S.Alfonso – Pratica di amar Gesù Cristo – Capo 17

CAPITOLO XVII – Caritas omnia sustinet. Chi ama Gesù Cristo con amor forte non lascia di amarlo in mezzo a tutte le tentazioni ed a tutte le desolazioni.

1. Le pene che maggiormente affliggono in questa vita le anime amanti di Dio non sono la povertà, le infermità, i disonori e le persecuzioni, ma le tentazioni e le desolazioni di spirito. Quando un’anima gode l’amorosa presenza di Dio, allora tutti i dolori, le ignominie ed i maltrattamenti degli uomini, in vece di affliggerla, più la consolano, dandole motivo di offerire a Dio qualche pegno del suo amore: sono in somma legna che più accendono il fuoco. Ma il vedersi dalle tentazioni spinta a perdere la grazia divina, o il temere nella desolazione di averla già perduta, queste son pene troppo amare a chi ama di cuore Gesù Cristo. Ma lo stesso amore dà loro forza di soffrirle con pazienza e di seguire il preso cammino della perfezione. Ed oh quanto si avanzano le anime con tali pruove che suole far Dio del loro amore!

Delle tentazioni.

2. Per le anime che amano Gesù Cristo non vi è pena più tormentosa delle tentazioni. Tutti gli altri mali le spingono a più unirsi con Dio, accettandoli con rassegnazione; ma le tentazioni a peccare le spingono, come di sovra si è detto, a separarsi da Gesù Cristo, e perciò si rendono loro troppo amare più che tutti gli altri tormenti. Bisogna però intendere che, sebbene tutte le tentazioni che inducono al male non vengono mai da Dio, ma dal demonio o dalle nostre male inclinazioni: Deus enim intentator malorum est, ipse autem neminem tentat (Iac. I, 13): nondimeno il Signore permette alle volte che l’anime sue più dilette sieno più fortemente tentate.

Per prima, acciocchè colle tentazioni conoscano maggiormente la loro debolezza e ‘l bisogno che hanno del divino aiuto per non cadere. — Quando un’anima trovasi favorita da Dio colle divine consolazioni, le pare di esser abile a superare ogni assalto de’ nemici e ad eseguire ogn’impresa di gloria di Dio. Ma quando si trova gagliardamente tentata, e si vede all’orlo del precipizio e vicina a cadere, allora meglio conosce la sua miseria e la sua impotenza a resistere, se Dio non la soccorresse. Questo appunto avvenne a S. Paolo, il quale scrisse che il Signore avea permesso ch’egli fosse molto molestato da una tentazione sensuale, acciocchè non s’invanisse per le rivelazioni di cui l’avea Dio favorito: Et ne magnitudo revelationum extollat me, datus est mihi stimulus carnis meae, angelus satanae, qui me colaphizet (II Cor. XII, 7).

3. In oltre permette Iddio le tentazioni, acciocchè viviamo più distaccati da questa terra, e desideriamo con più ardore di andarlo a vedere in paradiso. Quindi è che le anime buone, in vedersi così combattute in questa vita di giorno e di notte da tanti nemici, hanno in tedio la vita, ed esclamano: Heu mihi, quia incolatus meus prolongatus est (Ps. CXIX, 5). E sospirano l’ora in cui potranno dire: Laqueus contritus est et nos liberati sumus (Ps. CXXIII, 7). L’anima vorrebbe volare a Dio, ma, mentre vive in questa terra, sta ligata da un laccio che la trattiene quaggiù, ove di continuo è combattuta dalle tentazioni. Questo laccio non si spezza se non colla morte; e perciò le anime amanti sospirano la morte che le libera dal pericolo di perdere Dio.

4. In oltre Iddio permette che siamo tentati, per renderci più ricchi di meriti, come fu detto a Tobia: Et quia acceptus eras Deo, necesse fuit ut tentatio probaret te (Tob. XII, 13). Dunque un’anima non perchè è tentata dee temere che sta in disgrazia di Dio; anzi allora dee più sperare di essere amata da Dio. È inganno del demonio il far credere a certi spiriti pusillanimi che le tentazioni son peccati che imbrattano l’anima. Non sono i mali pensieri che ci fanno perdere Dio, ma i mali consensi. Sieno veementi quanto si voglia le suggestioni del demonio, sieno vivi quanto si voglia quei fantasmi impudici che c’ingombrano la mente, quando noi non li vogliamo, niente macchiano l’anima, anzi la rendono più pura, più forte e più cara a Dio. — Dice S. Bernardo che ogni volta che superiamo le tentazioni acquistiamo una nuova corona: Quoties vincimus, toties coronamur. Ad un certo monaco cisterciense apparve un angelo che gli diede in mano una corona, con ordine che la portasse ad un altro religioso, e gli dicesse che tal corona se l’avea meritata per quella tentazione che poco dinanzi avea superata. Nè ci spaventi il vedere che quel cattivo pensiero non si parte dalla mente e seguita a tormentarci; basta che noi l’abborriamo e cerchiamo di discacciarlo.

5. Dio è fedele, dice l’Apostolo: non soffre che noi siamo tentati oltre le nostre forze: Fidelis autem Deus est qui non patietur vos tentari supra id quod potestis, sed faciet etiam cum tentatione proventum (I Cor. X, 13). Chi dunque resiste alla tentazione, non solo non vi perde, ma vi fa gran guadagno,sed faciet cum tentatione proventum. E perciò il Signore spesso permette che l’anime sue dilette siano più tentate dalle tentazioni, acciocchè facciano più acquisti di meriti in questa terra e di gloria nel cielo. L’acqua morta che non si muove, presto s’imputridisce. E così l’anima, stando in ozio senza tentazioni e senza combattimenti, sta in pericolo di perdersi con qualche vana compiacenza del proprio merito, pensando forse che già sia giunta alla perfezione; e così allora poco teme, e perciò poco si raccomanda a Dio, e poco si affatica per assicurare la sua salute. Ma quando ella è agitata dalle tentazioni e si vede in pericolo di precipitare in peccato, allora ricorre a Dio, ricorre alla divina Madre, rinnova i propositi di morir prima che peccare, si umilia e si abbandona in braccio alla divina misericordia: e così acquista più forza, e più si stringe con Dio, come dimostra l’esperienza.

6. Non dobbiamo già noi desiderare perciò le tentazioni, anzi dobbiamo pregar sempre Iddio che dalle tentazioni ci liberi, e specialmente da quelle dalle quali vede Dio che saressimo vinti — ciò significa appunto quella preghiera del Pater nosterEt ne nos inducas in tentationem; — ma quando Dio permette che ci assaltino, bisogna che allora, senza inquietarci per quei brutti pensieri e senza avvilirci, confidiamo in Gesù Cristo e gli cerchiamo aiuto; ed egli certamente non mancherà di darci forza a resistere. Dice S. Agostino: Proiice te in eum, noli metuere; non se subtrahet ut cadas (Conf. lib. 8, c. 11). Abbandonati in Dio e non temere, poichè se egli ti mette nel combattimento, certamente non ti lascerà solo acciocchè cadi.

7. Veniamo ora a’ mezzi che abbiamo da usare per vincere le tentazioni.

I maestri di spirito ne assegnano molti, ma il più necessario e più sicuro — di questo solo qui voglio parlare — è il ricorrere subito a Dio con umiltà e confidenza, dicendo: Deus, in adiutorium meum intende; Domine, ad adiuvandum me festina (Ps. LXIX, 2): Signore aiutami, ed aiutami presto. Questa sola preghiera basterà a farci superare gli assalti di tutti i demoni dell’inferno che venissero a combatterci, perchè Iddio è infinitamente più forte di tutti i demoni. Iddio già sa che non abbiamo noi forza di resistere alle tentazioni delle podestà infernali; onde dice il dottissimo cardinal Gotti che quando noi siamo combattuti e siamo nel pericolo di esser vinti, egli è obbligato a darci l’aiuto bastante a resistere, semprechè ce lo domandiamo: Tenetur Deus cum tentamur, nobis ad eum confugientibus, vires praebere qua possimus resistere et actu resistamus (Card. Gotti, Theol. Schol., t. 2. tr. 6. q. 2. § 3. n. 30).

8. E come possiamo temere che Gesù Cristo non ci aiuti, dopo che n’abbiamo tante sue promesse fatteci nelle sacre Scritture? Venite ad me omnes qui laboratis et onerati estis, et ego reficiam vos (Matth. XI, 28). Venite voi che vi affaticate nel combattere colle tentazioni, ed io vi ristorerò le forze. Et invoca me in die tribulationis, eruam te, et honorificabis me (Ps. XLIX, 15). Quando ti vedi tribolato da’ nemici, chiamami, ed io ti caverò dal pericolo, e tu me ne loderai. Tunc invocabis et Dominus exaudiet. Clamabis, et dicet: Ecce adsum (Is. LVIII, 9). Allora chiamerai il Signore in aiuto, ed egli ti esaudirà. Griderai: Presto, Signore, soccorrimi; ed egli ti dirà: Eccomi, son presente per aiutarti. Quis invocavit eum et despexit illum? (Eccli. II, 12). E chi mai, dice il profeta, ha invocato Dio, e Dio l’ha disprezzato senza dargli soccorso? Davide per questo mezzo della preghiera tenea per certo di non esser mai vinto da’ nemici, dicendo: Io chiamerò il Signore lodandolo, e sarò salvo da’ miei nemici: Laudans invocabo Dominum et ab inimicis meis salvus ero (Ps. XVII, 4). Poich’egli già sapea che Dio si fa vicino ad ognuno che lo chiama in aiuto: Prope est Dominus omnibus invocantibus eum (Ps. CXLIV, 18). E S. Paolo aggiunge che il Signore non è già avaro, ma ricco di grazie, per tutti coloro che l’invocano: Dives in omnes qui invocant illum (Rom. X, 12).

9. Oh volesse Iddio che tutti gli uomini ricorressero a lui quando son tentati ad offenderlo, che niuno certamente l’offenderebbe! Cadono i miseri, perchè, allettati da’ loro pravi appetiti, per non perdere quei brevi diletti, si contentano di perdere il sommo bene ch’è Dio. Troppo lo dimostra la sperienza, che chi ricorre a Dio nelle tentazioni, non cade, e chi non ricorre, cade: e specialmente nelle tentazioni d’incontinenza. Dicea Salomone ch’egli ben sapea di non poter essere continente se Iddio non ce ‘l concedeva; e perciò nelle tentazioni era a lui ricorso colle preghiere: Et ut scivi quoniam aliter non possem esse continens, nisi Deus det… adii Dominum et deprecatus sum illum etc. (Sap. VIII, 21). In tali tentazioni d’impurità — e lo stesso corre nelle tentazioni contra la fede — non è regola di mettersi a combattere colla tentazione da petto a petto, ma bisogna procurare al principio di quella discacciarla indirettamente con fare un atto buono di amore a Dio o di dolore de’ peccati, o pure con applicarsi a qualche azione indifferente distrattiva. Subito che ci accorgiamo di qualche pensiero che tiene viso maligno, subito bisogna licenziarlo, chiudergli, per così dire, la porta in faccia e negargli l’entrata nella mente, senza stare a discifrare che cosa dica e pretenda. Tali suggestioni malvagie bisogna scuoterle subito, come si scuotono le scintille di fuoco che ci saltano addosso.

10. Se poi la tentazione impura è già entrata nella mente ed ha spiegato quel che vorrebbe e già muove il senso, allora, dice S. Girolamo: Statim ut libido titillaverit sensum, erumpamus in vocem: Domine, auxiliator meus (Ep. XXII ad Eustoch.). Subito, dice il santo, che il senso è mosso dal fomite, bisogna ricorrere a Dio e dire: Signore aiutatemi, invocando i santissimi nomi di Gesù e di Maria che hanno una virtù particolare di sopprimere tal sorta di tentazioni. — Dice S. Francesco di Sales che i bambini vedendo il lupo corrono subito fra le braccia del padre e della madre, ed ivi si tengono sicuri. Così dobbiamo fare ancor noi: ricorrere subito a Gesù ed a Maria, invocandoli. Replico, subito ricorrere, senza dare udienza e discorrere colla tentazione. Si narra nel libro delle Sentenze de’ Padri al § 4 che S. Pacomio un giorno intese che un demonio vantavasi di aver fatto spesso cadere un certo monaco, perchè colui, quando esso lo tentava, gli dava udienza e non si voltava a Dio. All’incontro intese un altro demonio che si lamentava dicendo: «Ed io col monaco mio niente posso, perchè egli subito ricorre a Dio, e sempre vince».

11. Se poi la tentazione persiste a molestarci, guardiamoci allora d’inquietarci e di adirarci con quella, perchè da un tal disturbamento potrebbe il demonio prender forza a farci cadere. Allora dobbiamo con umiltà rassegnarci alla volontà di Dio, il quale vuol permettere che allora siamo così tormentati da quel laido pensiero, con dire: «Signore, così merito io, di esser molestato da tali schifezze in castigo delle offese che vi ho fatte; ma voi mi avete da soccorrere e liberare». E perciò, se la tentazione seguita a molestarci, seguitiamo noi ad invocare Gesù e Maria. Giova molto allora, quando la tentazione seguita a tormentarci, rinnovar la promessa a Dio di patire ogni tormento e morir mille volte prima che offenderlo: e nello stesso tempo non si lasci di cercargli aiuto. E quando la tentazione fosse così forte che ci vedessimo in gran pericolo di consentirvi, allora bisogna incalzar le preghiere, ricorrere al SS. Sagramento, buttarsi a’ piedi di un Crocifisso o di qualche immagine della B. Vergine, e pregare con maggior calore, gemere, piangere, cercando soccorso. È vero che Dio è pronto ad esaudir chi lo prega, ed egli è quello, non già la nostra diligenza, che ha da darci la forza di resistere; ma talvolta vuole il Signore da noi questi sforzi, ed egli poi supplisce alla nostra debolezza e ci fa ottenere la vittoria.

12. Giova ancora, in tempo che siamo tentati, il segnarci più volte la fronte ed il petto col segno della santa croce. Giova molto ancora scovrir la tentazione al padre spirituale. Dicea S. Filippo Neri che la tentazione scoperta è mezzo vinta. Ma qui è bene avvertire, esser dottrina comunemente approvata da’ teologi, anche del rigido sistema, che le persone le quali per molto tempo han fatta vita spirituale e son molto timorate di Dio, semprechè stanno in dubbio e non sono certe di aver dato il consenso a qualche colpa grave, debbono tener per certo di non aver perduta la divina grazia; essendo moralmente impossibile che la volontà confermata per molto tempo ne’ buoni propositi, in un subito poi si muti e consenta ad un peccato mortale, senza chiaramente conoscerlo. La ragione si è perchè il peccato mortale è un mostro così orribile, che non può entrare in un’anima, la quale per lungo tempo l’ha abborrito, senza farsi chiaramente conoscere. — Ciò l’abbiamo appieno provato nella nostra opera morale (al lib. VI, n. 476, vers. Item). — Dicea S. Teresa: «Niuno si perde senza conoscerlo; e niuno resta ingannato senza voler esser ingannato».

13. Quindi è che per alcune anime di coscienza delicata e ben assodate nella virtù, ma timide e molestate dalle tentazioni — specialmente se sono contra la fede o la castità — sarà spediente talvolta che il direttore vieti loro di svelarle e di parlarne, poichè nel doverle scovrire dovranno riflettere come quei pensieri sieno entrati, e se poi vi è stata dilettazione in discorrervi, se compiacenza o consenso; e così, col maggiormente riflettervi, più s’imprimono quelle fantasie maligne, e più s’inquietano. Quando il confessore sta moralmente certo che a tali suggestioni la persona non vi consente, meglio è che dia loro l’ubbidienza di non parlarne. E trovo che così appunto faceva la madre S. Giovanna di Chantal. Ella narra di sè ch’essendo stata più anni agitata in orrende tempeste di tentazioni e non avendo mai avuta cognizione di consenso a quelle, non mai se n’era confessata, ma aveva seguito a dirigersi colla regola datale dal suo direttore. Dice così: «Non ho avuta mai chiara cognizione di consenso»: dunque, dicendo così, dà ad intendere esserle rimasta qualche agitazione di scrupolo per quelle tentazioni, ma ciò non ostante si quietava coll’ubbidienza datale dal direttore di non confessarsi di tali dubbi. Del resto, comunemente parlando, molto giova per sedar le tentazioni lo scovrirle al confessore, come abbiamo detto di sopra.

14. Ma torno a dire, fra tutti i rimedi contra le tentazioni il più efficace e più necessario, il rimedio de’ rimedi, è il pregare Dio per aiuto, e ‘l seguitare a pregare, finchè la tentazione persiste. Spesso il Signore avrà destinata la vittoria non alla prima preghiera, ma alla seconda, alla terza, alla quarta. In somma bisogna persuaderci che dal pregare dipende tutto il nostro bene, dal pregare dipende la mutazione della vita, dal pregare dipende il vincere le tentazioni, dal pregare dipende l’ottenere l’amor divino, la perfezione, la perseveranza e la salute eterna.

15. Ad alcuno che avrà lette le mie opere spirituali io mi sarò forse renduto tedioso in raccomandar troppo spesso l’importanza e la necessità di ricorrere a Dio continuamente colla preghiera. Ma a me pare di averne detto non troppo, ma molto poco. Io so che tutti, giorno e notte, siamo combattuti dalle tentazioni dell’inferno, e che il demonio non lascia occasione per farci cadere. So che noi senza l’aiuto divino non abbiamo forza di resistere agli assalti de’ demoni, e che perciò l’Apostolo ci esorta a vestirci delle armature di Dio: Induite vos armaturam Dei, ut possitis stare adversus insidias diaboli; quoniam non est nobis colluctatio adversus carnem et sanguinem, sed adversus principes et potestates, adversus mundi rectores tenebrarum harum(Eph. VI, 11 et 12). E quali sono queste armi di cui c’insegna S. Paolo ad armarci per resistere a’ demoni? Eccole: Per omnem orationem et obsecrationem, orantes omni tempore in spiritu, et in ipso vigilantes in omni instantia (Ibid. 18). Queste armi sono le preghiere continue e fervide a Dio affinchè ci soccorra e non restiamo vinti. So di più che tutte le Scritture, così del Vecchio come del Nuovo Testamento, non fanno altro che ammonirci a pregare: Invoca me… eruam te (Ps. XLIX, 15). Clama ad me, et exaudiam te (Ier. XXXIII, 3). Oportet semper orare et non deficere (Luc. XVIII, 1).Petite et dabitur vobis (Matth. VII, 7). Vigilate et orate (Matth. XXVI, 41). Sine intermissione orate (I Thes. V, 17). Onde non mi pare di averne parlato troppo della preghiera, ma molto poco.

16. Io desidererei che tutti i predicatori niuna cosa raccomandassero tanto a’ loro ascoltanti, che la preghiera: che i confessori niuna cosa esortassero tanto con maggior calore a’ loro penitenti, che la preghiera: gli scrittori spirituali di niuna cosa parlassero più abbondantemente, che della preghiera. Ma di questo mi lamento, e penso che sia castigo de’ nostri peccati, che tanti predicatori, confessori e scrittori, della preghiera poco ne parlano. Non ha dubbio che giovano molto alla vita spirituale le prediche, le meditazioni, le comunioni, le mortificazioni; ma se quando vengono le tentazioni noi non ci raccomandiamo a Dio, noi caderemo con tutte le prediche, con tutte le meditazioni, con tutte le comunioni, con tutte le penitenze, e tutti i buoni propositi fatti. Dunque se vogliamo salvarci, preghiamo sempre e raccomandiamoci al nostro Redentore Gesù Cristo, e specialmente in atto che siamo tentati; e non solo cerchiamogli la santa perseveranza, ma insieme la grazia di sempre pregarlo. E raccomandiamoci sempre ancora alla divina Madre ch’è la dispensiera delle grazie, come dice S. Bernardo: Quaeramus gratiam et per Mariam quaeramus. Mentre lo stesso santo ci fa sapere esser volere di Dio che noi non riceviamo alcuna grazia che non passi per le mani di Maria: Nihil Deus habere nos voluit quod per manus Mariae non transiret.

Affetti e preghiere.

O Gesù mio Redentore, spero al vostro sangue che mi abbiate perdonate le offese che vi ho fatte; e spero di venire a ringraziarvene per sempre in paradiso: Misericordias Domini in aeternum cantabo (Ps. LXXXVIII, 2). Vedo che per lo passato io miseramente son caduto e ricaduto, perchè sono stato trascurato in domandarvi la santa perseveranza. Questa perseveranza ora vi cerco: Ne permittas me separari a te. E propongo di cercarvela sempre, e specialmente quando mi vedrò tentato ad offendervi. Così propongo e prometto; ma a che mi servirà questo mio proposito e promessa, se voi non mi darete la grazia di ricorrere a’ piedi vostri? Deh per li meriti della vostra Passione concedetemi questa grazia, di sempre raccomandarmi a voi in tutti i miei bisogni.

Regina e madre mia Maria, vi prego, per quanto amate Gesù Cristo; ad ottenermi questa grazia, di ricorrere sempre al vostro Figlio ed a voi in tutta la mia vita.

Delle desolazioni.

17. «È un inganno, dice S. Francesco di Sales, il voler misurare la divozione colle consolazioni che proviamo. La vera divozione nella via di Dio consiste in avere una volontà risoluta di eseguir tutto ciò che piace a Dio». Iddio colle aridità stringe a sè le anime più dilette. Quel che c’impedisce la vera unione con Dio è l’attacco alle nostre disordinate inclinazioni; onde il Signore quando vuol tirare un’anima al suo perfetto amore, cerca di staccarla da tutti gli affetti de’ beni creati. E così prima le va togliendo i beni temporali, i piaceri mondani, le robe, gli onori, gli amici, i parenti, la sanità del corpo; e con tali mezzi di perdite, di disgusti, dispregi, morti e infermità, la va distaccando da tutto il creato, acciocchè ella riponga in lui tutti gli affetti suoi.

18. Indi per affezionarla ai beni spirituali, a principio le fa assaggiare molte consolazioni con abbondanza di lagrime e tenerezze; onde l’anima procura allora di staccarsi da’ piaceri sensuali, anzi cerca di macerarsi con penitenze, digiuni, cilizi e discipline. Ma allora bisogna che il direttore la tenga a freno e le neghi di fare mortificazioni, almeno tutte quelle che domanda, perchè la persona spinta da quel fervore sensibile facilmente potrebbe coll’indiscrezione guastarsi la sanità. Questa è arte del demonio, che quando vede alcuno che si dà a Dio, e scorge che Dio lo consola colle carezze solite darsi a’ principianti, il nemico cerca di fargli perdere la salute colle penitenze indiscrete, acciocchè poi, sopravvenendo le infermità, lasci non solamente le penitenze, ma l’orazione, le comunioni e tutti gli esercizi divoti, e ritorni alla vita antica. Per tanto il direttore con queste anime che cominciano la vita spirituale e cercano penitenze, dee esser molto avaro in concederle, ma procuri di esortar loro a mortificarsi internamente con soffrire con pazienza i disprezzi e le cose contrarie, ubbidire a’ superiori, astenersi dalla curiosità di vedere o di sentire, e cose simili; e dica loro che poi, quando avranno acquistato il buon abito di esercitare tali mortificazioni interne, allora potranno rendersi degne di praticare l’esterne.

Del resto è marcio errore il dire, come dicono alcuni, che le mortificazioni esterne non servono o poco servono. Non ha dubbio che per la perfezione son più necessarie le interne, ma non perciò non son necessarie anche l’esterne. Dicea S. Vincenzo de Paoli che chi non pratica le mortificazioni esterne non sarà mortificato nè esternamente nè internamente. Ed aggiungea S. Giovanni della Croce che ad un direttore che disprezza le macerazioni della carne, ancorchè facesse egli miracoli, non gli si dee dar credenza.

19. Ma ritorniamo al punto. — L’anima dunque ne’ principî che si dà a Dio ed assaggia la dolcezza di quelle consolazioni sensibili colle quali cerca il Signore di allettarla e così distaccarla da’ piaceri terreni, ella si va staccando dalle creature e si attacca a Dio; ma si attacca con difetto, spinta più dalla sensibilità di quelle consolazioni spirituali che da una vera volontà di dar gusto a Dio; e s’inganna col credere che quanto più trova gusto in quelle sue divozioni tanto più ama Dio. E da ciò nasce che quando vien disturbata da quegli esercizi ove trovava pascolo, e viene impiegata in altre opere di ubbidienza o di carità o di obbligazione del suo stato, s’inquieta e se ne accora: — questo è difetto universale della nostra misera umanità, di cercare in ogni azione la propria soddisfazione — o pure quando in quegli esercizi divoti non vi trova i gusti assaggiati, o gli lascia o almeno gli diminuisce, e, diminuendoli poi da giorno in giorno, finalmente gli lascia tutti. E questa disgrazia succede a molte anime che, chiamate da Dio al suo amore, cominciano a camminare nella via della perfezione, e fanno qualche cammino mentre durano le dolcezze spirituali, ma quando poi cessano quelle, lasciano tutto e ritornano alla vita antica. Ma bisogna persuadersi che l’amore a Dio e la perfezione non consiste nel sentire le tenerezze e le consolazioni, ma nel vincere l’amor proprio e nel seguire la divina volontà. Dice S. Francesco di Sales: «Iddio tanto è amabile quando ci consola, che quando ci tribola».

20. In quello stato di consolazioni non è gran virtù lasciare i gusti sensuali e sopportare gli affronti e le cose contrarie. In mezzo a quelle dolcezze l’anima sopporta tutto, ma tal sofferenza proviene spesso più da quelle dolcezze assaggiate che dalla forza del vero amore a Dio. E perciò il Signore, affin di assodarla nella virtù, si ritira e le toglie quei gusti sensibili, per toglierle ogni attacco all’amor proprio che di tali gusti si pasceva. E quindi avviene che dove prima sentiva gaudio in fare atti di offerte, di confidenza e di amore, dipoi, quando è seccata la vena, fa questi atti con freddezza e pena, e sente tedio negli esercizi più divoti, nell’orazione, nella lezione spirituale e nella comunione; anzi non vi trova altro che tenebre e timori, e le pare che tutto sia perduto. Prega, torna a pregare, e si affligge, parendole che Dio non voglia esaudirla.

21. Veniamo alla pratica di quello che dobbiamo far noi dal canto nostro.

Quando il Signore per sua misericordia ci consola con visite amorose, e ci fa sentire la presenza della sua grazia, non è bene ributtar quelle divine consolazioni, come voleano alcuni falsi mistici; accettiamole con ringraziamento, ma stiamo attenti a non fermarci a gustare e compiacerci del senso di quelle tenerezze di spirito: questa si chiama da S. Giovanni della Croce gola spirituale, la quale è difettosa e non piace a Dio. Attendiamo allora a discacciare dalla mente la compiacenza sensibile di quelle dolcezze; e specialmente guardiamoci di credere che Iddio ci usi quelle finezze perchè meglio degli altri ci portiamo con esso, perchè un tal pensiero di vanità costringerebbe il Signore a ritirarsi in tutto da noi e lasciarci nelle nostre miserie. Bisogna allora sì bene che lo ringraziamo con fervore, perchè tali consolazioni di spirito son doni grandi che fa Dio alle anime, assai più grandi di tutte le ricchezze e degli onori temporali; ma in quel tempo non ci affatichiamo già a prenderci diletto di quei gusti sensibili, ma umiliamoci con metterci avanti gli occhi i peccati della vita passata. Bisogna allora credere che quei tratti amorosi son puri effetti della bontà di Dio, e che forse il Signore anticipa a confortarci con quelle consolazioni, acciocchè soffriamo poi con pazienza qualche gran tribulazione che vuole mandarci. E perciò offeriamoci allora a patire ogni pena esterna o interna che ci avverrà, ogni infermità, ogni persecuzione, ogni desolazione di spirito, dicendo: «Signor mio, eccomi, fatene di me e delle cose mie quel che vi piace; datemi la grazia di amarvi e di adempire perfettamente la vostra volontà, e non altro vi domando».

22. Quando l’anima poi sta moralmente certa di stare in grazia di Dio, benchè sia priva così de’ piaceri del mondo come di quelli di Dio, nondimeno sta pur contenta del suo stato sapendo che ama Dio ed è amata da Dio. Ma Dio che vuole vederla più purificata e spogliata di ogni soddisfazione sensibile per unirla tutta a sè per mezzo del puro amore, che fa? La mette nel crogiuolo della desolazione, ch’è una pena più amara di tutte le pene interne ed esterne che può patire una persona; la priva della cognizione di stare in grazia; e la lascia fra dense tenebre, in mezzo alle quali par che l’anima non trovi più Dio. Anzi talvolta Iddio permette ch’ella sia assalita da forti tentazioni di senso accompagnate da moti cattivi della parte inferiore, o pure da pensieri di miscredenza o di disperazione, ed anche di odio a Dio, parendole che il Signore l’abbia discacciata da sè e che più non senta le sue preghiere. E perchè da una parte le suggestioni del demonio son veementi e la concupiscenza della persona sta mossa; ed all’incontro, trovandosi l’anima in quella grande oscurità, quantunque resista colla volontà, non sa però discernere abbastanza, se a quelle tentazioni resiste come dee o vi consente; con ciò maggiormente le cresce il timore di aver perduto Dio, e che Dio giustamente, per le sue infedeltà usate in questi combattimenti, l’abbia in tutto abbandonata. Onde le pare di essere già arrivata all’estrema rovina, di non amare più Dio, e di esser odiata da Dio. Questa pena ben la provò S. Teresa, e confessa la santa che in tale stato la solitudine non più la consolava, ma l’era di tormento, e che quando andava all’orazione le parea di trovare un inferno.

23. Avvenendo ciò ad un’anima che ama Dio, ella non si sgomenti, nè si atterrisca il direttore che la guida. Quei moti sensuali, quelle tentazioni contra la fede, quelle diffidanze e quegli insulti che la spingono ad odiare Dio, sono timori, son tormenti dell’anima, sforzi del nemico, ma non sono atti volontari e perciò non sono peccati. L’anima che veramente ama Gesù Cristo ben resiste allora, e dissente a tali suggestioni; ma, per le tenebre che l’ingombrano, no ‘l sa distinguere, resta ella confusa, e, perchè si vede lasciata dalla presenza della grazia, teme e si affligge. Ma ben si scorge poi che in queste anime così provate da Dio tutto è spavento ed apprensione, ma non verità: dimandate loro, anche nel mentre che si trovano così derelitte, se mai commetterebbero un sol peccato veniale ad occhi aperti, che risolutamente risponderebbero di esser pronte a patire non una, ma mille morti, prima che deliberatamente dar quel disgusto a Dio.

24. Bisogna perciò distinguere, altro è fare un atto buono, come di respinger la tentazione, di confidare in Dio, di amare e volere quel che vuole Dio: altro è conoscere che in effetto facciamo quest’atto buono. Questo secondo, di conoscere che facciamo l’atto buono, serve a noi di godimento; ma il profitto sta nel primo, cioè nel far veramente quel buon atto. Iddio si contenta del primo, e priva l’anima del secondo, cioè della cognizione di aver fatto quell’atto buono, affin di toglierle ogni propria soddisfazione che niente in verità aggiunge all’atto fatto, poichè il Signore più cerca il profitto nostro, che la nostra soddisfazione. S. Giovanni della Croce scrisse ad un’anima desolata per consolarla, così: «Non mai voi siete stata in migliore stato del presente, perchè non mai così umiliata e distaccata dal mondo, e non mai riconosciuta così cattiva come ora vi conoscete. Nè siete stata mai così spropriata e lontana dal cercar voi stessa». Non crediamo in somma che allorchè sentiamo più tenerezze di spirito siamo più amati da Dio; poichè non consiste in esse la perfezione, ma nel mortificare la nostra volontà ed unirla alla divina.

25. Nello stato dunque di desolazione, dee l’anima non dare udienza al demonio che le suggerisce averla Dio abbandonata, nè dee lasciar l’orazione. Questo è quel che pretende il demonio per farla poi cadere in qualche precipizio. Scrive S. Teresa: «Con aridità e tentazioni fa prova il Signore de’ suoi amanti. Benchè tutta la vita duri l’aridità, non lasci l’anima l’orazione; tempo verrà che tutto le sarà pagato molto bene». In tale stato di pena, dee la persona umiliarsi, pensando che così merita di esser trattata per le offese fatte a Dio: umiliarsi e rassegnarsi tutta nel divino volere, dicendo: «Eccomi, Signore, se volete farmi star così desolata e afflitta per tutta la mia vita, e se volete anche per tutta l’eternità, datemi la grazia vostra, fate ch’io vi ami, e poi fate di me quel che vi piace».

26. E vi sarà inutile allora, e forse di maggior inquietudine, il voler accertarvi che stiate in grazia di Dio e che quella sia pruova non già abbandono di Dio, perchè Dio allora non vuole che lo conosciate; e non vuole per vostro maggior profitto, acciocchè più vi umiliate, ed accresciate le preghiere e gli atti di confidenza nella sua misericordia. Voi volete vedere, e Dio non vuole che vedete. Per altro dice S. Francesco di Sales: «La risoluzione di non consentire a niun peccato, anche minimo, ci assicura che stiamo in grazia di Dio». — Ma quando l’anima si ritrova in una profonda desolazione, ciò neppure lo conosce chiaramente; ma non dee ella pretendere in tale stato di sentire quel che vuole, basta che lo voglia colla punta della sua volontà. E così dee abbandonarsi tutta nelle braccia della divina bontà. Oh quanto innamorano Dio questi atti di confidenza e di rassegnazione in mezzo alle tenebre della desolazione! Ah fidiamoci pure di un Dio che, come dice S. Teresa, ci ama più che noi amiamo noi stessi.

27. Si consolino pertanto queste anime care a Dio che stanno risolute di esser tutte sue e si vedono prive nello stesso tempo di ogni consolazione. La loro desolazione è segno che sono molto amate da Dio, e ch’egli lor tiene apparecchiato il luogo in paradiso ove le consolazioni son piene ed eterne. E tengano per certo che quanto più saranno state afflitte in questa terra, tanto più saran consolate nel regno de’ beati: Secundum multitudinem dolorum meorum in corde meo, consolationes tuae laetificaverunt animam meam (Ps. XCIII, 19).

Per consolazione delle anime desolate voglio qui soggiungere quel che si narra nella vita della madre S. Giovanna di Chantal, la quale per lo spazio di 41 anni fu afflitta da terribili pene interne, di tentazioni, di timori di stare in disgrazia di Dio, ed anche di essere abbandonata da Dio. Erano sì continue e sì grandi le sue afflizioni che giungeva a dire che il solo pensiero della morte le dava qualche sollievo. Dicea di più: «Son tanto furiosi gli assalti, che non so dove ricoverare il povero mio spirito. Mi sembra talvolta che già se ne fugga la pazienza, ed io stia in atto di perdere e lasciare ogni cosa». Dicea di più: «Il tiranno della tentazione è sì crudele, che ogni ora del giorno io la cangerei colla perdita della vita. E talvolta perdo l’uso del mangiare e del dormire».

28. Negli ultimi otto o nove anni di sua vita le sue tentazioni furono assai più fiere. La madre di Scatel dicea che la sua santa madre di Chantal pativa giorno e notte un continuo martirio interno, quando faceva orazione, quando lavorava ed anche quando riposava; ond’ella ne avea un’estrema compassione. Era la santa combattuta contra tutte le virtù, eccettuata la castità, con sollevamenti di dubbi, di tenebre e di ripugnanze. Talvolta Iddio la privava de’ suoi lumi, e le compariva sdegnato, come in atto di scacciarla da sè: in modo ch’ella per lo spavento volgeva lo sguardo altrove per trovar sollievo; ma, non trovandolo, era astretta di ritornare a guardare Iddio e ad abbandonarsi nella sua misericordia. Le parea che all’empito delle tentazioni stesse per cadere ogni momento. L’assistenza divina non già l’abbandonava, ma a lei sembrava che Dio già abbandonata l’avesse, non sentendo più alcuna soddisfazione, ma solo tedi ed angosce, nell’orazione, nella lettura de’ libri divoti, nella comunione ed in tutti gli altri esercizi spirituali. La sua guida in tale stato di derelizione non era altro che mirar il suo Dio e lasciarlo fare.

29. Diceva la santa: «In tutti i miei abbandonamenti la mia via semplice mi è una nuova croce, e la mia impotenza di operare mi è un nuovo accrescimento di croce». E perciò dicea parerle esser ella come un infermo oppresso da’ dolori, impotente a voltarsi da un lato all’altro, muto che non può spiegare i suoi mali, e cieco che non vede se quelli che gli vengono davanti gli rechino medicina o veleno. Indi piangendo dirottamente soggiungeva: «Mi pare di esser senza fede, senza speranza e senza amore verso il mio Dio». Frattanto non però la santa conservava il volto sereno, era dolce nel conversare, e continuamente tenea lo sguardo fisso in Dio, riposando nel seno della divina volontà. Onde scrisse di lei S. Francesco di Sales suo direttore e che ben conoscea quanto fosse diletta a Dio la di lei bell’anima: «Era il di lei cuore come un musico sordo, che sebbene eccellentemente cantasse, non potea ritrarne alcun piacere». Ed a lei stessa poi scrisse: «Voi dovete servire il vostro Salvatore solo per amore della sua volontà, colla privazione d’ogni consolazione, e con questi diluvi di tristezza e di spaventi».

Così si fanno i santi:

Scalpri salubris ictibus,

Et tunsione plurima,

Fabri polita malleo

Hanc saxa molem construunt,

Aptisque iuncta nexibus,

Locantur in fastigio.

I santi già sono queste pietre elette, come canta la Chiesa, che lavorate a colpi di scalpello, cioè colle tentazioni, co’ timori, colle tenebre, e con altre pene interne ed esterne, si rendono atte ad esser poi collocate ne’ troni del regno beato del paradiso.

Affetti e preghiere.

Gesù, speranza mia, amor mio ed unico amore dell’anima mia, io non merito le vostre consolazioni e dolcezze: riserbatele queste alle anime innocenti che sempre vi hanno amato. Io peccatore non le merito nè ve le domando; quel che solo vi cerco: fate ch’io v’ami, fate ch’io adempia la vostra volontà in tutta la mia vita, e poi disponete di me come vi piace.

Povero me! altre tenebre, altri spaventi, altri abbandoni a me toccherebbero per le ingiurie che vi ho fatte: mi toccherebbe l’inferno, ove, stando per sempre separato da voi e da voi affatto abbandonato, dovrei piangere eternamente senza potervi più amare. No, Gesù mio, ogni pena accetto, ma non questa. Voi meritate un amore infinito; voi troppo mi avete obbligato ad amarvi; no, non mi fido di vivere e non amarvi.

Io v’amo, sommo mio bene, v’amo con tutto il mio cuore, v’amo più di me stesso, v’amo e non voglio altro che amarvi.

Vedo già che questa mia buona volontà è tutto dono della vostra grazia; ma, Signor mio, compite l’opera, assistetemi sempre sino alla morte, non mi lasciate in mano mia, datemi forza di superar le tentazioni e di vincer me stesso, e perciò fate che sempre a voi mi raccomandi.

Io voglio esser tutto vostro, vi dono il mio corpo, l’anima mia, la mia volontà, la mia libertà; non voglio vivere più a me, ma solo a voi, mio Creatore, mio Redentore, mio amore, mio tutto: Deus meus et omnia. Io voglio farmi santo e da voi lo spero.

Affliggetemi come volete, privatemi di tutto, basta che non mi private della vostra grazia e del vostro amore.

O speranza dei peccatori Maria, voi siete così potente con Dio, io molto confido nella vostra intercessione; vi prego per l’amore che portate a Gesù Cristo, aiutatemi e fatemi santo.

Addio, creature, contento vi lascio:

Più vostro non sono, nè sono più mio:

Da tutto già sciolto, io son del mio Dio.

Sì, tutto son tuo, mio caro Gesù;

Amato mio bene, accettami tu.

Amabil Signore, deh prenda il possesso

Di tutto me stesso il santo tuo amore:

Ei regni e governi in questo mio core

Che un tempo infelice ribelle a te fu.

Amabil Signore, possedimi tu.

O amore divino che rendi beate

Con fiamme celesti quell’alme che accendi,

Tu vieni al mio core, e degno tu ‘l rendi

Del tuo puro ardore infiammami su,

O amore divino, consumami tu.

 

pianoforte (2)

S.Alfonso – Pratica di amar Gesù Cristo – Capo 16

CAPITOLO XVI – Caritas omnia sperat. Chi ama Gesù Cristo spera tutto da Gesù Cristo.

1. La speranza fa crescere la carità, e la carità fa crescere la speranza. Certamente la speranza nella divina bontà fa crescere l’amore verso Gesù Cristo. Scrive S. Tommaso che nello stesso tempo che noi speriamo qualche bene da alcuno, cominciamo ancora ad amarlo: Ex hoc enim quod per aliquem speravimus nobis posse provenire bona, movemur in ipsum sicut bonum nostrum et sic incipimus ipsum amare (S. Thom. 2. 2. q. 40. a. 7). Perciò il Signore non vuole che mettiamo confidenza nelle creature: Nolite confidere in principibus (Ps. CXLV, 2); e maledice chi confida nell’uomo: Maledictus homo qui confidit in homine (Ier. XVII, 5). Non vuole Dio che confidiamo nelle creature, perchè non vuole che noi mettiamo in esse il nostro amore. Quindi S. Vincenzo de’ Paoli dicea: «Avvertiamo di non molto fondarci sulla protezione degli uomini, perchè il Signore quando ci vede appoggiati ad essi si ritira da noi. All’incontro quanto più noi confidiamo in Dio, tanto più ci avanziamo in amarlo». Viam mandatorum tuorum cucurri cum dilatasti cor meum(Ps. CXVIII, 32). Oh come corre nella via della perfezione colui che ha il cuor dilatato dalla confidenza in Dio! Non solo corre, ma vola, perchè, avendo riposta tutta la sua speranza nel Signore, lascierà di esser debole qual era e diventerà forte colla fortezza di Dio che vien comunicata a tutti coloro che in Dio confidano. Qui confidunt in Domino mutabunt fortitudinem, assument pennas ut aquilae, current et non laborabunt, ambulabunt et non deficient(Is. XL, 31). L’aquila volando in alto più si avvicina al sole; e così l’anima, confortata dalla confidenza, si stacca dalla terra e più si unisce a Dio coll’amore.

2. Or siccome la speranza giova ad aumentar l’amore verso Dio, così l’amore aumenta la speranza; poichè la carità ci rende figli di Dio adottivi. Nell’ordine naturale noi siamo fatture delle sue mani, ma nell’ordine sovrannaturale, per li meriti di Gesù Cristo, noi siam fatti figliuoli di Dio e partecipi della natura divina, come scrive S. Pietro: Ut… efficiamini divinae consortes naturae (II Pet. I, 4). E se la carità ci rende figliuoli di Dio, per conseguenza ci rende ancora eredi del paradiso, come parla S. Paolo: Si autem filii, et heredes (Rom. VIII, 17). Or a’ figliuoli tocca l’abitare in casa del padre, agli eredi tocca l’eredità, e perciò la carità fa crescere la speranza del paradiso; onde l’anime amanti non lasciano di continuamente esclamare a Dio: Adveniat, adveniat regnum tuum.

3. In oltre Dio ama chi l’ama: Ego diligentes me diligo (Prov. VIII, 17); e colma di grazie chi con amore lo cerca: Bonus est Dominus… animae quaerenti illum (Theren. III, 25). Onde per conseguenza chi più ama Dio, più spera nella sua bontà. E da tal confidenza nasce ne’ santi quella inalterabile tranquillità che gli fa stare sempre lieti ed in pace anche in mezzo alle avversità; perchè, amando essi Gesù Cristo e sapendo quanto egli è liberale de’ suoi doni con chi l’ama, in lui solo confidano e trovano riposo. Questa è la ragione per cui la sagra sposa abbondava di delizie, perchè, non amando ella altri che il suo diletto, solo a lui si appoggiava; e sapendo quanto egli è grato con chi l’ama, stava tutta contenta: onde di lei fu scritto: Quae est ista quae ascendit de deserto deliciis affluens, innixa super dilectum suum? (Cant. VIII, 5). Troppo è vero quel che diceva il Savio: Venerunt autem mihi omnia bona pariter cum illa (Sap. VII, 11): insieme colla carità viene all’anima ogni bene.

4. L’oggetto primario della speranza cristiana è Dio che dall’anime si gode nel regno beato. Ma non crediamo che la speranza di godere Dio nel paradiso sia di ostacolo alla carità; poichè la speranza del paradiso è inseparabilmente annessa alla carità, la quale nel paradiso si perfeziona e trova il suo pieno compimento. La carità è quel tesoro infinito, come dice il Savio, che ci rende amici di Dio: Infinitus enim thesaurus est hominibus quo qui usi sunt participes facti sunt amicitiae Dei (Sap. VII, 14). — Scrive S. Tommaso l’Angelico (2. 2. q. 65, a. 5) che l’amicizia ha per fondamento la comunicazione de’ beni, perchè non essendo altro l’amicizia che un amor reciproco tra gli amici, è necessario ch’essi reciprocamente si faccian del bene quanto a ciascuno conviene. Onde dice il santo: Si nulla esset communicatio, nulla esset amicitia. Che perciò disse Gesù Cristo a’ suoi discepoli: Vos autem dixi amicos, quia omnia quaecumque audivi a Patre meo nota feci vobis (Io. XV, 15). Perchè gli avea fatti suoi amici, avea lor comunicati tutti i suoi segreti.

5. Dice S. Francesco di Sales: «Che se per impossibile vi fosse una bontà infinita, cioè un Dio, a cui non appartenessimo in alcun modo e con cui non potessimo avere alcuna unione e comunicazione, noi certamente la stimeremmo più di noi stessi; onde potremmo aver desideri di poterla amare, ma non l’ameremmo, perchè l’amore riguarda l’unione; mentre la carità è un’amicizia, e l’amicizia ha per fondamento la comunicazione e per fine l’unione». Per tanto insegna S. Tommaso che la carità non esclude il desiderio della mercede che Iddio ci prepara nel cielo, ma anzi ce la fa riguardare come principale oggetto del nostro amore, quale è Dio che da’ beati si fa godere; poichè l’amicizia importa che l’amico goda scambievolmente dell’altro: Amicorum est, quod quaerant invicem perfrui; sed nihil aliud est merces nostra quam perfrui Deo videndo ipsum: ergo caritas non solum non excludit, sed etiam facit habere oculum ad mercedem (S. Thom. in III Sen. Dist. 29. q. 1. a. 4).

6. E questa è quella scambievol comunicazione di doni della quale parlava la sposa de’ Cantici: Dilectus meus mihi et ego illi (Cant. II, 16). L’anima in cielo si dà tutta a Dio, e Dio si dà tutto all’anima per quanto ella n’è capace, secondo la misura dei suoi meriti. Ma conoscendo l’anima il suo niente a rispetto dell’infinita amabilità di Dio, e per conseguenza vedendo che Iddio ha un merito infinitamente maggiore di essere amato che non è il merito suo di essere amata da Dio, desidera ella più il gusto di Dio che il suo godimento; e perciò più gioisce in darsi ella tutta a Dio per compiacerlo, che in darsi Dio tutto a lei; ed in tanto si compiace che Dio tutto a lei si dona, in quanto ciò l’infiamma a darsi tutta a Dio con amore più intenso. Gode già della gloria che Dio le comunica, ma ne gode per riferirla allo stesso Dio e così accrescergli gloria per quanto ella può. In cielo l’anima, in veder Dio, non può non amarlo con tutte le forze: all’incontro Iddio non può odiare chi l’ama; ma se per impossibile potesse Dio odiare un’anima che l’ama, e l’anima beata potesse vivere senza amare Dio, più presto ella si contenterebbe di patire tutte le pene dell’inferno, purchè le fosse concesso di amare Dio quantunque Dio l’odiasse, che vivere senza amare Dio, ancorchè potesse godere tutte le altre delizie del paradiso. Sì, perchè l’anima, conoscendo che Dio merita d’essere amato infinitamente più di lei, desidera molto più di amare Dio che di essere amata da Dio.

7. Caritas omnia sperat. La speranza cristiana, come insegna S. Tommaso col Maestro delle sentenze, si definisce un’aspettazione certa della felicità eterna: Spes est expectatio certa beatitudinis. E la certezza nasce dall’infallibil promessa di Dio di dar la vita eterna a’ servi fedeli. Or la carità, siccome toglie il peccato, così toglie insieme l’impedimento a conseguir la beatitudine; e perciò la carità quanto è più grande, ella rende più grande e ferma la nostra speranza; la quale all’incontro certamente non può esser di ostacolo alla purità dell’amore, perchè l’amore, come dice S. Dionigi l’Areopagita, naturalmente tende all’unione dell’oggetto amato. Anzi, come dice S. Agostino, lo stesso amore è come un laccio d’oro che unisce insieme i cuori dell’amante e dell’amato: Amor est quasi iunctura quaedam duo copulans. E perchè quest’unione non può farsi da lontano, perciò chi ama desidera sempre la presenza dell’amato. La sagra sposa stando lontana dal suo diletto languiva, e pregava le sue compagne che gli facessero intendere la sua pena, acciocch’egli venisse a consolarla colla sua presenza: Adiuro vos, filiae Ierusalem, si inveneritis dilectum meum, ut nuncietis ei quia amore langueo (Cant. V, 8). Un’anima che ama assai Gesù Cristo non può, vivendo in questa terra, non desiderare e sperare di presto andar al cielo ad unirsi col suo amato Signore.

8. Sicchè il desiderare di andare a veder Dio nel cielo, non tanto per lo contento nostro che ivi proveremo in amare Dio, quanto per lo contento che daremo a Dio in amarlo, è puro e perfetto amore. Nè il gaudio che si prova da’ beati in cielo in amare Dio osta alla purità del loro amore; un tal gaudio è inseparabile dall’amore; ma i beati si compiacciono principalmente assai più dell’amore ch’essi portano a Dio, che del gaudio che provano in amarlo. — Dirà taluno: Ma il desiderar la mercede è amor di concupiscenza, non già d’amicizia. Ma bisogna distinguere le mercedi temporali promesse dagli uomini, dalla mercede del paradiso promessa da Dio a chi l’ama. Le mercedi che danno gli uomini son distinte dalle loro persone, poichè gli uomini, nel rimunerare gli altri, non danno già se stessi, ma solamente i loro beni; la principal mercede all’incontro che Dio dà a’ beati è il dar loro se stesso: Ego… merces tua magna nimis (Gen. XV, 1); onde è lo stesso desiderar il paradiso che desiderar Dio, il quale è l’ultimo nostro fine.

9. Voglio qui proponere un dubbio che facilmente può venire in mente di un’anima che ama Dio e che cerca di uniformarsi in tutto a’ suoi santi voleri. Se mai a costei fosse rivelata la sua dannazione eterna, è obbligata ella ad accettarla per uniformarsi alla volontà di Dio? No, insegna S. Tommaso: anzi dice che pecca se vi acconsente, perchè acconsentirebbe a vivere in uno stato che va unito col peccato ed è contrario al suo ultimo fine datogli da Dio, il quale non crea l’anime per l’inferno, ove l’odiano, ma per lo paradiso ove l’amano: e perciò egli non vuole la morte neppure del peccatore, ma vuol che tutti si convertano e si salvino. Dice il S. Dottore che il Signore non vuole alcuno dannato se non per lo peccato; e per tanto se uno acconsentisse alla sua dannazione, non già si uniformerebbe alla volontà di Dio, ma alla volontà del peccato. Unde velle suam damnationem absolute non esset conformare suam voluntatem voluntati divinae, sed voluntati peccati (S. Thom., De verit. q. 3. a. 8). — Ma se Dio, prevedendo già il peccato di alcuno, avesse fatto il decreto della sua dannazione, ed un tal decreto fosse a lui rivelato, è tenuto egli ad acconsentirvi? Neppure, dice l’Angelico nel luogo citato; poichè dovrebbe intender quella rivelazione non come decreto irrevocabile, ma fatto per modum comminationis, come minaccia se egli persiste nel peccato.

10. Ma ognuno procuri di scacciar dalla mente pensieri così funesti che non servono ad altro che a raffreddare la confidenza e l’amore. Amiamo Gesù Cristo quanto possiamo quaggiù, sospiriamo ogni momento di andarlo a vedere in paradiso per amarlo ivi perfettamente; e questo sia il principale oggetto di tutte le nostre speranze, l’andare ivi ad amarlo con tutte le nostre forze. Abbiamo sì bene anche in questa vita il precetto di amare Dio con tutte le forze: Diliges Dominum Deum tuum ex toto corde tuo, et ex tota anima tua, et ex omnibus viribus tuis etc. (Luc. X, 27), ma dice l’Angelico che questo precetto non può dagli uomini perfettamente adempirsi in questa terra. Solamente Gesù Cristo che fu uomo e Dio, e Maria SS. che fu piena di grazia e libera dalla colpa originale, perfettamente l’adempirono; ma noi, miseri figli di Adamo infetti dalla colpa, non possiamo amar Dio senza qualche imperfezione, e solo in cielo, allorchè vedremo Dio da faccia a faccia, l’ameremo, anzi saremo necessitati ad amarlo con tutte le forze.

11. Ecco dunque lo scopo ove han da tendere i nostri desideri, tutti i sospiri, tutti i pensieri e tutte le nostre speranze, di andare a goder Dio in paradiso per amarlo con tutte le forze e godere del godimento di Dio. Godono sì i beati della loro felicità in quel regno di delizie, ma il lor godimento principale, che assorbisce tutti gli altri diletti, sarà quello di conoscere la felicità infinita che gode il loro amato Signore, mentre essi amano Dio immensamente più che se stessi. Ogni beato, per l’amore che porta a Dio, si contenterebbe di perdere tutti i suoi godimenti e di patire ogni pena, purchè non mancasse a Dio, se mai potesse mancare, una minima particella della felicità che gode. Onde, vedendo che Dio è infinitamente felice nè mai la sua felicità può mancare in eterno, questo è tutto il suo paradiso. Così s’intende quel che dice il Signore ad ogni anima nel possesso che le dà della gloria: Intra in gaudium Domini tui (Matth. XXV, 21). Non già il gaudio entra nel beato, ma il beato entra nel gaudio di Dio, mentre il gaudio di Dio è l’oggetto del gaudio del beato. Sicchè il bene di Dio sarà il bene del beato, la ricchezza di Dio sarà la ricchezza del beato, e la felicità di Dio sarà la felicità del beato.

 

dsc_0252-copia2

12. Subito che un’anima entra in cielo e vede alla scoperta col lume della gloria l’infinita bellezza di Dio, si troverà tutta presa e consumata dall’amore. Allora avviene che il beato resta felicemente perduto e sommerso in quel mare infinito della divina bontà. Allora si dimentica di se stesso, ed inebriato dell’amore di Dio, non pensa ad altro che ad amare il suo Dio: Inebriabuntur ab ubertate domus tuae (Ps. XXXV, 9). Gli ubbriachi non pensano più a sè, e così l’anima beata non pensa che ad amare ed a compiacere l’amato: desidera di possederlo tutto, e già tutto lo possiede senza timore di poterlo più perdere; desidera di darsegli tutta per amore ogni momento, e già l’ottiene poichè in ogni momento si dà tutta a Dio senza riserba: e Dio con amore l’abbraccia, e così abbracciata la tiene e la terrà per tutta l’eternità.

13. Sicchè in cielo l’anima sta unita tutta a Dio e l’ama con tutte le sue forze, con un amor consumato e compito, il quale sebbene è finito, perchè la creatura non è capace di amore infinito, nondimeno è tale che la rende appieno contenta e sazia, sì ch’ella niente più desidera. Iddio all’incontro si comunica e si unisce tutto all’anima, riempiendola di se stesso, per quanto ella n’è capace secondo i suoi meriti; e si unisce a lei, non già per mezzo de’ soli suoi doni, lumi ed attratti amorosi, come fa con noi in questa vita, ma colla sua medesima essenza. Siccome il fuoco penetra un ferro e par che tutto in sè lo converta, così Dio penetra l’anima e di sè la riempie; ond’ella benchè non perda il suo essere, non però viene ad essere talmente ripiena ed assorbita in quel mare immenso della sostanza divina, che resta come annientata e più non fosse. Questa era la sorte felice che implorava l’Apostolo a’ suoi discepoli: Ut impleamini in omnem plenitudinem Dei (Eph. III, 19).

14. E questo è l’ultimo fine che il Signore per sua bontà ci ha dato a conseguire nell’altra vita. Onde finchè l’anima non giunge ad unirsi con Dio in cielo ove si fa l’unione perfetta, non può avere qui in terra il suo pieno riposo. È vero che gli amanti di Gesù Cristo nell’uniformarsi alla divina volontà trovano la loro pace; ma non possono trovare in questa vita il lor pieno riposo, perchè questo si ottiene coll’ottenere l’ultimo fine, qual è di vedere Dio da faccia a faccia ed esser consumati dall’amor divino; e fintanto che l’anima non conseguisce tal fine, sta inquieta e geme, e sospirando dice: Ecce in pace amaritudo mea amarissima (Is. XXXVIII, 17).

15. Sì, mio Dio, io vivo in pace in questa valle di lagrime, perchè questa è la vostra volontà, ma non posso non provare un’inesplicabile amarezza vedendomi da voi lontano e non ancor perfettamente unito con voi che siete il mio centro, il mio tutto e ‘l pieno mio riposo.

E perciò i santi benchè ardessero d’amore verso Dio in questa terra pure non faceano che sospirare il paradiso. Davide esclamava: Heu mihi, quia incolatus meus prolongatus est! (Ps. CXIX, 5). Satiabor cum apparuerit gloria tua (Ps. XVI, 15). S. Paolo dicea di sè: Desiderium habens… esse cum Christo (Phil. I, 23). S. Francesco d’Assisi dicea: «Tanto è grande il ben che aspetto, che ogni pena mi è diletto». Questi erano tutti atti di carità perfetta. — Insegna l’Angelico che il grado più alto di carità a cui può ascendere un’anima in questa vita è il desiderare intensamente di andare ad unirsi con Dio ed a goderlo in cielo: Tertium autem studium est, ut homo ad hoc principaliter intendat, ut Deo inhaereat et eo fruatur, et hoc pertinet ad perfectos qui cupiunt dissolvi et esse cum Christo (S. Thom. 2. 2. q. 24. a. 9). Ma questo godere di Dio in cielo, come abbiam detto, non tanto consiste nel ricevere l’anima il godimento che ivi Iddio le dona, quanto nel godere del godimento di Dio, amato dall’anima assai più che se stessa.

16. La maggior pena delle anime sante del purgatorio è il desiderio che hanno di possedere Dio che non ancora possedono. E questa pena specialmente affliggerà quelle anime che poco in vita han desiderato il paradiso. Anzi dice il cardinal Bellarmino (Lib. II. De Purgat. c. 7) che nel purgatorio vi è un certo carcere detto carcer honoratus, ove alcune anime non patiscono alcuna pena di senso, ma solamente la privazione della vista di Dio. Di ciò ne riferiscono più esempi S. Gregorio, il Ven. Beda, S. Vincenzo Ferrerio e S. Brigida. E questa pena si dà non per li peccati commessi, ma per la freddezza nel desiderare il paradiso. Molte anime aspirano alla perfezione, e poi sono troppo indifferenti all’andare a veder Dio o al seguire a vivere in questa terra. Ma la vita eterna è un bene troppo grande che Gesù Cristo ci ha meritato colla sua morte, ond’egli castiga poi quelle anime che poco l’han desiderato nella lor vita.

Affetti e preghiere.

O Dio, mio Creatore e mio Redentore, voi mi avete creato per lo paradiso, mi avete redento dall’inferno per condurmi in paradiso, ed io tante volte con offendervi vi ho rinunziato in faccia il paradiso, e mi son contentato di vedermi condannato all’inferno! Ma sia sempre benedetta la vostra misericordia infinita che perdonandomi, come spero, tante volte mi ha cacciato dall’inferno. Ah, Gesù mio, non vi avessi mai offeso! oh vi avessi sempre amato! Mi consolo che ancora mi resta tempo di farlo.

V’amo, o amore dell’anima mia, v’amo con tutto il mio cuore, v’amo più di me stesso.

Vedo che voi mi volete salvo, acciocch’io v’ami per tutta l’eternità in quel regno di amore. Vi ringrazio, e vi prego ad assistermi nella vita che mi resta, nella quale voglio amarvi assai per amarvi assai poi in eterno.

Ah Gesù mio, quando sarà quel giorno ch’io mi vedrò libero dal pericolo di potervi più perdere, e consumato dall’amore verso di voi in vedere alla scoverta la vostra infinita bellezza, sì ch’io sarò necessitato ad amarvi? Oh dolce necessità! oh felice, oh amata, oh desiderata necessità, che mi esimerà da ogni timore di darvi disgusto e mi costringerà ad amarvi con tutte le mie forze!

La mia coscienza mi spaventa, e mi dice: Come tu puoi pretendere il paradiso? Ma i meriti vostri, caro mio Redentore, sono la speranza mia.

O regina del paradiso Maria, la vostra intercessione è onnipotente appresso Dio, in voi confido.

San-Giuseppe

S.Alfonso – Pratica di amar Gesù Cristo – Capo 16

CAPITOLO XVI – Caritas omnia sperat. Chi ama Gesù Cristo spera tutto da Gesù Cristo.

1. La speranza fa crescere la carità, e la carità fa crescere la speranza. Certamente la speranza nella divina bontà fa crescere l’amore verso Gesù Cristo. Scrive S. Tommaso che nello stesso tempo che noi speriamo qualche bene da alcuno, cominciamo ancora ad amarlo: Ex hoc enim quod per aliquem speravimus nobis posse provenire bona, movemur in ipsum sicut bonum nostrum et sic incipimus ipsum amare (S. Thom. 2. 2. q. 40. a. 7). Perciò il Signore non vuole che mettiamo confidenza nelle creature: Nolite confidere in principibus (Ps. CXLV, 2); e maledice chi confida nell’uomo: Maledictus homo qui confidit in homine (Ier. XVII, 5). Non vuole Dio che confidiamo nelle creature, perchè non vuole che noi mettiamo in esse il nostro amore. Quindi S. Vincenzo de’ Paoli dicea: «Avvertiamo di non molto fondarci sulla protezione degli uomini, perchè il Signore quando ci vede appoggiati ad essi si ritira da noi. All’incontro quanto più noi confidiamo in Dio, tanto più ci avanziamo in amarlo». Viam mandatorum tuorum cucurri cum dilatasti cor meum(Ps. CXVIII, 32). Oh come corre nella via della perfezione colui che ha il cuor dilatato dalla confidenza in Dio! Non solo corre, ma vola, perchè, avendo riposta tutta la sua speranza nel Signore, lascierà di esser debole qual era e diventerà forte colla fortezza di Dio che vien comunicata a tutti coloro che in Dio confidano. Qui confidunt in Domino mutabunt fortitudinem, assument pennas ut aquilae, current et non laborabunt, ambulabunt et non deficient(Is. XL, 31). L’aquila volando in alto più si avvicina al sole; e così l’anima, confortata dalla confidenza, si stacca dalla terra e più si unisce a Dio coll’amore.

2. Or siccome la speranza giova ad aumentar l’amore verso Dio, così l’amore aumenta la speranza; poichè la carità ci rende figli di Dio adottivi. Nell’ordine naturale noi siamo fatture delle sue mani, ma nell’ordine sovrannaturale, per li meriti di Gesù Cristo, noi siam fatti figliuoli di Dio e partecipi della natura divina, come scrive S. Pietro: Ut… efficiamini divinae consortes naturae (II Pet. I, 4). E se la carità ci rende figliuoli di Dio, per conseguenza ci rende ancora eredi del paradiso, come parla S. Paolo: Si autem filii, et heredes (Rom. VIII, 17). Or a’ figliuoli tocca l’abitare in casa del padre, agli eredi tocca l’eredità, e perciò la carità fa crescere la speranza del paradiso; onde l’anime amanti non lasciano di continuamente esclamare a Dio: Adveniat, adveniat regnum tuum.

3. In oltre Dio ama chi l’ama: Ego diligentes me diligo (Prov. VIII, 17); e colma di grazie chi con amore lo cerca: Bonus est Dominus… animae quaerenti illum (Theren. III, 25). Onde per conseguenza chi più ama Dio, più spera nella sua bontà. E da tal confidenza nasce ne’ santi quella inalterabile tranquillità che gli fa stare sempre lieti ed in pace anche in mezzo alle avversità; perchè, amando essi Gesù Cristo e sapendo quanto egli è liberale de’ suoi doni con chi l’ama, in lui solo confidano e trovano riposo. Questa è la ragione per cui la sagra sposa abbondava di delizie, perchè, non amando ella altri che il suo diletto, solo a lui si appoggiava; e sapendo quanto egli è grato con chi l’ama, stava tutta contenta: onde di lei fu scritto: Quae est ista quae ascendit de deserto deliciis affluens, innixa super dilectum suum? (Cant. VIII, 5). Troppo è vero quel che diceva il Savio: Venerunt autem mihi omnia bona pariter cum illa (Sap. VII, 11): insieme colla carità viene all’anima ogni bene.

4. L’oggetto primario della speranza cristiana è Dio che dall’anime si gode nel regno beato. Ma non crediamo che la speranza di godere Dio nel paradiso sia di ostacolo alla carità; poichè la speranza del paradiso è inseparabilmente annessa alla carità, la quale nel paradiso si perfeziona e trova il suo pieno compimento. La carità è quel tesoro infinito, come dice il Savio, che ci rende amici di Dio: Infinitus enim thesaurus est hominibus quo qui usi sunt participes facti sunt amicitiae Dei (Sap. VII, 14). — Scrive S. Tommaso l’Angelico (2. 2. q. 65, a. 5) che l’amicizia ha per fondamento la comunicazione de’ beni, perchè non essendo altro l’amicizia che un amor reciproco tra gli amici, è necessario ch’essi reciprocamente si faccian del bene quanto a ciascuno conviene. Onde dice il santo: Si nulla esset communicatio, nulla esset amicitia. Che perciò disse Gesù Cristo a’ suoi discepoli: Vos autem dixi amicos, quia omnia quaecumque audivi a Patre meo nota feci vobis (Io. XV, 15). Perchè gli avea fatti suoi amici, avea lor comunicati tutti i suoi segreti.

5. Dice S. Francesco di Sales: «Che se per impossibile vi fosse una bontà infinita, cioè un Dio, a cui non appartenessimo in alcun modo e con cui non potessimo avere alcuna unione e comunicazione, noi certamente la stimeremmo più di noi stessi; onde potremmo aver desideri di poterla amare, ma non l’ameremmo, perchè l’amore riguarda l’unione; mentre la carità è un’amicizia, e l’amicizia ha per fondamento la comunicazione e per fine l’unione». Per tanto insegna S. Tommaso che la carità non esclude il desiderio della mercede che Iddio ci prepara nel cielo, ma anzi ce la fa riguardare come principale oggetto del nostro amore, quale è Dio che da’ beati si fa godere; poichè l’amicizia importa che l’amico goda scambievolmente dell’altro: Amicorum est, quod quaerant invicem perfrui; sed nihil aliud est merces nostra quam perfrui Deo videndo ipsum: ergo caritas non solum non excludit, sed etiam facit habere oculum ad mercedem (S. Thom. in III Sen. Dist. 29. q. 1. a. 4).

6. E questa è quella scambievol comunicazione di doni della quale parlava la sposa de’ Cantici: Dilectus meus mihi et ego illi (Cant. II, 16). L’anima in cielo si dà tutta a Dio, e Dio si dà tutto all’anima per quanto ella n’è capace, secondo la misura dei suoi meriti. Ma conoscendo l’anima il suo niente a rispetto dell’infinita amabilità di Dio, e per conseguenza vedendo che Iddio ha un merito infinitamente maggiore di essere amato che non è il merito suo di essere amata da Dio, desidera ella più il gusto di Dio che il suo godimento; e perciò più gioisce in darsi ella tutta a Dio per compiacerlo, che in darsi Dio tutto a lei; ed in tanto si compiace che Dio tutto a lei si dona, in quanto ciò l’infiamma a darsi tutta a Dio con amore più intenso. Gode già della gloria che Dio le comunica, ma ne gode per riferirla allo stesso Dio e così accrescergli gloria per quanto ella può. In cielo l’anima, in veder Dio, non può non amarlo con tutte le forze: all’incontro Iddio non può odiare chi l’ama; ma se per impossibile potesse Dio odiare un’anima che l’ama, e l’anima beata potesse vivere senza amare Dio, più presto ella si contenterebbe di patire tutte le pene dell’inferno, purchè le fosse concesso di amare Dio quantunque Dio l’odiasse, che vivere senza amare Dio, ancorchè potesse godere tutte le altre delizie del paradiso. Sì, perchè l’anima, conoscendo che Dio merita d’essere amato infinitamente più di lei, desidera molto più di amare Dio che di essere amata da Dio.

7. Caritas omnia sperat. La speranza cristiana, come insegna S. Tommaso col Maestro delle sentenze, si definisce un’aspettazione certa della felicità eterna: Spes est expectatio certa beatitudinis. E la certezza nasce dall’infallibil promessa di Dio di dar la vita eterna a’ servi fedeli. Or la carità, siccome toglie il peccato, così toglie insieme l’impedimento a conseguir la beatitudine; e perciò la carità quanto è più grande, ella rende più grande e ferma la nostra speranza; la quale all’incontro certamente non può esser di ostacolo alla purità dell’amore, perchè l’amore, come dice S. Dionigi l’Areopagita, naturalmente tende all’unione dell’oggetto amato. Anzi, come dice S. Agostino, lo stesso amore è come un laccio d’oro che unisce insieme i cuori dell’amante e dell’amato: Amor est quasi iunctura quaedam duo copulans. E perchè quest’unione non può farsi da lontano, perciò chi ama desidera sempre la presenza dell’amato. La sagra sposa stando lontana dal suo diletto languiva, e pregava le sue compagne che gli facessero intendere la sua pena, acciocch’egli venisse a consolarla colla sua presenza: Adiuro vos, filiae Ierusalem, si inveneritis dilectum meum, ut nuncietis ei quia amore langueo (Cant. V, 8). Un’anima che ama assai Gesù Cristo non può, vivendo in questa terra, non desiderare e sperare di presto andar al cielo ad unirsi col suo amato Signore.

8. Sicchè il desiderare di andare a veder Dio nel cielo, non tanto per lo contento nostro che ivi proveremo in amare Dio, quanto per lo contento che daremo a Dio in amarlo, è puro e perfetto amore. Nè il gaudio che si prova da’ beati in cielo in amare Dio osta alla purità del loro amore; un tal gaudio è inseparabile dall’amore; ma i beati si compiacciono principalmente assai più dell’amore ch’essi portano a Dio, che del gaudio che provano in amarlo. — Dirà taluno: Ma il desiderar la mercede è amor di concupiscenza, non già d’amicizia. Ma bisogna distinguere le mercedi temporali promesse dagli uomini, dalla mercede del paradiso promessa da Dio a chi l’ama. Le mercedi che danno gli uomini son distinte dalle loro persone, poichè gli uomini, nel rimunerare gli altri, non danno già se stessi, ma solamente i loro beni; la principal mercede all’incontro che Dio dà a’ beati è il dar loro se stesso: Ego… merces tua magna nimis (Gen. XV, 1); onde è lo stesso desiderar il paradiso che desiderar Dio, il quale è l’ultimo nostro fine.

9. Voglio qui proponere un dubbio che facilmente può venire in mente di un’anima che ama Dio e che cerca di uniformarsi in tutto a’ suoi santi voleri. Se mai a costei fosse rivelata la sua dannazione eterna, è obbligata ella ad accettarla per uniformarsi alla volontà di Dio? No, insegna S. Tommaso: anzi dice che pecca se vi acconsente, perchè acconsentirebbe a vivere in uno stato che va unito col peccato ed è contrario al suo ultimo fine datogli da Dio, il quale non crea l’anime per l’inferno, ove l’odiano, ma per lo paradiso ove l’amano: e perciò egli non vuole la morte neppure del peccatore, ma vuol che tutti si convertano e si salvino. Dice il S. Dottore che il Signore non vuole alcuno dannato se non per lo peccato; e per tanto se uno acconsentisse alla sua dannazione, non già si uniformerebbe alla volontà di Dio, ma alla volontà del peccato. Unde velle suam damnationem absolute non esset conformare suam voluntatem voluntati divinae, sed voluntati peccati (S. Thom., De verit. q. 3. a. 8). — Ma se Dio, prevedendo già il peccato di alcuno, avesse fatto il decreto della sua dannazione, ed un tal decreto fosse a lui rivelato, è tenuto egli ad acconsentirvi? Neppure, dice l’Angelico nel luogo citato; poichè dovrebbe intender quella rivelazione non come decreto irrevocabile, ma fatto per modum comminationis, come minaccia se egli persiste nel peccato.

10. Ma ognuno procuri di scacciar dalla mente pensieri così funesti che non servono ad altro che a raffreddare la confidenza e l’amore. Amiamo Gesù Cristo quanto possiamo quaggiù, sospiriamo ogni momento di andarlo a vedere in paradiso per amarlo ivi perfettamente; e questo sia il principale oggetto di tutte le nostre speranze, l’andare ivi ad amarlo con tutte le nostre forze. Abbiamo sì bene anche in questa vita il precetto di amare Dio con tutte le forze: Diliges Dominum Deum tuum ex toto corde tuo, et ex tota anima tua, et ex omnibus viribus tuis etc. (Luc. X, 27), ma dice l’Angelico che questo precetto non può dagli uomini perfettamente adempirsi in questa terra. Solamente Gesù Cristo che fu uomo e Dio, e Maria SS. che fu piena di grazia e libera dalla colpa originale, perfettamente l’adempirono; ma noi, miseri figli di Adamo infetti dalla colpa, non possiamo amar Dio senza qualche imperfezione, e solo in cielo, allorchè vedremo Dio da faccia a faccia, l’ameremo, anzi saremo necessitati ad amarlo con tutte le forze.

11. Ecco dunque lo scopo ove han da tendere i nostri desideri, tutti i sospiri, tutti i pensieri e tutte le nostre speranze, di andare a goder Dio in paradiso per amarlo con tutte le forze e godere del godimento di Dio. Godono sì i beati della loro felicità in quel regno di delizie, ma il lor godimento principale, che assorbisce tutti gli altri diletti, sarà quello di conoscere la felicità infinita che gode il loro amato Signore, mentre essi amano Dio immensamente più che se stessi. Ogni beato, per l’amore che porta a Dio, si contenterebbe di perdere tutti i suoi godimenti e di patire ogni pena, purchè non mancasse a Dio, se mai potesse mancare, una minima particella della felicità che gode. Onde, vedendo che Dio è infinitamente felice nè mai la sua felicità può mancare in eterno, questo è tutto il suo paradiso. Così s’intende quel che dice il Signore ad ogni anima nel possesso che le dà della gloria: Intra in gaudium Domini tui (Matth. XXV, 21). Non già il gaudio entra nel beato, ma il beato entra nel gaudio di Dio, mentre il gaudio di Dio è l’oggetto del gaudio del beato. Sicchè il bene di Dio sarà il bene del beato, la ricchezza di Dio sarà la ricchezza del beato, e la felicità di Dio sarà la felicità del beato.

12. Subito che un’anima entra in cielo e vede alla scoperta col lume della gloria l’infinita bellezza di Dio, si troverà tutta presa e consumata dall’amore. Allora avviene che il beato resta felicemente perduto e sommerso in quel mare infinito della divina bontà. Allora si dimentica di se stesso, ed inebriato dell’amore di Dio, non pensa ad altro che ad amare il suo Dio: Inebriabuntur ab ubertate domus tuae (Ps. XXXV, 9). Gli ubbriachi non pensano più a sè, e così l’anima beata non pensa che ad amare ed a compiacere l’amato: desidera di possederlo tutto, e già tutto lo possiede senza timore di poterlo più perdere; desidera di darsegli tutta per amore ogni momento, e già l’ottiene poichè in ogni momento si dà tutta a Dio senza riserba: e Dio con amore l’abbraccia, e così abbracciata la tiene e la terrà per tutta l’eternità.

13. Sicchè in cielo l’anima sta unita tutta a Dio e l’ama con tutte le sue forze, con un amor consumato e compito, il quale sebbene è finito, perchè la creatura non è capace di amore infinito, nondimeno è tale che la rende appieno contenta e sazia, sì ch’ella niente più desidera. Iddio all’incontro si comunica e si unisce tutto all’anima, riempiendola di se stesso, per quanto ella n’è capace secondo i suoi meriti; e si unisce a lei, non già per mezzo de’ soli suoi doni, lumi ed attratti amorosi, come fa con noi in questa vita, ma colla sua medesima essenza. Siccome il fuoco penetra un ferro e par che tutto in sè lo converta, così Dio penetra l’anima e di sè la riempie; ond’ella benchè non perda il suo essere, non però viene ad essere talmente ripiena ed assorbita in quel mare immenso della sostanza divina, che resta come annientata e più non fosse. Questa era la sorte felice che implorava l’Apostolo a’ suoi discepoli: Ut impleamini in omnem plenitudinem Dei (Eph. III, 19).

14. E questo è l’ultimo fine che il Signore per sua bontà ci ha dato a conseguire nell’altra vita. Onde finchè l’anima non giunge ad unirsi con Dio in cielo ove si fa l’unione perfetta, non può avere qui in terra il suo pieno riposo. È vero che gli amanti di Gesù Cristo nell’uniformarsi alla divina volontà trovano la loro pace; ma non possono trovare in questa vita il lor pieno riposo, perchè questo si ottiene coll’ottenere l’ultimo fine, qual è di vedere Dio da faccia a faccia ed esser consumati dall’amor divino; e fintanto che l’anima non conseguisce tal fine, sta inquieta e geme, e sospirando dice: Ecce in pace amaritudo mea amarissima (Is. XXXVIII, 17).

15. Sì, mio Dio, io vivo in pace in questa valle di lagrime, perchè questa è la vostra volontà, ma non posso non provare un’inesplicabile amarezza vedendomi da voi lontano e non ancor perfettamente unito con voi che siete il mio centro, il mio tutto e ‘l pieno mio riposo.

E perciò i santi benchè ardessero d’amore verso Dio in questa terra pure non faceano che sospirare il paradiso. Davide esclamava: Heu mihi, quia incolatus meus prolongatus est! (Ps. CXIX, 5). Satiabor cum apparuerit gloria tua (Ps. XVI, 15). S. Paolo dicea di sè: Desiderium habens… esse cum Christo (Phil. I, 23). S. Francesco d’Assisi dicea: «Tanto è grande il ben che aspetto, che ogni pena mi è diletto». Questi erano tutti atti di carità perfetta. — Insegna l’Angelico che il grado più alto di carità a cui può ascendere un’anima in questa vita è il desiderare intensamente di andare ad unirsi con Dio ed a goderlo in cielo: Tertium autem studium est, ut homo ad hoc principaliter intendat, ut Deo inhaereat et eo fruatur, et hoc pertinet ad perfectos qui cupiunt dissolvi et esse cum Christo (S. Thom. 2. 2. q. 24. a. 9). Ma questo godere di Dio in cielo, come abbiam detto, non tanto consiste nel ricevere l’anima il godimento che ivi Iddio le dona, quanto nel godere del godimento di Dio, amato dall’anima assai più che se stessa.

16. La maggior pena delle anime sante del purgatorio è il desiderio che hanno di possedere Dio che non ancora possedono. E questa pena specialmente affliggerà quelle anime che poco in vita han desiderato il paradiso. Anzi dice il cardinal Bellarmino (Lib. II. De Purgat. c. 7) che nel purgatorio vi è un certo carcere detto carcer honoratus, ove alcune anime non patiscono alcuna pena di senso, ma solamente la privazione della vista di Dio. Di ciò ne riferiscono più esempi S. Gregorio, il Ven. Beda, S. Vincenzo Ferrerio e S. Brigida. E questa pena si dà non per li peccati commessi, ma per la freddezza nel desiderare il paradiso. Molte anime aspirano alla perfezione, e poi sono troppo indifferenti all’andare a veder Dio o al seguire a vivere in questa terra. Ma la vita eterna è un bene troppo grande che Gesù Cristo ci ha meritato colla sua morte, ond’egli castiga poi quelle anime che poco l’han desiderato nella lor vita.

Affetti e preghiere.

O Dio, mio Creatore e mio Redentore, voi mi avete creato per lo paradiso, mi avete redento dall’inferno per condurmi in paradiso, ed io tante volte con offendervi vi ho rinunziato in faccia il paradiso, e mi son contentato di vedermi condannato all’inferno! Ma sia sempre benedetta la vostra misericordia infinita che perdonandomi, come spero, tante volte mi ha cacciato dall’inferno. Ah, Gesù mio, non vi avessi mai offeso! oh vi avessi sempre amato! Mi consolo che ancora mi resta tempo di farlo.

V’amo, o amore dell’anima mia, v’amo con tutto il mio cuore, v’amo più di me stesso.

Vedo che voi mi volete salvo, acciocch’io v’ami per tutta l’eternità in quel regno di amore. Vi ringrazio, e vi prego ad assistermi nella vita che mi resta, nella quale voglio amarvi assai per amarvi assai poi in eterno.

Ah Gesù mio, quando sarà quel giorno ch’io mi vedrò libero dal pericolo di potervi più perdere, e consumato dall’amore verso di voi in vedere alla scoverta la vostra infinita bellezza, sì ch’io sarò necessitato ad amarvi? Oh dolce necessità! oh felice, oh amata, oh desiderata necessità, che mi esimerà da ogni timore di darvi disgusto e mi costringerà ad amarvi con tutte le mie forze!

La mia coscienza mi spaventa, e mi dice: Come tu puoi pretendere il paradiso? Ma i meriti vostri, caro mio Redentore, sono la speranza mia.

O regina del paradiso Maria, la vostra intercessione è onnipotente appresso Dio, in voi confido.

dsc_0252-copia2

S.Alfonso – Pratica di amar Gesù Cristo – Capo XV

CAPITOLO XV – Caritas omnia credit. Chi ama Gesù Cristo crede a tutte le sue parole.

1. Una persona che ama dà fede a tutto quel che dice l’amato; e perciò quanto è più grande l’amore di un’anima verso Gesù Cristo, tanto è più ferma e viva la sua fede. Il buon ladrone vedendo il nostro Redentore che stava sulla croce morendo senza aver fatto male, e pativa con tanta pazienza, cominciò ad amarlo; onde preso da questo amore ed illuminato poi dalla divina luce, credè esser egli veramente il Figlio di Dio, e quindi lo pregò a ricordarsi di lui quando fosse giunto al suo regno.

2. La fede è il fondamento della carità, sovra cui la carità sta fondata, ma la carità poi è quella che perfeziona la fede. Chi più perfettamente ama Dio più perfettamente crede. La carità fa che l’uomo creda non solo coll’intelletto, ma ancora colla volontà. Quei che credono col solo intelletto, ma non colla volontà, come sono i peccatori i quali conoscono esser troppo vere le verità della fede ma poi non vogliono vivere secondo i divini precetti, essi hanno una fede molto debole; poichè se avessero una fede viva, credendo che la divina grazia è un bene maggior d’ogni bene e che il peccato è un male maggior d’ogni male, mentre ci priva della grazia divina, certamente muterebbero vita. Se dunque preferiscono a Dio i miseri beni di questa terra è perchè o non credono o molto debolmente credono. Chi all’incontro crede non solo coll’intelletto, ma ancora colla volontà, in modo che non solo crede ma vuol credere a Dio rivelante per l’amore che gli porta, e gode nel credere, costui perfettamente crede, e quindi cerca di conformar la sua vita alle verità che crede.

3. La mancanza nonperò della fede in coloro che vivono in peccato non nasce già dall’oscurità della fede, poichè sebbene le cose della fede ha voluto Dio che fossero a noi oscure e nascoste, acciocchè acquistassimo merito nel crederle, nondimeno la verità della fede si è renduta a noi così evidente da’ contrassegni che ce la manifestano, che il non crederla non solo sarebbe imprudenza, ma empietà e pazzia. Nasce dunque la debolezza della fede di molti da’ loro mali costumi. Chi disprezza la divina amicizia per non privarsi de’ piaceri proibiti vorrebbe che non ci fosse legge che gli proibisse nè castigo per chi pecca, e perciò procura di sfuggire la vista delle verità eterne, della morte, del giudizio, dell’inferno, della divina giustizia; e perchè questi oggetti troppo lo spaventano ed amareggiano i suoi diletti, giunge perciò ad assottigliarsi il cervello per trovar ragioni almeno verisimili, con cui possa persuadersi o lusingarsi che non vi sia nè anima nè Dio nè inferno, affin di vivere e morire come le bestie che non hanno nè legge nè ragione.

4. E questa è la fonte, cioè la rilassatezza de’ costumi, dalla quale poi son nati e tutto dì escono tanti libri e sistemi di materialisti, indifferentisti, politichisti, deisti e naturalisti; altri de’ quali negano la divina esistenza, altri negano la divina provvidenza, dicendo che Dio dopo aver creati gli uomini non si prende più alcuna cura di loro, se l’amano o l’offendono, se si salvano o si perdono; altri negano la divina bontà, dicendo che Dio molte anime l’ha create per l’inferno inducendole egli stesso a peccare, affinchè si dannino e vadano a maledirlo per sempre nel fuoco eterno.

5. Oh ingratitudine e malvagità degli uomini! Un Dio gli ha creati per sua misericordia affin di renderli eternamente beati nel cielo; gli ha colmati di tanti lumi, di benefici e grazie, acciocchè si acquistassero la vita eterna; per lo stesso fine gli ha redenti con tanti dolori e con tanto amore; ed eglino si affaticano di non credere a niente per vivere ne’ vizi a loro voglia! Ma no, che per quante fatiche faranno non potranno mai i miseri liberarsi dal rimorso della mala coscienza e dal timore della divina vendetta.

Di questa materia ultimamente diedi alle stampe un’opera intitolata La verità della Fede, nella quale dimostrai con chiarezza l’insussistenza di tutti i sistemi di quest’increduli moderni. — Oh, se essi lasciassero i vizi e si applicassero ad amar Gesù Cristo, certamente che non metterebbero più in dubbio le cose della fede e crederebbero fermamente a tutte le verità da Dio rivelate!

6. Chi ama Gesù Cristo di cuore tiene sempre avanti gli occhi le massime eterne, e secondo quelle dirige le sue operazioni. Chi ama Gesù Cristo, oh come bene intende quel detto del Savio: Vanitas vanitatum et omnia vanitas (Eccl. I, 2), che ogni grandezza terrena è fumo, loto ed inganno; che l’unico bene e felicità di un’anima consiste in amare il suo creatore e adempir la di lui volontà; che tanto noi siamo quanto siamo avanti a Dio; che non serve guadagnar tutto il mondo se l’anima si perde; che tutti i beni della terra non possono contentare il cuore dell’uomo, ma solo Dio lo contenta; in somma che bisogna lasciar tutto per acquistare il tutto.

7. Caritas omnia credit. Alcuni altri cristiani poi non sono così perversi, come quelli che abbiam nominati, i quali vorrebbero non credere a niente per vivere ne’ vizi con maggior libertà e senza rimorso; alcuni altri, dico, credono, ma hanno una fede languida; credono i sagrosanti misteri, credono le verità rivelate negli Evangeli, la Trinità, la Redenzione, i sagramenti, ed altre; ma non le credono tutte. — Gesù Cristo ha detto: Beati i poveri; Beati i tribulati; Beati quei che si mortificano; Beati quei che sono perseguitati, mormorati e maledetti dagli uomini: Beati pauperes (Luc. VI, 20); Beati qui lugent (Matth. V, 5); Beati qui esuriunt (Ibid. 6); Beati qui persecutionem patiuntur (Ibid. 10); Beati estis cum maledixerint vobis,… et dixerint omne malum adversum vos (Ibid. 11). Così parla Gesù Cristo negli Evangeli. Ma come può dirsi poi che credono agli Evangeli coloro che dicono: Beato chi ha denari? Beato chi non patisce? Beato chi si piglia spasso? Povero chi è perseguitato e maltrattato dagli altri? Di costoro si ha da dire che o non credono agli Evangeli o che vi credono in parte. — Chi vi crede in tutto, stima sua fortuna e favore divino in questo mondo l’esser povero, l’essere infermo, l’esser mortificato, l’esser disprezzato e maltrattato dagli uomini. Così crede, e così dice chi crede tutto quel che si dice negli Evangeli, ed ha vero amore a Gesù Cristo.

Affetti e preghiere.

Amato mio Redentore, o vita dell’anima mia, io credo che voi siete l’unico bene degno d’essere amato. Credo che voi siete il più grande amante dell’anima mia, mentre sol per amore siete giunto a morire consumato da’ dolori per amor mio. Credo che in questa vita e nell’altra non vi è maggior fortuna che l’amarvi e far la vostra volontà. Tutto io lo credo fermamente, e perciò rinunzio a tutto per esser tutto vostro e possedere non altro che voi. Per li meriti della vostra Passione aiutatemi e rendetemi qual voi mi volete.

Verità infallibile, in voi credo: misericordia infinita, in voi confido: infinita bontà, io v’amo: amore infinito che tutto a me vi siete donato nella vostra Passione e nel Sagramento dell’altare, tutto a voi mi dono.

E mi raccomando a voi, o rifugio de’ peccatori e madre di Dio Maria.

diamante-di-gould-uccello

S.Alfonso Maria De Liguori – Pratica di amar Gesù Cristo – Capo 14

CAPITOLO XIV – Caritas omnia suffert. Chi ama Gesù Cristo soffre tutto per Gesù Cristo, e specialmente le infermità, la povertà e i disprezzi.

1. Parlammo nel capo V della virtù della pazienza in generale. Qui tratteremo di alcune cose particolari circa le quali bisogna specialmente esercitar la pazienza.

Diceva il P. Baldassarre Alvarez che non pensasse un cristiano di aver fatto alcun profitto se non è giunto a tener fissi nel cuore i dolori, la povertà e i disprezzi di Gesù Cristo, per soffrir con pazienza amorosa ogni dolore, ogni povertà ed ogni disprezzo per amor di Gesù Cristo.

Parliamo in primo luogo de’ dolori e delle infermità del corpo, le quali fanno acquistarci una gran corona di meriti, quando le soffriamo con pazienza.

S. Vincenzo de’ Paoli dicea: «Se conoscessimo il prezioso tesoro che si racchiude nelle infermità, le riceveressimo con quel giubilo con cui si ricevono i maggiori benefici». E quindi il santo, essendo continuamente travagliato da tante infermità che spesso non lo lasciavano riposare nè di giorno nè di notte, le sopportava con tanta pace e serenità di volto, senza lamentarsene, che sembrava di non aver alcun male. Oh che bella edificazione dà un infermo che con volto tranquillo tollera le malattie, come facea S. Francesco di Sales! Egli, stando infermo, esponea semplicemente al medico il suo male, l’ubbidiva puntualmente nel prendere tutti i rimedi quantunque dispiacevoli che gli prescriveva, e poi se ne restava in pace senza lamentarsi di quel che pativa. A differenza di taluni che per ogni picciolo incomodo che soffrono non si saziano di lamentarsene con tutti, e vorrebbero che tutti, parenti ed amici, loro stessero d’intorno a compatire i lor mali. Ma S. Teresa esortava le sue religiose: «Sorelle, sappiate soffrir qualche cosa per amor del Signore senza che tutti la sappiano». Il Ven. P. Luigi da Ponte in un venerdì santo fu regalato da Gesù Cristo con tanti dolori corporali che non vi era parte del corpo che non patisse il suo particolar tormento; egli narrò questo suo patimento sì acerbo ad un amico, ma, dopo averlo detto, talmente se ne pentì che fece voto di non mai palesare più a verun altro i suoi patimenti.

2. Ho detto che fu regalato; sì, perchè i santi stimano regali le infermità e i dolori che Dio lor manda. Un giorno S. Francesco d’Assisi stava sul letto molto cruciato da dolori; gli disse un compagno che l’assisteva: «Padre, pregate Dio che vi alleggerisca questo travaglio, e non calchi tanto la mano sovra di voi». In udire ciò il santo subito sbalzò dal letto e, inginocchiato a terra, si pose a ringraziare Iddio di quei dolori; e poi rivolto al compagno: «Sentite, gli disse, se non sapessi che voi avete parlato per semplicità, io non vorrei vedervi più».

3. Dirà quell’infermo: A me non tanto dispiace il patire questa infermità, quanto mi dispiace che non posso andare alla chiesa a far le mie divozioni, a comunicarmi, a sentir la Messa; non posso andare al coro a dir l’officio co’ miei fratelli, non posso celebrare, non posso neppure fare orazione, perchè tengo la testa tutta addolorata e svanita. Ma ditemi, di grazia: Voi perchè volete andare alla chiesa, o al coro? perchè volete comunicarvi e dire o sentire la Messa? per dar gusto a Dio? Ma il gusto di Dio ora non è che voi diciate l’officio, vi comunichiate o udiate la Messa; ma che con pazienza vi tratteniate in questo letto e sopportiate le pene di questa infermità. Ma questo mio parlare a voi non piace; dunque voi non cercate di fare quel che piace a Dio, ma quel che piace a voi. Il Ven. P. Maestro d’Avila scrisse (Epist. II) ad un sacerdote che appunto di ciò si lagnava: «Amico, non istate a fare il conto di quel che fareste essendo sano, ma contentatevi di stare infermo per quanto a Dio piacerà. Se voi cercate la volontà di Dio, che cosa più v’importa lo star sano che infermo?»

4. Dite che non potete neppur far orazione perchè la testa non vi regge. Sì, signore, non potete meditare; ma perchè non potete far atti di uniformità alla volontà di Dio? E se fate questi atti, questa è la più bella orazione che mai potete fare, abbracciando con amore i dolori che vi affliggono. Così faceva S. Vincenzo de’ Paoli; quando egli stava gravemente infermo, si metteva dolcemente alla presenza di Dio senza far violenza di applicar la mente a qualche punto particolare; e solamente si esercitava in fare qualche atto da quando in quando or di amore, or di confidenza, or di ringraziamento, e più spesso poi di rassegnazione sempre che incalzavano i dolori. Dicea S. Francesco di Sales: «Le tribulazioni considerate in se stesse sono spaventose; ma considerate nella volontà di Dio sono amore e delizie». Non potete fare orazione? E che più bella orazione che andar rimirando il Crocifisso da quando in quando, ed offerirgli le pene che soffrite, unendo quel poco che voi patite ai dolori immensi che patì Gesù Cristo sulla croce?

5. Stando in letto una santa donna travagliata da molti mali, una sua domestica le diede in mano un Crocifisso, e poi le disse che ‘l pregasse a liberarla da quelle pene. Rispose l’inferma: «Ma come volete ch’io cerchi di scendere dalla croce, mentre tengo nelle mani un Dio crocifisso? Iddio me ne guardi. Voglio patir per colui che ha voluto patire per me dolori molto più grandi de’ miei». E questo appunto disse Gesù medesimo a S. Teresa, mentr’ella stava inferma e molto travagliata; egli le apparve tutto impiagato, e poi così le disse: «Mira, figlia, l’acerbità delle mie pene, e considera se le tue posson paragonarsi colle mie». Quindi la santa solea poi dire, allorchè era afflitta dalle infermità: «Quando io penso in quanti modi patì il Signore essendo affatto innocente, non so dov’io mi abbia il cervello in lamentarmi de’ miei patimenti». — S. Liduvina per 38 anni patì continuamente molti mali, febbre, podagra, chiragra, schiranzia e piaghe per tutta la vita; e, perchè tenea sempre davanti gli occhi i dolori di Gesù Cristo, sempre se ne stava nel suo letto allegra e gioviale. Parimente S. Giuseppe da Leonessa cappuccino, dovendo il cerusico dargli un gran taglio e volendo i frati ligarlo colle funi, acciocchè non facesse moto per la veemenza del dolore, egli prese in mano il Crocifisso e disse: «Che funi, che funi! Ecco chi mi lega a soffrire con pace ogni dolore per amor suo»; e così soffrì il taglio senza lagnarsi. S. Giona martire, essendo stato una notte dentro il ghiaccio per ordine del tiranno, disse la mattina di non avere avuta notte più tranquilla di quella, perchè si avea rappresentato Gesù pendente in croce, e così i suoi dolori, a paragone di quelli di Cristo, gli erano sembrati più tosto carezze che tormenti.

6. Oh quanti meriti si possono acquistare col solo soffrir con pazienza le infermità! Al P. Baldassarre Alvarez fu data a vedere la gran gloria che Dio avea preparata ad una divota religiosa per un’infermità da lei sofferta con gran pazienza; e disse ch’ella aveva meritato più in otto mesi di quell’infermità che alcune altre religiose divote in più anni. — Col patire pazientemente i dolori delle nostre infermità si compisce una gran parte e forse la maggior parte della corona che Dio ci apparecchia in paradiso. Ciò appunto fu rivelato a S. Liduvina. Ella dopo aver patito tante infermità così dolorose, come di sopra si disse, desiderava di morir martire per Gesù Cristo; or mentre un giorno stava sospirando questo martirio, vide una bella corona, ma non ancor finita, ed intese che quella per lei si preparava: onde la santa, anelando che si compisse, pregò il Signore ad accrescerle i dolori. Il Signore la esaudì, mentre le mandò alcuni soldati che non solo con ingiurie, ma anche con bastonate molto la maltrattarono. Indi le apparve un angiolo colla corona già compita, e le disse che quegli ultimi strapazzi vi avean poste le gemme che vi mancavano, e poco appresso se ne morì.

7. Ah che all’anime che ardentemente amano Gesù Cristo, son troppo graditi e soavi i dolori e l’ignominie! E perciò con tanta allegrezza andavano i santi martiri ad incontrare gli eculei, le unghie di ferro, le piastre infuocate e le mannaie. S. Procopio martire, mentre il tiranno lo tormentava, gli disse: «Tormentami quanto vuoi, ma sappi, che a chi ama Gesù Cristo non vi è cosa più cara che il patire per suo amore». Similmente S. Gordiano anche martire disse al tiranno che gli minacciava la morte: «Tu mi minacci la morte, ma a me dispiace che non posso morire più d’una volta per Gesù Cristo mio». Ma che forse, dimando, questi santi parlavano così perchè erano insensibili a’ tormenti o erano stupidi di mente? No, risponde S. Bernardo: Hoc non fecit stupor, sed amor. Non erano già stupidi, ben sentivano essi i dolori de’ tormenti che loro davano; ma, perchè amavano Dio, stimavano gran guadagno il patir tutto e ‘l perder tutto, sin anche la vita, per amore di Dio.

8. Sovra tutto in tempo d’infermità dobbiamo esser pronti ad accettar la morte, e quella morte che piace a Dio. Si ha da morire, e nell’ultima infermità ha da finir la nostra vita, e non sappiamo quale sarà l’ultima infermità per noi. Onde bisogna che in ogni malattia ci apparecchiamo ad abbracciar la morte che da Dio ci sta determinata. — Dice quell’infermo: Ma io ho fatti tanti peccati e niente di penitenza. Vorrei vivere non per vivere, ma per rendere a Dio qualche soddisfazione prima di morire. Ma ditemi, fratello mio, come sapete voi che vivendo farete penitenza, e non farete peggio di prima? Ora ben potete sperare che Dio v’abbia perdonato; che più bella penitenza è questa che accettar con rassegnazione la morte, se Dio così vuole? S. Luigi Gonzaga, morendo giovine di 23 anni, con questo pensiero abbracciò allegramente la morte: «Ora, disse, io mi trovo, come spero, in grazia di Dio. Appresso non so che ne sarebbe di me; onde contento io muoio, se ora piace a Dio di chiamarmi all’altra vita». Era sentimento del P. Giovanni d’Avila che ognuno il quale si ritrova con buona disposizione, ancorchè mediocre, dee desiderar la morte per uscir dal pericolo in cui viviamo sempre su questa terra di poter peccare e perdere la grazia di Dio.

9. Inoltre in questo mondo non si può vivere, per la nostra natural fragilità, senza commettere peccati almeno veniali; onde almeno a questo riguardo, per non offendere più Dio, dobbiamo abbracciare con allegrezza la morte. Di più, se noi veramente amiamo Dio, dobbiamo ardentemente sospirare di andare a vederlo e ad amarlo con tutte le forze in paradiso, il che niuno può farlo perfettamente in questa vita: ma se la morte non ci apre la porta, non possiamo entrare in quella beata patria d’amore. Perciò esclamava l’innamorato di Dio S. Agostino: Eia moriar, Domine, ut te videam: Signore, fatemi morire, perchè se non muoio non posso venire a vedervi e ad amarvi da faccia a faccia.

10. In secondo luogo bisogna esercitar la pazienza nel soffrire la povertà.

È certo che bisogna molto esercitar la pazienza allorchè ci mancano i beni temporali. Dice S. Agostino: «Chi non ha Dio ha niente; chi ha Dio ha tutto». Chi ha Dio e sta unito colla divina volontà, in Dio trova ogni bene. Ecco un S. Francesco, scalzo, vestito di un sacco, e povero di tutto, che in dire Deus meus et omnia, si trova più ricco che tutti i monarchi della terra. Povero si chiama chi desidera quei beni che non ha; ma chi non desidera alcuna cosa e si contenta della sua povertà è ricco appieno. Di costoro dice S. Paolo: Nihil habentes et omnia possidentes (II Cor. VI, 10). Niente hanno ed hanno tutto i veri amanti di Dio; perchè, quando mancan loro i beni temporali, dicono: Gesù mio, tu solo mi basti, e così restano contenti.

I santi non solo hanno avuto pazienza nella loro povertà, ma han cercato di spogliarsi di tutto per vivere distaccati da tutto ed uniti solamente a Dio. Se noi non abbiamo lo spirito di rinunziare a tutti i beni di questa terra, almeno contentiamoci di quello stato in cui ci vuole il Signore; e la nostra sollecitudine non sia per le ricchezze terrene, ma per quelle del paradiso che sono immensamente più grandi e sono eterne; e persuadiamoci di ciò che dice S. Teresa: «Quanto meno avremo di qua, tanto più godremo di là».

11. Dicea S. Bonaventura che l’abbondanza de’ beni temporali non è altro che un vischio all’anima, che l’impedisce di volare a Dio. E così all’incontro scrisse S. Giovan Climaco che la povertà è una via di camminare a Dio senza impedimento. — Disse il Signore: Beati pauperes spiritu, quoniam ipsorum est regnum caelorum (Matth. V, 3). Alle altre beatitudini, de’ mansueti, de’ mondi di cuore, sta promesso il cielo in futuro; ma ai poveri sta promesso il cielo, cioè il gaudio celeste, anche in questa vita, ipsorum est regnum caelorum; sì, perchè anche in questa vita i poveri godono un paradiso anticipato.Poveri di spirito, viene a dire che non solo son poveri di beni terreni, ma che neppure li desiderano; ed avendo quanto loro basta per alimentarsi e vestirsi, come esorta l’Apostolo, vivono contenti: Habentes autem alimenta et quibus tegamur, his contenti simus (I Tim. VI, 8).

«O beata povertà, esclamava S. Lorenzo Giustiniani, che niente possiede e niente paventa! Ella è sempre allegra e sempre abbondante, mentre ogni incomodo che prova lo fa servire al profitto dell’anima». Scrive S. Bernardo: Avarus terrena esurit ut mendicus, pauper contemnit ut dominus (Serm. 2 in Cant.): l’avaro sempre sta famelico qual mendico, perchè non mai arriva a saziarsi de’ beni desiderati; il povero all’incontro, qual signore del tutto, li disprezza, perchè niente desidera.

12. Disse un giorno Gesù Cristo alla B. Angela da Foligno: «Se la povertà non fosse un gran bene, io non l’avrei eletta per me nè l’avrei lasciata per porzione a’ miei eletti». Ed infatti i santi vedendo Gesù povero, perciò hanno tanto amata la povertà. Dice S. Paolo che il desiderio di farsi ricco è un laccio del demonio col quale ha fatti perdere più uomini: Qui volunt divites fieri, incidunt… in laqueum diaboli, et desideria… nociva, quae mergunt homines in interitum et perditionem (I Tim. VI, 9). Infelici, che per li miseri beni di questo mondo perdono un infinito bene ch’è Dio!

Ben dunque ebbe ragione S. Basilio martire, quando Licinio imperatore gli fe’ proporre che se lasciava Gesù Cristo lo faceva principe de’ suoi sacerdoti, ebbe ragione, dico, di rispondergli: «Dite all’imperatore che se volesse darmi tutto il suo imperio non mi potrebbe dar tanto quanto mi toglierebbe, facendomi perdere Dio». Ci basti dunque Iddio, e ci bastino quei beni che ci dà, rallegrandoci di vederci poveri allorchè ci manca quel che vorressimo e non l’abbiamo: poichè qui sta il merito. Non paupertas, dice S. Bernardo, virtus reputatur, sed paupertatis amor (Epist. ad Duc. Conrad.). Molti son poveri, ma, perchè non amano la loro povertà, niente meritano; perciò dice S. Bernardo che la virtù della povertà non consiste nell’esser povero, ma nell’amare la povertà.

13. E quest’amore alla povertà debbono specialmente averlo le persone religiose che han fatto voto di povertà. Molti religiosi, dice il medesimo S. Bernardo: Pauperes esse volunt, eo tamen pacto ut nihil eis desit (Serm. de adv. Dom.): vogliono esser poveri, ma non vogliono che lor manchi niente. Sicchè, dice S. Francesco di Sales, «vogliono l’onore della povertà, ma non gl’incomodi della povertà». Per costoro vale quel che dicea la B. Solomea monaca di S. Chiara: «Sarà burlata dagli angeli e dagli uomini quella monaca che vuol esser povera e poi si lamenta quando le manca qualche cosa». Non fanno così le buone religiose: amano la loro povertà più d’ogni ricchezza. La figlia dell’imperator Massimiliano II, monaca scalza di S. Chiara, chiamata Suor Margarita della Croce, comparendo all’arciduca Alberto suo fratello con un abito rappezzato, quegli se ne ammirò come di cosa sconvenevole alla di lei nobiltà; ma ella gli rispose: «Fratello, io sto più contenta con questo straccio che tutti i monarchi colle loro porpore». Dicea S. Maria Maddalena de’ Pazzi: «Oh fortunati i religiosi che, staccati da tutto per mezzo della santa povertà, possono dire: Dominus pars hereditatis meae! (Ps. XV, 5): Dio mio, tu sei la mia parte, ed ogni mio bene!» — S. Teresa, avendo ricevute più limosine da un mercante, gli mandò a dire che il suo nome stava scritto nel libro della vita, e per segno di ciò le cose di questa terra gli sarebbero mancate; ed in fatti il mercante fallì e fu povero sino alla morte. Dicea S. Luigi Gonzaga che non vi è segno più certo per uno che sia del numero degli eletti, quanto in vederlo timorato di Dio e nel tempo stesso esercitato con travagli e desolazioni in questo mondo.

14. Si appartiene ancora in qualche modo alla santa povertà l’esser privato in questa vita de’ parenti e degli amici colla morte; ed in ciò parimente bisogna molto esercitar la pazienza. Taluni perdendo un parente, un amico, non sanno darsi pace, si chiudono in una camera a piangere, ed, abbandonandosi alla mestizia, diventano talmente impazienti che si rendono impraticabili. Vorrei saper da costoro, con affliggersi essi in tal modo e spargere immoderatamente tante lagrime, a chi danno gusto? A Dio? A Dio no, perchè Dio vuol che ci rassegniamo alla sua volontà. A quell’anima trapassata? Neppure. Quell’anima, se mai si è perduta, odia voi e le vostre lagrime; se si è salvata e già sta in cielo, desidera che ringraziate Dio per lei; se poi sta al purgatorio, desidera che la soccorriate colle vostre orazioni, e che voi vi uniformiate al divino volere e vi facciate santo, acciocchè un giorno vi abbia per compagno in paradiso. E così quel tanto piangere a che giova? Il Ven. P. Giuseppe Caracciolo teatino, essendogli morto un fratello e stando un giorno cogli altri suoi parenti che non cessavano di piangere, disse loro: «Eh via, serbiamo queste lagrime per migliore oggetto, per piangere la morte di Gesù Cristo che ci è stato padre, fratello e sposo, ed è morto per nostro amore». — In tali occasioni bisogna fare come fece Giobbe che ricevendo la notizia d’essergli stati uccisi i figli, egli tutto uniformato al voler divino disse: Dominus dedit, Dominus abstulit: Iddio mi ha dati questi figli e Dio me l’ha tolti: Sicut Domino placuit, ita factum est: sit nomen Domini benedictum (Iob. I, 21): quel che è avvenuto è piaciuto a Dio, e così piace ancor a me: ond’egli sempre sia da me benedetto.

15. In terzo luogo dobbiam esercitar la pazienza e dimostrare il nostro amore a Dio nel soffrire con pace i disprezzi che riceviamo dagli uomini.

Quando un’anima si dà tutta a Dio, Dio stesso fa o permette che sia dagli uomini vilipesa e perseguitata. Un giorno apparve un angelo al B. Errico Susone, e gli disse «Errico, sinora ti sei mortificato a modo tuo, da oggi avanti sarai mortificato come piacerà agli altri». E nel giorno seguente il beato, affacciandosi ad una finestra, vide un cane che teneva uno straccio in bocca e l’andava tutto lacerando; allora udì una voce che gli disse: «Così tu hai da essere lacerato dalle bocche degli uomini». Allora il B. Errico calò giù e si prese quello straccio conservandolo per suo conforto nel tempo de’ travagli che gli erano stati prenunziati.

16. Gli affronti e le ingiurie sono le delizie bramate e cercate da’ santi. S. Filippo Neri, perchè nella casa di S. Geronimo in Roma da 30 anni vi pativa molti maltrattamenti da alcuni, non volle lasciarla e passare al nuovo oratorio della Chiesa Nuova da lui fondata, dove già abitavano i suoi diletti figli che l’invitavano a ritirarsi con essi, finchè non si vide obbligato a passarvi per comando espresso del Papa. S. Giovanni della Croce dovendo mutar aria per causa di un’infermità che poi lo portò alla morte, pospose un convento più comodo in cui trovavasi un priore suo affezionato e si elesse un convento povero ove presiedea un priore suo nemico, il quale in fatti poi per molto tempo e quasi persino alla di lui morte lo vilipese e maltrattò in molti modi, proibendo ancora agli religiosi che l’andassero a visitare. Ecco come i santi giungono sino ad andar cercando di esser vilipesi. S. Teresa scrisse questa memorabil massima: «Chi aspira alla perfezione si ha da guardar bene di dire: Mi fecero ciò senza ragione. Se tu non vuoi portar croce, se non quella che sta appoggiata alla ragione, la perfezione non fa per te». È celebre la risposta ch’ebbe dal Crocifisso S. Pietro martire, mentr’egli lamentavasi che a torto stava carcerato senza aver fatto male; il Signore gli rispose: «Ed io che male ho fatto che ho avuto a star su questa croce a patire e morire per gli uomini?»

Oh come i santi allorchè sono ingiuriati si consolano colle ignominie che patì per noi Gesù Cristo! S. Eleazaro richiesto dalla sua sposa, come facesse a soffrir con tanta pazienza le tante ingiurie che ricevea per fin da’ suoi medesimi servi, rispose: «Io mi rivolgo a considerare Gesù disprezzato, e vedo che i miei affronti son niente a rispetto di quelli ch’egli ha sofferti per me, e così Dio mi dà forza a soffrir tutto con pace». In somma gli affronti, la povertà, i dolori e tutte le tribulazioni, cadendo sovra di un’anima che non ama Dio le sono occasioni di più allontanarsi da Dio; ma cadendo sovra di un’anima amante di Dio le son motivi di più stringersi con Dio e di più amarlo. Aquae multae non potuerunt exstinguere caritatem (Cant. VIII, 7). I travagli per quanto sieno molti e gravi non solo non ispegnono, ma di più aumentano le fiamme della carità in un cuore che non ama altro che Dio.

17. Ma perchè Iddio ci carica di tante croci e gode in vederci tribulati, vilipesi, perseguitati e maltrattati dal mondo? Che forse egli è un tiranno, di genio così crudele che si compiace di vederci patire? No, non è tiranno Dio nè è di genio crudele; egli è tutto pietà ed amore verso di noi; basta dire che ci ha amati sino a morire per noi. Gode sì in vederci patire, ma per nostro bene, acciocchè patendo qui, restiam liberati dalle pene che dovressimo patire nell’altra vita per li debiti da noi contratti colla divina giustizia; ne gode acciocchè non ci attacchiamo a’ piaceri sensibili di questa terra: la madre quando vuole slattare il fanciullo mette fiele alle poppe, affinchè il figlio vi prenda abborrimento; ne gode acciocchè col patire con pazienza e rassegnazione gli diamo qualche prova del nostro amore; ne gode finalmente acciocchè col patire acquistiamo gloria maggiore in paradiso. Per questi fini, che son tutti fini di pietà e d’amore, gode il Signore di vederci patire.

18. Concludiamo questo capo. Affin di ben esercitare la santa pazienza in tutte le tribulazioni che ci occorrono, bisogna persuaderci che ogni travaglio viene dalle mani di Dio o direttamente o indirettamente per mezzo degli uomini; e perciò quando ci vediamo tribulati bisogna ringraziarne il Signore, ed accettar con animo allegro quanto egli dispone per noi di prospero o di avverso, perchè tutto lo dispone per nostro bene: Diligentibus Deum omnia cooperantur in bonum (Rom. VIII, 28). Di più, quando ci affligge qualche travaglio, giova dare un’occhiata all’inferno un tempo da noi meritato, poichè ogni pena a confronto dell’inferno sarà sempre immensamente minore. Ma per soffrire con pazienza ogni dolore, ogni obbrobrio ed ogni cosa contraria, più d’ogni considerazione giova la preghiera: l’aiuto divino che ci sarà dato dopo la preghiera, ci darà quella forza che noi non abbiamo. Così han fatto i santi, si son raccomandati a Dio ed han superati tutti i tormenti e le persecuzioni.

Affetti e preghiere.

Signore, io son persuaso già, che senza patire e patir con pazienza non posso acquistar la corona del paradiso. Dicea Davide: Ab ipso patientia mea (Ps. LXI, 6). Lo stesso dico ancor io: da voi ha da essermi concessa la pazienza nel patire. Io propongo di accettar con pace tutte le tribulazioni; ma poi, allorchè avvengono, subito mi attristo e mi sgomento; e se patisco, patisco senza merito e senza amore, perchè non so soffrirle per darvi gusto. Deh, Gesù mio, per li meriti della vostra pazienza in soffrir tante pene per amor mio, datemi la grazia di soffrire le croci per amor vostro.

Io v’amo con tutto il cuore, caro mio Redentore, v’amo, sommo mio bene, v’amo, mio amore, degno d’infinito amore.

Mi pento sovra ogni male di quanti disgusti vi ho dati.

Vi prometto di accettar con pazienza tutti i travagli che voi mi mandate; ma da voi spero il soccorso per eseguirlo, specialmente per soffrire con pace i dolori della mia agonia e morte.

Regina mia Maria, impetratemi voi una vera rassegnazione a quanto mi resterà da patire in vita ed in morte.

free-shipping-classical-still-life-font-b-oil-b-font-font-b-painting-b-font-grapes

S.Alfonso – Pratica di amar Gesù Cristo – Capo XIII

CAPITOLO XIII – Caritas non cogitat malum, non gaudet super iniquitatem, congaudet autem veritati. Chi ama Gesù Cristo non vuol altro se non quel che vuole Gesù Cristo.

1. La carità va sempre unita colla verità, onde la carità conoscendo che Dio è l’unico e vero bene, perciò abborrisce l’iniquità che si oppone alla divina volontà, e di altro non si compiace, se non di quello che vuole Iddio. Quindi è che l’anima che ama Dio poco si cura di quel che gli altri dicono di lei, e solo attende a fare quel che piace a Dio. Dicea il B. Errico Susone: «Quegli veramente sta bene con Dio, il quale si studia di soddisfare alla verità, e poi nulla stima in qualunque modo sia trattato o riputato dagli uomini».

2. Già di sovra più volte abbiam detto che tutta la santità e perfezione di un’anima consiste nel negare se stessa e nel seguire la volontà di Dio; ma qui cade il parlarne più di proposito. Questo dunque dee esser tutto il nostro studio, se vogliamo farci santi, il non seguir mai la propria volontà, ma sempre quella di Dio; poichè la sostanza di tutti i precetti e consigli divini si ristringe in fare e patire quel che vuole Dio e come lo vuole Dio. Preghiamo pertanto il Signore che ci doni la santa libertà di spirito: la libertà di spirito ci fa abbracciare ogni cosa che piace a Gesù Cristo, non ostante qualunque ripugnanza dell’amor proprio o di rispetto umano. L’amore di Gesù Cristo mette i suoi amanti in una totale indifferenza, per cui tutto loro è uguale, il dolce e l’amaro: niente vogliono di quel che piace a se stessi, e tutto vogliono quel che piace a Dio; colla stessa pace s’impiegano nelle cose grandi che nelle picciole, nelle cose piacevoli che nelle dispiacevoli: basta loro di piacere a Dio.

3. Dice S. Agostino: Ama et fac quod vis, ama Dio, e fa quel che vuoi. Chi ama veramente Iddio non va cercando altro che il gusto di Dio, ed in ciò solo trova il suo contento, in dar gusto a Dio. Scrive S. Teresa: «Chi non cerca se non la contentezza del suo diletto è contento di tutto ciò che il diletto appaga. Questa forza ha l’amore quando è perfetto, fa egli dimenticar la persona d’ogni proprio vantaggio e soddisfazione, e fa tutto rivolgere il di lei pensiero in dar gusto al suo diletto e in cercare come possa per sè e per altri onorarlo. Oh Signore, che tutto il danno ci viene dal non tenere gli occhi fissi in voi! Se non mirassimo che a camminare, presto giungeressimo; ma cadiamo ed inciampiamo mille volte ed anche erriamo la via per non mirare attentamente il vero cammino». Ecco pertanto quale dee esser l’unico scopo di tutti i nostri pensieri, delle azioni, de’ desideri e delle nostre preghiere, il gusto di Dio; e questo ha da essere il nostro cammino alla perfezione, l’andare appresso alla volontà di Dio.

4. Iddio vuole che ognuno di noi l’ami con tutto il cuore: Diliges Dominum Deum tuum ex toto corde tuo (Matth. XXII, 37). Quell’anima ama Gesù Cristo con tutto il suo cuore, la quale gli dice di vero cuore quel che gli disse l’Apostolo: Domine, quid me vis facere? (Act. IX, 6): Signore, fatemi sapere quel che volete da me, ch’io tutto voglio farlo. Ed intendiamo, che quando noi vogliamo ciò che vuole Dio allora vogliamo il nostro maggior bene; perchè certamente Iddio non vuole che il meglio per noi. Dicea S. Vincenzo de’ Paoli: «La conformità al divino volere è il tesoro del cristiano ed il rimedio per tutti i mali; poichè ella contiene l’annegazione di sè e l’unione con Dio e tutte le virtù». Ecco in somma ove sta tutta la perfezione: Domine, quid me vis facere? Ci promette Gesù Cristo: Et capillus de capite vestro non peribit (Luc. XXI, 18). Viene a dire che il Signore ci paga ogni buon pensiero che abbiamo di dargli gusto ed ogni tribolazione che abbracceremo con pace uniformandoci alla sua santa volontà. Dicea S. Teresa: «Il Signore non manda mai un travaglio senza pagarlo con qualche favore, sempre che noi l’accettiamo con rassegnazione».

5. Ma la nostra uniformità al divino volere ha da essere intiera senza riserba, e costante senza rivocazione. Qui consiste il sommo della perfezione, ed a ciò, replico, debbono tendere tutte le nostre operazioni, tutti i desideri e tutte le nostre orazioni. — Alcune anime di orazione leggendo le estasi e i ratti di S. Teresa, di S. Filippo Neri e di altri santi, s’invogliano di giungere ad avere queste unioni soprannaturali. Tali desideri debbono discacciarsi, perchè son contrari all’umiltà; se vogliamo farci santi dobbiamo desiderare la vera unione con Dio ch’è l’unire totalmente la nostra volontà con quella di Dio. Scrive S. Teresa: «S’ingannano quei che credono che l’unione con Dio consiste in estasi, ratti e godimenti di lui. Ella non consiste in altro che nel soggettare la nostra volontà alla volontà di Dio; ed allora questa soggezione è perfetta, quando la volontà nostra si trova staccata da tutto, ed unicamente unita a quella di Dio, sì che ogni suo movimento sia il solo volere di Dio. Questa è la vera ed essenziale unione che sempre ho desiderata e continuamente chiedo al Signore». E poi soggiunge: «Oh quanti siamo che diciamo questo e parci di non volere altro che questo; ma, miseri noi, quanto pochi ci arriviamo!» E questa è la verità: molti diciamo: Signore, vi dono tutta la mia volontà, non voglio altro se non quel che volete voi; ma quando poi ci avvengono le cose contrarie, non sappiamo quietarci colla divina volontà. E qui ne nasce quel lamentarci di aver mala fortuna in questo mondo, e ‘l dire che tutte le disgrazie son le nostre, e di fare una vita infelice.

6. Se noi stessimo uniti colla divina volontà in tutte le avversità, ci faressimo certamente santi, e saressimo i più felici del mondo. Questa dunque dee essere tutta la nostra attenzione, di tenere unita la nostra volontà a quella di Dio in tutte le cose che ci succedono, o piacevoli o dispiacevoli. — Ci avverte lo Spirito Santo: Non ventiles te in omnem ventum (Eccli. V, 11). Taluni fanno come le banderuole che si voltano secondo tira il vento; se il vento è prospero, com’essi desiderano, si vedono tutti allegri e mansueti; ma se il vento è contrario, che le cose non avvengono come vorrebbero, si vedono tutti mesti ed impazienti; e perciò non si fanno santi, e fanno una vita infelice, perchè in questa vita assai più sono le cose avverse che le prospere ad accaderci. Dicea S. Doroteo che il ricevere dalle mani di Dio tutte le cose, comunque vengano, è un gran mezzo per conservarsi in una continua pace e tranquillità di cuore. E perciò narra il santo che gli antichi padri dell’eremo non erano mai veduti adirati e malinconici, perchè quanto loro accadeva tutto lo prendeano allegramente dalle mani di Dio.

Oh beato chi vive tutto unito ed abbandonato nel divino volere! Egli non si gonfia per gli successi felici nè si abbatte per gli avversi, sapendo che tutti vengono dalla stessa mano di Dio; la sola volontà di Dio è la regola del suo volere; e perciò non fa altro se non quello che vuole Dio, e non vuole altro se non quello che fa Iddio. Non s’impegna a far molte cose, ma solo a far perfettamente ciò che intende esser gusto di Dio. Quindi antepone le più picciole obbligazioni del suo stato alle azioni più grandi e gloriose, vedendo che in queste vi può aver parte l’amor proprio, ma in quelle vi è certamente la volontà di Dio.

7. Sicchè allora noi sarem beati, se riceveremo da Dio tutte le cose ch’egli dispone, con perfetta uniformità al suo divino volere, senza badare se sono uniformi o contrarie al nostro genio. Dicea la santa madre di Chantal: «Quando sarà che noi gusteremo la dolcezza della divina volontà in tutto ciò che ci avviene, non considerando altro che il divino beneplacito dal quale è certo che, con eguale amore e per lo nostro meglio, ci vengono compartite così le avversità che le prosperità? Quando sarà che ci abbandoneremo affatto nelle braccia del nostro amorisissimo Padre celeste lasciando a lui la cura delle nostre persone e de’ nostri affari, non riserbando per noi che il solo desiderio di piacere a Dio?» — Diceano gli amici del P. S. Vincenzo de’ Paoli allorchè viveva: «Il signor Vincenzo è sempre Vincenzo». E voleano dire che il santo in ogni evento, prospero o avverso, si vedea sempre colla faccia serena, sempre eguale a se stesso: poichè, vivendo tutto abbandonato in Dio, di niente temeva e nulla altro volea, se non quello che piaceva a Dio. Scrive S. Teresa: «In questo santo abbandonamento si genera quella bella libertà di spirito che hanno i perfetti, in cui trovasi tutta la felicità che in questa vita si può desiderare: poichè di nulla temendo e nulla volendo o bramando delle cose del mondo, tutto possedono».

8. Molti all’incontro si formano la santità secondo la loro inclinazione: chi è malinconico, nel viver solitario: altri ch’è faccendiere, in predicare e trattar paci: altri che ha genio aspro, in far penitenze e macerazioni: altri ch’è di genio liberale, in far limosine: altri in far molte orazioni vocali: altri in visitar santuari; e qui fan consistere tutta la loro santità. Le opere esterne son frutti dell’amore a Gesù Cristo, ma il vero amore consiste nell’uniformarci in tutto alla volontà di Dio, ed in conseguenza in negare noi stessi ed eleggere quello che più piace a Dio, e solo perchè se lo merita.

9. Altri vogliono servire a Dio, ma in quello impiego, in quel luogo, con quei compagni o altre circostanze, altrimenti o lasciano l’opera o la fanno di mala voglia. Costoro non sono liberi di spirito, ma schiavi dell’amor proprio, e perciò poco meritano anche in ciò che fanno; ed all’incontro vivono sempre inquieti, perchè stando attaccati alla propria volontà, riesce poi loro grave il giogo di Gesù Cristo. I veri amanti di Gesù Cristo amano solo quel che piace a Gesù Cristo, e solo perchè piace a Gesù Cristo; e quando lo vuole e dove lo vuole e nel modo che lo vuole Gesù Cristo: o che voglia esso impiegarli in affari onorevoli o in faccende umili e vili, o in una vita di comparsa nel mondo o nascosta e negletta. Ciò importa il puro amore di Gesù Cristo; ed in ciò dobbiamo affaticarci combattendo contra gli appetiti dell’amor proprio che vorrebbe vederci occupati in quelle opere solamente che son gloriose o di nostra inclinazione. Ed a che serve l’esser in questo mondo il più onorato, il più ricco, il più grande senza la volontà di Dio? Diceva il B. Errico Susone: «Io vorrei più presto essere una vile bestiuola della terra colla volontà di Dio, che un serafino del cielo colla volontà mia».

10. Dice Gesù Cristo: Molti mi diranno: Signore, in nome tuo abbiamo discacciati i demoni e fatte gran cose: Domine, nonne in nomine tuo prophetavimus, et in nomine tuo daemonia eiecimus, et in nomine tuo virtutes multas fecimus? (Matth. VII, 22). Ma il Signore lor risponderà: Numquam novi vos; discedite a me qui operamini iniquitatem (Ibid. 23): Andate via, io non vi ho conosciuti mai per miei discepoli, mentre voi avete voluto più presto seguire il vostro genio che il mio volere. E ciò va detto specialmente per quei sacerdoti operari che si affaticano per la salute e perfezione degli altri, ed essi intanto se ne vivono sempre nel pantano delle loro imperfezioni.

La perfezione consiste: 1º in un vero disprezzo di se stesso; 2º in una total mortificazione de’ propri appetiti; 3º in una conformità perfetta alla volontà di Dio; chi manca in una di queste virtù è fuori della via della perfezione. Perciò diceva un gran servo di Dio esser meglio nelle nostre azioni proporci il solo fine di fare la volontà di Dio che la gloria di Dio; perchè facendo la volontà di Dio, noi anche procuriamo la sua gloria; ma proponendoci la gloria di Dio, spesso c’inganniamo, facendo la volontà propria sotto il pretesto della gloria di Dio. Scrive S. Francesco di Sales: «Son molti quei che dicono al Signore:Io mi do tutto a voi senza riserva; ma pochi sono quei che abbracciano la pratica di questo abbandonamento. Questo consiste in una certa indifferenza a ricevere ogni sorta di accidenti, siccome arrivano, secondo l’ordine della divina provvidenza, tanto l’afflizioni quanto le consolazioni, così i dispregi e gli obbrobri come l’onore e la gloria».

11. Nel patire adunque, e nell’abbracciare con allegrezza le cose dispiacenti e contrarie al nostro amor proprio, si conosce chi veramente ama Gesù Cristo. Dice Tommaso da Kempis che non può chiamarsi degno amante chi non è apparecchiato a patire ogni cosa per l’amato ed a seguire in tutto la volontà dell’amato: Qui non est paratus omnia pati et ad voluntatem stare dilecti non est dignus amator appellari. All’incontro, diceva il P. Baldassarre Alvarez che chi si rassegna con pace ne’ travagli al divino volere, «corre a Dio per le poste». E la santa madre Teresa scrisse: «E qual maggiore acquisto può esservi, che aver qualche testimonianza che diamo gusto a Dio?» Ed io soggiungo che noi non possiamo avere testimonianza più certa di dar gusto a Dio, che abbracciando con pace le croci che Dio ci manda. Gradisce il Signore che noi lo ringraziamo de’ benefici che ci fa in questa terra, ma dice il P. Giovanni d’Avila, che «vale più un Benedetto sia Dio nelle cose avverse che seimila ringraziamenti nelle cose prospere».

12. E bisogna qui avvertire che non solo dobbiamo ricevere con rassegnazione le cose avverse che ci vengono direttamente da Dio, come sono le infermità, il poco talento, le perdite accidentali delle robe; ma anche quelle che ci vengono indirettamente da Dio, ma direttamente dagli uomini, come sono le persecuzioni, i furti, le ingiurie; perchè in verità tutte ci vengono da Dio. Un giorno Davide fu vilipeso da un suo vassallo chiamato Semei che lo maltrattò non solo colle ingiurie, ma anche colle pietre. Uno volea tagliar la testa a quel temerario, ma Davide rispose: Dimitte eum ut maledicat; Dominus enim praecepit ei ut malediceret David (II Reg. XVI, 10). Disse: Lasciatelo dire, perchè il Signore gli ha imposto che così mi maledica: cioè, s’intende, Iddio si avvale di costui per castigare i miei peccati, e perciò permette ch’egli così m’ingiurii.

13. Dicea per tanto S. Maria Maddalena de’ Pazzi che tutte le nostre orazioni non debbono indirizzarsi ad altro fine che ad ottenere da Dio la grazia di seguire in tutto la sua santa volontà. Certe anime golose di gusti spirituali nell’orazione non van cercando altro che di aver sentimenti piacevoli e teneri per deliziarsi; ma l’anime forti e che han vero desiderio di esser tutte di Dio non cercano a Dio altro che luce per intendere la sua volontà e forza per adempirla perfettamente. — Per giungere alla purità dell’amore è necessario sottomettere in tutto la nostra volontà a quella di Dio. «Non crediate mai, dicea S. Francesco di Sales, di essere arrivati alla purità che dovete avere, finchè la vostra volontà non sia del tutto, anche nelle cose più ripugnanti, allegramente sottomessa a quella di Dio». Poichè, come dice S. Teresa, «il dono della nostra volontà a Dio lo tira ad unirsi colla nostra bassezza». Ma ciò non potrà mai ottenersi, se non per mezzo dell’orazione mentale e di continue preghiere fatte alla sua divina maestà, e senza un vero desiderio di esser tutti di Gesù Cristo senza riserba.

14. O Cuore amabilissimo del mio divin Salvatore, Cuore innamorato degli uomini, mentre ci amate con tanta tenerezza; Cuore in somma degno di regnare e possedere tutti i nostri cuori, oh potessi io fare intendere a tutti l’amore che voi loro portate e le finezze che usate con quelle anime che vi amano senza riserba! Deh gradite, Gesù amor mio, l’offerta e ‘l sagrificio che vi fo oggi di tutta la mia volontà! Fatemi intendere quel che volete da me, ch’io tutto voglio farlo colla grazia vostra.

Dell’ubbidienza.

15. Ma per sapere poi ed accertare nelle nostre azioni che cosa voglia Dio da noi, quale è il mezzo più sicuro? Non vi è mezzo più sicuro e più certo che attender l’ubbidienza de’ nostri superiori o direttori. Dicea S. Vincenzo de’ Paoli: «La volontà di Dio non si eseguisce mai meglio che facendo l’ubbidienza de’ superiori». Dice lo Spirito Santo: Melior est obedientia quam victimae (Eccl. IV, 17). Piace più a Dio il sagrificio che gli facciamo della propria volontà soggettandola all’ubbidienza, che tutti gli altri sagrifici che possiamo offerirgli; poichè nelle altre cose, come nelle limosine, astinenze, macerazioni e simili, noi diamo a Dio le cose nostre, ma nel donargli la volontà gli doniamo noi stessi: nel donargli i nostri beni, le nostre mortificazioni, gli diamo parte, ma nel donargli la nostra volontà gli diamo tutto. Onde quando diciamo a Dio: «Signore, fatemi intendere per mezzo dell’ubbidienza ciò che volete da me, ch’io tutto voglio farlo», non abbiamo più che offerirgli.

16. Chi dunque si è dedicato all’ubbidienza bisogna che si distacchi in tutto dalla propria opinione. «Ognuno per altro, dice S. Francesco di Sales, ha delle opinioni proprie, ma ciò non si oppone alla virtù; quello che si oppone alla virtù è l’attaccamento che noi abbiamo alle nostre opinioni». Ma oimè che questo attaccamento è la cosa più dura a lasciare; e perciò vi sono tanto poche anime che si danno tutte a Dio, perchè poche si sottomettono in tutto all’ubbidienza. Vi sono taluni che talmente stanno attaccati alla propria volontà, che quando vien loro imposta qualche ubbidienza, ancorchè quella cosa sia di loro genio, nondimeno, perchè l’han da fare per ubbidienza, vi perdono l’affetto e la voglia di farla, mentre non trovano gusto in altro che in fare quel che loro detta la propria volontà. Ma non fanno così i santi; essi non trovano pace se non in quelle operazioni che loro impone l’ubbidienza. La santa madre Giovanna di Chantal un giorno di ricreazione disse alle sue figlie che avessero impiegata quella giornata in ciò che loro piaceva. Venuta la sera andarono esse a pregarla istantemente che non avesse più data loro quella licenza, perchè non aveano provato giorno di maggior fastidio che quello in cui si erano vedute sciolte dall’ubbidienza.

17. È un inganno il pensare che qualunque altra opera possa essere migliore di quella che c’impone l’ubbidienza. Dice S. Francesco di Sales: «Il lasciare l’impiego dove ci mette l’ubbidienza per unirsi con Dio coll’orazione, colla lettura o col raccoglimento, sarebbe un ritirarsi da Dio per unirsi al suo amor proprio». Aggiunge S. Teresa che chi fa qualche opera, benchè spirituale, ma contra l’ubbidienza, opera certamente per istigazione del demonio, non già per ispirazione divina, come forse si lusinga; perchè, dice la santa, «Le ispirazioni di Dio tutte vanno unite coll’ubbidienza». Quindi ella scrive in altro luogo: «Iddio da un’anima che sta risoluta di amarlo non vuol altro che ubbidisca». «Vale più un’opera fatta per ubbidienza, scrive il P. Rodriguez, che ogni altra che noi possiam pensare. Vale più l’alzar da terra una paglia per ubbidienza, che una lunga orazione ed una disciplina a sangue fatta di proprio arbitrio». Perciò diceva S. Maria Maddalena de’ Pazzi ch’ella desiderava più di stare in qualche esercizio di ubbidienza che in orazione, poichè «nell’ubbidienza, diceva, io sto sicura della volontà di Dio, ma non sono così sicura stando in ogni altro esercizio». E secondo tutt’i maestri di spirito è meglio lasciare qualche esercizio divoto per ubbidienza, che adempirlo senza l’ubbidienza. Rivelò Maria SS. a S. Brigida che chi lascia per ubbidienza una mortificazione fa doppio guadagno, mentre già ottiene il merito della mortificazione, volendola fare, ed ottiene di più il merito dell’ubbidienza per cui la lascia. Un giorno il celebre P. Francesco Arias andò a vedere il Ven. P. Giovanni d’Avila suo caro amico, e lo trovò cogitabondo e mesto; l’interrogò della causa, e ‘l P. Giovanni rispose così: «O beati voi, che vivete sotto l’ubbidienza e state certi di fare quel che vuole Dio. Parlando di me, chi mi assicura che sia più grato a Dio l’andare per li villaggi istruendo i poveri contadini o pure star fisso in un confessionario a sentir le confessioni di ognuno che viene? Ma chi vive sotto l’ubbidienza sta sicuro che quanto fa per ubbidire tutto è secondo la volontà di Dio, anzi è la cosa che più gradisce a Dio». Serva ciò per consolazione di tutti coloro che vivono sotto l’ubbidienza.

18. Per esser poi perfetta l’ubbidienza, bisogna ubbidire colla volontà e col giudizio. Ubbidir colla volontà viene a dire ubbidir di buona voglia e non a forza, come fanno i schiavi. L’ubbidir poi col giudizio, importa l’uniformare il nostro giudizio a quello del superiore, senza mettere ad esame quel che ci viene imposto e come ci viene imposto. Onde diceva S. Maria Maddalena de’ Pazzi: «La perfetta ubbidienza richiede un’anima senza giudizio». Dicea parimente S. Filippo Neri che per bene ubbidire non basta fare quello che l’ubbidienza comanda, ma bisogna farlo senza discorso, tenendo per certo che quel che ci viene comandato è per noi la cosa più perfetta che possiamo fare, ancorchè il contrario fosse migliore avanti a Dio.

19. E ciò corre non solo per li religiosi, ma anche per gli secolari che vivono sotto l’ubbidienza de’ loro padri spirituali. Essi fansi loro assegnar dal direttore tutte le regole con cui debbono portarsi negli esercizi così spirituali come temporali, e così vanno sempre sicuri di fare il meglio. Dicea S. Filippo Neri: «Quei che desiderano far profitto nella via di Dio si sottomettano ad un confessore dotto, al quale ubbidiscano in luogo di Dio. Chi fa così si assicura di non render conto a Dio delle azioni che fa». Dicea di più: «Che al confessore si avesse fede, perchè il Signore non lo lascerebbe errare: che non vi è cosa più sicura che tagli i lacci del demonio che fare la volontà altrui nel bene: e che non v’è cosa più pericolosa che volersi reggere di proprio parere» (Vita, lib. I. cap. 20). Parimente S. Francesco di Sales (Introd. cap. 4) parlando della direzione del padre spirituale per camminar sicuro nella via di Dio, scrisse: «Questo è l’avvertimento degli avvertimenti: per quanto voi cerchiate, dice il divoto Avila, voi non troverete mai così sicuramente la volontà di Dio, quanto per lo cammino di questa umile ubbidienza tanto raccomandata e praticata da tutti gli antichi divoti». Lo stesso dicono S. Bernardo, S. Bernardino da Siena, S. Antonino, S. Giovanni della Croce, S. Teresa, Giovan Gersone e tutti i teologi e maestri di spirito; e ‘l dubitar di tal verità, scrisse S. Giovanni della Croce, è presso che dubitar della fede. «Il non appagarsi, sono parole del santo, di ciò che dice il confessore è superbia e mancamento di fede» (Tratt. delle spine, t. 3. coll. 4. § 2. n. 8). Onde fra le massime di S. Francesco di Sales vi sono queste due che molto consolano l’anime scrupolose: 1º Non si è perduto mai un vero ubbidiente; 2º Conviene contentarsi saper dal padre spirituale che si cammina bene, senza cercarne la cognizione.

Insegnano molti dottori, il Gersone, S. Antonino, il Gaetano, il Navarro, il Sanchez, il Bonacina, il Corduba, il Castropalao, ed i Salmaticesi con altri (Tratt. 20. cap. 7, n. 10), che lo scrupoloso è tenuto sotto obbligo grave ad operare contra gli scrupoli, quando si può temere che per causa di tali scrupoli abbia a patirne un grave danno nell’anima o nel corpo con perdere la sanità o la mente; e perciò gli scrupolosi debbono avere maggiore scrupolo a non ubbidire al confessore che ad operare contra lo scrupolo.

Ecco dunque, per concludere tutte le cose dette in questo capo, dove consiste tutta la somma della nostra salute e perfezione: 1º In negare noi stessi; 2º In seguir la volontà di Dio; 3º In pregarlo sempre che ci dia la forza di adempire l’uno e l’altro.

Affetti e preghiere.

Quid… mihi est in caelo? et a te quid volui super terram?… Deus cordis mei, et pars mea Deus in aeternum (Ps. LXXII, 25, 26). Amato mio Redentore, o amabile infinito, giacchè voi siete sceso dal cielo per donarvi tutto a me, che altro vogl’io andar cercando nella terra e nel cielo fuori di voi che siete il sommo bene, l’unico bene degno di essere amato? Voi dunque siate l’unico signore del mio cuore, voi possedetelo tutto; e l’anima mia solo voi ami, a voi solo ubbidisca e cerchi di piacere. Si godano pure gli altri le ricchezze di questo mondo, io voi solo voglio: voi siete e sarete la mia ricchezza in questa vita e nell’eternità. Vi dono dunque, Gesù mio, intieramente il mio cuore e tutta la mia volontà. Ella vi è stata ribelle un tempo, ma ora tutta ve la consagro. Domine, quid me vis facere? (Act. IX, 6). Ditemi quel che volete da me e datemi l’aiuto, ch’io tutto voglio farlo. Disponete di me e delle cose mie come vi piace; io tutto accetto ed in tutto mi rassegno.

O amore degno d’infinito amore, voi mi avete amato fino a morire per me, io v’amo con tutto il cuore, v’amo più di me stesso, e nelle vostre mani abbandono l’anima mia. Oggi rinunzio ad ogni affetto mondano, mi licenzio da tutto il creato e mi do tutto a voi; voi accettatemi per li meriti della vostra Passione, e rendetemi fedele sino alla morte.

Gesù mio, Gesù mio, da oggi avanti voglio vivere solo a voi, non voglio altro amare che voi, non voglio altro cercare che di fare la vostra volontà. Assistetemi colla vostra grazia.

Ed aiutatemi voi colla vostra protezione, o speranza mia, Maria.

CoLygxdWgAEwHmb

S.Alfonso – Pratica di amar Gesù Cristo – Capo XII

CAPITOLO XII – Caritas non irritatur. Chi ama Gesù Cristo non mai si adira col prossimo.

1. La virtù di non adirarsi nelle cose contrarie che avvengono è figlia della mansuetudine. Degli atti appartenenti alla mansuetudine già ne abbiam dette più cose ne’ capi antecedenti; ma perchè questa è una virtù che continuamente dee esercitarsi da chi vive in mezzo agli uomini, ne diremo qui alcune altre cose più particolari e più utili alla pratica.

2. L’umiltà e la mansuetudine furono le virtù care a Gesù Cristo, onde disse a’ suoi discepoli che ciò avessero appreso da lui, l’essere umili e mansueti:Hoc discite a me, quia mitis sum et humilis corde (Matth. XI, 29). Il nostro Redentore fu chiamato agnello, Ecce Agnus Dei (Io. I, 29), sì per ragion del sagrificio che di lui avea da farsi sulla croce per soddisfare i nostri peccati, sì per ragion della mansuetudine ch’egli dimostrò in tutta la sua vita e specialmente in tempo della sua Passione. Quando in casa di Caifas ricevè lo schiaffo da quel ministro che nello stesso tempo lo trattò da temerario dicendogli: Sic respondes pontifici? (Io. XVIII, 22), Gesù altro non rispose che queste parole: Si male locutus sum, testimonium perhibe de malo, si autem bene, quid me caedis? (Io. XVIII, 23). Questa mansuetudine poi seguì ad esercitarla sino alla morte: stando in croce, mentre tutti lo schernivano e bestemmiavano, egli altro non faceva che pregare l’Eterno Padre a perdonarli: Pater, dimitte illis, non enim sciunt quid faciunt (Luc. XXIII, 34).

3. Oh come son cari a Gesù Cristo i cuori mansueti che nel ricevere gli affronti, le derisioni, le calunnie, le persecuzioni, ed anche le battiture e le ferite, non si adirano con chi l’ingiuria o percuote! Mansuetorum semper tibi placuit deprecatio (Iudith. IX, 16). Le preghiere de’ mansueti son sempre gradite a Dio, viene a dire che sono sempre esaudite. A’ mansueti sta con modo speciale promesso il paradiso: Beati mites, quoniam ipsi possidebunt terram(Matth. V, 4). Diceva il P. Alvarez che il paradiso è la patria dei disprezzati, perseguitati e calpestati; sì, perchè a costoro, non già a’ superbi che sono onorati e stimati dal mondo, sta riserbato il possesso di quel regno eterno. Scrisse Davide che i mansueti non solo otterranno l’eterna beatitudine, ma anche in questa vita godranno una gran pace: Mansueti… haereditabunt terram, et delectabuntur in multitudine pacis (Ps. XXXVI, 11). Sì, perchè i santi non conservano rancore con chi gli maltratta, ma l’amano più di prima; ed il Signore, in premio della loro pazienza, accresce loro la pace interna. Dicea S. Teresa: «Colle persone che diceano male di me parmi ch’io ponessi in loro un nuovo amore». Onde poi la sagra Ruota scrisse della santa:Offensiones ipsi amoris escam ministrabant: le offese le porgevano materia di più amare chi più l’offendeva. Una tal mansuetudine però non può aversi se non da chi è dotato d’una grande umiltà e basso concetto di sè, per cui crede di meritare ogni disprezzo; e perciò all’incontro i superbi son sempre iracondi e vendicativi, perchè han concetto di se stessi e stimansi degni di ogni onore.

4. Beati mortui qui in Domino moriuntur (Apoc. XIV, 13). Bisogna dunque morir nel Signore per esser beato e per cominciare a godere la beatitudine sin da questa vita: s’intende quella beatitudine che può aversi prima di andare in cielo, quale certamente è molto minore di quella del cielo, ma è tale che supera tutti i piaceri sensibili di questa vita: Et pax Dei quae exsuperat omnem sensum custodiat corda vestra, così scrisse l’Apostolo a’ suoi discepoli (Philip. IV, 7). Ma per giungere ad ottener questa pace, anche in mezzo agli affronti ed alle calunnie, bisogna esser morto al Signore.

Il morto, per quanto è maltrattato e calpestato dagli altri, niente si risente; e così il mansueto, come morto che più non vede nè sente, dee soffrire tutti i disprezzi che gli son fatti. Chi ama di cuore Gesù Cristo a ciò ben arriva, poichè, tutto uniformato alla di lui volontà, riceve con quella stessa pace ed animo eguale così le cose prospere come le avverse, così le consolazioni come le afflizioni, così le ingiurie come le cortesie. Così facea l’Apostolo, onde poi dicea: Superabundo gaudio in omni tribulatione nostra (II Cor. VII, 4). — Oh felice chi giunge a questo grado di virtù! Egli gode una continua pace, la quale è un bene che avanza tutti gli altri beni di questo mondo. Dicea S. Francesco di Sales: «Che vale tutto il mondo in paragone della pace del cuore?» Ed in verità, a che servono tutte le ricchezze, tutti gli onori del mondo a chi vive inquieto e non ha il cuore in pace?

5. In somma per istarcene sempre uniti con Gesù Cristo, bisogna che facciamo tutto con tranquillità, senza inquietarci di alcuna avversità che incontriamo. Non in commotione Dominus (III Reg. XIX, 11): il Signore non abita ne’ cuori turbati.

Udiamo i belli documenti che su questa materia ci dà il maestro della mansuetudine, S. Francesco di Sales: «Non vi mettete mai in collera nè le aprite mai la porta per qualunque pretesto, perchè entrata ch’è una volta in noi, non è più in nostra mano, quando vogliamo, il discacciarla nè il moderarla. I rimedi perciò sono: 1º Rigettarla subito con divertire altrove la mente, e senza dir parola. 2º Ad imitazione degli apostoli allorchè videro il mare in tempesta, ricorrere a Dio a cui s’appartiene di mettere il cuore in pace. 3º Se vedrete che la collera per vostra debolezza ha posto già il piede nel vostro spirito, in tal caso fatevi forza per rimettervi in calma, e poi procurate di praticare atti di umiltà e di dolcezza verso la persona contra cui vi sentite adirato; ma tutto ciò bisogna farlo con soavità e senza violenza, poichè molto importa il non inasprir le piaghe». Ed a tal proposito diceva il santo ch’egli ebbe da faticare in sua vita a superare due passioni che più lo predominavano, cioè la collera e l’amore: per superar la passione della collera confessava d’aver dovuto faticare per 22 anni affin di soggiogarla; in quanto poi alla passione dell’amore, avea procurato di mutare oggetto lasciando le creature e rivolgendo tutti gli affetti suoi a Dio. E così il santo si acquistò una pace interna sì grande che la dimostrava anche da fuori, facendosi vedere quasi sempre con volto sereno e colla bocca a riso.

6. Unde bella, nisi ex concupiscentiis vestris? (Iac. IV, 1). Quando alcuno per qualche incontro si sente agitato dalla collera, allora gli sembra di trovar sollievo e pace se dà sfogo all’ira cogli atti o almen colle parole; ma no, s’inganna, perchè dopo aver fatto quello sfogo si troverà molto più turbato di prima. Chi vuol conservarsi in una continua pace si guardi dallo star mai di mal umore. E quando si accorge di esser preso da mal umore, procuri di scacciarlo subito e non farlo dormire la notte seco, disviandosi con leggere qualche libro, col cantare qualche canzoncina divota o col discorrere di fatti ameni con alcuno amico.

Dice lo Spirito Santo: Ira in sinu stulti requiescit (Eccl. VII, 10). La collera nel cuore degli stolti che poco amano Gesù Cristo vi trova alloggio per lungo tempo; ma nel cuore degli amanti di Gesù Cristo, se mai vi entra di soppiatto, presto ne vien discacciata, e non vi dimora. — Un’anima che ama di cuore il Redentore non si trova mai di malo umore, perchè non volendo ella altro che quel che vuole Iddio, ha sempre tutto quel che vuole, e perciò si ritrova sempre tranquilla e sempre eguale a se stessa. Il divino volere la rasserena in tutte le avversità che le accadono: e quindi è ch’ella esercita una mansuetudine universale con tutti. Ma questa mansuetudine non si può ottenere senza un amor grande a Gesù Cristo. Si vede infatti che noi non mai siamo più mansueti e dolci cogli altri, se non quando proviamo maggior tenerezza verso Gesù Cristo.

7. Ma perchè questa tenerezza non sempre la proviamo, bisogna che nell’orazione mentale ci apparecchiamo a soffrire gl’incontri che mai ci possono avvenire. Così han fatto i santi, e si son trovati poi pronti a ricevere con pazienza e mansuetudine le ingiurie, gli schiaffi e le ferite. In quel tempo che ci troviamo insultati dal prossimo, se non ci troviamo preparati più volte da prima, difficilmente saremo atti a discernere quel che dobbiamo fare per non farci vincere dall’ira. Allora la passione ci farà vedere esser ragionevole che rintuzziamo con audacia l’audacia di chi ci maltratta a torto: ma scrive S. Gio. Grisostomo che non è mezzo giusto di spegnere il fuoco acceso nell’animo del prossimo col fuoco d’una risposta risentita, ma è causa di più accenderlo: Igne non potest ignis exstingui (Chrysost. Hom. 98 in Gen.). — Dirà taluno: Ma non è ragione di usar cortesia e dolcezza con un temerario che senza ragione ti offende. Ma risponde S. Francesco di Sales: «Bisogna usar mansuetudine non solo colla ragione, ma contra la ragione».

8. Allora bisogna procurar di rispondere con qualche parola benigna, e questa è la via di spegnere il fuoco: Responsio mollis frangit iram (Prov. XV, 1). Ma quando l’animo sta disturbato, il miglior espediente sarà allora il tacere. Scrive S. Bernardo: Turbatus prae ira oculus rectum non videt (Lib. 2. De cons. cap. 11). L’occhio quando è offuscato dallo sdegno non vede più quel ch’è giusto e quel ch’è ingiusto; la passione è come un velo che ci si pone davanti gli occhi e non ci fa più discernere il dritto dal torto, onde bisogna fare il patto che S. Francesco di Sales avea fatto colla sua lingua: «Io ho fatto il patto, egli scrisse, colla mia lingua, di non parlare quando è turbato il cuore».

9. Ma certe volte par che sia necessario il reprimere con parole aspre alcuno insolente. Disse Davide: Irascimini et nolite peccare (Ps. IV, 5). Dunque talvolta è lecito l’adirarsi, purchè si faccia senza colpa. Ma qui sta il punto. Speculativamente parlando alle volte sembra spediente il parlare o rispondere con asprezza ad alcuni per farli ravvedere; ma in pratica è molto difficile che ciò riesca senza nostra colpa; onde la via sicura è quella di ammonire o di rispondere sempre con dolcezza e stare attento a non mai risentirsi. Dicea S. Francesco di Sales: «Io non mi son mai risentito che appresso non me ne sia pentito». E quando in quell’incontro ci sentiamo ancor noi riscaldati, come ho detto di sovra, la via più sicura è di tacere, riserbando l’ammonizione o la risposta a tempo più opportuno, quando il cuore più non fuma.

10. Questa mansuetudine dobbiamo specialmente esercitarla poi quando siamo corretti da’ nostri superiori o dagli amici. Scrive S. Francesco di Sales: «Il gradir le riprensioni fa vedere che uno ama le virtù contrarie a quei difetti de’ quali vien ripreso, e perciò questo è un gran segno che profitta nella perfezione». Inoltre bisogna che usiamo la mansuetudine ancora con noi stessi. Il demonio ci fa vedere che sia cosa lodevole l’adirarci con noi quando commettiamo qualche difetto; ma no, ella è opera del nemico che cerca di tenerci inquieti, acciocchè non siamo atti a far niente di bene. Dicea S. Francesco di Sales: «Tenete per certo che tutti quei pensieri che ci danno inquietudine non sono da Dio ch’è principe di pace, ma provengono o dal demonio o dall’amor proprio, o dalla stima che facciamo di noi stessi. Questi sono i tre fonti da cui nascono tutti i nostri disturbi. E perciò quando ci vengono pensieri che c’inquietano, bisogna subito rigettarli e disprezzarli».

11. Inoltre ci è sommamente necessaria la mansuetudine quando dobbiamo far qualche riprensione agli altri. Le correzioni fatte con zelo amaro fanno spesso più danno che utile, specialmente quando colui che dee esser corretto sta turbato; allora bisogna trattenersi a correggerlo, ed aspettar il tempo che in esso siasi sedato il bollore dell’ira. E così anche bisogna che noi ci asteniamo di correggere altri quando stiamo di mal umore, perchè allora l’ammonizione riuscirà sempre fatta con asprezza, e ‘l reo, vedendosi ripreso in tal modo, farà poco conto dell’ammonizione come fatta per passione. Ciò corre per quel che spetta al bene del prossimo, ma per quel che si appartiene al nostro profitto, facciamo vedere che amiamo Gesù Cristo sopportando con pace ed allegrezza i maltrattamenti, le ingiurie e i disprezzi.

Affetti e preghiere.

Gesù mio disprezzato, o amore, o gioia dell’anima mia, voi col vostro esempio avete renduti troppo amabili i disprezzi a’ vostri amanti. Io vi prometto da ogg’innanzi di soffrire ogni affronto per amor di voi che siete stato in questa terra così vilipeso dagli uomini per amor mio. Datemi voi la forza di eseguirlo. Fatemi conoscere e fatemi operar tutto ciò che volete da me.

Mio Dio e mio tutto, io non voglio cercare altro bene fuori di voi che siete un bene infinito. Voi che avete tanta cura del mio profitto fate ch’io non abbia altra cura che di darvi gusto. Fate che tutti i miei pensieri s’impieghino sempre a fuggire ogni vostra offesa ed a trovar modo di piacervi in ogni cosa. Allontanate da me ogni occasione che mi diverte dal vostro amore. Io mi spoglio della mia libertà e la consagro tutta al vostro divino beneplacito.

V’amo, bontà infinita, v’amo, diletto mio, o Verbo Incarnato, io v’amo più di me stesso. Abbiate pietà di me e guaritemi da tutte le piaghe che patisce l’anima mia per l’offese che vi ha fatte. Io tutto mi abbandono nelle vostre braccia, o Gesù mio: io voglio esser tutto vostro, voglio soffrire ogni cosa per vostro amore, e da voi non voglio altro che voi.

Vergine santa e madre mia Maria, io v’amo, ed in voi confido, soccorretemi colla vostra potente intercessione.

Ce_tdDFWAAAWQye

S.Alfonso – Pratica di amar Gesù Cristo – Capo XI

CAPITOLO XI – Caritas non quaerit quae sua sunt. Chi ama Gesù Cristo cerca di staccarsi da tutto il creato.

1. Chi vuol amare Gesù Cristo con tutto il cuore bisogna che discacci dal cuore ogni cosa che non è Dio ma è amor proprio. Questo importa il non quaerere quae sua sunt, il non cercare se stesso, ma solo quel che piace a Dio. E questo è quel che il Signore domanda da ognuno di noi, allorchè ci dice: Diliges Dominum Deum tuum ex toto corde tuo (Matth. XXII, 37).

Per amare Dio con tutto il cuore vi bisognano due cose: per 1º levarne la terra, per 2º riempirlo di santo amore. Onde quel cuore in cui sta qualche affetto terreno non può esser mai tutto di Dio. Dicea S. Filippo Neri che quanto amore noi mettiamo alle creature, tanto ne togliamo a Dio. Or come si purga il cuore dalla terra? Si purga colle mortificazioni e col distacco dalle cose create. Si lamentano certe anime che cercano Dio e non lo trovano; ascoltino costoro quel che loro dice S. Teresa: «Distacca il cuore dalle creature, e cerca Dio che lo troverai».

2. L’inganno sta che alcuni vogliono farsi santi, ma a modo loro: vogliono amar Gesù Cristo, ma secondo il lor genio, senza lasciar quei loro divertimenti, quella vanità di vestire, quei cibi più golosi: amano Dio, ma se non giungono ad ottener quell’officio vivono inquieti: se poi son toccati nella stima diventano di fuoco: se non guariscono da quell’infermità perdono la pazienza. Amano Dio, ma non lasciano l’affetto alle ricchezze, agli onori del mondo ed alla vanità di esser tenuti per nobili, per sapienti e migliori degli altri. Questi tali vanno all’orazione, vanno alla comunione, ma, perchè vi portano i cuori pieni di terra, poco profitto ne ricavano. A costoro il Signore neppure lor parla, perchè vede che ci perde le parole. Ciò appunto disse un giorno a S. Teresa: «Io parlerei a molte anime, ma il mondo fa molto strepito alle loro orecchie, sì che la mia voce non può da loro udirsi. Oh se si appartassero un poco dal mondo!» — Chi dunque sta pieno di affetti terreni non è capace neppur di sentire la voce di Dio che gli parla. Ma infelice chi tiene attacco a’ beni sensibili di questa terra; non sarà difficile che, da essi accecato, lasci un giorno di amar Gesù Cristo e, per non perdere questi beni passaggieri, perda in eterno Dio, bene infinito. Dicea S. Teresa: «Giustamente ne siegue che chi va appresso a beni perduti resti ancor esso perduto».

3. Scrive S. Agostino (Lib. 1. cap. 22. De cons. etc.) che Tiberio Cesare volea che dal senato romano fosse tra’ dei aggregato anche Gesù Cristo; ma il senato non volle ammetterlo, dicendo che questo era un Dio superbo che voleva esser solo a farsi adorare senza compagni. Tutto è vero: Iddio vuol essere solo ad esser adorato ed amato da noi, non già per superbia, ma perchè se lo merita, ed anche per l’amore che ci porta. Egli, perchè ci ama assai, vuol tutto il nostro amore, e perciò sta geloso di non vedere altri che si prendano parte di quei cuori che egli vuole tutti per sè. Zelotipus est Iesus, dice S. Girolamo, e perciò non vuole che mettiamo affetto ad altra cosa fuori di lui. E se mai vede che qualche oggetto creato ha parte in un cuore, in certo modo gli porta invidia, come scrive l’apostolo S. Giacomo, perchè non soffre di aver rivali nell’amore, ma vuol esser solo ad esser amato: An putatis quia inaniter Scriptura dicat: Ad invidiam concupiscit spiritus qui habitat in vobis? (Iac. IV, 5). Il Signore ne’ sagri Cantici loda la sua sposa dicendo: Hortus conclusus soror mea sponsa (Cant. IV, 12). La chiama orto chiuso, perchè l’anima sposa tiene chiuso il cuore ad ogni amore terreno per conservarvi solamente quello di Gesù.

Forse Gesù non si merita tutto il nostro amore? Ah che troppo se lo merita e per la sua bontà e per l’affetto che ci porta. Ciò ben l’intendono i santi, e perciò dicea S. Francesco di Sales: «Se io sapessi di aver nel mio cuore una fibra che non fosse di Dio, me la vorrei subito strappare».

4. Desiderava Davide di aver le ali libere dalla pania di ogni affetto mondano per volare e riposarsi in Dio: Quis dabit mihi pennas sicut columbae, et volabo, et requiescam? (Ps. LIV, 7). Molte anime vorrebbero elle vedersi sciolte da ogni laccio di terra per volare a Dio, e farebbero in vero gran voli nella santità se si distaccassero da ogni cosa di questo mondo; ma perchè conservano qualche picciola affezione disordinata e non si fanno forza per isbrigarsene, restano sempre a languire nella loro miseria senza mai alzare un piede da terra. Dicea S. Giovanni della Croce: «L’anima che sta attaccata coll’affetto a qualunque cosa, anche minima, per molte virtù che tenga, non giungerà mai alla divina unione; poichè importa poco che l’uccello stia ligato con un filo grosso o con un sottile, mentre, per sottile che quello sia, sempre che non lo rompe, starà sempre ligato nè potrà mai volare. Oh che compassione è il vedere certe anime ricche di esercizi spirituali, di virtù e di favori divini, ma che per non aver coraggio di finirla con quell’affezioncella, non possono arrivare alla divina unione, per cui altro non restava che dare un forte volo e finir di rompere quel filo! giacchè, liberata l’anima da ogni affetto creato, non può Dio non comunicarsele con pienezza».

5. Chi vuole che Dio sia tutto suo bisogna ch’egli si dia tutto a Dio. Dilectus meus mihi, dicea la sagra sposa, et ego illi (Cant. II, 16): l’amato mio si è dato tutto a me, ed io mi son data tutta a lui. Gesù Cristo per l’amore che ci porta, vuol tutto il nostro amore; e se non l’ha tutto, non è mai contento. Perciò scrisse S. Teresa ad una priora de’ suoi monasteri: «Procuri di allevare le anime staccate da tutto il creato, perchè allevansi per essere spose di un Re tanto geloso, che vuole che si scordino anche di loro stesse». S. Maria Maddalena de’ Pazzi ad una sua novizia tolse un libretto spirituale, non per altro se non perchè si accorse che vi teneva attacco soverchio. Molte anime fanno orazione mentale, fanno la visita al Sagramento, frequentano la comunione; ma perchè vi portano il cuore attaccato a qualche affetto di terra, poco o niente si avanzano nella perfezione; e seguitando a vivere così, non solo saranno sempre misere, ma stanno in pericolo di perder tutto.

6. Bisogna dunque pregare Iddio con Davide che ci purghi il cuore da ogni attacco di terra: Cor mundum crea in me Deus (Ps. L, 12): altrimenti non potremo mai esser tutti suoi. Ben egli ci ha fatto intendere che chi non rinunzia ad ogni cosa di questo mondo non può esser suo vero discepolo: Qui non renuntiat omnibus quae possidet non potest meus esse discipulus (Luc. XIV, 33). Perciò i padri antichi del deserto quando veniva alcun giovane per aggregarsi alla loro compagnia questa era la dimanda che gli facevano: Affersne cor vacuum, ut possit illud Spiritus sanctus implere? Lo stesso disse Dio a S. Geltrude che lo pregava a farle intendere che cosa da lei volesse: «Altro da te non voglio, che un cuore vacuo delle creature». Bisogna dunque dire a Dio con animo forte e risoluto: Signore, io preferisco voi a tutto, alla sanità, alle ricchezze, alle dignità, agli onori, alle lodi, alle scienze, alle consolazioni, alle speranze, ai desideri, ed anche alle stesse vostre grazie e doni che da voi potrei ricevere. In somma vi preferisco ad ogni bene creato che non è voi, mio Dio. Qualunque dono che mi fate, mio Dio, fuori di voi, non mi basta. Voi solo voglio e niente più.

7. In un cuore staccato da ogni affetto di cose create subito entra e lo riempie il divino amore. Inoltre dicea S. Teresa: «Tolte dagli occhi le occasioni non buone, subito l’anima si volta ad amare Dio». Sì, perchè l’anima non può vivere senza amare; o ha da amare il Creatore o le creature: se non ama le creature, amerà certamente il Creatore. In somma bisogna lasciar tutto per acquistare il tutto: Totum pro toto, dice Tommaso da Kempis. S. Teresa fin tanto che nudriva un certo affetto, benchè pudico, ad un suo parente, non era tutta di Dio; ma quando poi si fe’ coraggio e si sciolse da quell’attacco, allora meritò che Gesù Cristo le dicesse: «Ora, Teresa, tu sei tutta mia ed io son tutto tuo». — È troppo poco un cuore per amar questo Dio così amante e così amabile che merita un infinito amore; e poi vogliam dividere questo cuore fra le creature e Dio? Il Ven. Luigi da Ponte si vergognava di dire a Dio: Signore, v’amo più d’ogni cosa, più di tutte le ricchezze, onori, amici, parenti; perchè gli parea di dire a Dio: Signore, v’amo più del fango, del fumo e de’ vermi della terra.

8. Dice il profeta Geremia che il Signore è tutto bontà verso di chi lo cerca: Bonus est Dominus animae quaerenti illum (Thr. III, 25). Ma s’intende di quell’anima che cerca solo Dio. O felice perdita! o felice acquisto! perdere i beni mondani che non contentano il cuore e presto finiscono, per acquistare il sommo ed eterno bene ch’è Dio! Narrasi d’un divoto solitario che mentre il principe si era portato in quel bosco, egli andava correndo per quel deserto; il Principe, vedendolo andare per colà così vagando, l’interrogò chi fosse e che andasse facendo; egli rispose: «E voi, signore, che andate facendo in questo deserto?» Disse il Principe: «Io vado a caccia di animali». E ‘l solitario rispose: «Ed io vado a caccia di Dio». E così se gli tolse davanti e seguitò il suo cammino.

Questo ancora nella presente vita ha da essere l’unico nostro pensiero, l’unico intento, di andar cercando Dio per amarlo, e la sua volontà per adempirla, licenziando dal cuore ogni affetto di creatura. E quando ci si presenta innanzi qualche bene di terra per tirarsi il nostro amore, troviamoci apparecchiati a dirgli: Regnum mundi et omnem ornatum saeculi contempsi propter amorem Domini mei Iesu Christi. E che sono tutte le dignità e le grandezze di questo mondo, se non che fumo, loto e vanità che colla morte tutte spariscono? Beato chi può dire: «Gesù Cristo mio, io per amor tuo ho lasciato tutto: tu sei l’unico mio amore: tu solo mi basti».

9. Ah che quando l’amor divino prende il pieno possesso di un’anima, ella da se stessa allora — s’intende sempre coll’aiuto della divina grazia — procura di spogliarsi da ogni cosa terrena che può impedirle l’esser tutta di Dio. Dicea S. Francesco di Sales che quando una casa va a fuoco si buttano tutte le robe dalla finestra: viene a dire che quando una persona si dà tutta a Dio, senza esortazione di predicatori o di confessori, da se medesima, cerca di sbrigarsi da ogni affetto di terra.

Il P. Segneri Iuniore dicea che l’amor divino è un ladro che facilmente ci spoglia di tutto, per non farci possedere altro che Dio. Un certo uomo da bene avendo rinunziato le sue robe ed essendo già divenuto povero per amore di Gesù Cristo, fu richiesto da un amico come si era ridotto in tanta povertà; si cavò dalla saccoccia il libretto degli Evangeli e disse: «Ecco, questo è quello che mi ha spogliato di tutto». — Dice lo Spirito santo: Si dederit homo omnem substantiam domus suae pro dilectione, quasi nihil despiciet eam (Cant. VIII, 7). Eh che quando un’anima mette tutto il suo amore a Dio, disprezza tutto, ricchezze, piaceri, dignità, feudi, regni, e non vuole altro che Dio; e dice e replica sempre: Dio mio, voi solo voglio e niente più. Scrive S. Francesco di Sales: «Il puro amor di Dio consuma tutto ciò che non è Dio per convertire ogni cosa in sè, poichè tutto ciò che si fa per amor di Dio è amore».

10. Dicea la sagra sposa: Introduxit me in cellam vinariam, ordinavit in me caritatem (Cant. II, 4). Questa cella vinaria, scrive S. Teresa, è il divino amore, il quale allorchè prende possesso di un cuore l’inebria talmente di sè che lo fa scordare di tutto il creato. L’ubbriaco è come morto ne’ sensi, non vede, non sente, non parla; e tale diventa un’anima inebriata di amor divino: quasi non ha più senso per le cose del mondo, ad altro non vuol pensare che a Dio, di altro non vuol parlare che di Dio, altro non intende fare che amare e dar gusto a Dio. — Ne’ sagri Cantici comanda il Signore che non si svegli la sua diletta che dorme: Ne suscitetis neque evigilare faciatis dilectam (Cant. II, 7). Questo beato sonno che godono l’anime spose di Gesù Cristo, dice S. Basilio che non è altro, nisi summa rerum omnium oblivio, una virtuosa e volontaria dimenticanza di tutto il creato per attender solo a Dio e poter dire, come dicea S. Francesco, Deus meus et omnia! Dio mio, che ricchezze, che dignità, che beni di mondo! Tu sei il mio tutto, ed ogni mio bene. Tommaso da Kempis scrive: «Deus meus et omnia: O dolce parola: Dio mio, mio tutto. A chi intende, abbastanza sta detto, ed a chi ama, dolce cosa è il ripetere sempre: Deus meus et omnia, Deus meus et omnia».

11. Dunque per giungere alla perfetta unione con Dio è necessario un totale distacco dalle creature. E per venire al particolare, bisogna che ci distacchiamo dall’affetto disordinato a’ parenti.

Disse Gesù Cristo: Si quis venit ad me, et non odit patrem suum et matrem et uxorem et filios et fratres et sorores, adhuc autem et animam suam, non potest meus esse discipulus (Luc. XIV, 26). E perchè quest’odio a’ parenti? Perchè spesso in quanto al profitto dell’anima noi non abbiamo maggiori nemici che i nostri congiunti: Et inimici hominis domestici eius (Matth. X, 36). Dicea S. Carlo Borromeo che quando egli andava in casa de’ parenti sempre se ne ritornava raffreddato nello spirito. E ‘l P. Antonio Mendozza dimandato perchè non volesse accostare in casa de’ parenti, rispose: «Perchè so dalla sperienza che in niun luogo i religiosi perdono tanto la divozione, quanto in casa dei parenti».

12. Trattandosi poi di elezione di stato è certo, com’insegna S. Tommaso d’Aquino (2. 2. q. 10. a. 5), che noi non siam tenuti di ubbidire a’ genitori. Se un giovine è chiamato a farsi religioso, ed i parenti l’oppugnano, è obbligato ad ubbidire a Dio, non a’ parenti, i quali per gli loro interessi e fini propri, come dice lo stesso S. Tommaso, si oppongono al nostro bene spirituale: Frequenter amici carnales adversantur profectui spirituali (2. 2. q. 189. a. 10). E si contentano, scrive S. Bernardo, che i figli si dannino più presto che lascino la casa.

13. Ed è una maraviglia, in questa materia, il vedere certi padri e madri, anche timorati di Dio, come allucinati dalla passione si affaticano e non lasciano mezzo per impedire la vocazione ad un figlio che vuol farsi religioso: il che, eccettuato qualche caso rarissimo, non può scusarsi da colpa grave. Ma dirà taluno: Dunque se quel giovine non si fa religioso non può salvarsi? Dunque tutti quelli che restano al mondo si dannano? Rispondo: Quelli che non sono chiamati da Dio alla religione, nel mondo si salveranno, adempiendo gli obblighi del loro stato; ma quelli che son chiamati e non ubbidiscono a Dio, potrebbero bensì salvarsi, ma difficilmente si salveranno; perchè mancheranno loro quegli aiuti speciali che il Signore avea lor preparati nello stato religioso, e senza quelli non giungeranno a salvarsi. Scrive il teologo Habert che chi non ubbidisce alla divina vocazione resta nella chiesa come un membro smosso dal suo luogo, che con molta difficoltà potrà fare il suo ufficio e per conseguenza ottener la salute: Non sine magnis difficultatibus poterit saluti suae consulere manebitque in corpore Ecclesiae velut membrum suis sedibus motum, quod aegre servire potest et cum deformitate(Habert, De ord. cap. 1, § 2). Onde poi conchiude: Licet absolute loquendo salvari possit, difficulter tamen ingredietur viam et apprehendet media salutis (Ibid.).

14. L’elezione dello stato dal P. Granata vien chiamata la ruota maestra: nell’orologio, guastata la ruota maestra, resta tutto l’orologio sconcertato; e così, rispetto alla nostra salvazione, errato che si è lo stato di vita, tutta la vita anderà sconcertata. Tanti poveri giovani per causa de’ parenti han perduta la vocazione e poi han fatta mala fine, e sono stati essi medesimi la ruina della casa. Un certo giovane perdè la vocazione religiosa per istigazione del padre, ma poi, venendo a gran disgusti collo stesso padre, l’uccise di propria mano e morì giustiziato. Un altro giovane che stava a convivere in un seminario fu similmente chiamato da Dio a lasciare il mondo; egli trascurando la vocazione, prima lasciò la vita divota che faceva, l’orazione, le comunioni, indi si abbandonò a’ vizi, e finalmente una notte uscendo dalla casa d’una mala femmina fu ucciso da un suo rivale: accorsero più sacerdoti, ma lo trovarono già morto. E quanti esempi simili a questi io potrei qui addurre!

15. Ma torniamo al punto. S. Tommaso l’Angelico (Opusc. 17, c. 10) esorta coloro che son chiamati a vita più perfetta a non consigliarsi in ciò co’ parenti, poichè in tal materia essi diventano nemici: Ab hoc consilio amovendi sunt carnis propinqui… Propinqui enim in hoc negotio amici non sunt, sed inimici, iuxta sententiam Domini: Inimici hominis domestici eius. E se nel seguir la vocazione a stato più perfetto non son tenuti i figli a consigliarsi co’ padri, tanto meno sono tenuti ad aspettar la loro licenza, e neppure a chiederla, semprechè posson temere verisimilmente che da essi venga loro ingiustamente negata, ed indi impedita la vocazione. S. Tommaso d’Aquino, S. Pietro d’Alcantara, S. Francesco Saverio, S. Luigi Beltrando e tanti altri sono andati alla religione, senza neppur farne intesi i loro genitori.

16. Di più bisogna avvertire che siccome sta in gran pericolo di dannarsi chi per compiacere i parenti lascia la vocazione di Dio, così all’incontro mette ancora in gran pericolo la sua eterna salute chi per non disgustare i parenti prende lo stato ecclesiastico senza la divina vocazione.

Tre sono i segni con cui si conosce la vera vocazione ad un tale stato così sublime: la scienza, il fine di attendere solo a Dio e la bontà della vita. Ma parlando qui specialmente della bontà, il Concilio di Trento ha ordinato che i vescovi non promuovano agli ordini sagri, se non coloro che sono stati già provati nella buona vita: Subdiaconi et diaconi ordinentur, habentes bonum testimonium et in minoribus ordinibus probati (Sess. XXIII, cap. 13). E lo stesso fu prima ordinato nel Can. Nullus, Dist. 24, ove si disse: Nullus ordinetur, nisi probatus fuerit. E benchè direttamente s’intenda ciò detto della pruova esterna che dee esigere il vescovo della probità dell’ordinando, nulladimeno non può mettersi in dubbio che il Concilio non tanto richiede la probità esterna quanto l’interna, senza la quale la probità esterna non è che un mero inganno. E perciò il Concilio nel capo 12 della stessa sessione dice: Sciant Episcopi debere ad hos ordines assumi dignos dumtaxat, et quorum probata vita senectus sit. Essendo già noto che a questo fine, che sia provata la buona vita dell’ordinando, il Concilio prescrive gl’interstizi secondo i diversi gradi degli ordini: Ut in eis cum aetate vitae meritum et doctrina maior accrescat.

17. La ragione è addotta da S. Tommaso, perchè l’ordinando con ciascun ordine sagro vien destinato all’altissimo ministero di servire a Gesù Cristo nel Sagramento dell’altare; onde dice il santo (2. 2. qu. 184 art. 8) che la santità dell’ecclesiastico dee sopravanzare la santità del religioso: Quia per sacrum ordinem aliquis deputatur ad dignissima ministeria, quibus ipsi Christo servitur in Sacramento altaris; ad quod requiritur maior sanctitas interior quam requirat etiam religionis status. In oltre a tal proposito soggiunge (2. 2. qu. 189. a. 1. ad 3) — e qui parla non tanto degli ordinati quanto degli ordinandi, mentre dice che gli ordini sagri praeexigunt sanctitatem: la parola praeexigunt importa che il soggetto sia santo prima di essere ordinato: — ed assegna la differenza della ragione dello stato religioso e dello stato degli ordini sagri, appunto perchè nella religione si purgano i vizi, ma per assumere gli ordini sagri bisogna che la persona si trovi già purgata per mezzo della santa vita. Ecco le parole dell’Angelico: Ordines sacri praeexigunt sanctitatem, sed status religionis est exercitium ad sanctitatem, unde pondus ordinum imponendum parietibus iam per sanctitatem desiccatis; sed pondus religionis desiccat parietes, idest homines ab humore vitiorum. Di più S. Tommaso (3 part. Suppl. qu. 35. a. 1. ad 3) parimente spiega lo stesso dicendo: Ut sicut illi qui ordinem suscipiunt super plebem constituuntur gradu ordinis, ita et superiores sint merito sanctitatis. E questo merito di santità il santo lo chiede prima dell’ordinazione, mentre lo chiama necessario non solo acciocchè l’ordinato degnamente eserciti gli ordini, ma ben anche acciocchè l’ordinando possa esser degnamente annoverato tra i ministri di Gesù Cristo: Et ideo praeexigitur gratia quae sufficiat ad hoc, quod digne connumerentur in plebem Christi. E finalmente conclude: Sed confertur in ipsa susceptione ordinis amplius gratiae munus per quod ad maiora reddantur idonei. Nota la parola, ad maiora, con cui il santo dichiara che la grazia del sagramento che poi si conferisce, non già sarà inutile, ma darà all’ordinando maggiori aiuti, affinchè si renda idoneo ad acquistare maggiori meriti; ma già esprime che in lui ricercasi la grazia precedente, gratum faciens, che basti a renderlo degno di esser numerato nella plebe di Cristo.

18. Nel mio libro di Teologia Morale (Lib. 6. c. 2. ex num. 63) io ho stesa una lunga dissertazione su questo punto, ove ho dimostrato che coloro i quali senza l’esperienza della buona vita prendono qualche ordine sagro non possono essere scusati da colpa grave, mentre ascendono a tal grado sublime senza la divina vocazione; nè può dirsi chiamato da Dio chi ascende agli ordini sagri non ancor liberato da qualche vizio abituato, specialmente contro la castità. E benchè alcuno di costoro fosse capace del sagramento della penitenza per trovarsi a quello già ben disposto per mezzo del pentimento; nondimeno non è capace in tale stato di assumere il sagro ordine, per cui vi bisogna di più la buona vita provata già prima coll’esperienza da molto tempo. Altrimenti non può essere esente dal peccato mortale, così per la grave presunzione con cui senza la vocazione s’intrude ne’ sacri ministeri, onde dice S. Anselmo: Qui enim se ingerit et propriam gloriam quaerit, gratiae Dei rapinam facit; et ideo non accipit benedictionem, sed maledictionem: come anche per lo gran pericolo di sua dannazione, al quale si espone in tal caso, secondo scrive il vescovo Abelly: Qui sciens, nulla divinae vocationis habita ratione — come già fa colui che prende l’ordine coll’abito a qualche vizio grave — se in sacerdotium intruderet, haud dubie seipsum in apertum salutis discrimen iniiceret. Lo stesso scrive Soto (in 4. Sent. Dist. 2. qu. 1. n. 3) ove parlando del sagramento dell’ordine dice che la santità positiva nell’ordinando è di precetto positivo: Quamvis morum integritas non sit de essentia sacramenti, est tamen praecepto divino maxime necessaria… At vero quod de idoneitate eorum qui sacris sunt initiandi ordinibus definitur, non est generalis illa dispositio quae in suscipiendo quodcumque sacramentum requiritur, ne sacramentalis gratia obicem inveniat; enimvero quod ad sanctitatem ordinis homo non solum gratiam suscipit, sed ad sublimiorem gradum conscendit, requiritur in eo morum honestas et virtutum claritas. Lo stesso scrive Tommaso Sanchez (Consil. cap. 1. d. 46. n. 1). Lo stesso scrive il P. Holzman (De sacr. ord.). E lo stesso i Salmaticesi (De sacr. ord. c. 5. n. 46). Sicchè quello che ho scritto non è opinione di qualche particolar dottore, ma è sentenza comune; e tutti si fondano sulla dottrina di S. Tommaso.

19. In tal caso dunque, quando manca all’ordinando lo sperimento della buona vita, non solo pecca gravemente il soggetto che si ordina, ma pecca ancora il vescovo che lo promuove all’ordine sagro senza la dovuta pruova per cui siasi renduto moralmente certo della buona vita dell’ordinando. Pecca gravemente ancora il confessore che assolve un tal ordinando abituato, il quale senza una lunga pruova di sua buona vita vuol prendere l’ordine sagro. E peccano ancora gravemente quei genitori che, sapendo la mala vita de’ figli, s’impegnano a far loro prendere gli ordini sagri per fini propri di aiutar la famiglia.

Lo stato ecclesiastico non è istituito da Gesù Cristo per aiutar le case de’ secolari, ma per promuovere la gloria di Dio e la salute delle anime. Alcuni si figurano lo stato ecclesiastico come fosse un officio o mestiere laicale per avanzarsi negli onori o nei beni temporali, ma errano; e perciò quando vengono i parenti ad inquietare il vescovo, acciocchè ordini alcuno ignorante o di mali costumi, apportando per ragione che la casa è povera e non sanno come fare, ciò dee risponder loro il vescovo: «No, figlio mio, lo stato ecclesiastico non è fatto per aiutar la povertà delle case, ma per lo bene della Chiesa». E così bisogna licenziarli affatto, e non dare loro più orecchio; giacchè tali soggetti indegni sogliono ordinariamente esser poi la ruina non solo dell’anime loro, ma anche delle loro famiglie e de’ loro paesi.

20. E parlando di quei sacerdoti che vivono in casa propria, e vorrebbero i parenti che non tanto si applicassero alle incombenze del lor ministero, quanto ad avanzar la casa colle rendite e cogli onori, essi debbono lor risponder quel che rispose Gesù Cristo alla sua divina Madre: Nesciebatis quia in his quae Patris mei sunt oportet me esse? (Luc. II, 49). Debbon dunque rispondere: «Io son sacerdote, l’officio mio non è di far danari e procurare onori, nè di tenere l’amministrazione della casa, ma di star ritirato, far orazione, studiare ed aiutare l’anime». Quando poi vi fosse qualche precisa necessità di aiutar la casa, dee aiutarla per quanto può, ma senza lasciare la sua incombenza principale, ch’è di attendere alla santificazione sua e degli altri.

21. Inoltre chi vuol esser tutto di Dio dee esser distaccato dalla stima mondana.

Quanti per questa maledetta stima si allontanano da Dio, e quanti anche lo perdono! Per esempio, se sentono parlare di qualche lor difetto, che non fanno per giustificarsi e far credere che sia falsità e calunnia? Se poi fanno qualche bene, che non fanno per renderlo manifesto a tutti? Vorrebbero che tutto il mondo lo sapesse acciocchè gli lodassero. Non fanno così i santi; essi vorrebbero che tutto il mondo sapesse i loro difetti, acciocchè gli tenessero per quei miserabili quali essi si tengono; ed all’incontro se fanno qualche atto di virtù vorrebbero che lo sapesse solo Dio, a cui solo desiderano di piacere; e perciò tanto amano la vita nascosta, ricordevoli de’ documenti di Gesù Cristo che disse: Te autem faciente eleemosynam, nesciat sinistra tua quid faciat dextera tua (Matth. VI, 3). E nel v. 6: Tu autem cum oraveris intra in cubiculum tuum, et clauso ostio, ora Patrem tuum in abscondito.

22. Sovratutto bisogna avere il distacco da noi stessi, cioè dalla propria volontà.

Chi vince se stesso facilmente poi vincerà tutte le altre ripugnanze. Vince teipsum, era l’avvertimento che usava di dare a tutti S. Francesco Saverio. E Gesù Cristo disse: Si quis vult post me venire abneget semetipsum (Matth. XVI, 24). Ecco ove consiste tutto ciò che abbiamo da fare per farci santi, negare noi stessi e non seguire la propria volontà: Post concupiscentias tuas non eas, et a voluntate tua avertere (Eccli. XVIII, 30). E questo è il maggior dono, dicea S. Francesco d’Assisi, che uno possa ricevere da Dio, il vincere se stesso negando la propria volontà. Scrive S. Bernardo che se tutti gli uomini si opponessero alla loro propria volontà niun mai si dannerebbe: Cesset propria voluntas, et infernus non erit. Scrive lo stesso santo che la propria volontà giunge a fare che le stesse tue opere buone per te diventino difettose: Grande malum propria voluntas, qua fit ut bona tua tibi bona non sint. Come sarebbe, se un penitente volesse fare qualche mortificazione, un digiuno, una disciplina, contra la volontà del padre spirituale; ecco che quella mortificazione fatta per seguire la propria volontà diventa difetto. Ma misero chi vive schiavo della propria volontà! perchè bramerà molte cose, e non potrà ottenerle; all’incontro ricuserà di soffrire molte altre cose a lui dispiacevoli, e sarà costretto a soffrirle: Unde bella et lites in vobis? nonne hinc? ex concupiscentiis vestris quae militant in membris vestris? Concupiscitis et non habetis (Iac. IV, 1 et 2).

La prima guerra ci viene dall’appetito de’ diletti sensuali: leviamo l’occasione, mortifichiamo gli occhi, raccomandiamoci a Dio, e cesserà la guerra. — La seconda guerra ci viene dalla cupidigia delle ricchezze: procuriamo di amar la povertà, e cesserà la guerra. — La terza guerra ci viene dall’ambizione degli onori: amiamo l’umiltà e la vita nascosta, e cesserà la guerra. — La quarta guerra e la più dannosa ci viene dalla propria volontà: rassegniamoci in tutto ciò che avviene per volontà di Dio, e cesserà la guerra. — Scrive S. Bernardo che quando si vede una persona disturbata, la causa del suo disturbo altra non è che il non poter contentare allora la propria volontà: Unde turbatio, dice il santo, nisi quia propriam voluntatem sequimur? Di ciò si lamentò una volta il Signore con S. Maria Maddalena de’ Pazzi, dicendo: «Certe anime vogliono lo spirito mio, ma come piace loro, e perciò si rendono inabili a riceverlo».

23. Bisogna dunque amare Dio come piace a Dio, non come piace a noi. Iddio vuole che l’anima sia spogliata di tutto per poterla unire a sè e riempirla del suo divino amore. Scrive S. Teresa: «L’orazione di unione non mi pare altro che un morir quasi affatto a tutte le cose del mondo per godere solo di Dio. Il certo è, che quanto più ci voteremo delle creature con distaccarcene per amore di Dio, tanto più egli ci riempirà di se stesso, e più saremo uniti con lui». — Molte persone spirituali vorrebbero arrivare all’unione con Dio, ma poi non vorrebbero le avversità che Dio lor manda: non vorrebbero le infermità che l’affliggono, non la povertà che soffrono, non gli affronti che ricevono; ma non rassegnandosi, non mai giungeranno ad unirsi perfettamente con Dio. Udiamo quel che dicea S. Caterina da Genua: «Per arrivare all’unione di Dio son necessarie le avversità che ci manda Iddio, il quale attende per mezzo di quelle a consumare in noi tutti i pravi movimenti di dentro e di fuori. E però tutti i disprezzi, infermità, povertà, tentazioni ed altre cose contrarie, tutte sommamente ci abbisognano, acciocchè combattiamo, e per via di vittorie i nostri movimenti pravi vengano talmente ad estinguersi che più non li sentiamo: anzi finchè le avversità non ci paiano amare ma soavi per Dio, non giungeremo mai alla divina unione».

24. Aggiungo qui la pratica che ne insegna S. Giovanni della Croce. Dice il santo che per la perfetta unione «è necessaria una totale mortificazione de’ sensi e degli appetiti. Per li sensi, qualsivoglia gusto che si presenta, se non è puramente per gloria di Dio, rifiutarlo subito per amor di Gesù Cristo; per esempio, si presenta una voglia di vedere o di udire cose che non conducono maggiormente a Dio, se ne faccia di meno. Per gli appetiti poi, sforzarsi d’inclinare sempre se stesso al peggiore, al più dispiacevole o al più povero, senza desiderare altro che di patire e d’essere disprezzato».

In somma chi ama veramente Gesù Cristo perde l’affetto a tutti i beni di terra, e cerca spogliarsi di tutto per tenersi unito solo a Gesù Cristo. Verso Gesù son tutti i suoi desideri, a Gesù sempre pensa, sempre a Gesù sospira, e solo a Gesù in ogni luogo, in ogni tempo, in ogni occasione cerca di piacere. Ma per giungere a ciò bisogna continuamente attendere a vuotare il cuore d’ogni affetto che non è per Dio.

Dimando: Che importa il darsi un’anima tutta a Dio? Importa per 1º sfuggire ogni cosa che a Dio dispiace e far quello che più gli piace. Importa per 2º accettar senza eccezione tutto ciò che viene dalle sue mani, per duro e dispiacente che sia. Importa per 3º preferire in ogni cosa la volontà di Dio a’ nostri voleri: questo importa l’esser tutta di Dio.

Affetti e preghiere.

Ah mio Dio e mio tutto, sento che voi, non ostanti le mie ingratitudini e negligenze nel servirvi, seguitate a chiamarmi al vostro amore. Eccomi, io non voglio più resistere. Io voglio lasciar tutto per esser tutto vostro. Non voglio vivere più a me stesso. Troppo voi mi avete obbligato ad amarvi. L’anima mia si è innammorata di voi, Gesù mio, e per voi sospira. E come posso amare altra cosa dopo avervi veduto morir di dolore su di una croce per salvarmi? come potrò mirarvi morto consumato da’ dolori, e non amarvi con tutto il mio cuore? Sì che v’amo, caro mio Redentore, v’amo con tutta l’anima mia, ed altro non desidero che amarvi in questa vita e per tutta l’eternità.

Amor mio, speranza mia, fortezza mia e consolazione mia, datemi forza acciocchè io vi sia fedele. Datemi lume, e fatemi conoscere da che debbo distaccarmi; e datemi forza, ch’io in tutto voglio ubbidirvi.

O amore dell’anima mia, io mi offerisco e mi do tutto a voi per soddisfare al desiderio che avete di unirvi con me, affin di unirmi tutto con voi, mio Dio e mio tutto. Deh venite, Gesù mio, prendete il possesso di tutto me stesso, e tiratevi tutti i miei pensieri e tutti gli affetti miei.

Io rinunzio a tutti i miei appetiti, a tutte le mie consolazioni ed a tutte le cose create: voi solo mi bastate. Datemi la grazia di non pensare ad altro che a voi, di non desiderare altro che voi, di non cercare altro che voi, amato mio ed unico mio bene.

Madre di Dio Maria, ottenetemi la santa perseveranza.

CkkvCeQXAAApa4C

S.Alfonso – Pratica di amar Gesù Cristo – Capo X

CAPITOLO X – Caritas non est ambitiosa. Chi ama Gesù Cristo non ambisce altro che Gesù Cristo.

1. Chi ama Dio non va cercando di essere stimato ed amato dagli uomini: l’unico suo desiderio è di esser ben voluto da Dio ch’è l’unico oggetto del suo amore. — Scrive S. Ilario che ogni onore che si riceve dal mondo è negozio del demonio: Omnis saeculi honor diaboli negotium est (S. Hilar., in Matth. 6). E così è, perchè il nemico negozia per l’inferno quando ingerisce nell’anima desideri di essere stimata; poichè, perdendo ella l’umiltà, si mette in pericolo di precipitare in ogni male. Scrive S. Giacomo che siccome Iddio nelle grazie allarga la mano cogli umili, così la stringe e resiste a’ superbi: Deus superbis resistit, humilibus autem dat gratiam (Iac. IV, 6). Dice superbis resistit, viene a dire che neppure ascolta le loro preghiere. E tra gli atti di superbia certamente uno è questo, l’ambire di essere stimato dagli uomini e l’invanirsi degli onori da essi ricevuti.

2. Troppo spaventevole fu in ciò l’esempio di Fra Giustino francescano, il quale era giunto ad un grado eminente di contemplazione, ma perchè forse, e senza forse, nudriva già dentro di sè un desiderio di essere stimato dal mondo, ecco quello che gli accadde. Un giorno mandò a chiamarlo il Papa Eugenio IV, e, per lo concetto che ne avea di santità, molto l’onorò, l’abbracciò e lo fe’ sedere vicino a sè. Fra Giustino dopo tal favore s’invanì di se stesso; onde S. Gio. Capestrano gli disse: «Oh, Fra Giustino, sei andato angelo e sei tornato demonio!» Ed in fatti crescendo il misero da giorno in giorno in superbia, pretendendo d’esser trattato qual egli si stimava, giunse ad uccidere un frate con un coltello: indi apostatò e se ne fuggì in Napoli, ove fece altre scelleraggini: ed ivi finalmente morì apostata in una prigione. Quindi saggiamente diceva un gran Servo di Dio che quando noi udiamo o leggiamo la caduta di certi cedri del Libano, d’un Salomone, d’un Tertulliano, d’un Osio, che da tutti erano tenuti per santi, è segno che questi non si erano dati tutti a Dio, ed internamente nutrivano in sè qualche spirito di superbia, e perciò prevaricarono. Tremiamo dunque quando vediamo in noi insorgere qualche ambizione di comparire e di essere stimati dal mondo; e quando il mondo ci fa qualche onore, guardiamoci di averne compiacenza, la quale può esser causa della nostra ruina.

3. Guardiamoci specialmente dall’ambizione di superare i puntigli. Dicea S. Teresa: «Dove son puntigli di onore non vi sarà mai spirito». Molte persone professano vita spirituale, ma sono idolatre della propria stima. Dimostrano certe virtù apparenti, ma hanno l’ambizione di esser lodate in tutti i lor portamenti; e quando manca chi le loda, si lodano da se stesse; cercano in somma di comparir migliori degli altri, e se mai sentono toccarsi nella stima, perdono la pace, lasciano la comunione, lasciano tutte le loro divozioni, e non si quietano finchè non pare loro di aver acquistato il concetto perduto. Ma non fanno così i veri amanti di Dio. Non solo sfuggono di dir parola di stima propria, nè si compiacciono, ma più si attristano delle lodi che ricevono dagli altri, e si rallegrano di vedersi tenuti in mal concetto appresso gli uomini.

4. Troppo è vero quel che dicea S. Francesco d’Assisi: «Tanto io sono, quanto sono innanzi a Dio». Che giova l’essere stimati per grandi dal mondo, se davanti a Dio siamo vili e disprezzabili? All’incontro, che importa che il mondo ci disprezzi, se siamo cari e graditi agli occhi di Dio? Scrisse S. Agostino:Nec malam conscientiam sanat praeconium laudantis, nec bonam vulnerat conviciantis opprobrium (Lib. 3. contr. Petil.): siccome chi ci loda non ci libera dal castigo delle opere male, così chi ci vitupera non ci toglie il merito delle buone opere. «Che importa a noi, diceva S. Teresa, l’esser dalle creature incolpati e tenuti per vili, se avanti di voi siamo grandi e senza colpa?» — I santi non bramavano che di vivere sconosciuti ed abbietti nel cuore di tutti. Scrive San Francesco di Sales: «Ma che torto mai ci vien fatto quando si ha cattiva opinione di noi, dovendola noi stessi averla tale? Forse noi sappiamo che siam cattivi, e pretendiamo che gli altri ci tengano per buoni?»

5. Oh quanto è sicura la vita nascosta per coloro che vogliono amar di cuore Gesù Cristo! Gesù medesimo ce ne diè l’esempio col vivere nascosto e disprezzato per trent’anni in una bottega. E perciò i santi, affin di evitare la stima degli uomini, sono andati a vivere ne’ deserti e nelle grotte. — Dicea S. Vincenzo de’ Paoli che il gusto di comparire e che si parli di noi con onore, si lodi la nostra condotta, e si dica che riusciamo bene e facciamo maraviglie, è un male che facendoci scordare di Dio, infetta le nostre azioni più sante, ed è per noi il vizio più dannoso al progresso nella vita spirituale.

6. Chi dunque vuole avanzarsi nell’amor di Gesù Cristo, bisogna che affatto faccia morire in sè l’amore della propria stima. — Ma come si darà morte alla propria stima? Eccolo come ce lo insegna S. Maria Maddalena de’ Pazzi: «La vita dell’appetito della propria stima è lo stare in buon concetto appresso tutti; dunque la morte della propria stima è l’occultarsi per non esser conosciuti da niuno. E finchè uno non giunge a morire in questo modo, non sarà mai vero servo di Dio».

7. Sicchè per renderci graditi agli occhi di Dio, bisogna che ci guardiamo dall’ambizione di comparire e d’esser graditi agli occhi degli uomini. E tanto maggiormente dobbiam guardarci dall’ambizione di dominar agli altri. S. Teresa desiderava che prima fosse andato a fuoco il suo monastero con tutte le monache, che vi fosse entrata questa maledetta ambizione. E pertanto volea che se mai si ritrovasse alcuna delle sue religiose che trattasse di esser fatta superiora, si fosse discacciata dal monastero o almeno tenuta per sempre carcerata. S. Maria Maddalena de’ Pazzi diceva: «L’onore d’una persona spirituale sta nell’esser sottoposta a tutti, e nell’avere in orrore l’esser preferita ad altri». L’ambizione dunque di un’anima che ama Dio dee essere di superare tutti gli altri nell’umiltà, come parla S. Paolo, in humilitate superiores (Phil. II, 3). In somma chi ama Dio non dee ambire altro che Dio.

Affetti e preghiere.

Gesù mio, datemi voi l’ambizione di darvi gusto, e fatemi scordare di tutte le creature ed anche di me stesso. Che mi serve l’esser amato da tutto il mondo, se non sono amato da voi, unico amore dell’anima mia? Gesù mio, voi siete venuto in questa terra per guadagnarvi i nostri cuori; se io non so darvi il mio cuore, prendetevelo voi, e riempitelo del vostro amore, e non permettete ch’io mi separi mai più da voi. Per lo passato vi ho voltate le spalle, ma ora, vedendo il male che ho fatto, me ne dispiace con tutto il cuore, e non ho pena che più mi affligge che la memoria di tante offese che vi ho fatte. Mi consola il sapere che siete una bontà infinita, che non isdegnate di amare un peccatore che v’ama.

Amato mio Redentore, o dolce amore dell’anima mia, per lo passato vi ho disprezzato, ma ora v’amo più di me stesso. Vi offerisco me e tutte le cose mie: altro non desidero che amarvi e darvi gusto. Questa è la mia ambizione: ricevetela ed accrescetela voi, e distruggete in me ogni desiderio di beni mondani. Troppo voi siete degno d’essere amato, e troppo mi avete obbligato ad amarvi.

Eccomi, io voglio esser tutto vostro, e voglio soffrire quanto volete voi che per amor mio siete morto di dolore su d’una croce. Voi mi volete santo, voi mi potete far santo, in voi confido.

E confido ancora nella vostra protezione, o gran madre di Dio Maria.

s.antonio4

S.Alfonso – Pratica di amar Gesù Cristo – Capo IX

CAPITOLO IX – Caritas non inflatur. Chi ama Gesù Cristo non s’invanisce de’ propri pregi, ma si umilia e gode di vedersi umiliato anche dagli altri.

1. Il superbo è come un pallone di vento che comparisce grande a se stesso, ma in sostanza tutta la sua grandezza si riduce ad un poco di vento che, aprendosi il pallone, tutto in un subito svanisce. Chi ama Dio è vero umile nè si gonfia per vedere in sè qualche pregio; perchè vede che quanto ha, tutto è dono di Dio, e del suo non ha altro che il niente ed il peccato; onde nel conoscere i favori fattigli da Dio più si umilia, vedendosi così indegno e così da Dio favorito.

2. Dice S. Teresa, parlando delle grazie speciali che Dio le facea: «Iddio fa con me come si fa con una casa che, stando per cadere, si aiuta con puntelli». Quando un’anima riceve qualche amorosa visita di Dio, provando in sè un ardore straordinario di amor divino accompagnato da lagrime o da una gran tenerezza di cuore, si guardi dal pensare che il Signore la favorisca allora per qualche sua buona opera; ma allora dee più umiliarsi, pensando che Dio l’accarezza acciocchè ella non l’abbandoni; altrimenti se per tali doni ne concepisce qualche vanità, stimandosi più favorita perchè si porta con Dio più bene degli altri, un tal difetto farà che Dio la privi de’ suoi favori. Per conservar la casa due sono le cose più necessarie, il fondamento ed il tetto: il fondamento in noi ha da essere l’umiltà, nel riconoscere che a niente vagliamo e niente possiamo: il tetto poi è la divina protezione in cui solamente dobbiam confidare.

3. Allorchè ci vediamo più favoriti da Dio bisogna che più ci umiliamo. S. Teresa quando riceveva qualche grazia speciale, allora procurava di mettersi avanti gli occhi tutte le sue colpe commesse, e così il Signore più a sè l’univa. Quanto più l’anima si confessa indegna di grazie, tanto più Iddio di grazie l’arricchisce. Taide, prima peccatrice e poi santa, si umiliava tanto con Dio che stimavasi indegna anche di nominarlo; onde non ardiva di dire, «Dio mio», ma diceva, «Creatore mio, abbi pietà di me: Plasmator meus, miserere mei». E scrive S. Girolamo che per tale umiltà vide apparecchiarsele un gran trono in cielo. Si legge similmente di S. Margherita da Cortona, nella sua vita, che visitandola un giorno il Signore con maggior tenerezza d’amore, ella esclamando gli disse: «Ma come, Signore, vi siete scordato di quella ch’io sono stata? come con tante finezze mi pagate le tante ingiurie che vi ho fatte?» E Dio le rispose che quando un’anima l’ama e si pente di cuore d’averlo offeso, egli si scorda di tutte le offese ricevute; come già lo disse per Ezechiele: Si autem impius egerit poenitentiam… omnium iniquitatum eius quas operatus est, non recordabor (Ezech. XVIII, 21 et 22). Ed in pruova di ciò le fe’ vedere che le aveva apparecchiato in cielo un gran soglio in mezzo a’ serafini. — Oh se giungessimo ad intendere il valore dell’umiltà! Vale più un atto d’umiltà che non è l’acquistare tutte le ricchezze del mondo.

4. Dicea S. Teresa: «Non credere di aver fatto profitto nella perfezione se non ti tieni per lo peggiore di tutti, e se non desideri di esser posposto a tutti». E così facea la santa, e così han fatto tutti i santi. S. Francesco d’Assisi, S. Maria Maddalena de’ Pazzi e gli altri, si riputavano i maggiori peccatori del mondo, e si ammiravano come la terra gli sostenesse e non si aprisse loro sotto i piedi; e ciò lo diceano con vero sentimento. Trovandosi vicino alla morte il V. Giovanni d’Avila che fin da giovine fece una vita santa, venne un sacerdote ad assisterlo, e gli dicea cose molto sublimi, trattandolo da quel gran servo di Dio e gran dotto ch’egli era: ma il P. Avila gli fe’ sentire: «Padre, vi prego a raccomandarmi l’anima, come si raccomanda l’anima ad un malfattore condannato a morte, perchè tale son io». Tale è il sentimento che hanno i santi di se stessi in vita ed in morte.

5. Così bisogna che facciamo ancor noi se vogliamo salvarci e conservarci in grazia di Dio sino alla morte, mettendo tutta la nostra confidenza solamente in Dio. Il superbo confida nelle sue forze e perciò cade; ma l’umile, perchè solo confida in Dio, benchè sia assalito da tutte le tentazioni le più veementi, sta forte e non cade, dicendo sempre: Omnia possum in eo qui me confortat (Phil. IV, 13). Il demonio ora ci tenta di presunzione, ora di sconfidenza: quando egli ci dice che per noi non v’è timor di cadere, allora più tremiamo, perchè se per un momento Iddio non ci assiste colla sua grazia, siamo perduti. Quando poi ci tenta a sconfidare, allora voltiamoci a Dio e diciamogli con gran confidenza: In te Domine speravi, non confundar in aeternum(Ps. XXX, 2): Dio mio, in voi ho poste le mie speranze, spero di non avermi a veder mai confuso e privo della vostra grazia. Questi atti di sconfidare di noi e confidare in Dio dobbiamo esercitarli sino all’ultimo punto della nostra vita, pregando sempre il Signore che ci dia la santa umiltà.

6. Ma non basta, ad esser umili, l’aver basso concetto di noi ed il tenerci per quei miserabili che siamo; il vero umile, dice Tommaso da Kempis, disprezza sè e desidera essere disprezzato ancora dagli altri. Questo è quel tanto che ci raccomandò Gesù Cristo a praticare secondo il suo esempio: Discite a me, quia mitis sum et humilis corde (Matth. XI, 29). Chi dice di essere il maggior peccatore del mondo e poi si sdegna cogli altri che lo disprezzano, dà segno ch’è umile di bocca, ma non di cuore. Scrive S. Tommaso d’Aquino che quando alcuno, vedendosi disprezzato, si risente, ancorchè facesse miracoli, si tenga per certo ch’egli è molto lontano dalla perfezione. La divina Madre mandò S. Ignazio di Loyola ad istruire nell’umiltà S. Maria Maddalena de’ Pazzi, ed ecco l’insegnamento che il santo le diede: «L’umiltà è un godimento di tutto ciò che c’induce a disprezzare noi stessi». Si noti, un godimento: se il senso si risente ne’ disprezzi che riceviamo, almeno collo spirito dobbiamo goderne.

7. E come mai un’anima che ama Gesù Cristo, vedendo il suo Dio sopportare schiaffi e sputi in faccia, come soffrì nella sua Passione, — tunc exspuerunt in faciem eius et colaphis eum ceciderunt, alii autem palmas in faciem eius dederunt (Matth. XXVI, 67) — potrà non amare i disprezzi? A questo fine il Redentore ha voluto che sugli altari si esponesse la sua immagine, non già in forma di glorioso, ma di crocifisso, affinchè avessimo sempre avanti gli occhi i suoi disprezzi, a vista de’ quali i santi godono in vedersi vilipesi in questa terra. E questa fu la domanda che S. Giovanni della Croce fe’ a Gesù Cristo, allorchè gli apparve colla croce sulla spalla: Domine, pati et contemni pro te: Signore, in vederti così disprezzato per amor mio, non altro ti cerco, che il farmi patire ed esser disprezzato per amor tuo.

8. Dice S. Francesco di Sales: «Il sopportare gli obbrobri è la pietra di paragone dell’umiltà e della vera virtù». Se una persona che fa la spirituale, fa orazione, si comunica spesso, digiuna, si mortifica, ma poi non può sopportare un affronto, una parola pungente, che segno è? È segno ch’è canna vacante, senza umiltà e senza virtù. E che sa fare un’anima che ama Gesù Cristo, se non sa soffrire un disprezzo per amor di Gesù Cristo che ne ha sofferti tanti per lei? Scrive il da Kempis nel suo libretto d’oro dell’Imitazione di Gesù Cristo: «Giacchè tanto abborrisci di esser umiliato, è segno che non sei morto al mondo, non hai umiltà e non hai Dio avanti gli occhi. Chi non ha Dio avanti gli occhi si conturba per ogni parola di biasimo che sente». Tu non puoi sopportare schiaffi e ferite per Dio: sopporta almeno qualche parola.

9. Oh che ammirazione e scandalo dà una persona che si comunica spesso, e poi si risente ad ogni parola di suo disprezzo! All’incontro, che bella edificazione dà un’anima che, ricevendo disprezzi, risponde con qualche parola dolce per placare chi l’ha offesa; o pure non risponde nè se ne lamenta cogli altri, ma se ne resta con volto sereno senza dimostrarne amarezza! Dice S. Giovanni Grisostomo che il mansueto è utile non solo a se stesso, ma anche agli altri col buon esempio che loro dà di dolcezza nell’esser disprezzato: Mansuetus utilis sibi et aliis.

Il da Kempis intorno a questa materia avverte molte cose nelle quali dobbiamo umiliarci. Dice così: «Si ascolterà quanto dicono gli altri, e quanto dici tu sarà dispregiato. Dimanderanno gli altri e riceveranno: dimanderai tu e ti sarà negato. Gli altri saran grandi nella bocca degli uomini, e di te si tacerà. Agli altri sarà commessa questa o quella incombenza, ma tu a nulla verrai giudicato buono. Con queste pruove il servo fedele suole sperimentarsi dal Signore, come egli sappia reprimersi e quietarsi. Si contristerà alcuna volta la natura, ma farai gran guadagno se tutto sopporterai con silenzio».

10. Dicea S. Giovanna di Chantal: «Chi è vero umile, venendo umiliato più s’umilia». Sì, perchè il vero umile non mai crede di esser umiliato abbastanza quanto merita. Quelli che fanno così son chiamati beati da Gesù Cristo: non son chiamati beati quei che dal mondo sono stimati, onorati e lodati per nobili, per dotti, per potenti; ma quei che sono maledetti dal mondo, perseguitati e mormorati: perchè a costoro sta preparata, se tutto soffrono con pazienza, una gran mercede in paradiso: Beati estis cum maledixerint vobis, et persecuti vos fuerint, et dixerint omne malum adversum vos mentientes, propter me. Gaudete et exsultate, quoniam merces vestra copiosa est in caelis (Matth. V, 11 et 12).

11. Principalmente poi dobbiamo praticar l’umiltà quando siamo ripresi da’ superiori o da altri di qualche difetto. Taluni fanno come i ricci che quando non sono toccati paiono tutti placidi e mansueti; ma se poi li tocca un superiore o un amico ammonendoli di una cosa mal fatta, subito diventano tutti spine, e rispondono con risentimento che ciò non è vero o che hanno avuta ragione di farlo, e che non ci capiva quell’ammonizione; in somma chi li riprende loro diventa nemico, facendo come coloro che se la pigliano col cerusico perchè gli fa sentire dolore con medicargli la piaga: Medicanti irascitur, scrive S. Bernardo. L’uomo santo ed umile, dice S. Gio. Grisostomo, quando è corretto geme per l’errore commesso; il superbo all’incontro, quando è corretto anche geme, ma geme perchè vede scoverto il suo difetto, e perciò si sturba, risponde, e si sdegna con chi l’avverte. Ecco la bella regola che dava S. Filippo Neri, quando alcuno si vede incolpato: «Chi vuol farsi veramente santo, dicea, non dee mai scusarsi, ancorchè sia falso quello di che viene tacciato». In ciò dee eccettuarsene il solo caso in cui sembrasse esser necessaria la difesa per togliere lo scandalo. Oh quanto merito si fa appresso Dio chi è ripreso, benchè a torto, e tace e non si scusa! Dicea S. Teresa: «Talvolta più si avanza e si perfeziona una anima con lasciar di scusarsi, che con sentire dieci prediche; poichè col non iscusarsi comincia ad acquistar la libertà di spirito ed a non curarsi più se si dice bene o male di lei».

Affetti e preghiere.

O Verbo Incarnato, deh vi prego, per li meriti della vostra santa umiltà che vi fe’ abbracciare tante ignominie ed ingiurie per amor nostro, liberatemi dalla superbia e datemi parte della vostra santa umiltà. E come mai potrò dolermi io d’ogni obbrobrio che mi sia fatto, dopo specialmente d’essermi fatto tante volte reo dell’inferno? Deh, Gesù mio, per lo merito di tanti disprezzi che soffriste nella vostra Passione, datemi la grazia di vivere e morire umiliato in questa terra, come voi viveste e moriste umiliato per me. Io per amor vostro vorrei vedermi disprezzato e abbandonato da tutti, ma senza voi non posso niente.

V’amo, mio sommo bene, v’amo, o diletto dell’anima mia: io v’amo, e da voi spero, come propongo, di soffrir tutto per voi, affronti, tradimenti, persecuzioni, dolori, aridità, abbandoni; basta che non mi abbandoniate voi, unico amore dell’anima mia. Non permettete ch’io mi allontani più da voi.

Datemi desiderio di darvi gusto. Datemi fervore nell’amarvi. Datemi pace nel patire. Datemi rassegnazione in tutte le cose contrarie.

Abbiate pietà di me. Io non merito niente, ma tutto spero da voi che mi avete comprato col vostro sangue.

E tutto spero da voi, regina e madre mia Maria, che siete il rifugio dei peccatori.

Cm5s0iYWIAESS_i