La Virtù Teologale della Carità: quello che dice la Bibbia

Il messaggio biblico sulla Carità

3 Gennaio 1981

Fonte, volume “Credo in Cristo mia vita” – “Le virtù teologali nella vita del laico” – A cura di Ernesto Cappellini – Editrice A.V.E. Roma 1981 – “Capitolo III” (pp 72-97).

Imprimatur. Cremona 3 gennaio 1981 † mons. Fiorino Tagliaferri, Vescovo.

Stampa dicembre 1981 della TEIC di Modena per conto della Editrice A.V. E. Roma

Comunicazione della fonte, don Fernando Borciani (RE).

A / San Giovanni

– I –

«[34]Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 13, 34). È utile, a volte, per risolvere un “labirinto”, partire dal punto di arrivo e fare il percorso a ritroso; si trova così facilmente il punto di partenza più promettente e si evitano deviazioni che rallenterebbero il cammino. Così tentiamo di fare noi. Per cogliere il messaggio biblico sulla carità partiamo dalla fine, da quello che certamente è una “vetta” della dottrina del Nuovo Testamento e da qui cercheremo di tornare indietro per scoprirne gli antecedenti e la lunga preparazione.

Partiamo dunque dalle parole di Gesù durante l’“ultima cena”, quali ci sono riferite dal Vangelo di Giovanni. Il contesto è significativo. Gesù ha appena annunciato il distacco inevitabile che deve avvenire tra lui e i suoi discepoli: «Figlioli, ancora per poco sono con voi (…) dove vado io non potete venire» (Gv 13, 33). Si capisce facilmente che i discepoli ne siano turbati (cfr. Gv 14, 1). Hanno abbandonato tutto per seguire Gesù: il lavoro, la casa, le sicurezze; hanno costruito la loro vita sulla base del rapporto col Signore; e ora si sentono dire che questo rapporto sta per finire: «dove io vado voi non potete venire». Non è solo un fatto traumatico dal punto di vista psicologico; è anche un paradosso dal punto di vista della esistenza di fede. Come è possibile una vita, senza il rapporto con Gesù? Senza la sua presenza? Senza la sua parola. In tutta la loro vita i discepoli hanno capito che Gesù e solo Gesù è sorgente di acqua viva (cfr. Gv 4, 10.14), è il pane della vita (cfr. Gv 6, 35), è la luce del mondo (cfr. Gv 8, 12), è la resurrezione e la vita (cfr. Gv 11, 25)… e poco più avanti ascolteremo le parole decise: «senza di me non potete fare nulla» (Gv 15, 5). E allora? Come sarà possibile a un discepolo impostare la propria vita nel momento stesso in cui sperimenta un distacco reale e doloroso?

– II –

Nei discorsi dell’“ultima cena” Gesù darà diverse risposte a questo interrogativo: ricorderà ai discepoli che il distacco è provvisorio e che un giorno anch’essi potranno essere dove egli va (cfr. Gv 14, 1-4); li esorterà a rimanere nella sua Parola come modo di continuare la comunione con lui e come condizione per portare frutto (cfr. Gv 15, 4.7), ma soprattutto prometterà un «altro Paraclito» (Gv 14, 16), lo Spirito di verità che continuerà l’opera e la presenza di Gesù insegnando, consolando, rafforzando.

Il nostro testo va letto su questo sfondo. Gesù lascia i suoi discepoli e tuttavia la sua presenza deve continuare; cambierà il modo, ma non la realtà e l’efficacia della sua presenza. E il primo luogo in cui continuerà la presenza di Gesù per i suoi discepoli è appunto l’amore fraterno. Se i discepoli si vorranno bene, sarà come se Gesù fosse ancora presente in mezzo a loro; anzi, Gesù sarà veramente presente in mezzo a loro in modo reale, efficace. Sarà una presenza così reale da diventare testimonianza: «da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13, 35). Dove ci sarà questo amore ci sono dei discepoli di Gesù.

– III –

Non si potrebbe dire in modo più evidente che l’amore di cui qui si parla non è semplicemente l’affetto naturale che ci porta verso gli amici, e nemmeno la bella filantropia che ci rende disponibili agli altri. No; è qualcosa di nuovo. C’è dove c’è Gesù; non c’è dove Gesù non è presente. Questo può porre dei problemi complicati dal punto di vista teologico (come spiegare la presenza di un amore autentico presso chi non crede o non è battezzato?) ma a noi ora interessa solo la prospettiva di Giovanni e questa deve essere chiara: si parla di un amore che è distintivo dei discepoli; tanto da diventare testimonianza di fronte al mondo.

È quindi giusto che ci stupiamo, forse anche che ci scandalizziamo, se questo ci aiuta a superare l’abitudine e diventa l’occasione per una comprensione più viva del nostro testo: «[34]Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri». (Nota: la traduzione della Bibbia CEI «come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri» non è precisissima; il testo greco usa la particella hina che indica finalità o conseguenza: «vi ho amato affinché in modo che anche voi vi amiate gli uni gli altri»). Non sono pochi i motivi per cui ci dobbiamo stupire.

 

Anzitutto è strano che l’amore diventi oggetto di un comando: «Vi do uncomandamento nuovo: amatevi…!». È strano perché nella nostra esperienza siamo convinti che all’amore non si comanda. O c’è e allora non si riesce a resistergli; o manca e allora qualsiasi sforzo di farlo nascere è destinato miseramente al fallimento. Anzi, diciamo che voler amare quando l’amore non scaturisce spontaneo, da dentro al cuore, genera solo ipocrisia e falsità. L’amore è spontaneo, nasce e si sviluppa nella libertà. Sta all’opposto esatto della legge, è inconciliabile con essa. Eppure il Vangelo è chiaro: «Vi dò un comandamento… amatevi!».

 

Secondo motivo di meraviglia. Gesù parla di un comandamento «nuovo». Il termine greco usato (kainòs) indica “novità qualitativa”; qualcosa che è migliore di quello che c’era prima, lo supéra in qualità e perfezione. Ma in che senso l’amore di Gesù può essere nuovo? E in rapporto a che cosa? Certamente all’Antico Testamento; eppure l’Antico Testamento conosceva già bene il precetto dell’amore dei fratelli (cfr. Lv 19, 18). E probabilmente il senso dell’affermazione di Giovanni è ancora più vasto. Vuole dire che il comandamento di Gesù è nuovo rispetto a qualsiasi altro, rispetto a ogni possibile impostazione di vita del passato o del futuro. È nuovo e rimarrà nuovo per sempre potranno passare gli anni, i secoli, potranno presentarsi esperienze nuove e nuove proposte di vita, ma niente di tutto questo farà superare il comandamento di Gesù. La novità di questo comandamento è la novità stessa di Gesù, quella degli ultimi tempi: «[7]Carissimi, non vi scrivo un nuovo comandamento, ma un comandamento antico, che avete ricevuto fin da principio (…) [8]E tuttavia è un comandamento nuovo quello di cui vi scrivo, il che è vero in lui e in voi, perché le tenebre stanno diradandosi e la vera luce già risplende» (1 Gv 2, 7-8). Quando Giovanni scrive queste cose sono passati ormai cinquant’anni dalla vita di Gesù; eppure il comandamento di Gesù – che non è più “recente” – rimane «nuovo», non superato.

 

Infine un terzo motivo di meraviglia: «io do a voi un comandamento: amatevi». Dove tutto sembra giocarsi in un rapporto all’interno del gruppo dei discepoli: amatevi a vicenda; e gli altri? E il sublime messaggio di Gesù “sull’amore dei nemici”? E la premura “verso il ferito che è gettato al lato della strada”? Il rimprovero di. “particolarismo” è stato fatto spesso all’etica giovannea centrata sull’amore fraterno.

 

Sono tutti interrogativi che è giusto porre sul piatto della bilancia e ai quali dovremo cercare una risposta. Lo potremo fare, però, solo dopo aver cercato di capire quello che il testo vuole dire esattamente.

– IV –

Anzitutto il nostro testo parla insieme dell’amore che i discepoli debbono avere gli uni verso gli altri e dell’amore che Gesù ha per loro. E questo – l’amore di Gesù per i discepoli – sta prima dell’altro, ne è modello, causa, origine, metro. In questo modo va inteso il testo di Giovanni: «come (= kathôs) io vi ho amato, affinché anche voi vi amiate». Kathôs ha in greco un doppio valore e potrebbe essere tradotto in italiano con “siccome”. Vuole dire che l’amore che Gesù ha avuto per i discepoli è il modello che essi debbono cercare di imitare nella loro vita. Se i discepoli guardano Gesù capiranno che cosa vuole dire “amare” sul serio, poi si metteranno a imitarlo come gli allievi copiano il capolavoro del maestro. Ma Giovanni dice anche che l’amore di Gesù per i suoi discepoli è la causa, l’origine, la misura del loro ambre fraterno; da lì i discepoli attingeranno la forza di volersi bene, l’energia, la spinta.

C’e quindi qualcosa che sta prima dell’amore, che viene comandato ai discepoli, anzi che lo rende possibile. Quando Gesù comanda diamare non fa appello alla forza di volontà, alla capacità “naturale” del cuore dei discepoli, ma si appella al suo amore: «vi ho amato affinché anche voi vi amiate». È un’esperienza psicologicamente verificabile: chi prova la gioia di essere amato diventa anche più capace di amare. È come se lo scoprirsi amati liberasse da mille paure, dubbi, tentennamenti che impediscono di rischiare in quell’atto gratuito e coraggioso che è l’amore. Succede lo stesso a un livello più. profondo – quello che si potrebbe chiamare “ontologico”, ma forse meglio il livello della fede, dove la libertà dell’uomo fa le sue scelte più radicali: l’amore con cui Cristo ci ama ci rende possibile amare a nostra volta.

Anzi, questo è lo scopo, l’intenzione profonda dell’amore con cui Cristo ci ama. Chi ama vuole sempre il bene della persona che ama: vuole donare gioia, vita, pienezza, vuole renderla più bella e più ricca interiormente. Così Gesù; ha amato i suoi discepoli e il suo amore tendeva a trasformarli.

Come? Rendendoli capaci di mare a loro volta. Lo scopo dell’amore di Gesù è raggiunto solo à questo punto. Il commento più significativo è quello che fa lo stesso San Giovanni nella sua Lettera: «Chi osserva la sua parola, in lui l’amore di Dio è veramente perfetto» (1 Gv 2, 5). Come nota la Bibbia di Gerusalemme il senso è ché quando una persona obbedisce a Dio amando i suoi fratelli, l’amore con il quale Dio l’ha amato raggiunge la sua perfezione, il suo scopo., Perché l’amore con cui Dio ci ama è indirizzato a cambiare il nostro cuore e a renderlo un cuore amante; se questo si verifica, l’amore di Dio raggiunge la, sua perfezione. Ma se questo non si realizza l’amore di Dio per noi rimane come “frustrato”, non raggiunge il suo scopo finale.

– V –

Proprio perché l’amore di Gesù è causa e modello di quello dei discepoli, per capire l’amore fraterno bisogna partire dall’amore stesso, di Gesù: «[1]Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine (in gr. “télos” cioè: “fino al compimento, fino alla realizzazione completa”)» (Gv 13, 1). In questo modo Giovanni riassume tutta la vita di Gesù sotto la categoria dell’amore. In tutto il suo ministero Gesù ha continuato ad amare i suoi; e ora porta questo amore fino alla sua realizzazione piena; si intende: nella morte, perché «non c’è un amore più grande di chi dona la sua vita per i suoi amici» (Gv 15, 13).

Ma in che cosa consiste questo amore di Gesù per i suoi? In una parola: nel fatto di avere loro donato la vita, donando la sua vita: «[11]Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore» (Gv 10, 11). È chiaramente un riferimento a Ez 34 dove il profeta rimproverava i pastori di Israele (sacerdoti, capi e profeti) perché “invece di pascere il gregge, pascono se stessi” (cfr. Ez 34, 2). Un pastore dovrebbe avere cura del gregge, preoccuparsi cioè della vita e del benessere delle pecore. Deboli, inferme, ferite, disperse, hanno bisogno di un pastore che offra loro premura, che le cerchi, le guidi, le curi, le protegga, in una parola che dia loro la vita di cui hanno bisogno. Così fa Gesù: all’uomo che è assetato dona da bere un’acqua che disseta in eterno; all’uomo affamato dà il pane disceso dal cielo che nutre; all’uomo che vive nelle tenebre e non sa dove va dona la luce della rivelazione di Dio; e così via. Gesù è colui che porta all’uomo ciò di cui ha bisogno per vivere, intendendo con la parola “vivere” non solo l’esistere ma l’esistere in modo pieno, il partecipare alla vita stessa di Dio, l’unica vita che abbia il diritto di chiamarsi tale.

Ma in che modo Gesù compie questa opera di salvezza? Si potrebbe pensare al ricco che passa per la strada e fa l’elemosina al povero; e non sarebbe niente di male. Ma la prospettiva del Vangelo è diversa: «io sono il buon pastore (…) e offro la vita per le pecore» (Gv 10, 11). Cioè: se Gesù dona la vita alle sue pecore è perché dona loro la sua vita. E lui stesso l’acqua della vita, il pane del cielo, la luce del mondo; è donando se stesso che egli strappa i suoi dalla solitudine e dalla paura e li fa passare alla gioia e alla speranza.

Si capisce allora perché la morte di Gesù sia il punto culminante del suo amore. L’ultima parola che Giovanni mette in bocca al crocifisso è «tetélestai» cioè «è compiuto»; è giunto a realizzazione il cammino di rivelazione e salvezza che si è sviluppato attraverso tutta la vita di Gesù. Adesso l’amore ha raggiunto la sua pienezza e la sua definitività; non c’è più tempo per qualcosa d’altro. La vita di Gesù rimane fissata una volta per sempre in questo gesto di dono di sé.

– VI –

Ma anche a questo punto non siamo alla fine del nostro cammino; non ci è ancora dischiuso il significato profondo dell’amore di Cristo per noi. Certamente Gesù ha amato i suoi; ma molti altri uomini nella storia hanno amato e sofferto; molti hanno sacrificato la loro vita per nobili ideali. Per capire bene quello che è successo nella vita e nella morte di Gesù bisogna capire nello stesso tempo il suo mistero: chi è Gesù? Da dove viene? Da dove viene il suo amore? I Giudei credono di sapere tutto su Gesù perché sanno che viene dalla Galilea (cfr. 7, 41.52). Ma in realtà Gesù non viene da se stesso (cfr. Gv 7, 28), egli è radicalmente un «mandato» (Gv 7, 29); le parole che egli dice sono parole che il Padre gli ha dato da dire, anzi è il Padre stesso che in lui compie le opere (cfr. Gv 14, 10). Per questo anche l’amore che Gesù dona ai suoi discepoli ha la sua sorgente originaria nel Padre; è l’amore di Dio. Quando Giovanni dirà che «Dio è amore» (1 Gv 4, 8.16), lo potrà dire per questo. Da una parte Gesù è il Figlio di Dio, la rivelazione perfetta del Padre (cfr. Gv 1, 18); chi vede Gesù vede sul suo volto i lineamenti del Padre (cfr. Gv 14, 6). Dall’altra parte quello che si vede in Gesù è riassumibile nella parola «amore» (Gv 13, 1). Dunque, «Dio è amore». Dunque, l’amore che Gesù dona sulla croce non è un semplice avvenimento seminato nel lungo corso della storia umana e che si perde in mezzo a innumerevoli altri avvenimenti; è piuttosto la rivelazione di Dio e quindi la rivelazione del senso della vita umana, della storia, dell’uomo. Se Dio è amore, l’amore si rivela come la forza che sostiene l’esistenza delle cose, come il senso nascosto che giustifica la libertà dell’uomo e la riempie di contenuto.

Ecco perché il comandamento dell’amore è «nuovo» (Gv 13, 34; 1 Gv 2, 8). Non solo perché è “recente”; in questo caso la sua novità sarebbe relativa e provvisoria; nuovo al tempo di Gesù, sarebbe ora vecchio di duemila anni e duemila anni sono un’età rispettabile anche per un comandamento. Ma il fatto è che l’amore è l’atteggiamento che Dio ha tenuto verso di noi, è la struttura profonda del mondo verso cui camminiamo. Per questo il comandamento dell’amore non può essere “superato”; non si può andare al di là di esso. È come è stato detto “la forma di vita escatologica”.

Così prima di essere un comandamento l’amore è una forza di vita che da Dio è comunicata all’uomo attraverso Gesù Cristo. Il comandamento non è altro che l’espressione della verità di questo dono che viene da Dio e cambia il cuore dell’uomo. Giovanni parla volentieri di una nuova nascita dallo Spirito (Gv 3, 5; cfr 1, 13); l’amore non è che la manifestazione di questa novità di vita.

Infine una parola per quanto riguarda il “particolarismo” giovanneo. Giovanni sa molto bene che la morte di Cristo è un atto di amore rivolto al mondo (cfr. Gv 3, 16) e che quindi non sopporta nessuna restrizione. Gli “altri” non sono esclusi da questo movimento; anzi, se l’amore fraterno sarà autentico esso si aprirà a tutti come di fatto è stato l’amore di Gesù. Come ha detto meravigliosamente Sant’Agostino: “gli uni saranno da amare perché sonofratelli; gli altri perché siano fratelli. E se questo secondo tipo di amore ci sembra meno profondo del primo, pensiamo che è quello con cui Gesù ha cominciato ad amare i suoi quando erano ancora del mondo (cfr. Gv 15, 19).

Conclusione

Ecco perché ogni discorso sull’amore in Giovanni deve per forza rifarsi all’amore che unisce Cristo al Padre che fa di loro una cosa sola. Questo amore è il modello, la causa, la destinazione di ogni amore: di quello con cui Cristo ci ama, di quello con cui lo amiamo, di quello con cui ci dobbiamo amare tra di noi. C’è una direzione discendente nel cammino dell’amore: Dio – Cristo – i discepoli; cosi come c’è una direzione ascendente: dove i discepoli si amano Cristo è presente ed è amato perché si osservano i suoi comandamenti; e dove è presente Cristo è presente anche il Padre con il suo amore e la sua misericordia. In questo modo dovrebbero almeno essere intuite le dimensioni di una riflessione autenticamente cristiana sull’amore. Per capire l’amore che viene richiesto al cristiano ci siamo dovuti rifare alla visione che Giovanni ha di Cristo e del suo rapporto col Padre. Questo dovrebbe renderci attenti a non fare dell’amore una pura regola morale per quanto nobile ed elevata; solo il contesto cristologico e trinitario può spiegarlo esaurientemente. Anche se si deve stare attenti a non fare dell’amore qualcosa che riguardi solo l’ambito dell’essere e non quello dell’agire. Anche in questo caso l’agire segue necessariamente l’essere; l’amore è destinato a portare frutto (cfr. Gv 15, 8) e vale l’esortazione di Giovanni: «(…) dobbiamo dare la vita per i fratelli. [17]Ma se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come dimora in lui l’amore di Dio? [18]Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità» (1 Gv 3, 16-18).

B / San Paolo

Non sarebbe difficile ripercorrere uno ad uno questi punti nelle lettere di San Paolo e vedere come – con differenti accenti e prospettive – è la stessa fede che si esprime. “Con differenti accenti” perché certo a ogni autore del Nuovo Testamento bisogna riconoscere una sua originalità. Per quanto riguarda Paolo la sua dottrina sull’amore è strettamente legata a quella della giustificazione mediante la fede e, insieme a questa, è legata alla comprensione del mistero pasquale come mistero di redenzione.

– I –

«[6]Mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito. [7]Ora, a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. [8]Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm 5, 6-8).

Al centro dunque c’è la croce, la morte di Cristo come segno di amore, e di un amore gratuito. Perché negli “empi” per cui Cristo è morto non c’è nulla di gradevole, di attraente, nulla che possa spingere “naturalmente” a sacrificarsi per loro. La morte di Cristo è quindi un gesto gratuito, creativo, nel senso più pieno perché crea la bontà e la amabilità di ciò che ama. La preziosità dell’uomo peccatore è data esattamente dal fatto che Cristo muore per lui e non viceversa.

Ma la riflessione di Paolo ha un altro punto importante; leggiamo nel v. 8: «Dio dà prova del suo amore verso di noi perché (…) Cristo è morto per noi». Noi avremmo detto più facilmente: «Cristo dà prova del suo amore…», ma Paolo opera uno spostamento molto significativo: «Dio dà prova…». Ciò significa che nella visione paolina Dio e Cristo sono una cosa sola per quanto riguarda l’opera della salvezza. In Cristo Dio stesso si fa vicino agli uomini, li ama, li salva: «[19]È stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe» (2 Cor 5, 19).

In questo modo-, la croce di Cristo diventa il “vanto” del cristiano (cfr. Gal 6, 14), diventa cioè il fondamento unico sul quale possiamo mettere la nostra fiducia; è da lì che viene la nostra salvezza. Non quindi nella nostra intelligenza o scienza o buona volontà, ma nell’amore di Dio che ci ha riconciliati in Cristo. Se San Paolo combatte strenuamente la sua battaglia per affermare che la giustificazione avviene mediante la fede, il motivo è che su questo si decide il valore della croce di Cristo. Ai Galati che “ammaliati” da dei Giudaizzanti sentono la tentazione forte di ritornare alle pratiche della legge come via verso la salvezza, Paolo ricorda con serietà: «Se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà nulla(…) Non avete più nulla a che fare con Cristo voi che cercate la giustificazione nella legge; siete decaduti dalla grazia(…) Noi infatti per virtù dello spirito attendiamo dalla fede la giustificazione che speriamo. Poiché in Cristo Gesù non è la circoncisione che conta o la non circoncisione, ma la fede che opera per mezzo della carità» (Gal 5, 2.4-6). “La fede che opera per mezzo della carità”; è una delle formulazioni più tipiche della teologia paolina. Non c’è giustificazione dell’uomo se non mediamente la fede, cioè mediante l’accoglimento umile e obbediente del dono di Dio. A sua volta la fede rende possibile e necessaria la carità; dove non c’è fede la carità non può nascere; ma d’altra parte una fede che non si esprima nella carità è inefficace, anzi contraddittoria, perché non produce quel frutto di libertà di cui solo l’amore è il segno.

– II –

Proprio l’essere amati gratuitamente da Dio è il fondamento della libertà cristiana di cui Paolo è un irriducibile difensore: «[35]Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? (…) [37]Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. [38]Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, [39]né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8, 35-37-39). Il senso è che in mezzo alle numerose paure che accompagnano la nostra vita ci rimane come punto di appoggio saldo e incrollabile l’amore che Cristo ci ha dimostrato. La vita dell’uomo è infatti collocata su un dedicato equilibrio; è una vita fragile, bisognosa di mille cose, condizionata da mille fattori. Non c’è da meravigliarsi se a volte l’uomo si lascia sedurre dalle promesse del mondo e ne diviene schiavo; il denaro, il potere, il benessere si presentano come sicurezze consolanti in mezzo al mare di incertezze che ci paralizzano. «Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati». E cioè, l’amore di Cristo ci libera dalla paura. Nell’essere amati da Cristo la nostra vita acquista un senso e non siamo più costretti a cercare di darle un senso noi stessi col successo o con la bella figura o con qualunque altro surrogato; se «Cristo mi ha amato e ha dato la sua vita per me» (Gal 2, 20) non c’è bisogno di altro perché la mia vita abbia valore. Ecco allora che tribolazione o angoscia o persecuzione non si tramutano più in disperazione; al contrario può succedere che «sono pieno di consolazione, pervaso di gioia in ogni nostra tribolazione» (2 Cor 7, 4; cfr 2 Cor 4, 7ss).

Il cristiano è dunque libero da tutte queste cose, è signore della vita e della morte perché la vita non lo seduce e la morte non lo terrorizza; parimenti il presente non lo imprigiona e il futuro non lo sconvolge (cfr. 1 Cor 3, 21-23). È iniziato a tutto; alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza. Può tutto nella forza che gli viene da Cristo (cfr. Fil 4, 12s).

– III –

Ma che libertà è questa di cui il cristiano gode, anzi a cui il cristiano non può rinunciare se non vuole rinunciare nello stesso tempo alla sua condizione di “salvato”? Per Paolo la prospettiva è chiara; il cristiano ha una sola libertà, quella di amare e di servire gli altri: “13]Voi fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri» (Gal 5, 13). Paradossale libertà! È libertà dalla carne, cioè dall’egoismo e da tutte le schiavitù che l’egoismo ci impone; ma e libertà che si esercita nel servizio premuroso e attento degli altri.

Ma come si possono conciliare queste due cose: libertà e servizio? Non c’è una contraddizione evidente? Libero è “colui che esiste per se stesso e non per gli altri” (Aristotele); servo è esattamente il contrario: chi vive per un altro e non per se stesso. Eppure per Paolo il cristiano può esercitare la sua libertà solo mettendosi a servire, imparando a portare i pesi degli altri (cfr. Gal 6, 2). Il fatto è che per Paolo la carità, il servizio, non sono una legge esterna da osservare scrupolosa mente ma sono prima di tutto un dinamismo interiore da lasciar sviluppare e crescere. «L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5, 5). L’amore con cui Dio ci ama (cfr. la nota della BJ) si diffonde nel nostro cuore per mezzo dello Spirito Santo. Siamo sommersi dall’amore di Dio che ci domina e questo amore diventa nei nostri cuori sorgente di amore e di servizio fraterno. È come un seme, lo Spirito, che genera una vita nuova, una vita che ha i suoi frutti caratteristici (anzi il suo frutto; San Paolo usa il singolare; i nove termini indicano quindi tutti la stessa realtà contemplata nella sua multiforme ricchezza): «Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5, 22).

IV

Ma forse la descrizione più ricca del mondo in cui la carità diffusa nei nostri cuori opera e si manifesta si trova nell’“Inno alla carità” di 1 Cor 13. Per capirlo bisogna tenere presente anzitutto il contesto. Paolo sta parlando dei doni dello Spirito e della gerarchia di valore che esiste tra questi doni diversi. A Corinto gli è stata posta una domanda precisa a riguardo di due carismi diversi: la profezia e il parlare in lingue (una specie di parlare estatico, con suoni non articolati, incomprensibile quindi ma che faceva molta impressione perché sembrava un parlare angelico). A quale di questi due carismi bisogna riconoscere il primato? Quale dei due bisogna piuttosto ricercare? L’apostolo darà la sua risposta nel cap. 14 assegnando il primo posto alla profezia perché essa edifica tutta la comunità cristiana mentre il parlare in lingue non edifica gli altri che non lo capiscono. Ma prima, dice Paolo “vi insegnerò una via che sorpassa ogni altra”. Al di sopra del parlare in lingue, al di sopra della profezia, al disopra di ogni altro dono dello Spirito sta la carità.

É anch’essa, certamente, un dono dello Spirito (cfr. Gal 5, 22) e tuttavia non un dono accanto agli altri; piuttosto è quel dono che dà valore e consistenza a tutti gli altri. E Paolo, con un termine significativo, la chiama una “via”, un cammino sempre aperto, senza fine. La carità è esattamente questo: non una virtù che si può conquistare; non un pacifico possesso di cui godere, ma solo una via per la quale si deve camminare senza mai superarla del tutto, un “compito immenso” che non si potrà mai esaurire.

L’Inno si articola chiaramente in tre parti: anzitutto Paolo fa il confronto tra la carità e tutti gli altri carismi; poi – con una serie di 15 verbi – descrive la carità in atto; infine insiste sulla permanenza eterna della carità in confronto con tutti gli altri carismi che sono destinati a scomparire. Vediamo.

I vv. 1-3 prendono successivamente in esame i diversi carismi con un “crescendo” significativo: il parlare in lingue, la profezia, la scienza, la fede (cioè in questo caso il dono di fare miracoli), l’elemosina, il sacrificio della vita. Evidentemente bisogna intendere la lista come fosse completa: questi o qualunque altro carisma possa esistere, dal più umile al più elevato. E ripetutamente Paolo afferma che il valore dei singoli carismi e loro dato dalla carità. Senza la carità «sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna… non sono nulla… nulla mi giova» (1 Cor 13, 1). È impressionante questa serie di affermazioni che elimina ogni illusione di grandezza fondata sul possesso dell’uno o dell’altro dono. Paolo non dice solo che la carità è il massimo dei carismi, il primo, il più importante; dice chiaramente che qualsiasi carisma se non e vivificato dalla carità non ha nessun valore. Può anche essere, in sé, importante; può ottenere riconoscimenti elevati; può addirittura servire alla edificazione degli altri; ma non ha nessun valore per chi lo pratica.

Possiamo forse accostare a questa riflessione il testo di Rm 13, 8: «Non abbiate con nessuno altro debito se non quello di un amore vicendevole», che vuol forse dire: se devi qualcosa a qualcuno, guarda di darglielo per amore; è l’unica motivazione valida. Se fai l’elemosina, falla per amore e non per farti vedere; se elogi una persona, che sia per amore e non per adulazione. Solo in questo modo ciò che doni a un altro diventerà anche motivo di edificazione per te.

Ma perché alla carità è riconosciuto questo statuto speciale all’interno dei doni dello Spirito? Ci può aiutare a capirlo l’ultima parte del capitolo dove ritorna il confronto tra la carità e gli altri carismi per dire che «le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà», mentre al contrario «la carità non avrà mai fine». Paolo evidentemente contrappone “questo mondo” con il “mondo che viene”, per dire che la carità appartiene al mondo futuro mentre gli altri carismi appartengono a questo mondo. E allora, quando la scena di questo mondo sarà passata, passerà con lei anche tutto quello che è imperfetto e cioè tutti i carismi. Ma la carità no; perché la carità non è determinata dalle esigenze di questo mondo ma è la sostanza del mondo futuro. In altre parole la carità è “la forma escatologica di vita”, la forma della vita perfetta verso la quale siamo incamminati e che solo nel mondo futuro si realizzerà pienamente.

Ma se la carità appartiene al mondo futuro, al mondo di Dio e non a questo mondo, come essa è entrata nell’esperienza del cristiano? Come la possiamo vivere e sperimentare? Bisogna tornare a quanto abbiamo ascoltato più sopra: «La speranza non delude perché l’amore di Dio è stato, diffuso nei nostri, cuori per mezzo dello Spirito che ci è stato dato» (Rm 5, 5). C’è dunque la carità nei nostri cuori; ma non c’è per un impulso naturale, nativo. C’è perché ve l’ha riversata lo Spirito Santo; c’è perché Dio ci ha amato. Ma è tempo che, guidati da Paolo, ci lasciamo istruire sull’opera della carità.

«La carità è paziente», longanime. Un gesto di rifiuto non la chiude in se stessa; la mancanza dì riconoscenza non la intristisce. È generosa, munifica, signorile. È la caratteristica di chi è ricco e non tanto di beni quanto di cuore; non meschino, non avaro, non meticoloso nel misurare ciò che dona. Così è Dio «misericordioso e pietoso… ricco di grazia e di fedeltà» (Es 34, 6). Proprio perché è infinitamente ricco, Dio può permettersi di essere splendido, magnanimo; può donare gratuitamente e con sovrabbondanza. E la carità è “divina”; è ricca della ricchezza stessa di Dio e da lui impara a comportarsi. Si legga, come esempio, quello che Paolo scrive ai Corinzi: «Il nostro cuore si è spalancato per voi…!» (2 Cor 6, 11-13).

«É benigna la carità». È detto di Dio che è benevolo verso gli ingrati e i malvagi (cfr. Lc 6, 35) e cioè non restituisce male per male ma ama e benefica anche i cattivi; e proprio in questo modo Dio cerca di spingere il peccatore alla conversione (cfr. Rm 2, 4). Certamente anche Dio reagisce al peccato dell’uomo con l’ira e si mostra a volte severo; ma «l’ira di Dio dura in istante, la sua bontà per tutta la vita» (Sal 30, 6); e quando egli corregge lo fa sempre come un padre fa verso il suo figlio (cfr. Eb 12, 7),

«Non è invidiosa la carità», non considera cioè gli altri come degli. avversari e non è ossessionata dal bisogno di fare valere se stessa; non trova perciò nessuna compiacenza nell’abbassare gli altri. Per questo sa «piangere con quelli che sono nel pianto» e, cosa ancor più difficile, «rallegrarsi con quelli che sono nella gioia» (Rm 12, 15). L’invidia, al contrario, gode per gli insuccessi degli altri, e si rode per le loro gioie. In questo a carità si mostra semplice: prova la gioia e il dolore per quello che sono, non li trasforma con l’ottica deformata dell’egoismo e dell’interesse.

«Non si vanta»; non ha sempre sulla bocca il proprio io; sa apprezzare e stimare con gioia i doni degli altri. Non pretende che sulla scena tutti i riflettori siano puntati su di lei; lascia spazio agli altri. E anche quando ama non guarda troppo se stessa, non soffoca con spiegazioni e richiami e parole il suo comportamento. È umile, discreta, modesta.

«Non si gonfia» come gli gnostici di Corinto che, consapevoli di “avere la scienza”, disprezzano i deboli o, semplicemente, non li vedono neppure (cfr. 1 Cor 8, 1-2.11). La carità si prende così come è; non ha bisogno di ingrandirsi artificialmente con parole (cfr. l Cor 4, 18s.) per nascondere la sua povertà interiore.

«Non manca di rispetto»; ama la chiarezza, interiore ed esteriore; non cerca di fare colpo o di scandalizzare. È pudica, non sfacciata; educata ma non formalista.

«Non cerca ciò che è» suo (Bibbia CEI: “non cerca il suo interesse” ma il senso è anche “non è attaccata ai suoi diritti”). È una esortazione che ritorna spesso nelle lettere di Paolo: «Nessuno cerchi l’utile proprio, ma quello altrui» (1 Cor 10, 24 cfr 10, 33). «Senza cercare ìl proprio interesse ma anche quello degli altri» (Fil 2, 4). Quest’ultimo testo è illuminante perché è collegato con l’inno cristologico di Fil 2, 6-11, dove Paolo mette davanti agli occhi dei Filippesi l’esempio di Cristo che non si è aggrappato gelosamente ai diritti che gli spettavano in quanto Figlio di Dio, ma si è fatto servo, umiliato, obbediente fino alla morte. La carità non è ossessivamente legata ai suoi diritti; sa anche «subire l’ingiustizia… lasciarsi privare di ciò che le appartiene» (1 Cor 6, 7). La gratuità, il disinteresse sono regola delle sue azioni (cfr. Lc 6, 27-35). Essa sa, infatti, che alla sua difesa ci pensa Dio, può affidare a lui la rivendicazione dei propri diritti (Rm 12, 19; cfr. 1 Pt 2, 23; Lc 6, 38) ed è quindi libera di amare, di donare, di essere disinteressata.

«Non si adira»; è la conseguenza necessaria. L’ira esplode quando ci sembra che un nostro diritto sia stato calpestato (cfr. Lc 15, 28) e non è altro che il primo passo verso il far del male (cfr. Mt 5, 22). San Giacomo descrive il dinamismo così: «[1]Da che cosa derivano le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che combattono nelle vostre membra? [2]Bramate e non riuscite a possedere e uccidete; invidiate e non riuscite ad ottenere, combattete e fate guerra!» (Gc 4, 1-2). É vero che Paolo, citando il Sal 4, 4 (LXX) scrive: «Nell’ira non peccate; non tramonti il sole sopra la vostra ira» (Ef 4, 26) ma proprio l’ultima parte del versetto dimostra che qui si tratta di qualcosa altro. È l’“ira medicinale”, quella che reagisce salutarmente davanti al male (non al peccatore!) e lo respinge. Ma anche questa, che è pure ira salutare, deve sapersi contenere per non «dare occasione al diavolo» (Ef 4, 27) che potrebbe servirsi di questo per insinuare odio o malvagità.

«Non tiene conto del male ricevuto», non lo computa meschinamente scrivendolo con inchiostro indelebile sul suo libro. Non rinfaccia il male che riceve come, parallelamente, non rinfaccia il bene che ha donato. Non aspetta l’occasione propizia per rivelarsi, «è la tomba dell’ingiustizia» (H. Schlier). Sa cancellare i debiti degli altri così come i propri crediti. Questo la rende, nello stesso tempo, riconoscente per ogni briciola di bene che riceve.

«Non gode dell’ingiustizia». Degli empi dice San Paolo che «non solo continuano a fare il male, ma approvano chi lo fa» (Rm 1, 32). >È un modo anche questo di giustificare se stessi e il proprio comportamento. La carità, al contrario, non sopporta l’ingiustizia, non la approva mai, non la accarezza.

Ma è un modo di godere dell’ingiustizia anche quel mormorare degli altri che nasconde solo il desiderio di sentirsi migliori; dietro a parole dure di censura c’è talvolta la gioia nascosta e ipocrita di trovare l’ingiustizia negli altri. La carità non ha mai bisogno di giustificare se stessa e non è costretta a ricorrere a sotterfugi di nessun genere (cfr. Gal 6, 3-4). Al contrario essa:

«gode della verità», la ama, se ne compiace; e non perché è sua o perché è dalla sua parte ma semplicemente perché è verità, perché è un riflesso dello bellezza luminosa di Dio. È anche questo un segno di distacco e di disinteresse. Non è vero che a volte la verità ci piace solo se è detta da noi o dai nostri? E che ci fa invece dispetto sulle labbra degli “altri”? Anche qui là carità ignora ogni doppiezza; è semplice.

A questo punto Paolo conclude la descrizione della carità con quattro affermazioni che definiscono la sua “intrepidezza”, il fatto che la carità non indietreggia di fronte a nulla. Nessuna cattiveria, nessuna ingratitudine, nessun rifiuto, nessun fallimento sono capaci di farla ripiegare su se stessa, di costringerla a un rifiuto sdegnoso degli altri, del mondo, della vita.

«Tutto copre», non mette il sale sulle ferite per renderle più brucianti; non amplifica le parole cattive fino a renderle assordanti; non offre al male quel rifiuto duro che lo fa riecheggiare all’infinito. Al contrario lenisce le sofferenze, attutisce i contrasti, accoglie dentro di sé il male e senza lasciarlo rimbalzare all’esterno; quando incontra una parola, un gesto dove ci sono cattiveria e odio, assorbe il veleno e in questo modo lo scioglie e libera la bontà delle cose e delle persone.

«Tutto crede», non perde mai la fiducia. Può sperimentare fallimenti e insuccessi; può incontrare opposizione e ingratitudine; può giungere a conoscere le miserie di cui è capace il cuoreumano ma non perde la fiducia. È fondata in Dio, nel suo amore solido come roccia; non vacilla e non viene meno.

«Spera tutto». Vede sempre davanti a sé un futuro aperto. Il presente, coi suoi limiti, non è capace di rinserrarla e imprigionarla. Crede nel futuro di Dio che si apre una strada anche in mezzo al peccato. Nelle persone sa vedere i progetti di Dio, sa apprezzare quello che ancora non si vede e in questo modo lo fa emergere attraverso la cappa di abitudini e di errori che lo nascondono.

«Sopporta tutto». Conosce il peso della vita ma non tenta di sottrarvisi; non carica gli altri dei suoi pesi ma piuttosto si fa carico dei pesi degli altri così come Cristo si è fatto carico dei pesi di tutti. Alla fine di questo cammino di amore e di sopportazione c’è ancora la croce. Sopportare tutto vuol dire in una parola sopportare anche la morte come segno supremo dell’amore che si dona.

Conclusione

Cercando ora di riassumere brevemente i punti della nostra riflessione su Giovanni e Paolo potremmo enumerarli così:

  1. Cristo ci ha amato dando la sua vita per noi; in lui era Dio stesso che dimostrava il suo amore per noi.
  2. A noi viene chiesto di accogliere questo amore nella fede. Solo in questo modo la nostra vita viene “giustificata” e ci diventa possibile essere in comunione con Dio.
  3. L’amore di Dio accolto nella fede ci fa figli di Dio e quindi ci libera dalla debolezza e impotenza della “carne” per renderci capaci di una vita nuova.
  4. La novità di questa esistenza è la forza dello Spirito e la capacità di amare. Questo “comandamento” è “nuovo” perché è la forma di esistenza che corrisponde alla “nuova creazione”.
  5. Amare i fratelli significa “dare la vita per loro”, mettere gioiosamente l’altro al centro delle proprie scelte.

C / Vangeli sinottici

Può sembrare che l’approccio di Giovanni e di Paolo al tema della carità sia troppo “teologico”, troppo legato a una meditazione lunga e amorosa sulla persona di Gesù, sul suo rapporto col Padre, sul mistero pasquale. E può venir voglia di contrapporre a tutto questo la prospettiva dei Sinottici che appare più “etica”, orientata esclusivamente a un comportamento umano generoso e fraterno verso gli altri. Ci sembra che ogni uomo di buona volontà possa apprezzare il messaggio di Gesù sull’amore quale appare nei Vangeli sinottici. Vengono in mente subito alcuni brani famosi che sono entrati nel patrimonio culturale comune della civiltà occidentale.

– I –

Anzitutto nel contesto delle controversie a Gerusalemme (almeno in Marco e Matteo; Luca pone il brano in un altro contesto) si pone a Gesù la domanda: «Maestro, qual è il più rande comandamento della legge?». Sono 613 i comandamenti della legge secondo la enumerazione degli scribi. A questi vanno aggiunte tutte le tradizioni degli antichi che, almeno secondo i farisei hanno altrettanto valore. E quindi una selva folta nella quale è difficile districarsi. La risposta di Gesù è nota: «[37]Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. [38]Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. [39]E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. [40]Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti» (Mt 22, 37-40).

In un certo senso Gesù non dice nulla di nuovo. Il comandamento dell’amore di Dio si trova in Dt 6, 5; quello dell’amore del prossimo è preso da Lv 19, 18. E tuttavia c’è qualcosa di molto significativo da cogliere. Anzitutto la riduzione di tutta la legge e i profeti a questi due soli comandamenti; poi l’accostamento di amore di Dio e amore del prossimo. E siccome in tutta la tradizione biblica – dal Deuteronomio al Vangelo di Giovanni – amare Dio vuol dire osservare i suoi comandamenti, il senso è che amore di Dio e amore del prossimo si uniscono in un unico movimento del cuore. È questa, d’altra parte, l’affermazione esplicita di Paolo in Rm 13, 9: «Il precetto: non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso. L’amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l’amore».

– II –

Ma che cosa vuol dire «amare il prossimo come noi stessi»? Il Vangelo di Matteo ci riporta quella che a partire dal sec. XVIII è stata chiamata la “regola d’oro”: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti» (Mt 7, 12). Anche qui Gesù si riallaccia a una tradizione veterotestamentaria (cfr. Tb 4, 15). È famosa la storia del Talmud babilonese che riguarda Shammai e Hillel, due maestri di poco anteriori a Gesù: “Uno straniero andò a trovare Shammai e gli disse: fammi proselito, a condizione che tu mi insegni tutta la Torà mentre sto su un piede solo. Egli lo cacciò via con la misura da muratore che teneva in mano. Andò a trovare Hillel che lo fece proselito dicendogli: quel che ti dispiace non farlo al tuo prossimo. Ecco tutta la Torà; il resto non è che spiegazione. Va e impara” (Shab 31a).

Anche qui c’è un elemento di novità nelle parole di Gesù. La formulazione classica della regola d’ora era negativa: “Non fare agli altri…” Gesù la trasforma in positiva: «Fa agli altri…». È come un sottolineare la creatività dell’amore che è attivo, premuroso, si sente responsabile, prende l’iniziativa. Naturalmente il senso del detto non è: “Se vuoi che gli altri ti facciano del bene, tu fanne a loro” ma: “Se vuoi sapere che cosa significa amare il prossimo, la regola è questa: tratta gli altri come desidereresti essere trattato tu”.

 

Trasportata in una narrazione la “regola d’oro” è vicina alla parabola del buon Samaritano di Lc 10, 29-37. Uno scriba chiede a Gesù: «Chi è il mio prossimo?» cioè: “Chi sono obbligato ad amare come me stesso?”. Si capisce bene l’altro aspetto implicito nella domanda: “Chi invece non sono obbligato ad amare come amo me stesso? Nei confronti di chi mi posso sentire libero dal dovere di amare?”. Gesù racconta la parabola e conclude a sua volta con una domanda: «Chi… ti sembra che sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?». In questo modo il problema è capovolto; non si tratta di sapere chi “è” il mio prossimo. Ma viene chiesto piuttosto di “diventare” prossimo di chiunque si trovi nel bisogno. Anche qui l’amore si muove, prende l’iniziativa, vede in ogni persona bisognosa un appello al servizio.

Ma proprio la parabola del buon Samaritano ci può servire per introdurre un altro tema evangelico, quello dell’amore dei nemici: «Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico (= ma potrai non amare il tuo nemico); ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti» (Mt 5, 43-45). Anche qui all’amore viene chiesta la creatività massima. Il nostro comportamento non deve dipendere dalle caratteristiche delle persone con cui trattiamo, ma dalla ricchezza che c’è nel nostro cuore. Se il cuore è buono da esso non possono uscire che cose buone (cfr. Mt 7, 17) sia quando esso ha a che fare con i buoni sia quando ha a che fare con i cattivi.

– II –

Ma per cogliere il messaggio di Gesù sull’amore non è sufficiente che ci fermiamo ad accumulare i testi che dicono le esigenze di un’etica veramente evangelica. Anzi, se ci fermassimo qui il risultato potrebbe essere sconfortante e addirittura frustrante. È l’opinione di uno studioso ebreo, J. Klausner, che ha cercato di confrontare l’etica giudaica con quella del Vangelo. Gesù, egli dice, riprende le giuste esigenze dell’etica veterotestamentaria ma le porta alla esasperazione fino a renderle non-praticabili. In questo modo l’unico risultato della predicazione di Gesù è suscitare buoni sentimenti e ideali elevati ai quali non può seguire una prassi coerente.

In realtà per capire le richieste di Gesù bisogna collocarle nel complesso del suo messaggio. È vero che Gesù porta al limite le esigenze della legge giudaica. Basta leggere le famose antitesi di Mt 5, 21-48. Davanti alla formulazione di un comandamento (non uccidere, non commettere adulterio, non spergiurare…) Gesù coglie una direzione di impegno e spinge questo impegno fino al limite estremo. La legge dice di non uccidere? Non solo dovrai astenerti dall’uccidere ma da ogni comportamento che dica odio, rifiuto dell’altro; non devi fare nemmeno un piccolo passo in quella direzione che ti porta contro il tuo fratello. Lo stesso vale per l’adulterio, lo stesso per la proibizione della vendetta. Non devi compiere nessun atto che porti in sé l’intenzione dell’adulterio; non devi nemmeno resistere al malvagio. C’è una serie impressionante di doveri fino alla conclusione che potrebbe apparire paralizzante per la sua enorme pretesa: «Siate dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5, 48). Parole nobili, certo. Ma non sono forse troppo nobili? sproporzionate all’effettiva statura dell’uomo? Quando Gesù pone il principio di Mt 5, 20: «Se la vostra giustizia non sarà maggiore di quella degli scribi e dei farisei non entrerete nel Regno dei Cieli», non sta chiedendo una misura sovrumana e quindi disumana?

Al centro della predicazione di Gesù, lo sappiamo bene, c’è l’annuncio della venuta del Regno di Dio; e non nella prospettiva del giudizio, come immaginava Giovanni Battista, ma in quella del perdono e dell’amore (cfr. Lc 4, 18-21). Attraverso Gesù Cristo Dio si rivela primariamente “Padre”. Questo vuol dire che a lui è dovuto rispetto e piena obbedienza; ma vuol dire anche che in lui si può avere assoluta fiducia. Egli darà certamente cose buone ai suoi figli che gliene chiedono (cfr. Mt 7, 11), si prenderà cura della loro vita più di quanto non si prenda già cura degli uccelli del cielo e dei gigli del campo (cfr. Mt 6, 25-34); a lui si può domandare con fiducia tutto ciò che è necessario per vivere: il cibo, il perdono, l’aiuto nella tentazione, la liberazione del male (cfr. Mt 6, 11-13). Solo all’interno di questo rapporto filiale con Dio è possibile prendere sul serio le esigenze di Gesù. Solo dove c’è la presenza consolante di un Dio che protegge è possibile rinunciare a difendere i propri diritti. Anche qui fede e amore si raggiungono e si saldano; quanto più grande sarà la fede nell’amore paterno di Dio altrettanto grande sarà l’amore fraterno verso gli altri. Lo sappiamo: «se avrete fede pari a un granellino di senapa, potrete dire a questo monte: spostati da qui a là, ed esso si sposterà, e niente vi sarà impossibile» (Mt 17, 20). Tra tutti i miracoli che la fede è capace di compiere, l’amore è il più grande; e se esso appare superiore alle nostre forze, «a Dio niente è impossibile» (Mt 19, 26). E Dio ha deciso, liberamente, ma con tutta la sua fedeltà, di mettersi dalla parte dell’uomo e di mettere a disposizione di lui – attraverso la fede – la sua stessa onnipotenza. In questo contesto – e solo in questo contesto – le esigenze evangeliche acquistano il loro senso.

Il nostro discorso voleva semplicemente mostrare che tra i Sinottici da una parte e Giovanni-Paolo dall’altra c’è più continuità di quanto appaia a prima vista. Per rendersene conto basta collocare il comandamento dell’amore all’interno del “Vangelo”, del messaggio gioioso di salvezza che Dio ha proclamato in Cristo. Come Paolo e Giovanni anche i Sinottici sono ben lontani dal fare della carità un’etica a misura d’uomo, una specie di filantropia generosa che potrebbe fare a meno di qualsiasi sincero rapporto con Dio attraverso Gesù Cristo. La carità è a misura d’uomo solo se si ricorda che l’uomo è a misura di Dio e che solo ricevendo il dono libero dell’amore di Dio egli può ritrovare se stesso.

D / Antico Testamento

A questo punto sarebbe da tentare un esame dell’Antico Testamento per vedere come il messaggio sull’amore vi trova i suoi fondamenti e le sue prime formulazioni. Ma sarebbe un lavoro troppo lungo e impegnativo. Ci accontenteremo allora di accennare a una pista di lettura dell’Antico Testamento che può essere utile, soprattutto a togliere qualche pregiudizio.

Quando nel sec. II d.C. Marcione contrapponeva il Dio dell’Antico Testamento al Dio del Nuovo, il Dio della creazione al Dio della redenzione, metteva in moto un pregiudizio che nemmeno oggi è del tutto scomparso. Non si dice spesso che il Dio dell’Antico Testamento è il Dio della giustizia mentre quello del Nuovo Testamento è il Dio dell’amore? In realtà basterebbe leggere qualche brano come il cap. 11 di Osea per capire che l’Antico Testamento conosceva l’amore di Dio per il suo popolo; e come! Anzi, proprio questo amore di Dio è il fondamento di tutta l’etica veterotestamentaria e il fondamento anche dell’amore del prossimo. Non è difficile raccogliere testi che dichiarino l’amore di Dio per Israele (Dt 4, 37; 7, 7-8; 10, 15…) o che invitino Israele ad amare Dio (Dt 4, 29; 6, 5-6; 10, 12; 11, 13; 30, 6) o che comandino l’amore del prossimo (Lv 19, 10.18.34; cfr. il decalogo). Ma probabilmente più interessante è cercare di capire il legame che unisce queste tre dimensioni del messaggio biblico.

– I –

Partiamo da un brano molto significativo. In Es 34, 6-7 si legge una specie di parafrasi del “nome” di Dio che ne descrive il comportamento. Anzitutto due aggettivi qualificano Dio: “misericordioso e pietoso”, non quindi un Dio solo potente e nemmeno un Dio irascibile o invidioso ma un Dio che ha “viscere di misericordia” (rahũm) e che usa compassione verso gli uomini. Certamente di lui si dice che è “lento all’ira e ricco di grazia e fedeltà”; c’è quindi anche l’ira di Dio accanto alla sua grazia e fedeltà. Ma bisogna capire bene: ira e grazia non sono sullo stesso piano; nell’ira Dio è “lento”, nella grazia è “ricco”. Il fatto è che l’ira di Dio è semplicemente la sua risposta al comportamento di peccato dell’uomo mentre la sua grazia è espressione della sua “essenza”. Dio non è indifferente al bene e al male, “non lascia senza punizione”, dice il v. 7. Questa è una mancanza nell’amore che Dio ha per noi? Amare vuole dire giustificare tutto, anche il male? Vuol dire dare sempre ragione? Nel commento alla prima lettera di Giovanni Sant’Agostino si pone un problema del genere e risponde in modo molto significativo. Dice che per capire se un’azione è amore o no non basta guardare il suo svolgimento esterno. Il mercante di schiavi tratta bene i suoi schiavi, procura loro un cibo buono e abbondante. Perché li ama? No, perché ama il suo “portafoglio” e vuole ricavare quanto più è possibile quando venderà gli schiavi al mercato. Viceversa il padre sarà in certi momenti duro, punirà anche. Perché li odia? Al contrario; proprio perché ama e vuole correggere in modo che i figli possano crescere e diventare migliori e più in gamba. Il senso di un’azione, quindi, va capito a partire dal cuore di chi lo compie e dal suo scopo. Ora, perché si scatena l’“‘ira” di Dio? È un’ira arbitraria? É lo sfogo di chi si ritiene trascurato? No; è ancora l’amore che non si rassegna a perdere l’amato; è Dio che non si rassegna nel veder perire l’uomo che ha creato e salvato. Ma proprio perché questa ira è “medicinale” non dura sempre; essa é preceduta e seguita dalla misericordia-bontà-fedeltà di Dio (hesed) che dipende solo da ciò che Dio è e quindi è perenne.

– II –

Proprio questo amore gratuito e fedele di Dio fonda ed esige la risposta dell’uomo. È significativa, a questo proposito, l’introduzione al Decalogo: «Io sono il Signore tuo Dio che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù» (Es 20, 2). Prima di esprimere le sue esigenze, Dio richiama il passato, quello che egli ha fatto per Israele. Se Israele dovrà riconoscere il Signore come suo unico Dio, se dovrà eliminare ogni idolo dalla sua presenza è perché il Signore ha scelto Israele come suo popolo, lo ha amato, lo ha salvato. Il Deuteronomio è prezioso da leggere in questa prospettiva: meditazione sul passato, esso serve a fondare il giusto comportamento che Israele dovrà tenere nella terra promessa: «Ascolta, Israele; il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze» (Dt 6, 4-5). Questo riconoscimento dell’unicità di Dio non viene da una riflessione metafisica approfondita ma dalla esperienza di salvezza di Israele: «Voi stessi avete visto quello che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquila e vi ho fatti venire fino a me» (Es 19, 4). «Il Signore lo guidò da solo, non c’era con lui alcun dio straniero» (Dt 32, 12).

Un discorso parallelo vale anche per l’amore del prossimo. La seconda parte del decalogo vuole regolare i rapporti reciproci all’interno della comunità di Israele. Ma perché? Israele è il popolo del Signore, il popolo che il Signore ha liberato dall’Egitto; è un popolo libero che come tale deve vivere manifestando così la potenza e la gloria di Dio. Ecco la necessità dei comandamenti. Sono la legge di un popolo liberato e che non deve ricadere nella schiavitù. Non nella schiavitù dell’Egitto, ma nemmeno nella schiavitù equivalente della violenza, della rapina, della menzogna. Che vita “liberata” sarebbe quella di un popolo dove ci si dovesse continuamente difendere dagli altri; dove valesse la legge del più forte, dove l’inganno diventasse moneta corrente?

Per quanto diverso, l’Antico Testamento ripete così la struttura fondamentale della vita cristiana quale ci è apparsa in San Giovanni: Dio ama e salva; l’uomo, salvato, deve riconoscere l’amore di Dio e comportarsi come un “salvato, liberato”; questo comportamento di “salvato” si esprime nel rispetto degli altri. C’è un cammino notevole, ma c’è pure una solida continuità con quello che abbiamo ascoltato all’inizio: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; siccome io vi ho amato perché vi amiate anche voi gli uni gli altri» (Gv 13, 34).

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