Storia della Chiesa: La Riforma Anglicana

Riforma anglicana

In Inghilterra la riforma avvenne per opera della corona: Enrico VIII (1509-1547); Edoardo VI (1547-1553); Elisabetta Tudor (1558-1603).


Essa fu l’ultimo atto di una lunga riforma cominciata fin dal 1300, infatti l’Inghilterra presenta all’inizio del ‘500, due fattori che hanno preparato la riforma: un grande fervore religioso, c’è un grande sviluppo della mistica, dell’ascetica, delle devozioni e dell’Umanesimo; una forma di ostilità nei confronti di Roma e della gerarchia ecclesiastica, che era conseguente al movimento di Wicliff.

Enrico VIII sale al trono nel 1509 all’età di 18 anni. È un principe cristiano, fedele al cattolicesimo tanto che diventa il difensore della fede tradizionale contro le idee protestanti. Per questo motivo il papa Leone X gli conferisce il titolo di Defensor Fidei. Mentre era sposato con Caterina d’Aragona (vedova del fratello Aurturo), s’innamorò di Anna Bolena e per poterla sposare chiese al papa di dichiarare nullo il suo primo matrimonio. Tale richiesta creò seri problemi al papa: non voleva inimicarsi né Enrico VIII, che era difensore della fede cattolica, né tanto meno Carlo V che era nipote di Caterina d’Aragona. La richiesta di Enrico fu respinta e ciò provocò, nel 1531, la rottura perché Enrico VIII, durante un’assemblea del clero, si fece proclamare capo della Chiesa d’Inghilterra e nominò Tommaso Cranmer arcivescovo di Canterbury e primate della Chiesa d’Inghilterra. Questi proclamò nullo il matrimonio del re e ne celebrò il matrimonio con Anna Boleyn.

Il papa rispose con la bolla di scomunica che Enrico VIII, nel novembre del 1538, combatté con la pubblicazione dell’atto di supremazia, documento col quale il sovrano d’Inghilterra acquistava sulla chiesa inglese tutti i poteri che erano propri del papa: Enrico VIII diventa il capo supremo della Chiesa inglese. È da notare che lo scisma non sta sul piano dottrinale, come nel caso delle chiese protestanti, in quanto la nuova Chiesa manteneva la fede tradizionale. La separazione venne accolta senza alcuna resistenza sia da parte dell’episcopato locale, sia da parte del basso clero.

Alla morte di Enrico VIII, 1547, l’Inghilterra, sul piano religioso, si presenta divisa in tre correnti di pensiero: i sostenitori di Enrico VIII; il movimento papista che voleva il ritorno nella Chiesa di Roma; quella dei riformatori che volevano una riforma della Chiesa d’Inghilterra, come già era avvenuto per le chiese protestanti.

Gli succede il figlio Edoardo VI (figlio della terza moglie I. Seymour), che sale al trono all’età di nove anni e regna fino all’età di quindici anni. Vista la minore età la reggenza è esercitata dallo zio Edoardo Seymour, il quale con l’aiuto dell’arcivescovo di Canterbury, inserì delle modifiche: sul piano liturgico si introduce un nuovo rituale il Prayer Book (libro di preghiera), al quale il Parlamento conferisce forza di legge. Questo libro di preghiera è pubblicato in lingua inglese, che diventa lingua ufficiale della Chiesa anglicana. Inoltre viene negato il carattere sacrificale della messa. Sul piano dottrinale viene pubblicata una nuova professione di fede contenuta in 42 articoli approvati dal re Edoardo VI nel 1553. Questi articoli sono di ispirazione calvinista.

La nuova regina, Maria Tudor (1553-1558), figlia di Enrico VIII e di Caterina d’Aragona, che era rimasta fedele al cattolicesimo tentò, con l’aiuto del cardinale Reginald Pole, di restaurare l’antica fede, ma non ci riuscì per almeno tre motivi:

  • Il suo matrimonio con Filippo II di Spagna;

  • Il suo eccessivo zelo nel cercare di ristabilire l’antica fede. A tal fine, sotto il suo regno, nel 1554, vengono ristabilite le leggi contro le eresie, con le quali cominciano le persecuzioni contro i protestanti, e vengono condannate al rogo circa 300 persone. A causa di queste esecuzioni sommarie la regina fu soprannominata Maria la sanguinaria. Questa repressione provocò nel popolo sentimenti antipapistici e anticattolici.

  • Per non aver introdotto in Inghilterra le novità, ormai circolanti, della riforma cattolica.

Con la salita al trono di Elisabetta (1558-1603), figlia di Enrico VIII e sorellastra di Maria Tudor, il protestantesimo si afferma definitivamente in Inghilterra. Nel 1559 con un’apposita legge, che faceva della regina il supremo governatore della Chiesa d’Inghilterra, fu rimesso in vigore l’abrogato Atto di supremazia del 1538. Nello stesso anno fu promulgato un nuovo Atto di uniformità che prescriveva il ritorno all’uso liturgico del Prayer Book, modificato su due punti rispetto all’edizione precedente: viene soppressa ogni formula scortese nei confronti del papa; si afferma la presenza reale di Cristo nell’eucarestia. Questo ritorno alla riforma fu ben accolto sia dal popolo che dal clero, ma non dai vescovi che rimasero, tutti ad eccezione di uno, fedeli alla Chiesa di Roma. L’ostilità dei vescovi alla nuova riforma rendeva necessaria la costituzione di una nuova gerarchia e nel dicembre del 1559 fu consacrato primate d’Inghilterra e arcivescovo di Canterbury M. Parker, già professore dell’università di Canterbury e già cappellano di Anna Boleyn. La consacrazione fu fatta dall’unico vescovo cattolico che aveva accettato la nuova riforma, però questa consacrazione fu fatta secondo il rituale di Edoardo VI, che rifiutava il valore sacrificale della messa. Da questo momento in poi è sorta la questione della validità o meno di questa consacrazione e conseguentemente di tutte le ordinazioni successive. Leone XIII, Nell’Apostolicae curae del 1896, nega la validità delle ordinazioni anglicane per i seguenti motivi:

  • Nell’ordinazione del Parker c’era un vizio di forma sia perché la formula di ordinazione non indicava esplicitamente il valore sacrificale della messa sia perché il rito di ordinazione non era conforme a quello della Chiesa cattolica;

  • Nell’ordinazione c’era un vizio di volontà, ovvero non c’era l’intenzione di ordinarlo vescovo secondo la dottrina cattolica

Nel 1563 i nuovi vescovi inglesi decisero di procedere alla revisione dei 42 articoli ed elaborano un nuovo documento, approvato dall’assemblea del clero, che conteneva 39 articoli. Questo documento, di chiara ispirazione calvinista, è ancora oggi la base dottrinale della Chiesa d’Inghilterra. Nel febbraio del 1570 Elisabetta fu scomunicata da Papa Pio V e ciò provocò la rottura tra i cattolici (i papisti) e protestanti, tanto che i cattolici furono considerati nemici dell’Inghilterra, considerati dei ribelli e perseguitati.

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Storia della Chiesa: La Riforma Calvinista

Riforma calvinista

Con Calvino si può parlare di una seconda generazione di riformatori.


Nato a Noyon a nord della Francia nel 1509, studia logica e latino a Parigi e diritto e filosofia a Orleans a Bourges. A Parigi subisce l’influsso dell’evangelismo francese e sotto questo influsso pubblica un commentario al De Clementia di Seneca. A seguito di questa pubblicazione viene sospettato di tendenze pro-evangeliche, di simpatia verso il movimento di riforma della Chiesa e nell’autunno del 1533 è costretto a lasciare Parigi. Nel 1534 si stabilisce a Basilea, dove avviene la sua conversione al protestantesimo e la conseguente rottura con la Chiesa di Roma. A Basilea nel 1536 scrive institutio christianae religionis, che è un trattato dove Calvino riassume la dottrina dell’opera riformata. Questo trattato sarà rielaborato e accresciuto nella sua seconda edizione del 1556. Calvino a differenza di Lutero aveva una solida formazione giuridica, Calvino diede un ordinamento sistematico alla riforma protestante. A differenza di Lutero fu un’umanista, era uno dei più brillanti latinisti della sua generazione. Si impegno pubblicamente per ricondurre la Chiesa alla sua forma originale e ripristinarla nella sua autenticità purificandola da ogni difetto. Nel luglio del 1536, a seguito dell’incontro con Guglielmo Farel (1489-1565: riformatore della prima generazione), avviene la svolta della sua vita. Il Farel si adoperò per diffondere la nuova fede nella parte francese dell’attuale Svizzera e vi riuscì egregiamente, visto che nel 1536 l’autorità politica di Ginevra ha adottato la nuova fede. Farel divenne il predicatore di questa nuova fede e chiamò Calvino affinché lo affiancasse in quest’opera. Calvino resta a Ginevra fino al 1538, ovvero fino a quando fu costretto a lasciarla a seguito di un conflitto con le autorità politiche della città. Calvino e Ginevra sono strettamente collegati, fu del tutto casuale questa sua permanenza qui, dovuta all’incontro con Farel, che lo convinse a rimanere a Ginevra. Calvino capì quale era la sua vocazione, quella di mettersi al servizio della riforma, prima non si vedeva tanto come un pastore, più come un erudito, nel luglio del 1936 decide di rimanere a Ginevra per questa opera. Per un breve periodo Calvino si stabili a Strasburgo.

Quindi rimase a Strasburgo dove per tre anni fino al 1541, insegnò Sacra Scrittura all’Accademia. In questo periodo incontrò Martino Bucero (1499-1551). Questo fu un periodo fecondo per Calvino visto che pubblicò diverse opere:

  • La seconda edizione del suo trattato Institutio christianae religionis;

  • Un commento all’Epistola di S.Paolo ai Romani (1541)

  • Un trattato sull’eucarestia dove cercò di superare la divisione che sussisteva tra i protestanti sulla questione dell’eucarestia (Lutero affermava la consustanziazione; invece Zwingli negava la presenza reale di Cristo nell’eucarestia). Calvino cerca di superare il conflitto dicendo che tra le due posizioni non c’è differenza sostanziale, ma che si tratta soltanto di divergenza terminologiche e non dottrinali. Calvino afferma che tutti i riformatori ritengono che il pane e il vino sono segni della partecipazione al corpo e al sangue di Cristo.

Nel settembre del 1541 tornò a Ginevra e vi rimase fino al giorno della sua morte. Qui ebbe modo di applicare i suoi principi facendo di Ginevra un punto di riferimento per tutta la Chiesa protestante (l’anti-Roma). Calvino non è un teologo originale perché egli ha sintetizzato il pensiero della riforma. La sua dottrina può essere riassunta nei seguenti punti:

      • riassume e riprende la dottrina di Lutero della giustificazione per mezzo della sola fede

afferma la dottrina della predestinazione, secondo la quale tutti gli uomini non hanno né la fede, né la grazia e quindi alcuni sono eletti e altri no. In questa dottrina c’è l’idea dell’elezione vista come un atto positivo della volontà divina fatta fin dall’eternità. Però, Calvino non cade nel fatalismo perché ritiene che le opere da chiunque siano fatte (eletti o non) danno gloria a Dio e quindi è necessario farle. La certezza dell’elezione dà al credente la sicurezza della protezione divina anche sotto l’aspetto economico.

Ritiene che la Chiesa è allo stesso tempo invisibile e visibile: invisibile perché è la comunione di tutti gli eletti che sono conosciuti soltanto da Dio e quindi non sono visibili a tutti; visibile perché è una comunità organizzata di fedeli, radicata in un determinato territorio che è dotata di proprie regole e propri ministri.

Afferma che il pastore ha una funzione ministeriale e non sacerdotale. Egli rifiuta l’idea del sacerdozio perché ritiene che non si può sostituire l’autorità di Cristo con quella dell’uomo (è da notare che Calvino a differenza di Lutero, non era sacerdote e riteneva di avere una vocazione profetica).

Calvino nelle sue Ordonnances ecclesiastiques, del 1541, cerca di organizzare la Chiesa di Ginevra distinguendo quattro uffici ecclesiastici:

    i pastori, fanno parte della Compagnia dei pastori ed è affidato loro il compito di predicare e di distribuire i sacramenti;

  • i dottori ai quali è affidata la formazione dei giovani;

  • gli anziani, che sono dei laici anziani ai quali è affidata la sorveglianza, sul piano morale, della città e compongono con i pastori il concistoro, cioè il governo della Chiesa;

  • i diaconi, è affidato loro il compito di occuparsi delle opere di carità e dell’amministrazione dei beni ecclesiastici.

Egli ritiene che la Chiesa non abbia alcun potere temporale e che l’autorità civile debba rispettare e aiutare la Chiesa nella sua missione di portare il regno di Dio sulla terra. Ritiene, inoltre, che il potere civile non possa essere neutrale nei confronti della religione cristiana. Secondo la sua concezione lo Stato è uno strumento nelle mani della Chiesa e quindi possiamo affermare che egli ha una concezione teocratica della Chiesa che è in netto contrasto con la tendenza all’autonomia dei due campi, quello spirituale e quello temporale. In sintesi: lo Stato deve essere subordinato alla Chiesa perché la sua missione è quella di difendere la pura dottrina cristiana e di reprimere l’idolatria e le bestemmie.

Ginevra diventa la città della riforma, la Roma protestante, il punto di riferimento del mondo protestante e ciò per almeno tre motivi:

  1. perché diventa la città rifugio, in quanto accoglie tutti quelli che abbandonando la fede cattolica sono costretti a fuggire dal loro paese;

  2. perché dopo la creazione dell’accademia di teologia nel 1559, diventa il centro intellettuale del mondo protestante. L’accademia è diretta dal discepolo più fedele di Calvino, Teodoro da Beza, e vi studiavano, all’epoca, circa 1500 giovani;

  3. perché diventa la Città-Chiesa, diventa cioè un modello di città riformata

  4. 154

Storia della Chiesa: Martin Lutero

Martin Lutero

La riforma protestante apre un periodo nuovo nella storia della Chiesa e dell’Europa, poiché essa segna la fine dell’unità religiosa in Europa.


Le cause di questa profonda fattura sono religiose politiche, sociali, psicologiche. La riforma Protestante non può essere vista soltanto come una risposta agli abusi o ai difetti della Chiesa del tempo, ma affonda le sue radici ben più lontano, infatti oggi gli storici parlano di una lunga pre-riforma, di un lungo periodo di fermento cristiano/religioso che inizia nel XIV secolo e continua fino al XVI. Questa cosiddetta pre-riforma non riguarda soltanto gli ambienti ecclesiastici, ma anche quelli laici. Fra i movimenti che fanno parte di questa pre-riforma e che poi ritroviamo all’interno della Riforma Protestante ricordiamo: la mistica, l’umanesimo, la Devotio moderna.

Fino all’inizio del ‘900, nel mondo cattolico, l’immagine di Martin Lutero era molto negativa e ciò perché la storiografia cattolica ne accentuava gli aspetti deteriori della sua figura e del suo pensiero. La teologia cattolica lo vedeva come un monaco depravato, l’obiettivo era screditare l’uomo, un uomo corrotto. Tra questi storici ricordiamo:

  • Il padre domenicano Enrico Denifle (1844-1905) che scrive Lutero e luteranismo (1904) dove Lutero viene visto come un personaggio immorale, come un uomo orgoglioso, dominato dalle sue forti passioni.

  • Grisan (1845-1932) che scrive Lutero, dove insiste sulle debolezze psicologiche di Lutero (ansietà, scrupoli, terrore del peccato). Insomma lo presenta come un nevrotico. Anche qui l’attenzione e alla biografia di Lutero, i cattolici si interessavano alla biografia non alla sua teologia, la figura che propone non è quella di un uomo depravato, ma di un uomo un po’ debole, si insisteva sulla sua ansia, sulla sua ossessione del peccato, era un nevrotico in pratica. Grisan però almeno riconosceva che non si era comportato tanto male come monaco, ma il personaggio rimane non credibile, non poteva essere considerato un vero teologo.

Nel 1900 ci fu una rivalutazione non solo dell’uomo ma anche della dottrina. Questo sia ad opera degli storici che dei teologi. Fra questi ultimi ricordiamo K.Adam e Yves Congar i quali ammettono che Lutero era un uomo profondamente religioso, con un senso autentico del peccato e con un forte senso della carità cristiana. Il carattere molto forte di Lutero, pronto alla collera, spiega la sua inclinazione al soggettivismo. Questo carattere lo rendeva poco disposto ad accettare le direttive della gerarchia ecclesiastica, mediatrice tra Dio e l’uomo e per tale motivo venne chiamato doctor hyperbolicus.

Nel 1483 nasce Lutero, in una piccola città della Germania orientale, il vero cognome è Luder, questo cognome è stato cambiato in Luter, perché non gli piaceva il suo cognome che aveva un significato un po’ ingiurioso. Un uomo molto severo, ha conosciuto un’educazione molto severa. Studiò filosofia a Erfurt in un ambiente nominalista e occamista. Nel luglio del 1505 decide di entrare nella corrente riformata degli agostiniani, contro la volontà del padre, due anni dopo fu ordinato sacerdote, sacerdote cattolico, monaco agostiniano. Nel 1510 finalmente riesce a realizzare il suo viaggio a Roma per protestare l’idea del superiore di unire i due rami dell’ordine agostiniano, quello riformato e quello no. Rimase scandalizzato di quello che vide, della mancanza di raccoglimento dei preti, il modo di vivere dei cardinali, il fasto. I fastidi di questo viaggio vennero raccoltati molto più tardi in maniera accentuata, tornato continuò a studiare teologia, e nel 1512 riceve il titolo di dottore in teologia, continuò l’insegnamento della sacra scrittura fino al 1515.

Tra il 1515 e il 1517 maturò in lui una crisi che lo portò a maturare una nuova dottrina, che è quella della giustificazione. Lutero subisce un’evoluzione psicologica che lo portò ad elaborare la nuova dottrina della giustificazione per mezzo della fede. Egli arriva alla dottrina della sola fide in seguito ad una profonda crisi spirituale originata dalla convinzione, in lui radicata, che l’uomo non si possa liberare dal peccato. Egli quindi cerca una via di salvezza che lo porta ad interessarsi della mistica tedesca, a riprendere la lettura di Sant’Agostino e delle lettere di San Paolo. Indubbiamente alla base del movimento di riforma di Lutero, non c’era la formazione di una nuova chiesa, ma fu una crisi esistenziale di Lutero, che si vedeva un peccatore, che si chiedeva come faceva a liberarsi dai peccati e non far parte del numero dei dannati, nonostante i suoi sforzi non ci riusciva, cercava la via della salvezza personale, cercando una via d’uscita ha iniziato a rileggere quindi i mistici, ma anche gli scritti di Sant’Agostino e le lettere di San Paolo, da queste letture ha trovato le risposte al suo problema esistenziale, l’uomo come tale non vale nulla di fronte a Dio, la natura è completamente corrotta, pessimismo antropologico, che contrasta con la visione dell’umanismo, con Erasmo. Lutero si sente peccatore senza speranza, si pone la domanda fondamentale sulla sua salvezza, è disperato, non sa come potrà essere salvato davanti a un Dio che punisce i peccatori, e lui si vede così nonostante tutti i suoi sforzi. La risposta è venuta quando ha cominciato a leggere e meditare il passo di San Paolo “il giusto vivrà per fede”, il giusto vive per il dono di Dio. Dio misericordioso ci giustifica per mezzo della fede, è la giustizia di Dio non è la giustizia dell’uomo, l’unica cosa che Dio ci chiede è di credere, di dar fiducia alle sue promesse. Solo con la fede si può essere salvati, non con le opere, basta credere per essere salvati. Quando Lutero uscirà alla scoperta con il problema delle indulgenze aveva già maturato questa esperienza personale, che sta alla base di tutta la sua teologia. Ha cercato una risposta per lui e l’ha estesa a tutti. Basta credere per sentirsi salvi, per essere certi di essere salvati, dare fiducia alle promesse di Dio rivelate in Gesù Cristo contenute nella Sacra Scrittura. Non è tanto l’idea di una conoscenza e l’adesione a questa conoscenza, a un dogma, ma più un abbandono, una fiducia alle promesse di Cristo. Per questo è fondamentale il ritorno alla Sacra Scrittura.

Non è questa dottrina con cui Lutero si è fatto conoscere, ma con la storia delle indulgenze, quando nel 1517 Lutero o i suoi studenti hanno affisso sulla porta della chiesa di Wittenberg, com’era uso a quel tempo, 95 tesi in latino riguardanti il valore e l’efficacia delle indulgenze. Può sembrare una questione secondaria, ma ha la sua importanza nel modo di riferimento del movimento. L’indulgenza era la remissione da parte della chiesa delle pene inflitte al penitente, queste a volte potevano essere molto severe, digiuni, pellegrinaggi, non è la remissione della colpa, per quella ci vuole l’assoluzione in confessione, ma è la remissione della pena inferta al penitente dalla Chiesa. Tutta questa dottrina delle indulgenze si basava sull’idea di un tesoro della Chiesa alla quale poteva attingere per rimettere le pene ai peccatori, questo tesoro era fatto da tutti i meriti di Cristo e dei santi. A partire dal XV secolo queste indulgenze si ottenevano dietro pagamento, sono state oggetto di un commercio, il concetto stesso di indulgenza ha iniziato ad allargarsi, non solo alle pene temporali, ma anche per i defunti per abbreviare i tempi del purgatorio. All’inizio del 1500 papa Giulio II ha incoraggiato la vendita delle indulgenze per favorire la costruzione di San Pietro. Questa pratica si diffuse anche in Germania dove, il vescovo Alberto di Magdeburgo aveva avuto da Roma l’autorizzazione a concedere le indulgenze a pagamento per far fronte alla tassa romana sul cumulo dei vescovadi di Halberstadt e di Magonza nella sua persona. La predicazione delle indulgenze iniziò in Germania ad opera del domenicano tedesco Giovanni Tetzel.

In reazione alla predicazione sull’indulgenza, che era ai limiti dell’ortodossia, Lutero ha mandato al vescovo queste 95 tesi, visto il silenzio di quest’ultimo le manda ad alcuni teologi tedeschi che le diffusero, queste si diffusero in tutta la Germania, e Lutero divenne famoso, il vescovo nel frattempo le aveva mandate a Roma per essere giudicate. Non contestava l’idea dell’indulgenza, diceva di tornare all’autentica concezione delle indulgenze, voleva relativizzarne la portata, che non vale per la colpa ma solo per la pena, e soprattutto non vale per i defunti, non contestava la possibilità di rimettere la penitenza da parte della chiesa della pena messa da se stessa, ma che queste venissero pagate non lo accettava, rimettere le pene poi dopo la morte era veramente illogico, il potere della chiesa si fermava a prima della morte, l’indulgenza è una remissione della pena inflitta dalla Chiesa, che non riguarda i defunti. Per Lutero l’unico tesoro di cui dispone la chiesa è la parola di Dio, non c’era questo tesoro dei santi che permetteva alla chiesa di rimettere le indulgenze. L’indulgenza dà una falsa sicurezza all’uomo peccatore, l’essenziale non è andare a cercare e comperare le indulgenze, ma andare a leggere il vangelo. Lutero divenne qualcuno di inquietante per il papa e non si poteva farlo fare senza reagire.

All’inizio c’era la tendenza a prendere con serenità la cosa, c’erano tanti movimenti che volevano cambiare le cose, ma poi visto che la cosa diveniva grande nel 1518 fu intimato a Lutero di presentarsi al papa Leone X per difendere le sue tesi, ma fu dispensato per intercessione del principe di Sassonia Federico e fu mandato un cardinale, ma questo dialogo non fu positivo, Lutero qui non voleva più già sottomettersi al Papa per obbedienza, voleva esser convinto di essere nell’errore, e voleva essere convinto sulla base della Sacra Scrittura, che era unica autorità. Lutero poté contare sul sostegno del suo principe, il principe della Sassonia, candidato alla successione al trono imperiale, era il protettore di Lutero, questa adesione dei principi a Lutero fu la causa del suo successo. Eck, cattolico professore di teologia, entrò in conflitto con Lutero, nel 1519 ci fu una disputa a Lipsia, durante questo colloquio evidentemente Lutero dovette presentare le sue tesi, e lo fece pubblicamente dicendo delle cose che non aveva detto prima, le indulgenze non c’entravano più, si parlava del primato della chiesa non valido , difendeva la teoria conciliarista, e il fatto che l’unica autorità è la Parola, escludendo così la tradizione della Chiesa. Lutero contesta quindi qui pubblicamente l’autorità sia del Papa che del Concilio, ritiene la Sacra Scrittura come unica autorità nella Chiesa, si è passato dalla cosiddetta soteriologia all’ecclesiologia che diventava più pericolosa. Siamo all’inizio dell’idea di una nuova Chiesa, idea che Lutero probabilmente ancora non aveva, il problema di Lutero era un problema personale sino al 1519 la sua idea di Chiesa era rimasta molto vicina a quella tradizionale. Dopo la disputa di Lipsia la rottura tra il Papa e Lutero sembra consumata.

Lutero quindi non aveva l’idea di fondare una nuova chiesa, la sua visione ecclesiale era abbastanza tradizionale, ma dopo questa disputa la rottura tra Roma e il riformatore è consumata. 15 giugno 1520 venne emanata una bolla papale che dava 60 giorni a Lutero per ritrattare e condannava 41 proposizioni estratte dai suoi scritti, solamente 6 riguardavano le indulgenze, questo indica che le problematiche maggiori erano altre. Lutero non ritrattò, non si sottomise a questa ingiunzione papale, ma in segno di rifiuto bruciò pubblicamente la bolla papale il 10 dicembre del 1520, insieme con tutti i testi del diritto canonico e dei suoi avversari, la scomunica avvenne il 3 gennaio del 1521, con la bolla Decet Romanum Pontificem, che scomunica di Lutero e seguaci. Nello stesso anno venne invitato a presentarsi alla dieta imperale, Lutero si presentò ma ripartì prima che venisse deciso il bando dell’impero, fu rapito da soldati del suo principe, altrimenti sarebbe stato messo al rogo.

Gli scritti di Lutero sono di circostanza, dettati da necessita. Il primo scritto agosto 1520 si intitola Alla nobiltà cristiana, questo testo è un epistola alla nobiltà cristiana e Lutero lancia un appello a questi principi per demolire i pilastri della romanità, la distinzione tra lo stato ecclesiastico e il resto del popolo di Dio, apparteniamo tutti allo stato ecclesiastico, non c’è una differenza di natura, ma di funzioni. Secondo pilastro della romanità il diritto esclusivo della gerarchia papale a interpretare la sacra scrittura, ognuno deve poter avere accesso alla Sacra Scrittura, critica il fatto che solo il papa potesse convocare il concilio e la superiorità del Papa su di esso.

Il secondo scritto dell’ottobre del 1520, De captivitate babylonica ecclesiae praeludium, riguarda i sacramenti, sulla cattività babilonica della chiesa, contesta la dottrina della chiesa, i sacramenti sono mezzi utilizzati dalla chiesa per poter controllare i fedeli. Ne conserva solo tre, il battesimo, l’eucarestia, e la penitenza. Sull’eucarestia Lutero cerca di sviluppare una nuova dottrina: nega la dottrina della transustanziazione e parla di consunstanziazione, Cristo non potrebbe far contenere il suo corpo sotto la sostanza del pane, c’è una coesistenza al momento della celebrazione eucaristica non dopo, tuttavia mantiene l’idea di una presenza reale a differenza di futuri riformatori. Nega anche il valore sacrificale della messa, la messa non è un sacrificio, non si può parlare di una riattualizzazione del sacrificio di Cristo, la messa è una promessa di Cristo, il sacrificio è unico. A differenza di altri esponenti protestanti rimarrà in Lutero l’idea della presenza del corpo e del sangue, ma solo durante la celebrazione eucaristica.

Il terzo scritto è quello sulla libertà, De libertate christiana, pubblicato simultaneamente in latino e tedesco, c’è un’esaltazione della libertà, della libertà dell’uomo giustificato in Cristo, Lutero torna a ripetere che non c’è un libero arbitrio, la natura umana è corrotta, le buone opere sono le conseguenze della beatificazione non la causa, l’uomo fa il bene perché è in stato di grazia. Questo libro segna la rottura fra Umanisti e Riformatori.

Altro lavoro di Lutero consiste nella traduzione della Bibbia in tedesco, questa grazie alla stampa si diffuse rapidamente. Ciò ha portato alla diffusione delle teorie di Lutero.

A partire dal 1520, all’interno del movimento riformatore ci sono umanisti come Erasmo, c’era una stima reciproca tra i due, Lutero lo ammirava, ma Erasmo ha voluto prendere un atteggiamento senza posizione, poi prese parte contro Lutero, proprio contro il De libertate christiana di Lutero che decide che tutto è determinato, contrario sia alla sacra scrittura che alla libertà umana, se l’uomo non è libero la misericordia di Dio non ha più senso. Lutero nel 1525 rispose molto male ad Erasmo, rottura tra Lutero e umanesimo. Lutero nega il libero arbitrio, le opere buone sono le conseguenze della giustificazione e della grazia. Rottura anche con riformatori più estremi dai quali Lutero prese le distanze.

All’indomani della scomunica di Lutero e della sua rottura con Roma. Il movimento luterano si diffonde nell’impero. Dal 1521 al 1525 c’è il periodo delle rivoluzioni sociali. Questo primo periodo è contrassegnato dalla guerra dei contadini. I capi di questo movimento si richiamavano alle sue idee, quindi Lutero fu richiamato da questo movimento. Questa rivolta fu guidata da Tommaso Muntzer, che voleva cambiare tutto l’ordine sociale in nome del vangelo, era un ex monaco che aveva aderito alla dottrina di Lutero, aveva preso la guida di questo movimento di ribellione, andando a predicare una specie di comunismo evangelico, un nuovo ordine sociale egualitario. Questi contadini hanno dato un’interpretazione politica alla libertà di Lutero. Questa sorta per rivendicazioni sociali e religiose prima fu appoggiata da Lutero, però successivamente quando sfociò in una forma di anarchia, egli se ne allontanò. Quindi scrisse Contro le empie e scellerate bande dei contadini, in questo testo si schierava apertamente dalla parte delle autorità e quindi contro gli insorti. Lutero percepisce la necessità di un principio di ordine della società che trova nello Stato. Ha riconosciuto il bisogno dello stato per dare ordine. In questo periodo si costituiscono le Chiese di Stato, dove all’autorità del papa si sostituisce quella del principe, il quale diventa un vescovo di emergenza ed è chiamato ad esercitare i poteri propri del vescovo. Queste chiese non avevano più nessuna gerarchia, quindi il principe diventava una specie di vescovo di emergenza. L’importanza del principe e dello stato nella concezione luterano del rapporto chiesa-stato, avrà due conseguenze, dopo il 1600 porterà da una parte porterà alla statalizzazione di queste chiese, anche la secolarizzazione dei beni ecclesiastici.

Quindi dopo il 1520 il luteranesimo si diffuse, fino al 1555 dove si arriva alla pace di augusta. Una prima fase di questo periodo fino al 1525, è la fase delle rivolte dei contadini, che scoppia in tutta la Germania, un movimento rivoluzionario, che si richiama alle idee di Lutero sulla libertà, bisognava realizzare su questa terra un ordine sociale, che era simile a quello del vangelo. Accanto a queste rivendicazioni sociali c’erano anche quelle religiose, come elezioni democratiche dei parroci. Coloro che hanno preso la testa di questi movimenti erano discepoli di Lutero, in particolare Tommaso Muntzer, che aveva interpretato questa idee andando ad annunciare un comunismo del vangelo, per far avvenire su questa terra il regno di Dio. Lutero stesso ha dovuto prendere posizione, condannando i danni dei rivoltosi. In questo scritto riconosce della necessità dell’autorità dello stato, lo stato visto come principio di ordine e quindi anche le chiese dovevano sottomettersi alle autorità dello stato. I vescovi erano rimasti tutti cattolici, i principi quindi erano stati per Lutero i vescovi di emergenza, provvisori, provvisorietà che è rimasta per quasi tre secoli però.

Nel 1525 abbandona la vita politica, la veste religiosa, si sposa, ha 8 figli e si dedica allo studio della bibbia, atteggiamento da parte sua sempre più polemico, lo scritto antisemita sugli ebrei risale all’ultimo periodo di Lutero. Tradusse la bibbia in lingua tedesca, dal greco e dalla traduzione latina di Erasmo.

Dal 1525 al 1532 c’è il periodo delle diete, ovvero dei colloqui durante i quali si cerca di raggiungere un accordo fra cattolici e protestanti. Nel 1526 l’imperatore Carlo V, al fine di riportare la pace nell’impero, convoca la dieta di Spira, dove riconosce ai principi il diritto di abbracciare la nuova fede a titolo provvisorio e quindi implicitamente si riconosce il diritto all’esistenza dei protestanti. I principi tedeschi erano liberi di applicare o no il decreto della dieta di Worm che aveva bandito gli scritti di Lutero dall’impero. Posizione troppo favorevole ai protestanti, questa apertura ha contribuito all’espansione del luteranesimo e l’imperatore, per arginare detta espansione, convocò nel 1529, sempre a Spira, una nuova dieta, durante la quale si decise il divieto di ogni propaganda luterana e si rese obbligatoria l’applicazione del decreto del 1521. Contro le decisioni della dieta del 1529 protestarono 6 principi e 14 città, per questa protesta si attribuì il nome di Protestanti ai fedeli luterani.

Nel 1530 ad Augusta fu convocata una nuova dieta dove fu presentata dai principi protestanti la Confessione Augustana, cioè la loro professione di fede e si cercarono di minimizzare le divergenze fra la nuova e l’antica fede. Questo scritto è stato fatto da un discepolo di Lutero molto più moderato, il testo era stato scritto con un’intenzione conciliante. La confessione Augustana fu rigettata dai maggior parte dei delegati della dieta, ci fu la costituzione di una specie di alleanza militare tra tutti i principi tedeschi protestanti per difendere il loro diritto. Gli stati protestanti vengono invitati a ritornare alla legge dell’impero, ovvero al cattolicesimo, però questi si rifiutano e si coalizzano contro l’imperatore costituendo la lega di Smalcalda. La Riforma Protestante acquista quindi una dimensione politica. Questa lega ebbe anche il sostegno di grandi potenze europee. Nel 1532 ci fu una nuova dieta a Norimberga che annullò le decisioni di Augusta.

Dal 1532 al 1555 c’è un periodo di lotta fino al raggiungimento della pace con il compromesso di Augusta. Il fallimento di ogni tentativo di giungere a un accordo delle parti, a seguito del rifiuto dei protestanti di accettare l’idea di un concilio (che sarà quello di Trento convocato nel 1545, a cui i protestanti non hanno voluto partecipare, il concilio certificherà questa rottura), porta ad una guerra aperta tra gli stati protestanti e l’impero, guerra che si conclude con la battaglia di Muhlberg del 1547 che segna la sconfitta dei protestanti. Nonostante questa sconfitta e la morte di Lutero dell’ottobre 1546, il movimento luterano diventa inarrestabile e ciò costringe l’imperatore a convocare una nuova dieta ad Augusta, dove si raggiunge un compromesso: la pace di Augusta nel 1555. Le conseguenze sono la divisione della Germania sul piano religioso, gli stati evangelici riformati hanno il diritto di professare la propria fede come stabilito nella dieta del 1530 e l’imperatore rinuncia a stabilire l’unità religiosa dell’impero; il principio della territorialità ecclesiale, ovvero il diritto di ogni principe di scegliere la Chiesa alla quale appartenere. La religione del principe diventa quella dei sudditi perché l’unità politica coincide con quella religiosa.

FONTE:  http://www.testimonianzecristiane.it/teologia/storia/protestante.htm

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Storia della Chiesa: Umanesimo e Cristianesimo

Umanesimo e cristianesimo

L’umanesimo è l’altro concetto che viene associato a rinascimento, l’umanesimo è il versante culturale e filosofico


L’attenzione di questi autori viene portata non più su Dio ma sull’uomo, questo movimento ha una duplice caratteristica, significa ritorno ai capolavori classici. Sul piano filosofico è un movimento di rigetto della cosiddetta scolastica medioevale, il ritorno alla filosofia di Platone e dei suoi discepoli. Il libro è una nuova dimensione della conoscenza, che mette l’uomo al centro e permette un dialogo diretto con gli antichi. È una dottrina che considera l’uomo fine e valore supremo. Ma tutto dipende dal senso che si dà all’idea di uomo e ad ogni idea diversa corrisponde un diverso tipo di Umanesimo (liberale; ateo; cristiano: definito da Maritain come Umanesimo integrale).

Petrarca (1304-1374) fu un esponente di questo periodo, discepolo di Sant’Agostino, latinista, egli fu all’origine di quel movimento di ritorno alle lettere classiche. Questo movimento di ritorno all’antichità costituisce la prima caratteristica dell’umanesimo italiano. L’interesse del Petrarca per l’antichità nasceva dal fatto che egli era un patriota italiano e nei testi dell’antichità ritrovava la lingua e la storia della propria patria. Petrarca ritrovava nei testi antichi tutto quello che aveva fatto la grandezza della Roma imperiale dei primi secoli, e lui vedeva Roma che si disfaceva sotto i suoi occhi, auspicava il ritorno alla grandezza della civiltà cristiana occidentale. Il ritorno alle fonti dell’antichità significava anche il ripudio sia sul piano filosofico sia su quello teologico della scolastica medioevale, cioè il rifiuto di Aristotele e dell’empio Averroè, con il conseguente ritorno a Platone e ai suoi discepoli.

L’evoluzione di questo movimento è legata a due successori di Petrarca: Marsilio Ficino e Pico della Mirandola. L’umanesimo italiano non era solo un ritorno alla letteratura greca e latina ma era qualcosa di più perché costituiva un innalzamento del pensiero sia sul piano filosofico sia su quello teologico e cosa più importante era un umanesimo cristiano. È da stigmatizzare l’idea che gli umanisti fossero atei, edonisti e scettici, perché il loro scopo non era quello di aggredire la teologia tradizionale, ma quello di aiutare Chiesa e teologia, cioè di aiutare la Chiesa, che era stata deformata dalle rughe del tardo Medioevo, a ritrovare le sue radici evangeliche. A tal fine gli umanisti cercarono di mettere Platone e i suoi discepoli al servizio della fede cristiana e di promuovere il ritorno alle sorgenti del vero cristianesimo: cioè la Bibbia, soprattutto il Nuovo Testamento, e i Padri della Chiesa. Le loro audaci ricerche ai limiti dell’ortodossia, hanno fatto strada alla riforma protestante, ma è anche vero che la Chiesa avendo un atteggiamento di condanna nei loro confronti si è privata di collaboratori, colti e illuminati, per combattere la Riforma Protestante.

In Francia c’è una figura che emerge che è quella di Lefèvre un teologo e un umanista, il primo traduttore della bibbia il lingua francese, in altri paesi troviamo circoli umanisti, come in Germania, in Inghilterra c’è la figura di Tommaso Moro (1478-1535) autore del famoso libro “l’utopia”, fu giustiziato per essere rimasto fedele alla chiesa di Roma dopo lo scisma, per aver rifiutato di riconoscere la supremazia reale. Dopo il 1500 le università diventano anche luoghi di studio per gli studi umanistici, in particolare lo studio delle due lingue dell’antichità, greco e ebraico, come lingua dell’antico testamento.

Erasmo da Rotterdam (1466-1536), nato a Rotterdam, città olandese, il 28 ottobre del 1466, era il figlio illegittimo dell’unione tra un prete e una donna, divenne orfano di padre e di madre ben presto, morirono entrambi di peste, ricevette la sua educazione dai dei fratelli della vita comune, fu segnato dalla spiritualità della devotio moderna, fu la principale figura del Rinascimento europeo, chiamato il principe degli umanisti. Nel 1487, a malincuore, senza avere una profonda vocazione scelse di entrare nel monastero di Stejn, nei paesi bassi, fu ordinato sacerdote il 25/4/1492. Ma la sua vera passione era lo studio e in particolare lo studio delle lettere antiche, la letteratura classica in particolare, di Cicerone. A un certo punto lascio il convento e divenne segretario del vescovo francese Enrico di Bergen, e grazie al sostegno economico di questo vescovo poté continuare i suoi studi a Parigi. Un altro momento importante fu il viaggio in Inghilterra, qui si incontro con Tommaso Moro e altri, questo sarà un incontro decisivo, incontra un umanesimo cristiano. Quindi decise di dedicarsi allo studio della Sacra Scrittura e compose diverse opere:

Enchiridion militis Chiritiani (1503), e un piccolo manuale di pietà scritto per introdurre i laici alla vita cristiana. L’idea che sta alla base di questo libro è che la perfezione cristiana sta nel cuore dell’uomo, nel suo rapporto intimo con Cristo, cioè nell’interiorità e non nelle manifestazioni esterne (riti, sacramenti, liturgia). La sua è dunque una spiritualità dell’interiorità bastata sul rapporto diretto cristiano/Dio. Qui si trova l’idea dell’imitatio Christi, con la differenza rispetto alla Devotio Moderna che l’imitazione di Cristo deve essere imitazione della sua umanità;

Il suo elogio della follia (1511) è una satira sulla chiesa del suo tempo (fa dire a un pazzo ciò che lui stesso vorrebbe dire), dietro le apparenze il sapiente vero può scoprire la vera saggezza. Questo libro fa di Erasmo un maestro ammirato e riconosciuto;

Novum instrumentim (1516), è l’edizione del testo greco del Nuovo Testamento con una traduzione latina che si discostava da quella della Vulgata. Nell’introduzione si trova un commento al Nuovo Testamento. Erasmo sviluppa una teologia biblica che chiama filosofia di Cristo.

Nel periodo 1516-1518 Erasmo raggiunge il culmine del suo prestigio a tal punto da essere additato come l’uomo che poteva riformare la Chiesa, però a questo punto entra sulla scena della storia Lutero che adombra la figura di Erasmo, perché

Da un lato, Erasmo è attratto dalle idee di Lutero e per questo, nell’ambiente cattolico, viene ben presto sospettato di compiacenza eccessiva nei confronti di Lutero e delle sue idee;

Dall’altro lato, Erasmo è diffidente nei confronti delle posizioni assunte dal riformatore nel 1520.

Ben presto la Chiesa cerca di utilizzare il prestigio di Erasmo invitandolo a scrivere contro Lutero. In risposta a tale invito nel 1524 Erasmo scrive De Libero arbitrio opera in cui critica la teoria luterana seconda la quale l’uomo non è libero, ma è predestinato al bene o al male. Quindi in quest’opera Erasmo difende il principio del libero arbitrio contro il determinismo luterano. Di contro Lutero risponde ad Erasmo col De servo arbitrio. Questa polemica segna la rottura tra Erasmo e Lutero, cioè tra l’umanesimo cristiano e la Riforma Protestante. Nel 1521 Erasmo si stabilisce a Basilea, dove il 12/7/1536 muore.

I due aspetti principali dell’umanesimo cristiano sono:

Il ritorno all’uomo: Dio non è più visto come un oggetto metafisico lontano dall’uomo e dalle sue preoccupazioni, ma è guardato nella sua relazione con l’uomo. Il Dio degli umanisti non è il Dio dei filosofi, ma è il Dio della rivelazione e dell’incarnazione. In questo senso si può parlare di una spiritualità cristocentrica.

Il ritorno alle fonti della rivelazione: c’è la congiunzione tra la pietas e l’erudizione (pia dottrina o dotta erudizione). Lo studio della letteratura classica sostituisce quello della filosofia che non viene più vista come ancilla theologiae. La letteratura degli umanisti sviluppa contenuti e tematiche cristiane quali l’umiltà, il gusto del bello, il senso del mistero.

FONTE:  http://www.testimonianzecristiane.it/teologia/storia/umanesimo.htm

 

 

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Storia della Chiesa: il problema del Clero

Il clero

Uno dei problemi maggiori che si poneva la chiesa di quel periodo, era il problema del clero


Come restaurare dignità potere e funzioni del clero? Molti preti molti religiosi lasciarono al momento della riforma protestante perché erano in crisi. Questo clero aveva perso la sua credibilità, non aveva più la considerazione e la stima dei fedeli, del popolo di Dio, anche se l’immagine non costituiva la realtà. C’erano anche bravi pastori, ma certo c’erano gravi lagune che riguardavano lagune morali, ma anche di preparazione e formazione. Fino al Concilio di Trento nessuno riuscirà a risolvere questo problema. Per quanto riguarda la situazione dell’alto clero, cioè cardinali, vescovi, abati, c’era il problema della loro vita privata, una vita che non faceva onore alla loro vocazione, vivono come principi del loro tempo. Un altro problema riguardava i benefici ecclesiastici, avere responsabilità di un ufficio sacro dava il diritto a percepire una rendita ecclesiastica legata all’esercizio di questo ufficio. Chi perseguiva i benefici in quel periodo non era chi realmente esercitava l’ufficio, pochi prelati accumulavano le rendite degli uffici senza gestirli veramente. In paesi come Francia e Germania c’era un accumularsi di cariche in poche famiglie, i figli di queste famiglie facevano entrata nell’ordine per avere un posto sicuro e percepire rendite, e non per vocazione. Non era raro vedere in una sola persona un cumulo di diversi benefici ecclesiastici. Per quanto riguarda la situazione del basso clero, c’era il problema dell’immoralità, il concubinato era molto presente, ma anche l’ignoranza, non avevano quasi nessuna nozione di latino e di Sacra Scrittura. Tutto questo dava scandalo al popolo. Non c’erano istituti di formazione per i preti, i cosiddetti seminari, saranno un’invenzione del concilio di Trento. Pochi di questi preti dell’epoca avevano potuto frequentare l’università, si accontentavano molti di qualche piccola nozione. La situazione nei conventi non era molto migliore. Fra le altre questioni oltre all’ignoranza ricordiamo: il concubinato, l’indegnità e le precarie situazioni economiche dei singoli preti.

Ci fu in questo periodo l’invenzione del libro a stampa, questo contribuì a mettere in crisi l’egemonia culturale dei monaci. Molti di questi religiosi che conducevano una vita molto dissoluta approfittavano del momento della crisi della chiesa e della riforma protestante per abbandonare la loro vocazione. Ci fu un tentativo di dire una parola da parte della Chiesa, fu un concilio, il concilio Laterano V (1512-1517) convocato da Papa Giulio II, convocato senza grande convinzione, l’istanza conciliare vista da Roma era sempre qualcosa di pericoloso, poteva essere anche ostile a un papa il concilio, quindi il concilio non era voluto dai vertici della chiesa e dai vari papi, il concilio fu aperto da Papa Giulio II e proseguito da Leone X e si concluse nel 1517. Questa fu un’occasione per i sostenitori di una riforma di esprimersi. Nonostante ciò questo concilio rimase una grande occasione perduta, non riuscì ad attuare le riforme che doveva, avrebbe potuto forse evitare la riforma protestante. In questo stesso anno finito il concilio, inizia la riforma protestante di Lutero. Con questo concilio ci fu una certa consapevolezza dei problemi della chiesa e la necessità di porci rimedio. Durante il concilio furono redatti diversi decreti di riforma, fra questi quelli sulla predicazione e quello sulla stampa, però nessuno di essi fu posto in esecuzione, il risultato fu che l’intento del concilio fallì. Fu adottato un decreto che riservava il compito di predicare ai migliori elementi, si voleva evitare il ripetersi dell’esperienza del Savonarola. Si è parlato della stampa e della pericolosità che poteva permettere la veloce diffusione di errore, cercò il concilio, quindi, di evitare che la stampa potesse divenire strumento di errori inerenti la Chiesa. Con questo decreto fu introdotto il principio della censura preventiva da parte dell’autorità ecclesiastica.

FONTE:  http://www.testimonianzecristiane.it/teologia/storia/clero.htm

 

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Storia della Chiesa: Il Rinascimento

Il rinascimento

Un movimento culturale di grande importanza, un movimento europeo.


Il concetto di rinascimento non esisteva è stato coniato da Jacob Bucherhart. Quello che è successo in questo periodo è successo in Italia, è qui che tutto è partito. Questo momento ha segnato una rottura, rottura con il medioevo, nasce la modernità. Questa idea di rottura è stata messa in discussione, la riscoperta della cultura antica non fu totale, già nel medioevo, gli autori latini erano stati studiati, è difficile tracciare una linea di separazione netta tra questi due periodi. In un periodo c’è stata una coesistenza tra rinascimento e medioevo. Quello che chiamiamo rinascimento ha riguardato un elite di pensatori, artisti, la popolazione non ha visto alcun cambiamento. Alcuni storici più sensibili quindi alla vita sociale non vedono questa discontinuità. L’elemento di discontinuità fondamentale è che indubbiamente assistiamo all’affermazione di una cultura antropocentrica e non più teocentrica, che mette al centro l’uomo, per questo un altro concetto per qualificare questo periodo è umanesimo, rinascimento riguarda più l’aspetto cultuale delle belle arti, l’umanesimo più l’aspetto letterario filosofico. Quando si parla di Rinascimento in modo sintetico si deve pensare ad un’affermazione esasperata dell’autonomia dell’umano rispetto a Dio e all’ordine divino. Si afferma l’autonomia della ragione sia filosofica sia scientifica. In campo artistico si afferma l’autonomia della bellezza in quanto l’arte non viene vista più come espressione di verità di fede e non ha più finalità apologetiche. Il criterio che muove l’artista è puramente estetico. In campo politico si afferma l’autonomia dello Stato rispetto alla Chiesa (il contrario di quanto affermato dalla bolla Unam Sanctam).

I papi del rinascimento sono dieci (dalla fine del grande scisma, 1450, all’inizio della riforma protestante, 1520): Nicolo V (1447-1455); Callisto III (1455-1458); Pio II (1458-1464); Paolo II (1464-1471; Sisto IV (1471-1484); Innocenzo VIII (1484-1492); Alessandro VI (1492-1503); Pio III (1503-1503); Giulio II (1503-1513); Leone X (1513-1521). Assistiamo all’avvento positivo del mecenatismo papale, e al lato più oscuro che è la vita privata dei pontefici, il modo di comportarsi di alcuni papi del tempo. Per quanto riguarda il mecenatismo papale, tutti questi papi hanno voluto rendere Roma più bella, doveva essere la più bella, alla metà del 400 lo stato della città era desolante, si presentava come una vasta distesa di rovine. I papi quindi chiamarono grandi artisti, come Raffaello e Michelangelo, per riportare Roma allo splendore del passato. le più famose realizzazioni furono la cappella Sistina (da Sisto IV), edificata dal 1465 al 1481; la basilica di San Pietro, i lavori iniziarono il 18/04/1506 e fu consacrata il 18/11/1626 (20 papi e 10 architetti); le stanze di Raffaello e la loggia. Con Nicolò V si assiste veramente all’avvento del mecenatismo, protettori delle belle arti saranno questi papi. La finalità di questa rinascita culturale di Roma era una finalità apostolica, Nicolò V poco prima di morire diceva che se si dava visibilità e bellezza con grandi edifici la fede sarebbe stata rafforzata.

Questi papi del rinascimento provenivano da grandi famiglie (Della Rovere, Sisto IV e Giulio II; Borgia, Callisto III e Alessandro VI; Medici, Leone X), i nomi di questi papi sono spesso associati alle cose private, un contrasto tra la dignità dell’ufficio e il modo indegno con il quale veniva amministrato questo ufficio. Si favorivano i propri nipoti o parenti, indipendentemente dal merito, ma solo perché facevano parte della stessa famiglia, questo fatto non era del tutto una novità, già Dante aveva accusato questa cosa prima. Ma qui si entra nel periodo del grande nepotismo, consiste nel fatto che questi papi hanno cercato di innalzare anche politicamente i propri parenti, anche a scapito dello stato pontificio, hanno alienato il patrimonio territoriale della chiesa, dati ai loro nipoti per innalzarli politicamente, soprattutto Giulio II e Alessandro VI, spesso erano degli incapaci e degli intriganti questi nipoti, questo nepotismo finì per indebolire lo splendore e l’autorità dei papi. Il concilio di Trento volle porre fine a queste cose. Il caso più emblematico fu quello di Alessandro VI, ha regnato a cavallo tra il 400 e il 500 ebbe da gestire molti problemi importanti, ha coinciso con una fase nuova della storia politica europea, nel 1492 c’è l’espulsione degli ebrei dalla spagna, la scoperta del nuovo mondo, Alessandro VI ha dovuto occuparsi di gestire i conflitti tra Spagna e Portogallo per la spartizione dei territori. Rodrigo Borgia era nipote di un altro papa Borgia Callisto III, lui aveva fatto la carriera del suo nipote, cardinale all’età di 24 anni, quando venne eletto papa, ci sono sospetti di simonia sulla sua elezione, sospetti quindi che la sua elezione fosse stata pagata. C’è una leggenda nera dei papi Borgia che avrebbe incarnato tutte le tare dei papi del rinascimento, quando è stato eletto aveva 4 figli riconosciuti e 3 non riconosciuti, una volta papa ne ha avuti altri 2. Alessandro VI non ha cessato di favorire i suoi nipoti, a cui alienava terreni della Chiesa per favorirli politicamente..

Il principale avversario di Alessandro VI fu un frate domenicano, Girolamo Savonarola, un personaggio controverso anch’esso, ma molto interessante, questo Girolamo Savonarola, fu condannato al rogo e la condanna fu eseguita il 23/5/1498 in piazza della signoria a Firenze. Tale condanna segnava la sconfitta della corrente riformista della Chiesa. Esponente di una corrente riformatrice all’interno della Chiesa, c’è chi sostiene che era il simbolo dell’intolleranza cristiana, alcuni lo presentano come un esaltato, altri più numerosi vedono in lui come una figura profetica, mandato da Dio proprio in quel momento per manifestare la santità della Chiesa. Si parla oggi anche di una possibile canonizzazione di Savonarola. Era nato a Ferrara il 21 settembre del 1452 aveva presto lasciato la casa paterna in seguito a una crisi spirituale. Un giorno della primavera del 1475 si è presentato alle porte del convento di Bologna dai domenicani. Questo convento di San Marco era stato fondato dai Medici ed era legato a questi. Visse nel convento dal 1482 al 1487. Nel 1489 Lorenzo il Magnifico sostiene il ritorno del Savonarola a Firenze, dove arriva nel 1490. Nel 1491 sempre con l’appoggio di Lorenzo dei Medici fu eletto priore di San Marco. Fu un evento eccezionale visto che lui non era originario di Firenze. Ben presto l’intesa tra i Medici e il Savonarola cessò perché questo iniziò a denunciare la connessione esistente tra il potere polito e quello ecclesiastico (simonia) e cominciò a predicare la riforma della Chiesa. Il momento di gloria di Savonarola sarà quando cadranno i medici e arriverà la repubblica. Il 25/7/ 1492 muore papa Innocenzio VIII, gli successe Alessandro VI l’11/8/1492, la cui elezione venne ritenuta simoniaca. Questo frate inizia a predicare contro il papa e contro Roma, vennero pronunciate contro di lui delle sentenze di condanna, 1495 gli fu proibito di predicare. Savonarola si rifiutò ad obbedire al papa, rifiutandosi, si richiamava alla sua coscienza, tutto questo portò il papa a pronunciare una sentenza di scomunica nei suoi confronti. Savonarola reagì proclamando un’epistola a tutti i cristiani, in questo testo lui rivendica il carattere ispirato, profetico della sua predicazione, dichiara che la sentenza presa dal papa è errata quindi invalida. Denunciava l’attualità partendo dall’esodo, si presentava come il nuovo Mosè, il faraone era il papa di Roma. Savonarola aveva il sostegno della città di Firenze, sostenuto dal partito dei piagnoni, a un certo punto perse questo sostegno politico, la signoria passò alla fazione opposta dei piagnoni, quella degli arrabbiati. Fu costretto al silenzio Savonarola. Scrisse ai principi cristiani per chiedere di un concilio, l’8 aprile del 1498 venne arrestato, processato, tre processi, torturato e condannato a morte in piazza signoria a Firenze, insieme con due fratelli che gli erano rimasti fedeli fino alla morte. Il suo progetto era quello di fare una città santa, quindi in lui c’era una certa confusione tra potere spirituale e temporale. La chiesa per lui ha un ruolo politico, deve attuare il suo ordine morale, si bruciavano libri e tutto ciò che non era in linea con l’ordine morale cristiano. Ora c’è un processo di beatificazione di Savonarola, l’ordine domenicano spinge molto per arrivare a questo.

FONTE:  http://www.testimonianzecristiane.it/teologia/storia/

 

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Storia della Chiesa: Il Concilio di Ferrara-Firenze

Concilio Ferrara-Firenze

Il Concilio di Basilea, Ferrara e Firenze fu convocato da Papa Martino V nel 1431 (l’ultimo anno del suo pontificato)


Fu convocato in applicazione del decreto del Concilio di Costanza (il decreto Frequens), che prevedeva la tenuta periodica di un concilio della Chiesa cattolica.

I padri conciliari, ancora traumatizzati dal ricordo dello scisma d’occidente, tuttavia già regolato dal recente Concilio di Costanza, propendevano in maggioranza per la superiorità delle decisioni del Concilio sul Papa (conciliarismo). Il successore di Martino V, Eugenio IV (1431-1447), giudicando tale propensione verso il conciliarismo in contraddizione con la tradizione della Chiesa, trasferì il concilio dalla Svizzera all’Italia, a Ferrara, nel 1438.

I conciliaristi restati a Basilea tentarono, spalleggiati dalle Università, di schierare la Chiesa contro il Papa, proclamando decaduto Eugenio IV ed eleggendo in sua vece un antipapa, il duca di Savoia Amedeo VIII sotto il nome di Felice V: si era giunti al piccolo scisma d’Occidente, che venne ricomposto solo dieci anni dopo, durante l’ultima sessione a Losanna, nel 1449 con la spontanea deposizione della tiara da parte di Amedeo.

Ci fu un tentativo di ricomporre, di riunificare la Chiesa, la Chiesa latina con la chiesa greca. Questa speranza, questo desiderio così forte era rimasto vivo dallo scisma, ma questa speranza si è fatta più forte all’inizio del 1400, ripresa dei rapporti con il mondo orientali, attraverso le missioni francescane e domenicane, ma anche tramite le relazioni di mercato. Nel 1274 già il concilio di Lione provò, ma fallì. Il secondo tentativo finì con un documento di unione, che non fu mai adottato.

La questione del Filioque, l’aggiunta del Filioque era stato motivo di scandalo per i greci, l’unica fonte era il Padre, ma per i latini quest’aggiunta sembrava conforme alla tradizione, introdotta alla fine del VI secolo contro l’eresia ariana che negava la divinità di Cristo. Il concilio di Lione aveva detto che la recita del Filioque non poteva essere obbligatoria per i greci, bastava riconoscere che non era eretica. Altra grande divergenza è il primato del papato, per i latini il primato del papa è un primato di giurisdizione, capo della chiesa universale, un potere su tutta la chiesa. Per i greci non è che un primato di onore, non impegnativo sul piano della giurisdizione, questa pretesa universalistica sembra contraria alla tradizione orientale che punta sul concetto di pentarchia, ovvero sulla complementarità e uguaglianza dei cinque patriarcati (Roma, Costantinopoli, Alessandria, Antiochia, Gerusalemme) e l’idea della conciliarità che vede nel concilio l’istanza suprema in materia di fede e di verità.

Altre questioni più piccole sono quelle ad esempio del purgatorio, rifiutato dai greci in nome della tradizione, il purgatorio non ha nessun riferimento nella sacra scrittura. Il pane azzimo usato nella consacrazione era un uso giudaico ed eretico secondo i greci. Per la consacrazione eucaristica i latini non consideravano necessarie l’invocazione dello Spirito Santo, ma che fossero sufficienti le parole di Cristo, i greci ritenevano che la consacrazione del pane avvenivano sia con le parole di Cristo che con l’invocazione dello Spirito Santo.

Arrivati a questo concilio, poteva sembrare del tutto paradossale che il papa cercasse proprio in quel momento a fare unità con la chiesa greca, mai come in questo momento la chiesa latina era in posizione di debolezza, ma due fattori hanno aiutato:

fattore politico: la minaccia dei turchi, minaccia di una conquista turca che rendeva l’alleanza politica con l’occidente quasi obbligatoria per l’imperatore di Costantinopoli

fattore religioso: il conciliarismo, siamo proprio nel periodo dei concili, il concilio di Costanza era riuscito a portare la chiesa sulla via dell’unità.

Un concilio ecumenico che si teneva in Italia visto la situazione precaria di Costantinopoli, fu aperto a Ferrara il 9/4/1938, si spostò l’anno dopo a Firenze a causa della peste, circa 600 rappresentanti della chiesa ortodossa, tutti a carico del Papa. Si arrivò all’adozione di un documento, un decreto di unione del 6/7/1439, questo fu approvato dalle due parti che rappresentavano due distinte identità, ogni chiesa aveva votato per sé altrimenti i latini erano in sovrannumero rispetto ai greci. Un compromesso che al momento sembrava andare bene a entrambe le parti. Per quanto riguarda il Filioque i greci riconoscevano l’ortodossia della forma latina, i latini rinunciano ad imporre la formula ai Greci ed accettavano la formula tradizionale dei greci. Per quanto riguarda il pane eucaristico si potevano usare entrambi, a secondo la liturgia della chiesa. Per quanto riguarda il purgatorio si affermavano i tre stati dell’anima, beatitudine per i giusti, inferno per i peccatori, purgatorio per i penitenti. Primato del vescovo di Roma si riaffermava il dogma del primato papale ma in modo molto sfumato. Si afferma una certa gerarchia fra i patriarcati, il primo posto quello di Roma, poi Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme. Questo alla fine fu un fallimento più che un successo, come doveva essere invece. Le responsabilità sono abbastanza ben ripartite, la volontà sia dall’uno che dall’altro non era completamente sincera, l’imperatore lo voleva per necessità politica per difendersi dai turchi e poco dopo 1453 ci fu la caduta di Costantinopoli, dalla parte del papa era un tentativo di riaffermare la sua autorità che era in bilico all’interno della Chiesa stessa, era alla ricerca di un successo di prestigio, per riaffermare la propria autorità all’interno della chiesa cattolica. C’erano delle divisioni all’interno delle due Chiese, c’erano dei partiti contro l’unione. Questo concilio nonostante il suo insuccesso è stato importante.

Se facciamo un bilancio è negativo, l’unione non si è fatta, ma non è totalmente negativo, dal punto di vista culturale, il concilio di Firenze ha stimolato una migliore conoscenza reciproca, molti di questi padri greci avevano portato manoscritti, le loro biblioteche e la loro presenza stimolò l’interesse per la cultura greca, ha contribuito in qualche modo a preparare l’umanesimo, la riscoperta dell’antico, e della cultura greca. C’è stato un vero dialogo tra oriente e occidente. Tutte le differenze sono state affrontate, si è riuscito a trovare un testo comune, anche se poi non è stato applicato.

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Storia della Chiesa: Il rapporto con gli Ebrei

Rapporto con gli ebrei

Il concilio di Basilea si è occupato anche degli ebrei per tentare di porre fine ad alcune persecuzioni nei loro confronti.


Dall’inizio del medioevo la posizione della Chiesa aveva oscillato tra la protezione e dall’altra la persecuzione. Gli ebrei dovevano essere protetti, perché come diceva Sant’Agostino era il popolo testimone della fede cristiana, la persecuzione nasceva dal fatto che era il popolo che aveva ucciso Gesù, il popolo deicida. Il più importante documento sull’argomento è quello di Gregorio Magno Sicut ludaeis ita (598), gli ebrei dovevano in qualche modo essere protetti, i loro diritti tutelati, dietro a questa preoccupazione del papato per gli ebrei c’è l’idea che il popolo ebreo nonostante tutto è il testimone della rivelazione, tuttavia in una situazione di oggettiva subordinazione rispetto ai cristiani, non voleva dire questa idea di protezione rivalutare la loro religione, che era vista come una superstizione. La religione ebraica rimaneva per la chiesa una superstizione, dovevano rimanere in una posizione inferiore, nell’attesa della conversione finale. Tuttavia come aveva detto Sant’Agostino, le conversioni dovevano essere libere, non forzate. Con l’inquisizione peggiora la posizione degli ebrei, erano soprattutto gli ordini mendicanti a sollecitare contro gli ebrei, il papa oscillava quindi tra la tutela degli ebrei e la protezione degli ordini mendicanti. Oscillazione del papa che dipendeva dal fatto che secondo la tradizione da Gregorio Magno, la chiesa era la protettrice degli ebrei, ma lo è al tempo stesso anche degli ordini mendicanti. Con il passare dei secoli la posizione della Chiesa si è irrigidita nei loro confronti, si va verso una posizione di intolleranza nei loro confronti, tutto questo ha favorito l’aggravarsi delle persecuzioni, per questo motivo il concilio di Basilea ha voluto legiferare per chiarire bene la questione e porre fine a certe persecuzioni. Nel 1415 Benedetto XIII con la bolla Etsi doctoris gentium condanna il Talmud e incoraggia le persecuzioni contro gli ebrei, documento significativo dell’odio verso gli ebrei. Martino V promulga invece una bolla riferendosi a Gregorio Magno cercò di frenare le persecuzioni.

Ci fu un peggioramento delle loro posizioni, soprattutto in Spagna con l’inquisizione, vennero espulsi dalla Spagna dai re. La chiesa ha ritenuto fosse suo dovere legiferare, di elaborare uno stile di vita per gli ebrei, così il concilio di Basilea fece un decreto, questo aveva l’intenzione di difendere gli ebrei, ponendo però dei limiti , era una discriminazione, c’era una separazione, cioè quello del ghetto, in quanto gli ebrei erano esclusi dalle funzioni sociali e pubbliche. Il primo ghetto sarà quello di Venezia, si entra in una nuova fase di oggettiva discriminazione per il popolo ebraico. Invece per i convertiti il documento prescriveva un rapporto fraterno e di accoglienza all’interno della Chiesa e questo per difenderli sia dagli Ebrei stessi, sia dai cristiani. Gli ebrei convertiti venivano difesi, però dovevano rompere i ponti con il mondo ebraico ed in caso contrario venivano perseguitati come eretici.

FONTE:  http://www.testimonianzecristiane.it/teologia/storia/ebrei.htm

 

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La Storia della Chiesa: Nuove Eresie

Nuove eresie

Tra le finalità del Concilio di Costanza oltre a quella di ristabilire l’unione c’è quella di affrontare le eresie.


Nella prima metà del 1400 si assiste a una trasformazione dei movimenti ereticali, l’eresia non è più un atto individuale, assume una struttura collettiva, sociale e nazionale. Vengono visti non soltanto dalla chiesa ma anche dagli stati come movimenti di ribellione, e per questo sono stati repressi con grande forza non solo dalla chiesa ma anche dagli stati. Movimenti ereticali che ebbero una grande influenza in molti, e quindi ci fu una repressione organizzata tramite l’inquisizione, si poteva sfociare in questi processi nella scomunica o nella eliminazione fisica da parte dello stato. L’eresia era considerata peggiore della peste, perché l’eresia uccide l’anima. Assistiamo a uno spostamento geografico del centro dell’eresia, fino ad allora il centro era la ragione mediterranea, ora si sposta verso la periferia della cristianità, in particolare Inghilterra e Boemia, attraverso due figure di eretici, Giovannni Wycliff e Giovanni Hus.

Wycliff era un professore di filosofia a Oxford, e parroco di una ricca parrocchia a Lutterworth. L’Inghilterra era travagliata da tendenze nazionaliste, e queste tensioni favorivano ad andare contro la Chiesa, siamo nel periodo dell’esilio avignonese. L’intento di Wycliff è di ripensare l’essenza della Chiesa in un senso nuovo più evangelico, due figure queste che anticipano la riforma protestante, una chiesa più conforme al vangelo più spirituale, tutto questo passava attraverso una critica della chiesa visibile di quel tempo. Due scritti in particolari De Ecclesia è uno di questi. Parla di una chiesa povera, propriamente spirituale, la chiesa vista come comunità di predestinati. La chiesa vera autentica di Cristo è la chiesa invisibile, di tutti i predestinati. Si può far parte della chiesa visibile e non far parte della vera chiesa spirituale, e viceversa, la chiesa di Cristo non si confonde con la chiesa tradizionale. Un altro elemento è il ruolo che attribuisce alla sacra scrittura, che è l’unica fonte della verità. L’obbedienza all’autorità, è legittima solo se ciò che dice il superiore è pienamente conforme all’insegnamento di Cristo, ognuno è tenuto a valutare se ciò che gli viene detto è conforme al vangelo. La validità dei sacramenti dipende dallo stato di grazia del ministro, dunque il criterio della santità del sacerdote. Concezione dell’autorità fondata sulla grazia, per Wycliff il volto della chiesa doveva essere purificato. Nel maggio 1382 un sinodo condannò 24 tesi di Wycliff, ritenendone 10 eretiche e 14 erronee. Il movimento di Wycliff ha assunto un ruolo politico, sotto l’influenza di Wycliff alcuni preti cominciarono a predicare la rivolta contro la tirannia del clero. Nel 1381 c’è una rivolta contadina la cui responsabilità è attribuita a Wycliff quindi anche lo stato inglese inizia ad andargli contro, destabilizzava il potere. Nel 1380 scrisse il De Eucarestia, qui nega la dottrina della transustanziazione, che era stata elevata a dogma. Wycliff era un realista secondo lui non si poteva andare contro le leggi della natura, per lui non cambiava la sostanza del pane e del vino, ma rendeva solamente sacri il pane e il vino. Questa tesi gli avvale subito la scomunica immediata. Nel 1384 muore Wycliff, il suo movimento continuò ad andare avanti fino a che il parlamento inglese decide di fare una legge contro gli eretici, una repressione sistematica del movimento.

Hus fu sedotto dalla idee di Wycliff che giunsero in Boemia per due vie, il matrimonio tra il re d’Ingilterra e Anna di Boemia, inoltre molti studenti erano andati a studiare a Oxford. Hus a questo punto cercò di portare avanti un processo di riforma, anche se può essere considerato come molto più moderato, non aveva ad esempio mai negato la dottrina della transustanziazione. La chiesa di Cristo però è la chiesa dei giusti, l’insegnamento della parola ha più importanza dei sacramenti, e il valore di questi dipendeva dallo stato di grazia del sacerdote. Questo movimento di riforma cominciò ad avere un ruolo politico e nazionale e cominciò a preoccupare le autorità ecclesiastiche e imperiali, l’arcivescovo di Praga, il cardinale Zbynek, dopo averlo all’inizio sostenuto, condanna e fa bruciare gli scritti di Hus, e emette una sentenza di scomunica, deve lasciare quindi l’università di Praga. Ma continua ad avere il sostegno del re di Boemia. Viene invitato da Sigsimondo a Costanza per difendere le sue idee, ma appena arrivato a Costanza fu arrestato e incarcerato, ebbe la possibilità di esprimere le sue idee, si riunì una commissione composta dai migliori teologi del tempo, fu condannato al rogo come eretico pertinace.

L’esecuzione scatenò una reazione in Boemia, fu vissuta come uno schiaffo alla nazione Boemia, Hus divenne quasi un martire, un eroe nazionale per tutta la popolazione, ci fu un sollevamento popolare contro tutti coloro che erano ritenuti responsabili della sua morte. Fu formata la lega Hussita per portare avanti le sue idee. Quello che ha fatto la forza di questo movimento è proprio il suo radicamento nazionale, non fu mai vinto, ma questa è stata anche la debolezza del movimento che non riuscì a diffondersi in altri paesi. Occorreva un compromesso, i rappresentanti del movimento furono chiamati a presentare le loro richieste al concilio di Basilea. Erano state fissate in un documento ed erano 4, i quattro articoli di Praga:

  1. la comunione sotto le due specie, il calice come simbolo egualitario, concesso ai laici

  2. la libertà di predicare in ceco

  3. l’abolizione del potere temporale e della proprietà ecclesiastica

  4. la punizione dei peccati mortali e di tutte le deviazioni contrarie alla legge divina

Dopo 4 anni di discussioni si giunse a un compromesso nel 1436, la cosiddetta Compactata, riconosceva la comunione sotto le due specie, quello che veniva richiesto dalla chiesa era la reale presenza di Cristo nell’eucarestia. Naturalmente l’ala estrema del movimento non si accontentò. Tuttavia si arrivò a una certa pace religiosa relativa, ma il movimento non è stato sconfitto, per la prima volta un paese si è un po’ separato da Roma senza che tale movimento possa essere represso, c’è una prima frattura nel tessuto cristiano. Questo movimento preannuncia in qualche modo il movimento di ribellione di Lutero che porterà alla riforma protestante.

La santa Giovanna D’arco è vissuta in quel periodo, è stata condannata al rogo. Figura emblematica della chiesa francese e di un certo nazionalismo francese, sentimento nazionale e religioso. Si è sentita parte di una missione, quella di cacciare gli inglesi.

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Storia della Chiesa: Lo Scisma d’Occidente

Scisma d’Occidente

Il papato e per tanto la chiesa e la cristianità occidentale sarà lacerato in due e a un certo punto in tre obbedienze papali.


Questa crisi del papato avrà delle conseguenze anche a livello di pensiero, questa crisi porterà a un rilancio delle teorie conciliariste, vedremo un’insieme di dottrine che tendono ad affermare la superiorità del concilio sul papa, testimonianze della chiesa universale, queste dottrine dovevano conoscere il loro vertice al concilio di Costanza, qui si arriverà a trovare una soluzione a questo scisma.

Parte tutto dal conclave del 1378, il primo conclave che si teneva a Roma dopo molto tempo, questo conclave ebbe uno svolgimento piuttosto agitato, la maggioranza dei cardinali erano francesi, in ragione della forza dei numeri si poteva aspettare un nuovo papa francese e questo il popolo romano non voleva, reclamava a gran voce, e anche in maniera minacciosa, l’elezione di un papa romano, o almeno italiano. Per compiacere la folla, i cardinali elessero un italiano Bartolomeo Prignano che prese il nome di Urbano VI. Ben presto questo nuovo pontefice perse il sostegno di gran parte dei cardinali, dimostrò all’inizio una volontà di riforma e un comportamento un po’ arrogante, quindi si mise contro gran parte dei cardinali e volevano annullare questa elezione, ritenuta invalida perché era stata forzata e così non si era potuto scegliere il giusto. I cardinali così elessero l’anti-papa, Clemente VII, il quale cercò di stabilirsi a Roma, ma perse la battaglia e andò ad Avignone. Lo scisma era consumato e doveva purtroppo attraversare tre generazioni, fino a che sarà risolto nel Concilio di Costanza. Il mondo cristiano subito si è diviso, alcuni stati hanno scelto di seguire la legittimità del papa romano, altri dalla parte di quello avignonese. Dalla parte di Urbano VI, l’imperatore Carlo IV, l’Italia centrale e settentrionale, i regni scandinavi, l’Inghilterra, l’Ungheria, e la Germania settentrionale. Dalla parte di Clemente VII la Francia, il re di Napoli, il re di Spagna, la Sicilia, la Scozia e tutta una parte della Germania meridionale. Questo scisma ebbe delle conseguenze piuttosto negative, la prima l’indebolirsi dell’autorità papale, con un pericoloso rilassamento dei costumi e della disciplina. L’estensione dell’influenza dello stato nelle cose ecclesiastiche, entrambi i papi per avere l’appoggio degli stati dovevano fare delle concessioni, ampie concessioni ai poteri, ai principi, tutto ciò ha portato ad aumentare l’influenza dello stato.

Quando morì Urbano VI, fu eletto un nuovo papa romano Bonifacio IX. La prima soluzione era che uno dei due o i due avessero accettato di abdicare, questa prima soluzione ben presto si rivelerà impraticabile, si pensava di ristabilire l’unità ma solo in termini di vittoria del proprio campo. La seconda via è quella del compromesso, si è cercato di fare ma non ci fu nessun risultato. Quindi si arrivò alla via conciliare, dopo un incontro fallito a Savona nel 1407, questa sarebbe stata una soluzione di compromesso. Indignati dall’atteggiamento dei due pontefici che non avevano voluto incontrarsi questi cardinali decisero di convocare per l’anno seguente un concilio a Pisa, c’erano 24 cardinali di entrambe le obbedienze. La prima decisione importante fu di deporre i due papi e nominarli eretici e scismatici, e la seconda di eleggere un terzo papa Alessandro V, il quale prese dimora a Bologna e fu riconosciuto quasi da tutta la cristianità, ma la situazione non si risolse, i due altri papi non riconoscevano questo nuovo papa, dal 1409 in poi ci sono non più due ma tre obbedienze papali, situazione ancora peggiore di quella di prima. L’unica via rimaneva comunque la via conciliare, fu il nuovo imperatore Sigsmondo di Lussemburgo che convocò il concilio di Costanza, da difensore della chiesa. Riuscì a convincere Giovanni XIII, successore di Alessandro V, che non è stato contato nella lista dei papi, a convocare un grande concilio di unione, il concilio di Costanza che si riunì dal 1414 al 1418. Tre i motivi del concilio:

  1. Il primo quello dell’unità

  2. Il secondo di difendere contro le eresie

  3. E il terzo la riforma della chiesa.

I tre papi furono dichiarati eretici per aver negato l’articolo del credo “credo nella chiesa una, santa e apostolica”, e per aver rifiutato di anteporre l’unità della chiesa al loro proprio interesse. Il papa Pisano Giovanni XXIII che aveva convocato il concilio fu processato e deposto, pensava che il concilio l’avrebbe legittimato, il papa Gregorio XII di Roma fece conoscere la sua abdicazione, Benedetto XIII di Avignone invece si rifiutò di riconoscere questa deposizione e quindi fu deposto come spergiuro, scismatico ed eretico. Fu durante questo concilio che fu fatto un conclave, un conclave straordinario, perché sebbene si riunì durante il concilio, e per la prima volta l’assemblea si componeva non soltanto dei cardinali, ma anche dei rappresentati di ogni nazione. Questo conclave riuscì ad eleggere un nuovo papa Martino V, che fu universalmente riconosciuto, è la prima e l’ultima volta che un concilio ha partecipato all’elezione di un Papa. Un conclave del tutto straordinario non solo per la composizione che non era solo di cardinali, ma anche per il fatto che si è tenuto in un concilio.

Questo grande scisma ha avuto un impatto decisivo nello sviluppo delle teorie conciliariste, il successo di queste teorie, legato alla situazione del papato, l’idea di per se non era del tutto nuovo, evocata dai canonisti nel momento del conflitto tra Filippo il Bello e Bonifacio VIII, si era chiesto un concilio per giudicare il papa eretico. Il conciliarismo si può presentare come un corpo di dottrine ecclesiologiche che affermano un ruolo fondamentale al concilio nella vita della Chiesa e tengono a fare del concilio, lo strumento di un processo di riforma permanente. Dal punto di vista teologico i sostenitori delle tesi conciliaristiche sostenevano che la plenitudo potestatis, il potere supremo della Chiesa non apparteneva di per sé al Papa, ma alla Chiesa, la Chiesa è più grande del Papa, alla Chiesa quindi apparteneva il potere supremo e più esattamente al concilio, visto come istanza rappresentativa della chiesa universale. Dentro tutto questo c’è l’idea di limitare i poteri del Papa, di qualcosa di meno monarchico, di una monarchia costituzionale, nel quale il potere del papa è limitato dall’autorità del concilio. Le origini del movimento sono da ricercare nel mondo delle università, che per primo ha sviluppato queste teorie, in particolare le università di Parigi. Cristo fondatore della Chiesa aveva voluto che la Chiesa fosse una; tale volontà di Cristo aveva valore di legge e quando il papa viola tale legge il concilio è abilitato a riportare il papa sulla retta via. Quindi il potere del concilio era superiore a quello del Papa. La via conciliare viene consigliata dalle università per uscire dalla crisi, l’unica via valida era, Cristo fondatore della Chiesa aveva voluto che la Chiesa fosse una, questo aveva valore di legge, era impegnativa, se il Papa non rispettava più questa legge il concilio aveva il dovere di riportare la Chiesa nel retto cammino dell’unità.

La corrente moderata, che è quella che ebbe successo al concilio di Costanza, è rappresentata da Pietro d’Ailly e Giovanni Gerson (1363-1429). Pietro d’Ailly cardinale francese, discepolo di Guglielmo di Occam e definiva la chiesa come la totalità dei fedeli che vivono in un corpo mortale. Nel 1409 in uno scritto precisava che il Papa è il capo della chiesa, ma che il suo potere, anche se viene praticamente esercitata da lui, non gli appartiene in proprio, ma è di Cristo. Proponeva un altro modello di chiesa il potere del papa stemperato da quello dell’aristocrazia e dalla forma di democrazia che è il concilio, queste teorie saranno riprese e formalizzate dall’alunno Giovanni Gerson.

Giovanni Gerson era considerato uno dei maggiori teologi della chiesa del suo tempo. Egli non contesta la struttura gerarchica della chiesa e riconosceva la necessità di avere un capo visibile per la Chiesa, solo che il vero capo sposo della Chiesa, non era il papa ma Cristo, unico principio di unità. La chiesa poteva quindi in ogni momento giudicare e deporre il papa in quanto vicario del suo sposo, cioè riprendere per se stessa la potestà che concretamente esercitava il papa ma non gli apparteneva in quanto tale. Questi due autori ebbero un ruolo importante nel concilio di Costanza. Questo pensiero di Gerson è importante, è la chiesa come tale che ha la potestà, anche se il papa l’esercita. Le sue idee saranno riprese nel concilio di Costanza con i decreti Haec Sancta synodus (1415) e Frequens (1417), con questi si affermava che il concilio doveva essere convocato ogni 10 anni e che il concilio ha il pieno diritto di sospendere il papa in caso di scisma. Il primo decreto ricordava che l’autorità del concilio, in quanto legittimamente convocata tutta la chiesa cattolica era superiore a quella del papa, riceveva questa autorità direttamente da Cristo, in virtù di questo dichiarava poter in qualche modo esigere obbedienza e sottomissione da ogni membro della Chiesa compreso il Papa, fu in virtù di questo decreto che il concilio poté in qualche modo procedere alla deposizione di Giovanni XXIII. Il secondo decreto riguardava la periodicità dei concili, faceva obbligo al papa di convocare periodicamente un concilio generale. All’indomani di questo concilio ci fu un forte conflitto tra papa e concilio, si discusse molto sull’interpretazione da dare a questi decreti, la maggioranza ha sempre dato una portata particolare, non generale, una legislazione di emergenza, ma ci sono anche fino ai nostri giorni, chi sostiene una validità generale di questo concilio.

Il fatto è che dopo il concilio di Costanza ci fu una corrente molto più estremista che si affermò nel 1431: si riunì un concilio a Basilea, ben presto portò a un conflitto tra il concilio e il papa Eugenio IV. Per questi autori conciliaristi, il potere apparteneva al concilio, definito infallibile e non era limitata ai casi estremi di eresia o scisma, ma in qualsiasi altra circostanza. Un braccio di ferro tra Eugenio IV e il concilio, nel 1437 si arriva a un conflitto, il papa decise di spostare il concilio da Basilea a Ferrara e poi a Firenze, dove si cercherà di ricomporre l’unità con la chiesa di oriente. La maggior parte dei membri dell’assemblea di Basilea si rifiutò di ubbidire al papa e continuò i suoi lavori. Il papa secondo il concilio non poteva né sciogliere né trasferire il concilio senza il consenso del concilio stesso, perché l’autorità del concilio era superiore a quella del papa, nel momento in cui questa verità venisse trasgredita il papa poteva essere giudicato eretico, e quindi il concilio depose il papa e fece papa Felice V regnò 5 anni e poi abdicò. Con questa decisione il movimento conciliarista era nel suo momento culminante. Tuttavia a partire dal 1440 si assiste a un’inversione di tendenza, un certo numero di autori conciliaristi si convincono che non si poteva andare avanti con un atteggiamento così intransigente che finiva per andare a minare l’unità della chiesa e quindi iniziarono a cercare un compromesso tra le due posizioni. Il papa doveva riconoscere che la sua autorità andava esercitata all’interno della chiesa e non sopra e dall’altra parte il concilio doveva rinunciare a essere considerato tutta la chiesa. C’è un ritorno del principio monarchico soprattutto dopo lo spostamento del concilio a Ferrara, c’è un autore in particolare che portò avanti il pensiero monarchico, ed è Giovanni Torquemada (1388-1468). La mediazione del papa è fondamentale, non è giusto il principio secondo il quale la sovranità della chiesa apparterrebbe alla massa, perché la Chiesa è corpo mistico di Cristo e non di una società umana e di conseguenza a quelli che lo hanno ricevuto da Dio: i vescovi e i sacerdoti.

FONTE:  http://www.testimonianzecristiane.it/teologia/storia/scismaoccidente.htm

 

 

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