«Che cosa vuoi che io faccia per te?». Egli rispose: «Signore, che io veda di nuovo!»

35Mentre si avvicinava a Gerico, un cieco era seduto lungo la strada a mendicare.36Sentendo passare la gente, domandò che cosa accadesse. 37Gli annunciarono: «Passa Gesù, il Nazareno!». 38Allora gridò dicendo: «Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!».39Quelli che camminavano avanti lo rimproveravano perché tacesse; ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». 40Gesù allora si fermò e ordinò che lo conducessero da lui. Quando fu vicino, gli domandò: 41«Che cosa vuoi che io faccia per te?». Egli rispose: «Signore, che io veda di nuovo!». 42E Gesù gli disse: «Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato». 43Subito ci vide di nuovo e cominciò a seguirlo glorificando Dio. E tutto il popolo, vedendo, diede lode a Dio.

Dalla Parola del giorno

Mentre si avvicinava a Gerico, un cieco era seduto a mendicare lungo la strada.

Come vivere questa Parola?

“Un cieco era seduto a mendicare lungo la strada”: ecco il fotogramma di un’esistenza spezzata, ridotta ai margini, tagliata fuori. Chi non vede è costretto infatti a vivere nel disagio dell’incomunicabilità, ha una percezione ridotta delle cose e si riduce via via anche all’immobilità, a quello stare seduti che, nei vangeli, è spesso sino-nimo di pesantezza esistenziale, conflittualità latente o manifesta. Soprattutto con se stessi.

Non solo: ai tempi Gesù, un cieco come poteva procurarsi di che vivere? Facendo il mendicante. Un’ulteriore disgrazia, perché chi mendica è squalificato come uomo, è inutile e reca disturbo. Non a caso gli stessi discepo-li cercano di schivarlo e di farlo tacere.

Ebbene, dinanzi a questo sottobosco di umanità degradata, Gesù s’arresta. Dice il testo: “si fermò”. Fermiamoci anche noi dinanzi a questa icona di amore compassionevole che irrompe nel vissuto buio di un uomo dimezzato per restituirgli la gioia di vivere. Sì, perché “vedere di nuovo” significa rivivere. Meglio, rinascere a vita nuova. Fermiamoci a contemplare ciò che Dio ha operato anche in noi arrestandosi misericordioso ai margini della no-stra cecità. Per ridare senso alla nostra vita o, più semplicemente, per illuminarne alcuni angoli oscuri.

Ora, se Gesù ha agito così con noi, come possiamo permetterci di schivare sdegnosi o indifferenti la cecità degli altri, costringendoli a tacere, a non importunarci, a non essere invadenti?

Oggi, nella mia pausa contemplativa, chiedo al Signore un cuore nuovo, capace di gratitudine e di speranza. Gratitudine, in risposta alla sua misericordia. Speranza, per credere che la cecità gridata a Dio è preludio di lu-ce.

“Signore, che io riabbia la vista!”

La voce di un autore spirituale del nostro tempo

Dobbiamo comprendere che il nostro primo compito e la nostra prima efficacia risiedono in una supplica insi-stente e costante a Dio perché agisca nel segreto dei cuori.
Padre J. Loew

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Commento al Vangelo di oggi – Il Cieco di Gerico

Lc 18,35-43

Quanta differenza tra l’Antico e il Nuovo Testamento sulla visione di Dio. Nell’Antico Patto Mosè chiese ardentemente di vedere il Signore e dovette nascondersi nelle fenditure della roccia al passaggio del suo Signore. È come se il Signore gli avesse detto: Tu mi puoi vedere, ma da cieco. Puoi sentire i miei passi, ma non puoi vedere il volto. Dio è il Trascendente, l’Invisibile, il Nascosto, il Lontano, il Totalmente Altro.

Mosè disse al Signore: «Vedi, tu mi ordini: “Fa’ salire questo popolo”, ma non mi hai indicato chi manderai con me; eppure hai detto: “Ti ho conosciuto per nome, anzi hai trovato grazia ai miei occhi”. Ora, se davvero ho trovato grazia ai tuoi occhi, indicami la tua via, così che io ti conosca e trovi grazia ai tuoi occhi; considera che questa nazione è il tuo popolo». Rispose: «Il mio volto camminerà con voi e ti darò riposo». Riprese: «Se il tuo volto non camminerà con noi, non farci salire di qui. Come si saprà dunque che ho trovato grazia ai tuoi occhi, io e il tuo popolo, se non nel fatto che tu cammini con noi? Così saremo distinti, io e il tuo popolo, da tutti i popoli che sono sulla faccia della terra».

Disse il Signore a Mosè: «Anche quanto hai detto io farò, perché hai trovato grazia ai miei occhi e ti ho conosciuto per nome». Gli disse: «Mostrami la tua gloria!». Rispose: «Farò passare davanti a te tutta la mia bontà e proclamerò il mio nome, Signore, davanti a te. A chi vorrò far grazia farò grazia e di chi vorrò aver misericordia avrò misericordia». Soggiunse: «Ma tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo». Aggiunse il Signore: «Ecco un luogo vicino a me. Tu starai sopra la rupe: quando passerà la mia gloria, io ti porrò nella cavità della rupe e ti coprirò con la mano, finché non sarò passato. Poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non si può vedere» (Es 33,12-23).

Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui e proclamò il nome del Signore. Il Signore passò davanti a lui, proclamando: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà, che conserva il suo amore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato, ma non lascia senza punizione, che castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione». Mosè si curvò in fretta fino a terra e si prostrò. Disse: «Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, Signore, che il Signore cammini in mezzo a noi. Sì, è un popolo di dura cervice, ma tu perdona la nostra colpa e il nostro peccato: fa’ di noi la tua eredità» (Es 34,5-9).

Gesù, Dio, il Signore, cammina in mezzo al suo popolo, passa in mezzo a loro, non solo quanti vedono, ma anche i ciechi possono ora contemplare il suo volto. Dio non è più la Trascendenza, la Lontananza, L’Alterità divina ed eterna. Lui ora è presenza incarnata, fatta vero uomo, perché ogni uomo lo possa vedere. L’umanità, raffigurata da questo cieco di Gerico, chiede al suo Dio gli occhi per poter contemplare la sua gloria e il Signore gli concede questa grazia. Lui può seguire il suo Signore, il suo Dio.

Il Signore passa. Non possiamo permettere che Lui se ne vada senza che noi lo vediamo, senza che lo seguiamo, senza che camminiamo dietro di Lui. Con il nostro Cristo dobbiamo osare, essere espliciti nelle richieste, avere una fede grande nel suo cuore, ricco di misericordia e di bontà. Quando Lui non ci ascolta e gli altri ci dicono di non gridare, è allora che dobbiamo urlare. Lui ci chiamerà. Noi ci accosteremo. Chiederemo di poter vedere Lui, perché solo vedendo Lui siamo capaci di vedere ogni altra cosa. Se non vediamo Lui, vedere o non vedere è la stessa cosa. Siamo ciechi.

Vergine Maria, Madre della Redenzione, Angeli, Santi, dateci la gioia di vedere Gesù.

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Commento al Vangelo del giorno

Lc 21,5-19

In quel tempo, 5mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: 6«Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta».

7Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». 8Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! 9Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine».

10Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, 11e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.

12Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. 13Avrete allora occasione di dare testimonianza. 14Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; 15io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere. 16Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; 17sarete odiati da tutti a causa del mio nome. 18Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto.19Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita.

Il linguaggio apocalittico annunzia sempre una distruzione. Essa però non è di condanna definitiva. Deve essere intesa come vera cura medicinale.

Ascoltatemi attenti, o mio popolo; o mia nazione, porgetemi l’orecchio. Poiché da me uscirà la legge, porrò il mio diritto come luce dei popoli. La mia giustizia è vicina, si manifesterà la mia salvezza; le mie braccia governeranno i popoli. In me spereranno le isole, avranno fiducia nel mio braccio. Alzate al cielo i vostri occhi e guardate la terra di sotto, poiché i cieli si dissolveranno come fumo, la terra si logorerà come un vestito e i suoi abitanti moriranno come larve. Ma la mia salvezza durerà per sempre, la mia giustizia non verrà distrutta. Ascoltatemi, esperti della giustizia, popolo che porti nel cuore la mia legge. Non temete l’insulto degli uomini, non vi spaventate per i loro scherni; poiché le tarme li roderanno come una veste e la tignola li roderà come lana, ma la mia giustizia durerà per sempre, la mia salvezza di generazione in generazione. Svégliati, svégliati, rivèstiti di forza, o braccio del Signore. Svégliati come nei giorni antichi, come tra le generazioni passate. Non sei tu che hai fatto a pezzi Raab, che hai trafitto il drago? Non sei tu che hai prosciugato il mare, le acque del grande abisso, e hai fatto delle profondità del mare una strada, perché vi passassero i redenti? Ritorneranno i riscattati dal Signore e verranno in Sion con esultanza; felicità perenne sarà sul loro capo, giubilo e felicità li seguiranno, svaniranno afflizioni e sospiri.

Io, io sono il vostro consolatore. Chi sei tu perché tu tema uomini che muoiono e un figlio dell’uomo che avrà la sorte dell’erba? Hai dimenticato il Signore tuo creatore, che ha dispiegato i cieli e gettato le fondamenta della terra. Avevi sempre paura, tutto il giorno, davanti al furore dell’avversario, perché egli tentava di distruggerti. Ma dov’è ora il furore dell’avversario? Il prigioniero sarà presto liberato; egli non morirà nella fossa né mancherà di pane. Io sono il Signore, tuo Dio, che agita il mare così che ne fremano i flutti – Signore degli eserciti è il suo nome. Io ho posto le mie parole sulla tua bocca, ti ho nascosto sotto l’ombra della mia mano, quando ho dispiegato i cieli e fondato la terra, e ho detto a Sion: «Tu sei mio popolo». Svégliati, svégliati, àlzati, Gerusalemme, che hai bevuto dalla mano del Signore il calice della sua ira; la coppa, il calice della vertigine, hai bevuto, l’hai vuotata. Nessuno la guida tra tutti i figli che essa ha partorito; nessuno la prende per mano tra tutti i figli che essa ha allevato. Due mali ti hanno colpito, chi avrà pietà di te? Desolazione e distruzione, fame e spada, chi ti consolerà? I tuoi figli giacciono privi di forze agli angoli di tutte le strade, come antilope in una rete, pieni dell’ira del Signore, della minaccia del tuo Dio. Perciò ascolta anche questo, o misera, o ebbra, ma non di vino. Così dice il Signore, tuo Dio, il tuo Dio che difende la causa del suo popolo: «Ecco, io ti tolgo di mano il calice della vertigine, la coppa, il calice della mia ira; tu non lo berrai più. Lo metterò in mano ai tuoi torturatori che ti dicevano: “Cùrvati, che noi ti passiamo sopra”. Tu facevi del tuo dorso un suolo e una strada per i passanti» (Is 51,4-23).

Gerusalemme sarà distrutta, rasa al suolo, ma come grande grazia per la conversione.

La vita sulla terra è una continua catastrofe. Anche questa è grazia di conversione.

Vergine Maria, Madre della Redenzione, Angeli, Santi, aiutateci perché ci convertiamo.

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La prima lettura tratta dal libro del profeta Malacchia ci parla del “giorno del Signore”

Lc 21,5-19

In quel tempo, 5mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: 6«Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta».

7Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». 8Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! 9Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine».

10Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, 11e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.

12Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. 13Avrete allora occasione di dare testimonianza. 14Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; 15io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere. 16Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; 17sarete odiati da tutti a causa del mio nome. 18Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto.19Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita.

Alla fine di ogni anno liturgico ci viene proposto il discorso sulle realtà ultime, mediante il linguaggio apocalittico escatologico. Tra la fine del secolo scorso e l’inizio del nuovo secolo, non si fa altro che parlare e scrivere della fine del mondo, che sarà dovuta da questa o da quella catastrofe di cui è responsabile l’uomo comune non i così detti scienziati o politici.
L’ossessione di una fine del mondo, accompagnata da sconvolgimenti cosmici e da cataclismi di ogni genere e specie, è presente in tutti i consessi degli ultimi cento anni. Volta per volta sono: la minaccia di un possibile conflitto nucleare, nel secolo scorso la guerra fredda oggi l’ISIS; lo scempio della natura, causato dall’uomo mediante la deforestazione; la presenza di ” gas serra” nell’atmosfera, causata sempre dall’uomo, per l’approvvigionamento di energia da carbon fossile, petrolio e di proteine da carne bovina, in modo particolare, sono responsabili dell’innalzamento delle temperature, dello scioglimento dei ghiacci che causano l’innalzamento dei livelli delle acque dei mari. Tutte queste ed altre innumerevoli cause, vengono dai mass-media amplificati e presentati, come se la fine del mondo sia ormai imminente. Tutte queste ipotesi fanno sì che molti cristiani siano attratti da questi discorsi visionari di certi studiosi, non dimentichiamoci di ciò che si diceva a proposito del buco dell’ozono, di cui oggi non si parla più: il buco si è chiuso e la catastrofe si è modificata.
Il Vangelo di Luca, dell’odierna liturgia, ci dice che non c’è rapporto alcuno tra la distruzione del tempio di Gerusalemme, come si credeva da parte di giudei e cristiani suoi contemporanei, e la fine del mondo. Questo vangelo annunzia che, prima della consumazione dei secoli, i discepoli di Gesù devono andare incontro a molte persecuzioni, le quali, se superate, diventano garanzia di salvezza, perché mettono in evidenza la costanza della fede, la quale è assolutamente necessaria in ogni circostanza e momento della storia. Anche se molte cose crollano, rimanere saldi nel Signore, è ciò che non delude.

La prima lettura tratta dal libro del profeta Malacchia ci parla del “giorno del Signore”. Questo è un giorno caratterizzato dall’instaurazione della giustizia, in cui Dio giudicherà la storia e capovolgerà le posizioni fissate dagli uomini, egoisti presuntuosi e sfrontati. Io, come individuo, devo estirpare da dentro di me, superbia e ingiustizia in quanto sono “radice e germoglio”, ossia materiale che impedisce di far parte del Regno di Dio, prima che arrivi il ” giorno del Signore”. A tal uopo ognuno deve allestire un ” forno rovente” in cui bruciare ” come paglia” tutto ciò che nel nostro intimo fa parte di un mondo decrepito quantunque, questa rinuncia sia dolorosa. E’ importante saper individuare ciò che deve essere eliminato ma è urgente orientarsi a coltivare ciò che deve cominciare.

Il Salmo 97 offre alla nostra preghiera un inno di lode al Signore, re fedele e salvezza dei popoli, ma anche, allo stesso tempo, esso è un Salmo messianico ed escatologico. Ci dice che il processo di ricostruzione d’Israele è già cominciato anche se giungerà a compimento nel futuro, come anche noi cristiani risultiamo essere ” salvati nella speranza. Quando il Signore verrà a giudicare il mondo tutto il creato esulterà di gioia.

Paolo scrive la seconda lettera alla comunità di Tessalonica per precisare la sorte dei defunti al momento della parusia. Nei vv. 11-12 del capitolo 3 di questa lettera egli polemizza energicamente con quei membri di quella comunità che “vivono una vita disordinata, senza fare nulla e sempre in agitazione”. Inoltre invita queste persone, capaci di creare tensione nella comunità di Tessalonica Nel suo discorso Gesù suscita la a vivere guadagnandosi il pane ” lavorando con tranquillità, come egli stesso ha fatto, nonostante ne abbia il diritto, che gli derivava dalla missione che ha svolto in seno alla loro comunità e non a vivere da sanguisughe, come molti pretendono perché ” chi non vuol lavorare neppure mangi”.
Lavorare, per Paolo, vuol dire conquistare la propria libertà, non dipendere da alcuno, avere qualcosa da condividere per offrirne a chi veramente ne ha la necessità.

Lo stralcio del discorso escatologico dell’odierno Vangelo secondo Luca è abbastanza complesso sia per il linguaggio usato, ma anche perché in esso si sovrappongono gli avvenimenti storici, dovuti alla distruzione del tempio di Gerusalemme, ad opera dei soldati romani. A questa dobbiamo aggiungere la fine dei tempi tratteggiata con colori e forme impressionanti della letteratura apocalittica. Ciò è dovuto al fatto che la Chiesa primitiva apostolica interpretò la distruzione di Gerusalemme come punizione dovuta al rifiuto di Gesù. Nel suo discorso Gesù suscita la curiosità dei suoi ascoltatori che chiedono ” Maestro quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?”
Abbiamo bisogno, sempre, di segni e di date prima di deciderci a convertirci per salvarci in corner e così farci trovare in regola per il ” giorno del Signore”. Ma Gesù non fornisce, semplicemente, ci parla di avvenimenti premonitori che l’uomo deve saper interpretare: non è detto che il corner non porti al gol e allora sono dolori per noi. ” Prima” degli avvenimenti premonitori ci sono anche i giorni della Chiesa: ” metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno”. Il tempo della conversione quindi è oggi perché non sappiamo né il giorno né l’ora.

Revisione di vita
– Che posto ha Gesù oggi nella nostra storia? Ci fidiamo di Lui?
– Come reagiamo alle prove nella nostra vita di Fede?

– Siamo ancora capaci di fedeltà a ciò che dice la Chiesa?

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Commento al Vangelo: Luca 18,1-8, e Letture del giorno

Qui le LETTURE LITURGICHE DI OGGI 12 novembre 2016

La preghiera respiro per la vita

Lc 18,1-8

In quel tempo, Gesù 1diceva loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: 2«In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. 3In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”. 4Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, 5dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”». 6E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. 7E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? 8Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?

Un mio carissimo amico prete, don Emanuele Previdi, ha scritto qualche tempo fa un libro sulla preghiera, dal titolo provocatorio: “Dalle preghiere inutili all’amicizia con Dio”.

Ma esistono le preghiere inutili? Quelle che Dio non ascolta e addirittura portano lontano da Lui?

Nella prefazione al testo, monsignor Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea, scrive che le preghiere inutili sono proprio quelle “di chi si sente giusto, di chi si mette in mostra, del mafioso, di chi si affida a molte parole, di chi vuol forzare Dio, di chi non si apre alla carità.”

La preghiera è come il respirare, diceva papa Francesco in un Angelus all’inizio del suo pontificato, ed è quindi una necessità profonda che mantiene in vita la nostra fede, così come il respiro polmonare mantiene in vita il corpo. Ma se si respira per vivere e non per respirare, così si prega per vivere la fede, e non si prega per pregare e basta.

Gesù insegna proprio questo ai suoi discepoli. Insegna non una formula o un “trucco” per farsi ascoltare da Dio in modo che realizzi i loro desideri, ma insegna che Dio è vicino e per che primo vuole dire qualcosa a loro. Dio è la risposta all’uomo, alle sue attese più profonde. Dio è la risposta al grido dei poveri che sembrano condannati dalle ingiustizie del mondo. Questa risposta tanto attesa e necessaria è proprio l’uomo Gesù, le sue parole e gesti, il suo Vangelo.

La preghiera ci mette in comunicazione con questa risposta di Dio all’umanità, facendoci incontrare Gesù come vivente ancora oggi, per me e per il mondo.

Al centro della parabola del giudice disonesto, senza Dio e senza pietà, e la povera vedova, ci sta proprio quest’ultima che alla fine viene ascoltata e accolta. Questa povera vedova ha un coraggio immenso e una fiducia nella risposta che la porta a insistere anche se tutto rema contro di lei. Davvero questa donna ha una fede enorme che la porta a non stancarsi difronte all’iniziale sordità del giudice.

Gesù, che nel Vangelo sempre si identifica con i poveri, è dentro questa vedova che insiste nel comunicare e farsi ascoltare. Gesù insiste nel bussare alla porta del nostro cuore, anche se sembriamo sordi, disonesti e senza tempo per Dio. E noi siamo come questo giudice che alla fine proprio per l’insistenza di Dio, e non certo per nostro merito, abbiamo la possibilità di ascoltare Gesù e di fare quello che lui ci chiede.

La domanda posta da Gesù alla fine è uno stimolo profondo che non ci deve lasciare tranquilli: “…ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”

Ci crediamo veramente in questa presenza di Dio nella vita?

Ci siamo accorti che Gesù è presente non tanto in luoghi sacri o immagini sacre, ma nel prossimo e specialmente nei più poveri? Siamo convinti che il Regno di Dio, così come è descritto nel Vangelo, è possibile realizzarlo nel mondo, oppure siamo sfiduciati e pessimisti così da non credere più nel bene?

La preghiera, fatta di momenti particolari, di tempi e riti, di formule e gesti, alla fine ha lo scopo di risvegliare in noi la fiducia in Dio, la speranza nel Vangelo, la capacità di vivere secondo il Vangelo.

La preghiera ci fa respirare l’ossigeno buono di Gesù per vivere come Lui ed essere come Lui.

Per questo la preghiera parte dalla vita e ritorna alla vita, là dove siamo, là dove ci sono i nostri fratelli, là dove ci sono i poveri e coloro che soffrono.

Il sottotitolo del libro del mio amico don Emanuele è significativo: “o la preghiera trasforma la vita, o la vita eliminerà la preghiera”

Vita e preghiera sono unite in modo inscindibile, la vita stessa diventa preghiera quando è piena delle parole e Gesti di Gesù, e la preghiera che in modo insistente è riempita di Vangelo, diventa vita.

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Chi cercherà di salvare la propria vita la perderà, chi invece l’avrà perduta la salverà.

Dalla Parola del giorno

Chi cercherà di salvare la propria vita la perderà, chi invece l’avrà perduta la salverà.

Come vivere questa Parola?

Gesù continua a parlare a noi con parole che sembrano rasentare l’assurdo; invece esprimono la sapienza di Dio. Questo brano è inserito nel contesto della fede che Gesù vuol trovare in ognuno di noi. Sì! Viviamo sulla terra e dobbiamo occuparci delle cose normali d’ogni vita come mangiare, sposare e comprare. Ma mentre troppa gente lo fa nella dimenticanza di Dio, incurvata sulla terra, i discepoli di Gesù devono attendere a queste cose senza preoccupazione e con uno spirito diverso. E’ il Regno che noi cerchiamo innanzitutto, nella sicurezza che il resto è donato in aggiunta. E’ qui e ora che la salvezza si compie, nel presente quotidiano. Siamo inseriti nella storia profana e dobbiamo viverla come lievito del Regno e non come quello dei farisei. Gesù ci chiede di abbandonare ogni nostalgia del passato e ogni ansia per il futuro. Vuole che viviamo il presente con vigilanza attenta e fedeltà responsabile. Lui desidera che i nostri cuori siano liberi e pieni di speranza perdendo ciò che in noi è egoismo, negatività.

Questo comporta un amore fiducioso per Lui e un amore umile verso tutti. Sì, Giovanni ribadisce quello che Gesù è venuto ad insegnarci: “Che ci amiamo gli uni gli altri”. Questo è perdere la vita per salvarla. La perdiamo quando rimaniamo chiusi in noi stessi, con cuore indurito, alienato dai fratelli. Invece, la troviamo quando siamo aperti verso gli altri con gesti d’amore, quando i nostri pensieri sono generosi, benevoli. E’ nell’amore che troviamo la nostra vita e che siamo pronti a ‘perderla’ per Gesù e per il prossimo.

Oggi, nella mia pausa contemplativa, sosterò a guardare fino in fondo la mia vita, i miei valori, lo scorrere dei miei giorni. Sto cercando me stesso o Dio? Sono al servizio degli altri o solo del mio ego?

Signore, tu sai tutto. Aiutami a vedere lo scorrere della mia vita nella Tua Luce e con uno sguardo cui nulla sfugge.

La voce di un martire d’oggi

Mi convince, alla fine, che non si hanno due vie: c’e’ solo quella che porta alla luce passando per il buio, che porta alla vita facendo assaporare l’amaro della morte. Si diventa capaci di salvezza solo offrendo la propria carne. Il male del mondo va portato e il dolore condiviso, assorbendolo nella propria carne fino in fondo come ha fatto
Gesù.
don Andrea Santoro

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Commento al Vangelo di oggi 11 novembre 2016

Movimento Apostolico

Vangelo: Lc 17,26-37 

Nei giorni di Noè nessuno si aspettava che le acque inondassero la terra. La sorpresa e l’imminenza distrussero l’intera umanità. Si salvarono quanti erano nell’arca.

Il Signore disse a Noè: «Entra nell’arca tu con tutta la tua famiglia, perché ti ho visto giusto dinanzi a me in questa generazione. Di ogni animale puro prendine con te sette paia, il maschio e la sua femmina; degli animali che non sono puri un paio, il maschio e la sua femmina. Anche degli uccelli del cielo, sette paia, maschio e femmina, per conservarne in vita la razza su tutta la terra. Perché tra sette giorni farò piovere sulla terra per quaranta giorni e quaranta notti; cancellerò dalla terra ogni essere che ho fatto». Noè fece quanto il Signore gli aveva comandato. Dopo sette giorni, le acque del diluvio furono sopra la terra; nell’anno seicentesimo della vita di Noè, nel secondo mese, il diciassette del mese, in quello stesso giorno, eruppero tutte le sorgenti del grande abisso e le cateratte del cielo si aprirono. Cadde la pioggia sulla terra per quaranta giorni e quaranta notti. In quello stesso giorno entrarono nell’arca Noè, con i figli Sem, Cam e Iafet, la moglie di Noè, le tre mogli dei suoi tre figli; essi e tutti i viventi, secondo la loro specie, e tutto il bestiame, secondo la propria specie, e tutti i rettili che strisciano sulla terra, secondo la loro specie, tutti i volatili, secondo la loro specie, tutti gli uccelli, tutti gli esseri alati. Il Signore chiuse la porta dietro di lui. Il diluvio durò sulla terra quaranta giorni: le acque crebbero e sollevarono l’arca, che s’innalzò sulla terra. Le acque furono travolgenti e crebbero molto sopra la terra e l’arca galleggiava sulle acque. Le acque furono sempre più travolgenti sopra la terra e coprirono tutti i monti più alti che sono sotto tutto il cielo. Le acque superarono in altezza di quindici cubiti i monti che avevano ricoperto. Perì ogni essere vivente che si muove sulla terra, uccelli, bestiame e fiere e tutti gli esseri che brulicano sulla terra e tutti gli uomini. Ogni essere che ha un alito di vita nelle narici, cioè quanto era sulla terra asciutta, morì. Così fu cancellato ogni essere che era sulla terra: dagli uomini agli animali domestici, ai rettili e agli uccelli del cielo; essi furono cancellati dalla terra e rimase solo Noè e chi stava con lui nell’arca. Le acque furono travolgenti sopra la terra centocinquanta giorni (Gen 7,1-24).

Anche ai giorni di Lot sorpresa e imminenza causarono la morte di tutti gli abitanti di Sodoma e Gomorra. Appena Lot lasciò la città, fuoco e zolfo caddero dal cielo. La moglie di Lot si attardò a guardare e anch’essa divenne una statua di sale.

Il sole spuntava sulla terra e Lot era arrivato a Soar, quand’ecco il Signore fece piovere dal cielo sopra Sòdoma e sopra Gomorra zolfo e fuoco provenienti dal Signore. Distrusse queste città e tutta la valle con tutti gli abitanti delle città e la vegetazione del suolo. Ora la moglie di Lot guardò indietro e divenne una statua di sale. Abramo andò di buon mattino al luogo dove si era fermato alla presenza del Signore; contemplò dall’alto Sòdoma e Gomorra e tutta la distesa della valle e vide che un fumo saliva dalla terra, come il fumo di una fornace. Così, quando distrusse le città della valle, Dio si ricordò di Abramo e fece sfuggire Lot alla catastrofe, mentre distruggeva le città nelle quali Lot aveva abitato (Gen 19,23-29).

Gesù ci avverte, ci invita a stare attenti, a vigilare, a non addormentarci, non ubriacarci, non perdere il senno e l’intelligenza, pensando che siamo eterni su questa terra. Anche per noi la fine verrà all’improvviso, senza alcun preavviso. In un istante non si è più.

La storia ogni giorno attesta la verità di questo monito di Gesù. Nessuno però vi crede.

Vergine Maria, Madre della Redenzione, Angeli, Santi, dateci la vera fede.

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La venuta del Regno di Dio

Monaci Benedettini Silvestrini  

Vangelo: Lc 17,20-25 

Gesù aveva iniziato la sua predicazione annunciando l’avvento del suo regno: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!». Molti avevano però frainteso quel messaggio. Erano convinti che il messia atteso dovesse restaurare il regno di Israele, riportarlo al primitivo splendore, riaffermarne il primato sancito da Dio stesso. Una visione tutta umana e ben lontana dalla verità che Cristo stava annunciando. Egli parla del Regno dei cieli e aggiunge, volendo far conoscere la verità della sua missione: «Il regno di Dio è in mezzo a voi». Ribadisce in un altro contesto che il regno di cui egli parla è l’eredità dei santi: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo». Nonostante ciò sarà vittima di quell’equivoco lo stesso Giuda Iscariota, che deluso nelle sue attese, svenderà il suo maestro per pochi denari. Fino all’ultimo Gesù, prossimo alla sua passione, cercherà di correggere tale errore: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». La domanda dei farisei è ancora sulla scia della loro visione distorta sul significato del Regno. Una visione che tra l’altro non è stata mai smessa nel corso della storia. La Chiesa spesso ha subito il fascino del potere e la tentazione del dominio. Pur adorna di divina bellezza, è stata più volte macchiata dalle umane debolezze. Gesù aveva preventivamente messo in guardia i suoi da questa umana tentazione: «Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti» e ancora: «Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti. Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti». Tutto il contrario di ciò che pensavano e facevano gli scribi e i farisei: «Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filattèri e allungano le frange; amano posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare «rabbì» dalla gente». La Chiesa e tutti noi che siamo le sua membra vive non possiamo prescindere dalla virtù dell’umiltà; il nostro compito nel Regno è quello di affermare con tutta la nostra vita il primato assoluto di Dio. Non dovremmo essere ancora noi a ripudiare il Cristo perché si è lasciato inchiodare alla croce. Il suo regno ora è il regno dei risorti.

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Commento al Vangelo del giorno 10 novembre 2016

Movimento Apostolico – rito romano  

Vangelo: Lc 17,20-25 

Il Regno di Dio è un dono, una rivelazione della Sapienza. Chi vive di stoltezza mai potrà conoscere il regno di Dio. Chi si consuma nell’insipienza, mai riuscirà a vedere il regno di Dio che viene in un modo così discreto, umile, da poter attirare l’attenzione. La sapienza è tutto per un uomo. Con essa l’uomo vede le opere invisibili di Dio.

Ella protesse il padre del mondo, plasmato per primo, che era stato creato solo, lo sollevò dalla sua caduta e gli diede la forza per dominare tutte le cose. Ma un ingiusto, allontanatosi da lei nella sua collera, si rovinò con il suo furore fratricida. La sapienza salvò di nuovo la terra sommersa per propria colpa, pilotando il giusto su un semplice legno. Quando i popoli furono confusi, unanimi nella loro malvagità, ella riconobbe il giusto, lo conservò davanti a Dio senza macchia e lo mantenne forte nonostante la sua tenerezza per il figlio. Mentre perivano gli empi, ella liberò un giusto che fuggiva il fuoco caduto sulle cinque città. A testimonianza di quella malvagità esiste ancora una terra desolata, fumante, alberi che producono frutti immaturi e, a memoria di un’anima incredula, s’innalza una colonna di sale. Essi infatti, incuranti della sapienza, non solo subirono il danno di non conoscere il bene, ma lasciarono anche ai viventi un ricordo di insipienza, perché nelle cose in cui sbagliarono non potessero rimanere nascosti. La sapienza invece liberò dalle sofferenze coloro che la servivano. Per diritti sentieri ella guidò il giusto in fuga dall’ira del fratello, gli mostrò il regno di Dio e gli diede la conoscenza delle cose sante; lo fece prosperare nelle fatiche e rese fecondo il suo lavoro. Lo assistette contro l’ingordigia dei suoi oppressori e lo rese ricco; lo custodì dai nemici, lo protesse da chi lo insidiava, gli assegnò la vittoria in una lotta dura, perché sapesse che più potente di tutto è la pietà. Ella non abbandonò il giusto venduto, ma lo liberò dal peccato. Scese con lui nella prigione, non lo abbandonò mentre era in catene, finché gli procurò uno scettro regale e l’autorità su coloro che dominavano sopra di lui; mostrò che i suoi accusatori erano bugiardi e gli diede una gloria eterna. Ella liberò il popolo santo e la stirpe senza macchia da una nazione di oppressori. Entrò nell’anima di un servo del Signore e con prodigi e segni tenne testa a re terribili. Diede ai santi la ricompensa delle loro pene, li guidò per una strada meravigliosa, divenne per loro riparo di giorno e luce di stelle nella notte. Fece loro attraversare il Mar Rosso e li guidò attraverso acque abbondanti; sommerse invece i loro nemici e li rigettò dal fondo dell’abisso. Per questo i giusti depredarono gli empi e celebrarono, o Signore, il tuo nome che è santo, e lodarono concordi la tua mano che combatteva per loro, perché la sapienza aveva aperto la bocca dei muti e aveva reso chiara la lingua dei bambini. (Sap 10,1-21).

Le opere di Dio sono così discrete, così invisibili, così lunghe nel tempo da risultare alla fine impercettibili. Se non si possiede la sapienza, che è l’opera dello Spirito Santo nel cuore dell’uomo, questi mai potrà vede Dio che opera nella nostra storia. Invece chi è pieno dello Spirito Santo sempre vede Dio anche nel più piccolo alito che spira nella nostra storia, attorno e lontano da noi.

Gesù mette in guardia i suoi. Lui è venuto nella carne una sola volta. Non tornerà mai più rivestito di fragilità, pochezza, umiltà, corpo mortale. Nessuno potrà mai dire che è in un luogo o in altro, in un tempo o in un altro, perché ormai Lui è uscito dalla scena di questo mondo. Vive glorioso nel suo corpo reso tutto spirituale dall’onnipotenza del Padre. Quando verrà alla fine dei tempi, tutti lo vedranno in un solo istante, rivestito di gloria e potenza. Verrà nello splendore della sua gloria sulle nubi del cielo. Verrà per il giudizio. Ogni uomo si presenterà al suo cospetto per essere esaminato in tutte le sue opere. Le opere buone lo condurranno in Paradiso, quelle cattive apriranno le porte dell’inferno, della dannazione eterna. È purissima verità.

Vergine Maria, Madre della Redenzione, Angeli, Santi, fateci vedere il regno di Dio.

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Commento alle Letture del giorno

13Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. 14Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. 15Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori dal tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, 16e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». 17I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: Lo zelo per la tua casa mi divorerà.

18Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». 19Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere».20Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». 21Ma egli parlava del tempio del suo corpo. 22Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.

Domenica scorsala Liturgia ci ha proposto il ricordo dei defunti. Tutti abbiamo persone care da ricordare nella fede in Cristo. I nostri cari non sono morti ma vivono alla presenza di quel Dio in cui hanno creduto durante la loro vita terrena e quindi coloro che solitamente chiamiamo “morti sono più vivi di noi, noi non li vediamo essi invece ci guardano e pregano Dio Padre per noi.
Quando recitiamo la professione della nostra fede diciamo di credere nella “comunione dei santi” questa non è altro che la comunione fra noi che siamo vivi in terra e loro che vivono, ormai santi perché pieni di grazia, alla presenza di Dio.
Diceva un autore di cui ora non ricordiamo il nome che “morti” sono solo quelli che non hanno nessuno in vita che li ricordi.

In questa domenica la liturgia ci propone il ricordo della dedicazione della cattedrale del vescovo di Roma la Basilica di San Giovanni in Laterano, celebrata un tempo solo dalla città ma oggi celebrata in tutte le Chiese di rito romano.
Nella prima lettura tratta da libro del profeta Ezechiele, lo stesso ci racconta la visione in cui vide scaturire dalla soglia del tempio un fiume che scorreva abbondante verso oriente e risanava tutto quanto bagnava; il fiume era rigoglioso di pesci, gli alberi intorno pieni di frutti anche in inverno e le stesse foglie, che non seccavano mai utili come medicine.
Ezechiele vede questa visione profetica ma, più tardi l’apostolo Giovanni la vedrà realizzata, attraverso la morte del Cristo, per la redenzione dell’umanità. L’acqua ed il sangue che sgorgheranno dal fianco del Cristo sono i segni della nostra salvezza essi rappresentano il battesimo e l’eucarestia.
Con il ritornello del salmo 45/46: “Un fiume rallegrerà la città di Dio” viene ripresa la potenza del fiume che dove scorre porterà gioia e fecondità.
Nei versetti viene ricordato come il signore è nostro rifugio e salvezza, è soprattutto aiuto nei momenti difficili Egli, Signore degli eserciti, veglierà su noi che dobbiamo confidare sempre in lui e non temere nulla di male perché è con noi.
Tanti ruscelli finiscono il loro scorrere in un fiume più grande e lo rendono maestoso, cosi per noi il fiume rappresenta la redenzione e per arrivare ad essa ci vengono dati i sacramenti che ci accompagnano in tutte le tappe della nostra vita terrena, questi segni che Cristo ha compiuto in terra e con i quali vuole incontrare ciascuno di noi partono tutti dal Battesimo che ci purifica e ci inserisce nella vita del Cristo come fratelli.
Nella seconda lettura l’apostolo Paolo scrive alla comunità di Corinto, e li esorta a ricordare che loro sono l’edificio di Dio per mezzo della grazia ricevuta, io ho posto le fondamenta e poi un altro costruirà su di esse. Attenzione però a non distruggere quello che è la vera natura dell’uomo, cioè voi siete tempio di Dio e nessuno può distruggervi perché verrà distrutto da Dio stesso, perché in voi vive lo Spirito.
Già nel vecchio testamento la tenda rappresentava il luogo dove Mosè si appartava per parlare con il Signore.
I tempi sono un luogo dove riunirsi per incontrare il Signore, di essi possiamo ammirare la grandezza, La bellezza e la maestosità, ma solo il Cristo e di conseguenza l’uomo sono tempi dello Spirito per mezzo della grazia che riceviamo nei sacramenti.
Nel brano di vangelo l’apostolo Giovanni racconta come ha scacciato dal tempio mercanti e ha spiegato il perché del suo agire.
Il racconto pensiamo sia noto a tutti, anche perché ci appare come la prima volta che Gesù si “arrabbia”. Entrato nel tempio lo trova pieno di molti che vendevano le loro mercanzie, animali e i cambiavalute con i loro denari. Fatta una cordicella Gesù scacciò tutti dal tempio, disse di portare fuori gli animali e gettò per terra il denaro affinché la casa di suo Padre non diventasse un mercato.
I giudei chiesero allora a Gesù che cosa voleva fargli capire con il suo comportamento.
Gesù disse di distruggere il tempio e lui lo ricostruirà in tre giorni, Gesù però si riferiva alla sua morte e risurrezione, con cui ha realizzato il progetto del Padre su di lui ed ha donato a ciascuno di noi la redenzione.
Difficile per i Giudei, ma anche per noi oggi se non fossimo stati illuminati dalla “Parola”, capire quello che Gesù aveva detto. Il tempio era stato costruito in ben quarantasei anni, come potevano credere che si potesse edificare in soli tre giorni?
Quante volte nella nostra giornata incontriamo persone a noi care, conversiamo piacevolmente con loro e godiamo dell’amicizia, ma forse mai vediamo in loro il “tempio di Dio”, eppure, se battezzati, hanno in loro lo Spirito, che però noi non riusciamo a vedere nell’incontro.
Siamo persone di fede, crediamo nella Parola, frequentiamo i sacramenti, allora come mai non riusciamo a coglier ciò che di veramente importante ognuno di noi ha in se stesso.
Solo quando a sera, stanche dopo le fatiche di un giorno in cui il lavoro, la casa, i figli, anche il volontariato non ci hanno fatto rivolgere lo sguardo in alto, allora nella preghiera ringraziamo il Signore per tutto ciò che in quel giorno ci ha dato specialmente per le persone incontrate che ci hanno testimoniato la loro fede.
Come i discepoli, che hanno capito ciò che il Cristo voleva dire dopo la sua morte e risurrezione, anche noi solo a fine giornata dedichiamo un po’ di tempo alla nostra parte cristiana e religiosa.

Per la riflessione di coppia e di famiglia
– Che cosa è per noi il tempio? Ci sentiamo pietre vive di esso? Cosa facciamo per diventarle?
– Dopo la celebrazione della Messa condivisa, siamo capaci di sentirci ancora “tempio di Dio” quando arriviamo sul sagrato della nostra Chiesa?
– Essere tempio di Dio cosa comporta per la nostra vita?
– Ci sentiamo grandi perché battezzati?

Gianna e Aldo – CPM Genova

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