Cuore Divino di Gesù, Pace e Riconciliazione nostra,abbi pietà di noi!

San Serafino di Sarov, Detti

Acquista e conserva la pace interiore e migliaia intorno a te troveranno la salvezza.

Nulla aiuta di più la pace interiore che il silenzio: il dialogo incessante con se stessi e il silenzio con gli altri.

Non bisogna mai esagerare in nulla, ma fare in modo che il nostro amico, il corpo, rimanga fedele e partecipi alla nostra vita interiore.

Bisogna essere pazienti verso se stessi e sopportare le proprie mancanze come si sopportano quelle degli altri, ma bisogna anche non lasciarsi prendere dalla pigrizia e sforzarsi di sempre migliorare.

Davanti alle nostre mancanze non arrabbiamoci, non aggiungiamo un male ad un altro male, ma conserviamo la pace interiore, e dedichiamoci con coraggio a convertirci. La virtù non è una pera che si mangia in un solo boccone.

Dobbiamo attenderci gli attacchi del demonio. Come possiamo sperare che ci lascerà tranquilli se ha tentato anche nostro Signore Gesù?

Se Dio abbandonasse l’uomo a se stesso, il diavolo sarebbe pronto a ridurlo in polvere come un chicco di grano sotto la macina.

Guàrdati dallo spirito di scoraggiamento, perché di qui nasce ogni male.

Giudica te stesso, allora cesserai di giudicare gli altri.

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Vita di San Bartolomeo apostolo

S. BARTOLOMEO APOSTOLO (I secolo)
Data: Domenica, 11 novembre @ 10:36:53 CET
Argomento: Vite di Santi, Beati, Venerabili…

Apostolo, martire nato nel I secolo a Cana, in Galilea, morì verso la metà del I secolo probabilmente in Siria. La passione dell’apostolo Bartolomeo contiene molte incertezze: la storia della vita, delle opere e del martirio del santo è inframmezzata da numerosi eventi leggendari. Dopo la resurrezione di Gesù Cristo, Bartolomeo fu predicatore itinerante (in Armenia, India e Mesopotamia). Divenne famoso per la sua facoltà di guarire i malati e gli ossessi. Bartolomeo fu condannato alla morte Persiana: fu scorticato vivo e poi crocefisso dai pagani.

 S. Bartolomeo è uno dei dodici apostoli, cioè uno di quegli uomini che furono compagni di Simon Pietro per tutto il tempo che il Signore Gesù visse sulla terra, a partire dal battesimo di Giovanni Battista fino al giorno in cui fu assunto al cielo (Atti, 1, 21s.). Il suo nome compare in questa forma, subito dopo quello del suo amico Filippo, nelle tre liste che degli Apostoli riportarono i Sinottici (Mt. 10, 3; Mc. 3, 18; Lc. 6, 14). S. Giovanni l’evangelista ricorda invece con altri discepoli del Signore Natanaele di Cana di Galilea (Giov. 21,2). Gli studiosi attribuiscono oggi comunemente i due nomi ad una stessa persona. Il primo sarebbe patronimico e significa figlio di Tolmai; il secondo sarebbe nome proprio e significa dono di Dio.
Anche Bartolomeo esercitava il mestiere del pescatore. Difatti, quando S. Pietro, dopo la risurrezione, si accinse ad andare a pescare, Natanaele si associò agli altri cinque apostoli presenti, i quali esclamarono: “Veniamo anche noi con te”. Quella notte non presero niente. Sul far del giorno, Gesù si presentò sulla riva, ma i discepoli non sapevano che era Gesù. Egli disse loro: “Figliuoli, avete un po’ di companatico?”. Gli risposero “No”. E lui ad essi: “Gettate la rete a destra della barca e troverete”. La gettarono e non riuscirono più a tirarla per la gran quantità di pesce (Giov. 21, 2-6).
Probabilmente Bartolomeo faceva parte della cerchia del Battista. Gesù lo chiamò alla sua scuola, tramite Filippo, amico di lui, come aveva chiamato poco prima Simone, tramite Andrea, fratello di lui. Dopo la scelta dei primi discepoli Gesù volle andare in Galilea. Incontrò Filippo di Betsaida e gli disse: “Seguimi”. L’invito fu subito accolto. Filippo a sua volta incontrò Natanaele e gli comunicò la lieta notizia: “Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosé nella legge ed i profeti, Gesù, figlio di Giuseppe, di Nazareth”. Natanaele era forse un assiduo lettore della Bibbia. La doveva meditare sovente sotto il fico che ogni giudaico aveva cura di far sorgere accanto alla propria casa. Sembra però che fosse di temperamento incline al pessimismo. Lo si arguisce dalla sprezzante risposta che diede all’amico: “Da Nazareth può venire qualcosa di buono?”. Cana, la sua terra natia, distava appena otto chilometri dalla borgata che il Figlio di Dio aveva scelto come sua dimora terrena.
Natanaele sapeva che era formata da un’accolta di stamberghe semitrogloditiche e che non era neppure nominata in tutto l’Antico Testamento. Filippo, senza raffreddarsi per la scoraggiante risposta, si limitò a dirgli: “Vieni e vedi”. Appena Gesù scorse il diffidente figlio di Abramo non poté fare a meno di esclamare: “Guarda! Uno davvero Israelita, nel quale non c’è inganno!” (Giov. 1, 40-47).
A nessuno degli apostoli fu resa una testimonianza tanto onorifica e solenne. Natanaele stesso più che lusingato ne rimase stupito, motivo per cui gli chiese: “Donde mi conosci?”. Il Signore approfittò della sua meraviglia per dargli una prova, ancor più evidente della prima, della sua onniscienza. “Prima che Filippo ti chiamasse, gli disse, ti vidi mentre eri sotto il fico”. Non sappiamo che cosa vi stesse facendo. E’ facile che nel suo animo fosse accaduto qualcosa di grave e di determinante per la sua esistenza. Non è improbabile che pensasse al vero Messia, alla redenzione d’Israele, avendo udito strane voci che correvano in paese a proposito di Gesù tornato da Befania con i suoi primi apostoli. Il pio israelita, incapace di finzione, ne rimase sgomento e invaso ad un tratto da fervore esclamò: “Rabbi, tu sei il Figlio di Dio. Tu sei il re d’Israele!”. Aveva avuto dunque ragione l’amico Filippo di riconoscere in Gesù il Messia promesso dai profeti! Il Signore smorzò in parte quel suo eccessivo entusiasmo dicendogli: “Perché ti ho detto che ti ho visto sotto il fico, tu credi? Vedrai cose ben più grandi di queste”. Volgendosi poi a quanti lo seguivano aggiunse: “Vedrete il cielo aperto, e gli angeli di Dio ascendere e discendere sul Figlio dell’Uomo” (Ivi 1,48-51) permettersi al suo servizio, riconoscerlo loro Signore e avere cura della sua santissima umanità.
Tre giorni dopo il colloquio con Natanaele “ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea. La madre di Gesù era là. Alle nozze fu invitato anche Gesù con i suoi discepoli” (Ivi, 2, ls.), forse da Natanaele stesso. Non è improbabile che lo sposo o la sposa fossero suoi parenti o amici. Anche lui assistette così all’inizio delle “cose ben più grandi” predette dal Signore, alla conversione cioè dell’acqua in vino con cui il Messia “manifestò la sua gloria, e i suoi discepoli credettero in lui” (Ivi, 2, 11).
Dopo il ricordo della sua vocazione, questo apostolo si eclissa nel Vangelo per tutta la vita di Gesù. Anche dopo la Pentecoste si hanno vaghe tradizioni riguardo al suo apostolato. Eusebio riferisce che Panteno, il fondatore della scuola catechetica di Alessandria d’Egitto, nel suo viaggio in India (probabilmente era l’Etiopia o l’Arabia meridionale) verso la fine del secolo II, aveva incontrato comunità cristiane costituite dall’apostolo S. Bartolomeo, presso le quali aveva diffuso il Vangelo di S. Matteo in lingua ebraica. In seguito si sarebbe trasferito nell’Armenia maggiore, sostenendo non poche fatiche e superando non lievi difficoltà.
Secondo il Breviario romano in questa regione l’apostolo convertì alla fede cristiana il re Polimio e la sua sposa, nonché dodici città. Queste conversioni eccitarono l’invidia dei sacerdoti delle locali divinità, i quali riuscirono ad aizzare contro di lui in tal modo Astiage, fratello del re Polimio, che costui impartì l’ordine di scorticare vivo Bartolomeo e poi di decapitarlo. Gli artisti lo raffigurano abitualmente con sulle braccia il manto della propria pelle.
Una tradizione armena afferma che il corpo dell’apostolo fu sepolto ad Albanopoli, città in cui subì il martirio. Nel 507 l’imperatore Anastasio I lo fece trasferire a Daras, nella Mesopotamia, dove costruì in suo onore una splendida chiesa. Nel 580 una parte di quei resti mortali fu probabilmente trasferita a Lipari, al nord della Sicilia. Durante l’invasione dei saraceni le reliquie del santo furono trafugate nell’838 a Benevento finché nel 1000, per l’intervento dell’imperatore Ottone III, giunsero a Roma e furono composte nella basilica di S. Bartolomeo, nell’isola Tibertina. Nel 1238 il cranio dell’apostolo fu portato a Francoforte sul Meno dove è ancora venerato nel duomo a lui dedicato. S. Bartolomeo è considerato il protettore dei macellai, dei conciatori e dei rilegatori.
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Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 8, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 259-262
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Vita di San Bononio di Lucedio

S. BONONIO DI LUCEDIO (1026)
Data: Domenica, 17 marzo @ 19:22:07 CET
Argomento: Vite di Santi, Beati, Venerabili…

Nasce a Bologna nella seconda metà del X secolo. Parte per l’oriente per fare l’eremita. E a Il Cairo Bononio si dedica a opere di carità a sostegno delle popolazione, con cui costruisce anche alcune chiese. Contribuisce alla liberazione del vescovo di Vercelli, Pietro, fatto prigioniero dagli arabi dopo la sconfitta subita da Ottone II a Stilo. Ritornato in patria il vescovo nomina Bononio abate del monastero di Lucedio dove, forte della sua profonda spiritualità, il santo ripristina la disciplina dei religiosi e si adopera per aiutare la popolazione locale. Bononio muore il 30 agosto del 1026.

Questo santo abate nacque a Bologna verso la metà del secolo X. Ancora giovane entrò nel monastero benedettino di Santo Stefano. Attratto dalla vita eremitica, andò in Egitto e si stabilì presso Il Cairo. Con il favore dei grandi riuscì a restaurare diverse chiese cristiane e a fondare un monastero di osservanza benedettina. Fu grande quindi l’opera di evangelizzazione da lui svolta tra quelle popolazioni. Il suo nome divenne famoso anche in Alessandria grazie ad un miracolo da lui operato.
 Nel secolo X le coste dell’Italia meridionale languivano sotto la dominazione bizantina. Gli arabi ne approfittavano per fare delle scorrerie sulle rive. L’imperatore Ottone II, bramoso di risolvere una buona volta il problema del meridione, incorporandolo al regno italico, raccolse un forte esercito a Tarante e poi mosse contro l’emiro di Sicilia che, passato lo stretto di Messina, stazionava in Calabria. Nella battaglia di Stilo, presso Crotone (Catanzaro), gli italo-tedeschi furono disfatti (982). I soldati cristiani fatti prigionieri furono venduti schiavi sui mercati egiziani. Bononio si adoperò per assisterli. Usufruì anzi delle conoscenze che aveva nel paese per ottenere la liberazione di Pietro, vescovo di Vercelli, e dei suoi compagni venduti come lui sui mercati musulmani. Li accompagnò anzi fino a Gerusalemme e poi a Costantinopoli. Nel viaggio di ritorno si fermò sul Monte Sinai. Là gli giunse la notizia che Pietro lo aveva nominato abate di Lucedio di Trino, presso Vercelli.
 Bononio accettò l’incombenza di mala voglia. Un giorno fu costretto a fuggire dal convento, non sappiamo bene per quale motivo. Si recò in Toscana dove fondò un monastero. In seguito ritornò a Lucedio e vi morì il 30-8-1026, dopo una vita penitente e pia. Lo stesso anno il papa Giovanni XIX permise al vescovo di Vercelli di fare l’elevazione del suo corpo e di dedicargli un altare.
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Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 8, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 360-361.
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Tutti i Santi del giorno 12 novembre

QUI IL SANTO DI OGGI 12 NOVEMBRE

QUI TUTTI I SANTI E BEATI DI OGGI 12 NOVEMBRE

 

OMELIA SU SAN GIOSAFAT

San Giosafat dette tutta la sua vita, fino alla morte, spargendo il suo sangue, per questa unica intenzione: ricondurre all’ovile di Cristo tutte le anime, riconciliare con la Sede Romana del Vicario di Cristo, principio dell’unità della Chiesa, le chiese scismatiche.
San Giòsafat Kuncewicz, inviato giovanissimo a Vilna per impratichirsi nel commercio, assisté alle lotte fra Ruteni uniti e dissidenti, orientandosi ben presto verso la Chiesa unita, allora poco numerosa e perseguitata. Ritiratosi nell’antico monastero basiliano della SS. Trinità, mutò il nome da Giovanni in quello di Giosafat e visse per alcuni anni da eremita. Scrisse anche alcune opere per dimostrare l’origine cattolica della Chiesa rutena e la sua dipendenza primitiva dalla Santa Sede e per propugnare la riforma dei monasteri di rito bizantino e il celibato del clero. Il suo esempio ripopolò di monaci “uniati” il monastero e Giosafat dovette fondarne altri a Byten e a Zyrowice (1613). Creato vescovo titolare di Vitebsk e poi di Polock, ristabilì l’ordine nella diocesi, restaurò chiese, riformò il clero. Ma ben presto sorsero violente opposizioni da parte dei dissidenti: nell’autunno del 1623, mentre usciva dalla chiesa dove aveva celebrato le sacre funzioni, Giosafat fu ucciso e buttato nella Dvina. Vent’anni dopo la sua morte fu beatificato (1643). Fu canonizzato nel 1867.
Meditando sul martirio del santo, alla luce degli eventi ultimi possiamo ben dire quanta ragione avesse san Giosafat ad agire così, ragione non già umana, ma divina. Cari fratelli, certamente non ignorate la situazione attuale in Russia, là dove la chiesa ortodossa, divisa in sé stessa, non ha il capo voluto da Cristo, quel capo al quale furono date le chiavi del regno dei cieli. Mancando di tale capo, i patriarchi, i metropoliti ecc. (non tutti, per fortuna, ma molti di loro) sono divenuti strumenti della propaganda atea più sfacciata. Leggete le opere di quel cristiano ortodosso sincero e buono, scismatico purtroppo anche lui, che è Solgenicyn; leggete soprattutto la lettera che scrisse una decina di anni fa al patriarca Pimen, in cui lo scongiurò, lui laico, di non farsi strumento della propaganda atea.
Il sacerdozio, strumento di Dio per la salvezza, per la santificazione delle anime, per la diffusione del regno di Cristo nel mondo, può diventare strumento di Satana quando si fa propagatore di ateismo. È proprio quello che accade nella Russia di oggi. Quando leggo certe interviste al patriarca Pimen (in Jesus e altrove), mi sbalordiscono sempre l’ingenuità, la superficialità e l’ignoranza della cristianità occidentale davanti agli eventi russi. Le nostre intenzioni sono buone, non v’è dubbio; tutti noi sentiamo compassione per i fratelli russi che soffrono (bisogna essere davvero maligni per non sentire e provare gli stessi dolori di loro). Però, cari fratelli, le intenzioni buone non bastano. Bisogna anche avere la ragione pronta, la ragione prudente, la ragione dotata di sapienza e d’intelligenza come vuole il Signore, per sapere quale sia il bene, onde potere realizzarlo anche a costo di sacrifici! Quindi non basta solo un generico amore. L’amore vero è sempre fondato sulla verità e sulla conoscenza del bene.
San Giòsafat Kuncewicz, pur essendo nato in una famiglia ortodossa scismatica, fu incrollabilmente fedele alla sede di Pietro grazie all’esempio di tutti i Padri della Chiesa, anche quelli della Chiesa orientale, che non ruppero l’unità della Chiesa cattolica (= “universale”). Giosafat intuì che la Chiesa non può che essere universale. La Chiesa cattolica ha questa bellezza spirituale e ciò che è spirituale è sempre universale. L’universalità della Chiesa cattolica è segno della sua spiritualità e la spiritualità è a sua volta fonte di universalità. Per capire questo concetto, occorre rifarsi all’istituzione del sacerdozio. Nella Lettera agli Ebrei Cristo è proclamato sommo sacerdote, alla maniera di Melchìsedek (Eb 5, 10), non più secondo l’ordine di Aronne. Certo anche Aronne fu chiamato al sacerdozio dal Signore. Però quello di Aronne era un sacerdozio imperfetto. Perché imperfetto? Perché si trattava di un sacerdozio carnale, materiale, legato alla tribù di Levi, tribù certamente benemerita, perché nella contesa fra il Signore e il suo popolo, essa s’era schierata attorno al Signore (per questa fedeltà la tribù di Levi aveva meritato il sacerdozio). Qui si scontrano due principî: il principio del farisaismo e il principio della spiritualità cristiana, dunque cattolica. Ve lo dico francamente, cari fratelli: non c’è cristianesimo se non cattolico. La mia opinione vi apparirà poco ecumenica, ma non posso dire diversamente. Non c’è cristianesimo se non quello cattolico, universale ovvero spirituale. Ogni altra affermazione è una ricaduta nell’antico farisaismo. Che tragedia, cari fratelli, vedere Gesù scontrarsi con le anime ottuse e orgogliose dei farisei, anime piene di carnalità e di materialismo. I quali farisei proclamano: ” Noi siamo il popolo eletto e guai a chi ci toglie questa elezione! Noi siamo figli di Abramo! “. Non conta essere figli di Abramo secondo la carne, bisogna esserlo secondo la fede! Ecco perché l’unica vera Chiesa è la Chiesa cristiana ovvero cattolica. C’è un’identità assoluta tra cristianesimo e cattolicesimo.
Scusate, cari fratelli, se vi dico queste cose ovvie, ma viviamo in tempi talmente confusi e pericolosi, che persino queste verità basilari potrebbero crollare. Che cosa dobbiamo fare allora? Facciamo quello che fece san Giosafat, il quale si rese conto che la Chiesa non può essere che cattolica, non tribale. Non si deve dire: qui è stanziata la tribù dei ruteni, lì la tribù dei russi, là quella degli armeni, ognuna con un suo capo. No, la chiesa è universale: un solo ovile, un solo pastore, un solo vicario di Cristo, un solo detentore delle chiavi del regno dei cieli, un solo detentore del potere supremo spirituale e temporale. Ecco qual è l’insegnamento cattolico sulla Chiesa!
Stringiamoci perciò attorno al papa, mostriamo fedeltà incrollabile verso la Santa Sede. Ex inde oritur unitas sacerdotii, da lì scaturisce l’unità del sacerdozio. Dalla sede apostolica, dalla sede di Pietro nasce l’unità della Chiesa. L’unità si fa attorno al papa o non si fa.
Certo siamo tutti angosciati dalla divisione della Chiesa, ma al Vangelo non si può derogare. La parola del Signore non è suscettibile di alterazioni e rimane in eterno. È meglio essere pochi ma fedeli, piuttosto che esseri molti ma talvolta infedeli. La vera unità è non già sociologica o orizzontale, bensì verticale, con Dio. Se ci fosse solo un cristiano su questa terra (sarebbe il pontefice, perché lui solo non può venire meno), se il papa fosse il solo fedele a Cristo, sarebbe lui la Chiesa. Quando il Verbo s’incarnò nel grembo della Vergine purissima per l’onnipotente azione dello Spirito Santo, la Chiesa non aveva bisogno di consensi sociologici. In Maria, ostensorio vivente del Dio di Israele e foederis arca in cui s’era incarnato il Cristo, c’era la Chiesa, perché in Maria c’era il Cristo. Cari fratelli, dobbiamo pensare soprannaturalmente, non in base a statistiche umane o a categorie sociologiche.
Attorno al papa ahimè (anche questo è un segno dei pessimi tempi in cui viviamo) gli animi si scindono. Molti sono già virtualmente scismatici ed è peggio esserlo virtualmente che attualmente. Come ebbe già a dire san Pio X, le eresie e gli scismi dei tempi moderni hanno questo di pericoloso, che non sono lacerazioni evidenti, ma nascoste. Il Santo Padre, quando andò negli Stati Uniti, propose la dottrina morale che da secoli è sempre quella. Se egli la rinnegasse, rinnegherebbe sé stesso, rinnegherebbe le chiavi di Pietro, che deve amministrare secondo la volontà non sua, ma del Signore. Il papa propone parole non sue, ma di Cristo, cioè di colui di cui egli è il vicario. Che cosa è successo? C’è stata una grande levata di scudi. Si è discusso a lungo su ciò che il papa aveva detto o non detto, si sono avanzate le interpretazioni più disparate, si sono proposte scappatoie per sfuggire a questa o a quella norma morale o addirittura si è criticato apertamente il pontefice. Basta leggere le varie interviste fatte a pseudoteologi che ne hanno dette di tutti i colori, spinti da astio antiromano. Tale astio è un segno dell’anticristo, perché Roma, nonostante tutte le sue difficoltà e deficienze umane, è la sola sede del vicario di Cristo.
Ci sono anche cristiani, che hanno un attaccamento al papa un po’ strano, per così dire “sentimentale”, e ne apprezzano soprattutto la persona. Anche a me il santo padre come persona umana è simpaticissimo, ma la mia fedeltà a Roma non si basa su questa simpatia. Nel pontefice si deve cogliere, più che l’uomo, il vicario di Cristo. Tutti i pontefici della storia lo sapevano bene; lo sapevano anche gli orientali. Pensate: quando il papa san Leone Magno (440-461) inviò i suoi legati al concilio di Calcedonia (451), i padri conciliari si alzarono in piedi e, dopo che i legati ebbero letto la dottrina del vicario di Cristo (la cosiddetta Lettera dogmatica), proclamarono: ” Per Leonem Petrus locutus est “, tramite Leone, Pietro ha parlato.
Questa è la fedeltà alla Santa Sede, fedeltà spesso sofferta. Quello che rimproveriamo a Lutero è di non essere stato fedele al papa. Egli si scandalizzò dell’uomo, si scandalizzò di Giovanni de’ Medici (Leone X) e delle sue debolezze. Non seppe vedere in lui il successore di Pietro, che, al di là di ogni debolezza, è l’incrollabile fondamento della Chiesa, perché, anche se le porte degl’inferi si scateneranno contro di lei, essa rimarrà per sempre, basandosi sulla parola di Gesù che salva.
Gilbert Keith Chesterton (1874-1936), con il suo solito acume, fa notare che il Signore non scelse come suo vicario né il mistico Giovanni, né il dotto Paolo, bensì Pietro, che era rozzo e debole (tradì il Cristo!). Pietro, l’uomo più incostante del collegio apostolico, incapace di tenere sotto controllo le sue passioni, una volta rinnegò Gesù, un’altra volta oscillò tra entusiasmo e scetticismo, tanto da camminare sulle acque per andare incontro al Cristo e da sprofondare di lì a poco. Gesù, tendendogli la mano, lo rimproverò: ” Perché hai dubitato, uomo di poca fede? “. Ecco la logica di Dio: egli fonda il sacerdozio e la Chiesa non sull’apostolo più dotto o più spirituale o più forte o più coraggioso, ma sul più fragile. Perciò non dobbiamo scandalizzarci dell’uomo.
Questo genere di problemi va trattato con prudenza. In politica è difficile veder chiaro. Oggi con grande sicumera tutti parlano di politica, come se avessero la responsabilità del governo della cosa pubblica. Vi dico sinceramente, l’attuale politica della Chiesa romana verso l’est mi amareggia molto e amareggia anche i nostri fratelli ucraini, il cui patrono era appunto san Giosafat. Vi invito a pregare per questi nostri fratelli, affinché non si scandalizzino e rimangano fedeli a Roma, nonostante un apparente disinteresse della Santa Sede per la loro causa.
La cosiddetta Ucraina Subcarpatica, che prima faceva parte della Cecoslovacchia, fu annessa dall’Unione Sovietica dopo la seconda guerra mondiale. La Chiesa fedele a Roma fu perseguitata; così la Chiesa uniate dovette sottomettersi al patriarcato di Mosca. La cosa peggiore è che questi nostri fratelli cattolici di rito orientale, questi figli spirituali di san Giosafat (nato proprio da quelle parti), non ebbero nemmeno una parola di solidarietà da parte nostra, né la magra consolazione di sentirci dire: ” Stiamo dalla vostra parte “.
Cosa successe? In un incontro ecumenico di Chiese il patriarca di Mosca baldanzosamente dichiarò che aveva finalmente accolto nel grande patriarcato quei figli prodighi, i quali se ne erano andati e finalmente erano ritornati all’ovile. Il legato cattolico romano non oppose neanche una parola. Cari fratelli, questi silenzi fanno soffrire crudelmente. Finché si soffre a causa dei nemici di Dio, pazienza; ma se si soffre a causa della Chiesa, è terrificante. Ebbene i nostri fratelli ucraini sanno soffrire non solo per la Chiesa, ma spesse volte anche dalla Chiesa, senza scandalizzarsi.
Preghiamo per loro, perché san Giosafat Kuncewicz li aiuti con il suo esempio, la sua parola, il suo insegnamento, la sua celeste intercessione, affinché rimangano sempre fedeli a Roma e non si scandalizzino mai di nulla.
Un’ultima riflessione su un altro fatto che mi commuove nella vita di san Giosafat: pur avendo intuito che la Chiesa non può essere cristiana se non è cattolica e quindi legata a Roma, egli capì anche che bisognava salvaguardare le tradizioni dei padri. Da un lato l’unità, dall’altro il rispetto delle proprie tradizioni. Oggi, se uno pronuncia una parola in latino, è considerato eretico o scismatico! Questo è uccidere la nostra anima, cari fratelli! Gli ortodossi, che hanno un grande senso della ritualità e della lingua sacra, allibiti assistono all’iconoclastia della nostra chiesa romana occidentale.
Il sano e vero pluralismo (non quello vantato dai democratici a oltranza, che poi di fatto sono dei violenti) si fonda sul principio aristotelico Quidquid recipitur ad modum recipientis recipitur, tutto ciò che si percepisce, viene percepito secondo il modo di colui che percepisce. Quindi la realtà percepita deve essere una sola, la fede cattolica; il modo di percepirla deve essere plurimo, con rispetto della tradizione dei padri. San Giosafat non passò alla liturgia latina, che pure stimava, ma mantenne la liturgia paleoslava, che si serviva di una venerabile lingua antica (quella slava) e di solenni riti. Egli capì che la grazia del Signore non toglie nulla di ciò che c’è di buono a livello naturale e cioè alla tradizione dei nostri padri. Guai a noi, cari fratelli, se pensiamo di poter servire il Padre che è nei cieli rinnegando i padri che egli ci ha dato su questa terra! Ecco i due insegnamenti di san Giosafat: la fedeltà alla sede di Pietro e al papa, vicario di Cristo, deve essere vera (e qualche volta anche sofferta), non superficiale e sentimentale; bisogna inoltre non lasciarsi uccidere l’anima, ma stimare la tradizione dei nostri padri su questa terra. Così sia.

Nota

Poiché in questa omelia si parla di Ucraìna e di Rutenia, è doveroso fornire alcune notizie in proposito. L’Ucraìna Subcarpatica (o Transcarpàzia o Rutènia) confina a nord con la Polonia, a ovest con l’Ungheria e a sud con la Romania. Prima della seconda guerra mondiale costituiva una regione autonoma della Cecoslovacchia e non confinava con l’Unione Sovietica, ma con Polonia, Romania e Ungheria. Era abitata da Ucraìni (o Ruteni [la parola “ruteno” è la forma latinizzata di “russo”]), con minoranze di Ungheresi, Tedeschi, Ebrei, Slovacchi e Romeni. La regione manifestò sempre forti tendenze autonomistiche, che parvero concretarsi nell’ottobre del 1938, sotto la pressione tedesca, con la creazione a U” gorod di un governo ruteno. Ma già il 2 novembre 1938 la parte pianeggiante del Paese, in séguito all’arbitrato italo-tedesco di Vienna, fu ceduta all’Ungheria, che nel marzo del 1939 si annetté l’intero territorio. Occupata dalle truppe sovietiche nell’ottobre del 1944, l’Ucraina Subcarpatica il 26 giugno 1945 fu ceduta all’Unione Sovietica mediante un accordo firmato a Mosca tra il cecoslovacco Fierlinger e Molotov. Fisicamente la regione è costituita dal versante sudoccidentale dei Carpazi e da una fascia della pianura ungherese. I maggiori centri abitati si trovano ai piedi delle montagne. Il capoluogo è U” gorod. Altro centro importante è Muka‚ evo. A nord della Rutenia, una volta valicati i Carpazi Boscosi, si stende la Galizia, una regione che per metà fa parte della Polonia e per l’altra metà fa parte dell’Ucraina. Dopo un primo atto di sottomissione al papa (dicembre 1595) le Chiese rutene di Galizia e Transcarpazia proclamarono quasi unanimi l’unione con Roma nel sinodo di Brest-Litovsk del 6-10 ottobre 1596. Ci fu una fase di espansione esterna e di consolidamento interno. Tali Chiese affermarono la propria identità contro i tentativi di assorbimento messi in atto da parte sia latina (senza l’approvazione del papa) sia ortodossa. Con le spartizioni della Polonia (1772, 1793, 1795), la Chiesa rutena cattolica passata sotto il dominio russo scomparve; quella invece rimasta sotto l’Austria ebbe un periodo di ulteriore sviluppo. Con il sinodo di Leopoli (1891), infine, essa adottò quasi tutte le decisioni tridentine. Rimase irrisolta però la questione del celibato del clero. Nel 1895 il metropolita Sembratovi‚ fu creato cardinale. Dopo la prima guerra mondiale la Chiesa rutena cattolica compresa nello stato polacco continuò a svilupparsi, tant’è che la metropolìa galiziana contò più di tre milioni e mezzo di fedeli con più di 2000 parrocchie e altrettanti sacerdoti. Con la fine della seconda guerra mondiale però, sotto la pressione del governo sovietico, essa — come già s’è detto — si unì alla Chiesa patriarcale di Mosca, mentre tutti i resistenti furono deportati o dispersi. La stessa fine ebbe anche la Chiesa rutena transcarpatica. Oggi solo i ruteni emigrati in tutto il mondo possono liberamente continuare le loro antiche tradizioni canoniche, liturgiche e spirituali, pur rimanendo in comunione con la Sede Apostolica. Questa è la prova palpabile che la Chiesa cattolica è universale non solo de iure, ma anche de facto. Le antiche sedi vescovili di Galizia e di Rutenia sono usurpate da vescovi dissidenti, mentre i vescovi, i sacerdoti e i laici, fedeli all’unione con Roma, sono perseguitati, esiliati e incarcerati. Il rito ruteno è una variante, accanto al rito russo, romeno e serbo, del comune rito bizantino. Rispetto alla variante moscovita del rito bizantino, quella rutena, adottata oggi solo dai cattolici, rappresenta una lezione più antica dei testi liturgici, mentre riguardo alle cerimonie ha seguìto l’evoluzione dei Greci e alcune pratiche latine, conservando le particolarità locali. In generale, tutte le Chiese orientali cristiane con rito proprio, che, dopo la separazione conseguente allo scisma d’Oriente (1054), ristabilirono la comunione con Roma, sono dette “uniati”. Questo aggettivo deriva dal russo unijat, derivato da unija “unione (delle Chiese)”. I fedeli appartenenti a queste Chiese sono detti “uniati”.


Autore:
Padre Tomas Tyn

 

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Il Santo del giorno 11 novembre

San Martino di Tours Vescovo

11 novembre

Sabaria (ora Szombathely, Ungheria), 316-317 – Candes (Indre-et-Loire, Francia), 8 novembre 397

Nasce in Pannonia (oggi in Ungheria) a Sabaria da pagani. Viene istruito sulla dottrina cristiana ma non viene battezzato. Figlio di un ufficiale dell’esercito romano, si arruola a sua volta, giovanissimo, nella cavalleria imperiale, prestando poi servizio in Gallia. È in quest’epoca che si colloca l’episodio famosissimo di Martino a cavallo, che con la spada taglia in due il suo mantello militare, per difendere un mendicante dal freddo. Lasciato l’esercito nel 356, già battezzato forse ad Amiens, raggiunge a Poitiers il vescovo Ilario che lo ordina esorcista (un passo verso il sacerdozio). Dopo alcuni viaggi Martino torna in Gallia, dove viene ordinato prete da Ilario. Nel 361 fonda a Ligugé una comunità di asceti, che è considerata il primo monastero databile in Europa. Nel 371 viene eletto vescovo di Tours. Per qualche tempo, tuttavia, risiede nell’altro monastero da lui fondato a quattro chilometri dalla città, e chiamato Marmoutier. Si impegna a fondo per la cristianizzazione delle campagne. Muore a Candes nel 397. (Avvenire)

Patronato: Mendicanti

Etimologia: Martino = dedicato a Marte

Emblema: Bastone pastorale, Globo di fuoco, Mantello

Martirologio Romano: Memoria di san Martino, vescovo, nel giorno della sua deposizione: nato da genitori pagani in Pannonia, nel territorio dell’odierna Ungheria, e chiamato al servizio militare in Francia, quando era ancora catecumeno coprì con il suo mantello Cristo stesso celato nelle sembianze di un povero. Ricevuto il battesimo, lasciò le armi e condusse presso Ligugé vita monastica in un cenobio da lui stesso fondato, sotto la guida di sant’Ilario di Poitiers. Ordinato infine sacerdote ed eletto vescovo di Tours, manifestò in sé il modello del buon pastore, fondando altri monasteri e parrocchie nei villaggi, istruendo e riconciliando il clero ed evangelizzando i contadini, finché a Candes fece ritorno al Signore.

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Nel tempo dell’Arianesimo visse un uomo di Dio che tutti ricordano per il suo gesto: alle porte di Amiens incontrò un povero pieno di freddo e con la spada divise il suo mantello per offrirgliene metà. Tuttavia la vita del Vescovo e monaco Martino di Tours è ben più di questo gesto e, oltre ad essere costellata di scelte evangeliche e di azioni taumaturgiche, venne anche perseguitato dalla Chiesa divenuta perlopiù ariana.
Nacque nel 316 0 317 a Sabaria, nella provincia romana di Pannonia (oggi Ungheria), dove il padre serviva l’Impero, dapprima come soldato, poi come tribuno militare. Trascorse l’infanzia nell’Italia del Nord, a Pavia, nuova guarnigione paterna. Benché i suoi genitori fossero pagani, a dieci anni volle diventare cristiano e a 12 desiderò di vivere nel deserto, imitando gli asceti orientali.
Ma fu costretto ad abbracciare la carriera militare, in virtù della legge che assoggettava allora in via ereditaria i cittadini dell’Impero alla loro condizione di nascita. Tuttavia, pur vivendo in quel contesto, Martino continuò a seguire i precetti evangelici. All’età di 18 anni, quando donò metà del suo mantello al povero di Amiens, la notte seguente, Cristo gli apparve rivestito di quello stesso mantello: fu allora che decise di farsi battezzare. Terminato il periodo obbligatorio di servizio militare, a 25 anni lasciò l’esercito e si recò a Poitiers dal Vescovo Ilario.
Una scelta fatta non a caso: Martino scelse di andare da un Vescovo antiariano, organizzatore straordinario dell’opposizione all’eresia che entrò e rimase nella Chiesa dal IV (iniziò in Egitto) al VII secolo (gli ultimi residui rimasero fra i germani cristiani). Il Vescovo di Poitiers, colpito da una condanna all’esilio per aver osato opporsi alla politica arianista dell’imperatore Costanzo II, dovette stabilirsi in Asia, mentre Martino raggiunse le regioni centrali dell’Illirico per convertire la madre al cristianesimo, ma fu esposto ai duri maltrattamenti che i vescovi della regione, acquistati all’Arianesimo, gli inflissero.
Ritornò in Italia e organizzò un eremo a Milano, dove fu presto allontanato dal Vescovo Aussenzio, anch’egli eretico. Non appena apprese il ritorno di Ilario dall’esilio, nel 360 si diresse nuovamente a Poitiers, dove il Vescovo gli diede l’approvazione per realizzare la sua vocazione e ritirarsi in un eremo a 8 chilometri dalla città, a Ligugé. Alcuni seguaci lo raggiunsero, formando così, sotto la sua direzione, la prima comunità monastica attestata in Francia. Qui trascorse 15 anni, approfondendo la Sacra Scrittura, facendo apostolato nelle campagne e seminando miracoli al suo passare. «Colui che tutti già reputavano santo fu così anche reputato uomo potente e veramente degno degli Apostoli», scrisse Sulpicio Severo (360 ca.- 420 ca.) nella biografia a lui dedicata.
Contro la sua volontà gli elettori riuniti a Tours, clero e fedeli, lo eleggono Vescovo nel 371. Martino assolve le funzioni episcopali con autorità e prestigio, senza però abbandonare le scelte monacali. Va a vivere in un eremo solitario, a tre chilometri dalla città. In questo ritiro, dove è ben presto raggiunto da numerosi seguaci, crea un monastero, Marmoutier, di cui è Abate e in cui impone a se stesso e ai fratelli una regola di povertà, di mortificazione e di preghiera. Qui fiorisce la sua eccezionale vita spirituale, nell’umile capanna in mezzo al bosco, che funge da cella e dove, respingendo le apparizioni diaboliche, conversa familiarmente con i santi e con gli angeli.
Se da un lato rifiuta il lusso e l’apparato di un dignitario della Chiesa, dall’altra Martino non trascura le funzioni episcopali. A Tours, dove si reca per celebrare l’officio divino nella cattedrale, respinge le visite di carattere mondano. Intanto si occupa dei prigionieri, dei condannati a morte; dei malati e dei morti, che guarisce e resuscita. Al suo intervento anche i fenomeni naturali gli obbediscono. Per san Martino, amico stretto dei poveri, la povertà non è un’ideologia, ma una realtà da vivere nel soccorso e nel voto. Marmoutier, al termine del suo episcopato, conta 80 monaci, quasi tutti provenienti dall’aristocrazia senatoria, che si erano piegati all’umiltà e alla mortificazione.
San Martino morì l’8 novembre 397 a Candes-Saint-Martin, dove si era recato per mettere pace fra il clero locale. Ai suoi funerali assistettero migliaia di monaci e monache. I nobili san Paolino (355-431) e Sulpicio Severo, suoi discepoli, vendettero i loro beni per i poveri: il primo si ritirò a Nola, dove divenne Vescovo, il secondo si consacrò alla preghiera.
Martino è uno fra i primi santi non martiri proclamati dalla Chiesa e divenne il santo francese per eccellenza, modello per i cristiani amanti della perfezione. Il suo culto si estese in tutta Europa e l’11 novembre (sua festa liturgica) ricorda il giorno della sua sepoltura. L’«apostolo delle Gallie», patrono dei sovrani di Francia, fu enormemente venerato dal popolo: in lui si associavano la generosità del cavaliere, la rinunzia ascetica e l’attività missionaria. Quasi 500 paesi (Saint-Martin, Martigny…) e quasi 4000 parrocchie in territorio francese portano il suo nome.
I re merovingi e poi carolingi custodivano nel loro oratorio privato il mantello di san Martino, chiamato cappella. Tale reliquia accompagnava i combattenti in guerra e in tempo di pace, sulla «cappa» di san Martino, si prestavano i giuramenti più solenni. Il termine cappella, usato dapprima per designare l’oratorio reale, sarà poi applicato a tutti gli oratori del mondo.

Autore: Cristina Siccardi


Quattromila chiese dedicate a lui in Francia, e il suo nome dato a migliaia di paesi e villaggi; come anche in Italia, in altre parti d’Europa e nelle Americhe: Martino il supernazionale. Nasce in Pannonia (che si chiamerà poi Ungheria) da famiglia pagana, e viene istruito sulla dottrina cristiana quando è ancora ragazzo, senza però il battesimo. Figlio di un ufficiale dell’esercito romano, si arruola a sua volta, giovanissimo, nella cavalleria imperiale, prestando poi servizio in Gallia. E’ in quest’epoca che può collocarsi l’episodio famosissimo di Martino a cavallo, che con la spada taglia in due il suo mantello militare, per difendere un mendicante dal freddo.
Lasciato l’esercito nel 356, raggiunge a Poitiers il dotto e combattivo vescovo Ilario: si sono conosciuti alcuni anni prima. Martino ha già ricevuto il battesimo (probabilmente ad Amiens) e Ilario lo ordina esorcista: un passo sulla via del sacerdozio. Per la sua posizione di prima fila nella lotta all’arianesimo, che aveva il sostegno della Corte, il vescovo Ilario viene esiliato in Frigia (Asia Minore); e quanto a Martino si fatica a seguirne la mobilità e l’attivismo, anche perché non tutte le notizie sono ben certe.
Fa probabilmente un viaggio in Pannonia, e verso il 356 passa anche per Milano. Più tardi lo troviamo in solitudine alla Gallinaria, un isolotto roccioso davanti ad Albenga, già rifugio di cristiani al tempo delle persecuzioni. Di qui Martino torna poi in Gallia, dove riceve il sacerdozio dal vescovo Ilario, rimpatriato nel 360 dal suo esilio. Un anno dopo fonda a Ligugé (a dodici chilometri da Poitiers) una comunità di asceti, che è considerata il primo monastero databile in Europa.
Nel 371 viene eletto vescovo di Tours. Per qualche tempo, tuttavia, risiede nell’altro monastero da lui fondato a quattro chilometri dalla città, e chiamato Marmoutier. Di qui intraprende la sua missione, ultraventennale azione per cristianizzare le campagne: per esse Cristo è ancora “il Dio che si adora nelle città”. Non ha la cultura di Ilario, e un po’ rimane il soldato sbrigativo che era, come quando abbatte edifici e simboli dei culti pagani, ispirando più risentimenti che adesioni. Ma l’evangelizzazione riesce perché l’impetuoso vescovo si fa protettore dei poveri contro lo spietato fisco romano, promuove la giustizia tra deboli e potenti. Con lui le plebi rurali rialzano la testa. Sapere che c’è lui fa coraggio. Questo spiega l’enorme popolarità in vita e la crescente venerazione successiva.
Quando muore a Candes, verso la mezzanotte di una domenica, si disputano il corpo gli abitanti di Poitiers e quelli di Tours. Questi ultimi, di notte, lo portano poi nella loro città per via d’acqua, lungo i fiumi Vienne e Loire. La sua festa si celebrerà nell’anniversario della sepoltura, e la cittadina di Candes si chiamerà Candes-Saint-Martin.


Autore: Domenico Agasso

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Famiglia Cristiana

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Il Santo del giorno 10 novembre

San Leone I, detto Magno Papa e dottore della Chiesa

10 novembre

Papa

(Papa dal 29/09/440 al 10/11/461)
Arcidiacono (430), consigliere di Celestino I e di Sisto III, inviato da Valentino a pacificare le Gallie, venne eletto papa nel 440 circa. Fu un papa energico, avversò le sopravvivenze del paganesimo; combatté manichei e priscillanisti. Intervenne d’autorità nella polemica cristologica che infiammava l’Oriente, convocando il concilio ecumenico di Calcedonia, nel quale si proclamava l’esistenza in Cristo di due nature, nell’unica persona del Verbo. Nel 452 fu designato dal debole imperatore Valentiniano III a guidare l’ambasceria romana inviata ad Attila. I particolari della missione furono oscuri: è solo che il re degli Unni, dopo l’incontro con la delegazione abbandonò l’Italia. Quando Genserico nel 455 entrò in Roma, Leone ottenne dai Vandali il rispetto della vita degli abitanti, ma non poté impedire l’atroce saccheggio dell’Urbe. Dotato di un alto concetto del pontificato romano, fece rispettare ovunque la primazia del vescovo di Roma. Compose anche preghiere contenute nel “Sacramentario Veronese”. Benedetto XIV, nel 1754 lo proclamò dottore della Chiesa, E’ il primo papa che ebbe il titolo di Magno (Grande).

Etimologia: Leone = leone, dal latino

Martirologio Romano: Memoria di san Leone I, papa e dottore della Chiesa: nato in Toscana, fu dapprima a Roma solerte diacono e poi, elevato alla cattedra di Pietro, meritò a buon diritto l’appellativo di Magno sia per aver nutrito il gregge a lui affidato con la sua parola raffinata e saggia, sia per aver sostenuto strenuamente attraverso i suoi legati nel Concilio Ecumenico di Calcedonia la retta dottrina sull’incarnazione di Dio. Riposò nel Signore a Roma, dove in questo giorno fu deposto presso san Pietro.

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Nel 440 c’è in Gallia quasi una guerra civile tra le due più alte autorità romane: il generale Ezio e il prefetto del pretorio Albino. Il potere imperiale è così debole, che per pacificarli si manda un uomo di Chiesa: il diacono romano Leone. Questi va e riconcilia i due. Poi apprende che papa Sisto III è morto e che è stato già eletto lui, Leone. Nei suoi 21 anni di pontificato passano 4 imperatori: uno cacciato subito (Avito) e gli altri ammazzati: Valentiniano III, Petronio Massimo e Maggioriano. L’Impero è in agonia e la giovane Chiesa è travagliata da scontri dottrinali e discordie.
Con l’energia e la persuasione, Leone rafforza in Occidente l’autorità della Sede di Pietro, e affronta duri contrasti in dottrina. L’abate orientale Eutiche, influente a Costantinopoli, sostiene che in Cristo esiste una sola natura (monofisismo), contro la dottrina della Chiesa sulle due nature, distinte ma non separate, nella stessa persona. E ottiene che l’imperatore Teodosio convochi nel 449 un concilio a Efeso (Asia Minore). Ma qui parlano solo gli “eutichiani”, senza ascoltare i legati di Leone, e acquistando nuovi proseliti. Negando validità a questo concilio, il Papa persuade il nuovo imperatore Marciano a indirne un altro nel 451. E questo è il grande concilio di Calcedonia (presso Bisanzio), quarto ecumenico, che approva solennemente la dottrina delle due nature. Non tutti però ne accettano le decisioni, e ci sono gravi disordini, soprattutto in Palestina.
Intanto l’Occidente vive tempi di terrore. L’Impero non ha più un vero esercito; e gli Unni di Attila, già battuti da Ezio nel 451, si riorganizzano in fretta, piombano sull’Alta Italia nel 452. Lo Stato impotente chiede a papa Leone di andare da Attila con una delegazione del Senato. S’incontrano presso Mantova, e Leone convince il capo unno a lasciare l’Italia, anche col pagamento di un tributo (la leggenda parlerà poi di una visione celeste che terrorizza Attila). Tre anni dopo, i Vandali d’Africa sono davanti a Roma col re Genserico. A difendere gli inermi c’è solo Leone, che non può impedire il saccheggio; ma ottiene l’incolumità dei cittadini ed evita l’incendio dell’Urbe. E’ un romano antico (forse anche di nascita) che ha incontrato Cristo, e che sente fortemente la responsabilità di successore di Pietro. Arricchisce la Chiesa col suo insegnamento (specie sull’Incarnazione); chiede obbedienza ai vescovi, ma li sostiene col consiglio personale, li orienta in dottrina, nello splendido latino dei suoi scritti, per “tenere con costanza la giustizia” e “offrire amorosamente la clemenza”, poiché “senza Cristo non possiamo nulla, ma con Lui possiamo tutto”. Non si hanno notizie sugli ultimi tempi della sua vita. Il Liber pontificalis dice che governò 21 anni, un mese e 13 giorni. I suoi romani lo chiamano “Leone Magno”, il Grande.


Autore: Domenico Agasso

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Famiglia Cristiana

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Il Santo del giorno 9 novembre

Dedicazione della Basilica Lateranense

9 novembre

All’inizio del IV secolo, Roma cominciò a cambiare il suo tradizionale aspetto architettonico grazie all’imperatore Costantino e all’attività edilizia da lui favorita. Egli fece costruire la basilica di San Giovanni in Laterano con un battistero e un palazzo che divenne la residenza dei vescovi di Roma.
Cattedrale di Roma, San Giovanni in Laterano è la madre di tutte le chiese dell’urbe e dell’orbe. E’ il simbolo della fede dei cristiani nei primi secoli, che sentivano la necessità di riunirsi in un luogo comune e consacrato per celebrare la Parola di Dio e i Sacri Misteri. La festa odierna, come ben evidenzia la liturgia, è la festa di tutte le chiese del mondo.

Martirologio Romano: Festa della dedicazione della basilica Lateranense, costruita dall’imperatore Costantino in onore di Cristo Salvatore come sede dei vescovi di Roma, la cui annuale celebrazione in tutta la Chiesa latina è segno dell’amore e dell’unità con il Romano Pontefice.

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Chiese ancora il prefetto Rustico: “Dove vi riunite?”. Giustino rispose: “Dove ciascuno può e preferisce; tu credi che tutti noi ci riuniamo in uno stesso luogo, ma non è cosi perchè il Dio dei cristiani, che è invisibile, non si può circoscrivere in alcun luogo, ma riempie il cielo e la terra ed è venerato e glorificato ovunque dai suoi fedeli” (Atti del Martirio di S. Giustino e Compagni). Nella sua franca risposta, il grande apologeta S. Giustino ripeteva dinanzi al giudice quel che Gesù aveva detto alla Samaritana: “Credimi, donna, è giunto il momento in cui nè su questo monte nè in Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quel che conosciamo, perchè la salvezza viene dai Giudei. Ma e` giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perchè il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità” (Gv 4,21-24).
La festa di oggi, della dedicazione della basilica del SS. Salvatore o di S. Giovanni in Laterano, non è certamente in contrasto con la testimonianza di S. Giustino e con la parola di Cristo. Salvi infatti il dovere e il diritto della preghiera sempre e dovunque, è anche vero che fin dai tempi apostolici la Chiesa, in quanto gruppo di persone, ha avuto bisogno di alcuni luoghi in cui riunirsi a pregare, proclamando la Parola di Dio e rinnovando il sacrificio di morte e risurrezione di Cristo, in attuazione delle Sue parole: “Prendete e mangiatene tutti; Prendete e bevetene tutti; Fate questo in memoria di me”. Inizialmente queste riunioni venivano fatte nelle case private, anche perchè la Chiesa non godeva ancora di alcun riconoscimento. Ma questo dovette venire abbastanza presto: c’è un singolare episodio all’inizio del secolo III, quando Alessandro Severo diede ragione alla comunità cristiana in un processo contro degli osti, che reclamavano contro la trasformazione di un’osteria in luogo di culto cristiano. La Basilica Lateranense venne fondata da papa Melchiade (311-314) nelle proprietà donate a questo scopo da Costantino di fianco al Palazzo Lateranense, fino allora residenza imperiale e poi residenza pontificia. Sorgeva così la “chiesa-madre di tutte le chiese dell’Urbe e dell’Orbe”, distrutta e ricostruita molte volte. Vennero celebrati in essa o nell’attiguo Palazzo Lateranense (ora sede del Vicariato di Roma) ben cinque concili, negli anni 1123, 1139, 1179, 1215 e 1512. “Ma il tempio vivo e vero di Dio dobbiamo esserlo noi”, dice S. Cesario di Arles.


Autore: Piero Bargellini

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Il Santo del giorno 8 novembre

Sant’ Adeodato I (o Deusdedit) Papa

8 novembre

m. 618

(Papa dal 19/10/615 al 08/11/618)
Nella serie dei Pontefici è indicato col nome originario Deusdedit («Dio ha dato») e con l’equivalente Adeodato («donato da Dio»). Figlio del suddiacono romano Stefano, è stato educato nel monastero dell’Urbe dedicato a sant’Erasmo. Poche le notizie sul suo pontificato giunte fino a noi. Sappiamo che Adeodato, succedendo nel 615 a papa Bonifacio IV, trova le alte cariche ecclesiastiche in mano a monaci, come ha voluto Gregorio Magno (590-604), e che le riaffida ai preti secolari, ma obbligandoli a pregare di più. All’epoca una parte d’Italia è in mano ai Longobardi e l’altra, con Roma, dipende dall’imperatore d’Oriente, rappresentato da un esarca che vive a Ravenna e spesso percorso da lotte di successione. Un tempo in cui non mancano le controversie dottrinali, ma Adeodato non ha il tempo di affrontarle. Nel 616 riappare nell’Urbe la peste, che aveva già fatto strage nel 590. Nel 618 arriva un’epidemia mortale di lebbra o scabbia. E tra un contagio e l’altro viene il terremoto, nell’agosto 618. È Adeodato che deve soccorrere e consolare, ma lo fa per poco perché proprio nel 618 muore. (Avvenire)

Etimologia: Adeodato = dato da Dio, dal latino

Martirologio Romano: A Roma presso san Pietro, san Deusdédit I, papa, che amò il suo clero e il suo popolo e fu insigne per semplicità e saggezza.

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Nella serie dei Pontefici è indicato col nome originario Deusdedit (“Dio ha dato”) e con l’equivalente Adeodato (“donato da Dio”). Figlio del suddiacono romano Stefano, è stato educato nel monastero dell’Urbe dedicato a sant’Erasmo. Altre notizie non ci sono su di lui giovane, e ben poche sul suo pontificato, perché “durante la prima metà del VII secolo, che fra tutti fu per la città il più orribile e rovinoso, la storia di Roma è immersa in una oscurità fittissima” (F. Gregorovius).
Sappiamo che Adeodato, succedendo nel 615 a papa Bonifacio IV, trova le alte cariche ecclesiastiche in mano a monaci, come ha voluto Gregorio Magno (590-604); e che le ridà ai preti secolari, ma obbligandoli a pregare di più.All’epoca sua una parte d’Italia è in mano ai Longobardi; e l’altra, con Roma, dipende dall’imperatore d’Oriente, rappresentato da un esarca che vive a Ravenna. E che ci muore, a volte: come Giovanni Lemigio, ucciso dalle sue truppe rimaste senza stipendi. A sostituirlo arriva l’esarca Eleuterio, che incontra papa Adeodato a Roma e paga ai militari gli arretrati. Ma poi tenta di farsi proclamare imperatore e finisce trucidato. D’altronde, a Costantinopoli regna l’imperatore Eraclio, che ha fatto uccidere il predecessore Foca, il quale aveva ucciso il predecessore Maurizio e i suoi figli. Questi sono i tempi in Oriente e in Occidente, con l’aggiunta delle controversie dottrinali fra i cristiani. Ma Adeodato non ha il tempo di affrontarle. Nel 616 riecco nell’Urbe la peste, che aveva già fatto strage nel 590. Nel 618 arriva un’epidemia mortale di lebbra o scabbia.
E tra un contagio e l’altro viene il terremoto, nell’agosto 618. Così, lui “pontifica” in mezzo ai morti, e tra superstiti atterriti che gli chiedono aiuto, perché Roma appartiene all’imperatore lontano, ma le disgrazie dei romani “appartengono” al Papa. È Adeodato che deve soccorrere e consolare. Ma lo fa per poco: nell’anno terribile, la morte lo coglie. L’ “oscurità fittissima” di cui parla Gregorovius avvolge anche la sua fine, come quella di tante altre vittime. Non abbiamo notizie certe sui suoi ultimi giorni. Sappiamo soltanto che per dargli un successore ci vorranno tredici mesi.


Autore: Domenico Agasso

Fonte:
Famiglia Cristiana

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Il Santo del giorno 7 novembre

Sant’ Amarando (Amaranto) Martire

7 novembre

Martirologio Romano: Presso Albi in Aquitania, ora in Francia, commemorazione di sant’Amaranto, martire.

L’unica notizia che ne abbiamo ci è fornita da Gregorio di Tours, che nel De gloria martyrum cita una Historia Passionis (perduta), priva, però, di valore storico, perché contemporanea non alla vita di Amarando, ma al ritrovamento della sua tomba.
Martirizzato probabilmente nel sec. III (sotto Decio, nel 250, o sotto Valeriano, nel 258), poiché la persecuzione del sec. IV in Gallia fece poche vittime, Amarando sarebbe stato sepolto ad Albi, in una località rimasta disabitata durante le guerre (san Gregorio allude alle invasioni barbariche dei Vandali o dei Goti); dato che Albi non fu mai completamente evacuata dalla popolazione, bisogna intendere che la tomba si trovava nei dintorni del paese, con ogni probabilità a Viancium (Vieux), dove il culto di Amarando è attestato dalla Vita di sant’Eugenio di Cartagine già nel sec. VI. Secondo la leggenda i ceri che i fedeli portavano alla tomba di Amarando, quando la località era ancora disabitata, si accendevano spontaneamente.
La chiesa di Vieux lo nominò come patrono secondario, dopo sant’Eugenio di Cartagine, nel 924; nel 1494 il vescovo Luigi I d’Amboise trasferì le sue reliquie, insieme con quelle dei ss. Longino, Vindemiale e Carissima, nella cattedrale di Albi. E’ festeggiato ad Albi, seguendo Floro di Lione, il 7 novembre (forse la data è in rapporto con la festa di un sant’Amaranto, ricordato l’8 novembre nel Martirologio Geronimiano).
Ricordiamo che un altro Amarando, confuso da alcuni col nostro, sarebbe stato abate della abbazia di Moissac e poi vescovo di Albi dopo il 665.


Autore: Hubert Claude

Fonte:

 

Bibliotheca Sanctorum

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Il Santo del giorno 6 novembre

Beati 498 Martiri Spagnoli Beatificati nel 2007

6 novembre

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† Spagna, 1934-1936-1938

La cerimonia di beatificazione officiata su mandato del Santo Padre Benedetto XVI dal Cardinale José Saraiva Martins, prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi, il 28 ottobre 2007 a Roma, avente per oggetto ben 498 martiri spagnoli, comprende la più folta schiera di testimoni della fede mai elevata alla gloria degli altari nei tempi moderni dalla Chiesa Cattolica, se non consideriamo gli 800 beati Martiri di Otranto, dei cui nomi però non vi è un elenco completo.
I novelli beati caddero vittime in odio alla loro fede cristiana durante la feroce persecuzione religiosa che contraddistinse la Guerra Civile Spagnola negli anni ’30 del XX secolo. In questa sanguinosa strage che attraversò la Spagna, il numero delle vittime superò il milione, colpendo persone di ogni età e classe sociale: vescovi, sacerdoti, religiosi e laici di ambo i sessi. E’ stato ormai appurato da parte degli storici che, all’interno di questo terribile massacro, gli anarchici ed i social-comunisti perpetrarono una vera e propria persecuzione volta ad annientare la Chiesa Cattolica in Spagna.
Con questa ennesima beatificazione di martiri periti in tali circostanze, la Chiese venera ad oggi un totale di 10 santi e 966 beati. Tanti solo coloro che a partire dal 1987 sono stati glorificati dalla Chiesa per non andasse perduto il ricordo della loro eroica testimonianza e poterrero essere posti a modelli per i cristiani del III millennio.
Nel fornire di seguito l’elenco completo dei 498 martiri beatificati nel 2007, suddiviso in base alle cause istruite dalle diverse diocesi e congregazioni, rimandiamo talvolta quando possibile a schede più specifiche ove sarà possibile trovare maggiori informazioni ed immagini dei vari martiri.

FONTE:  http://www.santiebeati.it/

 

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