La Speranza Cristiana

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 7 dicembre 2016


 

La Speranza cristiana – 1. Isaia 40: “Consolate, consolate il mio popolo…”

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Iniziamo oggi una nuova serie di catechesi, sul tema della speranza cristiana. E’ molto importante, perché la speranza non delude. L’ottimismo delude, la speranza no! Ne abbiamo tanto bisogno, in questi tempi che appaiono oscuri, in cui a volte ci sentiamo smarriti davanti al male e alla violenza che ci circondano, davanti al dolore di tanti nostri fratelli. Ci vuole la speranza! Ci sentiamo smarriti e anche un po’ scoraggiati, perché ci troviamo impotenti e ci sembra che questo buio non debba mai finire.

Ma non bisogna lasciare che la speranza ci abbandoni, perché Dio con il suo amore cammina con noi. “Io spero, perché Dio è accanto a me”: questo possiamo dirlo tutti noi. Ognuno di noi può dire: “Io spero, ho speranza, perché Dio cammina con me”. Cammina e mi porta per mano. Dio non ci lascia soli. Il Signore Gesù ha vinto il male e ci ha aperto la strada della vita.

E allora, in particolare in questo tempo di Avvento, che è il tempo dell’attesa, in cui ci prepariamo ad accogliere ancora una volta il mistero consolante dell’Incarnazione e la luce del Natale, è importante riflettere sulla speranza. Lasciamoci insegnare dal Signore cosa vuol dire sperare. Ascoltiamo quindi le parole della Sacra Scrittura, iniziando con il profeta Isaia, il grande profeta dell’Avvento, il grande messaggero della speranza.

Nella seconda parte del suo libro, Isaia si rivolge al popolo con un annuncio di consolazione:

«Consolate, consolate il mio popolo – dice il vostro Dio.
Parlate al cuore di Gerusalemme
e gridatele che la sua tribolazione è compiuta,
la sua colpa è scontata […]».
Una voce grida:
«Nel deserto preparate la via al Signore,
spianate nella steppa la strada per il nostro Dio.
Ogni valle sia innalzata,
ogni monte e ogni colle siano abbassati;
il terreno accidentato si trasformi in piano
e quello scosceso in vallata.
Allora si rivelerà la gloria del Signore
e tutti gli uomini insieme la vedranno,
perché la bocca del Signore ha parlato» (40,1-2.3-5).

Dio Padre consola suscitando consolatori, a cui chiede di rincuorare il popolo, i suoi figli, annunciando che è finita la tribolazione, è finito il dolore, e il peccato è stato perdonato. È questo che guarisce il cuore afflitto e spaventato. Perciò il profeta chiede di preparare la via al Signore, aprendosi ai suoi doni e alla sua salvezza.

La consolazione, per il popolo, comincia con la possibilità di camminare sulla via di Dio, una via nuova, raddrizzata e percorribile, una via da approntare nel deserto, così da poterlo attraversare e ritornare in patria. Perché il popolo a cui il profeta si rivolge stava vivendo la tragedia dell’esilio a Babilonia, e adesso invece si sente dire che potrà tornare nella sua terra, attraverso una strada resa comoda e larga, senza valli e montagne che rendono faticoso il cammino, una strada spianata nel deserto. Preparare quella strada vuol dire dunque preparare un cammino di salvezza e di liberazione da ogni ostacolo e inciampo.

L’esilio era stato un momento drammatico nella storia di Israele, quando il popolo aveva perso tutto. Il popolo aveva perso la patria, la libertà, la dignità, e anche la fiducia in Dio. Si sentiva abbandonato e senza speranza. Invece, ecco l’appello del profeta che riapre il cuore alla fede. Il deserto è un luogo in cui è difficile vivere, ma proprio lì ora si potrà camminare per tornare non solo in patria, ma tornare a Dio, e tornare a sperare e sorridere. Quando noi siamo nel buio, nelle difficoltà non viene il sorriso, ed è proprio la speranza che ci insegna a sorridere per trovare quella strada che conduce a Dio. Una delle prime cose che accadano alle persone che si staccano da Dio è che sono persone senza sorriso. Forse sono capaci di fare una grande risata, ne fanno una dietro l’altra, una battuta, una risata … ma manca il sorriso! Il sorriso lo dà soltanto la speranza: è il sorriso della speranza di trovare Dio.

La vita è spesso un deserto, è difficile camminare dentro la vita, ma se ci affidiamo a Dio può diventare bella e larga come un’autostrada. Basta non perdere mai la speranza, basta continuare a credere, sempre, nonostante tutto. Quando noi ci troviamo davanti ad un bambino, forse possiamo avere tanti problemi e tante difficoltà, ma ci viene da dentro il sorriso, perché ci troviamo davanti alla speranza: un bambino è una speranza! E così dobbiamo saper vedere nella vita il cammino della speranza che ci porta a trovare Dio, Dio che si è fatto Bambino per noi. E ci farà sorridere, ci darà tutto!

Proprio queste parole di Isaia vengono poi usate da Giovanni il Battista nella sua predicazione che invitava alla conversione. Diceva così: «Voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore» (Mt 3,3). È una voce che grida dove sembra che nessuno possa ascoltare – ma chi può ascoltare nel deserto? – che grida nello smarrimento dovuto alla crisi di fede. Noi non possiamo negare che il mondo di oggi è in crisi di fede. Si dice “Io credo in Dio, sono cristiano” – “Io sono di quella religione…”. Ma la tua vita è ben lontana dall’essere cristiano; è ben lontana da Dio! La religione, la fede è caduta in una espressione: “Io credo?” – “Sì!”. Ma qui si tratta di tornare a Dio, convertire il cuore a Dio e andare per questa strada per trovarlo. Lui ci aspetta. Questa è la predicazione di Giovanni Battista: preparare. Preparare l’incontro con questo Bambino che ci ridonerà il sorriso. Gli Israeliti, quando il Battista annuncia la venuta di Gesù, è come se fossero ancora in esilio, perché sono sotto la dominazione romana, che li rende stranieri nella loro stessa patria, governati da occupanti potenti che decidono delle loro vite. Ma la vera storia non è quella fatta dai potenti, bensì quella fatta da Dio insieme con i suoi piccoli. La vera storia – quella che rimarrà nell’eternità – è quella che scrive Dio con i suoi piccoli: Dio con Maria, Dio con Gesù, Dio con Giuseppe, Dio con i piccoli. Quei piccoli e semplici che troviamo intorno a Gesù che nasce: Zaccaria ed Elisabetta, anziani e segnati dalla sterilità, Maria, giovane ragazza vergine promessa sposa a Giuseppe, i pastori, che erano disprezzati e non contavano nulla. Sono i piccoli, resi grandi dalla loro fede, i piccoli che sanno continuare a sperare. E la speranza è la virtù dei piccoli. I grandi, i soddisfatti non conoscono la speranza; non sanno cosa sia.

Sono loro i piccoli con Dio, con Gesù che trasformano il deserto dell’esilio, della solitudine disperata, della sofferenza, in una strada piana su cui camminare per andare incontro alla gloria del Signore. E arriviamo al dunque: lasciamoci insegnare la speranza. Attendiamo fiduciosi la venuta del Signore, e qualunque sia il deserto delle nostre vite – ognuno sa in quale deserto cammina – diventerà un giardino fiorito. La speranza non delude!

Messa a Santa Marta- Mediatori o intermediari

2016-12-09 L’Osservatore Romano

Papa Francesco ha idealmente consegnato ai seminaristi di Roma le icone di san Policarpo, san Francesco Saverio e di san Paolo mentre sta per essere decapitato, raccomandando loro di vivere il sacerdozio come autentici mediatori tra Dio e il popolo, gioiosi anche sulla croce, e non come funzionari intermediari, rigidi e mondani, attenti solo ai propri interessi e per questo insoddisfatti. È questo il profilo autentico del sacerdote tratteggiato dal Pontefice nella messa celebrata venerdì mattina 9 dicembre nella cappella della Casa Santa Marta.

Francisco Goya, «Morte di san Francesco Saverio», (1775-1780)

«Il Signore ha sofferto tanto per l’atteggiamento del popolo e alcune volte ha detto: “Fino a quando devo sopportarvi?”» ha affermato Francesco nell’omelia. Facendo subito notare come nel passo del vangelo di Matteo (11, 16-19) proposto dalla liturgia, Gesù fa questo commento: «sono come bambini a cui tu offri una cosa e a loro non piace; offri il contrario» ma non piace neppure quello. Persone insoddisfatte, insomma, «incapaci di avere una soddisfazione nell’atteggiamento col Signore». Ma «ci sono tanti cristiani insoddisfatti — ha messo in guardia il Papa — che non riescono a capire cosa il Signore ci ha insegnato; non riescono a capire il nocciolo proprio della rivelazione del Vangelo».

Rivolgendosi direttamente alla comunità del Pontificio seminario romano maggiore, «ai seminaristi e ai formatori», Francesco ha posto la questione se «ci sono anche preti insoddisfatti». Perché — ha riconosciuto — «ce ne sono e fanno tanto male quando vivono una vita non piena; non trovano pace da una parte, dall’altra, sempre pensando a progetti e poi quando li hanno in mano» dicono: «No, non mi piace!». Tutto questo, ha aggiunto il Papa, «perché il loro cuore è lontano dalla logica di Gesù e per questo ci sono alcuni sacerdoti insoddisfatti, non sono felici, si lamentano e vivono tristi».

Ma «qual è la logica di Gesù che dà la piena soddisfazione a un sacerdote?» si è domandato il Pontefice, suggerendo subito la risposta: è «la logica del mediatore». Gesù «è il mediatore fra Dio e noi; e noi dobbiamo prendere questa strada di mediatori e non l’altra figura che assomiglia tanto ma non è la stessa: intermediari». Perché, ha affermato il Papa, c’è «differenza fra un mediatore e un intermediario». Infatti «l’intermediario fa il suo lavoro e prende la paga: tu vuoi vendere questa casa, tu vuoi comprare una casa, io faccio l’intermediario e prendo una percentuale; è giusto, è stato il mio lavoro». Insomma «l’intermediario segue questa strada: lui non perde mai».

«Il mediatore invece — ha spiegato Francesco — perde sé stesso per unire le parti, dà la vita, sé stesso, il prezzo è quello: la propria vita, paga con la propria vita, la propria stanchezza, il proprio lavoro, tante cose». E «il parroco», ha aggiunto il Papa, dà la vita proprio «per unire il gregge, per unire la gente, per portarla a Gesù». Perché «la logica di Gesù come mediatore è la logica di annientare sé stesso». Del resto, «san Paolo nella lettera ai Filippesi è chiaro su questo: “Annientò sé stesso, svuotò sé stesso” per fare questa unione, fino alla morte», e alla «morte di croce».

Questa, dunque, «è la logica: svuotarsi, annientarsi». E «non perché tu cerchi questo, ma l’atteggiamento di mediatore ti porta a questo». È lo stile della «vicinanza: Dio che si è fatto vicino al suo popolo, nell’Antico testamento, e poi inviando il suo Figlio, quella synkatabasis di Dio che si è avvicinato a noi». Ecco perché «il sacerdote è un mediatore molto vicino al suo popolo, molto vicino».

L’intermediario invece, ha precisato il Papa, «è quello che è un funzionario: fa il suo mestiere, fa le cose più o meno bene e poi finisce quel lavoro e ne prende un altro, un altro, un altro, ma sempre come funzionario». L’intermediario «non sa cosa significhi sporcarsi le mani; il mediatore vive sporcandosi perché è in mezzo, lì nella realtà, come Gesù: sporcato dai nostri peccati». Ecco perché, ha confidato Francesco, «io non conosco alcun uomo, alcuna donna che lavori da intermediario e che soltanto con quello sia felice. No, quello non ti fa felice». Per questo motivo, «quando il sacerdote cambia da mediatore a intermediario non è felice, è triste». Finendo così per cercare «un po’ la felicità nel farsi vedere, nel far sentire l’autorità».

Il brano evangelico della liturgia, ha fatto notare il Pontefice, rivela che «agli intermediari del suo tempo Gesù diceva che piaceva loro passeggiare per le piazze perché la gente li vedesse e li onorasse: è così». Ma «per rendersi importanti, i sacerdoti intermediari prendono la via della rigidità: tante volte, staccati dalla gente, non sanno che cos’è il dolore umano; perdono quello che avevano imparato a casa loro, col lavoro del papà, della mamma, del nonno, della nonna, dei fratelli». Perdendo «queste cose, sono rigidi, quei rigidi che caricano sui fedeli tante cose che loro non portano, come diceva Gesù agli intermediari del suo tempo».

«La rigidità», insomma, significa «frusta in mano col popolo di Dio: “questo non si può, questo non si può”». E «tanta gente che si avvicina cercando un po’ di consolazione, un po’ di comprensione, viene allontanata con questa rigidità». Ma «la rigidità non si può mantenere tanto tempo, totalmente». Oltretutto «fondamentalmente è schizoide: finirai per apparire rigido ma dentro sarai un disastro».

E «con la rigidità» c’è pure «la mondanità». Così «un sacerdote mondano, rigido, è uno insoddisfatto perché ha preso la strada sbagliata». Proprio «a proposito di rigidità e mondanità», Francesco ha voluto far riferimento a un episodio, «successo tempo fa: è venuto da me un anziano monsignore della curia, che lavora, un uomo normale, un uomo buono, innamorato di Gesù, e mi ha raccontato che era andato all’Euroclero a comprarsi un paio di camicie e ha visto davanti allo specchio un ragazzo — lui pensa non avesse più di venticinque anni, o prete giovane o che stava per diventare prete — davanti allo specchio, con un mantello, grande, largo, col velluto, la catena d’argento, e si guardava. E poi ha preso il “saturno”, l’ha messo e si guardava: un rigido mondano». E «quel sacerdote — è saggio quel monsignore, molto saggio — è riuscito a superare il dolore con una battuta di sano umorismo e ha aggiunto: “e poi si dice che la Chiesa non permette il sacerdozio alle donne!”». È così «che il mestiere che fa il sacerdote quando diventa funzionario finisce nel ridicolo, sempre».

«Nell’esame di coscienza — ha detto Francesco rivolgendosi direttamente alla comunità seminaristica — considerate questo: oggi sono stato funzionario o mediatore? Ho custodito me stesso, ho cercato me stesso, la mia comodità, il mio ordine o ho lasciato che la giornata andasse al servizio degli altri?».

L’atteggiamento giusto, ha suggerito, è quello di tenere sempre «la porta aperta» e sorridere: «pur con tante difficoltà, il mediatore sorride, è tenero, il mediatore ha tenerezza, sa accarezzare un bambino». Tanto che, ha aggiunto il Papa, «una volta uno mi diceva che lui riconosceva i sacerdoti dall’atteggiamento con i bambini: se sanno accarezzare un bambino, sorridere a un bambino, giocare con un bambino». Ed è un fatto «interessante, perché significa che sanno abbassarsi, avvicinarsi alle piccole cose», come è appunto «il bambino».

Invece, ha avvertito il Pontefice, «l’intermediario è triste, sempre con quella faccia triste o troppo seria, scura; l’intermediario ha lo sguardo scuro, molto scuro». Al contrario «il mediatore è aperto: il sorriso, l’accoglienza, la comprensione, le carezze e in mezzo alle difficoltà ha la gioia». Perché «il mediatore è uno gioioso anche sulla croce». A questo proposito Francesco ha indicato la testimonianza di sant’Alberto Hurtado «che, con tante difficoltà e persecuzioni che aveva, pregava solamente così, contento: “Signore!”». Era «contento, contento, felice di essere un mediatore, in quella situazione».

Ai seminaristi il Papa ha confidato il suo desiderio di consegnare loro, proprio «guardando questi insoddisfatti» descritti nel vangelo di Matteo, «questa riflessione sui sacerdoti insoddisfatti». E «voi pensateci», ha raccomandato.

In questa prospettiva il Pontefice ha voluto indicare, prendendole «dalla storia della Chiesa, tre icone che ci aiuteranno: tre icone di sacerdoti mediatori e non intermediari». La prima icona è quella del «grande Policarpo, la versione neotestamentaria di Eleazaro: anziano, degno, signore di sé stesso, che non negozia la sua vocazione e va coraggioso alla pira, e quando il fuoco viene intorno a lui, i fedeli che erano lì hanno sentito l’odore del pane». Infatti davvero «lui era come un pane, fino alla fine ha dato sé stesso». E «così finisce un mediatore: come un pezzo di pane per i suoi fedeli».

E se nella prima icona è raffigurato «un vecchio», nella seconda ecco «un giovane : san Francesco Saverio», che «muore sulla spiaggia di San-cian, guardando la Cina, a quarantasei anni». Così giovane, appunto, che si potrebbe persino dire «uno spreco», fino a domandarci perché «il Signore non lo ha lasciato ancora lì». Ma l’atteggiamento di san Francesco Saverio è quello di dire: «Si faccia la tua volontà, Signore». Egli «sa dirgli soltanto: “Ho confessato il tuo nome fino alla fine; mai, Signore, ho nascosto la lampada sotto il letto; mi hai dato cinque talenti, te ne ridò altri cinque”». E in questo modo «in pace, nella gioia, se ne va». Così «finisce anche un giovane mediatore che mai ha conosciuto queste insoddisfazioni».

Come terza icona, «pure tanto bella e che fa piangere», il Papa ha indicato quella dell’«anziano Paolo alle Tre Fontane: quella mattina, presto, i soldati sono andati da lui, l’hanno preso, e lui camminava incurvato, come con un peso sulle spalle». Paolo, ha spiegato Francesco, «sapeva benissimo che questo accadeva per il tradimento di alcuni all’interno della comunità cristiana: ma lui ha lottato tanto nella sua vita che si offre al Signore come un sacrificio». E «finisce così». Il Papa ha confidato di provare «tanta tenerezza» nel «guardare Paolo da dietro, come va camminando fino al momento della decapitazione».

Sono «tre icone che possono aiutarci» ha concluso il Pontefice, invitando a guardarle e a pensare a «come voglio finire la mia vita di sacerdote: come funzionario, come intermediario o come mediatore, cioè in croce».

La grazia di riconoscere quando Gesù passa, quando «bussa alla nostra porta», la grazia «di riconoscere il tempo in cui siamo stati visitati

La grazia di riconoscere quando Gesù passa, quando «bussa alla nostra porta», la grazia «di riconoscere il tempo in cui siamo stati visitati, siamo visitati e saremo visitati». È la preghiera rivolta al Signore per ogni cristiano da Papa Francesco al termine dell’omelia tenuta durante la messa celebrata a Santa Marta giovedì 17 novembre. Una preghiera per non cadere in un «dramma» ripetuto nella storia, dalle origini ai giorni nostri: quello di «non riconoscere l’amore di Dio».

La meditazione del Pontefice ha preso spunto dal brano evangelico in cui Luca (19, 41-44) descrive il pianto di Gesù sulla città di Gerusalemme. «Cosa sentì Gesù, nel suo cuore — si è chiesto il Papa — in questo momento del suo pianto? Perché piange Gesù su Gerusalemme?». E la risposta può venire sfogliando la Bibbia: «Gesù fa memoria e ricorda tutta la storia del popolo, del suo popolo. E ricorda il rifiuto del suo popolo all’amore del Padre».

«Gerusalemme» (particolare del mosaico di Madaba)

Così «nel cuore di Gesù, nella memoria di Gesù, in quel momento, venivano i passi dei profeti». Come quello di Osea — «Io la sedurrò, la condurrò al deserto e parlerò al suo cuore; la farò mia sposa» — nel quale si incontra «l’entusiasmo e la voglia di Dio per il suo popolo», il suo «amore». O le parole di Geremia: «Di te ricordo il tempo della tua giovinezza, il tempo del tuo fidanzamento, del tuo amore giovane, quando mi seguivi nel deserto. Ma ti sei allontanata da me». E ancora: «Cosa trovarono i vostri padri per allontanarsi da me?», «Disgrazia per voi che i vostri padri si siano allontanati da me…».

Il Pontefice ha provato a immaginare il flusso di memoria che ha coinvolto Gesù in quel momento e ha di nuovo richiamato il profeta Osea: «Quando Israele era fanciullo io l’ho amato, ma più lo chiamavo, più si allontanava da me». Ne è emerso il «dramma dell’amore di Dio e l’allontanarsi, l’infedeltà del popolo». Era, ha spiegato, «quello aveva Gesù nel cuore»: da una parte la memoria di una «storia di amore», addirittura di «amore “pazzo” di Dio per il suo popolo, un amore senza misure», e dall’altra la risposta «egoista, sfiduciata, adultera, idolatrica» del popolo.

C’è poi un’altro aspetto che emerge dal brano evangelico del giorno. Gesù infatti si lamenta su Gerusalemme, «perché — dice — non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata da Dio, dai patriarchi, dai profeti». Il Pontefice ha suggerito che nella memoria di Gesù ci fosse «quella parabola divinatoria, quella di quando il padrone invia in suo impiegato a chiedere i soldi: lo bastonano; e poi un altro lo uccidono. Alla fine invia suo figlio e cosa dice questa gente? “Ma questo è il figlio! Questo ha l’eredità… Uccidiamolo! Ammazziamolo e l’eredità sarà per noi!». È la spiegazione di cosa s’intende per «l’ora della visita», ovvero: «Gesù è il figlio che viene e non è riconosciuto. È rifiutato!». Infatti nel vangelo di Giovanni si legge: «È venuto da loro e loro non lo hanno accettato», «la luce è venuta e il popolo ha scelto le tenebre». È quindi questo, ha spiegato Francesco, «che fa dolore al cuore di Gesù Cristo, questa storia di infedeltà, questa storia di non riconoscere le carezze di Dio, l’amore di Dio, di un Dio innamorato» che vuole la felicità dell’uomo.

Gesù, ha detto il Papa, «vide in quel momento cosa lo aspettava come Figlio. E pianse “perché questo popolo non ha riconosciuto il tempo in cui è stato visitato”».

A questo punto la meditazione del Pontefice si è rivolta alla vita quotidiana di ogni cristiano, perché, ha detto, «questo dramma non è accaduto soltanto nella storia e finito con Gesù. È il dramma di tutti i giorni». Ognuno di noi può chiedersi: «Io so riconoscere il tempo nel quale sono stato visitato? Mi visita Dio?».

Per meglio far comprendere il concetto, Francesco ha fatto riferimento alla liturgia di martedì scorso, nella quale si parlava di «tre momenti della visita di Dio: per correggere; per entrare in colloquio con noi; e per invitarsi alla nostra casa». In quell’occasione è emerso che «Dio sta, Gesù sta davanti a noi, e quando vuole correggerci ci dice: “Svegliati! Cambia vita! Questo non va bene!”. Poi quando vuol parlare con noi dice: “Io busso alla porta e chiamo. Aprimi!». Come quando a Zaccheo disse: «Scendi!» per «farsi invitare a casa».

E allora oggi possiamo domandarci: «Com’è il mio cuore davanti alla visita di Gesù?”». E anche «fare un esame di coscienza: “Io sono attento a quello che passa nel mio cuore? Io sento? So ascoltare le parole di Gesù, quando lui bussa alla mia porta o quando lui mi dice: “Svegliati! Correggiti!”; o quando lui mi dice: “Scendi, che voglio cenare con te”?». È una domanda importante perché, ha ammonito il Pontefice, «ognuno di noi può cadere nello stesso peccato del popolo di Israele, nello stesso peccato di Gerusalemme: non riconoscere il tempo nel quale siamo stati visitati».

Di fronte a tante nostre certezze — «Ma io sono sicuro delle mie cose. Io vado a messa, sono sicuro» — bisogna ricordare che «ogni giorno il Signore ci fa visita, ogni giorno bussa alla nostra porta». E dunque «dobbiamo imparare a riconoscere questo, per non finire in quella situazione tanto dolorosa» che si ritrova nelle parole del profeta Osea: «Quanto più li amavo, quanto più li chiamavo, più si allontanavano da me». Perciò ha ripetuto il Papa: «Tu fai tutti i giorni un esame di coscienza su questo? Oggi il Signore mi ha visitato? Ho sentito qualche invito, qualche ispirazione per seguirlo più da vicino, per fare un’opera di carità, per pregare un po’ di più?», insomma per realizzare tutte quelle cose alle quali «il Signore ci invita ogni giorno per incontrarsi con noi»?

L’insegnamento che emerge da questa meditazione è dunque che «Gesù pianse non solo per Gerusalemme, ma per tutti noi», e che egli «dà la sua vita, perché noi riconosciamo la sua visita». In tal senso il Pontefice ha ricordato «una frase molto forte» di sant’Agostino: «“Ho paura di Dio, di Gesù, quando passa!” — “Ma perché hai paura? — “Ho paura di non riconoscerlo!”». Perciò, ha concluso il Papa, «se tu non stai attento al tuo cuore, mai saprai se Gesù ti sta visitando o no».

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Il desiderio del potere si trasformi in volontà di amore e servizio: questa è la Via!

Per servire bene il Signore dobbiamo guardarci dall’essere sleali e ricercare il potere. E’ quanto affermato da Papa Francesco nella Messa mattutina a Casa Santa Marta. Il Pontefice ha quindi ribadito che non si può servire Dio e il mondo. Il servizio di Alessandro Gisotti:

“Siamo servi inutili”. Papa Francesco ha svolto la sua omelia muovendo dall’affermazione che ogni vero discepolo del Signore deve ripetere a se stesso.

La voglia di potere ci impedisce di servire il Signore
Ma quali sono, si chiede il Pontefice, gli ostacoli che impediscono di servire il Signore, di servirlo con libertà? Ce ne sono tanti, constata con amarezza, “uno è la voglia di potere”:

“Quante volte abbiamo visto, forse, a casa nostra: qui comando io! E quante volte, senza dirlo, abbiamo fatto sentire agli altri che ‘comando io’, no? Anche far vedere questo, no? La voglia di potere … E Gesù ci ha insegnato che colui che comanda diventi come colui che serve. O, se uno vuole essere il primo, sia il servitore di tutti. Gesù capovolge i valori della mondanità, del mondo. E questa voglia di potere non è la strada per diventare un servo del Signore, anzi: è un ostacolo, uno di questi ostacoli che abbiamo pregato il Signore di allontanare da noi”.

No alla slealtà di chi vuole servire Dio e il denaro
L’altro ostacolo, prosegue Francesco, succede “anche nella vita della Chiesa”, è “la slealtà”. Questo, è il suo avvertimento, avviene “quando qualcuno vuol servire il Signore ma anche serve altre cose che non sono il Signore”:

“Il Signore ci ha detto che nessun servo può avere due padroni. O serve Dio o serve il denaro. Gesù ce lo ha detto. E questo è un ostacolo: la slealtà. Che non è lo stesso di essere peccatore. Tutti siamo peccatori, e ci pentiamo di questo. Ma essere sleali è fare il doppio gioco, no? Giocare a destra e a sinistra, giocare a Dio e anche giocare al mondo, no? E questo è un ostacolo. Quello che ha voglia di potere e quello che è sleale, difficilmente può servire, diventare servo libero del Signore”.

Questi ostacoli, la voglia di potere, la slealtà, riprende Francesco, “tolgono la pace e ti portano a quel prurito del cuore di non essere in pace, sempre ansioso”. E questo, ribadisce, “ci porta a vivere in quella tensione della vanità mondana, vivere per apparire”.

Il servizio di Dio è libero, lo serviamo come figli non come schiavi
Quanta gente, è il suo rammarico “vive soltanto per essere in vetrina, per apparire, perché dicano: ‘Ah, che buono che è …’, per la fama. Fama mondana”. E così, è il suo ammonimento, “non si può servire il Signore”. Per questo, soggiunge, “chiediamo al Signore di togliere gli ostacoli perché nella serenità, sia del corpo sia dello spirito” possiamo “dedicarci liberamente al suo servizio”:

“Il servizio di Dio è libero: noi siamo figli, non schiavi. E servire Dio in pace, con serenità, quando Lui stesso ha tolto da noi gli ostacoli che tolgono la pace e la serenità, è servirlo con libertà. E quando noi serviamo il Signore con libertà, sentiamo quella pace più profonda ancora, no?, della voce del Signore: ‘Ah, vieni, vieni, vieni, servo buono e fedele’. E tutti vogliamo servire il Signore con bontà e fedeltà, ma abbiamo bisogno della sua grazia: da soli, non possiamo. E per questo, chiedere sempre questa grazia, che sia Lui a togliere questi ostacoli, che sia Lui a darci questa serenità, questa pace del cuore per servirlo liberamente, non come schiavi: come figli”.

“La libertà nel servizio”. Francesco evidenzia così che anche quando il nostro servizio è libero, dobbiamo ripetere che “siamo servi inutili” consapevoli che da soli non possiamo fare nulla. “Soltanto – afferma – dobbiamo chiedere e fare spazio perché Lui faccia in noi e Lui ci trasformi in servi liberi, in figli, non in schiavi”. “Che il Signore – è l’invocazione del Papa – ci aiuti ad aprire il cuore e a lasciare lavorare lo Spirito Santo, perché tolga da noi questi ostacoli, soprattutto la voglia di potere che fa tanto male, e la slealtà, la doppia faccia” di “voler servire Dio e il mondo”. “E così – ha concluso – ci dia questa serenità, questa pace per poterlo servire come figlio libero che alla fine, con tanto amore, Gli dice: ‘Padre, grazie, ma Tu sai: sono un servo inutile’.

(Da Radio Vaticana)

 

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“Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio”»

2016-10-28 L’Osservatore Romano

Gesù continua a pregare per ogni uomo: è questo «il fondamento della Chiesa» e anche la chiave per comprenderne la missione e il mistero. Lo ha affermato Francesco nella messa celebrata venerdì mattina, 28 ottobre, nella cappella della Casa Santa Marta.

Paul Gauguin, «Cristo nell’orto degli ulivi» (1889)

«Cosa è la Chiesa?»: precisamente a questa domanda rispondono «le due letture della liturgia della parola di oggi» che «sono un annuncio, anche una catechesi sulla Chiesa», ha spiegato il Papa riferendosi alla lettera agli Efesini (2, 19-22) e al passo evangelico di Luca (6, 12-19). Infatti «Paolo ci fa capire che noi siamo concittadini dei santi — la Chiesa ci dà questa cittadinanza — e che siamo tutti in una costruzione ben ordinata per essere tempio santo del Signore: edificati insieme sul fondamento degli apostoli, dei profeti; e la pietra d’angolo, è lo stesso Gesù». Egli «è il fondamento della Chiesa», ricorda Paolo.

«Nel Vangelo di Luca — ha proseguito il Pontefice — abbiamo visto la Chiesa in attività, in azione: Gesù che prega, che sceglie gli apostoli, che dà il nome a ognuno, che guarisce l’anima e il corpo e che era fra i discepoli, e anche tutta quella folla che cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti». Proprio «questo è la Chiesa, quello che Paolo ci insegna è questo in azione». L’apostolo afferma che «la pietra d’angolo è lo stesso Gesù»; e difatti «senza Gesù non c’è Chiesa: lui è il fondamento della Chiesa».

Francesco ha fatto notare che «il Vangelo incomincia con una cosa che ci fa riflettere: “Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio”». E «poi viene tutto l’altro: la gente, la scelta dei discepoli, le guarigioni, scaccia i demoni». Dunque «la pietra d’angolo è Gesù, sì: ma Gesù che prega». E «Gesù prega: ha pregato e continua a pregare per la Chiesa». Dunque «la pietra d’angolo della Chiesa è il Signore davanti al Padre che intercede per noi, che prega per noi: noi preghiamo lui, ma il fondamento è lui che prega per noi».

«Gesù sempre ha pregato per i suoi» ha affermato il Pontefice. «Nell’ultima cena — ha ricordato — ha pregato per i discepoli e chiedeva al Padre: “custodisci questi nella verità, accompagnali e non solo prego per questi, ma anche per quelli che verranno”». Inoltre, ha spiegato il Papa, «Gesù prega prima di fare qualche miracolo: pensiamo alla risurrezione di Lazzaro» quando «prega il Padre: “Grazie, Padre”».

Anche «sul monte degli Ulivi Gesù prega; sulla croce, finisce pregando: la sua vita finì in preghiera». E «questa è la nostra sicurezza, questo è il nostro fondamento, questa è la nostra pietra d’angolo: Gesù che prega per noi, Gesù che prega per me». Perciò «ognuno di noi può dire: “sono sicuro, sono sicura che Gesù prega per me, è davanti al Padre e mi nomina”». Ecco, dunque, «la pietra d’angolo della Chiesa: Gesù in preghiera».

In questa prospettiva Francesco ha riproposto il passo evangelico, «prima della Passione, quando Gesù si rivolge a Pietro con quell’avvertimento che è come l’eco del primo capitolo del libro di Giobbe: “Pietro, Pietro, Satana ha ottenuto il permesso di passarvi al vaglio come il grano, ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede». Ed «è bello» pensare — ha affermato il Papa — che le parole che Gesù dice a Pietro «le dice a te, a me e a tutti: “Io ho pregato per te, io prego per te, io adesso sto pregando per te”». E «quando viene sull’altare, lui viene a intercedere, a pregare per noi, come sulla croce». Questo «ci dà una grande sicurezza: io appartengo a questa comunità, salda perché ha come pietra d’angolo Gesù, ma Gesù che prega per me, che prega per noi».

In conclusione Francesco ha invitato a «riflettere su questo mistero della Chiesa: siamo tutti come una costruzione, ma il fondamento è Gesù, è Gesù che prega per noi. è Gesù che prega per me».

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La Pietra scartata dai costruttori è diventata Testata d’angolo!

2016-10-28 L’Osservatore Romano

Gesù continua a pregare per ogni uomo: è questo «il fondamento della Chiesa» e anche la chiave per comprenderne la missione e il mistero. Lo ha affermato Francesco nella messa celebrata venerdì mattina, 28 ottobre, nella cappella della Casa Santa Marta.

«Cosa è la Chiesa?»: precisamente a questa domanda rispondono «le due letture della liturgia della parola di oggi» che «sono un annuncio, anche una catechesi sulla Chiesa», ha spiegato il Papa riferendosi alla lettera agli Efesini (2, 19-22) e al passo evangelico di Luca (6, 12-19). Infatti «Paolo ci fa capire che noi siamo concittadini dei santi — la Chiesa ci dà questa cittadinanza — e che siamo tutti in una costruzione ben ordinata per essere tempio santo del Signore: edificati insieme sul fondamento degli apostoli, dei profeti; e la pietra d’angolo, è lo stesso Gesù». Egli «è il fondamento della Chiesa», ricorda Paolo.

«Nel Vangelo di Luca — ha proseguito il Pontefice — abbiamo visto la Chiesa in attività, in azione: Gesù che prega, che sceglie gli apostoli, che dà il nome a ognuno, che guarisce l’anima e il corpo e che era fra i discepoli, e anche tutta quella folla che cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti». Proprio «questo è la Chiesa, quello che Paolo ci insegna è questo in azione». L’apostolo afferma che «la pietra d’angolo è lo stesso Gesù»; e difatti «senza Gesù non c’è Chiesa: lui è il fondamento della Chiesa».

Francesco ha fatto notare che «il Vangelo incomincia con una cosa che ci fa riflettere: “Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio”». E «poi viene tutto l’altro: la gente, la scelta dei discepoli, le guarigioni, scaccia i demoni». Dunque «la pietra d’angolo è Gesù, sì: ma Gesù che prega». E «Gesù prega: ha pregato e continua a pregare per la Chiesa». Dunque «la pietra d’angolo della Chiesa è il Signore davanti al Padre che intercede per noi, che prega per noi: noi preghiamo lui, ma il fondamento è lui che prega per noi».

«Gesù sempre ha pregato per i suoi» ha affermato il Pontefice. «Nell’ultima cena — ha ricordato — ha pregato per i discepoli e chiedeva al Padre: “custodisci questi nella verità, accompagnali e non solo prego per questi, ma anche per quelli che verranno”». Inoltre, ha spiegato il Papa, «Gesù prega prima di fare qualche miracolo: pensiamo alla risurrezione di Lazzaro» quando «prega il Padre: “Grazie, Padre”».

Anche «sul monte degli Ulivi Gesù prega; sulla croce, finisce pregando: la sua vita finì in preghiera». E «questa è la nostra sicurezza, questo è il nostro fondamento, questa è la nostra pietra d’angolo: Gesù che prega per noi, Gesù che prega per me». Perciò «ognuno di noi può dire: “sono sicuro, sono sicura che Gesù prega per me, è davanti al Padre e mi nomina”». Ecco, dunque, «la pietra d’angolo della Chiesa: Gesù in preghiera».

In questa prospettiva Francesco ha riproposto il passo evangelico, «prima della Passione, quando Gesù si rivolge a Pietro con quell’avvertimento che è come l’eco del primo capitolo del libro di Giobbe: “Pietro, Pietro, Satana ha ottenuto il permesso di passarvi al vaglio come il grano, ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede». Ed «è bello» pensare — ha affermato il Papa — che le parole che Gesù dice a Pietro «le dice a te, a me e a tutti: “Io ho pregato per te, io prego per te, io adesso sto pregando per te”». E «quando viene sull’altare, lui viene a intercedere, a pregare per noi, come sulla croce». Questo «ci dà una grande sicurezza: io appartengo a questa comunità, salda perché ha come pietra d’angolo Gesù, ma Gesù che prega per me, che prega per noi».

In conclusione Francesco ha invitato a «riflettere su questo mistero della Chiesa: siamo tutti come una costruzione, ma il fondamento è Gesù, è Gesù che prega per noi. è Gesù che prega per me».

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La nostra vita è una vita intera o a metà?

2016-10-06 L’Osservatore Romano

La nostra «è una vita a metà»? Una vita che ignora la forza dello Spirito Santo? O siamo capaci aprirci a questo «grande dono del Padre»? Sono le domande sollevate da Papa Francesco nel corso della messa celebrata a Santa Marta giovedì 6 ottobre. Filo conduttore è stata, infatti, una riflessione sullo Spirito Santo suggerita dalle letture del giorno: il passo della lettera ai Galati (3, 1-5), dove nelle parole di san Paolo si incontra una «discussione teologica» dedicata allo Spirito, che è «difficile da seguire»; e il brano del Vangelo di Luca (11, 5-13), nel quale s’incontra quella che il Pontefice ha definito una «sorpresa»: una parabola, nella quale Gesù «parla della preghiera e alla fine dice: Chiedete e vi sarà dato. Vi sarà dato lo Spirito, lo Spirito Santo come grande dono».

Jean Sader,  «Pentecoste»

Proprio da qui è scaturita la prima indicazione di Francesco, che ha voluto sottolineare come lo Spirito Santo sia «la promessa di Gesù» nell’Ultima cena e il «gran dono del Padre», come si legge nella parabola: «Il vostro Padre vi darà lo Spirito». Uno Spirito che è «anche la forza della Chiesa». Non a caso, ha fatto notare il Papa, «quando ancora lo Spirito non era venuto e Gesù era asceso al cielo, erano tutti rinchiusi, nel Cenacolo; un po’ di paura avevano e non sapevano cosa fare». Invece, «dal momento in cui viene lo Spirito, la Chiesa si apre, esce, va avanti e la parola del Signore arriva sino ai confini della terra».

Perciò, ha detto il Pontefice concludendo questo primo ragionamento, lo Spirito Santo è «il protagonista della Chiesa», è «il protagonista di questo andare avanti della Chiesa»: senza di lui c’è «chiusura, paura», con lui c’è «coraggio».

Nel passaggio successivo della meditazione si è aggiunta la provocazione per ogni cristiano: «Com’è il nostro atteggiamento con lo Spirito, come noi viviamo con lo Spirito»?

Il Papa ha ipotizzato tre possibili risposte. La prima richiama l’atteggiamento che era dei Galati a cui parlava san Paolo. «È vero — ha detto il Pontefice — che tutti noi abbiamo ricevuto la legge, ma dopo la legge il Signore ci giustifica con la grazia, con suo figlio morto e risorto». Ci è stato dato, cioè, «qualcosa di più della legge», ovvero Gesù «che dà senso alla legge». Eppure quei Galati, anche se avevano creduto in Gesù crocifisso, «poi hanno sentito alcuni teologi che dicevano loro: “No, no! La legge è la legge! Quello che ti giustifica è la legge”». E così «lasciavano Gesù Cristo da parte». In pratica, erano «troppo rigidi» e «per loro quello che contava di più era la legge: si deve fare questo, si deve fare quest’altro…». Sono lo stesso tipo di persone che attaccavano Gesù e che egli definiva «ipocriti».

Cosa accade in chi ragiona in questo modo? «Questo attaccamento alla legge fa ignorare lo Spirito Santo» e non lascia «che la forza della redenzione di Cristo proceda per opera dello Spirito». Ora, ha specificato il Pontefice, è vero che «ci sono i comandamenti e noi dobbiamo seguire i comandamenti», ma sempre a partire «dalla grazia di questo dono grande che ci ha dato il Padre». Solo così si capisce davvero la legge, e non riducendo «lo Spirito e il Figlio alla Legge».

Proprio questo, ha spiegato il Papa, «era il problema di questa gente: ignoravano lo Spirito Santo e non sapevano andare avanti. Erano chiusi, chiusi nelle prescrizioni: si deve fare questo, si deve fare quell’altro». Ed è la stessa tentazione nella quale può cadere ogni cristiano: quella di «ignorare lo Spirito Santo».

C’è poi, ha continuato Francesco, un secondo atteggiamento, ed è quello che porta a «rattristare» lo Spirito Santo. In questo senso «Paolo agli Efesini dice: “Per favore, non rattristate lo Spirito Santo!”». Ma quand’è che accade questo? Quando, ha affermato il Papa, «non lasciamo che lui ci ispiri, ci porti avanti nella vita cristiana; quando diciamo: “Sì, sì, c’è lo Spirito che dà senso alla mia vita”, ma non lasciamo che lui ci dica – e non con la teologia della legge, ma con la libertà dello Spirito – cosa dobbiamo fare». Accade allora che «non sappiamo con quale ispirazione facciamo le cose e diventiamo tiepidi». In definitiva, questa è «la mediocrità cristiana», che si verifica quando si impedisce allo Spirito di realizzare «la grande opera in noi».

Quindi, il primo atteggiamento è quello di «ignorare lo Spirito Santo». È quello dei dottori della legge che, ha sottolineato il Pontefice, «incantano con le idee, perché le ideologie incantano». San Paolo chiede infatti: «Stolti Galati, chi vi ha incantati?». Ma è un richiamo che vale anche per tutti coloro che si fanno abbindolare da «quelli che predicano con ideologie» e lasciano intendere che per loro è tutto chiaro. Invece, ha spiegato Francesco, se è vero che la rivelazione di Dio «è chiarissima», è anche vero che «dobbiamo trovarla in cammino»; e «quelli che credono» di avere «tutta la verità in mano sono ignoranti».

In secondo luogo, si corre il rischio di rattristare lo Spirito Santo. Infine c’è «il terzo atteggiamento», ed è quello di «aprirsi allo Spirito Santo e lasciare che lo Spirito ci porti avanti». È quanto è accaduto agli apostoli che nel giorno di Pentecoste «hanno perso la paura e si sono aperti allo Spirito Santo». È proprio questo che viene sottolineato anche dal canto al Vangelo della liturgia del giorno: «Apri, Signore, il nostro cuore e accoglieremo le parole di tuo Figlio». Ha spiegato il Papa: «Per capire, per accogliere le parole di Gesù è necessario aprirsi alla forza dello Spirito Santo. E quando un uomo, una donna, si apre allo Spirito Santo, è come una barca a vela che si lascia trascinare dal vento e va avanti, avanti, avanti e non si ferma più».

Per vivere in pieno questa realtà, ha suggerito Francesco, occorre pregare. È infatti quanto si legge anche nella parabola evangelica, dove l’uomo chiede con insistenza: «Dammi il pane. Apri la porta, dammi del pane». E Gesù ricorda: «Come voi siete capaci di dare cose buone ai vostri figli, il vostro Padre non vi darà lo Spirito, il gran dono, la grande cosa buona».

Il Pontefice ha quindi concluso la meditazione suggerendo a ognuno di confrontarsi con alcuni quesiti: «io ignoro lo Spirito Santo?»; «la mia vita è una vita a metà, tiepida, che rattrista lo Spirito Santo e non lascia in me la forza di andare avanti», oppure «è una preghiera continua per aprirsi allo Spirito Santo, perché lui mi porti avanti con la gioia del Vangelo e mi faccia capire la dottrina di Gesù, la vera dottrina, quella che non incanta, quella che non ci fa stolti, ma la vera» che insegna «la strada della salvezza?».

siamo tutti come una costruzione, ma il fondamento è Gesù, è Gesù che prega per noi. è Gesù che prega per me

2016-10-28 L’Osservatore Romano

Gesù continua a pregare per ogni uomo: è questo «il fondamento della Chiesa» e anche la chiave per comprenderne la missione e il mistero. Lo ha affermato Francesco nella messa celebrata venerdì mattina, 28 ottobre, nella cappella della Casa Santa Marta.

Paul Gauguin, «Cristo nell’orto degli ulivi» (1889)

«Cosa è la Chiesa?»: precisamente a questa domanda rispondono «le due letture della liturgia della parola di oggi» che «sono un annuncio, anche una catechesi sulla Chiesa», ha spiegato il Papa riferendosi alla lettera agli Efesini (2, 19-22) e al passo evangelico di Luca (6, 12-19). Infatti «Paolo ci fa capire che noi siamo concittadini dei santi — la Chiesa ci dà questa cittadinanza — e che siamo tutti in una costruzione ben ordinata per essere tempio santo del Signore: edificati insieme sul fondamento degli apostoli, dei profeti; e la pietra d’angolo, è lo stesso Gesù». Egli «è il fondamento della Chiesa», ricorda Paolo.

«Nel Vangelo di Luca — ha proseguito il Pontefice — abbiamo visto la Chiesa in attività, in azione: Gesù che prega, che sceglie gli apostoli, che dà il nome a ognuno, che guarisce l’anima e il corpo e che era fra i discepoli, e anche tutta quella folla che cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti». Proprio «questo è la Chiesa, quello che Paolo ci insegna è questo in azione». L’apostolo afferma che «la pietra d’angolo è lo stesso Gesù»; e difatti «senza Gesù non c’è Chiesa: lui è il fondamento della Chiesa».

Francesco ha fatto notare che «il Vangelo incomincia con una cosa che ci fa riflettere: “Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio”». E «poi viene tutto l’altro: la gente, la scelta dei discepoli, le guarigioni, scaccia i demoni». Dunque «la pietra d’angolo è Gesù, sì: ma Gesù che prega». E «Gesù prega: ha pregato e continua a pregare per la Chiesa». Dunque «la pietra d’angolo della Chiesa è il Signore davanti al Padre che intercede per noi, che prega per noi: noi preghiamo lui, ma il fondamento è lui che prega per noi».

«Gesù sempre ha pregato per i suoi» ha affermato il Pontefice. «Nell’ultima cena — ha ricordato — ha pregato per i discepoli e chiedeva al Padre: “custodisci questi nella verità, accompagnali e non solo prego per questi, ma anche per quelli che verranno”». Inoltre, ha spiegato il Papa, «Gesù prega prima di fare qualche miracolo: pensiamo alla risurrezione di Lazzaro» quando «prega il Padre: “Grazie, Padre”».

Anche «sul monte degli Ulivi Gesù prega; sulla croce, finisce pregando: la sua vita finì in preghiera». E «questa è la nostra sicurezza, questo è il nostro fondamento, questa è la nostra pietra d’angolo: Gesù che prega per noi, Gesù che prega per me». Perciò «ognuno di noi può dire: “sono sicuro, sono sicura che Gesù prega per me, è davanti al Padre e mi nomina”». Ecco, dunque, «la pietra d’angolo della Chiesa: Gesù in preghiera».

In questa prospettiva Francesco ha riproposto il passo evangelico, «prima della Passione, quando Gesù si rivolge a Pietro con quell’avvertimento che è come l’eco del primo capitolo del libro di Giobbe: “Pietro, Pietro, Satana ha ottenuto il permesso di passarvi al vaglio come il grano, ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede». Ed «è bello» pensare — ha affermato il Papa — che le parole che Gesù dice a Pietro «le dice a te, a me e a tutti: “Io ho pregato per te, io prego per te, io adesso sto pregando per te”». E «quando viene sull’altare, lui viene a intercedere, a pregare per noi, come sulla croce». Questo «ci dà una grande sicurezza: io appartengo a questa comunità, salda perché ha come pietra d’angolo Gesù, ma Gesù che prega per me, che prega per noi».

In conclusione Francesco ha invitato a «riflettere su questo mistero della Chiesa: siamo tutti come una costruzione, ma il fondamento è Gesù, è Gesù che prega per noi. è Gesù che prega per me».

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Il Cristiano è uno che,nella sua vita di ogni giorno,sta sempre in Cammino per fare il Bene

2016-10-13 Radio Vaticana

I cristiani sentano sempre il bisogno di essere perdonati e siano in cammino verso l’incontro con Dio. E’ quanto affermato da Papa Francesco nella Messa mattutina a Casa Santa Marta. Il Pontefice ha tracciato un ritratto del buon cristiano che, ha detto, deve sempre sentire su di sé la benedizione del Signore e andare avanti per fare il bene. Il servizio di Alessandro Gisotti:

“Il cristiano è benedetto dal Padre, da Dio”. Papa Francesco ha svolto la sua omelia muovendo dal passo della Lettera di Paolo agli Efesini, contenuto nella Prima Lettura di oggi. Quindi, si è soffermato su quali siano i “tratti di questa benedizione” per un cristiano. Innanzitutto, ha osservato, “il cristiano è una persona scelta”.

Il Padre ci ha scelti uno ad uno, ci vuole bene e ci ha dato un nome
Dio ci chiama uno ad uno, “non come una moltitudine oceanica”. Noi, ha ribadito, siamo stati scelti, aspettati dal Padre:

“Pensiamo ad una coppia, quando aspetta un bambino: ‘Come sarà? E come sarà il suo sorriso? E come parlerà?’ Ma io oso dire che anche noi, ognuno di noi, è stato sognato dal Padre come un papà e una mamma sognano il figlio che aspettano. E questo ti dà una sicurezza grande. Il Padre ha voluto te, non la massa di gente, no: te, te, te. Ognuno di noi. E’ il fondamento, è la base del nostro rapporto con Dio. Noi parliamo ad un Padre che ci vuole bene, che ci ha scelti, che ci ha dato un nome”.

Si capisce, ha detto ancora, quando un cristiano “non si sente scelto dal Padre”. Quando invece si sente di appartenere ad una comunità, rileva il Papa, “è come un tifoso di una squadra di calcio”. “Il tifoso – ha commentato – sceglie la squadra e appartiene alla squadra di calcio”.

Il vero cristiano sente sempre di aver bisogno del perdono di Dio
Il cristiano, dunque, “è uno scelto, è un sognato da Dio”. E quando viviamo così, ha soggiunto, “sentiamo nel cuore una grande consolazione”, non ci sentiamo “abbandonati”, non ci viene detto “arrangiati come puoi”. Il secondo tratto della benedizione del cristiano è il sentirsi perdonati. “Un uomo o una donna che non si sente perdonato”, ha ammonito, non è pienamente “cristiano”:

“Tutti noi siamo stati perdonati col prezzo del sangue di Cristo. Ma di che cosa io sono stato perdonato? Ma fa un po’ di memoria e ricorda un po’ le cose brutte che tu hai fatto, non quelle che ha fatto il tuo amico, il tuo vicino, la tua vicina: le tue. ‘Che cosa brutta io ho fatto nella vita?’ Il Signore ha perdonato queste cose. Ecco, sono benedetto, sono cristiano. Cioè, primo tratto: sono scelto, sognato da Dio, con un nome che Dio mi ha dato, amato da Dio. Secondo tratto: perdonato da Dio”.

Il cristiano non è mai fermo, ma sempre in cammino per fare il bene
Terzo tratto, ha proseguito Francesco: il cristiano “è un uomo e una donna in cammino verso la pienezza, verso l’incontro col Cristo che ci ha redento”:

“Non si può capire un cristiano fermo. Il cristiano sempre deve andare avanti, deve camminare. Il cristiano fermo è quell’uomo che aveva ricevuto il talento e per paura della vita, per paura di perderlo, per paura del padrone, per paura o per comodità, ha sotterrato e lascia lì il talento, e lui è tranquillo e passa la vita senza andare. Il cristiano è un uomo in cammino, una donna in cammino, che fa sempre il bene, che cerca di fare il bene, di andare avanti”.

Questa, ha sintetizzato, è l’identità cristiana: “benedetti, perché scelti, perché perdonati e perché in cammino”. Noi, ha concluso, “non siamo anonimi, noi non siamo superbi”, tanto da non avere “bisogno del perdono”. Ancora, noi “non siamo fermi”. “Che il Signore – è stata la sua invocazione – ci accompagni con questa grazia della benedizione che ci ha dato, cioè la benedizione della nostra identità cristiana”.

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La nostra vita è una vita a metà, se ignora la Forza dello Spirito Santo

2016-10-06 L’Osservatore Romano

La nostra «è una vita a metà»? Una vita che ignora la forza dello Spirito Santo? O siamo capaci aprirci a questo «grande dono del Padre»? Sono le domande sollevate da Papa Francesco nel corso della messa celebrata a Santa Marta giovedì 6 ottobre. Filo conduttore è stata, infatti, una riflessione sullo Spirito Santo suggerita dalle letture del giorno: il passo della lettera ai Galati (3, 1-5), dove nelle parole di san Paolo si incontra una «discussione teologica» dedicata allo Spirito, che è «difficile da seguire»; e il brano del Vangelo di Luca (11, 5-13), nel quale s’incontra quella che il Pontefice ha definito una «sorpresa»: una parabola, nella quale Gesù «parla della preghiera e alla fine dice: Chiedete e vi sarà dato. Vi sarà dato lo Spirito, lo Spirito Santo come grande dono».

Jean Sader,  «Pentecoste»

Proprio da qui è scaturita la prima indicazione di Francesco, che ha voluto sottolineare come lo Spirito Santo sia «la promessa di Gesù» nell’Ultima cena e il «gran dono del Padre», come si legge nella parabola: «Il vostro Padre vi darà lo Spirito». Uno Spirito che è «anche la forza della Chiesa». Non a caso, ha fatto notare il Papa, «quando ancora lo Spirito non era venuto e Gesù era asceso al cielo, erano tutti rinchiusi, nel Cenacolo; un po’ di paura avevano e non sapevano cosa fare». Invece, «dal momento in cui viene lo Spirito, la Chiesa si apre, esce, va avanti e la parola del Signore arriva sino ai confini della terra».

Perciò, ha detto il Pontefice concludendo questo primo ragionamento, lo Spirito Santo è «il protagonista della Chiesa», è «il protagonista di questo andare avanti della Chiesa»: senza di lui c’è «chiusura, paura», con lui c’è «coraggio».

Nel passaggio successivo della meditazione si è aggiunta la provocazione per ogni cristiano: «Com’è il nostro atteggiamento con lo Spirito, come noi viviamo con lo Spirito»?

Il Papa ha ipotizzato tre possibili risposte. La prima richiama l’atteggiamento che era dei Galati a cui parlava san Paolo. «È vero — ha detto il Pontefice — che tutti noi abbiamo ricevuto la legge, ma dopo la legge il Signore ci giustifica con la grazia, con suo figlio morto e risorto». Ci è stato dato, cioè, «qualcosa di più della legge», ovvero Gesù «che dà senso alla legge». Eppure quei Galati, anche se avevano creduto in Gesù crocifisso, «poi hanno sentito alcuni teologi che dicevano loro: “No, no! La legge è la legge! Quello che ti giustifica è la legge”». E così «lasciavano Gesù Cristo da parte». In pratica, erano «troppo rigidi» e «per loro quello che contava di più era la legge: si deve fare questo, si deve fare quest’altro…». Sono lo stesso tipo di persone che attaccavano Gesù e che egli definiva «ipocriti».

Cosa accade in chi ragiona in questo modo? «Questo attaccamento alla legge fa ignorare lo Spirito Santo» e non lascia «che la forza della redenzione di Cristo proceda per opera dello Spirito». Ora, ha specificato il Pontefice, è vero che «ci sono i comandamenti e noi dobbiamo seguire i comandamenti», ma sempre a partire «dalla grazia di questo dono grande che ci ha dato il Padre». Solo così si capisce davvero la legge, e non riducendo «lo Spirito e il Figlio alla Legge».

Proprio questo, ha spiegato il Papa, «era il problema di questa gente: ignoravano lo Spirito Santo e non sapevano andare avanti. Erano chiusi, chiusi nelle prescrizioni: si deve fare questo, si deve fare quell’altro». Ed è la stessa tentazione nella quale può cadere ogni cristiano: quella di «ignorare lo Spirito Santo».

C’è poi, ha continuato Francesco, un secondo atteggiamento, ed è quello che porta a «rattristare» lo Spirito Santo. In questo senso «Paolo agli Efesini dice: “Per favore, non rattristate lo Spirito Santo!”». Ma quand’è che accade questo? Quando, ha affermato il Papa, «non lasciamo che lui ci ispiri, ci porti avanti nella vita cristiana; quando diciamo: “Sì, sì, c’è lo Spirito che dà senso alla mia vita”, ma non lasciamo che lui ci dica – e non con la teologia della legge, ma con la libertà dello Spirito – cosa dobbiamo fare». Accade allora che «non sappiamo con quale ispirazione facciamo le cose e diventiamo tiepidi». In definitiva, questa è «la mediocrità cristiana», che si verifica quando si impedisce allo Spirito di realizzare «la grande opera in noi».

Quindi, il primo atteggiamento è quello di «ignorare lo Spirito Santo». È quello dei dottori della legge che, ha sottolineato il Pontefice, «incantano con le idee, perché le ideologie incantano». San Paolo chiede infatti: «Stolti Galati, chi vi ha incantati?». Ma è un richiamo che vale anche per tutti coloro che si fanno abbindolare da «quelli che predicano con ideologie» e lasciano intendere che per loro è tutto chiaro. Invece, ha spiegato Francesco, se è vero che la rivelazione di Dio «è chiarissima», è anche vero che «dobbiamo trovarla in cammino»; e «quelli che credono» di avere «tutta la verità in mano sono ignoranti».

In secondo luogo, si corre il rischio di rattristare lo Spirito Santo. Infine c’è «il terzo atteggiamento», ed è quello di «aprirsi allo Spirito Santo e lasciare che lo Spirito ci porti avanti». È quanto è accaduto agli apostoli che nel giorno di Pentecoste «hanno perso la paura e si sono aperti allo Spirito Santo». È proprio questo che viene sottolineato anche dal canto al Vangelo della liturgia del giorno: «Apri, Signore, il nostro cuore e accoglieremo le parole di tuo Figlio». Ha spiegato il Papa: «Per capire, per accogliere le parole di Gesù è necessario aprirsi alla forza dello Spirito Santo. E quando un uomo, una donna, si apre allo Spirito Santo, è come una barca a vela che si lascia trascinare dal vento e va avanti, avanti, avanti e non si ferma più».

Per vivere in pieno questa realtà, ha suggerito Francesco, occorre pregare. È infatti quanto si legge anche nella parabola evangelica, dove l’uomo chiede con insistenza: «Dammi il pane. Apri la porta, dammi del pane». E Gesù ricorda: «Come voi siete capaci di dare cose buone ai vostri figli, il vostro Padre non vi darà lo Spirito, il gran dono, la grande cosa buona».

Il Pontefice ha quindi concluso la meditazione suggerendo a ognuno di confrontarsi con alcuni quesiti: «io ignoro lo Spirito Santo?»; «la mia vita è una vita a metà, tiepida, che rattrista lo Spirito Santo e non lascia in me la forza di andare avanti», oppure «è una preghiera continua per aprirsi allo Spirito Santo, perché lui mi porti avanti con la gioia del Vangelo e mi faccia capire la dottrina di Gesù, la vera dottrina, quella che non incanta, quella che non ci fa stolti, ma la vera» che insegna «la strada della salvezza?».

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