Gesù,dentro di me c’è tanto egoismo: vieni con la Tua infinita Carità

O Gesù, mi fermo pensoso

ai piedi della Croce:

anch’io l’ho costruita con i miei peccati!

La tua bontà, che non si difende

e si lascia crocifiggere, è un mistero

che mi supera e mi commuove profondamente.

Signore, tu sei venuto nel mondo per me,

per cercarmi, per portarmi

l’abbraccio del Padre.

Tu sei il Volto della bontà

e della misericordia:

per questo vuoi salvarmi!

Dentro di me ci sono le tenebre:

vieni con la tua limpida luce.

Dentro di me c’è tanto egoismo:

vieni con la tua sconfinata carità.

Dentro di me c’è rancore e malignità:

vieni con la tua mitezza e la tua umiltà.

Signore, il peccatore da salvare sono io:

il figlio prodigo che deve tornare, sono io!

Signore, concedimi il dono delle lacrime

per ritrovare la libertà e la vita,

la pace con Te e la gioia in Te.

Amen.

Angelo Comastri Vescovo

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Credo in Gesù Cristo,Figlio di Dio

CAPITOLO SECONDO

CREDO IN GESU’ CRISTO, IL FIGLIO UNIGENITO DI DIO

La Buona Novella: Dio ha mandato il suo Figlio

 

422 “Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare coloro che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli” ( Gal 4,4-5). Ecco la Buona Novella riguardante “Gesù Cristo, Figlio di Dio” ( Mc 1,1): Dio ha visitato il suo popolo, [Cf Lc 1,68 ] ha adempiuto le promesse fatte ad Abramo ed alla sua discendenza; [Cf Lc 1,55 ] ed è andato oltre ogni attesa: ha mandato il suo “Figlio prediletto” ( Mc 1,11).

 

423 Noi crediamo e professiamo che Gesù di Nazaret, nato ebreo da una figlia d’Israele, a Betlemme, al tempo del re Erode il Grande e dell’imperatore Cesare Augusto, di mestiere carpentiere, morto crocifisso a Gerusalemme, sotto il procuratore Ponzio Pilato, mentre regnava l’imperatore Tiberio, è il Figlio eterno di Dio fatto uomo, il quale è “venuto da Dio” ( Gv 13,3), “disceso dal cielo” ( Gv 3,13; Gv 6,33), “venuto nella carne” ( 1Gv 4,2); infatti “il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità… Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia” ( Gv 1,14; Gv 1,16).

 

 

424 Mossi dalla grazia dello Spirito Santo e attirati dal Padre, noi, riguardo a Gesù, crediamo e confessiamo: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” ( Mt 16,16). Sulla roccia di questa fede, confessata da san Pietro, Cristo ha fondato la sua Chiesa [Cf Mt 16,18; San Leone Magno, Sermones, 4, 3: PL 54, 151; 51, 1: PL 54, 309B; 62, 2: PL 54, 350C-351A; 83, 3: PL 54, 432A].

 

 

“Annunziare… le imperscrutabili ricchezze di Cristo

 

425 La trasmissione della fede cristiana è innanzitutto l’annunzio di Gesù Cristo, allo scopo di condurre alla fede in lui. Fin dall’inizio, i primi discepoli sono stati presi dal desiderio ardente di annunziare Cristo: “Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato” ( At 4,20). Essi invitano gli uomini di tutti i tempi ad entrare nella gioia della loro comunione con Cristo:

 

Ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta ( 1Gv 1,1-4).

 

 

Al centro della catechesi: Cristo

 

426 “Al centro della catechesi noi troviamo essenzialmente una persona: quella di Gesù di Nazaret, unigenito del Padre. . . , il quale ha sofferto ed è morto per noi e ora, risorto, vive per sempre con noi. . . Catechizzare. . . è, dunque, svelare nella persona di Cristo l’intero disegno di Dio. . . È cercare di comprendere il significato dei gesti e delle parole di Cristo, dei segni da lui operati” [Giovanni Paolo II, Esort. ap. Catechesi tradendae, 5]. Lo scopo della catechesi: “Mettere. . . in comunione. . . con Gesù Cristo: egli solo può condurre all’amore del Padre nello Spirito e può farci partecipare alla vita della Santa Trinità” [Giovanni Paolo II, Esort. ap. Catechesi tradendae, 5].

 

 

427 “Nella catechesi è Cristo, Verbo incarnato e Figlio di Dio, che viene insegnato, e tutto il resto lo è in riferimento a lui;… solo Cristo insegna, mentre ogni altro lo fa nella misura in cui è il suo portavoce, consentendo a Cristo di insegnare per bocca sua… Ogni catechista dovrebbe poter applicare a se stesso la misteriosa parola di Gesù: “La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato” ( Gv 7,16)” [Giovanni Paolo II, Esort. ap. Catechesi tradendae, 5].

 

428 Colui che è chiamato a “insegnare Cristo”, deve dunque cercare innanzi tutto quel guadagno che è la “sublimità della conoscenza di Cristo”; bisogna accettare di perdere tutto, “al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui”, e di “conoscere lui, la potenza della sua Risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti” ( Fil 3,8-11).

 

 

429 Da questa amorosa conoscenza di Cristo nasce irresistibile il desiderio di annunziare, di “evangelizzare”, e di condurre altri al “sì” della fede in Gesù Cristo. Nello stesso tempo si fa anche sentire il bisogno di conoscere sempre meglio questa fede. A tal fine, seguendo l’ordine del Simbolo della fede, saranno innanzi tutto presentati i principali titoli di Gesù: Cristo, Figlio di Dio, Signore (articolo 2). Il Simbolo successivamente confessa i principali misteri della vita di Cristo: quelli della sua Incarnazione (articolo 3), quelli della sua Pasqua (articoli 4 e 5), infine quelli della sua glorificazione (articoli 6 e 7).

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Others were saying, “He is Elijah”; still others, “He is a prophet like any of the prophets.”

MARK

Chapter 6

1

He departed from there and came to his native place, 1 accompanied by his disciples.

2

2 When the sabbath came he began to teach in the synagogue, and many who heard him were astonished. They said, “Where did this man get all this? What kind of wisdom has been given him? What mighty deeds are wrought by his hands!

3

Is he not the carpenter, 3 the son of Mary, and the brother of James and Joses and Judas and Simon? And are not his sisters here with us?” And they took offense at him.

4

4 Jesus said to them, “A prophet is not without honor except in his native place and among his own kin and in his own house.”

5

So he was not able to perform any mighty deed there, 5 apart from curing a few sick people by laying his hands on them.

6

He was amazed at their lack of faith. He went around to the villages in the vicinity teaching.

7

He summoned the Twelve 6 and began to send them out two by two and gave them authority over unclean spirits.

8

7 He instructed them to take nothing for the journey but a walking stick – no food, no sack, no money in their belts.

9

They were, however, to wear sandals but not a second tunic.

10

8 He said to them, “Wherever you enter a house, stay there until you leave from there.

11

Whatever place does not welcome you or listen to you, leave there and shake the dust off your feet in testimony against them.”

12

So they went off and preached repentance.

13

9 They drove out many demons, and they anointed with oil many who were sick and cured them.

14

10 King Herod 11 heard about it, for his fame had become widespread, and people were saying, “John the Baptist has been raised from the dead; that is why mighty powers are at work in him.”

15

Others were saying, “He is Elijah”; still others, “He is a prophet like any of the prophets.”

16

But when Herod learned of it, he said, “It is John whom I beheaded. He has been raised up.”

17

12 Herod was the one who had John arrested and bound in prison on account of Herodias, the wife of his brother Philip, whom he had married.

18

John had said to Herod, “It is not lawful for you to have your brother’s wife.”

19

Herodias 13 harbored a grudge against him and wanted to kill him but was unable to do so.

20

Herod feared John, knowing him to be a righteous and holy man, and kept him in custody. When he heard him speak he was very much perplexed, yet he liked to listen to him.

21

She had an opportunity one day when Herod, on his birthday, gave a banquet for his courtiers, his military officers, and the leading men of Galilee.

22

Herodias’s own daughter came in and performed a dance that delighted Herod and his guests. The king said to the girl, “Ask of me whatever you wish and I will grant it to you.”

23

He even swore (many things) to her, “I will grant you whatever you ask of me, even to half of my kingdom.”

24

She went out and said to her mother, “What shall I ask for?” She replied, “The head of John the Baptist.”

25

The girl hurried back to the king’s presence and made her request, “I want you to give me at once on a platter the head of John the Baptist.”

26

The king was deeply distressed, but because of his oaths and the guests he did not wish to break his word to her.

27

So he promptly dispatched an executioner with orders to bring back his head. He went off and beheaded him in the prison.

28

He brought in the head on a platter and gave it to the girl. The girl in turn gave it to her mother.

29

When his disciples heard about it, they came and took his body and laid it in a tomb.

30

The apostles 14 gathered together with Jesus and reported all they had done and taught.

31

15 He said to them, “Come away by yourselves to a deserted place and rest a while.” People were coming and going in great numbers, and they had no opportunity even to eat.

32

So they went off in the boat by themselves to a deserted place.

33

People saw them leaving and many came to know about it. They hastened there on foot from all the towns and arrived at the place before them.

34

When he disembarked and saw the vast crowd, his heart was moved with pity for them, for they were like sheep without a shepherd; and he began to teach them many things.

35

16 By now it was already late and his disciples approached him and said, “This is a deserted place and it is already very late.

36

Dismiss them so that they can go to the surrounding farms and villages and buy themselves something to eat.”

37

He said to them in reply, “Give them some food yourselves.” But they said to him, “Are we to buy two hundred days’ wages worth of food and give it to them to eat?”

38

He asked them, “How many loaves do you have? Go and see.” And when they had found out they said, “Five loaves and two fish.”

39

So he gave orders to have them sit down in groups on the green grass.

40

17 The people took their places in rows by hundreds and by fifties.

41

Then, taking the five loaves and the two fish and looking up to heaven, he said the blessing, broke the loaves, and gave them to (his) disciples to set before the people; he also divided the two fish among them all. 18

42

They all ate and were satisfied.

43

And they picked up twelve wicker baskets full of fragments and what was left of the fish.

44

Those who ate (of the loaves) were five thousand men.

45

19 Then he made his disciples get into the boat and precede him to the other side toward Bethsaida, 20 while he dismissed the crowd.

46

21 And when he had taken leave of them, he went off to the mountain to pray.

47

When it was evening, the boat was far out on the sea and he was alone on shore.

48

Then he saw that they were tossed about while rowing, for the wind was against them. About the fourth watch of the night, he came toward them walking on the sea. 22 He meant to pass by them.

49

But when they saw him walking on the sea, they thought it was a ghost and cried out.

50

23 They had all seen him and were terrified. But at once he spoke with them, “Take courage, it is I, do not be afraid!”

51

He got into the boat with them and the wind died down. They were (completely) astounded.

52

They had not understood the incident of the loaves. 24 On the contrary, their hearts were hardened.

53

After making the crossing, they came to land at Gennesaret and tied up there.

54

As they were leaving the boat, people immediately recognized him.

55

They scurried about the surrounding country and began to bring in the sick on mats to wherever they heard he was.

56

Whatever villages or towns or countryside he entered, they laid the sick in the marketplaces and begged him that they might touch only the tassel on his cloak; and as many as touched it were healed.

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Ma Dio esiste veramente? Ascoltiamo le voci della ragione umana

ESISTENZA E NATURA DI DIO

1. La voce della coscienza.

Oltre agli argomenti che abbiamo svolto finora, molti ancora solitamente se ne portano, a conferma della verità dimostrata; ne accenneremo due che, sulle menti moderne, in varia misura imbevute di soggettivismo, fanno maggiore impressione, benché invece abbiano bisogno di un accurato svolgimento per non essere fraintesi e non divenire puri sofismi o petizioni di principio.
1) Argomento eudemonologico (dal termine greco che significa felicità). L’uomo sente un desiderio naturale di felicità che i beni finiti non possono saziare: il desiderio di un bene sommo, senza limiti, puro, senza mescolanza di mali e capace di soddisfare tutti i nostri bisogni. E’ un fatto di esperienza che è facile constatare. Ma questo desiderio non può essere vano, perché se – al contrario di tutte le altre tendenze naturali, che possono raggiungere il loro fine – questo desiderio dell’uomo fosse frustrato, l’uomo, re del creato, sarebbe l’essere più infelice della terra. Dunque esiste questo bene puro, infinito, capace di saziare il desiderio naturale dell’uomo: esiste Dio.“Fecisti nos ad Te, Domine, et inquietum est cor nostrum donec requiescat in Te”. (S. Agostino, Confessiones).
2) Argomento deontologico (dal termine greco che significa dovere), secondo il quale dall’esistenza della legge morale, in due modi possiamo risalire fino a Dio.
a) C’è una legge morale che si impone alla nostra condotta, indipendentemente da ogni nostra soddisfazione e vantaggio, da ogni pericolo esterno, anche della vita, in modo assoluto, universale, in tutti i tempi in tutte le età e presso tutti i popoli. Ora, una tale legge domanda un legislatore supremo e universale, cioè Dio. Infatti, quella legge non è fondata nella ragione, che la scopre ma non la crea; non nell’istinto, che spesso si oppone alla legge; e neppure negli altri uomini, che da quella stessa legge sono dominati. Essa non può che fondarsi, dunque, su un essere superiore a tutti: Dio.
b) L’argomento è rafforzato dalla necessità della sanzione. Il bene e il male meritano premio e castigo; ma non sono sufficienti le sanzioni di questa vita; è dunque necessaria una sanzione ordinata da un giudice ultramondano. Senza Dio il reo potrà vantarsi di aver violato l’ordine impunemente, il giusto avrà vanamente sofferto e il suo grido contro lo scandalo dell’empietà trionfante si sarà perduto nel deserto. Ancora una volta la coscienza proclama l’esistenza di Dio.

2. Natura di Dio.

Abbiamo risposto alla prima domanda: an sit Deus, dimostrando l’esistenza di Dio; ci resta da rispondere ad una seconda domanda: quid sit Deus, cioè quale ne sia la natura.

1) Possiamo conoscere la natura di Dio?  

Direttamente no, ma indirettamente possiamo conoscere qualcosa attraverso quelle stesse creature che ce ne hanno rivelata l’esistenza. Contemplando un’opera d’arte, leggendo la Divina Commedia, esaminando una complicata e ingegnosa macchina, non solo io comprendo che ci deve essere stato qualcuno che le ha fatte, ma anche che questo qualcuno deve essere un grande artista, un grande poeta, un grande scienziato, conosco insomma l’esistenza della causa e insieme quel tanto della sua natura che mi si manifesta attraverso la sua opera. Così l’universo mi attesta non solo l’esistenza di Dio, ma mi rivela anche le perfezioni della sua natura, almeno per quel tanto che queste si riflettono e risplendono nel mondo. In tal modo noi possiamo avere non un concetto proprio e perfetto della natura di Dio, ma un concetto imperfetto ed analogo, risalendo dalle creature al Creatore per le tre vie che ci addita S. Tommaso:
a) per la via della causalità: conosciamo che in Dio, causa prima, ci devono essere tutte le perfezioni delle creature (l’essere, la vita, l’intelligenza, la bontà, l’amore, la libertà, ecc.) perché da Lui le hanno ricevute e nessuno può dare ciò che non ha.
b) per la via della rimozione: sappiamo che quelle perfezioni (che, essendo nelle creature, devono trovarsi anche in Dio) sono però in Lui senza le imperfezioni che si trovano nelle creature; bisogna purificare queste perfezioni, rimuovendone le imperfezioni e attribuendole a Dio nella loro assoluta purezza; e con ciò è anche dissipata ogni accusa di antropomorfismo.
c) per la via della eminenza: conosciamo che in Dio, essere infinito, le perfezioni delle creature devono trovarsi non solo senza imperfezioni, ma anche senza limiti, in modo quindi infinitamente o eminentemente superiore. In Dio, dunque, c’è l’essere, la vita, la bontà, ecc., ma in grado infinito e senza alcuna imperfezione.

2) Qual è dunque la natura di Dio?

Dio è, innanzi tutto, l’Essere sussistente. Tutte le cose sono, l’essere è la loro prima perfezione, benché in esse limitata. Dio pure è, ma è l’Essere infinito e perfettissimo; questo è l’intimo costitutivo della Sua natura, per il quale Egli si distingue infinitamente da tutte le cose create. Dio stesso, a Mosè, che gli domandava il Suo nome, rispondeva dal roveto ardente: “ Io sono Colui che è”(Ex. 3, 14).
Da questa radice hanno, per così dire, origine tutte le altre Sue perfezioni che noi conosciamo: l’infinità, la semplicità, l’immutabilità, l’immensità, l’eternità, ecc.

3) La vita di Dio. 

Dio, come ha la perfezione dell’essere, così ha la perfezione del vivere, e come è lo stesso Essere sussistente, così è la stessa pienezza della vita. La vita di Dio, purissimo spirito, è quella propria di un essere spirituale e la vita dell’essere spirituale è intendere e volere, conoscere ed amare. Dio conosce e ama se stesso, perfettamente si conosce e perfettamente si ama, e in questa infinita cognizione della sua infinita verità, in questo infinito amore della Sua infinita bontà, sta la Sua felicità, il Suo paradiso. Conoscendo e amando se stesso, nella Sua stessa essenza, Dio conosce ed ama tutte le cose possibili ed esistenti, presenti, passate e future, la cui essenza è un’imperfetta partecipazione e imitazione dell’essenza divina. Anzi, la vita divina è così perfetta che Dio, conoscendo se stesso, genera un’Idea o Verbo sussistente nella stessa natura divina, e amando se stesso spira un Amore pure sussistente nella stessa divina natura; questo è l’insegnamento della Fede nella Rivelazione del profondissimo Mistero della SS. Trinità, nella quale il Padre genera il Figlio (il Verbo) e il Padre e il Figlio spirano lo Spirito Santo (l’Amore), mistero che supera la capacità della nostra mente, ma che ad essa non ripugna, anzi sublima il nostro concetto della vita intima di Dio senza contraddire le nostre conclusioni filosofiche.

4) L’opera di Dio.

Essa è il frutto della conoscenza e dell’amore di Dio. Dio vede la possibilità di creature che partecipino del Suo essere e della Sua perfezione e, amandole, desidera dare loro questa partecipazione, creandole con un atto libero. La creazione è appunto l’atto con cui Dio, dal nulla, fa essere l’universo e le cose che lo compongono e che in vario grado partecipano della Sua perfezione: i viventi più dei minerali, gli animali più delle piante e l’uomo più di tutti gli esseri materiali, perché dotato di un’anima spirituale con cui naturalmente partecipa in qualche modo alla vita di Dio, essendo capace di conoscerLo e di amarLo; molto più perfettamente l’uomo vi partecipa per la Grazia (partecipazione alla natura divina), misericordiosamente datagli da Dio, e per la quale diviene capace di conoscerLo per visione intuitiva e di amarLo con amore beatifico. In questo consiste il paradiso: nella visione di Dio verità infinita e nell’amore di Dio bontà infinita. L’uomo e tutto l’universo è opera di Dio, che non solo l’ha creato ma incessantemente continua la Sua azione creatrice conservando alle creature l’essere e le perfezioni che loro ha dato; senza il Suo influsso ogni cosa ricadrebbe nel nulla, come un oggetto sollevato e tenuto sospeso ricadrebbe a terra se non più sorretto.
Ma oltre alla creazione e alla conservazione, Dio assiste le Sue creature aiutandole in tutte le loro azioni, poiché senza il concorso divino sarebbe impossibile ogni loro attività, e guidandole paternamente con la Sua Provvidenza affinché si compiano i disegni di amore per cui esse sono state create.

3. Dio e il problema del male.

Una delle più comuni difficoltà contro l’esistenza di Dio, e in particolare contro la Sua Provvidenza, è l’esistenza del male nel mondo. Come si concilia l’esistenza di Dio con l’esistenza del male? Ecco il problema.
Vi è chi lo risolve negando semplicemente l’esistenza di Dio: ma erroneamente, perché l’esistenza di Dio è evidentemente provata, e la difficoltà di conciliarla con l’esistenza del male non dà il diritto di metterla in dubbio.
Vi è anche chi ha supposto che, accanto a Dio, principio del Bene, esista un essere maligno principio del male, indipendente da Lui e a Lui contrario; la terra sarebbe il teatro della lotta fra questi due primi princìpi. Ma anche questa soluzione (di non pochi antichi: Manichei, ecc.) è allo stesso modo erronea, perché non si può dare un essere che non dipende da Dio, il quale è necessariamente unico principio e creatore di tutto.
Altri, allora, pur ammettendo l’esistenza di Dio, ne hanno negato la Provvidenza, affermando che Dio non si interessa del mondo, avendo abbandonata a se stessa l’opera delle sue mani. Soluzione erronea anche questa, perché contraria agli attributi divini, specie al Suo amore per le creature, amore che è l’unica ragione della creazione.
Per altra via si deve dunque trovare la conciliazione tra l’esistenza di Dio e il fatto del male nel mondo. Per facilitare la soluzione del problema giova distinguere il male fisico e il male morale.
Il male fisico è dovuto all’essenza finita delle cose di cui si compone l’universo ed al corso normale e ordinario delle leggi della natura. Non ripugna quindi a Dio, come non ripugna il dolore che al male fisico suole accompagnarsi; il rendere l’uomo, e in generale l’animale, sensibile agli agenti nocivi è spesso mezzo provvidenziale per la conservazione della vita nella natura; la morte stessa degli individui è necessaria per dare posto alle nuove generazioni.
La colpa, poi, cioè il male morale, è effetto della manchevole volontà dell’uomo: essa non è voluta da Dio, ma solo permessa, perché Dio vuole che liberamente lo rispettiamo e lo amiamo e non vuole fare violenza alla nostra volontà.
Ma – si osserva – Dio non potrebbe, con la Sua Provvidenza, impedire il male? E se lo può, perché non lo impedisce?
Sì, parlando in termini assoluti, lo potrebbe impedire e se, nonostante questo, lo permette, vuol dire che nella Sua infinita sapienza vede che è meglio permetterlo. Senza volere penetrare più in là di quel che alle nostre deboli forze è concesso (S. Paolo esclamava: “ O altezza della scienza di Dio: Come sono imperscrutabili i Tuoi giudizi!”: Ep. ad Rom., 11, 33), abbiamo dalla ragione, e più ancora dalla fede, gli elementi per rispondere alla domanda.
L’immortalità dell’anima – che abbiamo già dimostrato – ci ha dato la certezza naturale (confermata dalla fede) di una vita futura ed eterna, alla quale la vita presente è ordinata e nella quale i desideri del nostro cuore saranno soddisfatti, a meno che la giustizia non esiga la pena del male da noi compiuto. Alla luce di questa verità, per cui la vita dell’uomo si inizia nel tempo ma si continua nell’eternità, deve essere risolto il problema del dolore, che acquista, nella Provvidenza divina, una mirabile finalità. Il dolore, innanzi tutto, distacca l’uomo dalle cose terrene e lo avvicina a quelle eterne; se, nonostante le frequenti infelicità della terra, così pochi pensano all’eternità, quanti sarebbero quelli che si ricorderebbero del loro ultimo fine, se nella vita non vi fossero che gioie? Inoltre, il dolore fa sì che l’uomo possa espiare: chi, nella vita, non ha mai trasgredito la legge del Signore? L’infinita misericordia di Dio è sempre disposta a perdonare, ma la Sua giustizia esige una riparazione, un compenso per l’ordine morale rovesciato, e il dolore ristabilisce quest’ordine purificando l’anima che si è ribellata a Dio. Infine il dolore santifica, perché attraverso la prova del dolore l’uomo si merita quella felicità eterna che Dio vuol donarci quale premio da conquistare col sacrificio e con la lotta, sostenuti dalla pace della coscienza e dalla gioia del cuore con cui Dio conforta il giusto nelle pene della vita.
Così la ragione, ed assai meglio la fede, mostrano nel dolore la paterna Provvidenza di Dio che “non turba mai la gioia dei Suoi figli se non per prepararne loro una più certa e più grande” (Manzoni).

Bibliografia.

Si veda la bibl. della lez. XVI. Anche Gaetani, La Provvidenza divina, Roma, Univ. Gregoriana, 1944; Zacchi, Il problema del dolore dinanzi all’intelligenza e al cuore, Roma, Ferrari, 1930.

4. Conclusione.

Riandando con la mente al cammino fin qui percorso, possiamo fissare il nostro sguardo su alcuni punti fondamentali per trarne qualche conclusione.
Risolto il problema della conoscenza, affermata e mostrata la nostra capacità di conoscere la verità, cioè la realtà come veramente è, abbiamo studiato l’universo materiale nel quale viviamo, i viventi nelle varie loro specie, in particolare l’uomo, e siamo poi saliti fino a Dio, dimostrandone l’esistenza e indagandone un poco la natura. L’uomo, composto di anima spirituale e di corpo materiale, ci è apparso l’anello di congiunzione fra il mondo della materia e il mondo dello spirito, re del creato ma insieme creatura di Dio. Per sua stessa natura l’uomo ha quindi delle relazioni col mondo materiale e con Dio, con se stesso e con gli altri uomini; lo studio di queste relazioni è l’oggetto dell’altra parte della filosofia, la filosofia morale.
Fra queste relazioni, hanno una particolare importanza le relazioni con Dio, sua causa prima e fine ultimo, che ha creato tutto l’universo per l’uomo e l’uomo affinché egli, attraverso il creato, a Lui ritorni. Il complesso di queste relazioni che stringono l’uomo a Dio costituisce la religione.
L’uomo deve perciò riconoscere la sua dipendenza da Dio, piegare il ginocchio per adorarlo, rendendoGli l’omaggio della sua mente e del suo cuore. Ma in quale modo? Nel modo che la retta ragione gli insegna, sebbene Dio abbia voluto stabilirlo Egli stesso nella pratica di una religione da Lui rivelata: religione soprannaturale o rivelata.
Esiste questa religione rivelata? Un uomo di nome Gesù Cristo, di cui la storia ci attesta l’esistenza e l’opera, propria non di un semplice uomo ma di un Dio, Gesù Cristo, Uomo-Dio, ha rivelato agli uomini la vera religione: la Religione cristiana.
Questa religione insegnata dal Cristo non si trova nella sua integrità e purezza nelle sette protestanti o scismatiche che si dicono cristiane, ma solo nella Chiesa cattolica, apostolica, romana, per cui l’unica vera religione è la Religione cattolica.
In questo modo appare alla retta ragione non solo legittimo, ma anzi doveroso l’atto della nostra fede cattolica. Dimostrare la ragionevolezza e obbligatorietà della nostra fede è compito non più del corso di filosofia ma del corso di Teologia fondamentale o, come suole chiamarsi, di Apologetica.

Bibliografia.

Devivier, Corso di apologetica cristiana, Venezia, Emiliana, 1937; Giacon, La verità cattolica, Vol. I (La divinità del cristianesimo, la Chiesa, i Dogmi), Como, Marzorati 2a ediz., 1943; Sitti, Corso di teologia per i laici, Vol. I (La Rivelazione), Roma, Studium, 1940.
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O Trinità Santissima,che io sprofondi nell’abisso del Tuo Amore!

Mio Dio, Trinità che adoro,
aiutatemi a dimenticarmi interamente,
per fissarmi in voi, immobile e quieta come se la mia anima fosse già nell’eternità;
che nulla possa turbare la mia pace o farmi uscire da voi, mio immutabile Bene,
ma che ogni istante mi porti più addentro nella profondità del vostro mistero.
Pacificate la mia anima,
fatene il vostro cielo, la vostra dimora preferita e il luogo del riposo;
che io non vi lasci mai solo, ma sia là tutta quanta, tutta desta nella mia fede,
tutta in adorazione, tutta abbandonata alla vostra azione creatrice.

O mio amato Cristo, crocifisso per amore,
vorrei essere una sposa del vostro Cuore;
vorrei coprirvi di gloria e vi chiedo di rivestirmi di Voi stesso,
di immedesimare la mia anima con tutti i movimenti della vostra Anima,
di sommergermi, d’invadermi, di sostituirvi a me,
affinché la mia vita non sia che un’irradiazione della vostra vita.
Venite nella mia anima come Adoratore, come Riparatore e come Salvatore.
O Verbo Eterno, Parola del mio Dio, voglio passare la mia vita ad ascoltarvi;
voglio farmi tutta docilità per imparare tutto da voi.
Poi, attraverso tutte le notti, tutti i vuoti, tutte le impotenze,
voglio fissare sempre Voi e restare sotto la vostra grande luce.
O mio Astro amato,
incantatemi, perché non possa più uscire dallo splendore dei vostri raggi.

O Fuoco consumatore, Spirito d’amore,
scendete sopra di me,
affinché si faccia della mia anima come un’incarnazione del Verbo,
ed io sia per Lui un’aggiunta d’umanità nella quale Egli rinnovi tutto il suo mistero.

E Voi, o Padre,
chinatevi sulla vostra piccola creatura,
copritela con la vostra ombra, e non guardate in lei che il Diletto
nel quale avete riposto tutte le vostre compiacenze.

O miei TRE, mio Tutto,
mia Beatitudine, Solitudine infinita, Immensità in cui mi perdo,
mi consegno a Voi come una preda.
Seppellitevi in me, perché io mi seppellisca in Voi,
in attesa di venite a contemplare, nella vostra luce,
l’abisso delle vostre grandezze.

Beata Elisabetta della Trinità (1880-1906)

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“Come risuscitano i morti? Con quale corpo verranno?”

1Corinzi 15

1 Vi rendo noto, fratelli, il vangelo che vi ho annunziato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi, 2 e dal quale anche ricevete la salvezza, se lo mantenete in quella forma in cui ve l’ho annunziato. Altrimenti, avreste creduto invano!
3 Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, 4 fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, 5 e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. 6 In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. 7 Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. 8 Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto. 9 Io infatti sono l’infimo degli apostoli, e non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. 10 Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me. 11 Pertanto, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto.
12 Ora, se si predica che Cristo è risuscitato dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non esiste risurrezione dei morti? 13 Se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato! 14 Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede. 15 Noi, poi, risultiamo falsi testimoni di Dio, perché contro Dio abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato Cristo, mentre non lo ha risuscitato, se è vero che i morti non risorgono. 16 Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto; 17 ma se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati. 18 E anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti. 19 Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini.
20 Ora, invece, Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti. 21 Poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti; 22 e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo. 23 Ciascuno però nel suo ordine: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo; 24 poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato e ogni potestà e potenza. 25 Bisogna infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. 26 L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte, 27 perché ogni cosa ha posto sotto i suoi piedi. Però quando dice che ogni cosa è stata sottoposta, è chiaro che si deve eccettuare Colui che gli ha sottomesso ogni cosa. 28 E quando tutto gli sarà stato sottomesso, anche lui, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti.
29 Altrimenti, che cosa farebbero quelli che vengono battezzati per i morti? Se davvero i morti non risorgono, perché si fanno battezzare per loro? 30 E perché noi ci esponiamo al pericolo continuamente? 31 Ogni giorno io affronto la morte, come è vero che voi siete il mio vanto, fratelli, in Cristo Gesù nostro Signore! 32 Se soltanto per ragioni umane io avessi combattuto a Efeso contro le belve, a che mi gioverebbe? Se i morti non risorgono, mangiamo e beviamo, perché domani moriremo. 33 Non lasciatevi ingannare: «Le cattive compagnie corrompono i buoni costumi». 34 Ritornate in voi, come conviene, e non peccate! Alcuni infatti dimostrano di non conoscere Dio; ve lo dico a vostra vergogna.
35 Ma qualcuno dirà: «Come risuscitano i morti? Con quale corpo verranno?». 36 Stolto! Ciò che tu semini non prende vita, se prima non muore; 37 e quello che semini non è il corpo che nascerà, ma un semplice chicco, di grano per esempio o di altro genere. 38 E Dio gli dà un corpo come ha stabilito, e a ciascun seme il proprio corpo. 39 Non ogni carne è la medesima carne; altra è la carne di uomini e altra quella di animali; altra quella di uccelli e altra quella di pesci. 40 Vi sono corpi celesti e corpi terrestri, ma altro è lo splendore dei corpi celesti, e altro quello dei corpi terrestri. 41 Altro è lo splendore del sole, altro lo splendore della luna e altro lo splendore delle stelle: ogni stella infatti differisce da un’altra nello splendore. 42 Così anche la risurrezione dei morti: si semina corruttibile e risorge incorruttibile; 43 si semina ignobile e risorge glorioso, si semina debole e risorge pieno di forza; 44 si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale.
Se c’è un corpo animale, vi è anche un corpo spirituale, poiché sta scritto che 45 il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma l’ultimo Adamo divenne spirito datore di vita. 46 Non vi fu prima il corpo spirituale, ma quello animale, e poi lo spirituale. 47 Il primo uomo tratto dalla terra è di terra, il secondo uomo viene dal cielo. 48 Quale è l’uomo fatto di terra, così sono quelli di terra; ma quale il celeste, così anche i celesti. 49 E come abbiamo portato l’immagine dell’uomo di terra, così porteremo l’immagine dell’uomo celeste. 50 Questo vi dico, o fratelli: la carne e il sangue non possono ereditare il regno di Dio, né ciò che è corruttibile può ereditare l’incorruttibilità.
51 Ecco io vi annunzio un mistero: non tutti, certo, moriremo, ma tutti saremo trasformati, 52 in un istante, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba; suonerà infatti la tromba e i morti risorgeranno incorrotti e noi saremo trasformati. 53 È necessario infatti che questo corpo corruttibile si vesta di incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta di immortalità.
54 Quando poi questo corpo corruttibile si sarà vestito d’incorruttibilità e questo corpo mortale d’immortalità, si compirà la parola della Scrittura:
La morte è stata ingoiata per la vittoria.
55 Dov’è, o morte, la tua vittoria?
Dov’è, o morte, il tuo pungiglione
?
56 Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la legge. 57 Siano rese grazie a Dio che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo! 58 Perciò, fratelli miei carissimi, rimanete saldi e irremovibili, prodigandovi sempre nell’opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore.

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¿Quién podrá resistir en la presencia del Señor, este Dios tan santo?

PRIMER LIBRO DE SAMUEL

Capítulo 6

La devolución del Arca

1 El arca del Señor permaneció siete meses en territorio filisteo.

2 Luego los filisteos convocaron a los sacerdotes y adivinos, y les preguntaron: «¿Qué haremos con el Arca del Señor? Indíquennos cómo podemos enviarla al lugar donde estaba:.

3 Ellos respondieron: «Si devuelven el Arca del Dios de Israel, no la envíen sin nada, sino que deberán ofrecerle una reparación. Si así logran curarse, sabrán por qué su mano no se apartaba de ustedes».

4 «¿Qué reparación debemos ofrecerle?», preguntaron los filisteos. Ellos respondieron: «Cinco tumores de oro y cinco ratones de oro, uno por cada uno de los príncipes filisteos. Porque la misma plaga la han padecido ustedes y ellos.

5 Hagan unas imágenes de los tumores y de los ratones que devastan el país, y den gloria al Dios de Israel. Tal vez así su mano no pese tanto sobre ustedes, sobre sus dioses y sobre su país.

6 ¿Por qué se van a obstinar como lo hicieron Egipto y el Faraón? ¿No tuvieron acaso que dejarlos partir cuando el Señor se ensañó con ellos?

7 Hagan ahora mismo un carro nuevo y tomen dos vacas que estén criando y que no hayan llevado el yugo. Aten las vacas al carro, dejando a sus crías encerradas en el establo.

8 Luego tomarán el Arca del Señor y la pondrán sobre el carro. Al lado de ella, en un cofre, colocarán los objetos de oro que le ofrecen en reparación. Después, la dejarán partir.

9 Fíjense bien: si ella sube en dirección a su territorio, hacia Bet Semes, quiere decir que el Señor nos ha infligido esta gran calamidad; en caso contrario, sabremos que no fue su mano la que nos golpeó, sino que esto nos ha sucedido por casualidad.

10 Así lo hicieron: tomaron dos vacas que estaban criando y las ataron al carro, pero encerraron a sus crías en el establo.

11 Luego pusieron sobre el carro el Arca del Señor y el cofre con los ratones de oro y las imágenes de los tumores.

12 Las vacas se fueron derecho por el camino de Bet Semes; iban muriendo, siempre por el mismo sendero, sin desviarse ni a la derecha ni a la izquierda. Y los príncipes de los filisteos las siguieron hasta la frontera de Bet Semes.

El Arca en Bet Semes

13 La gente de Bet Semes estaba cosechando el trigo en el valle. Al levantar los ojos, divisaron el Arca y se alegraron de verla.

14 El carro llegó al campo de Josué de Bet Semes y se detuvo. Allí había una gran piedra. Entonces hicieron astillas la madera del carro y ofrecieron las vacas en holocausto al Señor.

15 Mientras tanto, los levitas habían bajado el Arca del Señor y el cofre que estaba con ella, donde se encontraban los objetos de oro, y los depositaron sobre la piedra grande. La gente de Bet Semes ofreció aquel día holocaustos y sacrificios al Señor.

16 Al ver esto, los príncipes de los filisteos regresaron a Ecrón aquel mismo día.

17 Los tumores de oro que los filisteos presentaron como reparación al Señor fueron uno por Asdod, uno por Gaza, uno por Ascalón, uno por Gat y uno por Ecrón.

18 Y el número de los ratones de oro correspondía al de todas las ciudades de los filisteos, gobernadas por los cinco príncipes, desde las ciudades fortificadas hasta los poblados desguarnecidos. Testigo de esto es la piedra grande sobre la que depositaron el Arca del Señor, y que hasta el día de hoy está en el campo de Josué de Bet Semes.

El Arca en Quiriat Iearím

19 El Señor castigó a la gente de Bet Semes, porque habían mirado el Arca del Señor. Como él hirió a setenta hombres, el pueblo estuvo de duelo porque el Señor les había infligido un castigo tan grande.

20 Los hombres de Bet Semes dijeron: «¿Quién podrá resistir en la presencia del Señor, este Dios tan santo? ¿A quién enviársela, para que esté lejos de nosotros?».

21 En seguida mandaron unos mensajeros a los habitantes de Quiriat Iearím, para decirles: «Los filisteos han devuelto el Arca del Señor. Bajen y súbanla con ustedes».

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Sia lodato sempre,in ogni circostanza,il Signore nostro Dio!

Laudato si, Signore mio,
perché ci ha creato e redento,
Tu Padre di immensa tenerezza e bontà.

Laudato si, Signore mio,
per il dono del creato
che hai affidato alla nostra custodia
e messo nelle nostre mani,
non sempre attente ed oculate
nel conservare i beni
che ci hai lasciato
a nostra gioia e felicità.

Laudato si, Signore mio
per ogni uomo e donna
di questa martoriata terra,
afflitta da tanti mali incurabili
del corpo e dello spirito.

Fa’ che nessuno di questi nostri fratelli
possano assaporare la freddezza
del nostro cuore e l’indifferenza
della nostra mente
presa da tanti personali problemi,
incapace di leggere il dolore
e la sofferenza sul volto
di chi non conta in questo mondo.

Laudato si, Signore mio,
per tutte le croci che ci doni ogni giorno
e ci inviti a portare con dignità
senza scaricarle sulle spalle degli altri,
ma felici di salire con te sul calvario
e donare la nostra vita,
come vittime espiatrici
per la conversione e la santificazione
del genere umano.

Laudato si, Signore mio
per le tante umiliazioni
che ci hai fatto sperimentare
attraverso quanti non sanno
e non vogliono amare sinceramente gli altri
e si fanno giudici severi degli altri
e molto tolleranti con se stessi.

Laudato si, Signore mio
per ogni cosa e per tutto quello
che guardiamo con i nostri occhi,
gustiamo con il nostro palato,
tocchiamo con le nostre mani,
odoriamo con il nostro naso,
ascoltiamo con le nostre orecchie,
soprattutto se sei Tu Signore a parlare
direttamente al nostro cuore,
perché ci vuoi totalmente consacrati
al tuo amore e alla tua lode,
nella cristiana speranza di lodarti
per sempre nella gioia del tuo Regno,
dove ci attendi per donarci
la pace e la felicità che non ha fine,
insieme a Maria, la tua e la nostra Madre,
Regina del cielo e della terra. Amen.

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Testimonianza di un convertito,raggiunto dalla Grazia

TESTIMONIANZA DI UN EX TOSSICODIPENDENTE

Sono l’ultimo di otto fratelli. Mia mamma si ammalò di un forte esaurimento nervoso mentre io ancora mi agitavo nel suo grembo. Quando nacqui, non era già più nelle condizioni di prendersi cura di me, così lo fece mia sorella più grande. Ma quando partì per l’America, dopo aver preso marito, per me era ancora troppo presto. Avevo solo 11 anni ed ero bramoso di affetto materno. Mi sentii abbandonato e terribilmente insicuro, mi parve che il mondo con tutto il suo peso gravasse sulle mie spalle ancora troppa gracili. Mi sentivo schiacciato.
Un profondo senso di ribellione contro tutti e contro tutto cominciò ad albergare nel mio cuore. Non davo ascolto a mio padre e più lui cercava di correggermi, più reagivo con forza. C’era in me un fuoco di risentimento verso la vita che mi induceva a fare tutto il contrario di ogni cosa giusta.

Avevo solo 15 anni quando divenni capo di una banda di ragazzini del mio quartiere. Facevamo molte bravate e ce ne vantavamo. Poi venne la stagione delle discoteche, delle ragazze, del sesso e dell’alcol, tanto. Mi ubriacavo spesso.
Immancabile giunse l’appuntamento con la droga: dapprima lo spinello, poi gli allucinogeni e l’eroina. Il mio cervello era in frantumi almeno quanto la mia anima. La cocaina, infine, distrusse quel poco che rimaneva della mia integrità di uomo. L’odio per il mondo e per la vita era ormai divenuto odio contro me stesso. In fondo non facevo altro che distruggermi, dose dopo dose, buco dopo buco. Ma cercavo ancora, seppure in maniera maldestra, di mascherare il disastro che ero divenuto. Giorno dopo giorno bruciavo la terra attorno a me. Credo di aver ingannato tutti, amici, parenti, familiari e quindi cresceva a dismisura tutto intorno il deserto. A questo punto la droga mi serviva per sentirmi in quello stato di torpore che ti impedisce di pensare e di riconoscerti per quello che sei diventato, una larva. Da fanciullo educato alla fede cristiana, ero divenuto un adoratore del diavolo, di un dio che chiamavo Eroina. Ero a meno di un metro dall’inferno.
Oggi riconosco i grandi sforzi fatti da mio padre per aiutarmi, dissuadermi, correggermi, amarmi. Ma a nulla valsero. Non so più in quante comunità terapeutiche ho soggiornato e da quante sono scappato. Ero in un vicolo cieco. Non ero più padrone di me. Più che l’alcol e la droga, il vero problema, comunque, ero io stesso.

La droga aveva, nei lunghi anni di abuso, corroso ogni cosa. Non sapevo più gioire e non sapevo più piangere. I momenti di lucidità erano talmente insopportabili che diverse volte ho tentato il suicidio. Oggi so che qualcuno mi proteggeva. Mi somministravo la morte a piccole dosi quotidiane, eppure ero terrorizzato dalla morte. Diverse volte sono stato in coma per overdose.
Non saprei dire come, né saprei ripetere le parole, ma nel mio cuore doveva esserci un grido soffocato di aiuto simile a una preghiera. “Ti prego, soccorrimi Signore. Donami la pace e fammi provare quella gioia di vivere che mi é sconosciuta!”
Dio rispose, e lo fece attraverso mio padre. Lui non aveva mai smesso di pregare per me. Fu lui a propormi di entrare in una comunità di recupero che aveva una forte enfasi di fede cristiana. “Papà portami pure in questo centro. Per me soltanto Dio, se esiste, può fare qualcosa.” Qui conobbi non solo una comunità di ragazzi col mio stesso problema, ma anche una comunità spirituale, di persone sinceramente convinte dell’aiuto di Dio. Ero attratto da quella forte tensione spirituale ma non capivo fino in fondo da dove venisse. Avevo fede, ma ero ancora incredulo. Qualcuno a cui mi rivolsi mi parlò con semplicità e convinzione di Gesù. “Quello che non puoi fare con le tue forze lo può Gesù per te!”. Cominciai una lunga, reiterata e ostinata preghiera. Volevo che Gesù operasse anche in me come in quei ragazzi. Stentavo a credere che avrebbe potuto rimettere assieme i pezzi della mia vita. Fu così, forse per la prima volta, che mi resi conto del male che avevo fatto a tante altre persone. Molti avevano patito a causa mia. Ma questo pensiero non mi distruggeva. La consapevolezza del peccato cresceva di pari passo con quella della Grazia. Dio mi voleva bene. Non si era stancato di me. Aveva continuato ad amarmi anche quando non mi amavo neppure io stesso. È stato per la sua vicinanza se ho potuto sopportare la paralisi delle crisi di astinenza. Lui, soltanto lui era capace di spegnere il fuoco che ardeva nel mio corpo, che bruciava le vene mentre le ossa erano pesanti come il piombo. Dio ha agito, certo, ma lo ha fatto attraverso molti di quei ragazzi che erano passati per quella stessa angusta strada. Erano per me come una schiera di angeli mandati a soccorrermi, giorno e notte.
La fede dei primi passi cominciò a diventare cammino quotidiano nella lettura della Parola di Dio, nella preghiera personale. Così l’antica storia di quel figlio, di cui narra la parabola, che parte per un lungo viaggio nel quale si perde, acquistava per me un significato biografico. Dio era proprio quel padre paziente e amorevole rimasto alla finestra ad aspettare il mio ritorno.
Da allora la presenza spirituale del Signore ha preso a medicare e curare le mie piaghe. La lunga malattia dell’anima aveva lasciato ormai posto alla stagione della convalescenza e della piena guarigione. Nessun medico e nessuno psichiatra aveva potuto affrancarmi da quei 22 anni di vita dissoluta vissuta alla mercé della droga. Il Signore l’ha fatto. L’ha potuto per mezzo del suo amore. L’ha compiuto mettendo in me la fede. L’ha realizzato donandomi dei fratelli. Ed oggi il più grande desiderio che ho nel cuore é quello di sapermi nelle sue mani uno strumento di aiuto per tanti altri ragazzi come me. Il mio desiderio è quello di vederli un giorno liberi dalla droga vivendo una vita con la pace, la gioia e l’amore di Dio che si può ottenere solo attraverso Suo Figlio Gesù.

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L’insegnamento e la Presenza costante del Signore sono dolci più del miele

Dall Esortazione Apostolica “Catechesi tradendae” di S.Giovanni Paolo II

ABBIAMO UN SOLO MAESTRO: GESU’ CRISTO

Mettere in comunione con la persona di Cristo

5. La IV assemblea generale del sinodo dei vescovi ha insistito spesso sul cristocentrismo di ogni autentica catechesi. Noi possiamo qui mantenere i due significati della parola, i quali non si oppongono nè si escludono, ma piuttosto si richiamano e si completano a vicenda.

Si vuole sottolineare, innanzitutto, che al centro stesso della catechesi noi troviamo essenzialmente una persona: quella di Gesù di Nazaret, “unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità”, il quale ha sofferto ed è morto per noi ed ora, risorto, vive per sempre con noi. E’ Gesù che è “la via, la verità e la vita” e la vita cristiana consiste nel seguire Cristo, nella “sequela Cristi”. L’oggetto essenziale e primordiale della catechesi è – per usare un’espressione cara a san Paolo, come pure alla teologia contemporanea – “il mistero del Cristo”. Catechizzare è, in un certo modo, condurre qualcuno a scrutare questo mistero in tutte le sue dimensioni: “Mettere in piena luce l’economia del mistero… Comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio”. E’, dunque, svelare nella persona di Cristo l’intero disegno di Dio, che in essa si compie. E’ cercare di comprendere il significato dei gesti e delle parole di Cristo, dei segni da lui operati, poiché essi ad un tempo nascondono e rivelano il suo mistero. In questo senso, lo scopo definitivo della catechesi è di mettere qualcuno non solo in contatto, ma in comunione, in intimità con Gesù Cristo: egli solo può condurre all’amore del Padre nello Spirito e può farci partecipare alla vita della santa Trinità.

Trasmettere la dottrina di Cristo

6. Ma il cristocentrismo, in catechesi, significa pure che mediante essa non si vuole che ciascuno trasmetta la propria dottrina o quella di un altro maestro, ma l’insegnamento di Gesù Cristo, la verità che egli comunica o, più esattamente, la verità che egli è. Bisogna dire dunque che nella catechesi è Cristo, Verbo incarnato e Figlio di Dio, che viene insegnato, e tutto il resto lo è in riferimento a lui; e che solo Cristo insegna, mentre ogni altro lo fa nella misura in cui è il suo portavoce, consentendo al Cristo di insegnare per bocca sua. La costante preoccupazione di ogni catechista – quale che sia il livello delle sue responsabilità nella chiesa – dev’essere quella di far passare, attraverso il proprio insegnamento ed il proprio comportamento, la dottrina e la vita di Gesù. Egli non cercherà di fermare su se stesso, sulle sue opinioni ed attitudini personali l’attenzione e l’adesione dell’intelligenza e del cuore di colui che sta catechizzando; e, soprattutto, non cercherà di inculcare le sue opinioni ed opzioni personali, come se queste esprimessero la dottrina e le lezioni di vita del Cristo. Ogni catechista dovrebbe poter applicare a se stesso la misteriosa parola di Gesù: “La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato”. E’ questo che fa s. Paolo trattando una questione di primaria importanza: “Io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso”. Quale frequentazione assidua della parola di Dio trasmessa dal magistero della chiesa, quale profonda familiarità col Cristo e col Padre, quale spirito di preghiera, quale distacco da sé deve avere un catechista per poter dire: “La mia dottrina non è mia”!

Il Cristo docente

7. Questa non è un corpo di verità astratte: essa è comunicazione del mistero vivente di Dio. La qualità di colui che l’insegna nel vangelo e la natura del suo insegnamento sorpassano del tutto quelle dei “maestri”in Israele, grazie al legame unico che passa tra ciò che egli dice, ciò che fa e ciò che è. Resta il fatto, tuttavia, che i vangeli riferiscono chiaramente alcuni momenti in cui Gesù insegna. “Gesù fece e insegnò”: in questi due verbi che aprono il libro degli Atti, san Luca unisce ed insieme distingue due poli nella missione di Cristo.

Gesù ha insegnato: è, questa, la testimonianza che dà di se stesso: “Ogni giorno stavo seduto nel tempio ad insegnare”. È l’osservazione ammirata degli evangelisti, sorpresi di vederlo sempre e in ogni luogo nell’atto di insegnare, in un modo e con un’autorità fino ad allora sconosciuti. “Di nuovo le folle si radunavano intorno a lui, ed egli, come era solito, di nuovo le ammaestrava”; “ed essi erano colpiti dal suo insegnamento, perché insegnava, come avendo autorità”. E’ quanto rilevano anche i suoi nemici, per ricavarne un motivo di accusa, di condanna: “Costui solleva il popolo, insegnando per tutta la Giudea, dopo aver cominciato dalla Galilea, fino a qui”.

L’unico “maestro”

8. Colui che insegna a questo modo merita, ad un titolo del tutto speciale, il nome di “maestro”. Quante volte, in tutto il nuovo testamento e specialmente nei vangeli, gli è dato questo titolo di maestro! Sono evidentemente i dodici, gli altri discepoli, le moltitudini degli ascoltatori che, con un accento di ammirazione, di confidenza e di tenerezza, lo chiamano maestro. Perfino i farisei ed i sadducei, i dottori della legge, i giudici in generale non gli rifiutano questo appellativo: “Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia vedere un segno”; “Maestro, che debbo fare per ottenere la vita eterna?”. Ma è soprattutto Gesù stesso, in momenti particolarmente solenni e molto significativi, a chiamarsi maestro: “Voi mi chiamate maestro e signore, e dite bene, perché lo so no”; egli proclama la singolarità, il carattere unico della sua condizione di maestro: “Voi non avete che un maestro: il Cristo”. Si comprende come, nel corso di duemila anni, in tutte le lingue della terra, uomini di ogni condizione, razza e nazione, gli abbiano dato con venerazione questo titolo, ripetendo ciascuno nel modo suo proprio il grido di Nicodemo: “Sappiamo che sei un maestro venuto da Dio”.

Questa immagine del Cristo docente, maestosa insieme e familiare, impressionante e rassicurante, immagine disegnata dalla penna degli evangelisti e spesso evocata in seguito dall’iconografia sin dall’età paleo-cristiana – tanto è seducente – amo evocarla, a mia volta, all’inizio di queste considerazioni intorno alla catechesi nel mondo contemporaneo.

Docente mediante tutta la sua vita

9. Ciò facendo, non dimentico che la maestà del Cristo docente, la coerenza e la forza persuasiva uniche del suo insegnamento si spiegano soltanto perché le sue parole, le sue parabole ed i suoi ragionamenti non sono mai separabili dalla sua vita e dal suo stesso essere. In questo senso, tutta la vita del Cristo fu un insegnamento continuo: i suoi silenzi, i suoi miracoli, i suoi gesti, la sua preghiera, il suo amore per l’uomo, la sua predilezione per i piccoli e per i poveri, l’accettazione del sacrificio totale sulla croce per la redenzione del mondo, la sua risurrezione sono l’attuazione della sua parola ed il compimento della rivelazione. Talché per i cristiani il Crocifisso è una delle immagini più sublimi e più popolari di Gesù docente.

Tutte queste considerazioni, che sono nel solco delle grandi tradizioni della chiesa, rinvigoriscono in noi il fervore verso Cristo, il maestro che rivela Dio agli uomini e l’uomo a se stesso; il maestro che salva, santifica e guida, che è vivo, parla, scuote, commuove, corregge, giudica, perdona, cammina ogni giorno con noi sulla strada della storia; il maestro che viene e che verrà nella gloria.

Solo in una profonda comunione con lui i catechisti troveranno la luce e la forza per l’autentico ed auspicato rinnovamento della catechesi.

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