predicando nelle sinagoghe della Giudea.

 

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La Parola di Dio è efficace,e tagliente come spada affilata

 1. Veracità e autorità della parola di Dio.
2. Eccellenza della parola di Dio.
3. Potenza ed efficacia della parola di Dio.
4. Preziosi effetti della parola di Dio.
5. La parola di Dio paragonata a un seme.
6. Necessità per i pastori di annunziare la vera parola di Dio.

1. VERACITÀ E AUTORITÀ DELLA PAROLA DI DIO. – «I miei discorsi, diceva S. Paolo ai Corinzi, e la mia predicazione non poggiano su la persuasione dell’umana sapienza, ma nella manifestazione dello spirito e della potenza; affinché la vostra fede non si fondi su la sapienza degli uomini, ma su le virtù di Dio… Quanto a noi, non abbiamo ricevuto lo spirito di questo mondo, ma lo spirito che viene da Dio, acciocché conosciamo i doni di Dio, che annunziamo con le dotte frasi dell’umana sapienza, ma secondo la dottrina dello Spirito Santo. Noi abbiamo lo spirito, il senso di Cristo» (I, II, 4-5, 12-13, 16).
E agli Efesini scrive: «Voi siete stati istruiti in Gesù Cristo, secondo la verità della dottrina» (IV, 21). E talmente vera ed autorevole è agli occhi di Paolo questa dottrina, che scrivendo ai Galati esce in queste frasi: «Quando noi vi annunziassimo, o anche un angelo dal cielo vi annunziasse altro Vangelo da quello che vi abbiamo predicato, maledetto sia il colpevole. Come già abbiamo detto, anche ora vi ripetiamo: se alcuno viene a predicarvi diversamente da ciò che avete udito, sia anatema: perché io vi dichiaro, fratelli, che il Vangelo da me annunziato non è secondo l’uomo, non avendolo io ricevuto né appreso dagli uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo» (Galat. I, 8-9, 11-12).
Narrano gli Atti Apostolici che il Signore disse in visione a S. Paolo: «Non temere di nulla, ma parla, e non tacere nulla, perché io sono con te» (XVIII, 9-10). Parola di Dio! come è grande e maestoso questo titolo! Che veracità e autorità promette! Quale rispetto comanda! «È la voce di Dio», dice il Salmista (Psalm. XXVIII, 4). Ora la voce o la parola di Dio è la verità per essenza, e la verità del Signore rimane in eterno, dice il profeta (Psalm. CXVI, 2). Colui che nel mondo parla questa parola, cioè il sacerdote, è un altro Elia, un uomo di Dio, e la parola del Signore nella sua bocca è vera (III Reg. XVII, 24).
«La parola del Signore dura in eterno, esclama Isaia. O voi che evangelizzate Sionne, ascendete la vetta dei monti; innalzate la voce con forza e autorità, voi che evangelizzate Gerusalemme; alzate la voce e non temete. Dite alle città di Giuda: Ecco il vostro Dio» (ISAI. XL, 8-9). I banditori della parola divina sono, come dice il medesimo Profeta, carne spade aguzze, come dardi scelti tenuti in serbo da Dio nella sua faretra (Id, XLIX, 2). Ciascuno di loro può dire con Geremia: «Il Signore stese la sua mano, toccò la mia bocca e disse: Va; io ti ho posto in bocca la mia parola, e da questo punto ti ho costituito a capo delle nazioni e dei regni, affinché sradichi, e distrugga, e disperda, e edifichi, e pianti» (IEREM. I, 9-10).
«Vi assicuro, disse Gesù Cristo, che non passeranno il cielo e la terra, finché non sia compita tutta quanta la legge, fino all’ultimo apice» (MATTH. V, 18); «e state certi che verranno a mancare il cielo e la terra, prima che manchino le mie parole» (MATTH. XXIV, 35).

2. ECCELLENZA DELLA PAROLA DI DIO. – Pensate l’eccellenza che deve avere la parola di Dio, se Isaia arriva a lodare i piedi di coloro che la bandiscono: «Come sono belli sui monti, egli dice, i piedi di colui che annunzia e predica la pace, che annunzia il bene, che predica la salute, che dice a Sion: Il tuo Dio regnerà» (ISAI. LII, 7).
«La parola di Dio, dice S. Paolo, è viva ed efficace; è più penetrante di una spada a due tagli; essa va fino alla divisione dell’anima e dello spirito, dei muscoli e delle midolle; essa discerne i pensieri e i moti del cuore. Nessuna creatura a lei si cela, ma tutto è nudo ed aperto agli occhi di colui del quale parliamo» (Hebr. IV, 12-13). «La parola di Dio è vivente, affinché voi crediate, commenta qui Ugo da S. Vittore; è efficace, affinché speriate; è penetrante, affinché temIate. È vivente nei suoi precetti e nelle sue proibizioni, efficace nelle sue promesse e nelle sue minacce, penetrante nei suoi giudizi e nelle sue condanne. Se la parola di Dio è vivente, dobbiamo credere che quello che promette è la verità; se è efficace, dobbiamo credere che adempirà le sue promesse; se è penetrante e non si può indurre in errore, dobbiamo pentirci di averla offesa e guardarci dall’offenderla di nuovo in avvenire (In Ioel c. III)».
«La parola di Dio è lo specchio del cristiano, Ora, dice Clemente Alessandrino, come lo specchio non è nemico all’uomo deforme, perché lo mostra qual è; come il medico non è crudele, perché annunzia la febbre al malato; perché il medico non è la causa della febbre, ma non fa che constatarla se esiste; così la parola di Dio che riprende e condanna colui la cui anima è inferma, non è nemica di costui; ma gli mostra i peccati che ha commessi affinché se ne corregga».
S. Giovanni dice del Verbo di Dio fatto uomo, che «in lui è la vita, e che la vita è la luce degli uomini; ch’egli è la vera luce la quale illumina ogni uomo che viene al mondo» (IOANN. I, 4, 9), Lo stesso si deve dire della parola evangelica, ed in questo sta la sua eccellenza; a somiglianza di Gesù Cristo, essa ha la vita in se stessa, ed è la vera luce che illumina il mondo, cacciandone via le tenebre.
Vi sono meravigliose somiglianze tra la luce e la parola di Dio: il sole, campato nell’immensa volta dei cieli, è ciò che vi è di più nobile e più bello nella natura; schiettissima, attivissima, impassibile è la sua luce e tale che, qualunque cosa tocchi, non si macchia mai: essa è bella oltre ogni dire; abbraccia tutto il mondo e dura fino dal principio dei secoli. Il sole ci porta la luce, il calore, la fecondità, la gioia, la felicità; ci rende visibili tutte le cose; risuscita ciò che pareva morto e dà vita e forza a tutti gli esseri. La parola di Dio viene da Dio medesimo; essa è purissima; penetra e rischiara le intelligenze; è attivissima ed impassibile; discende su le anime più sozze e non ne soffre macchia; si estende da per tutto e abbraccia cielo e terra, secoli ed eternità. Porta con sé chiarezza, calore, fecondità, pace, felicità, allegrezza; risuscita quelli ch’erano morti alla grazia; mostra le cose sotto il vero loro aspetto; finalmente, dà vita e forza a tutte le menti e a tutti i cuori…
«La parola di Dio, dice Davide, è parola casta, argento messo al crogiuolo, provato col fuoco ed appurato sette volte» (Psalm. XI, 6). Purificato sette volte, cioè penetrato nei sette doni dello Spirito Santo… «E’ parola retta che rallegra i cuori; i precetti del Signore sono luminosi, rischiarano i cuori» (Psalm. XVIII, 8).
«I cieli, dice il Salmista, raccontano la gloria, del Signore e il firmamento annunzia le opere delle sue mani. Il giorno parla al giorno e la notte alla notte. Non vi è lingua né idioma in cui non s’intenda questa voce. Il suo splendore si diffuse su tutta la terra e le parole ch’essa ha fatto intendere rimbombarono fino all’estremità del globo. Dio ha collocato il padiglione del sole in mezzo ai cieli, e simile allo sposo che esce da letto nuziale questo astro si slancia come gigante a correre la sua via. Parte dalle estremità dell’aurora, si abbassa ai confini del tramonto, e nessuno può schermirsi dal calore dei suoi raggi. Tale è la legge del Signore, bella, pura e che converte le anime; la parola di Dio è fedele, infonde la sapienza ai fanciulli» (Psalm. XVIII, 7).
«La parola di Cristo, scrive Sant’Agostino, non è da meno del corpo di Cristo; quindi con sollecitudine non minore di quella con cui ci guardiamo dal lasciar cadere in terra la più piccola particella del corpo di Gesù Cristo allorché ci viene distribuito, dobbiamo procurare che non ci esca dal cuore, abbandonandoci ad altri pensieri, la parola di Dio, allorché l’abbiamo ricevuta (De Civit. Dei)».

3. POTENZA ED EFFICACIA DELLA PAROLA DI DIO. – Dio parla, e l’universo viene fuori dal nulla… Dio parla, e il sole, la luna, le stelle rispondono: Eccoci… Parla, e l’immenso oceano fermandosi al suono di quella parola, rispetterà ancora i limiti che questa parola medesima gli assegna… Parla, e la terra divenuta feconda, produce ogni sorta di frutti… Parla, e crea a sua immagine l’uomo, re dell’universo, che prende il primo posto nella creazione… Dio parla, e le acque del diluvio coprono la terra… Parla e il Mar Rosso, non meno che il Giordano, dànno passaggio sicuro in mezzo alle loro onde, agli Israeliti… Parla, e la manna piove per quarant’anni dal cielo e dai macigni del deserto sorgono fonti copiose di acqua, e le mura di Gerico si sfasciano… Parla, e il Verbo eterno si fa carne e salva il mondo… Dio parla, e dodici uomini senza lettere, senza fortuna, senz’aderenze, senza difesa, armati della sola parola di questo Dio, vincono ogni ostacolo, rovesciano gli idoli, fugano le tenebre che da quaranta secoli involgevano la terra e spargono dappertutto la luce del giorno dell’eternità: l’universo pagano si converte e si prostra ai piedi della croce di Gesù Cristo… Dio parla, e le nubi, la pioggia, la tempesta, il fulmine e il tuono si tengono pronti ad eseguirne gli ordini; parla ed il giorno si rasserena… Alla fine del mondo farà intendere questa voce: Sorgete, o morti; venite al giudizio: e immantinente i morti risorgeranno e si troveranno riuniti al tribunale del giudice supremo.
«Noi camminiamo (viviamo) nella carne, ma non combattiamo secondo la carne. Poiché le armi della nostra milizia non sono carnali, ma consistono nella potenza di Dio a distruzione dei baluardi. Noi andiamo distruggendo gli umani disegni e ogni altezza che s’innalza contro la scienza di Dio, e riducendo in schiavitù ogni intelletto, sotto l’ubbidienza di Cristo, pronto a punire ogni disobbedienza» (II Cor X, 3-6). L’arma cosi potente ed efficace e vittoriosa di cui parla e si serve S. Paolo, è la parola di Dio, accompagnata dallo Spirito Santo.
La forza e l’efficacia della parola di Dio si manifesta non solamente in questa parola presa in se stessa, ma ancora nella predicazione che se ne fa. Risplendono: 1° in questo che un piccolo drappello di Apostoli, poveri, rozzi, oscuri peccatori, di gente giudea, ludibrio del mondo, sottomisero alla croce il mondo intero. 2° Perché vinsero, atterrarono, convertirono i loro più sfidati nemici, sgominarono i demoni, il peccato, la morte, i principi, i re, i filosofi, gli oratori, i greci, i romani, i barbari; cambiarono leggi, costumi, giudizi; abbatterono le religioni più antiche e più comode alle passioni, i pregiudizi, le ubbie, i vizi, le tenebre, l’ignoranza e tutti gli errori di tanti secoli… 3° Perché persuasero, convinsero, e portarono a credere non per forza di armi, o di scienza, o di eloquenza, o d’oro, ma con la semplice predicazione della croce… 4° Perché in brevissimo tempo e prontamente sparsero e stabilirono la fede di Gesù Cristo in tutto il mondo… 5° Perché con la parola di Dio, accompagnata dalla grazia di Gesù Cristo, trionfarono delle minacce, delle battiture, delle catene, delle prigioni, di tormenti superiori alle forze della natura, di mille generi di morti… 6° Perché fecero ricevere e praticare dall’orgoglio umano la religione non di un Dio pieno di gloria, ma di un crocifisso; obbligando, su la semplice parola di Dio, il mondo a credere che questo crocifisso è il Salvatore del mondo e piegandolo a venerare e praticare la legge di Gesù Cristo, benché ripugnante alla natura e alla carne… 7° Perché i lupi sono divenuti agnelli, i persecutori cambiati in modelli di dolcezza e in difensori ardentissimi della religione.
Il celebre e grave Tertulliano così parla della potenza ed efficacia della parola di Dio: Salomone regnò, ma solamente su la Giudea da Dan fino a Bersabea; Dario imperò su la Babilonia e sul paese dei Parti, ma non altrove; Faraone dominò sull’Egitto. Nabucodonosor ebbe il suo regno limitato dalla Giudea e dall’Etiopia; Alessandro Magno non comandò mai all’Asia intiera, e sovente ora l’una ora l’altra delle contrade soggiogate, scuotevano il suo giogo. Lo stesso si deve dire dei Brettoni, dei Germani, dei Mauritani. I Romani medesimi si arrestarono in certi confini. Ma per la potenza della parola di Dio, il nome e il regno di Gesù Cristo si estesero in tutte le regioni del globo; tutti i popoli credono in lui, tutte le nazioni lo servono; egli regna in ogni luogo, è adorato dappertutto; egli accoglie ugualmente tutti gli uomini, egli è re, giudice, maestro e Dio dell’universo (Apologetico).
«Riprendi i peccatori, in presenza di tutti i fedeli, affinché siano tutti presi da timore», scriveva S. Pietro a Timoteo (I, V, 20). Perché, come dice il Salmista: «La voce del Signore tuona con forza, si mostra con magnificenza, spezza i cedri del Libano; li fa saltellar come capretti e come cerbiatti. La voce del Signore apre i mari e ne fa uscire la fiamma, scuote le solitudini e mette lo spavento nel deserto (Psalm. XXVIII, 4-6). Il Signore darà una voce piena di potenza a quelli che evengelizzano; darà alla sua voce l’eloquenza della forza» (Psalm. LXVII, 12, 35).
«In quel tempo, dice Isaia accennando ai giorni del Cristianesimo, sonerà forte la tromba della parola di Dio, e quelli che si erano smarriti su la terra verranno, e adoreranno il Signore su la montagna santa» (ISAI. XXVII, 13). «Non sono forse le mie parole, dice il Signore, come fuoco, e come martello che spezza il sasso?» (IEREM. XXIII, 29).

4. PREZIOSI EFFETTI DELLA PAROLA DI DIO. – «Ogni scrittura ispirata da Dio, dice S. Paolo a Timoteo, è utile per insegnare, riprendere, ravviare, istruire nella giustizia, affinché l’uomo di Dio sia perfetto ed atto ad ogni opera buona» (II Tim. III, 16-17). «La parola di Dio è un fuoco che brucia, per purificare la coscienza del peccatore, non lo arde per perderlo (In Psalm. CXVIII. Serm. XVIII)», nota S. Ambrogio. Perciò il Salmista diceva: «Insegnerò ai malvagi la vostra parola, o Signore; e gli empi si convertiranno» (Psalm. L, 14); «perché la parola di Dio infiamma» (Psalm. CIV, 19).
« L’amore perfetto di Dio, scrive S. Giovanni, sta nell’osservare la parola di Gesù Cristo; da questo noi conosciamo se siamo in lui» (I IOANN. II, 5). L’anima virtuosa, dice S. Bernardo, cerca questa parola che corregge, che istruisce, che fortifica la virtù, che prepara alla sapienza, che orna il cuore, che unisce l’anima a Dio e la rende feconda in buone opere, che colma di felicità (Serm. LXXIV). Perciò il Salmista cantava: «Io ascolterò quello che il Signore parlerà al mio cuore; poiché egli farà udire parole di pace sul suo popolo e su i suoi santi, e su quelli che si sono convertiti di tutto cuore» (Psalm. LXXXIV. 8-9).
«Essi erano perseguitati in odio della vostra parola, o Signore, diceva il Savio, ed erano tosto salvati… perché la vostra parola conserva quelli che credono in voi» (Sap. XVI, 11, 26). Perché il popolo di Israele si conservò tra i suoi nemici? Perché ascoltò la parola di Dio, risponde Mosè (Deuter. IV, 33). E il popolo medesimo confessò di aver provato per esperienza che l’uomo cui parla Dio, vive (Deuter. V, 24).
Altra volta Mosè istruendo il popolo intorno al significato mistico della manna, cosa ad essi e ai padri loro sconosciuta prima che fossero nel deserto, dichiarava che Dio aveva fatto questo prodigio, affinché imparassero che l’uomo non vive solamente di pane, ma di ogni parola che esca dalla bocca di Dio (Deuter. VIII, 3). E questo appunto rispose Gesù Cristo a Satana, quando questi osò dirgli: «Se tu sei figlio di Dio, di’ a queste pietre che si cambino in pane» (MATTH. IV, 3-4).
La parola di Dio uccide i nemici dell’anima… «Chi ascolta me, riposerà tranquillo, dice il Signore; e, sciolto da timore di mali, godrà dell’abbondanza» (Prov. I, 33). «Figlio mio, se dài orecchio alle mie parole, se osservi i miei precetti nel tuo cuore, allora comprenderai il timore del Signore, e troverai la scienza di Dio» (PROV. II, 1-5). «Ricevi, figlio mio, i miei insegnamenti, dà retta alla mia voce: perché le mie parole sono vita per chi le trova, e guarigione per ogni uomo» (Prov. IV, 20-22).
«Se duro e insensibile è il tuo cuore, dice S. Bernardo, ricordati dellaScrittura che dice: Dio farà intendere la sua parola e li ammollirà (Psalm. CXL VII). E ancora: non appena il mio diletto aprì bocca, l’anima mia si sentì intenerita (Cant. V, 6). Se sei tiepido e temi di essere rigettato, non cessare di meditare la parola di Dio, ed essa t’infiammerà perché è tutto fuoco (Serm. LXXIV)». Le parole sagge, e quindi a ben più forte ragione la parola di Dio, sono paragonate dallo Spirito Santo ad un favo di miele; formano la gioia dell’anima e la sanità del corpo (Prov. XVI, 24). Il miele nutrisce, addolcisce, guarisce, e tali sono anche gli effetti che produce la parola di Dio. Il miele nutrisce: la parola di Dio è pane vivificante, al quale si può applicare quello che Gesù disse dell’Eucaristia: «Chi mangia questo pane, vivrà in eterno» (IOANN. VI, 59). Il miele addolcisce, la parola di Dio allevia i dispiaceri, le noie, le amarezze, le ire, le invidie che straziano l’anima, la rodono e consumano. Il miele guarisce, la parola di Dio, piena di soavità, corregge i cattivi costumi. Il miele rinforza; la parola di Dio accresce vigore all’anima; l’aiuta a fare grandi cose, a sostenere penosi tormenti.
«Ogni parola di Dio è fiamma e scudo» (Prov. XXX, 5), leggiamo neiProverbi; una fiamma benefica, dice S. Ambrogio, la quale riscalda, e non brucia che i vizi. Raffina l’anima, consuma l’errore (In Psalm. CXVIII. Serm. XVIII). In altro luogo, il medesimo Santo Padre nota questi tre effetti nella parola di Dio: purificare, illuminare, infiammare (In Psalm. CXVIII, Serm. XVIII). Sì, la parola di Dio è fuoco, perché consuma e distrugge la ruggine e le macchie del peccato, delle passioni, dei vizi. Così l’intende S. Gerolamo, secondo il quale la parola divina è chiamata fuoco, perché rende l’anima che l’accoglie, simile ad oro purificato nel crogiuolo (In Psalm. XVII).
La parola di Dio fa su l’anima e sul cuore quei medesimi effetti che fa il fuoco sopra una materia a lui conveniente. Considerate dunque quali sono le qualità del fuoco e quali effetti produce, principalmente sui metalli, come l’oro, l’argento, il ferro, e applicateli in mistico senso alla parola di Dio, cioè alla S. Scrittura, alla legge, alle inspirazioni, alle promesse divine. In questo senso Didimo il cieco dichiara che la parola di Dio è paragonata al fuoco; difatti infiamma talmente l’anima, che vi abbrucia e consuma, come paglia, i pensieri e l’amore alle cose terrene (In Psalm. XVII). La parola di Dio è fuoco, commenta la Catena dei Greci, perché brucia tutte le spine e le male erbe che nascono nell’anima: scevera quello che vi è di puro e procura la salvezza… Perciò la parola di Dio è somigliata al fuoco, per indicare l’efficacia e la forza di penetrazione che vi è in lei, tanto che essa penetra fino al fondo dell’anima, la purifica, la rischiara, l’infiamma, la divinizza. Facendo fondere l’oro e l’argento, il fuoco li purifica dalla loro scoria e li rende risplendenti; così pure la parola di Dio, infiammando l’anima, la spoglia di ogni affetto meno puro e la veste di sentimenti preziosissimi agli occhi di Dio e dei cristiani, di affezioni celesti che trasformano l’uomo terreno e carnale in uomo santo. Questo appunto vuole indicare il profeta Malachia quando, parlando di Gesù Cristo, dice: «Egli sarà come fuoco divoratore, sederà colando e appurando l’argento; egli purificherà i figliuoli di Levi come oro e argento passato al crogiuolo e allora offriranno al Signore sacrifizi di giustizia» (MALACH. III, 2-3).
«La parola di Dio, scrive Solonio, è chiamata dalla Scrittura fuoco e scudo, perché accende del fuoco della carità i cuori degli eletti che mettono la loro speranza in Dio, e li illumina della scienza della verità; perché consuma la scoria dei vizi che in loro trova, e li rende puri; finalmente, perché li difende contro le miserie dei nemici e dalle avversità (In Epistola ad Ephes.)».
Alla parola di Dio si dà anche il nome di freccia, perché colpisce mortalmente lo spirito orgoglioso e il cuore corrotto. Commentando quelle parole del Salmista: «I vostri dardi, o Signore, restarono confitti dentro di me» – così scrive: Colui che predica la parola di Dio, lancia saette; e quando l’adopera a castigo e correzione, trafigge con un dardo celeste il cuore del suo uditore (In Psalm. XXXVII).
A proposito di quelle altre parole del Salmista: «Le frecce del potente sono aguzze, divorano come carboni ardenti» (Psalm. CXIX, 4), E S. Agostino fa questo commento: «Le saette aguzze del potente sono le parole di Dio. Ecco che questi dardi sono scoccati e trafiggono; ma quando i cuori sono feriti dalle saette della parola del Signore, la morte ne esce e l’amore vi entra. Il Signore sa lanciare frecce per farsi amare, e nessuno meglio di lui ottiene questo scopo (In Psalm. VII)».
Anche Isaia chiamò la parola di Dio: spada acuta, e dardo scelto (ISAI. XLIX, 2). La parola di Dio trapassa e uccide i vizi e i peccati, affinché la carne, cioè la vita animalesca, perisca e lo spirito viva. La predicazione del Vangelo abbatte i delitti, le passioni, le cupidigie, i demoni, secondo quelle parole di Gesù Cristo: «Non pensate già che io sia venuto a portare la pace nel mondo; non la pace vi ho portato, ma la spada» (MATTH. X, 34); cioè: la mia parola farà guerra al demonio, al mondo, alle passioni… Dalla bocca di Gesù Cristo usciva, dice S. Giovanni, una spada a doppio taglio (Apoc. I, 16). La parola di Dio è infatti un’arma che serve a due fini: distrugge i vizi e protegge le virtù.
A queste verità accenna sicuramente S. Paolo, quando esorta gli Efesinia vestire l’armatura di Dio, affinché possano resistere saldi e immobili nel giorno cattivo; a stare fermi, cinti i reni con la verità, indossata la corazza della giustizia, e pronti i piedi a portare dappertutto il Vangelo di pace; ad imbracciare in ogni frangente lo scudo, per poter respingere gli infocati dardi del nemico; a coprirsi il capo dell’elmo di salute e brandire la spada dello spirito che è la parola di Dio (Eph. VI, 13-17). Ecco come dev’essere il soldato di Gesù Cristo, che annunzia il Vangelo. Tutte le armi di cui qui si fa menzione, sono date al cristiano che ascolta, medita e pratica la parola di Dio.
Alla parola di Dio convengono quei detti dell’Ecclesiastico: «Lo nutrirà del pane della vita e dell’intelligenza, l’abbevererà dell’acqua della sapienza e della salute; si radicherà in lui ed egli non sarà più smosso. Lo sosterrà e non patirà confusione; lo porrà in credito presso i suoi prossimi, ed egli parlerà in mezzo all’assemblea: lo empirà dello spirito dell’intelligenza e di sapienza, lo coprirà di gloria. Gli radunerà tesori di gioia e di letizia e gli farà un nome eterno: Gli insensati non comprenderanno questa parola vivificante, ma i prudenti le andranno incontro… I mentitori non se ne ricorderanno, ma le persone sincere se ne muniranno e cammineranno felicemente fino a che vedano Dio» (Eccli. XV, 3-8).
«Stillino come pioggia i miei insegnamenti, scendano come rugiada i miei sermoni, come pioggia su l’erba, come gocce d’acqua su le piante» (Deuter. XXXII, 2). Queste parole indicano: l° l’abbondanza di sapienza che in lei si trova; 2° la sua soavità; 3° la sua fecondità…; 4° la sua origine. Essa viene dal cielo e non dalla terra. Perciò S. Gregorio chiama i dottori e i predicatori Iadi, cioè stelle della pioggia. Spandendo la divina parola come benefica pioggia, il cristiano produce tre frutti: 1° loda Dio con sapienza; 2° regola se medesimo prudentemente, secondo il consiglio e la direzione di Dio; 3° istruisce e salva il prossimo.
Leggiamo nell’Ecclesiastico, che il Signore dirigerà i consigli e le istruzioni del savio; ed esso mediterà gli arcani di Dio (Eccli. XXXIX, 10). Il Signore dà all’apostolo fedele lo spirito d’intelligenza, affinché sappia quando, dove e come annunziare la parola divina; egli regola i disegni della sua buona volontà e la prudenza dei suoi insegnamenti; lo l’avvalora colmandolo d’interiori conforti, affinché tra le contrarietà e le avversità del mondo adempia senza timore, con energia e zelo le sue funzioni. Il Signore reggerà i consigli e gli ammaestramenti dell’apostolo e questi condurrà i suoi uditori ad opere rette, sode, ferme, perseveranti; di modo che i suoi discepoli non vacilleranno né per violenza nemica, né per tentazioni, né per prove… «Egli manifesterà, continua il Savio, la regola di condotta che risulta dalla sua dottrina e si glorierà nella. legge dell’alleanza del Signore. Loderà il popolo la sua sapienza che non cadrà mai in oblio; la sua memoria non si scancellerà mai dalla mente degli uomini, e il suo nome passerà di generazione in generazione. Le nazioni narreranno la sua sapienza e l’assemblea dei vecchi ne farà gli encomi. Vivo, il suo nome sarà più celebre che quello di mille altri; morto, sarà felice» (Ib. 12-15).
Tutti i passaggi della sacra Scrittura finora citati descrivono l’efficacia, la forza, i frutti, i vantaggi della parola divina la quale in fine è poi Gesù Cristo medesimo. Egli come Verbo del Padre ne è la spada; è lucido e scelto dardo di cui si servirono gli Apostoli e gli altri Santi; è saetta di amore nella faretra della sua umanità. Il Verbo scocca questa freccia dove vuole e l’infigge con la sua parola, con le avversità, con le afflizioni: con esse ferisce, apre, penetra le anime dei fedeli, e ne distrugge i vizi e le imperfezioni. Così parlano i santi Gerolamo, Cirillo e Giovanni Crisostomo. Trapassato da questa freccia, Geremia diceva: «Seguendo te come mio pastore, ho trovato riposo» (IEREM. XVII, 16); e Davide: «L’anima mia si è unita a te » (Psalm. LXII, 8); e S. Pietro: «Voi sapete, Signore, se io vi amo» (IOANN. XXI, 15); e S. Paolo: «Chi mi separerà dall’amore di Cristo?» (Rom. VIII, 35); e la Sposa deiCantici: «Io languisco di amore» (II, 5). L’amore di Dio e di Gesù Cristo, ecco la freccia che vivifica dando la morte, che vivifica la virtù e uccide il peccato, scrive S. Ambrogio (In Psalm. CXVIII).
Che felicità, esclama Origene, essere trafitto da questa freccia! (In Psalm. XXXVIII). Essa fu piantata nel cuore di Maddalena, di Pietro, di Saulo, di Agostino e di tutti i peccatori convertiti. E quale è la saetta? La parola di Dio. Feriti gli Apostoli e tutti i Santi di quest’arma celeste, la lanciarono anch’essi alla loro volta, predicando gli insegnamenti della divina parola e pregando con fervore. Furono essi medesimi saette che ferirono il mondo perverso e lo curarono.
S. Giovanni racconta nell’Apocalisse, che udì una voce simile al rumore del tuono, che gli disse: Vieni e vedi. Guardò e gli parve innanzi un cavallo bianco, con sopra un cavaliere che teneva in mano un arco; gli fu data una corona e partì vincitore per vincere ancora (Apoc. VI, 2). Il cavallo bianco figura gli apostoli, i dottori, i pastori di tutti i secoli. Colui che lo cavalca è Gesù Cristo; l’arco e le saette sono la predicazione del Vangelo; la corona significa la vittoria che porta la parola di Dio, la conversione dei peccatori e il trionfo che ne è la conseguenza.
«Il Signore, dice Isaia, mi ha dato una lingua eloquente, affinché sostenga con la mia parola l’afflitto e il tribolato» (ISAI. L, 4). I predicatori annunziano e fanno conoscere tre cose: Gesù Cristo, la felicità, e la salute eterna dell’anima e del corpo… «Porgete orecchio e venite a me, dice il Signore: ascoltate e l’anima vostra avrà vita, ed io contrarrò con voi l’eterna alleanza di misericordia, promessa al mio servo David» (ISAI. LV, 3). Come la pioggia e la neve cadono dal cielo e più non vi ritornano, ma penetrano la terra, la fecondano, e fanno germogliare la semenza, speranza del coltivatore; così la mia parola non ritornerà a me senza frutto; compirà quello che io ho voluto e prospererà in quelli a cui l’ho inviata. Voi uscirete nella gioia e camminerete nella pace, e il Signore sarà conosciuto con un nome eterno (Ib. 10-13).
Per bocca di Geremia, il Signore dice: «Udite la mia parola, ed io sarò vostro Dio e voi sarete mio popolo; camminate per la strada che io vi ho indicato, affinché ne abbiate bene» (IEREM. VII, 23). Il medesimo Geremia poi dice al Signore: «Ho trovato i vostri insegnamenti e me ne sono nutrito; e la vostra parola è divenuta la gioia e la letizia del mio cuore» (IEREM. XV, 16).
«Viva ed efficace è la parola di Dio, dice S. Bernardo; entrata nell’anima, la scuote dal suo sonno; muove, ammollisce, trapassa il cuore che prima era duro e infermo. Inoltre comincia a schiantare, distruggere, edificare, piantare; a irrigare quello che era arido, a illuminare quello che era tenebre, ad aprire quello che era chiuso, a infiammare quello che era ghiaccio, a raddrizzare quello che era tortuoso, ad appianare quello che era montuoso, di modo che allora l’anima benedice il Signore e tutte le sue facoltà lodano il suo santo nome (Serm. LXXIV)».
«Se ascolteranno e osserveranno la parola del Signore, dice Giobbe, passeranno i giorni loro nella felicità e gli anni nella gloria» (IOB. XXXVI, 11). Questo concorda con la sentenza di Gesù Cristo: «Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica» (Luc. XI, 28). Il mondo cieco ignora dove sia la vera felicità; la colloca nelle ricchezze, negli onori, nei piaceri, e s’inganna. Solo Gesù Cristo sa dove si trova e dice: Beati quelli che ascoltano e praticano la parola di Dio. E ciò è tanto vero che, secondo l’osservazione di S. Bernardo, non sarebbe giovato nulla a Maria il titolo di madre di Dio, se non avesse portato Gesù Cristo meglio nel cuore che nella carne. Più avventurata è dunque Maria per aver ricevuto la fede di Cristo, che per aver concepito la carne di Cristo (Serm. LXXIV).
Ecco che cosa dice Gesù Cristo medesimo: «Vi dò mia fede, che chi osserva la mia parola, non vedrà morte in eterno (IOANN. VIII, 51). E ancora: «Se alcuno mi ama, costui osservi la mia parola, e il padre mio lo amerà, e noi verremo in lui e in lui dimoreremo» (IOANN. XIV, 23). O preziosa promessa! Essa c’insegna come si trovi Dio, come si possieda! L’augusta Trinità viene a noi, dice S. Agostino, quando noi andiamo a lei; essa viene a noi per aiutarci, illuminarci, colmarci di grazia; noi andiamo a lei obbedendo, considerando, intendendo (Tract. LXXVI in Ioann).
«La fede viene dall’udito, scrive S. Paolo, e l’udito per la parola del Cristo» (Rom, X, 17). La parola di Dio procura dunque il dono sublime della fede e non solamente della fede, ma di tutte le virtù…
Gli scrittori inspirati consegnarono nei libri santi la dottrina della sapienza e della scienza: «Beato colui, esclama l’Ecclesiastico, che si occupa di questi utili insegnamenti! Chi li conserva nel cuore, sarà sempre saggio; se li mette in pratica, sarà idoneo ad ogni cosa, perché la luce di Dio guiderà i suoi passi» (Eccli. L, 30-31).
Che vantaggi inestimabili procura mai la parola di Dio! Che felici effetti, che frutti copiosi essa produce, quando si è ben disposti a riceverla e profittarne!…

5. LA PAROLA DI DIO PARAGONATA A UN SEME. – «La parola di Dio è un seme», disse Gesù Cristo (Luc. VIII, 11); e questi sono i tratti di somiglianza: 1° Come la semenza è gettata nella terra, così la parola di Dio è seminata nelle anime che sono il campo del Signore. 2° Il seme confidato alla terra vi germoglia, la parola di Dio deve germogliare nei nostri cuori. 3° le semenze contengono in germe tutti i vegetali; la parola di Dio è il principio di tutte le virtù e di tutte le grazie. 4° Se la terra non fosse seminata, non produrrebbe che spine e male erbe; senza la parola di Dio i nostri cuori non darebbero che peccati… 5° Perché fruttifichi, il buon seme deve avere buona terra: perché germogli virtù, la parola di Dio richiede anime docili e ben disposte… 6° Prima che produca la terra dev’essere lavorata; perché la parola di Dio sia feconda, i nostri cuori devono essere solcati dal vomero della penitenza. 7° La semenza abbisogna di pioggia e di sole; l’anima ha bisogno che la parola di Dio sparga sopra di lei la pioggia della grazia, la luce delle buone ispirazioni, il calore della carità. 8° Perché si moltiplichi, è necessario che il seme si spogli del suo guscio e marcisca; affinché la semenza della parola di Dio moltiplichi in noi i suoi effetti, è necessario che l’anima nostra svesta gli affetti terreni e muoia a se stessa. 9° La semenza deve germogliare, svilupparsi, fiorire e maturare; lo stesso dev’essere della parola di Dio nei nostri cuori. 10° Tutta la potenza della pianta e dei suoi fiori, dell’albero e dei suoi frutti sta nel seme; tutte le virtù stanno nella parola di Dio. 11° Ciascun grano produce
un vegetale; ciascuna delle sentenze del Vangelo reca il suo frutto: la fede, per esempio, la speranza, l’obbedienza, la castità e simili. 12° Ci vuole il simultaneo concorso del terreno e del seme, affinché questo germogli e fruttifichi; bisogna che l’anima si unisca alla parola di Dio, affinché sia in condizione di dare il centuplo. 13° La terra fruttifica in ragione della sua bontà e coltura: la parola di Dio opera in un cuore a misura delle sue disposizioni.

6. NECESSITÀ PER I PASTORI DI ANNUNZIARE LA VERA PAROLA DI DIO. «Se io annunzio il Vangelo, non devo averne gloria, scriveva S. Paolo aiCorinzi, perché ne ho l’obbligo; guai a me se non evangelizzo!» (I, IX, 16).
Dobbiamo guardarci attentamente dal corrompere la parola di Dio: «Noi non siamo; diceva l’Apostolo delle genti, di quei molti, i quali adulterano la parola di Dio; ma noi parliamo nel Cristo con sincerità, come da Dio e in faccia a Dio» (II Cor II, 17). Perciò raccomandava a Tito che diffondesse la sana dottrina (II, 1); e a Timoteo ora inculcava che nel predicare avesse per modello le sane parole che aveva inteso da lui nella fede e nell’amore che sono in Gesù Cristo (II, I, 13); ora a conservare, per mezzo dello Spirito Santo che abita in noi, il buon deposito da lui confidatogli, anche a costo di sostenerne travagli, come buon soldato di Gesù Cristo (II, I, 14), (Ibid. II, 3); ora a procurare con diligenza, di essere agli occhi di Dio fedele dispensatore della parola di verità, evitando i discorsi profani e inutili (Ibid. 15-16); ora ad annunziare la parola, insistendo a tempo e fuori tempo, rimproverando, supplicando, correggendo con longanimità ed eloquenza (Ibid. IV, 2).
«Se alcuno parla, dice l’apostolo S. Pietro, la sua parola sia come parola di Dio» (I, IV, 11). E già il Savio aveva detto: «Le labbra dei sapienti spargeranno la scienza» (Prov. XV, 7). Quindi il Signore dice nell’Apocalisse al Vescovo di Sardi: «Sii vigilante; ricordati di quello che bai ricevuto e inteso, e serbalo intatto» (Apoc. III, 2-3).
Non è lecito a colui che fu investito della dispensazione della parola di Dio, di trascurare il sacro uffizio della predicazione. A lui è infatti ordinato da Gesù Cristo nella persona di Pietro, di pascere le pecore del Signore (IOANN. XXI, 17); e S. Pietro dice a tutti i banditori della parola divina: «Pascete la greggia di Gesù Cristo, che a voi è confidata, e fatevene veri modelli» (I, V, 2-3). Ma ricordate che se sta scritto: «Guai a me, perché ho taciuto» (ISAI. VI, 5), sta anche scritto: «Guàrdati dall’aggiungere nulla alle parole di Dio, se non vuoi essere ripreso come bugiardo» (Prov. XXX, 6).
I predicatori devono imitare il lavoratore che semina il grano. 1 ° Questo vaglia il suo grano e lo pulisce dal loglio, ecc.; il predicatore deve vagliare la parola di Dio e tenerla monda di ogni errore… 2° il lavoratore porta con sé il grano che consegna alla terra; chi deve spargere nei cuori la divina semenza, deve possederla egli il primo per mezzo dello studio e della pietà… 3° Il bifolco sparge il seme volentieri e liberalmente, sperando copioso raccolto; Il predicatore deve spargere con gioia e in abbondanza la parola di Dio su le anime, sperandone larga messe, per sé e per i suoi uditori, in questa e nell’altra vita.
Coloro che sono chiamati al ministero della parola evangelica, ascoltino quello che Dio diceva ai profeti dei quali essi sono i successori: Ascendete su la vetta del monte, voi che evangelizzate Sionne: «Gridate e non vi stancate di gridare; fate rimbombare la vostra voce come la tromba; annunziate al mio popolo i suoi delitti, alla casa di Giacobbe le sue prevaricazioni» (ISAI. LVIII, 1). E per bocca di Geremia: «Chi ha la mia parola, la esprima fedelmente» (XXIII, 28). «Figliuolo dell’uomo, dice a Ezechiele, io ti ho messo come sentinella nella casa di Israele; tu udirai la parola dalla mia bocca e loro l’annunzierai da parte mia. Se quando io dico all’empio – tu morrai – non gliela manifesti e non gli parli per timore che si ritragga dall’empia sua via e viva, l’empio morrà nel suo peccato, ma a te dimanderò conto del suo sangue». – Se poi glielo significhi, ed egli si ostina nella sua colpa e nella sua vita dissoluta, egli morrà nel peccato, ma tu avrai salvata l’anima tua (EZECH. III, 17, 19).
È dunque obbligato, colui che ha cura di anime, a predicare la parola di Dio; ma anche il cristiano è obbligato di ascoltare questa parola… «Se voi non mi date orecchio, diceva S. Agostino al suo popolo, . non per questo io tacerò, e salverò l’anima mia, ma non voglio salvarmi senza di voi. Voi che ricusate di udirmi, siete nemici del medico ed io sono nemico della vostra malattia; voi odiate lo zelo con cui io vi avverto, ed io detesto la peste che vi uccide (Homil. XXVIII inter L)».
Insomma e i predicatori e i fedeli devono adempire gli obblighi che Dio loro impone: quelli con l’annunziare la vera parola di Dio, e non idee profane od errori; annunziarla sovente senza stancarsi e scoraggiarsi; annunzi arIa con forza, prudenza, scienza, non temendo nessuno; questi con l’ascoltarla, tenerla in riverenza, metterla in pratica e dire sovente a se stessi che avranno da rendere conto dell’abuso che ne avessero fatto.

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Ma che cos’è il Vangelo o Sacra Scrittura ? Che valore ha?

1. Che cosa è la Sacra Scrittura?
2. Differenza tra l’antica e la nuova Legge. ­
3. Necessità della Scrittura o della Rivelazione.
4. I quattro Evangelisti. ­
5. Diversi sensi della Scrittura.
6. Antichità del Vangelo.
7. Eccellenza della Sacra Scrittura.
8. La Sacra Scrittura contiene la vera scienza.
9. Il Vangelo dà la vera libertà.
10. Santità del Vangelo.
11.Vantaggi della Sacra Scrittura.
12. Come bisogna leggere e studiare la Sacra Scrittura. ­
13. Mezzi per profittare della Sacra Scrittura.

1. CHE COSA È LA SACRA SCRITTURA? – Ci dicono S. Atanasio e S. Agostino, che S. Antonio chiamava la Sacra Scrittura «una lettera in­viata dal cielo agli uomini (August. in Psalm. XC)». Non altrimenti si esprime S. Gregorio Magno, che la chiama «un’epistola dell’Onnipotente alla sua creatura (Lib. IV, epist. LXXXIV)». E infatti, dice S. Cipriano, «lo Spirito Santo è colui che dettò e scrisse la Sacra Scrittura; i Profeti (gli Evangelisti, gli Apostoli) non erano che la mano, o meglio, la penna che vergava quello che lo Spirito Santo dettava (Serm. de Eleem)». Che cosa è il Vangelo? È il libro di Gesù Cristo; la filosofia di Gesù Cristo; la teologia di Gesù Cristo; è la preziosa, la buona novella della redenzione; è la grazia, la salute eterna del genere umano, arrecata al mondo da Gesù e concessa ai credenti.

2. DIFFERENZA TRA L’ANTICA E LA NUOVA LEGGE. – L’Antico Testamento è il Nuovo Testamento nascosto sotto figura; il Nuovo è l’Antico svelato e dichiarato. «Il Nuovo Testamento, dice S. Wilibaldo, è in confronto all’Antico, quello che è la luce in confronto dell’ombra, quello che è la verità in confronto della figura, l’anima in confronto del corpo, la vita in confronto di ciò che essa vivifica. Infatti, come il corpo riceve vita dall’anima, così le promesse dell’antico Testamento ricevettero la loro dichiarazione e il loro avveramento dalla verità manifestataci da Gesù Cristo nel Nuovo (in eius vita a Philipp. Episc.)». La differenza fra l’antica e la nuova legge, consiste, 1° nel loro autore; quella fu promulgata da Mosè e poi dai Profeti; questa fu dettata da Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo… 2° L’antica è meno perfetta della nuova… 3° L’antica non è che un’ombra della nuova; il Vangelo è la verità nel suo chiarore…4° La prima era legge di timore, la seconda è legge di amore… 5° La legge prometteva beni terreni e perituri; il Vangelo promette la grazia, il cielo e vi ci conduce… 6° La legge era giogo pesante e grave; il Vangelo è giogo dolce e leggero… 7° La legge era la via verso Gesù e il Vangelo; il Vangelo e Gesù Cristo sono il termine della legge (Rom. X, 4)… 8° La legge fu data ai soli Giudei; il Vangelo, a tutte le nazioni… 9° La legge era temporanea; il Vangelo durerà in eterno… 10° Quella era imperfetta; questo è perfetto, sia in ordine al dogma, sia in ordine alla morale… 11° L’antica legge era come una legge di schiavitù; la nuova è legge di libertà, di beneficenza universale, di carità… 12° La legge imponeva solamente dei comandi e non oltrepassava ciò che è conforme alla natura; il Vangelo dà precetti e consigli, insegna e insinua cose soprannaturali e divine… 13° La legge propone all’intelligenza il precetto puro e semplice; il Vangelo offre la grazia insieme con i precetti e i consigli, affinché si adempiano e gli uni e gli altri… 14° La legge non ha fatto nessun apostolo; il Vangelo ne ha prodotto moltissimi…

3. NECESSITÀ DELLA SCRITTURA o DELLA RIVELAZIONE. – «Oltre gli insegnamenti della filosofia è necessaria, dice S. Tommaso, alla sa­lute del genere umano, una certa dottrina insegnata da Dio (1.a l.ae q. art. 1)». Quest’insegnamento o rivelazione è necessaria per conoscere le cose che superano l’intelletto umano e le forze della natura. La rivelazione è anche necessaria, dice lo stesso Dottore, nelle cose stesse che la filosofia può scoprire con la luce naturale; poiché queste verità intravvedute dalla filosofia non si manifestano che ad un piccolo numero di uomini e solo dopo lunghi studi, e non mai scevre affatto di errori. Ci bisogna dunque una verità rivelata che diriga la filosofia, corregga gli errori e sia facilmente conosciuta da tutti, in modo positivo e certo. Ora, per questo, non è sufficiente la luce naturale.

4. I QUATTRO EVANGELISTI. – Con diversi simboli sono raffigurati i quattro Evangelisti, secondo la diversa indole della loro narrazione. S. Matteo viene rappresentato con accanto una testa d’uomo, perché racconta in modo speciale la vita di Gesù Cristo come uomo. Vicino a S. Marco si dipinge un leone, perché quest’Evangelista mette particolarmente in mostra la potenza e la sovranità di Gesù Cristo. S. Luca si appoggia a un bue, perché nel suo Vangelo Gesù ci compare sotto lo speciale titolo di vittima destinata a surrogare tutte le vittime antiche. S. Giovanni finalmente ha per emblema l’aquila, per dinotare che carattere suo speciale fu di penetrare fino nel seno del Padre, e di qui svelarci la divina origine di Gesù Cristo. S. Matteo dunque ci espone l’umanità del Salvatore; S. Marco, la sua sovranità; S. Luca, il suo sacerdozio; S. Giovanni, la divinità.

5. DIVERSI SENSI DELLA SCRITTURA. – Quattro sono i principali sensi contenuti nella Bibbia; il senso letterale che narra i fatti; l’allegorico che indica quello che si deve credere; il tropologico, o morale; che indica quello che si deve fare; l’anagogico che accenna quel che s’ha da sperare (*).

[ * Il Lirano ha compreso questi sensi nel seguente distico: – Littera gesta docet; quid credas, allegoria; – Moralis, quid agas; quid speres, anagogia]

La città di Gerusalemme, per esempio, nel significato letterale mostra la capitale della Giudea; nell’allegorico, figura la Chiesa di Gesù Cristo; nel morale, rappresenta l’anima fedele; nell’anagogico simboleggia la patria celeste. Si aggiunge comunemente un quinto senso che è l’accomodatizio o interpretativo. Si è liberi di servirsi di tutti questi sensi, purché non si offenda né il dogma, né la morale, né il culto approvati dalla Chiesa. Gravissimo delitto è poi sempre torcere a sensi nefandi o peggio, falsificare le Sacre Scritture. «Conserva, o Timoteo, scriveva S. Paolo, il buon deposito, per mezzo dello Spirito Santo che abita in noi, schivando la profana novità dei vocaboli, e i cavilli di una scienza che non merita questo nome» (II, I, 14 – I, VI, 20).

6. ANTICHITÀ DEL VANGELO. – S. Paolo scrive: «Paolo, servo di Gesù Cristo, chiamato all’apostolato, eletto ad annunziare il Vangelo, già prima promesso da Dio per mezzo dei profeti nelle Sacre Scritture» (Rom. I, 1-2). Queste parole vogliono dire: Il Vangelo che io vi annunzio non è cosa nuova, né trovata da poco tempo, né inven­tata da me o da altri, ma è l’opera decretata da Dio fin dall’eternità. Perciò esso fu altre volte promesso da tutti i santi profeti, come cosa preziosa, salutare, certa, verissima, divina, annunziata, confermata e consolidata nel corso dei secoli; e in questo senso si deve intendere il detto di Cicerone: «La verità è figlia del tempo» – Temporis mia veritas (Offic.). E poi non è forse vero che l’antica legge conteneva in germe la nuova?…

7. ECCELLENZA DELLA SACRA SCRITTURA. – S. Paolo dice che il nostro Salvatore Gesù Cristo distrusse la morte e fece splendere la vita e l’incorruttibilità per mezzo del Vangelo… Infatti ogni scrittura inspi­rata da Dio è utile a insegnare, a riprendere, a correggere, ad istruir nella giustizia; affinché l’uomo di Di,o sia perfetto, e atto ad ogni opera buona (II Tim. I, 10), (Ibid. III, 16-17)… La Sacra Scrittura è un largo fiume, su le cui sponde verdeggiano alberi vigorosi ed altissimi, che sono i Santi.
Di lei, e particolarmente del Vangelo, Dio dice: «Ascolta, o po­polo, la legge uscirà dalla mia bocca; la mia giustizia illuminerà i popoli e si poserà in mezzo a loro» (ISAI. XLI, 4). La legge evangelica è chiamata giustizia, perché offre agli uomini la giustificazione, affinché vivano nella giustizia, nella pietà, nella santità. E chiamata giustizia, perché chi la riceve è giudicato degno del cielo e chi la ri­getta è da lei condannato all’inferno… Così ricca, così preziosa, così ben diretta è dallo Spirito Santo la Sacra Scrittura, che si confà a tutti i luoghi, a tutti i tempi, a tutte le persone; aiuta a superare le difficoltà, i pericoli, le malattie; a scacciare i mali, a procacciare i beni, a spegnere gli errori, a distruggere i vizi, a far fiorire ogni sorta di virtù.
Perciò non vi è da stupire se S. Giovanni Crisostomo scriveva: «La Sacra Scrittura è il regno dei cieli, ossia la beatitudine alla quale conduce; Gesù Cristo, nostra ragione e nostro verbo, ne è la porta; i sacerdoti ne sono i portinai; la chiave è parola della scienza; l’a­pertura è l’interpretazione fedele della medesima (In Catena)». Ugo da S. Vit­tore la celebra come il libro della vita, la cui origine viene dall’es­senza eterna e spirituale; scrittura indelebile, vista desiderabile, dot­trina facile, scienza dolce, profondità incommensurabile, unione di tutte le verità, le quali però ne formano fra tutte una sola (Tract. de Arca Noe). Anche l’abate Ruperto osserva che questo libro della Sacra Scrittura è uno solo, ed è per ciò che porta tal nome; è un solo ed unico libro, perché scritto da un solo Spirito; perché è il tesoro, il tabernacolo della parola di Dio che è una (In Etich.)».

8. LA SACRA SCRITTURA CONTIENE LA VERA SCIENZA. – La Sacra Scrittura è di tutti i libri il più perfetto, di tutte le scienze la più certa, la più augusta, la più efficace, la più saggia, la più utile, la pIù solida, 1a più necessaria, la più estesa, la più sublime. È la sola necessaria, perché è la parola di Dio. Non è Mosè che parla, ma Dio: non sono i patriarchi e i profeti che parlano, ma è Dio. Non sono gli Evangelisti, gli Apostoli che parlano, ma è Dio. Ora Dio possiede ogni scienza e la possiede immune da ogni errore… La verità del Vangelo consiste principalmente in tre cose: 1° nella sincera conoscenza di Dio; 2° nella conoscenza della incarnazione e della redenzione; 3° nella conoscenza della vera felicità.
Il grande Apostolo, dopo di aver detto che Dio ha fatto risplendere la vita per mezzo del Vangelo (I Timoth. I, 10), esorta Timoteo a stare saldo nelle cose che aveva appreso e che gli erano state confidate, ben sapendo da chi le avesse imparate; e gli ricorda come fin da ragazzo avesse conosciuto le sacre lettere che possono istruirlo a sa­lute, per mezzo della fede che è in Cristo Gesù (II Id. III, 14-15). «Il giudizio di Dio illuminerà i popoli», pro­fetava Isaia (LI, 4). La legge evangelica, a cui alludono queste parole, è chiamata giudizio, perché ci insegna quali siano i pensieri e i giudizi di Dio; ci manifesta quello che piace o dispiace a Dio, quello che approva o che condanna.
«Come bambini neonati, cercate il latte spirituale, dice S. Pietro, affinché vi faccia crescere a salute» (1 PETR. II, 2). L’Apo­stolo ci ordina di succhiare del continuo, dalle mammelle della Chiesa nostra santa madre, il latte della dottrina evangelica per istruirei e nutrirci e crescere nella sapienza e nella sanità spirituale. E sapete voi perché questa dottrina è chiamata tale? 1° per indicarne la soavità e la dolcezza…; 2° perché nutre e ingrassa l’anima, come il latte materiale nutre e ingrassa il corpo…; 3° perché purifica l’anima e la rende candida come il latte…; 4° perché è schietta, semplice e naturale come il latte…; 5° il latte è il cibo più appetitoso per i bambini; toglie loro la voglia di altri cibi e procura un dolce sonno; cosi la dottrina di Gesù Cristo forma le delizie dell’anima, la, calma, l’acquieta, e la rende felice nella verità… Sapere e conoscere la Sacra Scrittura, è dunque lo stesso che possedere la scienza della verità e della felicità, la scienza delle scienze.
Ma se a tutti i fedeli importa essere ammaestrati delle sacre carte, è debito tutto speciale di coloro che hanno l’ufficio di dispensarla, l’esserne istruiti a fondo. A loro dice il Signore: «Amate la luce della sapienza, voi tutti che presiedete ai popoli» (Sap. VI, 23). Scorrete i campi deliziosi della Scrittura e come l’ape, cogliete e riponete nell’alveare della vostra memoria i vari odorosissimi fiori del Vecchio e Nuovo Testamento; il giglio della castità, l’oliva della carità, la rosa della pazienza, i grappoli della perfezione spirituale… Tutta la teologia è fondata su la Santa Scrittura; poiché la teologia non è altro che la scienza delle conclusioni ricavate dai principi certi della fede. Da ciò si vede chiaramente che la Sacra Scrittura getta le basi della teo­logia; basi e principi sui quali il teologo forma e dispone le sue dimostrazioni per mezzo del ragionamento.
La Sacra Scrittura contiene in certo qual senso tutto lo scibile umano; abbraccia le scienze naturali e soprannaturali; fa conoscere l’essenza divina medesima con i suoi attributi… La Sacra Scrittura parla del principio delle cose, dell’ordine della natura, di Dio e dei suoi attributi, dell’immortalità dell’anima, della vera uguaglianza, della fraternità, delle pene, delle ricompense, di tutto ciò che esiste; e ne discorre in modo più esatto, più solido, più sublime di quello che non saprebbero fare tutti gli scienziati uniti insieme. S. Basilio dà per regola, che qualunque cosa facciamo o diciamo, procuriamo di appoggiarla su la testimonianza delle divine Scritture, a confor­mazione della fede dei buoni e a confusione dei malvagi (In Etich. Reg. XXVI, c. I).
S. Vincenzo Ferreri, che tante strepitose conversioni ottenne in Francia, in Italia, in Ispagna, in Germania, con le sublimi e commoventi sue prediche, non portava con sé altro libro che la Bibbia, e nient’altro predicava che la Bibbia (In Vita). S. Antonio da Padova citava così spesso e spiegava così bene la Sacra Scrittura, la insegnava e predicava con tanta eloquenza e forza, che il Sommo Pontefice lo chiamò col nome di Arca del Testamento (In Vita).
La Sacra Scrittura è l’arca del Testamento; in essa stanno chiuse tutte le meraviglie, tutte le scienze, tutte le perfezioni. Dobbiamo portare questo libro con gran rispetto, cioè leggerlo, studiarlo, ascol­tarlo con molto desiderio e profonda riverenza. «La continua medita­zione della Sacra Scrittura, fa dell’anima l’arca del Testamento ­», dice Cassiano (Collat.); e S. Gerolamo ci esorta ad avere in noi l’arca del Testamento; ad essere i custodi della legge di Dio, i cherubini della scienza; cosicché il nostro spirito meriti il nome di oracolo (Epist.).

9. IL VANGELO DÀ LA VERA LIBERTÀ. – «Chi mirerà addentro nella legge perfetta della libertà, scrive S. Giacomo, e in essa persevererà, non essendo uditore smemorato, ma fattore di opere, questi nel suo fare sarà beato » (IAC. I, 25). 1° La legge evangelica è la legge perfetta, la legge di libertà e non di servitù qual era la legge antica. La libertà della legge evangelica dataci da Cristo ci libera dai precetti legali e cerimoniali, ma non dai morali, cioè dal Deca­logo; poiché questa legge non obbliga in quanto è legge promulgata da Mosè, ma in quanto è legge di natura, sanzionata da Dio e rinno­vata da Gesù Cristo… 2° Essa libera dal peccato e dalla potestà del demonio e dell’inferno… «La sola vera libertà agli occhi di Dio, è la libertà dal peccato», dice S. Gerolamo (Lib. sup. Matth.). 3° Questa legge libera dalla corruzione e dal timore; di modo che possiamo adempire la legge evangelica, non per timore della vendetta, ma per amore della giu­stizia. I Cristiani non sono schiavi come i Giudei, ma sono figli di Dio..

10. SANTITÀ DEL VANGELO. – La santità del Vangelo consiste: 1° nell’esenzione da ogni errore…; 2° nel culto del vero Dio…; 3° nell’amore e non nel timore servile…; 4° nella dottrina di salute che contiene…; 5° il Vangelo conduce egli medesimo alla santità ed alla perfezione… Nessuno diventa e nessuno è veramente santo, se non a proporzione dell’esattezza con cui osserva il Vangelo; più si osserva, e più si cresce in santità.

11. VANTAGGI DELLA SACRA SCRITTURA. – Secondo la bella osservazione di S. Agostino, quando preghiamo, noi parliamo a Dio; ma quando leggiamo le divine Scritture, Iddio medesimo parla con noi (Serm. XCII, de Temp.); per­ ciò il medesimo Santo diceva: «Le tue sacre pagine, o Signore, for­mano le mie caste delizie; seguendo loro, né posso ingannarmi, né
ingannare (Confess. lib. II, c. II)». Che prezioso vantaggio non è quello di aver sem­pre tra le mani i Libri sacri, di leggere e rileggere a nostro piaci­mento quelle lettere divine che Dio medesimo ci ha consegnato e che sono i testimoni incorruttibili e certi della volontà divina! O dolce e salutare cosa è mai quella di consultare Dio, e consultarlo sovente!… Per la pratica del Vangelo, gli uomini diventano re; acquistare una sovranità non effimera, non terrena, non faticosa, ma durevole, ce­leste, piena di soavità e di consolazioni.
S. Agostino ci assicura che ogni malattia dell’anima trova nella Sacra Scrittura il farmaco conveniente (Epist. ad Votusian.); S. Basilio la chiama una farmacia aperta a tutti e provvista di ogni genere di rimedi effica­cissimi per qualunque sorta di mali (Homil. in Psalm. I). Si, la Bibbia è un tesoro immenso, una farmacia fornitissima di tutto ciò che conviene ai vari tempi, e luoghi, e bisogni, e malori della gente. Essa infuse il coraggio e diede la costanza ai martiri; essa formò i dottori istruendoli e ren­dendoli atti ad istruire gli altri. Essa è la luce della sapienza, il fiume dell’eloquenza, il martello dell’eresia; essa insegna a stare bassi e umili nella prosperità, grandi nell’avversità, laboriosi e vigilanti nelle tentazioni; essa riforma i costumi e li conserva intatti; dà vita e nu­trimento alle virtù; arresta, sradica, distrugge, ogni radice di vizio; essa è, in una parola, via, verità e vita.

12. COME BISOGNA LEGGERE E STUDIARE LA SACRA SCRITTURA. – S. Giovanni Evangelista racconta che vide nella destra di colui che stava assiso sul trono, un libro scritto dentro e fuori, e chiuso con sette sigilli (Apoc. V, l). Qual è questo libro chiuso da sette sigilli? Moltissimi Dottori insegnano che esso è la Sa­cra Scrittura; e nel primo sigillo vedono la profondità della Scrittura in se stessa; nel secondo, la molteplicità dei sensi che racchiude; nel terzo, la varietà delle figure; nel quarto, la sublimità della dottrina; nel quinto, l’oscurità dei misteri; nel sesto, la soavità del senso tropologico; nel settimo, l’ineffabile e trasparente verità mescolata alle cose misteriose… Gesù Cristo ha aperto questo libro suggellato, quan­do, prima di salire al cielo, diede ai suoi Apostoli l’intelligenza delle Scritture (Luc. XXIV, 45). Li confermò in quest’intelligenza e l’accrebbe in loro quan­do mandò sopra di loro lo Spirito Santo.
La Sacra Scrittura è un oceano senza fondo; sublimi, profondi, impenetrabili all’ingegno umano sono i suoi molteplici sensi; di ma­niera che S. Agostino esclamava: Mirabile è la profondità delle vostre Scritture, o Signore; esse non si possono considerare senza timore: timore di rispetto e timore di amore. Altrove confessava essere nella Sacra Scrittura molte più le cose ch’egli ignorava, che non quelle che sapeva (Epist. CXIX). Perciò con grande diffidenza di noi medesimi, e non senza la scorta di eruditi e provati interpreti, dobbiamo imprendere la lettura e lo studio dei libri divini. «Nella Sacra Scrittura, l’umile agnello, secondo la frase di S, Gregorio, nuota; il superbo elefante si annega (Praefat. in lib. mor., c. VI)». S. Gerolamo attesta di se medesimo che fin da fan­ciullo non aveva mai cessato dal leggere e dal consultare i dotti, e non si era mai fidato ai suoi lumi. E’ alla fine si era recato in Ales­sandria a trovare Didimo, perché lo illuminasse e gli sciogliesse tutte le difficoltà che trovava nelle Sacre Scritture (praefat. in Epl, ad Eph.). Altrove, cioè nella lettera a Paolino, il medesimo santo Dottore ricorda come Paolo Apo­stolo si riteneva onorato di avere imparato la legge di Mosè e i Pro­feti ai piedi di Gamaliele.
Ruffino cosi parla dei santi Basilio e Gregorio Nazianzeno: Questi due nobili giovani, i più eruditi di Atene, e stretti in amicizia da tre­dici anni, messi da parte tutti i libri profani dei Greci, fecero loro unica occupazione lo studio delle Sacre Scritture, e ne cercavano l’intelligenza non nel loro ingegno, ma negli autori più dotti e più accreditati, e da quelli che discendevano dagli Apostoli (Histor. 1. II, c. IX). Dimostravano così in se medesimi il contegno del vero saggio il quale, come dice l’Ecclesiastico, interroga la sapienza di tutti gli antichi, studia continuamente nei Profeti; fa tesoro dei detti degli uomini; cerca di penetrare il senso delle parabole e di scoprire il senso occulto deiProverbi (Eccli. XXXIX, 1-3). Fra gli interpreti poi della Sacra Scrittura si devono preferire quelli che alla dottrina accoppiano la santità, perché, come dice S. Gerolamo, «la vita dei Santi è interpreta­zione vivente della Scrittura» (Ep. ad Paulin.). L’esempio degli eretici ci sta dinanzi a mostrarci in quali scogli rompe e in quali errori precipita chi, non secondo l’interpretazione approvata dalla Chiesa, ma a proprio talento, si mette a studiare i Sacri Libri.
La Sacra Scrittura si deve leggere con profondo rispetto: vi erano anticamente nelle chiese due tabernacoli, l’uno dirimpetto all’altro: in uno si conservava la santissima Eucaristia, nell’altro la Bibbia. Prova palpabile ed evidente della riverenza grandissima ed infinita in cui la Chiesa ha sempre tenuto e l’Eucaristia e i Libri Sacri. San Carlo Borromeo non leggeva mai la Sacra Scrittura se non in ginoc­chio e a capo scoperto (In Vita).

13. MEZZI PER PROFITTARE DELLA SACRA SCRITTURA. – l° Bisogna leggere la Sacra Scrittura spessissimo…; 2° leggerla con umiltà…; 3° con purità di cuore…; 4° accompagnare la lettura con la preghiera…; 5° consultare uomini di scienza e di pratica, svolgere buoni commentari. Ecco i mezzi necessari per raccogliere abbondanti frutti dalla lettura e dalla meditazione dei Libri Sacri… Senza la scienza della Bibbia, acquistata per questa via, non si possono dare buoni e zelanti predicatori, veri apostoli.
Lo studio, l’amore al lavoro, il ricorso a Dio sono mezzi indispen­sabili a chi vuol trarre dalla lettura della Sacra Scrittura il profitto che se ne deve aspettare. «Se piacerà al Signore, dice l’Ecclesiastico, egli lo riempirà dello spirito d’intelligenza; e allora questi ti spargerà come pioggia le parole della sua sapienza e confesserà il Signore con la preghiera. Iddio ne dirigerà i consigli e le determinazioni, ed esso indagherà i segreti del Signore. Pubblicherà le lezioni che ha rice­vuto, ed avrà gloria nella legge dell’alleanza di Dio. Il popolo encomierà la sua sapienza; e questa sua sapienza non cadrà mai in oblio (Eccli. XXXIII, 8-9). Quindi la meditazione, la preghiera, la lettura, il lavoro, l’umiltà, la purità, lo studio dei Padri, una condotta pia, sono le chiavi della Sacra Scrittura. Queste chiavi sono un dono del cielo; esse ci vengono da Dio, e a Dio ci conducono aprendoci il cielo (CHRYS. In Psalm.).
Non dimentichiamo poi quella massima di S. Gerolamo, che male si confanno alla spiegazione dei testi sacri le ricercatezze dell’elo­quenza mondana e i fiori di una rettorica tutta profana, ma a loro conviene soltanto l’erudizione e la semplicità del vero (proem. in lib. III,Comment. in Amos.), In questo argomento più che mai convengono quelle parole di Manilio: «Il tema non chiede, anzi sdegna ogni ornamento; di altro non ha bisogno che di essere messo in luce»; e quelle altre di Fabio: «Le grandi cose sono di lustro a se stesse; non si devono imbellettare per renderle amabili» (De Philos.).

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Solenne Elogio della Fede

Ebrei 11

1 La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono. 2 Per mezzo di questa fede gli antichi ricevettero buona testimonianza.
3 Per fede noi sappiamo che i mondi furono formati dalla parola di Dio, sì che da cose non visibili ha preso origine quello che si vede.
4 Per fede Abele offrì a Dio un sacrificio migliore di quello di Caino e in base ad essa fu dichiarato giusto, attestando Dio stesso di gradire i suoi doni; per essa, benché morto, parla ancora.
5 Per fede Enoch fu trasportato via, in modo da non vedere la morte; e non lo si trovò più, perché Dio lo aveva portato via. Prima infatti di essere trasportato via, ricevette la testimonianza di essere stato gradito a Dio.6 Senza la fede però è impossibile essergli graditi; chi infatti s’accosta a Dio deve credere che egli esiste e che egli ricompensa coloro che lo cercano.
7 Per fede Noè, avvertito divinamente di cose che ancora non si vedevano, costruì con pio timore un’arca a salvezza della sua famiglia; e per questa fede condannò il mondo e divenne erede della giustizia secondo la fede.
8 Per fede Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava.
9 Per fede soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa. 10 Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso.
11 Per fede anche Sara, sebbene fuori dell’età, ricevette la possibilità di diventare madre perché ritenne fedele colui che glielo aveva promesso. 12 Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia innumerevole che si trova lungo la spiaggia del mare.
13 Nella fede morirono tutti costoro, pur non avendo conseguito i beni promessi, ma avendoli solo veduti e salutati di lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sopra la terra. 14 Chi dice così, infatti, dimostra di essere alla ricerca di una patria. 15 Se avessero pensato a quella da cui erano usciti, avrebbero avuto possibilità di ritornarvi; 16 ora invece essi aspirano a una migliore, cioè a quella celeste. Per questo Dio non disdegna di chiamarsi loro Dio: ha preparato infatti per loro una città.
17 Per fede Abramo, messo alla prova, offrì Isacco e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unico figlio, 18 del quale era stato detto: In Isacco avrai una discendenza che porterà il tuo nome. 19 Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe e fu come un simbolo.
20 Per fede Isacco benedisse Giacobbe ed Esaù anche riguardo a cose future.
21 Per fede Giacobbe, morente, benedisse ciascuno dei figli di Giuseppe e si prostrò, appoggiandosi all’estremità del bastone.
22 Per fede Giuseppe, alla fine della vita, parlò dell’esodo dei figli d’Israele e diede disposizioni circa le proprie ossa.
23 Per fede Mosè, appena nato, fu tenuto nascosto per tre mesi dai suoi genitori, perché videro che il bambino era bello; e non ebbero paura dell’editto del re.
24 Per fede Mosè, divenuto adulto, rifiutò di esser chiamato figlio della figlia del faraone, 25 preferendo essere maltrattato con il popolo di Dio piuttosto che godere per breve tempo del peccato. 26 Questo perché stimava l’obbrobrio di Cristo ricchezza maggiore dei tesori d’Egitto; guardava infatti alla ricompensa.
27 Per fede lasciò l’Egitto, senza temere l’ira del re; rimase infatti saldo, come se vedesse l’invisibile.
28 Per fede celebrò la pasqua e fece l’aspersione del sangue, perché lo sterminatore dei primogeniti non toccasse quelli degli Israeliti.
29 Per fede attraversarono il Mare Rosso come fosse terra asciutta; questo tentarono di fare anche gli Egiziani, ma furono inghiottiti.
30 Per fede caddero le mura di Gerico, dopo che ne avevano fatto il giro per sette giorni.
31 Per fede Raab, la prostituta, non perì con gl’increduli, avendo accolto con benevolenza gli esploratori.
32 E che dirò ancora? Mi mancherebbe il tempo, se volessi narrare di Gedeone, di Barak, di Sansone, di Iefte, di Davide, di Samuele e dei profeti, 33 i quali per fede conquistarono regni, esercitarono la giustizia, conseguirono le promesse, chiusero le fauci dei leoni, 34 spensero la violenza del fuoco, scamparono al taglio della spada, trovarono forza dalla loro debolezza, divennero forti in guerra, respinsero invasioni di stranieri. 35 Alcune donne riacquistarono per risurrezione i loro morti. Altri poi furono torturati, non accettando la liberazione loro offerta, per ottenere una migliore risurrezione. 36 Altri, infine, subirono scherni e flagelli, catene e prigionia. 37 Furono lapidati, torturati, segati, furono uccisi di spada, andarono in giro coperti di pelli di pecora e di capra, bisognosi, tribolati, maltrattati – 38 di loro il mondo non era degno! -, vaganti per i deserti, sui monti, tra le caverne e le spelonche della terra.
39 Eppure, tutti costoro, pur avendo ricevuto per la loro fede una buona testimonianza, non conseguirono la promessa: 40 Dio aveva in vista qualcosa di meglio per noi, perché essi non ottenessero la perfezione senza di noi.

 

Nella storia della salvezza, che è storia di liberazione, c’è sempre una tensione dialettica tra notte e giorno. E l’autore del libro della Sapienza, il saggio Israelita di cultura ellenizzata, ce lo ricorda nella prima lettura di questa 19a domenica del tempo ordinario. Una lettura che richiama gli avvenimenti dell’Esodo e, in particolare, la strage di bambini innocenti. Ma, dice la Scrittura…”Quella notte fu preannunciata ai nostri padri, perché avessero coraggio, sapendo bene a quali giuramenti avevano prestato fedeltà. Il tuo popolo infatti era in attesa della salvezza dei giusti, della rovina dei nemici. Difatti come punisti gli avversari, così glorificasti noi, chiamandoci a te“.
Notte e giorno… Nell’inconscio di ognuno di noi nella notte si scatenano le paure più profonde che, nei modi più diversi, tutti cerchiamo di esorcizzare. Le forze oscure del male, dei ricordi dolorosi, dell’angoscia senza nome, della morte, si scatenano e cercano di sopraffarci; creano dentro di noi una sorta di esasperazione dei problemi, dei timori nascosti: i genitori preoccupati per i figli, ad ogni età; i figli alla ricerca di un’affettività che spesso si rivela difficile e genera notti insonni… Poi arriva il giorno e con esso la luce e la radiosità dileguano la notte e scacciano il timore. Dio conosce questa nostra fragilità umana e, Lui nel quale non c’è notte, illumina anche le nostre notti. E come dà agli Israeliti una colonna di fuoco (Sap 18,3), guida per un viaggio sconosciuto, allo stesso modo dà ad ognuno di noi una luce per camminare nelle tenebre.
Eppure la nostra fede (fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono, come ci ricorda la Lettera agli Ebrei) è spesso tenebrosa, talvolta oscura come la notte più buia. Quando abbiamo una fede oscura siamo tentati di rinunciarvi, perché facciamo fatica ad accettare la notte, abbiamo sempre bisogno di evidenze, di certezze, e spesso di queste certezze ci facciamo vanto; eppure la fede è sempre oscura, il Dio è, agostinianamente, sempre nascosto…
Lo sapeva bene Abramo, la solida gigantesca figura di Abramo che campeggia nella seconda lettura. Un campione (“il” campione) della fede. Per fede, Abramo partì per una destinazione sconosciuta senza sapere dove l’errare nomade lo avrebbe condotto. Il suo progetto era nascosto nella Promessa. Potrebbe essere la storia delle nostre famiglie. Occorre certo avere un progetto, occorre partire con un progetto ed è quanto ripetiamo nei nostri incontri con i fidanzati. Ma il progetto non dev’essere rigido: deve contemplare la possibilità di una continua revisione, di un aggiustamento richiesto dagli avvenimenti della vita ai quali il progetto deve adeguarsi, per far sì che possiamo cogliere il progetto che Dio ha su di noi, Invece, oggi, o non abbiamo progetti, oppure impostiamo la nostra esistenza su progetti rigidi: si vuole programmare tutto, fino nei minimi particolari, e se poi la realtà non corrisponde al progetto, subentra la stanchezza, la delusione e allora, i più dicono, è meglio lasciar perdere…
Per fede, Abramo offrì Isacco, il figlio atteso dalla promessa di Dio, e l’angoscia di tale offerta è indicibile con parole umane… Un figlio che, sempre per fede, era sbocciato dal seno avvizzito di Sara. Forse Dio non ci chiederà mai una prova di fedeltà come quella richiesta ad Abramo, ma dolcemente ci chiede di non considerare “nostri” i figli, di lasciare che essi siano dopo averli fatti essere.
Fede indica appunto anche fedeltà, che anzi nella lingua latina da fede (fidēs) deriva e che include tutte le virtù dell’amore: fiducia, onestà, lealtà, sincerità. La fede è l’atto decisivo dell’esistenza umana, è il fidarsi nell’altro. Nel matrimonio, fede è il fidarsi del legame che unisce due persone che si amano, il luogo antropologico, etico e teologico dell’amore. Il luogo in cui si celebra il rispetto profondo per il mistero dell’altro, la sua assoluta incatturabilità. Un luogo che non può essere banalizzato da esclusive pretese moralistiche e minimaliste. In questo atto di fidarsi e affidarsi sta tutto il mistero dell’amore. Se interviene la paura, il sospetto, la sfiducia, avviene la tragedia. Ma la fidēs, l’amore che sa affidarsi, scaccia la paura, come dice san Giovanni.
La fede in Dio e la fede coniugale condividono, a ben vedere, un unico destino: devono sempre attraversare la notte. Non esiste amore senza ripensamenti, senza crisi ricorrenti, e non esiste una fede senza dubbi e senza oscurità, perché la fede – e qui siamo nel cuore stesso del suo mistero – transita sempre nella morte e con essa è destinata a scontrarsi. Occorre passare attraverso la morte per trovare la vita, questa è l’esperienza di Abramo, e questa è l’esperienza di ognuno di noi, di ogni nostra famiglia. In amore occorre passare attraverso la morte per poter dire alla persona che ci sta accanto: “Tu non morirai”.
Abbiamo incontrato e incontriamo tante coppie che esperimentano, giorno dopo giorno nella fedeltà, questo senso tragico della fede e dell’amore. Non siamo eroi, spesso fatichiamo ad essere uomini e donne. Il buio ci fa paura. Ma se riusciamo ad accettare che esso faccia parte della nostra vita, non siamo più gli stessi di prima. Forse ci ritroveremo zoppicanti, come Giacobbe dopo la lotta con l’angelo, ma vivi. Ogni liberazione avviene dopo e grazie ad una lotta spesso difficile e aspra. Ma la tenebra non è mai assoluta, la notte non è mai completamente notte. Anche nelle situazioni più difficili e più tragiche c’è sempre un sia pur flebile intravedimento di luce. A Taizé si canta: «La ténébre n’est point ténébre devant toi: la nuit comme le jour est lumière».In te la tenebra non è tenebra, La notte è chiara come il giorno. No, in Dio non c’è tenebra.
Visto in questa prospettiva, il compito dell’uomo e della donna di fede apparirebbe immane, tragico appunto.
Ma se è vero che non riusciremo mai a raggiungere una fede luminosa, certa – poiché nessun cristiano può mai vantare alcuna certezza (“credo perché voglio credere”, ripeteva Santa Teresa di Lisieux, dottore della Chiesa) – è altrettanto vero che per tentare almeno questo cammino dobbiamo porre due precondizioni fondamentali di cui parla oggi l’Evangelo di Luca.
La prima è la vigilanza. “Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli.“.
Il linguaggio di Luca è evidentemente immaginifico, allusivo: ma “essere svegli” significa astenersi da quelle azioni che potrebbero darci “sonnolenza”, addormentare la nostra capacità critica. Ancora una volta, la ricchezza, il desiderio di ottenere tutto e subito, il benessere materiale potrebbero ottundere la nostra capacità di progredire nella fede.
La seconda precondizione è che questo orizzonte della vigilanza non deve essere orientato solo alla dimensione escatologica dell’esistenza, sul compimento definitivo della storia, quanto piuttosto sull’ekklesia, sulle dinamiche proprie della comunità che cammina nella storia. E qui interviene il messaggio di Gesù rivolto ad ogni persona scoraggiata, ad ogni comunità delusa.: “Non temere, piccolo gregge“. Non avere paura.
Il Regno di Dio viene offerto a chi sa essere piccolo e povero. A livello personale, ma anche comunitario. A chi non ha come ambizione le adunate oceaniche, le piazze piene, le folle immense, la nevrosi ossessiva della quantità, il bisogno di poter finalmente esclamare: “Siamo in tanti!”. Se la Chiesa vivesse questa tentazione sarebbe fatalmente destinata a mondanizzarsi piuttosto che ad incarnarsi sul modello del Maestro, a fare del colonialismo clericale, piuttosto che vivere una testimonianza silenziosa; sarebbe un club di perfetti e di salvati, più che un popolo di peccatori in cammino; il suo ecumenismo sarebbe più di facciata che di cultura. Ci sembra questo il messaggio che, in questi primi mesi dalla sua elezione, ci offre costantemente Papa Francesco.
Ci penserà poi Lui, il Signore, alla fine dei tempi, a radunare il piccolo gregge, noi per ora possiamo solo attendere, cercando di scacciare la paura, accettando il buio e il silenzio di Dio, accogliendo la nostra e l’altrui fragilità, e cantare, col Salmo:L’anima nostra attende il Signore: egli è nostro aiuto e nostro scudo. È in lui che gioisce il nostro cuore, nel suo santo nome noi confidiamo. Su di noi sia il tuo amore, Signore, come da te noi speriamo
Traccia per la Revisione di Vita
1. La nostra fede è certezza da esibire, oppure perenne ricerca?

2. Come “trasmettiamo” la fede in famiglia? Preferiamo imporla, proporla o testimoniarla?

3. Riteniamo che la vita semplice, austera, ci aiuti ad esprimere la nostra lode a Dio?

4. Come pensiamo la Chiesa, come una grande potenza o come un piccolo gregge?
Luigi Ghia Famiglia Domani

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Mirabili effetti dell’amore verso Dio

MIRABILI EFFETTI DELL’AMORE VERSO DIO

  1. Ti benedico, o Padre celeste, padre del mio Signore Gesù Cristo, perché ti sei degnato di ricordarti della mia miseria. Ti ringrazio, o Padre delle misericordie, Dio di ogni consolazione (2Cor 1,3), che, con il tuo conforto, talora mi ritempri, quantunque io ne sia totalmente indegno. In ogni momento ti benedico e do gloria a te, con l’unigenito tuo Figlio e con lo Spirito Santo Paraclito, per tutti i secoli. Oh!, mio Signore, che sei santo e mi ami, come esulteranno tutte le mie viscere, quando verrai nel mio cuore! “In te è la mia gloria, la gioia del mio cuore, la mia speranza e il mio rifugio nel giorno della tribolazione” (Sal 3,4; 118; 111; 58,17). Poiché, però, il mio amore per te è ancora fiacco, e deboli sono le mie forze, ho bisogno del tuo aiuto e del tuo conforto. Vieni a me, dunque, il più spesso, e istruiscimi nella via della santità; liberami dalle passioni malvage e risana il mio cuore da tutti gli affetti sregolati, cosicché, interiormente risanato e del tutto purificato, io diventi pronto nell’amarti, forte nel patire, fermo nel perseverare.
  2. Grande cosa è l’amore. Un bene grande, veramente. Un bene che, solo, rende leggera ogni cosa pesante e sopporta tranquillamente ogni cosa difficile; porta il peso, senza fatica, e rende dolce e gustosa ogni cosa amara. Il nobile amore di Gesù spinge ad operare grandi cose e suscita desideri di sempre maggiore perfezione. L’amore aspira a salire in alto, senza essere trattenuto da alcunché di terreno. Esige di essere libero e staccato da ogni affetto umano, cosicché non abbia ostacoli a scrutare nell’intimo, non subisca impacci per interessi temporali, non sia sopraffatto da alcuna difficoltà. Niente è più dolce dell’amore; niente è più forte, più alto o più grande: niente, né in cielo né in terra, è più colmo di gioia, più completo o più buono: perché l’amore nasce da Dio e soltanto in Dio, al di sopra di tutte le cose create, può trovare riposo. Chi ama vola, corre lietamente; è libero, e non trattenuto da nulla; dà ogni cosa per il tutto, e ha il tutto in ogni cosa, perché trova la sua pace in quell’uno supremo, dal quale discende e proviene tutto ciò che è buono; non guarda a ciò che gli viene donato, ma, al di là dei doni, guarda a colui che dona. Spesso l’amore non consce misura, in un fervore che oltrepassa ogni confine. L’amore non sente gravezza, non tiene conto della fatica, anela a più di quanto non possa raggiungere, non adduce a scusa la sua insufficienza, perché ritiene che ogni cosa gli sia possibile e facile. Colui che ama può fare ogni cosa, e molte cose compie e manda ad effetto; mentre colui che non ama viene meno e cade. L’amore vigila; anche nel sonno, non s’abbandona; affaticato, non è prostrato; legato, non si lascia costringere; atterrito, non si turba: erompe verso l’alto e procede sicuro, come fiamma viva, come fiaccola ardente.
  3. Questo mio grido l’intende appieno colui che possiede amore. Un grande grido agli orecchi di Dio è lo slancio stesso ardente dell’anima, che esclama: Dio mio, mio amore, tu sei interamente mio ed io sono interamente tua. Accrescimi nell’amore, affinché io impari a gustare nell’intimo quanto l’amore è soave; impari a sciogliermi nell’amore e ad immergermi in esso. Che io sia tutto preso dall’amore, che mi elevi sopra me stesso, in estasi appassionata, che io canti il canto dell’amore e che mi innalzi con te, o mio diletto; venga meno, nel lodarti, l’anima mia, nella gioia dell’amore. Che io ti ami più che me stesso, e me stesso soltanto per te; che in te io ami tutti coloro che ti amano veramente, come comanda la legge dell’amore, luce che da te proviene.
  4. L’amore è sollecito, sincero e devoto; lieto e sereno; forte e paziente; fedele e prudente; longanime; virile e sempre dimentico di sé: ché, se uno cerca se stesso, esce fuori dall’amore. L’amore è attento, umile e sicuro; non fiacco, non leggero, né intento a cose vuote; sobrio, casto, costante, quieto e vigilante nei sensi. L’amore è sottomesso, basso e disprezzato ai suoi propri occhi; devoto e grato a Dio. In Dio confida e spera sempre, anche quando non lo sente vicino, perché non si vive nell’amore senza dolore. Colui che non è pronto a soffrire ogni cosa e ad ubbidire al suo Diletto, non è degno di essere chiamato uomo d’amore; questi deve abbracciare con slancio tutte le avversità e le amarezze per il suo Diletto, senza da ciò deflettere, qualsiasi evidenza si frapponga.

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Molte sono le membra, ma uno solo è il Corpo

1Corinzi 12

1 Riguardo ai doni dello Spirito, fratelli, non voglio che restiate nell’ignoranza. 2 Voi sapete infatti che, quando eravate pagani, vi lasciavate trascinare verso gli idoli muti secondo l’impulso del momento. 3 Ebbene, io vi dichiaro: come nessuno che parli sotto l’azione dello Spirito di Dio può dire «Gesù è anàtema», così nessuno può dire «Gesù è Signore» se non sotto l’azione dello Spirito Santo.
4 Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; 5 vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; 6 vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. 7 E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune: 8 a uno viene concesso dallo Spirito il linguaggio della sapienza; a un altro invece, per mezzo dello stesso Spirito, il linguaggio di scienza; 9 a uno la fede per mezzo dello stesso Spirito; a un altro il dono di far guarigioni per mezzo dell’unico Spirito; 10 a uno il potere dei miracoli; a un altro il dono della profezia; a un altro il dono di distinguere gli spiriti; a un altro le varietà delle lingue; a un altro infine l’interpretazione delle lingue. 11 Ma tutte queste cose è l’unico e il medesimo Spirito che le opera, distribuendole a ciascuno come vuole.
12 Come infatti il corpo, pur essendo uno, ha molte membra e tutte le membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche Cristo. 13 E in realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito. 14 Ora il corpo non risulta di un membro solo, ma di molte membra. 15 Se il piede dicesse: «Poiché io non sono mano, non appartengo al corpo», non per questo non farebbe più parte del corpo. 16 E se l’orecchio dicesse: «Poiché io non sono occhio, non appartengo al corpo», non per questo non farebbe più parte del corpo. 17 Se il corpo fosse tutto occhio, dove sarebbe l’udito? Se fosse tutto udito, dove l’odorato? 18 Ora, invece, Dio ha disposto le membra in modo distinto nel corpo, come egli ha voluto. 19 Se poi tutto fosse un membro solo, dove sarebbe il corpo? 20 Invece molte sono le membra, ma uno solo è il corpo. 21 Non può l’occhio dire alla mano: «Non ho bisogno di te»; né la testa ai piedi: «Non ho bisogno di voi». 22 Anzi quelle membra del corpo che sembrano più deboli sono più necessarie;23 e quelle parti del corpo che riteniamo meno onorevoli le circondiamo di maggior rispetto, e quelle indecorose sono trattate con maggior decenza, 24 mentre quelle decenti non ne hanno bisogno. Ma Dio ha composto il corpo, conferendo maggior onore a ciò che ne mancava, 25 perché non vi fosse disunione nel corpo, ma anzi le varie membra avessero cura le une delle altre. 26 Quindi se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui. 27 Ora voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte.
28 Alcuni perciò Dio li ha posti nella Chiesa in primo luogo come apostoli, in secondo luogo come profeti, in terzo luogo come maestri; poi vengono i miracoli, poi i doni di far guarigioni, i doni di assistenza, di governare, delle lingue. 29 Sono forse tutti apostoli? Tutti profeti? Tutti maestri? Tutti operatori di miracoli? 30 Tutti possiedono doni di far guarigioni? Tutti parlano lingue? Tutti le interpretano?
31 Aspirate ai carismi più grandi! E io vi mostrerò una via migliore di tutte.

 

Collocazione del brano
Il brano scelto per la solennità di Pentecoste è tratto dal capitolo 12 della lettera ai Corinti, il quale indica l’azione dello Spirito Santo come garanzia per l’appartenenza dei credenti alla Chiesa. Tra le varie questioni che Paolo ha affrontato in questa lettera vi era infatti anche il problema di coloro che scambiavano la fede con delle esperienze estatiche, frequenti nei riti pagani. Paolo mette come discrimine a queste esperienze l’accettazione di Gesù Cristo. Nessuno poteva dirsi ispirato dal Signore se non riconosceva la centralità di Gesù, la sua signoria. La vera ispirazione viene dallo Spirito Santo. Ai Corinti che aspiravano al dono della profezia Paolo ricorda che nella Chiesa vi sono diversi doni, la cui fonte è sempre lo Spirito Santo, che servono tutti alla vita e alla crescita della Chiesa.
Lectio
Fratelli,3b nessuno può dire: “Gesù è Signore!”, se non sotto l’azione dello Spirito Santo.
Il versetto 3a, precedente a questo, ricorda che nessuno che parli sotto l’influenza dello Spirito può dire: “Gesù è anatema”. Lo Spirito non è neutrale, è lo Spirito di Dio e parla sempre in favore di Gesù Cristo, lo riconosce Signore. E’ questo il criterio per discernere i doni di profezia all’interno della Chiesa. L’appartenenza al Signore ti porta alla professione di fede, a riconoscere la centralità, la signoria di Cristo.
4 Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito;
I carismi sono i doni dello Spirito, si contrappongono alle esperienze estatiche che non hanno nessuna fecondità.
5 vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore;
I ministeri qui sono i servizi, la diakonia, richiama un ministero preciso all’interno della Chiesa, giunto fino ai giorni nostri.
6 vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti.
La Chiesa è un organismo che ha bisogno di diverse attività, ma tutte hanno come fonte Dio e sono volte al bene di tutti i credenti.
7 A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune.
I Corinti amavano avere qualche manifestazione spirituale, e il Signore ne aveva donate loro, ma l’unica fonte di tali doni è lo Spirito e l’unica destinazione di questi doni è il bene comune. Coloro che avevano il dono di parlare in lingue diverse sotto l’influsso di qualche spirito venivano ammirati ma non apportavano nessun bene alla Chiesa.
12 Come infatti il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo.
Si introduce qui la famosa allegoria della Chiesa come corpo di Cristo, che verrà sviluppato più avanti nel corso del capitolo 12. Nessun membro può agire per se stesso, ma agisce in virtù della sua appartenenza alla Chiesa e compie ciò che è necessario al bene di tutto il corpo.
13 Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito.
L’evento vincolante per tutte le membra della Chiesa è il Battesimo. Grazie al battesimo si è formato questo corpo, le distinzioni etniche e sociali persistono ma perdono la loro importanza.
Ciò che ci accomuna è lo Spirito che ci ha dissetati, ci ha tolti cioè da una situazione disumana di indigenza, di mancanza e ci ha resi partecipi dello stesso corpo di Cristo.

Meditiamo
– Quali sono i doni che ho ricevuto dallo Spirito Santo e che possono servire al bene della Chiesa, a cui appartengo?
– Vi sono situazioni in cui ho visto la Chiesa come corpo di Cristo? Quali sono state?
– Come vivo le differenze (di cultura, di ricchezza, di capacità) all’interno della mia comunità?

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L’Intima unione con Dio

INTIMAMENTE UNITI A DIO, IN SPIRITO DI VERITA’ E DI UMILTA’  

  1. Figlio, cammina alla mia presenza in spirito di verità, e cercami sempre con semplicità di cuore. Chi cammina dinanzi a me in spirito di verità sarà protetto dagli assalti malvagi; la verità lo farà libero da quelli che cercano di sedurlo e dai perversi, con le loro parole infamanti. Se ti farà libero la verità, sarai libero veramente e non terrai in alcun conto le vane parole degli uomini. E’ vero, o Signore: ti prego, così mi avvenga, come tu dici. Mi sia maestra la tua verità; mi custodisca e mi conduca alla meta di salvezza; mi liberi da effetti e da amori perversi, contrari alla divina volontà. Allora camminerò con te, con grande libertà di spirito.
  2. Io ti insegnerò, dice la Verità, ciò che è retto e mi è gradito. Ripensa con grande, amaro dolore, ai tuoi peccati, e non credere mai di valere qualcosa, per opere buone che tu abbia compiuto. In realtà sei un peccatore, irretito da molte passioni e schiavo di esse. Da te non giungi a nulla: subitamente cadi e sei vinto; subitamente vieni sconvolto e dissolto. Non hai nulla di che ti possa vantare; hai molto, invece, di che ti debba umiliare, giacché sei più debole assi di quanto tu possa capire. Di tutto quello che fai, niente ti sembri grande, prezioso e ammirevole; niente ti sembri meritevole di stima. Alto, lodevole e desiderabile davvero ti sembri soltanto ciò che è eterno. Più di ogni altra cosa, ti sia cara la verità eterna; e sempre ti dispiaccia la tua estrema pochezza. Nulla devi temere, disprezzare e fuggire quanto i tuoi vizi e i tuoi peccati; cose che ti debbono affliggere più di ogni danno materiale.
  3. Ci sono persone che camminano al mio cospetto con animo non puro: persone che – dimentiche di se stesse e della propria salvezza, e mosse da una certa curiosità e superbia – vorrebbero conoscere i miei segreti, e comprendere gli alti disegni di Dio. Costoro cadono sovente in grandi tentazioni e in grandi peccati per quella loro superbia e curiosità, che io ho in odio. Mantieni una religiosa riverenza dinanzi al giudizio divino, dinanzi allo sdegno dell’Onnipotente. Non volere, dunque, sondare l’operato dell’Altissimo. Esamina invece le tue iniquità: in quante cose hai errato e quante cose buone hai tralasciato. Ci sono alcuni che fanno consistere la loro pietà soltanto nelle letture, nelle immagini sacre e nelle raffigurazioni esteriori e simboliche; altri mi hanno sulla bocca, ma poco c’è nel loro cuore. Ci sono invece altri che, illuminati nella mente e puri nei loro affetti, anelando continuamente alle cose eterne, provano fastidio a sentir parlare di cose terrene e soffrono ad assoggettarsi a ciò che la natura impone. Sono questi che ascoltano ciò che dice, dentro di loro, lo spirito di verità. Il quale li ammaestra a disprezzare le cose di questa terra e ad amare quelle del cielo; ad abbandonare il mondo e ad aspirare, giorno e notte, al cielo.

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